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mercoledì 8 aprile 2015

La tortura che non c'è



Testimonianza raccolta ieri su una bacheca di Facebook.
“Io ero scappato da Genova la sera prima. Avevo 24 anni. Non so se sono solo un ragazzo fortunato o se ho un affinato sesto senso. Sta di fatto che me la sono cavata in tante brutte situazioni. Da solo. Anche a Genova nel 2001. Avevo la prevendita per il concerto degli U2 a Torino quella sera che avrei dovuto convertire in biglietto d'ingresso, anche se non avevo più speranze di riuscire ad andarci. Dopo il grande corteo del sabato, non so nemmeno io come, arrivai stradina per stradina fino alla stazione di Genova Bolzaneto senza mai essere fermato dalle forze dell'ordine, a parte una volta. L'atmosfera era terribile, a Genova non esistevano più garanzie civili, non eri più niente, poteva accaderti di tutto. Dietro le divise non c'erano solo bravi ragazzi, c'erano anche tanti animali. È stata una delle poche volte in vita mia in cui ho avuto paura di morire. Un po' confuso su cosa fare, se restare o scappare, riuscii a prendere uno dei pochi treni che lasciavano la città verso Torino. Genova era bloccata, una trappola per topi. A Torino vidi così il concerto, già iniziato quando arrivai e senza il biglietto scavalcai con impeto le altissime cancellate dello Stadio pur di entrare. Dormii poi nelle aiuole della stazione di Torino e la mattina presto presi uno dei primi treni che tornava verso Genova. La notte prima avevo dormito per strada, per terra, alla Foce, vicino al mare, sede del Genoa Social Forum, coperto con un telo di cellophane preso da una pedana di casse d'acqua. Era morto Carlo Giuliani. Era l'unico posto dove mi sentivo sicuro, avvertivo che quella notte sarebbe accaduto qualcosa di brutto. Quella notte invece non accadde nulla. Al mattino, infreddolito, stanco, puzzolente e incazzato nero col mondo, andai a vedere che fine avessero fatto la mia tenda, il mio zaino e il mio sacco a pelo nel parco dove dormivo insieme ad alcune centinaia di persone. Di li a poco c'era il grande corteo. Arrivai che c'era un'aria tesa, nessuno aveva dormito sereno perché tutti temevano retate violente e improvvise. Non accadde nulla quella notte. Ma tutti sentivamo che prima o poi sarebbe successo qualcosa, da qualche parte, a qualcuno. E poteva essere a te dove eri in quel momento senza che te lo aspettassi. Non eravamo più persone. Eravamo carne da macello. Fu allora che pensai che quella notte sarei andato a dormire alla Scuola Diaz, che era uno dei pochi posti sicuri, per non dormire all'aperto di nuovo qualora non fossi riuscito ad andare a Torino. A Torino quella notte invece inaspettatamente ci arrivai. Quando poi rientrai a Genova la mattina seguente in una assolata domenica di luglio l'atmosfera a Genova era di una calma surreale. Sembrava il day after in un film di fantascienza. Io non sapevo nulla di quello che era accaduto in quello ore, ero ignaro di tutto. Non era ancora il tempo dei social network e degli smartphone. Le cose le conoscevi perché le vivevi davvero. Arrivai alla Foce al GSF che era già in corso un'accesa assemblea pubblica sotto un sole cocente. Parlavano di quello che era accaduto la notte prima. Respiravi rabbia. C'era tensione. Io non capivo, ero spaesato. Sembrava mancassi da giorni ma mancavo da meno di dodici ore. Anche io ero nervoso e arrabbiato per tutto quello che avevo visto e vissuto in quei giorni. Fu nel corso delle ore che conobbi quello che era accaduto quella notte in quelle ore in cui io ero scappato a Torino. E quello che stava in realtà ancora accadendo. Quello che tutti temevano. Ed era accaduto alla Scuola Diaz dove non te l'aspettavi. Sangue di gente, ragazzi e non, che si trovava lì per caso. Carne da macello à la carte. Come me. Salvato io però da un concerto degli U2. Noi tutti lì presenti sapevamo cosa era accaduto davvero, mentre tutto il mondo ha dovuto attendere oggi una sentenza a Strasburgo. Noi sapevamo. Noi abbiamo visto. Noi c'eravamo. Noi siamo scampati o sopravvissuti. Noi eravamo in pochi migliaia fuori dal Matrix. Quella sera di luglio quel treno che mi ha portato per poche ore al sicuro a Torino e quel concerto mi hanno salvato la vita in più forme. Perché io non perdono. Io voglio ancora sapere chi sono, dove abitano e dove sono i loro figli. Loro non hanno pagato e forse non pagheranno mai così come però nemmeno noi non dimenticheremo mai. E forse un giorno pagheranno, in qualche modo la pagheranno, e se non loro i loro figli. Genova ha rappresentato per me l'inizio della fine delle cose in cui credevo e per la quale avevo combattuto un'adolescenza e una giovinezza intera, quasi sempre da solo e controcorrente. Quella notte sono stati pestati a sangue i miei valori. Hanno sanguinato i miei ideali. Qualcuno scrisse su un cartello nella Scuola Diaz "Non pulite il sangue". Era qualcuno che nonostante tutto aveva ancora vivi i suoi valori e i suoi ideali. Io ho perso a Genova. Quella persona oggi ha vinto a Strasburgo”.


giovedì 22 marzo 2012

L’incubo dei 100 anni

24 marzo 2002










È il titolo ad attirare la mia attenzione. Sto per gettare nella differenziata della carta uno dei tanti inserti pubblicitari che accrescono lo spessore dei quotidiani, ma mi fermo.
Si tratta di un supplemento a pagamento, curato da un’agenzia specializzata, allegato al “Sole 24 Ore” del mese scorso e commissionato dalla Società Italiana di Gerontologia. Riferisce del congresso nazionale,il 56°, che si è svolto tra novembre e dicembre 2011 a Firenze. La prospettiva, per chi scrive, è ancora lontana, però il titolo m’infastidisce lo stesso: “Preparati a vivere 100 anni”. Con quale scopo?
Per quale motivo si dovrebbe accogliere con soddisfazione un simile orizzonte?
Per lavorare – se si ha la fortuna oggi di farlo – ancora di più?
Per bloccare l’accesso ai giovani perché costretti a rimandare di anno in anno la pensione?
Ma il tempo per se stessi, per i propri affetti, le proprie passioni quando si renderà compiutamente disponibile?
Davvero è confortante che i geriatri e i gerontologi si prodighino per allungare la vita, quando le condizioni della stessa saranno funzionali soltanto alla perversa logica di vivere per lavorare?
Come si può parlare ancora di qualità della vita?
Il tempo per la proliferazione di queste domande e poi l’inserto prende la direzione già decisa. Meglio non campare fino a 100 anni, ma sperare che la salute non venga meno per apprezzare con lucidità quello che c’è oltre l’orizzonte dell’orario continuato dalle 9,00 alle 17,00.

venerdì 16 marzo 2012

Articolo 18 - Molto Golden poco Lady

22 marzo 2002

Provaci ancora Kim
di Stefano Folli

Le calze Golden Lady sono diventate famose grazie a uno spot con la Basinger. Ma negli stabilimenti le operaie vivono una realtà molto meno patinata

«Golden Lady, I’m lost without you»: chi non ha in testa il jingle, dopo anni di martellante pubblicità in televisione? Proprio la pubblicità ha avuto un ruolo determinante nella costruzione del successo di Golden Lady, primo gruppo industriale in Italia nella produzione di calze e collant e ai vertici del settore in Europa: è la stessa azienda infatti a riconoscere che i massicci investimenti nella comunicazione sono stati un elemento chiave nella grande crescita, a partire dalla fortunata scelta di Kim Basinger come testimonial di una campagna di diversi anni fa. Così Nerino Grassi, fondatore di Golden Lady nel 1967, ha potuto mettere in piedi un colosso industriale, acquisendo man mano anche altri marchi storici di calze italiane, come Sisi e Omsa.
Una comunicazione imponente, dunque, che ha interessato diversi mezzi (tv, stampa, affissioni) e da pochi mesi si è ulteriormente rafforzata con la creazione di punti vendita esclusivi, i Golden Point, che stanno sorgendo nelle vie principali di molte città italiane. La grande attenzione alla comunicazione verso l’esterno non è però accompagnata da quella interna, tra la dirigenza dell’azienda e i circa 3.000 dipendenti che lavorano nei sei stabilimenti del gruppo – Golden Lady a Castiglione delle Stiviere e Solferino (Mn), Sisi a Valdobbiadene (Tv), Omsa a Faenza (Ra), Adrilon a Basciano (Te), Gissy a Gissi (Ch). In questo caso, le carenze comunicative sembrano molto diffuse. Provate a chiedere alle organizzazioni sindacali del settore tessile: impossibile, per i sindacati esterni, partecipare alle riunioni con i vertici aziendali. Ammesse solo le Rsu. E provate a chiedere a queste ultime se il loro ruolo è rispettato: trattative praticamente impossibili, dialogo negato, bisogna accettare quello che i manager decidono. Non è un caso che i sindacati lamentino che i salari negli stabilimenti Golden Lady sono i più bassi rispetto ai concorrenti del «distretto industriale della calza», la zona in provincia di Mantova in cui si concentrano i maggiori produttori di collant (per esempio si trovano qui, oltre da quelli del gruppo di Nerino Grassi, gli stabilimenti Filodoro, San Pellegrino, Levante).
Che la considerazione della Golden Lady per i propri operai non sia proprio quella ideale, lo si può ricavare da due racconti che possono sembrare surreali. Prima scena: rinnovo del contratto a Castiglione delle Stiviere, è il 1999. I dipendenti vanno uno a uno alla scrivania a firmare un accordo che non hanno neanche letto, ma che è stato solo spiegato dal direttore. Seconda scena: primi incontri per la discussione del nuovo contratto a Solferino. La direzione aziendale è seduta intorno al tavolo, i rappresentanti della Rsu sono costretti a restare in piedi. Forse, avranno pensato alla Golden Lady, abbiamo trovato il modo per accelerare trattative che generalmente si protraggono per ore.
A sentire gli operai, del resto, queste riunioni sembrano essere poco più di un ulteriore frammento della comunicazione istituzionale, con i dirigenti impegnati più a illustrare i risultati e le prospettive dell’azienda che ad ascoltare le richieste delle maestranze. Anche, come sta accadendo adesso, di fronte a un contratto scaduto almeno da sei mesi, in alcuni casi addirittura da più di un anno (a gennaio 2001). A Faenza, stabilimento Omsa, dopo avere ascoltato una relazione sull’andamento del mercato e sugli investimenti futuri (pubblicità, impianti, sviluppo dei punti vendita, differenziazione dei prodotti), i dipendenti hanno provato a dire che anche loro sono un patrimonio su cui investire. Si sono sentiti rispondere che dovrebbero ringraziare l’azienda perché li fa ancora lavorare e non dovrebbero pretendere nulla di più. Quanto al contratto scaduto, è già molto se si continua ad applicare quello. Insomma, anche i dipendenti dovrebbero intonare il famoso ritornello della pubblicità («Golden Lady, I’m lost without you») con un atteggiamento nei confronti del padrone a metà tra la gratitudine e la supplica.
Così si è arrivati, per la prima volta, a una manifestazione congiunta in tutti gli stabilimenti del gruppo (complice anche l’agitazione per il rinnovo del contratto nazionale del comparto tessile, certo, ma le relazioni interne hanno pesato in maniera decisiva). La data scelta per le due ore di sciopero è stata significativamente l’8 marzo: la grande maggioranza dei dipendenti è infatti rappresentata da donne, che lamentano anche discriminazioni specifiche. Un esempio è il premio di presenza, previsto nei contratti scaduti, che di certo non agevola lavoratrici che hanno anche responsabilità familiari. E lo sciopero è arrivato questa volta anche nello stabilimento principale, quello di Castiglione delle Stiviere. Era dagli anni Settanta, quando non c’era azienda che non fosse toccata dalle agitazioni, che non succedeva. Nel quartier generale del padrone, negli ultimi anni, è stato difficile far capire agli operai (da notare la presenza di un alto numero di stranieri, tra cui una
consistente comunità vietnamita che abita nelle case di Nerino Grassi) che i sindacati non possono essere considerati un impiccio, come sembrano pensare i dirigenti. Sulla vertenza, l’azienda non rilascia alcun commento.
C’è anche un altro particolare che preoccupa lavoratori e sindacati. Un vanto del gruppo Golden Lady era quello di produrre calze e collant (oltre alle nuove linee di abbigliamento intimo) interamente in Italia, senza utilizzo di lavoratori all’estero. Nei suoi stabilimenti esegue l’intero ciclo produttivo, dalla torcitura (la produzione del filo con cui poi vengono fatte le calze) al confezionamento, per poi distribuire i prodotti in tutta Europa. Ora ci sono segnali che anche questo stia cambiando: pare (ma anche su questo l’azienda si trincera dietro al silenzio) che sia stato aperto uno stabilimento in Serbia, che dall’inizio dell’anno sta mandando lavorati in Italia pronti per il confezionamento. Naturalmente questo provoca preoccupazione fra i lavoratori, consapevoli che il costo minore della manodopera all’estero potrebbe avere risvolti occupazionali in Italia, se questa strada venisse seguita. La preoccupazione, da un punto di vista quasi paradossale, è acuita dal fatto che il prodotto che arriva dalla Serbia (dicono le stesse operaie che lo hanno visto) è di buona qualità: la concorrenza potenziale con i prodotti made in Italy è quindi reale. È ancora presto per capire quali sono le intenzioni del gruppo, ma, come fanno notare i sindacati, è meglio chiarire subito le cose, prima che investimenti consistenti siano deliberati e il percorso tracciato diventi irreversibile.




lunedì 12 marzo 2012

Articolo 18 - dieci anni fa

22 marzo 2002








Nel nome del padre, del figlio e della Cgil
di Enrico Deaglio
22 marzo 2002

Articolo 18 da Diario

Un colloquio con Sergio Cofferati: «Gli italiani hanno la sensazione che il governo stia togliendo loro qualcosa»

«Si tende, qualche volta, a dimenticare in fretta. Per esempio, molte persone credono che nel 1994 il governo Berlusconi sia caduto per l’opposizione dei sindacati al progetto di riforma delle pensioni. Ma non andò così: nella notte tra il 30 novembre e il primo dicembre, sindacati e governo concordarono di stralciare dalla legge finanziaria la riforma delle pensioni e quindi venne revocato lo sciopero generale programmato per il giorno dopo, 2 dicembre. Il governo Berlusconi cadde dieci giorni dopo, perché la Lega di Bossi gli tolse l’appoggio. Voglio dire, con questo, che il sindacato firmò un buon accordo, che ha dato i suoi frutti negli anni successivi e che è ancora valido oggi».
Sergio Cofferati da Cremona, 54 anni, detto «il cinese», segretario generale della Cgil (5,5 milioni di iscritti paganti la tessera), alla vigilia della più grande manifestazione sindacale della storia italiana, è la persona più è la persona più tranquilla che si possa immaginare, ma ci tiene a dire che lui, nella sua vita sindacale, alla fine gli accordi li fa. E poi il sindacato li rispetta. Seduto al tavolo del suo ufficio comunica con apparente distacco il bollettino dei trasporti: parlando dei 59 treni speciali prenotati ricorda che per l’ultima giornata del Giubileo 2000 furono quaranta.«Poi naturalmente ci sono i pullman, che stiamo cercando in Austria e in Slovenia;
tutti quelli che verranno in auto o in camper. Poi i pullmini, quelli da dieci posti. E infine la partecipazione della città di Roma, che immagino sarà alta. Sarà una bella giornata, una festa dei diritti. Di quelli conquistati dai nostri padri, di quelli conquistati dalla nostra generazione, di quelli che vogliamo trasmettere ai figli. Sarà una manifestazione molto “europea’’. E, se il governo vorrà calpestare questi diritti, ci sarà uno sciopero generale». Fa una pausa: «Di otto ore. A me piacerebbe che fosse una giornata del silenzio. Tutto fermo, tutto silenzioso».
Sergio Cofferati non è cambiato, le stesse cose le diceva già due mesi fa, quando veniva dipinto come «il signor no», l’Arthur Scargill italiano, il «residuato ideologico», il «sindacalista che cerca la carriera politica», la persona da cui la sinistra moderna farebbe bene a stare alla larga. Curiosamente, in soli due mesi – e stando fermo – mezzo mondo gli è venuto incontro e l’agenda politica del Paese adesso ruota intorno ai temi che la sua iniziativa ha fissato. Come ha fatto?
«Non ci siamo lasciati impressionare e abbiamo ragionato. Ancora prima dell’articolo 18. Io mi ricordo i primi incontri con il governo, quando noi della Cgil ci permettemmo di far presente che le stime di crescita economica presentate da Tremonti ci sembravano inattendibili. Poi venne l’11 settembre e apparve a tutti chiaro che il futuro non sarebbe stato roseo per nessuno. Persino Bush, il presidente della patria del liberismo, si rendeva conto che occorreva attuare misure anticicliche: sostegno alla domanda, interventi statali, tutele per i più deboli. A noi invece venivano a parlare di miracoli in arrivo. Una grande sorpresa poi scoprire che il governo, per la prima volta, non poneva come prioritario il problema del Mezzogiorno e anzi tagliava i finanziamenti agli interventi destinati a incentivare sviluppo, formazione, sicurezza, piani territoriali. Che sulla scuola si voleva regredire, mortificando e immiserendo la scuola pubblica nei confronti di quella privata. Che sul fisco la proposta di due sole aliquote non ha precedenti in nessuna parte del mondo e favorisce soltanto chi ha redditi che superano gli ottanta milioni l’anno; i redditi inferiori ci perdono. Che sulle pensioni, l’idea di sgravare le imprese dalla contribuzione sarà anche bella, ma svuota le casse dell’Inps, con il risultato che poi le prestazioni ai pensionati saranno ridotte».
Poi è arrivato l’articolo 18. Sergio Cofferati spiega: «Io ho una certa esperienza in questo campo, perché ho fatto per molti anni il sindacalista: francamente non ho mai visto un virtuoso processo che arrivi a un aumento dell’occupazione passando dai licenziamenti. Piuttosto ho sempre visto che chi vuole dare mano libera ai licenziamenti, vuole semplicemente licenziare. Già ora ci sono, scritti nei contratti, molte occasioni per gli imprenditori per procedere ai licenziamenti, individuali e collettivi. In questo caso il governo vuole aggiungere un’altra possibilità e dire che per legge si può licenziare chiunque senza dare spiegazioni. Io ti licenzio e non sono tenuto a dirti il perché. Certo, si dice che i ricorsi alla magistratura per il reintegro sono pochi, ma questo è un bene. Significa che l’articolo 18 è un deterrente».
«Io giro molto e incontro molte persone. Quando spiego di che cosa si sta parlando quando si parla di articolo 18, le persone capiscono. Ora leggo che il governo dice che noi della Cgil diciamo solo bugie e che loro faranno un’offensiva mediatica per spiegare che noi difendiamo i padri contro i figli. Non so come potranno essere convincenti, perché quando io spiego che la Cgil difende i diritti che i figli hanno avuto per le conquiste dei loro padri, mi capiscono. Mi auguro per loro che siano convincenti. Finora, pur avendo sei televisioni e un sacco di altri mezzi, non lo sono stati».
Dieci mesi fa l’Italia votava Berlusconi che non aveva fatto mistero di voler dare una bella botta al «sindacato dei comunisti», il cui mondo sembrava ridotto a una platea di pensionati, sommersi da una marea montante di individui legati allo Stato dalla sola partita Iva, pronti a scatenare la passione imprenditoriale per cui Dio onnipotente li aveva creati. Berlusconi aveva offerto molto: un po’ al popolo, con l’aumento delle pensioni minime a un milione, ma soprattutto alla Confindustria alla quale aveva garantito, per farla breve, che avrebbe pagato meno i salari, meno i contributi previdenziali, e meno tasse. Ho chiesto a Cofferati dove è andata a finire quella spinta, quella voglia di cambiamento, di libertà?
«È andata a finire che erano, per molta parte, delle promesse elettorali e basta. E poi è andata a finire che sempre più persone si accorgono che un mondo senza regole non è un mondo più libero: può diventare un mondo di persone più deboli e più sole. Quello che mi sembra di capire, parlando con molta gente in questi mesi, è che una sensazione diffusa sia diventata quella di un governo che non ti sta dando qualcosa, ma ti sta togliendo qualcosa. Che sta aggredendo i tuoi diritti. Ti dicono che vogliono andare verso una maggiore occupazione e intanto permettono di licenziarti più facilmente. Poi ti dicono che sarà più facile licenziare al sud che al nord. Poi ti dicono che vorrebbero di nuovo delle gabbie salariali, dopo aver messo delle gabbie di diritti. Io mi chiedo: come è possibile, che in un’Europa dei diritti, già sancita a Nizza, sia possibile in Italia avere due diversi regimi di licenziamento? E quando vado nel Mezzogiorno, trovo che mi fanno la stessa domanda». (Domanda: come trova il Mezzogiorno riguardo all’articolo 18? Risposta: Abbastanza furibondo).
Riflessione di un sindacalista che per anni ha firmato accordi con la Confindustria: «Io penso che l’attuale dirigenza di Confindustria sia la plastica dimostrazione delle difficoltà di molti industriali, con cui il governo ha scelto di legarsi, di affrontare l’Europa. Non la volevano, preferivano la svalutazione. Non la voleva, e non la vuole nemmeno ora, il governatore della Banca centrale. Non vogliono confrontarsi con la qualità, con la ricerca, preferiscono un costo del lavoro basso, la diminuzione delle tutele. Non vogliono l’allargamento dell’Europa ad est, perchè preferiscono un Est privo di diritti come destinazione delle loro merci. Posso dire? Non è una gran bella Confindustria, quella attuale».
Quando questo numero di Diario sarà in edicola, verso Roma, per la manifestazione indetta dalla Cgil saranno già in viaggio moltissime persone. Una piccola migrazione interna in tempi di pace, mentre grandi migrazioni di popoli si affacciano ai nostri confini. «Un’altra cosa che non capisco», dice Cofferati. «Ogni industriale sa che se vogliamo crescere economicamente, abbiamo bisogno di manodopera immigrata, perché con le nostre forze locali non ce la facciamo. Io trovo strano che ci siano industriali, nel Nordest ma non solo, che la mattina vanno all’ufficio di collocamento per cercare senegalesi o ghanesi e la sera manifestano contro l’immigrazione. Troverei molto più sensato mettersi intorno a un tavolo e tracciare progetti per un’immigrazione controllata, con diritti, con il diritto alla casa, alla formazione, al voto, per andare nel miglior modo possibile verso quella Italia multietnica alla quale necessariamente arriveremo».
Alla fine di questo colloquio, ho chiesto a Sergio Cofferati quale sarà il suo futuro. La domanda è naturalmente quella che gli pongono tutti, la risposta, studiata, è ironica: «Io sono un vasetto di yogurt, su cui è scritta la data di scadenza. La mia dice 29 giugno 2002, giorno in cui scade il mio mandato alla segreteria della Cgil».
Ho osservato che i temi della manifestazione del 23 marzo – non solo articolo 18, ma scuola pubblica, pensioni, fisco, mercato del lavoro, Europa – formano una specie di piattaforma politica per l’opposizione al governo Berlusconi e ha concordato. «Effettivamente è vero. La Cgil si muove da un punto di vista strettamente sindacale e il suo mestiere è quello di firmare accordi che tutelino e facciano avanzare i suoi iscritti, ma è vero che tutti questi temi sono politici. In tutto quello che osservo in questi mesi – i nuovi movimenti di cittadini, per esempio – vedo la richiesta di una rappresentanza politica, vedo e sento domande: mi auguro naturalmente che si trovino orecchie disposte ad ascoltarle. La mia impressione è che tutto questo livello di discussione, di dibattito, dimostri quanto l’Italia sia un paese molto vivo, molto reattivo, molto curioso. Noi italiani siamo abituati a chiedere molto e a me sembra che il clima di queste ultime settimane sia molto buono: in pratica tutti gli italiani stanno discutendo, stanno facendo i conti, parlano di pensioni e di salari. A me sembra molto importante che moltissime persone pensino ai loro diritti, a quelli che hanno conquistato e che non vogliano assolutamente perdere. Questo riguarda il posto di lavoro, la previdenza, l’assistenza sanitaria, ma si spinge oltre: a che cosa sarà l’Europa».
Ho chiesto: ha una intima soddisfazione per essere l’artefice della più grande manifestazione popolare che si sta preparando in Italia? Sergio Cofferati non ha risposto direttamente, ma ha ricordato che l’inizio di questa storia – il famoso articolo 18 – veniva definito «una questione marginale». Accusato di essere «ideologico», Cofferati pensa che «molto ideologici» siano i suoi interlocutori governativi. «Si definiscono molto moderni, ma non lo sono. Il loro è un programma antico, che non ha mai funzionato».
Alla fine Cofferati si distende sulla sedia: «In realtà, io penso che un grande sindacato confederale, solido, responsabile, faccia del bene a tutti. Dividere è una sciocchezza. Pensare di avere vita più facile con interlocutori divisi è un’altra sciocchezza. Porta alla solitudine, alla pena».
Dove vanno gli yogurt quando scadono?

domenica 26 febbraio 2012

Rigurgito padronale







«L'EUROPA SI ERA ILLUSA DI POTER EVITARE SCELTE DOLOROSE ORA INEVITABILI»
Marchionne: «Le fabbriche italiane si salvano solo se esporteranno in America»
Intervista all'a.d. Fiat: «Ma senza costi competitivi
dovremo ritirarci da 2 stabilimenti»

Massimo Mucchetti

MILANO - «Ha visto? Chrysler ha ritirato la domanda dei prestiti federali per le auto ecologiche». Il colloquio con Sergio Marchionne, amministratore delegato della Fiat, parte dall'America e sull'America finirà.
Dottor Marchionne, perché decidere ora quando Gm vi aveva rinunciato tempo fa?
«Perché ora Chrysler non ha più bisogno di quei dollari...».
Tre miliardi al tasso dello 0,1%.
«Alla fine eravamo scesi a 2, ma il tasso d'interesse basso si accompagnava a vincoli sugli aumenti di capitale e agli investimenti fuori dagli Usa. Troppi per mettersi le manette».
Adesso avete le mani libere.
«Sì, i prestiti dei governi di Stati Uniti e Canada li abbiamo restituiti nel 2011, versando mezzo miliardo di dollari quale risarcimento degli interessi che avremmo dovuto pagare se fossimo rimasti debitori fino alla scadenza».
Tiferete per la riconferma del presidente Obama che vi diede Chrysler?
«Ci auguriamo un risultato elettorale chiaro, con la stessa maggioranza al Congresso e alla Casa Bianca. Sennò si fatica a governare».
Sembra neutrale. Con Obama lo Stato è intervenuto nell'economia. Socialismo, accusano i repubblicani. Lei che pensa?
«L'intervento dello Stato non può essere giudicato in assoluto. Io condivido i valori americani, il primato dell'iniziativa privata. Ma nel 2008 l'economia intera stava andando alla malora. Il bail out dell'auto è stato necessario perché il sistema finanziario non era più in grado di affrontare i fallimenti. Ora i fondi Tarp sono stati quasi tutti rimborsati».
Come vede il 2012 per l'America?
«Sono molto ottimista».
Con tutto quel debito pubblico?
«In quel concorso di bellezza che è la vita spesso vince la meno brutta».
E l'Italia?
«Non siamo in condizioni floride. E però il nuovo governo, in pochissimo tempo, ha dato al mondo l'idea di un Paese che sta svoltando. Un successo incredibile. Ero a Washington durante la visita del premier Mario Monti. Ha avuto un'accoglienza straordinaria: Monti è stato un'ora a colloquio con il presidente Obama, ha riscosso grandissima attenzione al Peterson Institute, il think tank più importante. L'America è un animale enorme, che tende a percepire tutti gli altri come piccoli. Non è facile che dia tanta importanza ai suoi ospiti...».
Silvio Berlusconi attaccava i giudici dall'estero. E lei non certo incoraggiava i capitali internazionali dicendo che la Fiat non poteva investire in Italia per colpa della Fiom.
«Un momento: io non ho mai parlato male dell'Italia. Ho solo riconosciuto quello che non va perché era serio farlo nell'interesse della Fiat, che è un gruppo multinazionale, e, se permette, del mio Paese».
Se in America le chiedessero: dimmi, Sergio, adesso conviene investire in Italia?
«Conviene investire man mano che le riforme del governo Monti vanno avanti».
Tra queste spicca la riforma del mercato del lavoro. Che cosa pensa dell'articolo 18?
«Che ce l'ha solo l'Italia. Meglio assicurare le stesse tutele ai lavoratori in uscita in modi diversi, analoghi a quelli in uso negli altri Paesi. Diversamente, le imprese estere non capiscono e non vengono qui a investire».
E la Fiat che fa?
«La Fiat sta investendo».
È soddisfatto degli accordi sindacali?
«Sì. Ora possiamo lavorare».
Come mai allora, 14 mesi dopo il referendum, la produzione di Mirafiori scende da 70 mila a 54 mila auto l'anno quando se ne dovrebbero produrre 280 mila? Il progetto Fabbrica Italia, presentato nell'aprile 2010 a palazzo Chigi, appare in ritardo.
«Pomigliano è ripartita. Venga a visitarla: vedrà una fabbrica modello...».
Senza più iscritti Fiom tra i neoassunti.
«Falso. Si legga il Giornale . Riporta le parole on records di lavoratori che erano iscritti alla Fiom e non ne vogliono più sapere. Ma abbiamo deciso di non parlare più di Fabbrica Italia. Siamo l'unica azienda al mondo da cui si pretendono informazioni così di dettaglio. Gli investimenti li comunichiamo man mano li facciamo. E li facciamo in base al mercato. A Mirafiori, non si lavora per riempire i piazzali di veicoli invenduti. Ma Mirafiori tornerà a regime entro la fine del 2014 con un modello Fiat e uno Chrysler».
È sano che sindacalisti dal seguito non trascurabile siano costretti a uscire dagli stabilimenti portandosi via gli scatoloni come i banchieri della Lehman dopo il crac? Perfino negli anni di Valletta le commissioni interne da vano cittadinanza a tutti.
«Lasciamo la storia agli storici. Il quadro anche giuridico era diverso. La Fiom si trova in questa situazione in seguito al referendum del 1995 sulle rappresentanze sindacali, che essa stessa aveva sostenuto, e perché non firma quando pure l'accordo è stato approvato dalla maggioranza assoluta dei lavoratori».
In un Paese che ha avuto il terrorismo rosso è saggio isolare il sindacalismo radicale?
«Onestamente, non vedo oggi rischi analoghi a quelli di oltre trent'anni fa».
E se il governo regolasse il diritto di sciopero e le rappresentanze sindacali attuando gli articoli 39 e 40 della Costituzione, e dunque riaprendo le porte delle fabbriche alle sigle che raggiungono un certo quorum?
«Che senso ha schierarsi sulle ipotesi? Qualsiasi riforma non potrà prescindere dall'esigibilità degli accordi approvati dalla maggioranza dei lavoratori. La Fiat sarà coerente con le intese raggiunte con tutti gli altri sindacati e convalidate dalla magistratura. Se si assume le sue responsabilità, la Fiom può rientrare già adesso. Ma temo che Maurizio Landini stia facendo una battaglia politica».
Difende, dice, i diritti dei lavoratori.
«C'è forse un sindacalista che dica il contrario? In pratica, vedo un Landini più rigido, molto di più del suo predecessore, Gianni Rinaldini, con cui si poteva dialogare».
Ha mai cercato un chiarimento?
«Ci sono stati incontri riservati con esponenti della Fiom. La sinistra più intelligente ha provato a ricucire. Ma è andata male. Non possono pretendere che, nei fatti, sconfessi Cisl, Uil, Ugl e Fismic».
In Cgil c'è ora Susanna Camusso.
«Con Epifani si riusciva a ragionare di più. Camusso forse parla troppo della Fiat e di Marchionne sui media e troppo poco con noi».
Vorrà evitare che nasca una quarta confederazione a egemonia Fiom.
«Io sono un metalmeccanico che fa automobili. E fatica a capire chi considera Parlamenti i sindacati. In America, il capo della Uaw comanda e sa prendere impegni. Lo stesso accade in Germania con l'Ig Metal. E, mi creda, non sono sindacati comodi».
L'Italia ha la sua storia.
«Di troppa storia si muore».
La sua dichiarazione pro Bombassei e l'eventuale rientro in Confindustria non rischiano di trasformare il dopo Marcegaglia in un referendum sulla Fiat?
«Al referendum non ci avevo proprio pensato. Ma riflettendoci non mi interessa molto. Ho voluto semplicemente dire che stimo Bombassei come persona e come imprenditore e che credo sia in grado di cambiare radicalmente Confindustria che, come tutto il Paese, deve essere profondamente modernizzata».
Veniamo ai bilanci. Parlate di record per il 2011, ma Fiat e Fiat Industrial assieme fanno un utile della gestione ordinaria di 4,1 miliardi, pari al 4,8% dei ricavi aggregati quando nel 1989 il gruppo Fiat portò a casa, a moneta attualizzata, 4,8 miliardi di euro, pari al 9% dei ricavi di allora.
«Nel 1989 c'erano business poi gradualmente ceduti: Telettra, Snia, Impresit, sistemi ferroviari, Avio. Nel loro insieme, contribuivano per 700 miliardi di lire al risultato operativo consolidato di 4.670 miliardi. A parità di perimetro e a moneta inflazionata, quel margine sarebbe di 4 miliardi di euro. Dunque...».
Beh, nell'89 non c'era Chrysler.
«Consolidi allora pro forma Chrysler per 12 mesi e vedrà che il risultato della gestione ordinaria arriva a 5 miliardi di euro: 3,3 miliardi Fiat Spa e 1,7 Fiat Industrial».
Ma su ricavi ancora maggiori. Dunque, i margini restano minori, fatale per i produttori generalisti europei. Concentriamoci perciò su Fiat Spa, il cui cuore è appunto l'auto. Ebbene, senza l'apporto di Chrysler e la rivalutazione delle azioni Chrysler ottenute senza esborso monetario, e con un'aliquota fiscale media del 24%, l'utile netto consolidato di Fiat Spa supera di poco i 300 milioni. Non è molto...
«Nel 2011, l'aliquota fiscale media è del 24% perché risente dell'impatto quasi nullo dei proventi atipici. Con un carico fiscale normalizzato in relazione ai diversi Paesi dove operiamo, e senza Chrysler e i proventi atipici, l'utile sarebbe di 700 milioni...».
Escludevo la quota delle minoranze. Ma non è questo il punto. Con trasparenza, lei avverte che l'auto non è ancora a posto. Ed è questo il grosso problema per l'Italia.
«In effetti, ipotizzando Chrysler quale parte integrante del gruppo Fiat per l'intero 2011 e non solo per i 7 mesi citati, si può stimare che le attività automobilistiche in America Latina diano il 37% del risultato della gestione ordinaria e quelle nordamericane il 52%. Il resto del gruppo perderebbe appunto 500 milioni già a livello operativo se non potesse compensare con i risultati positivi di Ferrari, Maserati e componentistica».
Non crede che la Fiat Spa abbia anche un debito troppo grande e troppo costoso? Nel 2011 ha pagato 1,3 miliardi di oneri finanziari netti, pari al 55% del risultato della gestione ordinaria.
«L'esborso che lei cita comprende pure componenti di natura contabile per 200 milioni quali la valutazione degli equity swap e l'attualizzazione dei fondi pensione. Fiat-Chrysler ha debiti finanziari per 26,8 miliardi di euro. Ma una ventina restano liquidi».
Gli impieghi liquidi, si sa, rendono meno di quanto costi il debito. Quanto meno?
«Quasi 700 milioni».
Non converrebbe ridurre tanta liquidità?
«Ma lei si fida dei mercati finanziari?».
Molto poco.
«E allora dovrà riconoscere che questa liquidità è la nostra polizza contro un credit crunch ; il suo costo è il premio assicurativo».
Vedere tanta liquidità ferma in un Paese che ha avuto la Parmalat...
«Ma come si permette?! Si tratta di disponibilità liquidabili in tempi brevissimi e investite con controparti solide. Nessun legame con FGA Capital (la joint-venture con il Credit Agricole per il finanziamento delle vendite, ndr ) né con le posizioni bancarie dei concessionari. Non ci sono Gmac nel nostro perimetro, tanto per capirci (Gmac era la «banca» commerciale di Gm che la tirò a fondo, ndr ). Il fatto è che la liquidità serve perché è finito il tempo dei convertendi!».
Spieghiamo. Si chiamò convertendo un prestito di 3 miliardi che si convertiva dopo 3 anni in azioni e che nel 2002 salvò la Fiat.
«Oggi le banche, con gli accordi di Basilea, non potrebbero fare un prestito di quel tipo nemmeno se volessero».
Quanto pagano il denaro Fiat e Chrysler?
«La prima il 6%, confermato anche nell'ultima emissione obbligazionaria in franchi svizzeri, e l'altra poco più dell'8%».
Perché questa differenza se Chrysler è meglio di Fiat? Il mercato si preoccupa perché ha un patrimonio netto negativo per 3 miliardi di dollari e uno netto tangibile negativo addirittura per 8 miliardi?
«Il patrimonio netto contabile di Chrysler risente degli oneri straordinari sostenuti al riavvio dell'attività nel 2009. E gli intangibles pesano per il 13% del totale di attività, impianti e macchinari per il 41%. Sono solo questioni contabili. Oggi il business fa profitti e cassa, le vendite aumentano del 26% in un mercato che cresce del 10%, ed è ciò che conta».
Chrysler dovrà pagare pensioni per circa 32 miliardi di dollari e ha attività finanziarie per 25,5 miliardi. Uno squilibrio pesante che non viene ricompreso nel debito.
«La quota unfunded del fondo pensioni non è un debito finanziario, ma un impegno verso i dipendenti da onorare nel tempo. Molte imprese americane hanno quote unfunded nei fondi pensione. D'altra parte, l'1% in su o in giù nei tassi rivaluta o svaluta di 3 miliardi le attività finanziarie del fondo Chrysler».
Le decisioni della Federal Reserve contano più delle vostre, verrebbe da dire. Ma se la Fiat sale all'80% del capitale Chrysler, diventa responsabile in via surrogatoria di eventuali inadempienze del fondo pensioni.
«Sarebbe un problema solo se Chrysler versasse in stato di insolvenza. Gli Organizational Documents di Chrysler, comunque, assicurano che Fiat non sarebbe soggetta a tali obblighi in maniera inattesa. Ma oggi Chrysler va bene, ne abbiamo il 58% e il resto appartiene al fondo Veba dei sindacati».
Che rimarranno soci ancora a lungo?
«Non troppo a lungo. O compreremo noi quelle azioni (abbiamo un'opzione) o troveremo assieme il modo di ricollocarle».
Quale futuro per Fiat-Chrysler?
«Le ipotesi sono tre: a) un'offerta pubblica delle azioni Chrysler; b) Fiat compra e sale al 100%; c) si fa la fusione Fiat-Chrysler che comporterebbe l'automatica quotazione di Chrysler e diluirebbe sia Veba che Exor».
Qual è l'ipotesi più probabile?
«La meno probabile è la prima».
Dottor Marchionne, Giovanni Agnelli non volle rinunciare al controllo sull'auto. Lei riconobbe con gli analisti che Fiat Auto da tanti anni non ripagava il costo del capitale investito dai soci. Qual è il suo mandato?
«Il mio mandato nel 2004 era molto semplice: salvare un'azienda quasi fallita. E ci siamo riusciti. Poi di rendere la Fiat redditiva. E il risultato del 2011, pur in una situazione economica molto difficile, mi pare testimoni che l'operazione è ampiamente riuscita».
L'entità dei suoi compensi fa discutere.
«I miei compensi hanno una parte fissa e una variabile costituita da opzioni sulle azioni Fiat, e dunque legata alle quotazioni del titolo. È questa che ha indotto a certi calcoli. In realtà, nel 2004, quando nessuno ci credeva, mi è stato assegnato lo stesso numero di opzioni che aveva Giuseppe Morchio, e un prezzo d'esercizio più alto. Per quattro anni su otto non avevano alcun valore. Se oggi ce l'hanno, dipende dall'andamento del titolo di cui beneficiano tutti i soci».
Ma c'è un'enorme sproporzione tra i compensi dei top manager e quelli del dipendente medio. Un tempo non era così.
«Trent'anni fa non si era ancora creato un mercato delle competenze manageriali come quello attuale».
Lo spread tra le obbligazioni Volkswagen e quelle Fiat è superiore al differenziale tra i Btp e i Bund tedeschi. Come mai?
«Ciascun debitore ha la sua storia».
Infatti, lo Stato italiano ha varato la manovra per risanare i conti pubblici. La Fiat farà un aumento di capitale?
«Non serve. Nel 2012 investiremo oltre 7 miliardi, ma senza aumentare il debito. Useremo semmai un po' della nostra liquidità...».
E intanto zero dividendo alle ordinarie.
«È il momento di rafforzare il patrimonio. Più in generale, si deve capire che l'auto è un business che, quando tira, genera molta cassa. Già nel 2007 il gruppo Fiat aveva azzerato il debito industriale netto».
Ne avete abbastanza per reggere la sfida della multipiattaforma Volkswagen per 20 modelli diversi?
«Fiat spende in ricerca e sviluppo il 5,3% dei ricavi. La media dei produttori generalisti europei è del 5,7%. Ce la stiamo giocando. La multipiattaforma Volkswagen rientra nei processi di standardizzazione e razionalizzazione comuni a tutti i produttori, anche se c'è chi ha cominciato prima e chi, come noi, un po' dopo. Ferdinand Piëch è un grandissimo. Ma con le sue 10 architetture, Fiat-Chrysler riuscirà a non sacrificare le prestazioni delle vetture di segmento superiore e a non caricare costi insostenibili su quelle di segmento inferiore. Già nel 2014 metà dei nuovi modelli Chrysler e Fiat verranno da una piattaforma comune».
Ford e Gm varano piattaforme da 2 milioni di pezzi.
«Oltre il milione le economie di scala tendono a esaurirsi».
Ma dove sono questi nuovi modelli?
«La Fiat ha scelto di rallentare il lancio dei nuovi modelli per la scarsità della domanda in Europa».
I concorrenti fanno il contrario.
«Ed ecco che Peugeot-Citroen, Opel, Renault e la stessa Ford Europe perdono soldi nel Vecchio Continente».
Come voi, del resto. Ma almeno hanno difeso le quote di mercato.
«Ragionando così non si va lontano. Guardiamo avanti. La domanda di automobili in Europa è destinata a rimanere bassa ancora a lungo. Almeno fino al 2014. Le case generaliste hanno troppa capacità produttiva...».
Secondo il Financial Times, Renault e Psa sfruttano gli impianti al 62%, Fiat al 50%. Volkswagen al 75%.
«Volkswagen è un caso a parte. Ha cominciato 20 anni fa a scalare il mondo e ci sta arrivando. La Francia invece si era illusa di poter reggere tale e quale, magari con i sussidi statali. Ora anche Philippe Varin, il mio collega della Psa, pone il problema dell'eccesso di capacità produttiva in Europa. Ma la Fiat ha una straordinaria opportunità negli Stati Uniti. Che hanno fatto quanto l'Europa si era illusa di poter evitare: chiudere un certo numero di stabilimenti per abbassare i costi fissi in relazione alla domanda attesa nella produzione di massa. Le linee premium, dove eccellono Bmw, Audi, Mercedes, Porsche, ma anche le nostre Ferrari e Maserati, sono tutto un altro film...».
L'Europa come la Detroit del 2005?
«Ricordo solo che Chrysler perdeva vendendo quasi 3 milioni di automobili, oggi pareggia con 1,5 milioni e nel 2012 ne venderà 2,4 milioni. La domanda sta rifiorendo...».
Chrysler riaprirà i siti dismessi?
«No, quelli sono finiti alla car.co in liquidazione. Le fabbriche della nuova Chrysler stanno già marciando a pieni giri. Potremo aumentarne un po' la capacità produttiva. Ma ormai negli Usa c'è un terzo della domanda che potrà essere soddisfatta solo dal Messico, dal Canada o dall'Europa. Gli stabilimenti Fiat italiani hanno l'opportunità di esportare negli Stati Uniti. Questo penso di fare per l'Italia ed è per questo che trovo insopportabilmente razzista dipingermi come un uomo senza patria: svizzero, canadese, americano, italiano a seconda delle comodità polemiche».
Che cosa ci vuole adesso?
«L'indebolimento dell'euro verso il dollaro aiuta, ma servono costi competitivi. Sa perché gli Usa funzionano con un costo orario del lavoro più alto di quello italiano? Perché si utilizzano in modo pieno e flessibile gli impianti. L'Italia deve tenerne conto».
Ma bisogna anche avere il prodotto. La Chrysler ha avuto la tecnologia Fiat...
«Chrysler è tornata al profitto ristrutturandosi, e cioè con le sue forze. Il primo modello a tecnologia Fiat è la Dart. Che abbiamo cominciato a vendere adesso».
Grazie agli accordi, Fiat ha avuto il 35% di Chrysler in cambio dell'accesso a tutte le sue tecnologie da parte della casa di Auburn Hills. Il governo americano le valuta miliardi di dollari. Nel bilancio Chrysler sono iscritte per 320 milioni di dollari.
«Confermo i numeri di Chrysler».
Che danno a Fiat 120 milioni di guadagno.
«Il prezzo delle tecnologie dipende dalle circostanze in un cui vengono scambiate».
La Fiat inventò il common rail e lo vendette per poche decine di miliardi di lire.
«Non giudico quelle scelte. Non c'ero. Nelle condizioni in cui è oggi la Fiat non lo venderei. Magari ci farei una licenza».
L'Italia ha ancora un cluster dell'auto competitivo oppure no?
«La storia è grande, ma anche la Grecia era il bacino della democrazia. Esistono ancora diffuse competenze. Non mancano tentativi di aggregazione. Ma manca una regia. E oggi anche la Chrysler sta dimostrando inaspettate capacità tecnologiche. Lo dico sempre ai nostri ingegneri: non si vive sugli allori».
Chi dovrebbe essere il regista?
«Se ne dovrebbe occupare chi guida la politica industriale del Paese».
La Fiat non è riuscita a rilanciare l'Alfa Romeo. Perché non la cede a Volkswagen?
«Perché non la vogliamo vendere. E in ogni caso Piëch vorrebbe solo il marchio».
Non si prenderebbe un sito produttivo?
«So quel che dico. E l'Alfa ci serve in America».
In Brasile, Serbia, Usa la Fiat trova diversi ma sempre rilevanti aiuti da parte degli Stati. Che cosa si attende dal governo italiano?
«Mi attendo soprattutto che non dia altri incentivi alle rottamazioni. È vero, in passato li abbiamo chiesti anche noi. E abbiamo fatto male. Anche perché hanno sostenuto al 70% le vendite dei concorrenti».
La Fiat Auto ha lasciato Termini Imerese. Le restano Mirafiori, Cassino, Atessa, Melfi e Pomigliano. Se non funzionassero le esportazioni verso gli Usa, quanti sarebbero i siti eccedenti?
«Tutti gli stabilimenti staranno al loro posto. Abbiamo tutto per riuscire a cogliere l'opportunità di lavorare in modo competitivo anche per gli Stati Uniti, ma se non accadesse dovremmo ritirarci da 2 siti dei 5 in attività».
Quali?
«Ricorda Sophie's choice? Nel film, alla fermata del treno il nazista chiede a Sophie uno dei suoi due figli. In caso contrario li avrebbe ammazzati tutti e due. Sophie resiste, ma alla fine deve scegliere e passa il resto della sua esistenza con l'incubo di quella decisione. Dunque, per favore, non me lo chieda».
(24 febbraio 2012)

martedì 7 febbraio 2012

Ossessione bianca



Non appartengo alla generazione che ha conosciuto la tragedia della guerra, né a quella che ha patito nella ricostruzione. Sono arrivato dopo, senza alcun merito ovviamente ed è stata una fortuna. Nonostante questo, ricordo che la carne era riservata soprattutto alla domenica e alle altre feste comandate. Che l'attenzione all'uso di olio e di parmigiano era ogni volta raccomandata e che del pane si consumava fino all'ultima briciola. Forse, chissà, si producevano anche meno rifiuti.
Il deterrente adoperato, di facile presa, erano i racconti degli adulti sul periodo della guerra. Le descrizioni dei pasti, l'irruzione del mercato nero che, nell'immaginario di un bambino, si collocava come la residenza del famigerato uomo nero.
Suggestione prima e consapevolezza dopo, sta di fatto che ho sempre cercato di fare un uso consapevole delle risorse alimentari, di evitare lo spreco ed il superfluo, anche quando ci si può permettere di più (sempre maggiormente di rado).
Eppure, entrando in panetteria, ho provato sorpresa trovando la fila e, soprattutto, verificando che le scorte si stavano esaurendo. Il fornaio m'informava che, senza l'arrivo di nuovi sacchi di farina, entro un paio di giorni avrebbe dovuto calare la saracinesca. Altro che sotto la neve pane. Ma le sorprese non si erano esaurite, perché entrando nel supermercato rimanevo sconcertato. La visione era apocalittica. Come se fosse passato un branco di cavallette e avesse fatto piazza pulita di tutto. Il reparto ortofrutta semplicemente inesistente, il banco frigo svuotato. Di latte e derivati tracce residue. Esauriti anche i barattoli di legumi. Alcuni pacchi di pasta erano rimasti sugli scaffali. Per fortuna ho trovato la carta igienica. Scaraventato indietro di almeno mezzo secolo.
Se avessi disposto di più tempo ci sarebbe stato materiale, quello sì in abbondanza, per una modesta quanto significativa indagine sociologica su quello che le persone considerano necessario e ciò che invece ritengono superfluo. Esaminare poi i loro comportamenti, probabilmente compulsivi, inguaribilmente deteriorati dallo sfavillante consumismo.
Eppure sono stati sufficienti alcuni giorni di precipitazioni nevose, per quanto abbondanti, per far crollare la fragilità di un sistema che si millanta non solo come evoluto, ma pure inattaccabile.
Riconosco gli eventi eccezionali, amplificati però da infrastrutture decadenti se non inesistenti che hanno creato situazioni emergenziali in vaste aree della penisola. 
D'inverno, si sa, è molto probabile che nevichi, ma nello stesso tempo le previsioni meteo hanno raggiunto alti livelli di affidabilità, eppure non si è mai preparati a fronteggiare le varie situazioni. Tutto diventa subito catastrofico e viaggiare in treno, che di norma è un'avventura, quando la temperatura va sottozero, significa trovarsi a vivere autentici drammi. Il profitto dell'alta velocità, a discapito di tratte importanti, ma meno redditizie diventa la concausa di tutto ciò. S'inseguono opere faraoniche, che naturalmente non verranno mai realizzate, mentre si trascurano colpevolmente la salvaguardia e la tutela del territorio. Per non parlare del viluppo di competenze che produce il più scontato e stantio scaricabarile, lo sport nazionale per antonomasia.
Nel frattempo controllo le mie provviste, verifico che il pane nella madia sia sufficiente e preparo mentalmente una lista mirata della spesa, sperando che non tornino ancora le voraci cavallette. Tiene la luce, il gas non manca (e peserà parecchio sull'economia domestica), l'acqua continua a scorrere. Posso ancora reggere la spallata del tradizionale generale Inverno.

sabato 4 febbraio 2012

La sfiga della botta di culo



Una cara amica mi suggerisce di andare a leggere quanto prima un pezzo di Dario Vergassola pubblicato su “Il Venerdì” di Repubblica.
Resto perplesso, ma non replico e prometto che lo farò. In fondo Vergassola non è quel comico che conduce un programma su “La7” con Serena Dandini? Sarà un pezzo di satira, come mai dunque quella “calda raccomandazione”?
Ho capito il motivo solo quando ho finito di leggere l'articolo sottostante: bello da fare molta rabbia. E credo ci sia anche da essere preoccupati se un comico, che come mestiere dovrebbe far ridere e non ha più la concorrenza sleale a Palazzo Chigi, riesca invece a dar voce a tutta l'irritazione che le persone dotate di buon senso hanno provato leggendo la sublime bestialità del sottosegretario al Lavoro Michel Martone, peraltro sbertucciato a dovere da Marco Travaglio, giovedì scorso, nella trasmissione “Servizio Pubblico”.



I  nostri figli sfigati che fanno l’Università per diventare precari
di Dario Vergassola

Il viceministro del lavoro Michel Martone ha dichiarato: “Chi si laurea dopo i 28 anni è uno sfigato”. A questo punto mi chiedo quale sarà il prossimo passo del governo dei Professori: i bambini che non superano l’esame di primina, saranno gettati giù da una rupe come ai tempi degli spartani?
Parlo per esperienza personale: mio figlio, che io per primo giudico un privilegiato, ci ha messo parecchio a laurearsi perché ha perso tempo distraendosi appresso al cazzeggio, alla musica, ai viaggi, agli amici, alle fidanzate (così tante che mi meraviglio pure che si tratti di mio figlio). Nonostante questo non lo giudicherei mai uno sfigato, piuttosto lo chiamerei un incorreggibile pelandrone. Perché usando l’appellativo sfigato, invece, rischierei di offendere tutti quei giovani che magari si laureano più tardi della media, solo perché non hanno la fortuna di essere figli di un comico o di un avvocato famoso.
E  mi riferisco a un esercito di studenti fuori sede, che oltre a combattere contro la fatica imposta loro dai libri, dai professori universitari e dal disastro della riforma Gelmini, combattono tutti i giorni anche per sopravvivere e per pagarsi gli studi. Generalmente vivono in città piuttosto lontane da quelle dove sono nati, che raggiungono tutti i lunedì a bordo di treni scomodi, sporchi e sovraffollati per andare a passare la settimana in appartamenti accoglienti come garage ma costosi come attici, insieme ad altri studenti con i quali – in molti casi – condividono pure la stanza da letto e di studio (una condizione che certo non ti agevola la concentrazione quando sei a casa a preparare un esame).
Anche se a dire il vero loro in queste case non ci stanno poi così tanto, visto che spesso, dopo le lezioni, sono in giro a fare mille lavori: camerieri, babysitter, fattorini, addetti ai call center. Qualsiasi cosa – insomma – gli permetta di racimolare qualche soldo con cui pagarsi l’affitto (quasi sempre in nero), nonché la retta universitaria (sempre più cara).
Più che dei grandi sfigati io li trovo piccoli eroi. E non m’importa se ci metteranno più degli altri a laurearsi. So per certo che sia quei pochi di loro che diventeranno la futura classe dirigente del Paese, che quei tanti che saranno disoccupati a vita con laurea, saranno consapevoli del valore che hanno i sacrifici, sperando che anche a qualcuno di loro arrivi una botta di culo, come quella di diventare viceministro a 37 anni.

(3 febbraio 2012)

domenica 11 dicembre 2011

C'erano una volta i treni della notte






Addio ai treni notturni tra Nord e Sud

cancellato anche il "Treno del sole"



Le ferrovie cancellano gli ultimi treni a lunga percorrenza che per decenni sono stati il simbolo dell'emigrazione. Tutti i convogli partiti dalla Sicilia si fermeranno a Roma



di SALVO CATALANO


PALERMO - Per decenni i loro nomi evocativi sono stati un simbolo dell'Italia unita e dell'emigrazione: Treno del sole, Trinacria, Treno dell'Etna. Un simbolo che adesso finirà nei ricordi: dal prossimo 12 dicembre chi dalla Sicilia vorrà raggiungere Milano, Torino e Venezia non potrà più farlo in treno. Con il nuovo orario invernale, Trenitalia ha deciso di cancellare gli ultimi tre collegamenti diretti che erano rimasti con le città del Nord. Fermata obbligata diventerà Roma.


Nel 2005 erano 56 i treni circolanti da Nord a Sud e viceversa. Oggi sono 26, e da lunedì prossimo saranno dieci. I sindacati Fit Cisl e Filt Cgil denunciano i numeri che illustrano il disimpegno del gruppo Ferrovie dello Stato dalla Sicilia. "È il colpo di grazia - denuncia Franco Spanò, segretario generale della Filt Cgil - Viene negato ai siciliani il diritto alla mobilità e alla continuità territoriale". Oltre ai disagi per i passeggeri, secondo i calcoli della Fit Cisl, spariranno oltre 150 posti di lavoro tra macchinisti, capi treno, operatori della manutenzione e personale dell'indotto ferroviario.


Attualmente sono 26 i treni che uniscono le città siciliane al resto d'Italia, dal 12 dicembre diventeranno cinque da Palermo e cinque da Siracusa, tutti con destinazione Roma. Verranno cancellati del tutto il Palermo/Siracusa-Torino (Treno del sole), il Palermo/Siracusa-Milano (Trinacria) e il Palermo/Siracusa-Venezia (Freccia della Laguna). Soppresso anche l'Agrigento-Roma e viceversa. Se gli abitanti della città dei Templi vorranno raggiungere la capitale dovranno optare per il pullman.


Chi, invece, sceglierà di viaggiare in treno verso una città più a nord di Roma, sarà costretto a scendere comunque nella capitale e cambiare convoglio. "Attualmente il costo medio per andare da Palermo a Milano con un treno notte è di cento euro - afferma Spanò - Da dicembre non si sa". Trenitalia, che fornisce i servizi su commissione del ministero delle Infrastrutture, garantirà integrazioni tariffarie sui collegamenti da Roma in su per chi proviene dalla Sicilia. "Ma in questo momento è una promessa del tutto astratta - spiega Spanò - Non sappiamo se sarà mantenuta, quanto durerà e come si eserciterà. Abbiamo chiesto più volte un confronto, ma non abbiamo avuto notizie".


Resta incerto anche il futuro dei vagoni letto sui treni notte per Roma, visto che ad oggi è impossibile prenotare un posto per il 12 dicembre. Secondo i dati della Fit Cisl in quattro anni, dal 2006 al 2010, a causa dei tagli operati da Rfi e Trenitalia, il numero di passeggeri trasportati tra le due sponde dello stretto si è ridotto di un milione e duecentomila unità. Sulle decisioni di Trenitalia ha influito il pesante taglio sul trasferimento di risorse da parte del precedente governo, che ha spinto i dirigenti dell'azienda pubblica a tagliare le linee economicamente svantaggiose. "Un servizio obsoleto che aveva senso vent'anni fa" spiegano dall'ufficio stampa di Trenitalia, secondo cui, con l'eccezione dell'alta stagione, i treni notte vengono scelti da poche decine di persone.


Soltanto nel triennio 2008-2010 c'è stato un calo del 25 per cento di passeggeri. "Che il numero dei passeggeri sui treni notte dalla Sicilia fosse basso è una falsità - spiega il segretario Filt Cgil Spanò - Anzi, da un anno e mezzo Trenitalia porta avanti una politica di disincentivazione, ostacolando le prenotazioni e preferendo far viaggiare i vagoni vuoti per poi usare questo argomento a sostegno delle sue irresponsabili scelte". Il segretario della Cisl Sicilia, Maurizio Bernava, invita a "una forte reazione" i politici siciliani, il mondo sociale e lancia la proposta di una grande manifestazione a Roma per metà dicembre.


(6 dicembre 2011)