mercoledì 25 marzo 2009

Quel massacro di 65 anni fa - 3




LUGLIO 1944.  IL RITROVAMENTO





QUEI CORPI NELLE CAVE. CRONACA DI UN ORRORE


All'interno delle cave c'è il buio completo. Al momento del ritrovamento, le 335 salme si presentavano orrendamente mutilate. I nazisti tentarono di nascondere l'eccidio, minando le gallerie.«Collocata la salma su un tavolo anatomico aveva inizio lo studio medico-legale». Ecco come vennero identificate le 335 vittime delle Fosse Ardeatine


PAOLO PETRUCCI





«Presso le tombe dei Martiri cristiani altre tombe si sono aperte per i mar­tiri della Patria. Questi e quelli morirono per la libertà e la dignità dello spirito contro la pa­gana tirannia della forza brutale». Così un manifesto partigiano affisso per le vie di Ro­ma subito dopo la liberazione della capitale. Dalla Porta di San Sebastiano dopo un chilo­metro sulla via Ardeatina si trova la chiesetta del "Quo Vadis", e da lì si raggiunge il luo­go dove venne consumato il più brutale ster­minio nazista: il 24 marzo 1944 trecentotrentacinque uomini, diversi per età, fede religio­sa e convinzione politica vennero assassinati dentro le cave di pozzolana.


«Il colpo al cervello fu ordinato da me. Il numero delle vittime in pro­porzione ai miei uomini, non am­metteva che su ogni vittima si spa­rasse più di un colpo. L'unico col­po sicuro era al cervelletto». Her­bert Kappler durante il processo che lo con­dannò all'ergastolo come organizzatore della strage delle "Fosse Ardeatine" non tradì la sua principale caratteristica di uomo dagli occhi di ghiaccio: la freddezza spietata. Eppure com­mise un errore, perché nel ricordare quell'or­dine da lui impartito, si espose alla più deplo­revole delle infamie per un comandante na­zista: la disubbidienza dei propri soldati. Nell'esame anatomico, necessario per la ricomposizione delle salme e poi per il ricono­scimento, in alcune vittime furono riscontrati più di un colpo sparato per sfondare il cranio. In una salma si distinguono nettamente quat­tro colpi dietro la nuca nella zona occipito-nucale. In un'altra, due fori di ingresso di proiet­tile nella regione occipitale, che nell'uscita de­terminarono lo scoppio del cranio. Quasi tutti i corpi furono ritrovati in posizione prona, con le mani legate dietro la schiena.


«Per evitare il deterioramento dei cadaveri e per riguardo al senso fisico e psichico della vittima - spiegava Kappler nella deposizione -, diedi ordine di non appoggiare l'arma e che, nonostante questo, il colpo venisse sparato dal­la più vicina distanza possibile per essere sicuri dell'effetto». Alla fine delle trecentotrentacinque esecuzioni i nazisti tentarono di na­scondere ogni traccia del massacro minando le cave. Non riuscirono nell'intento, che ebbe invece l'effetto di far risaltare ancora di più la loro ferocia, quando, al momento del ritrova­mento, le salme si presentarono orrendamen­te mutilate (per trentanove di esse non fu pos­sibile ricomporle con la testa).


«Le Fosse Ardeatine», come subito i romani chiamarono il luogo del massacro sono indivi­duabili sulla vecchia strada. Il piano è costitui­to da numerose gallerie che hanno in lunghez­za uno sviluppo dai cinquanta ai cento metri ed un’altezza oscillante dai quattro ai sei metri. Le gallerie si intersecano l'una con l'altra e, per via di una soprelevazione del terreno, si tro­vano sul piano stradale. All'interno della cave c'è il buio completo. Dalla strada si entra diret­tamente nella cava lunga ventiquattro metri, dopo quindici metri il crollo di una volta non permette di continuare. La commissione d’­inchiesta accertò che la causa del crollo fu una bomba.


Roma era ancora occupata dai tedeschi e per questo l'operazione di recupero si pre­sentava particolarmente difficile. Al tempo stesso tale era la gravita del fatto che tutti gli ostacoli vennero superati con una spinta di solidarietà che si iscrive nei momenti più alti della Resistenza.


Il rinvenimento e poi il riconoscimento delle salme avvenne solo a luglio, quattro mesi dopo l'eccidio, e fu reso possibile da un eccezionale coordinamento di forze: Carabinieri, Croce Rossa, personale del Verano (tra cui il diretto­re ), Vigili del fuoco, una ditta attrezzata per l'oc­casione, l'ufficio tecnico del Comune, che con­corsero affinchè il rinvenimento delle «Fosse Ardeatine» diventasse un monumento alla brutalità dell'uomo sull'uomo.


«Collocata la salma su tavolo anatomico - ri­corda Attilio Ascarelli - aveva inizio su ciascu­na di esse lo studio medico-legale per il ricono­scimento e per le altre particolarità che il caso presentava. L'indagine tecnica fu da me orga­nizzata ed io, per forza di cose, per dovere d'uf­ficio, recandomi alle Cave tutti i giorni per mol­te ore, assunsi di fatto la direzione di tutti i la­vori che colà si compivano coadiuvato da vo­lenteroso ed adatto personale...». Il primo so­praluogo, all'inizio di luglio, servì a stabilire i punti della galleria dove si trovavano i cada­veri. Poi si proseguì in un delicato lavoro di ri­conoscimento; ad ogni vittima veniva assegna­to un numero progressivo, che rispettava l'or­dine di esumazione, poi un sacerdote, don Um­berto dei Frati di san Sebastiano provvedeva alla benedizione. Un rabbino interveniva quando era possibile stabilire l'appartenenza alla religione ebraica. Per quanto riguarda il trattamento delle vittime prima dell'esecuzio­ne Kappler entra nel merito: «In presenza di Shutz, feci domanda se poteva essere ammes­so un prete. Mi venne risposto che, in caso di esecuzione, le vittime avrebbero cercato di parlare il più possibile e preferii così di non chiamare alcun cappellano, anziché dover co­stringere le vittime ad essere separate dal cap­pellano dopo qualche istan­te. Non credo che sarebbe stato meglio che niente, perché, quan­do il cappella­no si mette in contatto con questi esseri umani, è mol­to duro farli al­lontanare in pochi secondi. Ho preferito così non chia­marlo. Ho det­to che il carat­tere di esecu­zione normale doveva essere eseguito in rapporto alle circostanze ed al luogo».


Il piano dei lavori venne studiato nei dettagli dall'ufficio di igiene, dall'ufficio tecnico del co­mune per la parte edile, dall'Acea per le istal­lazioni idrauliche e dal Provveditorato per l'ar­redamento. Le gallerie vennero attrezzate di impianti elettrici, e venne assicurato il massi­mo livello igienico sia per il personale che per i visitatori. Sulla strada venne allestita una ten­da per il pronto soccorso, e alcune gallerie ven­nero allestite a reparto medico, con i tavoli ana­tomici, con tutto il necessario per le indagini. Un'attrezzatura di lavaggio e di disinfestazio­ne venne collocata all'ingresso delle cave. I ca­rabinieri garantirono la sorveglianza.


Rimosse le frane che ostruivano i punti diversi delle esecuzioni, il 26 luglio fu iniziata la ri­mozione delle salme e lo studio medico legale di ognuna di esse. Il lavoro di esumazione costituì la parte più complicata, e venne svolta dal personale del Verano, dai Vigili del Fuoco e dall'im­presa diretta da Attilio Ascarelli, che ebbe il compito di ripulire le gallerie. Nelle macerie vennero ritrovate trecento cartucce di dinamite e trenta bombe di tipo spezzone. «Dare un’idea esatta di come si presentavano que­sti carnai è cosa che io non so esprimere con adeguate parole - testimonia Attilio Ascarelli - il senso di orrore e di pietà che ne ritraeva il visitatore è superiore ad ogni immaginazio­ne». Due gruppi di cadaveri occupavano uno spazio di cinque metri di lunghezza e tre di larghezza e un metro e cinquanta di altezza. Le salme si presentavano ammucchiate, ri­coperte in parte da terriccio, del tutto irrico­noscibili per la decomposizione. I corpi era­no sovrapposti in tre strati nella galleria A; e in cinque strati nella galleria B. Quasi tutti avevano le mani legate dietro la schiena con cordicelle robuste. Vennero riempiti scheda­ri di identificazione: nove gruppi per età, cin­que per statura, quarantadue per professio­ne. Le famiglie avevano compilato i questionari in cui riferivano i tratti somatici, l'altez­za, la professione e l'età del congiunto. Di ciascun cadavere venne redatto un verbale giu­diziario tenendo conto anche delle vesti di ognuno e di ogni particolare; spesso si tratta­va di resti irriconoscibili.


L'indagine per ricostruire la vicenda fu di­retta dal colonnello Pollock, del comando di po­lizia alleata. Le vittime - accertò l'inchiesta - era­no state caricate su furgoni di quelli in uso per le carni dal macello, e per la via Appia condot­ti alle cave Ardeatine. Tutte le vie erano sbar­rate da Ss, che presidiavano l'ingresso delle ca­ve. Ciascun automezzo trasportava sessanta, ottanta uomini. I camion entrarono a marcia indietro, e i prigionieri venivano subito avviati all'interno delle cave nel luogo prescelto per l'esecuzione. Gli spari iniziarono alle 16,30 del 24 mar­zo e proseguirono per tre ore. Poi ripresero al­le 14 del giorno 25. Tutte le esecuzioni vennero compiute con proiettili calibro nove. Il termine del massacro venne segnato dall’esplosione di quattro o cinque mine.


Un porcaro, Nicola D'Annibale, da un terreno prospiciente, poté assistere inos­servato a tutta l’esecuzione; ne rilasciò un’importante testimonianza.


 


AVVENIMENTI


18   MAGGIO   1994

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