Le ferrovie cancellano gli ultimi treni a lunga percorrenza che per decenni sono stati il simbolo dell'emigrazione. Tutti i convogli partiti dalla Sicilia si fermeranno a Roma
di SALVO CATALANO
PALERMO - Per decenni i loro nomi evocativi sono stati un simbolo dell'Italia unita e dell'emigrazione: Treno del sole, Trinacria, Treno dell'Etna. Un simbolo che adesso finirà nei ricordi: dal prossimo 12 dicembre chi dalla Sicilia vorrà raggiungere Milano, Torino e Venezia non potrà più farlo in treno. Con il nuovo orario invernale, Trenitalia ha deciso di cancellare gli ultimi tre collegamenti diretti che erano rimasti con le città del Nord. Fermata obbligata diventerà Roma.
Nel 2005 erano 56 i treni circolanti da Nord a Sud e viceversa. Oggi sono 26, e da lunedì prossimo saranno dieci. I sindacati Fit Cisl e Filt Cgil denunciano i numeri che illustrano il disimpegno del gruppo Ferrovie dello Stato dalla Sicilia. "È il colpo di grazia - denuncia Franco Spanò, segretario generale della Filt Cgil - Viene negato ai siciliani il diritto alla mobilità e alla continuità territoriale". Oltre ai disagi per i passeggeri, secondo i calcoli della Fit Cisl, spariranno oltre 150 posti di lavoro tra macchinisti, capi treno, operatori della manutenzione e personale dell'indotto ferroviario.
Attualmente sono 26 i treni che uniscono le città siciliane al resto d'Italia, dal 12 dicembre diventeranno cinque da Palermo e cinque da Siracusa, tutti con destinazione Roma. Verranno cancellati del tutto il Palermo/Siracusa-Torino (Treno del sole), il Palermo/Siracusa-Milano (Trinacria) e il Palermo/Siracusa-Venezia (Freccia della Laguna). Soppresso anche l'Agrigento-Roma e viceversa. Se gli abitanti della città dei Templi vorranno raggiungere la capitale dovranno optare per il pullman.
Chi, invece, sceglierà di viaggiare in treno verso una città più a nord di Roma, sarà costretto a scendere comunque nella capitale e cambiare convoglio. "Attualmente il costo medio per andare da Palermo a Milano con un treno notte è di cento euro - afferma Spanò - Da dicembre non si sa". Trenitalia, che fornisce i servizi su commissione del ministero delle Infrastrutture, garantirà integrazioni tariffarie sui collegamenti da Roma in su per chi proviene dalla Sicilia. "Ma in questo momento è una promessa del tutto astratta - spiega Spanò - Non sappiamo se sarà mantenuta, quanto durerà e come si eserciterà. Abbiamo chiesto più volte un confronto, ma non abbiamo avuto notizie".
Resta incerto anche il futuro dei vagoni letto sui treni notte per Roma, visto che ad oggi è impossibile prenotare un posto per il 12 dicembre. Secondo i dati della Fit Cisl in quattro anni, dal 2006 al 2010, a causa dei tagli operati da Rfi e Trenitalia, il numero di passeggeri trasportati tra le due sponde dello stretto si è ridotto di un milione e duecentomila unità. Sulle decisioni di Trenitalia ha influito il pesante taglio sul trasferimento di risorse da parte del precedente governo, che ha spinto i dirigenti dell'azienda pubblica a tagliare le linee economicamente svantaggiose. "Un servizio obsoleto che aveva senso vent'anni fa" spiegano dall'ufficio stampa di Trenitalia, secondo cui, con l'eccezione dell'alta stagione, i treni notte vengono scelti da poche decine di persone.
Soltanto nel triennio 2008-2010 c'è stato un calo del 25 per cento di passeggeri. "Che il numero dei passeggeri sui treni notte dalla Sicilia fosse basso è una falsità - spiega il segretario Filt Cgil Spanò - Anzi, da un anno e mezzo Trenitalia porta avanti una politica di disincentivazione, ostacolando le prenotazioni e preferendo far viaggiare i vagoni vuoti per poi usare questo argomento a sostegno delle sue irresponsabili scelte". Il segretario della Cisl Sicilia, Maurizio Bernava, invita a "una forte reazione" i politici siciliani, il mondo sociale e lancia la proposta di una grande manifestazione a Roma per metà dicembre.
Capita, a Napoli, che un Suv sosti accanto ad un marciapiede su un viale intensamente trafficato. Capita poi, a Napoli, che un omologo (del veicolo) gli si accosti affiancandolo e i due conducenti, sempre sullo stesso viale, si scambino affettuosità reciproche, del genere: “io ce l'ho più grosso (il fuoristrada) del tuo”. Accanto ai due bestioni (mezzi e proprietari) il susseguirsi di auto e motoveicoli continua senza soluzione di continuità, sebbene lo spazio disponibile sia visibilmente ridotto.
La conversazione amena e prolungata tra i due bestioni (proprietari) ostacola anche coloro che dal parcheggio devono uscire ed evidentemente non possono essere interessati alla congestione provocata dai due bestioni (mezzi). Bontà loro i due bestioni (proprietari) decidono che le informazioni scambiate sono sufficienti, magari per organizzare la serata e ripartono incolonnati tra lo strombazzare di ogni strumento disponibile.
Capita, a Napoli, che il sorpasso a destra sia una pratica abbastanza diffusa, soprattutto per i motorini che s'infilano in ogni spazio disponibile, meglio se ospitanti due persone, in genere con casco alternato (nel senso che il guidatore lo indossa e il passeggero no).
Capita, a Napoli, che la Polizia municipale sia molto attiva, in gruppi di tre o quattro agenti, a comminare multe per divieto di sosta, tralasciando tutte le altre irregolarità che, evidentemente, sono più difficili e anche rischiose da gestire. Meglio appartarsi nei pressi delle strisce blu (che peraltro sono quasi ovunque), a distanza però di sicurezza, mettiamo nei pressi di un bar e da lì tener sotto controllo la situazione. Se un auto gira in lungo e in largo, alla chiara ricerca di un parcheggio, si allungano i colli, si mostra un cipiglio che vorrebbe fungere da deterrente e l'automobilista normale, a meno che non guidi una Smart, viene dissuaso e si allontana sperando in una sorte più benevola.
Appunto la Smart. Capita, a Napoli, che ne girino parecchie, in genere guidate da donne, che sfrecciano aggressive, ignare (volutamente) di regole e comportamenti. Passano dovunque, strisce o non strisce (quelle che dovrebbero tutelare i pedoni), destra o sinistra che sia lungo le strade, sempre densamente frequentate.
Ora si prendano Smart e Suv, gli opposti automezzi, si mescolino assieme e si avrà un'idea, solo pallida veramente, di come funziona – si fa per dire – il traffico in una delle principali città italiane. Per amore di sintesi: senza regole.
Già, le regole, queste sconosciute, uno dei tanti motivi che rendono Napoli assai diversa dalle più importanti capitali europee con cui è affine solo nelle zone “bene” quelle dove si fa la fila ordinatamente davanti alla boutique, per esempio, di un noto marchio di scarpe.
Figli e figlie di evasori, oppure ladri fiscali padri e madri, attendono che il vigilante-gorilla li faccia entrare due a due nella basilica al cui interno non possono crearsi congestioni che turberebbero la coscienziosa scelta degli evasori di prima e seconda generazione.
Capita, a Napoli, che nella passeggiata serale di fine settimana, molto vivace e colorita, s'inserisca la bizzarra corporazione dei “pescatori di Mergellina”, che sfilano portando a spalla non so bene quali idoli. I “battenti”, a piedi nudi, richiamano l'attenzione con canti propiziatori, litanie trasmesse di padre in figlio, preceduti e seguiti dai membri più anziani che vanno elemosinando un contributo ai numerosi passanti e ai clienti dei vari bar all'aperto.
A proposito di Mergellina, accade che nella monumentale stazione “disabilitata” (nel senso che la biglietteria non è più funzionante da un mese) e candidata a diventare un hotel a cinque stelle per i clochard e i nullafacenti, ci sia un giovane – certamente non indigeno – impegnato a fare più biglietti self service. A pochissima distanza da lui, nell'androne altrimenti deserto con una solitaria e nascosta tabaccheria ancora aperta, gironzolano un paio di ragazzotti che di tanto in tanto prendono a calci un pallone, oppure lo facciano rimbalzare rumorosamente.
Il più grande dei due esibisce un cellulare di ultima generazione, ben stretto in una mano, alternando lo sguardo tra il largo display e le manovre del giovane alla biglietteria automatica. Devo fare anch'io il biglietto, ma avendo una certa premura mi trasferisco altrove. A distanza di giorni, tuttavia, mi sorprendo a chiedermi cosa sia accaduto al mite ragazzo dopo aver raccolto i biglietti (ammesso che sia riuscito a farli).
Ma la domanda che prevale sopra tutte le altre, disintegrandole, è: perché?
Lo stupore che sempre si rinnova, nonostante tutto, nonostante si sappia, sempre alla fatale domanda (“perché?”) si collega.
L'indignazione, soppressa ormai dall'indifferenza, riguarda questa domanda e l'oggetto della stessa: la “munnezza”.
Puzzolente più che mai, straripante ed aggressiva, composta da sacchetti di tutte le risme e colori, cartoni ammucchiati, carta svolazzante, cumuli che crescono giorno dopo giorno nella loro oscenità. E' indegno, questo stomachevole spettacolo, in un Paese che vorrebbe definirsi civile. Forse neppure nello sperduto Benin (per dire) si assiste a questa realtà sconvolgente.
Da molti mesi, in una via laterale ad un'altra, importante, di un quartiere densamente popolato, si intravede lo scheletro di quello che era un motorino, completamente arrugginito e sprofondato tra rifiuti di ogni genere merceologico: da vomito. Come il delirante rimpallo tra Asìa e Vigili Urbani sulla competenza nella rimozione.
La gente si trascina tra i marciapiedi, in realtà impercorribili, con apparente rassegnazione, immersa in un ambiente dove aleggia il senso cupo del disagio e della trascuratezza. Anche il sole, ne sono certo, quando si leva ad illuminare un paesaggio urbano così subumano, sarebbe tentato di tramontare immediatamente.
Tante zone deturpate da incuria e rifiuti appaiono spettrali nella loro tetraggine. C'è una lunga e immonda striscia di masserizie, scarti di lavorazione edile, materassi, accessori sanitari, materiale indistinguibile che fiancheggia l'ex zona industriale individuata come “Bagnoli futura”: l'occhio la percorre con rammarico e sconcerto crescenti per quello che avrebbe potuto essere (nei progetti) e che la noncuranza criminale della classe dirigente ha consegnato al degrado.
Poi ci s'imbatte in questo e in quest'altro ancora e allora si può ragionevolmente e sconsolatamente concludere che per Napoli non c'è speranza, anche se poi il sangue oggi si è sciolto.
A colazione: monnezza, a pranzo: monnezza, a cena: monnezza. Se poi ci scappa la merenda pomeridiana: sempre monnezza. Come quel liquore di un remotissimo spot: che la squadra del cuore vinca, perda o pareggi sempre Stock84.
E così, a Napoli, la monnezza entra in ogni momento della giornata: dalla tv se si sta facendo colazione, dalle conversazioni conviviali del pasto principale, dall’edizione del tg regionale la sera e anche all’ora del tè, dopo la passeggiata post prandium tra un Everest di spazzatura e un Kilimangiaro di rifiuti. Tanto da ritenere la monnezza ormai organica al paesaggio. Vorrei dire armonica, ma sarebbe sconveniente. Non stupirebbe, però, se anche i maestri presepai, ormai in piena attività, inserissero i cumuli di rifiuti tra le statuine della rappresentazione natalizia.
La rassegnazione, più dell’invivibilità tra la spazzatura, sembra prevalere tra la gente, quella che affolla i coloratissimi mercatini e si trascina da un marciapiede all’altro. Quelli almeno praticabili. Rassegnazione forgiata dalle mirabolanti balle (mai termine fu più adeguato) che il papi in libertà provvisoria ha continuato a catapultare verso la città partenopea.
Piange il cuore ad attraversare luoghi meravigliosi, ad ammirare panorami unici, inquinati pesantemente da responsabilità pluriennali le cui colpe si possono ripartire tra la classe dirigente e la complicità, talvolta in buona fede, dei cittadini-elettori. Perché se esiste la responsabilità personale questa è di tutti e ci dovrà pur essere qualcuno che proponga: “Io faccio un passo indietro, ricominciamo, riproviamo un aggancio con il vivere civile”. Evitando che qualcuno ci costruisca sopra una falsissima campagna elettorale e mediatica, stravinca e poi lasci che a finire in discarica siano i napoletani che poi vivono la loro città.
Una città dove si muovono tutti in massa: se in auto con file interminabili e rumorose, se a piedi invadendo le stesse strade che devono poi condividere con motorini e macchine. Le persone formano un grumo unico che ondeggia di qua e di là, poi si posiziona all’ingresso di un negozio, di un bar, di una pizzeria, rimescolandosi continuamente. Impensabile sentirsi soli. E anche parlarsi. Tante voci s’intrecciano, suoni, rumori, proposte indecenti (l’abbonamento a Sky offerto all’uscita dalla metro) seccamente rifiutato, rinunciando però - non c’è spazio, non c’è tempo – a spiegare il motivo per cui mi faccia “skyfo” la tv a pagamento che ha distrutto il calcio.
Perchè l’amarezza si stempera subito in silenziosa ammirazione entrando nel chiostro di Santa Chiara, dove il tempo rimane sospeso e un’oasi di quiete infrange il caos esterno. Le immagini parlano, anche se non rendono il senso di benessere che si prova, non permettono di godere il profumo dell’agrumeto, dell’angolo con gli aromi.
La giornata è grigia, con minaccia ancora di pioggia dopo la tempesta della sera precedente con acqua a volontà, accompagnata dall’impetuoso vento che mulinava tra cartoni e buste di plastica vuote in un’oscena danza. Mentre tra i rifiuti si aggirano disperati che immergono le braccia nei cassonetti, oppure muniti di bastone setacciano tra i cumuli accatastati, estraggono vestiti, li esaminano per metterli poi da parte.
Ma qui, nell’atmosfera del chiostro, con le splendide maioliche che purtroppo cadono a pezzi, si conserva ancora lo spazio per lo spirito, per la contemplazione, quasi evocando - come il poeta - quel dolce naufragar “in questo mare”.
*La foto in apertura è stata ripresa all'ingresso di "Napolimania", per gentile concessione del proprietario, al quale ci siamo rivolti: "Possiamo scattare?" Sì, perchè me l'avete chiesto".
(…) Mentre i solerti lacchè eletti e pagati per rappresentare gli italiani si occupano di risolvere i problemi del Capo nel paese reale, al solito, l'umanità è presa da altro. La spazzatura della camorra sommerge Napoli. La guerriglia di Terzigno, derubricata dal premier a "fenomeno locale", è alle barricate. Bossi evoca morti. Il tentativo di addossare le responsabilità ai sindaci è respinto al mittente, con dovizia di dettagli, da Rosa Russo Iervolino. Del resto è (anche) sulla soluzione dell'emergenza rifiuti in Campania che B. ha impostato e vinto la sua campagna elettorale. Promesse e bugie. Eccone alcune.
«Sarò a Napoli tre giorni alla settimana e resterò lì ad operare fino alla certezza dell'avvio concreto della soluzione del problema», Ansa, 14 aprile 2008.
«Tornerò a Napoli con continuità, per monitorare l'azione del sottosegretario e per confermare che lo Stato c'è». Ansa, 21 maggio 2008.
«A chi mi chiede se a Napoli tornerà ancora l'emergenza rifiuti io dico: no. Non si tornerà alla situazione precedente». Ansa, 28 agosto 2008.
Ieri, infine: «Prevediamo che in dieci giorni la situazione possa tornare nella norma».
Dieci giorni, cominciate a contare.
(23 ottobre 2010)
L’editoriale
Dal miracolo all’inferno
UMBERTO RANIERI
Nella sua semplicità, la verità è una: i cittadini
non credono più alle cicliche promesse di
chi, ad ogni emergenza rifiuti in Campania,
solennemente riconferma impegni che non
vengono mantenuti. Questa la ragione di
fondo di quanto sta accadendo nei comuni
vesuviani e in particolare a Terzigno. La
gente protesta perché nel proprio territorio
sono stati impiantate per lunghi anni discariche
senza che mai si avviasse la bonifica dei
siti. L’aria è diventata irrespirabile, l’ambiente
è stato compromesso, la vita è diventata
un inferno ma non si è provveduto ad arginare
il degrado nemmeno quando nuove
tecnologie lo avrebbero consentito. I fatti
parlano chiaro: l’impianto di Terzigno ha
funzionato per anni senza mai essere messo
in sicurezza. È intervenuta addirittura la
commissione europea per denunciare che
il sito presentava una serie di carenze gravi,
erano stati rilevati dei cedimenti strutturali
delle pareti che avrebbero potuto estendersi
all’intera superficie: nel cuore di un territorio
che fa parte del parco del Vesuvio! In
una situazione del genere il governo ha
autorizzato una seconda discarica a Terzigno,
nella cava Vitiello, un invaso che non è
stato mai messo in sicurezza. Di qui l’indignazione
dei cittadini.
Alla luce di quanto sta accadendo appare
chiaro che quando il presidente del Consiglio
trasformava Napoli in una tribuna per
proclamare conclusa l’emergenza faceva
un po’ di propaganda a buon mercato su
una questione serissima. Sonot rascorsi due
anni dalla precedente drammatica crisi dei
rifiuti a Napoli, la sensazione è di essere allo
stesso punto. Cosa ha da dire Bertolaso,che
ha avuto carta bianca per due anni,della
situazione di estrema difficoltà in cui si
dibattono Napoli e la Campania?
Ora occorre rimboccarsi le maniche per
scongiurare il rischio che la situazione sfugga
del tutto di mano e precipiti nel caos. A
Napoli è indispensabile uno sforzo straordinario
per avviare la raccolta differenziata e
recuperare i ritardi che si sono accumulati
in questa direzione.
E tuttavia qualcuno dovrà spiegare perché
il governo non ha mantenuto l'accordo
firmato con i comuni campani nel 2008
che prevedeva “compensazioni ambientali”
per decine di milioni di euro essenziali per
avviare la raccolta differenziata e per bonificare
alcuni siti particolarmente compromessi.
Perché dei cinque impianti previsti per la
trasformazione della frazione umida dei
rifiuti in “compost”, un fertilizzante per l’agricoltura,
ne è stato realizzato solo uno? Perché
il termovalorizzatore di Acerra non
funziona pieno regime e nessun responsabile
dice una parola definitiva sullo stato dell'
impianto? È ora infine di prendere atto che
c’è stata una grande improvvisazione nel
modo in cui le competenze son passate dal
commissariato agli enti locali. Si è creata
una ulteriore confusione di compiti tra
comuni e provincie con aggravi di costi.
È il caso di parlarsi chiaro: nella situazione
drammatica che si è creata è indispensabile
uno sforzo comune delle istituzioni per
riprendere il bandolo della matassa. Cominci
il governo a dare dei segnali di voler cambiare
rotta.
(22 ottobre 2010)
Rifiuti La protesta L' Intervento / 1
La legittima difesa di Terzigno all'ultimo gradino della penitenza
Erri De Luca
Si ordina l' apertura della più grande discarica di rifiuti in Europa nel parco Vesuviano, in zona già gravata da uguale servitù. L' atto non è firmato dal comando di piazza di una truppa di occupazione straniera, ma dall' autorità pubblica di uno stato di diritto. Fraintesa la nozione di stato sovrano, ritiene di poter ridurre dei cittadini a sudditi di un impero d' oltremare.
Dopo promesse affidate alla durata delle cronache del giorno dopo, e alla misericordia del vento, l'autorità si ripresenta su piazza affidando al suo luogotenente il pacchettino di soluzioni. Evidente la sproporzione tra i due termini: le ragioni di una rivolta per legittima difesa e l' incaricato dell'affare. Un protettore civile deve proteggere con metodi civili: ha invece praticato sul posto l'invio di truppe e metodi militari. Stavolta non bastano più, nemmeno se richiamano effettivi dall'Afghanistan smonteranno la vera protezione civile decisa dai cittadini di Terzigno e di altri comuni. È interamente loro il diritto a proteggersi da comunità civile contro la discarica subìta e quella gigantesca e prossima. Già la prima è da sanare. È certo che produce danni fisici. Non solo a Terzigno, è gran parte del sistema di trattamento dei rifiuti a produrre le micidiali nanoparticelle. Si nega ufficialmente l'evidenza, perché non si adoperano, intenzionalmente, rilevazioni adatte a intercettarle. Sta di fatto che nel raggio di discariche e impianti di smaltimento si concentrano leucemie, neoplasie e altre maledizioni.
Contro questa evidenza statistica e scientifica si compatta la barriera dell'omertà ufficiale, più serrata di quella mafiosa. È la dannata contropartita dell'economia dell'abbondanza: la nuova peste, prodotta dagli scarti mal trattati, che produce bubboni dentro anziché in superficie. Si fa gran caso e grancassa intorno ai pericoli della criminalità comune, si gonfiano a mongolfiera modesti episodi di cronaca nera. Si istiga un bisogno artificiale di maggior sicurezza. In questo modo si distrae e si dirotta allarme dalla nuova peste, nascosta e negata, che invece è la più rovinosa aggressione alla incolumità pubblica.
A Terzigno, come già in Val di Susa, una comunità, tutta e intera, si batte per il diritto non trattabile alla vita, alla salute, all' aria, almeno quella pulita. Niente significa la promessa, con l'aiuto del vento, di liberare il naso da umori nauseanti: resta ammorbata intorno a una discarica, pure se sa di prosciutto e fichi. Terzigno si batte con unanimità di vite, età, mestieri differenti ricorrendo all' ultima risorsa dell' opposizione, dopo averle sperimentate invano tutte: la rivolta. Non cederanno, anzi. Sono arrivati all' ultimo gradino della penitenza, da lì si è schiacciati o si vince.
In una rivolta c' è di tutto. Difficile scremare. Chiamano «Rotonda della Resistenza» lo svincolo che smista vie a Boscoreale. Condivido e aggiungo: No pasaràn. Non passerà l' autorità che chiama emergenza l' effetto della sua incompetenza. Non passerà l'arbitrio di degradare una comunità a lazzaretto. Non passerà nessuna misura imposta con la forza, che ormai non è giusto definire pubblica. È di parte e di una parte che ha torto. Parte lesa è Terzigno che ha preso in mano il suo destino e non se lo fa più spupazzare. Magnifica è già stata la loro pubblica respinta di indennizzi e compensi. «I figli non si pagano», dice Filumena Marturano. Così dice pure Terzigno.
A Napoli intanto cresce la temperatura a dispetto dell' autunno inoltrato. Appartengo per nascita a quella gente accampata sotto un vulcano attivo. Conosciamo lunghissime pazienze e fuochi spenti. Ma quando arriva al bordo la colata di collera, la città si ritrova densa e compatta come lava. Nessun sismografo l' avverte quando è pronta e allora guai a chi tocca.
Quel bel volto di una donna determinata e dignitosa irrompe dal televisore mentre si è in tutt’altre faccende affaccendati. Le sue parole lacerano l’anima, le immagini devastano per la loro crudezza. Agghiacciante. Non riesco a capire bene cosa stia accadendo, si tratta di frammenti di quotidianità di una giornata all’epilogo. O forse capisco fin troppo bene, ma mi sembra tutto così inverosimile da rasentare l’allucinazione. E invece Mariarca Terracciano è vera, reale. Anzi era vera e reale. Il filmato il suo testamento. Quando i contorni si fanno più chiari la storia diventa pazzesca, soprattutto perché la tragedia avviene a Napoli, la città in cui la parte più oscurantista cade in deliquio alla vista del sangue (?) del santo Gennaro che si liquefa a intervalli regolari. E ne trarrebbe auspici di sventura laddove ciò non dovesse accadere. La superstizione ancora attecchisce, perché se il santo od uno qualsiasi esistessero il miracolo, quello vero, l’avrebbero fatto. Ormai solo un evento soprannaturale può salvare questo Paese che sta declinando ad una velocità impressionante e che deve contare un’altra vittima del lavoro, una donna, Mariarca (mi vien da pensare che il nome le sia stato attribuito per la devozione, dei genitori, verso la veneratissima Madonna dell’Arco, per la quale si allestisce un vero e proprio spettacolo di paganesimo puro. E anche materialista: si passa per elemosinare moneta sonante, perché si proclamerà pure che c’è la Divina Provvidenza, però meglio andare sul sicuro) che ha scelto di andare incontro alla morte dissanguandosi giorno per giorno. Probabilmente si stabilirà che non esiste correlazione tra il suo salasso, l’accredito tre giorni dopo dello stipendio, l’interruzione della clamorosa protesta e quindi il successivo malore che è stato fatale. Ma credo che sia assolutamente irrilevante, perché la responsabilità della sua morte deve gravare su coloro che hanno spolpato fino all’osso la bistecca della sanità napoletana e, più in generale, su una classe dirigente che ci sta espropriando di tutto con inesauribile voracità. Che con quei soldi siano dannati in eterno. Adriano Sofri ha scritto su “la Repubblica” di sabato scorso un ottimo commento, con molte considerazioni degne di interesse (e che condivido). Il quotidiano romano ha collocato la notizia in prima pagina, taglio medio, con la giusta rilevanza (la foto accompagna l’articolo che prosegue nelle pagine interne). Peccato però che sbagli, per due volte il cognome di Mariarca nelle didascalie sotto alle immagini tratte dal video, mentre nel resoconto viene scritto correttamente: Terracciano. Poi oggi, nell’edizione nazionale, non c’è più traccia, quasi a voler rimuovere un’immagine che sarà invece difficile dimenticare. Qui la pagina Facebook a lei dedicata.
Svenarsi per un diritto ADRIANO SOFRI
È successo a Napoli, dove il sangue fa miracoli. Ma non è una storia napoletana, non solo, almeno. Non è nemmeno una storia pazzesca. Vi sembrerà una pazzia se vi fermerete a titoli e sommari: «Si svena per il salario... Muore infermiera...». Poi però guardate quella registrazione su YouTube, e restate interdetti. Lei è così normale, le cose che dice e il tono con cui le dice sono così persuasive - e intanto quello che fa, attorniata da compagne e compagni di lavoro, è così insopportabile - che la domanda vera diventa questa: come siamo arrivati al punto in cui un atto pazzesco viene pensato e spiegato così ragionevolmente? La domanda era questa già prima che la morte della signora la togliesse dalle cronache locali e la rovesciasse sulle prime pagine. Ho letto, nei primi lanci di agenzia di ieri, che all´inizio della sua protesta Mariarca Terracciano aveva detto, mentre filmavano il suo salasso: «Lo stipendio è un diritto». Poi ho guardato il video. Aveva detto: «Secondo me, lo stipendio è un diritto della persona». Non è la stessa cosa. Certo, quel «secondo me» può essere stato del tutto gratuito, un intercalare come altri: però, riascoltato, vuol dire che un´ovvietà come «lo stipendio è un diritto» non è, o non è più, un´ovvietà, non è più un´enunciazione oggettiva, è diventata un´opinione. Secondo la signora Mariarca, 45 anni, infermiera alla ginecologia del San Paolo a Fuorigrotta, madre di due figli piccoli, lo stipendio è un diritto. Dunque secondo altri no. Anche togliersi ogni giorno 150 millilitri di sangue per rivendicare un diritto dovrebbe essere una pazzia, ovviamente, "oggettivamente". E lì invece c´era una lavoratrice che stava di fatto obiettando: Secondo me, buttare il sangue è un modo ragionevole di mostrare che c´è chi gioca con la pelle, con la vita di chi lavora. «Il sangue è vita», ha detto. Certo che si sente il colore di Napoli, l´Asl da diecimila dipendenti, la più numerosa d´Italia, le espressioni dialettali - «Buttare ‘o sangue, jettare ‘o sangue», che sono pressappoco sinonimi di lavorare - e proverbiali, «il lavoro fa buttare il sangue». E tuttavia il discorso di Mariarca T. non era dialettale. «Forse può sembrare quasi un atto di pazzia, però secondo me, è un atto che dimostri che stanno giocando sulla pelle e sulla salute di tutti quanti». (Vorrei sottolineare quel congiuntivo, «che dimostri»...). Non è dialettale, e - ripeto: prima e indipendentemente dalla commozione per la morte di questa signora, e la disputa incresciosa sulle sue cause cliniche - si lega a una sequela impressionante di eccessi di legittima difesa da parte di persone che le risorse tradizionali e nobili del mondo del lavoro non sanno più assicurare. «Sciopero», aveva chiamato con naturalezza i proprii salassi e il proprio digiuno l´infermiera. Non aveva certo messo in conto di morire - solo di dare il sangue. E intanto, da un capo all´altro dell´Italia, ci sono operai restati senza lavoro e salario e piccoli imprenditori non più in grado di far fronte alla responsabilità per i dipendenti e le famiglie, che si ammazzano, per disperazione, o per stanchezza, o magari, come tanto tempo fa, quando ci si vergognava della propria inadeguatezza e delle porcherie altrui, per vergogna. Operai e tecnici che si accampano sulle ciminiere e sui tetti hanno fatto parlare di "nuove forme di lotta", e magari c´è davvero qualcosa su cui fare affidamento, e non solo la corsa al rialzo per farsi vedere, per smettere di essere invisibili: anche Mariarca aveva girato il suo video per una televisione locale, e ora tutti lo guardano in rete, come si guarda un preannuncio, benché involontario, di morte. Ma queste lotte "estreme" sono più probabilmente una retrocessione che una promessa, e non a caso ricordano gesta di prigionieri sepolti vivi che si arrampicano sui tetti e sventolano lenzuoli e gridano al cielo. Operai provetti che vanno a stare nella galera dell´Asinara, l´isolamento in un´isola di punizione. Ieri su questo giornale due pagine raccontavano il Call Center di Incisa Valdarno - Toscana, dov´è bello vivere - in cui perfino un frustino serviva a galvanizzare la produttività dei lavoratori. «Lavoravo in nero - raccontava una ex-dipendente a Laura Montanari - per 600 euro e in certi casi anche 13 ore al giorno, mezz´ora di pausa e se chiedevi di andare in bagno a volte c´era da discutere. Eppure non mi è mai venuto in mente di andare al sindacato, di pensare che avevo dei diritti. Mi svegliavo la notte in preda all´ansia». Non le era venuto in mente che aveva dei diritti. Una frase terribile nella sua semplicità, che fa da complemento e da conferma all´altra di Mariarca: «Secondo me, lo stipendio è un diritto della persona». A lei era venuto in mente. (15 maggio 2010)
Quando arrivo a Napoli il 31 dicembre, a metà pomeriggio, la guerra è già iniziata. Lo scoppio dei mortaretti si unisce al quotidiano strombazzare di clacson, all’incessante traffico di auto, scooter, autobus e suv (neanche fossimo nel deserto del Sahara), in uno strepito assordante. Mi avvio verso il centro accompagnato da questa colonna sonora e più mi spingo verso i quartieri popolari e maggiore è il rimbombo dei botti.
I “bancarielli” lungo la strada mettono in mostra, penso volutamente, pochi prodotti, verosimilmente di copertura per lo smercio di materiale illegale. Le persone stazionano lì attorno, non acquistano, ma discutono, forse contrattano. A terra ci sono i segni della battaglia da poco cominciata.
C’è puzza nell’aria e, dalle nove in poi, si susseguono esplosioni di petardi senza soluzione di continuità, con un crescendo rossiniano di boati. Autentiche detonazioni che scuotono le pareti, mentre lunghe volute di fumo grigiastro salgono verso il cielo. Nelle narici si insinua un nauseante puzzo di polvere da sparo.
Napoli è una città che non dormirà questa notte, anche se il frastuono non esorcizzerà i mali che la stanno affossando.
Pensare di andare sulla penisola sorrentina, il mattino dopo, è un’ottima idea, perché il traffico sarà scarso lungo strade intasate per buona parte dell’anno. Il cielo annuncia pioggia, ma il 2010 deve iniziare con il giusto passo.
Il profilo del paesaggio muta più volte, ora dolce tal’altra e spesso, selvaggio. La giornata grigia non lascia neppure intuire il caos che s’impadronisce di luoghi devastati in maniera impressionante dal passaggio umano. Ma è una fortuna, perché si può ammirare il poderoso impeto del mare che, infrangendosi sugli scogli, crea una schiuma bianca che incorona le rocce.
Lo sguardo si perde nell’infinito e il contrasto, con la montagna a sinistra che sembra voler quasi soffocare ogni curva e il mare a destra, è di stordente bellezza. Obbligatorio scendere, fermarsi. E ammirare il seducente panorama, mentre si deplora l’irragionevole stupidità umana che adora il dio cemento e lo santifica ovunque, deturpando un patrimonio che dovrebbe essere di tutti.
I toni chiaroscuri della mattinata vengono dissolti dalla fantasia di colori di un fruttivendolo che ha sapientemente disposto il suo raccolto. È ciò che offre la terra campana. Sarà un peccato quando questa policromia verrà offuscata.
Si arriva ad Amalfi immersi nel caos. La costiera si è svegliata, impossibile parcheggiare e mentre comincia a cadere qualche goccia di pioggia si fa marcia indietro. Il duomo sarà per la prossima volta. Una deviazione ad Atrani, il giorno prima che accada una tragedia tristemente annunciata, quando la pioggia diventa insistente e il traffico collassa.
Sulla strada del ritorno l’arcobaleno è una gioia per gli occhi, la deviazione ad Agerola, per fare rifornimento di latticini, si rivelerà successivamente una delizia per il palato.
A incuriosire era stato un episodio raccontato nel bel reportage sui beni culturali, girato dagli ottimi giornalisti di “Presa diretta” (dal 31 gennaio il programma ricomincia su RaiTre). Precisamente l’esistenza di una piscina romana affidata, per le visite, al buon cuore di una donna che ha l’abitazione adiacente. Siamo a Miseno, nell’immediato entroterra partenopeo, punteggiato da una miriade di graziose località quasi tutte mortificate dall’eterno problema del decoro urbano. Ma questa di un sito archeologico, affidato ad un privato, è troppo grossa ed inconcepibile. Eppure tutto corrisponde alla paradossale realtà.
La piscina mirabilis è un’opera imponente che lascia stupefatti per l’abilità ingegneristica dei Romani. Si può intravedere anche nello spot che celebra la Campania. L’ingresso nella cisterna è un’immersione nella Storia. Magari una volta c’erano i centurioni a presidiarla e vien da sorridere, anche amaramente, pensando alla differenza odierna. Senza nulla togliere alla “guardiana” del secolo ventunesimo.
A Bacoli le bancarelle del mercato di ortofrutta stanno smobilitando. Le clementine a 80 centesimi sono un’occasione golosa, il fruttivendolo chiede se può aggiungere un paio di zucchine (che hanno lo stesso prezzo) altrimenti andrebbero perse e alla risposta, naturalmente affermativa, le moltiplica per sei. Ma si fa pagare solo gli agrumi, succosi e profumati. Sono i calori e i colori di Napoli.
C’è qualcosa di vecchio oggi nell’aria, miasmi velenosi la stanno ammorbando fino a renderla irrespirabile. C’è puzza di razzismo. Ed è nauseante.
Non avrei mai pensato di vedere qui in Italia, terra di migranti, nel 2010 anno di grazia (o del signore? Ma quale?) le atroci scene di caccia al nero da parte dei bianchi, la violenza dispensata a piene mani attraverso la forza eloquente delle immagini.
Ho dovuto comprimere la commozione ribollente ascoltando le frasi smozzicate di uomini, prima ridotti in schiavitù e poi colpevoli. E se ci sono riuscito è perché ha prevalso in me la rabbia verso l’indegnità di uno Stato colpevole e latitante, connivente con la mafia calabrese che si chiama 'ndrangheta e capace solo di lamentare il troppo buonismo. Verso chi? Certo verso i criminali che, attraverso la forma miserevole del caporalato, sfruttano questa umanità che da ben altri inferni deve essere fuggita per vedere il paradiso nei manufatti industriali abbandonati, abitare in baracche fatiscenti, prive di qualunque servizio igienico, al freddo e al gelo (ci fu un precedente duemila anni fa), accettando di dormire sulla nuda terra dopo giornate disumane trascorse a lavorare nei campi. Migranti che non sono stati più in grado di contenere le loro giuste rivendicazioni, persino ovvie in un Paese normale, ma che in questa Italia guidata da bande di cialtroni, avventuristi, erotomani, avvinazzati e piduisti vengono invece considerate come esorbitanti ed eccessive. “Pretendono di comandare da noi” è uno dei commenti più idioti.
Oggi pomeriggio mi sono sorbito quasi mezz’ora di ragli, in salsa razzista, della somara unica, nell’omonima trasmissione condotta da Lucia Annunziata. E se sono durati meno dei trenta canonici minuti previsti è stato grazie all’intervento di Antonello Mangano interpellato come autore del libro: "Gli africani salveranno Rosarno" scritto nel febbraio 2009. Con facile preveggenza da parte di chi vive in quelle terre. Ma non delle istituzioni, sempre più identificabili nelle tre scimmiette che non vedono, non sentono e non parlano.
Cosa sia la ‘ndrangheta e di quale potenza economica disponga (è la più ricca delle mafie italiane), lo ha scritto eloquentemente Roberto Saviano, alcuni giorni fa. Per tale motivo il razzismo mafioso fa ancora più paura, favorito dall’ignavia della casta.
Il post è lungo, lo so bene, però non conosco un differente modo di sfogarmi e smaltire la rabbia per questo declino inesorabile dei principi fondanti del vivere civile, prima ancora che della disapplicazione della Carta Costituzionale (articoli 3 e 10, per esempio).
La domenica giornalistica è tradizionalmente il giorno riservato agli editoriali impegnativi e puntualmente, sia Eugenio Scalfari che Barbara Spinelli, hanno affrontato con la consueta impeccabile lucidità l’argomento Rosarno. L’articolo dell’opinionista de “La Stampa”, in particolare, è splendido e dovrebbe essere letto in tutte le scuole, di ogni ordine e grado del regno. E giusto ieri anche Michele Serra, nella sua rubrica quotidiana, aveva adoperato espressioni eloquenti e pesanti sull’argomento razzismo.
Perché ci siamo dentro fino al collo.
Saviano: perché la ' ndrangheta scende in guerra contro i pm
Chi parla di mafia diffama il Paese? Chi parla di mafia difende il Paese. Le organizzazioni criminali contano molto: solo con la coca i clan fatturano sessanta volte quanto fattura la Fiat. Calabria e Campania forniscono i più grandi mediatori mondiali per il traffico di cocaina. Si arriva a calcolare che ' ndrangheta e camorra trattano circa 600 tonnellate di coca l' anno, ed è una stima per difetto. La ' ndrangheta - come dimostrano le inchieste di Nicola Gratteri - compra coca a 2.400 euro al kilo e la rivende a 60 euro al grammo , guadagnando 60.000 euro. Quindi con meno di 2.400 euro di investimento iniziale, percepisce un’entrata pulita di 57.600 euro. Basta moltiplicare questa cifra per le tonnellate di coca acquistate e distribuite da tutte le mafie italiane e diventa facile capire la quantità di denaro di cui dispongono, al netto di cemento ed estorsioni. E raffrontarla con il peso industriale delle imprese leader - che hanno molti meno profitti - per comprendere il potere che oggi hanno realmente nel paese e in Europa le organizzazioni criminali. Proprio dinanzi a fatti come l'attentato di Reggio Calabria diventa imperativa la necessità di capire. È la conoscenza che permette di capire cosa stia accadendo. E non raccontare questa azione come un episodio avvenuto in un altro mondo, in un altro paese. Un paese di quelli lontani dove una bomba o un morto rientrano nel quotidiano. Le organizzazioni criminali italiane quando agiscono e quando decidono di mandare un segnale, sanno perfettamente cosa fanno e dove vogliono arrivare. La bomba non è stata messa davanti a una caserma, né alla sede della Direzione Antimafia, ma alla Procura generale. Il messaggio, dunque, è rivolto alla Procura Generale. E forse - ma qui si è ancora nel territorio delle ipotesi - a Salvatore Di Landro, da poco più di un mese divenuto Procuratore generale. Da quando si è insediato, il clima non è più quello che le 'ndrine reggine conoscevano. Le cose stanno cambiando e le 'ndrine non apprezzano questo cambiamento. Preferirebbero magari che le difficoltà burocratiche e certe gestioni non proprio coraggiose del passato possano continuare. Le mafie sanno che la giustizia italiana è complicata e spesso così lenta che è come se un bambino rompesse un vaso a sei anni e la madre gli desse uno schiaffo quando ne ha compiuti trenta. Se volessero, le cosche potrebbero far saltare in aria tutta Reggio Calabria. La 'ndrangheta possiede esplosivo c3 e c4. Decine di bazooka. Perché, allora, far esplodere una bomba artigianale davanti alla Procura, quasi fosse una lettera da imbucare? Evidentemente non volevano colpire duramente, ma lanciare un primo segnale, dare inizio a un "confronto militare". Anche l'operatività potrebbe essere stata di una sola famiglia, con una sorta di silenzio-assenso delle altre che in questo modo hanno reso il gesto collettivo. Ora bisogna accendere una luce su ogni angolo della Procura generale, stare al fianco di chi sta attuando questo cambiamento. Capire se le 'ndrine vogliono che una corrente prevalga sull'altra. Capire, parlarne, dare visibilità alla Calabria, alle dinamiche che legano imprenditoria, criminalità, massoneria, politica in un intreccio che fattura miliardi di euro di cui nessuno viene investito in Calabria e tutti fuori. Da Montreal a Sidney. E alla solita idiozia che verrà ripetuta a chi scrive di questi temi, ossia di essere "professionisti dell'antimafia", occorre rispondere che il vero problema è che esistono troppi "dilettanti" dell'antimafia. Le mafie stanno alzando il tiro. O almeno, si sente in diversi territori una forte tensione. Dovuta a diversi motivi, non ultima la chiusura di importanti processi, come il terzo grado del processo Spartacus di cui fra pochi giorni verrà pronunciata la sentenza. I Casalesi potrebbero agire militarmente dopo una condanna definitiva. Avevano nei loro referenti politici una sorta di garanzia che si sarebbero occupati dei loro processi. In caso di ergastoli, gli inquirenti temono risposte e l' attenzione mediatica dovrebbe essere massima, ma non lo è. A Reggio Calabria l'arresto di Pasquale Condello, nel giugno dell' anno scorso, fatto dai Carabinieri comandati da una leggenda del contrasto alle ' ndrine, il colonnello Valerio Giardina, ha rotto gli equilibri di pace. Pasquale Condello detto "il supremo" era riuscito a mettere pace tra le ' ndrine di Reggio dopo una faida tra 1985 e il 1991 tra i De Stefano-Tegano e Condello-Imerti che aveva portato ad una mattanza di più di mille persone. Condello faceva affari ovunque: senza un suo si o un suo no nulla sarebbe potuto accadere a Reggio. Quindi è anche alla sua famiglia che bisogna guardare per capire da dove è partito l' ordine della bomba. La sua capacità di aprire verticalmente e orizzontalmente i propri affari era la garanzia di pace. All'inizio di ottobre, la famiglia Condello è persino riuscita ad ottenere la lettura delle parole di felicitazione di Benedetto XVI trasmesse nella cattedrale di Reggio Calabria da don Roberto Lodetti, parroco di Archi, agli sposi Caterina Condello e Daniele Ionetti: la prima, figlia di Pasquale; il secondo, il figlio di Alfredo Ionetti, ritenuto il tesoriere della cosca. «Increscioso e deplorevole» ha definito l'episodio il settimanale diocesano l' Avvenire di Calabria. La prassi vuole che quando gli sposi desiderano ricevere un telegramma o una pergamena del papa, ne facciano richiesta al parroco o ad un prete di loro conoscenza, il quale trasmette la richiesta all' ufficio matrimoni della Curia. Non è il telegramma a destare scandalo quanto piuttosto il via libera dato dalla Curia reggina per le nozze in cattedrale di due rampolli di una potentissima 'ndrina calabrese. Difficile credere che non si sia prestata attenzione ai cognomi dei due sposi. Anche perché Caterina Condello e Daniele Ionetti sono cugini di primo grado e il diritto canonico (art. 1091) consente un matrimonio tra consanguinei solo con motivata dispensa richiesta dal parroco e sottoscritta dal vescovo. Il clan Condello da oltre 25 anni ha comandato a Reggio. I matrimoni dovrebbero essere molto controllati e i preti dovrebbero davvero interessarsi alla motivazione delle unioni. Nel 2003 fu sequestrata una lettera a Cesena a casa di Alfredo Ionetti, lettera scritta dalla moglie del Supremo, Maria Morabito. In questa lettera spedita a un' amica si parlava dell' altra figlia femmina, Angela: «Cara Anna (...) mia figlia ha dovuto lasciare un bel ragazzo solamente perché, nel passato, alcuni suoi parenti erano nemici di mio marito (...) Non c' è stato niente da fare, hanno dovuto smettere (...) Avevo sperato in un futuro migliore per mia figlia, che sarebbero stati bene insieme. (...) Ma dobbiamo portare la nostra croce...». Le famiglie di Reggio vivono di questi vincoli, e spesso le prime vittime sono i familiari. In questo contesto, rompere il ruolo del sacramento religioso come patto di sangue tra mafiosi è qualcosa che solo i sacerdoti coraggiosi - e per fortuna ce ne sono - possono fare. È importante che le istituzioni diano una risposta forte dopo la vicenda dell' attentato in Calabria. Quindi è bene che Maroni visiti Reggio, ma dovrebbe farlo anche il Ministro della Giustizia. Ai messaggi mafiosi bisogna rispondere subito, duramente, e soprattutto comprendendoli e non lasciandoli passare come un generico assalto alle istituzioni. Le mafie sanno che la più grande tragedia e la più grande festa non durano per più di cinque giorni. Quindi l'attenzione si abbassa, il giunco si cala e passa la china. Oggi la situazione storica sembra pericolosamente somigliare a quella già passata in Sicilia. Non è questo un governo con la priorità antimafia, non è questa un' opposizione con una priorità antimafia. Nonostante gli sforzi degli arresti. Ad esempio: la legge sulle intercettazioni. Nella lotta alla mafia sono uno strumento indispensabile. E ora diviene talmente difficile poterle fare e ancora più poterle far proseguire per un tempo adeguato per ottenere dei risultati, che la macchina della giustizia viene nuovamente oberata di burocrazia, rallentata. Si rischia di privare gli inquirenti dell' unico strumento capace di stare al passo con una criminalità che dispone di ogni mezzo moderno per continuare a fare i propri interessi. Se i magistrati si trovano davanti a grossissime limitazioni nell'uso delle intercettazioni, è come se dovessero tornare a combattere con lo schioppetto contro chi possiede nel proprio armamentario ogni sofisticato dispositivo tecnologico. L'altro problema sta in ogni disegno che cerca di accorciare i tempi processuali. Abolito il patteggiamento in appello, resta in vigore il rito abbreviato. Per un mafioso è conveniente: così - fra vari sconti e discrezionalità della pena valutata dai giudici - va a finire che spesso un boss può cavarsela con cinque anni di galera. Per lui e il suo potere non sono nulla, anzi sono quasi un regalo. E questa situazione col disegno sul processo breve cambia, ma solo in peggio. Per i reati di mafia bisogna fare il contrario: creare un sistema più certo e più serio delle pene, tale da rendere non conveniente essere mafiosi. La pena deve essere comminata in dibattimento, senza possibilità di abbreviazione del rito. Lo stato non può rinunciare a celebrare processi regolari contro chi si macchia di certi reati e, peggio ancora, inquina il suo stesso funzionamento. Non si tratta di giustizialismo, ma semplicemente dell' esigenza che una condanna equa scaturisca da un processo fatto come si deve. Questo governo agisce soprattutto a livello di ordine pubblico. In primo luogo con gli arresti, che divengono l' unica prova dell' efficacia della lotta alla mafia. Ma l' esecutivo non ha approntato strumenti per colpire il punto nevralgico delle organizzazioni criminali: la loro forza economica. Sì certo, i sequestri di beni ci sono, ma i sequestri dei beni materiali sono il risultato di imprese che invece ancora proliferano e di un sistema economico che non è stato affatto aggredito. Sul piano legislativo sarebbe gravissimo reimmettere all' asta i beni dei mafiosi. Li acquisterebbero di nuovo. Lo scudo fiscale per le mafie è un favore. E questa è la valutazione di moltissimi investigatori antimafia. Bisogna fare invece altro. Intervenire sul piano legislativo altrove. Cominciare col mettere uno spartiacque tra i reati comuni e quelli della criminalità organizzata. Ma bisogna anche smettere una volta per tutte di definire "diffamatori" coloro che accendono una luce sui fenomeni di mafia. Anche perché non è purtroppo con l' episodio di Reggio che si chiude una vicenda. Questo è soltanto l' inizio.
ROBERTO SAVIANO
(5 gennaio 2010)
L' AMACA
Se fossi Mario Balotelli me ne andrei a giocare in Inghilterra. Lo dico a malincuore, e a scapito di quel micidiale ricatto emotivo che è il tifo (sono interista, e Balotelli sarà presto uno dei migliori attaccanti di tutti i tempi). No, questo paese non è pronto per i "negri italiani". Non è pronto a trattare i braccianti immigrati da lavoratori e non da schiavi, non è pronto a chiamare razzisti i razzisti, non è pronto a restituire il calcio ai cittadini civili e inermi levandolo dalla morsa bellica (e mafiosa) degli ultras. Che non sia pronto, il nostro Paese, lo si capisce dagli alibi dietro i quali si nasconde. Nessun paese, nessuna comunità è esente da vizi, traumi, impedimenti civili. Ma una comunità adulta conosce le proprie malattie, le chiama con il loro nome. Negli Usa la questione razziale è annosa e grave, ma si chiama "questione razziale". Nei paesi europei l' immigrazione ha prodotto la nascita di molti partiti xenofobi, ma li chiamano "partiti xenofobi". Da noi l'ipocrisia e più ancora la vocazione autoassolutoria che è tipica dei bambini, impedisce di guardarsi allo specchio. In molti, calciatori, dirigenti, politici, opinionisti, dicono che Balotelli viene contestato perché è antipatico, non perché è nero. Forse il razzismo è una faccenda troppo seria perché gli italiani se ne sentano all'altezza. –
MICHELE SERRA
(9 gennaio 2010)
L'EDITORIALE
L'inferno di Rosarno e i suoi responsabili
di EUGENIO SCALFARI
A ROSARNO ha infuriato per due giorni e due notti prima una sommossa e poi una caccia al "negro" con ronde armate che sparano a pallettoni per ferire e ammazzare. Nel terzo giorno, cioè ieri, gran parte degli immigrati è stata portata via dalla polizia nei centri di concentramento chiamati centri di accoglienza, sulla costa jonica della Calabria, ma la caccia al "negro" continua contro i pochi dispersi che vagano ancora nella piana di Gioia Tauro. Un incidente mortale potrebbe ancora accadere, visto lo stato d´animo dei "cacciatori" che ricorda quello degli aderenti al "Ku Klux Klan" nell´America degli anni Sessanta. Siamo arrivati a questo? Perché ci siamo arrivati?
I calabresi hanno difetti e virtù, come dovunque in Italia e nel mondo. Fra le virtù più radicate c´è quella dell´ospitalità, che ha un che di antico ed è tipica della civiltà contadina. Ma anche l´ospitalità si è logorata col passare del tempo e il mutare delle condizioni sociali. E con l´arrivo della mafia.
Fino ai Sessanta non esisteva mafia in Calabria. Esisteva il brigantaggio nei boschi dell´Aspromonte e delle Serre. Esisteva da secoli, ma non la mafia. Ora, da quarant´anni, la mafia calabrese è diventata la più potente delle organizzazioni criminali che operano nel Sud d´Italia e la gestione degli immigrati è una delle sue attività, specie nella piana di Gioia Tauro, dove le "´ndrine" possiedono anche fertili terreni coltivati ad aranci. Il caporalato è diffuso e utilizza il lavoro dei clandestini.
Attualmente sono valutati a circa ventimila i braccianti destinati alla raccolta delle arance, dei mandarini e dei bergamotti. Ma non è un fenomeno recente, dura da quindici o vent´anni in qua. Riguarda solo i maschi, non ci sono femmine tra loro né famiglie. Sono maschi singoli, senza dimora, alloggiati in ovili diroccati, senz´acqua, senza luce, senza cessi. E vagano per quelle terre in cerca di lavoro giornaliero.
Vagano in Calabria, in Sicilia, in Basilicata, in Puglia. Secondo le stagioni raccolgono agrumi, olive, uva, pomodori. Il lavoro è in mano ai caporali, quasi tutti affiliati alle mafie locali. Dodici ore per venti o venticinque euro sui quali i caporali trattengono un pizzo di cinque e i camionisti che li trasportano sui campi un prezzo di due o tre euro.
«Cercavamo il paradiso abbiamo trovato l´inferno» ha detto ieri uno di loro avvicinato da un cronista. Eppure, se continuano a cercar lavoro in quell´inferno vuol dire che sono fuggiti da inferni ancora peggiori. Sono gli ultimi della Terra. Quelli ai quali Gesù di Nazareth nel discorso della Montagna promise che sarebbero stati i primi nel regno dei cieli. Alla fine dei tempi. Dodici ore di lavoro a 15 euro di paga. I tremila di Rosarno e gli altri come loro non hanno tempo di pregare, stramazzano in un sonno da cavalli o da maiali grufolosi. È questo l´amore, è questa l´ospitalità?
I calabresi di Rosarno non sono certo abitanti di un paradiso. Sono quindicimila di povera gente e vivono in un paese sotto il tacco della mafia. Il Comune fu sciolto per infiltrazioni (si fa per dire) mafiose ed è amministrato da un commissario prefettizio. Ma quando si faranno nuove elezioni vinceranno ancora le "´ndrine" perché in quella piana la mafia è un potere costituito, in attesa che lo Stato lo sconfigga. Speriamo che avvenga presto, ma se mi domandate quando sarò tentato di rispondervi: «alla fine dei tempi», quando verrà il regno dei giusti e il giudizio universale. Prima ci sarà stata l´Apocalisse. Che sembra già cominciata.
Qualche domanda però è di rigore. La rivolgiamo al ministro dell´Interno, a quello del Lavoro, a quello delle Attività produttive, a quello dell´Agricoltura, competenti e quindi politicamente responsabili di quell´inferno. Ma le rivolgiamo anche al Prefetto, al Questore, al Comandante dei carabinieri, al Governatore della Regione. Non sapevate? Non sapevate che la raccolta dei frutti di quelle terre è affidata a ventimila immigrati, in maggior parte clandestini, gestiti da caporali e pagati in nero? Non sapevate come vivevano? Non vi rendevate conto che si stava accumulando un materiale altamente infiammabile e che l´incendio poteva divampare da un momento all´altro? Non avevate l´obbligo di intervenire? Di attrezzare un´accoglienza decente? Di regolarizzare i clandestini e il loro lavoro, oppure di rimpatriarli ma sostituirli visto che gli italiani quel tipo di lavoro non sono disposti a farlo?
Maroni ha messo le mani avanti ed ha dichiarato l´altro ieri che c´è stata troppa tolleranza: bisognava cacciare i clandestini o processarli per il reato di clandestinità. Ma se di tolleranza si tratta, a chi è rivolta l´accusa di Maroni se non a se stesso? Non è lui che predica la sera e la mattina la tolleranza zero? Se ne scorda per le terre a sud del Garigliano? Oppure si rende conto che, clandestini o no, gli immigrati sono indispensabili all´economia italiana? E che la tolleranza zero ci ridurrebbe alla miseria?
Al Nord è diverso: la miriade di piccole imprese della Val Padana e del Nordest hanno bisogno degli immigrati e organizzano un´accoglienza decente, salvo poi dare i voti alla Lega a tutela dell´"integrità urbana", della separazione o dell´integrazione col contagocce. Si può capire: l´immigrazione in Italia è arrivata tardi ma in dieci anni siamo passati da un milione a quattro milioni di immigrati. Il tasso d´aumento è stato dunque molto alto ed ha determinato inevitabili tensioni sociali. La classe politica avrebbe dovuto gestire questo complesso processo; invece ha puntato le sue fortune sulla paura e ne ha ricavato consenso.
Nel Sud non poteva che andare peggio. Lì non c´è purgatorio ma inferno. Lì sono i volontari i soli che tentano di sfamare gli "ultimi" e dar loro una parvenza di riconoscimento. Maroni e Scajola e Zaia e Sacconi preferiscono far finta che non esistano. Aprono gli occhi solo quando scoppia la sommossa e poi la caccia al negro. Ma non hanno altra ricetta che l´espulsione, anche se ieri Maroni ha smentito che di questo si tratterà per i clandestini di Rosarno. Ma chi raccoglierà le arance, i pomodori, le olive? Chi attrezzerà l´accoglienza?
Il partito dell´amore dovrebbe materializzarsi in quelle terre dove regna invece la violenza mafiosa, i bulli di paese che si spassano giocando al tiro a segno con i fucili ad aria compressa e sparando sul negro per vincere la noia.
Noi aspettiamo risposte alle nostre domande, anche se sappiamo per esperienza che questo potere non ha l´abitudine di rispondere. (…)
(10 gennaio 2010)
Se questi sono uomini
BARBARA SPINELLI
Il futuro in cui siamo già immersi comincia nella piana di Gioia Tauro: a Rosarno in provincia di Reggio Calabria (un’autentica guerriglia urbana è ancora in corso), come a Castel Volturno e a Reggio stessa, dove la ’ndrangheta ha voluto intimidire i magistrati con un attentato alla procura generale. Il futuro comincia a Rosarno perché i principali problemi della nostra civiltà si addensano qui: le fughe di intere popolazioni dalla povertà e dalle guerre (guerre spesso scatenate dagli occidentali, generatrici non di ordine ma di caos); le vaste paure che s’insediano come nebbie, intossicando la vita degli immigrati e dei locali; le cruente cacce al diverso; il dilagare di una mafia esperta in controllo mondializzato.
A ciò si aggiunga l’impossibilità di arrestare migrazioni divenute inarrestabili, perché da tempo non si trovano italiani e cittadini di Paesi ricchi disposti a fare, allo stesso salario, i lavori fatti da africani. Si aggiunga l’ipocrisia di chi crede che la risposta consista in un’identità monoculturale da ritrovare.
E la menzogna di chi non sopporta lo sguardo inquieto e assicura: abbiamo già praticamente vinto le mafie, Gomorra appartiene al passato, è «un vecchio film in bianco e nero», come dice Maroni. Non per ultimo, si aggiunga lo Stato che perde il controllo del territorio e il monopolio della violenza: i neri a Rosarno combattono contro ronde private di locali, infiltrate da ’ndrangheta e armate di fucili. Il pensiero della Lega è egemonico e le rivolte vengono associate, dal ministro Maroni, non alle mafie ma all’immigrazione clandestina che si promette di azzerare sanando ogni male. È inganno anche questo. Quando in Francia s’infiammarono le banlieue, nel novembre 2005, Romano Prodi disse che il fenomeno, mondiale, non avrebbe risparmiato l’Italia. Fu deriso e non creduto.
Non era menzogna invece. È vero che l’Italia ha da anni una reputazione cupa, e impaura a tal punto immigrati e fuggitivi da suscitare, nei loro animi, il senso di schifo di cui parla Balotelli. Gran parte dell’Europa ha una cupa reputazione, ma questo non scusa i nostri misfatti e silenzi: il silenzio del sindacato soprattutto, abituato a proteggere pensionati e operai delle grandi industrie (ormai dei privilegiati) e del tutto afasico sull’intreccio mafia, immigrati, sfruttamento. Il massimo della spudoratezza è raggiunto quando i nostri ministri citano Zapatero o Sarkozy, quasi che gli errori altrui nobilitassero i nostri. Quasi che non esistesse, in Italia, quel sovrappiù che è il potere malavitoso. Le rivolte di questi giorni discendono dal fallimento dello Stato e lo rivelano. È la conclusione cui giunge il prezioso libro di Antonello Mangano, scritto sui ventennali disastri di Rosarno e Castel Volturno. Il titolo è: Gli africani salveranno Rosarno - E, probabilmente, anche l’Italia (Terrelibere.org 2009).
Le rivolte odierne hanno infatti una storia alle spalle, occultata dai politici e da molti giornali. Coloro che a Rosarno hanno reagito con ira distruttiva a un’ennesima aggressione contro i lavoratori neri (due feriti a colpi di carabina, giovedì) sono gli stessi che nel dicembre 2008 si ribellarono alla ’ndrangheta. Erano stati feriti quattro immigrati, e gli africani fecero qualcosa che da anni gli italiani non fanno più. Scesero in piazza, chiedendo più Stato, più giustizia, più legalità. Contribuirono alle indagini dei magistrati con coraggio, rompendo l’omertà e rischiando molto.
Denunciarono gli aggressori a volto scoperto, pur non essendo protetti da permessi di soggiorno. È vero dunque: gli africani salveranno Rosarno e forse l’Italia, come scrive anche Roberto Saviano. Poco prima della rivolta a Rosarno si erano ribellati gli africani a Castel Volturno, il 19 settembre 2008, rispondendo a una sparatoria di camorristi che aveva ammazzato sei immigrati.
Quel che è accaduto dopo è una sciagura prevedibile, e per rendersene conto basta vedere come vivono, gli africani dell’antimafia. Sono eloquenti più di altri i video di Medici senza Frontiere, che parlano di crisi umanitaria nella piana di Gioia Tauro. Il rapporto che Msf ha redatto nel 2008 ha un titolo ominoso: «Una stagione all’inferno», come il poema di Rimbaud. Difficile descrivere altrimenti gli africani che vivono in stabilimenti industriali abbandonati, come la cartiera «La Rognetta» a Rosarno, o l’oleificio dismesso presso Gioia Tauro. Dentro l’oblò del silos per l’olio: giacigli di stracci. Tutt’intorno, fuochi e soprattutto rifiuti, montagne di rifiuti tra cui vagano, tristi ombre, esseri umani che si costruiscono alloggi di cartone o tende senza sanitari. Vedere simili paesaggi ricorda Gaza, gli slum pachistani: non è vita primitiva ma l’osceno connubio tra architetture industriali moderne, indigenza estrema e apartheid. Un africano dice sorridendo a Medici senza Frontiere: «Tra l’una e le quattro di notte inutile provare a dormire. Troppo freddo».
Ci nutriamo volontariamente di menzogne, come il protagonista nel poema di Rimbaud, quando diciamo che quest’oscenità nasce dall’eccessiva tolleranza verso i clandestini. Abbiamo chiamato noi gli africani a raccogliere aranci, consci che nessuno lo farà a quel prezzo e per tante ore (25 euro per un giorno di 16-18 ore; 5 euro vanno a caporali mafiosi e autisti di pullman). E la tolleranza denunciata da Maroni non è verso i clandestini ma verso le condizioni in cui vivono clandestini o regolari.
Dopo aver tollerato tutto questo, e versato nella regione milioni di euro finiti in tasche sbagliate, ogni stupore è fuori luogo. I tumulti odierni non sorprendono: se questi africani non son uomini, come s’intuisce nei video, impossibile che non sboccino, prima o poi, i Frutti dell’Ira di John Steinbeck. Scritto nel ’39 durante la Grande depressione, il libro Furore poteva sperare, almeno, nel New Deal di Roosevelt che noi non abbiamo.
Ne abbiamo tuttavia bisogno, di un New Deal, che metta fine all’apartheid e non si limiti a spostare immigrati come mandrie da un posto all’altro. Perfino i poliziotti, spiega Antonello Mangano, dicono che la risposta non può essere solo punitiva, che gli africani sono una comunità mite, che le migrazioni continueranno. Con l’estendersi delle catastrofi climatiche saranno enormi, gli esodi. Non è vero che la questione della cittadinanza viene per ultima. Le grandi crisi si affrontano con grandi scommesse iniziali, fondatrici di nuove solidarietà. Non è vero neppure che i liberal e la Chiesa sono retrogradi, come scrive Angelo Panebianco sul Corriere. Pensare in grande l’integrazione è preparare oggi il futuro.
Dicono che l’identità stiamo smarrendola, a forza di rinunciare alle nostre radici e di convivere con diversi che ci condannano al meticciato.
Anche questa è menzogna. In realtà siamo già cambiati: non perché incomba il meticciato tuttavia, ma perché la nostra identità non è più quella curiosa, accogliente, porosa che fu nostra quando emigravamo in massa e incontravamo violenza. È un ottimo viatico l’ultimo libro di Gian Antonio Stella (Negri Froci Giudei - L’eterna guerra contro l’altro, Rizzoli 2009): si scoprirà che la mutazione già è avvenuta, nel linguaggio della Lega e nella disinvoltura con cui si accettano segregazioni che trasformano l’uomo in non uomo.
L’identità che abbiamo perduto, la recuperiamo solo se non tradiamo quella vera inventandone una falsa. Solo se sblocchiamo le memorie e ricordiamo che le sommosse antimafia dei neri prolungano le rivolte italiane condotte, sempre in Calabria, da uomini come Peppe Valarioti e Giannino Losardo, i dirigenti comunisti uccisi dalle ’ndrine nel 1980. Solo se scopriremo che il nostro problema irrisolto non è l’identità italiana, ma l’identità umana. Le scuole non hanno bisogno delle quote del ministro Gelmini (non più di tre alunni su dieci per classe in tutta Italia, come se Gesù avesse imposto quote di accesso alla stalla di Betlemme: non più di tre Magi). Hanno bisogno di insegnare il mondo che muta. Altrimenti sì, è l’inferno di Rimbaud: «L’Inferno antico: quello di cui il Figlio dell’Uomo aperse le porte».
(10 gennaio 2010)
Le prime pagine nell’ordine sono nell'ordine: "il manifesto", "il Fatto" e "l’Unità" del 10 gennaio 2010; "il manifesto", "l’Unità" e "il Fatto" del 9 gennaio 2010.
Qui sotto le miserabili e spregevoli prime pagine di “Libero” e “La Padania” del 9 gennaio 2010.