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giovedì 15 marzo 2012

Articolo 18 - Tre storie da raccontare

22 marzo 2002

Tre storie di lavoratori che, grazie all’articolo 18, non si sono rovinati la vita. Foto ricordo, da tenere in archivio...

Rimborsati e soddisfatti
di Filippo Golia

Foto ricordo dell’articolo 18 dello Statuto dei lavoratori, in tre scatti. Il giorno della nascita, il 20 maggio 1970, lo Statuto è legge. Sullo sfondo sorridono l’allora ministro del Lavoro Carlo Donat Cattin e il suo collaboratore Gino Giugni. Al centro, naturalmente, l’articolo 18: il giudice ordina al datore di lavoro di «reintegrare il lavoratore» licenziato senza giusta causa o giustificato motivo. La legge riguarda solo le imprese che, a livello locale, occupano almeno 15 dipendenti (cinque per quelle agricole).
Secondo scatto, maggio del 1990, i dieci giorni dopo la Festa del lavoro. L’articolo 18 cresce e prende la forma odierna. La norma diventa applicabile anche alle imprese che non raggiungono i 15 dipendenti a livello locale, ma che complessivamente ne occupano più di 60. E il lavoratore può rinunciare alla reintegrazione in favore di un’indennità pari a 15 mensilità, se preferisce non tornare sul posto di lavoro.
Secondo i dati dell’Ires (Istituto di ricerche economiche e sociali), su 2 mila cause di reintegrazione, in media solo 88, meno del 5 per cento, superano il primo grado di giudizio e arrivano in appello. Le altre, nella maggior parte, non si concludono con la reintegrazione ma con un accordo tra il datore di lavoro e il lavoratore, che accetta la liquidazione in denaro.
Il meccanismo funziona. Il maggior numero di ricorsi al pretore del lavoro è al Sud. Sempre tra il 1994 e il 1998, a Napoli sono stati presentati quasi 70 mila ricorsi, a Bari quasi 30 mila, a Bolzano solo 715. Ma i più coerenti nel cercare la reintegrazione sono stati proprio i lavoratori di Bolzano: il 12 per cento, contro lo 0,25 per cento di Taranto, l’1,5 per cento di Bari, il 4,5 per cento di Napoli.
Ultimo scatto, oggi. Dense nubi riempiono il cielo, nonostante l’imminente arrivo della primavera. Un’indennità, non più a discrezione del lavoratore, potrebbe sostituire il diritto alla reintegrazione in tre casi: nelle imprese che decidono di lasciare il mercato nero e di mettersi in regola; in quelle che superano i 15 dipendenti grazie a nuove assunzioni; infine per i lavoratori assunti al Sud dopo un contratto a tempo determinato (i giovani). Oltre alle nubi la foto mostra migliaia di persone che sfilano in strada. Ma ecco tre storie.

Storia numero uno. Dieci anni dal licenziamento alla reintegrazione, una strada senza fine. La vicenda di Massimo Eulogi Cristallini corre su un striscia di asfalto nero. Dipendente della Società Autostrade, nel 1984 lavorava al casello di Roma Sud. Turni di otto ore al giorno, migliaia di pedaggi da riscuotere a ogni turno.
Fu un autista passato per Roma Sud il 22 ottobre, verso le 17.00, a presentare una denuncia. Il casellante gli avrebbe fatto pagare il pedaggio esatto: 7 mila lire, poi avrebbe registrato un pagamento di sole 4.800 lire, intascando la differenza e truffando il proprio datore di lavoro. L’automobilista, un geometra che all’epoca collaborava con le Autostrade, aveva agito per zelo. È probabilmente solo un caso che l’anno seguente sia stato assunto dalla stessa Società Autostrade.
Per un punto Martin perse la cappa. Per 2.200 lire (1 euro e 13 centesimi) iniziò la brutta avventura di Massimo Eulogi Cristallini. Il 24 dicembre dello stesso anno stava per festeggiare il Natale con la moglie e la figlia di 13 anni quando gli arrivò una lettera di contestazione dalla sua azienda. Negli ultimi due mesi l’ente aveva svolto un’indagine sommaria e segreta, arrivando alla convinzione che fosse lui il casellante reo di aver intascato la piccola somma. Gli davano cinque giorni per presentare una difesa altrimenti sarebbe arrivato il licenziamento.
«In quel periodo», racconta lui, «l’atmosfera sul posto di lavoro era abbastanza pesante. Noi esattori dei caselli ci sentivamo perennemente sospettati di rubare dei soldi. Il controllo sul nostro operato era affidato a una società esterna, la Logservice. Sapevamo che sulle autostrade viaggiavano macchine civetta con a bordo pubblici ufficiali per registrare le nostre eventuali scorrettezze. Pensai di aver fatto un errore e di essere incappato in un controllo. Già altri colleghi erano stati mandati via nello stesso modo. Del resto non potevo ricordarmi cosa era successo a una certa ora di un turno svolto due mesi prima. Non sapevo come difendermi, ero furioso con l’azienda e deciso a lasciare il posto di lavoro per trovarne un altro».
A fargli cambiare idea fu l’ultima visita alla direzione generale della società, dove doveva riconsegnare le chiavi della postazione e altro materiale di lavoro. Incontrò un ex collega, da poco promosso a funzionario, che gli raccontò come stavano le cose davvero: non era incappato in nessun controllo ufficiale. All’origine del licenziamento c’era un’accusa vaga. L’automobilista ricordava di essere passato per uno dei caselli sul lato sinistro della barriera Roma Sud e di aver notato la scorrettezza, nulla di più.
Erano i primi giorni del 1985 e Massimo cercava già un buon avvocato. Grazie ad amici sindacalisti ne trovò uno abile che subito organizzò il contrattacco. Si doveva passare per i cavilli. La mancata affissione da parte della Società Autostrade del codice di comportamento sul posto di lavoro, per esempio, era una mancanza rilevante. Massimo aveva diritto alla reintegrazione d’urgenza. Ricominciò a prendere lo stipendio ma non a lavorare. Infatti, insieme al licenziamento era scattata automaticamente una denuncia alla magistratura per truffa e in pendenza di un procedimento penale non è possibile rivestire pubbliche funzioni (come quella dell’esattore a un casello autostradale) o almeno così andavano le cose nel lontano 1985. Neanche la causa civile di reintegrazione poteva procedere prima che quella penale fosse risolta.
Per cinque anni e quattro mesi Massimo non poté tornare al suo posto ma ricevette la busta paga. E tanto tempo passato in casa non passa senza conseguenze nella vita. Nel 1988 nasce il suo secondo figlio, Flavio. Il padre può accudirlo, dedicargli molte ore. Oggi sembrano giorni felici rivisti nei filmini girati allora, eppure incalzava un giudizio penale.
Nel 1990, in corrispondenza con l’approvazione del nuovo codice di procedura penale in Italia, le piccole truffe vengono ricomprese in un’amnistia destinata a sfoltire il carico di lavoro di tribunali e preture. Massimo si vede dichiarare estinto il reato di cui è sospettato e nel maggio dello stesso anno viene richiamato al lavoro. Non contento, ricorre in appello e cassazione ma ottiene ancora la stessa constatazione di estinzione del reato. Rimane un amnistiato.
È il 1994 ed è arrivato il momento del giudizio civile sulla sua reintegrazione. Ormai lavora di nuovo da quattro anni, non più alla barriera di Roma Sud ma al casello di Roma Torreimpietra. Si sente sicuro che tutto andrà bene. «Per me fu una doccia fredda», ricorda, «persi la causa perché l’amnistia non mi avrebbe scagionato dal sospetto di aver frodato, di 2.200 lire, la Società Autostrade. Forse anche perché in tribunale mi trovai contro un famoso civilista, un professore universitario davanti a cui tutti si levavano il cappello, quando arrivava. Prima di pronunciare il giudizio, per giunta, il pretore se la prese con me perché avevo rifiutato l’indennità di 20 mensilità offertami al posto della riassunzione».
Per la seconda volta in dieci anni ripone la divisa, restituisce le chiavi del casello, deve restare a casa. Adesso ha una figlia adulta, un figlio di 6 anni, e molte meno possibilità di trovare un nuovo lavoro. Lo salva il ricorso in appello. Questa volta i tempi sono brevi. Entro otto mesi un nuovo giudizio fa piazza pulita della precedente sentenza, stabilendo che le prove raccolte non sono mai state sufficienti per configurare una giusta causa di licenziamento.
Oggi Massimo Eulogi Cristallini lavora ancora per la Società Autostrade. Non più in un casello, non sarebbe possibile dopo le recenti innovazioni tecnologiche, ma in un ufficio, a Roma Torreimpietra. Dice che è meglio. Il rapporto con i clienti è più umano e vivo. I clienti sono sempre gli automobilisti. Per loro è vero il contrario. Ai caselli non c’è più una persona in divisa, sullo sfondo un piccolo televisore o una radio accesi nella notte. Li accoglie e li lascia passare una voce metallica, pulita, gentile, alza la sbarra e gli augura buon viaggio. Per quel che gliene importa.

Storia due. La storia di F. la racconta il suo avvocato, Paola Esposito. Lui vuole rimanere anonimo. Ci sono posti in Italia dove il lavoratore può sentirsi all’inferno e avere paura. L’avellinese, per certi aspetti, può essere uno di questi. F. è di Napoli, lavorava come magazziniere in un’industria alimentare nella zona di Avellino. La sua vicenda ricorda il titolo di un romanzo: Due di due. Licenziato due volte, reintegrato d’urgenza due volte, con due cause di reintegrazione per articolo 18 attualmente in corso. E una sottile accusa giunta al suo avvocato dalla controparte: si starebbe macchiando di «accanimento difensivo».
La prima volta F. è stato licenziato nel 2000. La sua industria vantava un giustificato motivo, riordino dei cicli produttivi e soppressione del suo posto di lavoro. In realtà lo avevano distaccato al magazzino di un’azienda esterna, che è fallita dopo pochi
giorni. F. è sfiduciato, «tanto chille s’accattano o’ magistrato» (tanto si comprano il magistrato), dice all’avvocato. Lei, comunque, ottiene una reintegrazione d’urgenza (l’articolo 700 del codice civile la prevede quando il licenziamento è avvenuto in maniera palesemente illegittima). Il datore di lavoro non ricomincia a pagare gli stipendi ed è necessario agire in via esecutiva, effettuare dei pignoramenti sul suo conto corrente. F. si presenta ogni giorno al lavoro, e ogni giorno gli viene chiusa la porta in faccia. Dura così per alcuni mesi finché, a marzo dell’anno scorso l’azienda non cede e decide di riassumerlo. Per cinque giorni. Ci mette lo zampino la sfortuna: F. ha una colica renale, presenta il certificato medico ma viene licenziato in tronco. Per giusta causa, questa volta, dice l’azienda. L’avvocato deve intervenire di nuovo e ottiene un’altra reintegrazione d’urgenza. Questa volta di tornare al lavoro per F. non se ne parla. «Adesso ci troviamo in una situazione singolare», spiega Paola Esposito, «il mio cliente è in causa per due reintegrazioni secondo l’articolo 18. Sto anche valutando l’ipotesi che una possa concludersi con la liquidazione di un’indennità in denaro, l’altra con la riassunzione». Accanimento difensivo, lo chiamano gli avvocati dell’altra parte. Ma forse cominciano a essere preoccupati.

Storia tre. «Signorina sono già diversi giorni che lei arriva al lavoro e timbra il cartellino con circa dieci minuti di anticipo. Ci dispiace, ma se vuole restare da noi, in futuro dovrà fare più attenzione». Sono bizzarri i direttori di 118 albergo nel milanese e a una dipendente può capitare anche di sentirsi riprendere in questo modo.
È successo a Giovanna Vennari, 26 anni, cameriera in un grande hotel, quattro stelle, a Milano. Giovanna aveva messo piede nell’albergo per la prima volta otto anni fa. Aveva 18 anni ma già molta vita alle spalle, un bambino di un anno e un compagno. Non aveva fatto una scuola alberghiera, solo risposto a un annuncio su un giornale, e si era trovata catapultata in un mondo che le piaceva. «L’albergo era un luogo in cui mi trovavo bene», dice, «confortevole, accogliente, rassicurante e con i colleghi c’era un buon rapporto umano. Certo si trattava di un lavoro duro, a tempo pieno. Del resto è così anche oggi. Non ho mai un minuto libero». Lo dice con tono spensierato, sorridente. È così anche oggi, dopo che con quello stesso albergo ha dovuto scontrarsi duramente per vedere riconosciuti i propri diritti. Otto anni fa aveva cominciato come dipendente «extra». Veniva chiamata solo quando ce n’era bisogno, per brevi periodi. Ma era brava e ha iniziato a fare carriera, l’unica consentita a chi non ha neanche un rapporto di lavoro fisso: passare da contratti brevissimi a contratti meno brevi. Superati i primi quattro anni da «extra» hanno cominciato a chiamarla come lavoratrice stagionale, nei periodi di punta, che a Milano coincidono con l’inverno. Dopo alcuni contratti stagionali a Giovanna è stato proposto di sostituire una dipendente in maternità. Le hanno anche promesso che questo sarebbe stato l’ultimo lavoro a tempo determinato. Alla scadenza sarebbe stata assunta. Del resto il nuovo contratto iniziava a ridosso della fine dell’ultimo, senza i rituali 15 giorni di pausa, il che per legge equivale ad assumere un impegno a tempo indeterminato. Il lavoro procedeva bene e il momento della fine del precariato sembrava avvicinarsi. Ma a un mese dal termine del contratto sono arrivate a Giovanna delle lettere di richiamo da parte della direzione. Oltre ad alcuni errori le rimproveravano proprio di iniziare il lavoro in anticipo rispetto all’orario previsto, quindi senza copertura assicurativa, rischiando di arrecare gravi danni all’azienda. «Qui qualcosa non torna», si diceva Giovanna, «otto anni senza mai un rimprovero e all’improvviso, proprio ora, niente di quello che faccio va più bene». Ma sperava ancora nell’assunzione che le era stata promessa.
Al termine della sostituzione il direttore le ha detto che nell’ultimo periodo non si era comportata bene. Fine di ogni rapporto lavorativo con l’albergo. In futuro niente più contratti. Era giugno dell’anno scorso. «E così», commenta Giovanna, «dopo otto anni in cui ero sempre stata a disposizione, mi volevano lasciare con il sedere per terra. Con un bambino e a sedere per terra. Allora mi sono rivolta a un avvocato». L’avvocato ha impostato subito la causa come reintegrazione di un dipendente ingiustamente licenziato. In tribunale si è presentato il direttore dell’albergo che ha provato a sostenere l’ipotesi del licenziamento per giusta causa. Ha riproposto la storia dei cartellini timbrati con dieci minuti di anticipo. Non reggeva. La sentenza di reintegrazione è arrivata il primo settembre scorso e da allora Giovanna ha ripreso a lavorare regolarmente, assunta a tempo indeterminato. Ha trovato i colleghi solidali e contenti di rivederla. Così anche il suo caposervizio. Solo il direttore dell’albergo le riserva ancora una certa ostilità. Dice che non si sarebbe mai aspettato da lei un comportamento del genere.

lunedì 12 marzo 2012

Articolo 18 - dieci anni fa

22 marzo 2002








Nel nome del padre, del figlio e della Cgil
di Enrico Deaglio
22 marzo 2002

Articolo 18 da Diario

Un colloquio con Sergio Cofferati: «Gli italiani hanno la sensazione che il governo stia togliendo loro qualcosa»

«Si tende, qualche volta, a dimenticare in fretta. Per esempio, molte persone credono che nel 1994 il governo Berlusconi sia caduto per l’opposizione dei sindacati al progetto di riforma delle pensioni. Ma non andò così: nella notte tra il 30 novembre e il primo dicembre, sindacati e governo concordarono di stralciare dalla legge finanziaria la riforma delle pensioni e quindi venne revocato lo sciopero generale programmato per il giorno dopo, 2 dicembre. Il governo Berlusconi cadde dieci giorni dopo, perché la Lega di Bossi gli tolse l’appoggio. Voglio dire, con questo, che il sindacato firmò un buon accordo, che ha dato i suoi frutti negli anni successivi e che è ancora valido oggi».
Sergio Cofferati da Cremona, 54 anni, detto «il cinese», segretario generale della Cgil (5,5 milioni di iscritti paganti la tessera), alla vigilia della più grande manifestazione sindacale della storia italiana, è la persona più è la persona più tranquilla che si possa immaginare, ma ci tiene a dire che lui, nella sua vita sindacale, alla fine gli accordi li fa. E poi il sindacato li rispetta. Seduto al tavolo del suo ufficio comunica con apparente distacco il bollettino dei trasporti: parlando dei 59 treni speciali prenotati ricorda che per l’ultima giornata del Giubileo 2000 furono quaranta.«Poi naturalmente ci sono i pullman, che stiamo cercando in Austria e in Slovenia;
tutti quelli che verranno in auto o in camper. Poi i pullmini, quelli da dieci posti. E infine la partecipazione della città di Roma, che immagino sarà alta. Sarà una bella giornata, una festa dei diritti. Di quelli conquistati dai nostri padri, di quelli conquistati dalla nostra generazione, di quelli che vogliamo trasmettere ai figli. Sarà una manifestazione molto “europea’’. E, se il governo vorrà calpestare questi diritti, ci sarà uno sciopero generale». Fa una pausa: «Di otto ore. A me piacerebbe che fosse una giornata del silenzio. Tutto fermo, tutto silenzioso».
Sergio Cofferati non è cambiato, le stesse cose le diceva già due mesi fa, quando veniva dipinto come «il signor no», l’Arthur Scargill italiano, il «residuato ideologico», il «sindacalista che cerca la carriera politica», la persona da cui la sinistra moderna farebbe bene a stare alla larga. Curiosamente, in soli due mesi – e stando fermo – mezzo mondo gli è venuto incontro e l’agenda politica del Paese adesso ruota intorno ai temi che la sua iniziativa ha fissato. Come ha fatto?
«Non ci siamo lasciati impressionare e abbiamo ragionato. Ancora prima dell’articolo 18. Io mi ricordo i primi incontri con il governo, quando noi della Cgil ci permettemmo di far presente che le stime di crescita economica presentate da Tremonti ci sembravano inattendibili. Poi venne l’11 settembre e apparve a tutti chiaro che il futuro non sarebbe stato roseo per nessuno. Persino Bush, il presidente della patria del liberismo, si rendeva conto che occorreva attuare misure anticicliche: sostegno alla domanda, interventi statali, tutele per i più deboli. A noi invece venivano a parlare di miracoli in arrivo. Una grande sorpresa poi scoprire che il governo, per la prima volta, non poneva come prioritario il problema del Mezzogiorno e anzi tagliava i finanziamenti agli interventi destinati a incentivare sviluppo, formazione, sicurezza, piani territoriali. Che sulla scuola si voleva regredire, mortificando e immiserendo la scuola pubblica nei confronti di quella privata. Che sul fisco la proposta di due sole aliquote non ha precedenti in nessuna parte del mondo e favorisce soltanto chi ha redditi che superano gli ottanta milioni l’anno; i redditi inferiori ci perdono. Che sulle pensioni, l’idea di sgravare le imprese dalla contribuzione sarà anche bella, ma svuota le casse dell’Inps, con il risultato che poi le prestazioni ai pensionati saranno ridotte».
Poi è arrivato l’articolo 18. Sergio Cofferati spiega: «Io ho una certa esperienza in questo campo, perché ho fatto per molti anni il sindacalista: francamente non ho mai visto un virtuoso processo che arrivi a un aumento dell’occupazione passando dai licenziamenti. Piuttosto ho sempre visto che chi vuole dare mano libera ai licenziamenti, vuole semplicemente licenziare. Già ora ci sono, scritti nei contratti, molte occasioni per gli imprenditori per procedere ai licenziamenti, individuali e collettivi. In questo caso il governo vuole aggiungere un’altra possibilità e dire che per legge si può licenziare chiunque senza dare spiegazioni. Io ti licenzio e non sono tenuto a dirti il perché. Certo, si dice che i ricorsi alla magistratura per il reintegro sono pochi, ma questo è un bene. Significa che l’articolo 18 è un deterrente».
«Io giro molto e incontro molte persone. Quando spiego di che cosa si sta parlando quando si parla di articolo 18, le persone capiscono. Ora leggo che il governo dice che noi della Cgil diciamo solo bugie e che loro faranno un’offensiva mediatica per spiegare che noi difendiamo i padri contro i figli. Non so come potranno essere convincenti, perché quando io spiego che la Cgil difende i diritti che i figli hanno avuto per le conquiste dei loro padri, mi capiscono. Mi auguro per loro che siano convincenti. Finora, pur avendo sei televisioni e un sacco di altri mezzi, non lo sono stati».
Dieci mesi fa l’Italia votava Berlusconi che non aveva fatto mistero di voler dare una bella botta al «sindacato dei comunisti», il cui mondo sembrava ridotto a una platea di pensionati, sommersi da una marea montante di individui legati allo Stato dalla sola partita Iva, pronti a scatenare la passione imprenditoriale per cui Dio onnipotente li aveva creati. Berlusconi aveva offerto molto: un po’ al popolo, con l’aumento delle pensioni minime a un milione, ma soprattutto alla Confindustria alla quale aveva garantito, per farla breve, che avrebbe pagato meno i salari, meno i contributi previdenziali, e meno tasse. Ho chiesto a Cofferati dove è andata a finire quella spinta, quella voglia di cambiamento, di libertà?
«È andata a finire che erano, per molta parte, delle promesse elettorali e basta. E poi è andata a finire che sempre più persone si accorgono che un mondo senza regole non è un mondo più libero: può diventare un mondo di persone più deboli e più sole. Quello che mi sembra di capire, parlando con molta gente in questi mesi, è che una sensazione diffusa sia diventata quella di un governo che non ti sta dando qualcosa, ma ti sta togliendo qualcosa. Che sta aggredendo i tuoi diritti. Ti dicono che vogliono andare verso una maggiore occupazione e intanto permettono di licenziarti più facilmente. Poi ti dicono che sarà più facile licenziare al sud che al nord. Poi ti dicono che vorrebbero di nuovo delle gabbie salariali, dopo aver messo delle gabbie di diritti. Io mi chiedo: come è possibile, che in un’Europa dei diritti, già sancita a Nizza, sia possibile in Italia avere due diversi regimi di licenziamento? E quando vado nel Mezzogiorno, trovo che mi fanno la stessa domanda». (Domanda: come trova il Mezzogiorno riguardo all’articolo 18? Risposta: Abbastanza furibondo).
Riflessione di un sindacalista che per anni ha firmato accordi con la Confindustria: «Io penso che l’attuale dirigenza di Confindustria sia la plastica dimostrazione delle difficoltà di molti industriali, con cui il governo ha scelto di legarsi, di affrontare l’Europa. Non la volevano, preferivano la svalutazione. Non la voleva, e non la vuole nemmeno ora, il governatore della Banca centrale. Non vogliono confrontarsi con la qualità, con la ricerca, preferiscono un costo del lavoro basso, la diminuzione delle tutele. Non vogliono l’allargamento dell’Europa ad est, perchè preferiscono un Est privo di diritti come destinazione delle loro merci. Posso dire? Non è una gran bella Confindustria, quella attuale».
Quando questo numero di Diario sarà in edicola, verso Roma, per la manifestazione indetta dalla Cgil saranno già in viaggio moltissime persone. Una piccola migrazione interna in tempi di pace, mentre grandi migrazioni di popoli si affacciano ai nostri confini. «Un’altra cosa che non capisco», dice Cofferati. «Ogni industriale sa che se vogliamo crescere economicamente, abbiamo bisogno di manodopera immigrata, perché con le nostre forze locali non ce la facciamo. Io trovo strano che ci siano industriali, nel Nordest ma non solo, che la mattina vanno all’ufficio di collocamento per cercare senegalesi o ghanesi e la sera manifestano contro l’immigrazione. Troverei molto più sensato mettersi intorno a un tavolo e tracciare progetti per un’immigrazione controllata, con diritti, con il diritto alla casa, alla formazione, al voto, per andare nel miglior modo possibile verso quella Italia multietnica alla quale necessariamente arriveremo».
Alla fine di questo colloquio, ho chiesto a Sergio Cofferati quale sarà il suo futuro. La domanda è naturalmente quella che gli pongono tutti, la risposta, studiata, è ironica: «Io sono un vasetto di yogurt, su cui è scritta la data di scadenza. La mia dice 29 giugno 2002, giorno in cui scade il mio mandato alla segreteria della Cgil».
Ho osservato che i temi della manifestazione del 23 marzo – non solo articolo 18, ma scuola pubblica, pensioni, fisco, mercato del lavoro, Europa – formano una specie di piattaforma politica per l’opposizione al governo Berlusconi e ha concordato. «Effettivamente è vero. La Cgil si muove da un punto di vista strettamente sindacale e il suo mestiere è quello di firmare accordi che tutelino e facciano avanzare i suoi iscritti, ma è vero che tutti questi temi sono politici. In tutto quello che osservo in questi mesi – i nuovi movimenti di cittadini, per esempio – vedo la richiesta di una rappresentanza politica, vedo e sento domande: mi auguro naturalmente che si trovino orecchie disposte ad ascoltarle. La mia impressione è che tutto questo livello di discussione, di dibattito, dimostri quanto l’Italia sia un paese molto vivo, molto reattivo, molto curioso. Noi italiani siamo abituati a chiedere molto e a me sembra che il clima di queste ultime settimane sia molto buono: in pratica tutti gli italiani stanno discutendo, stanno facendo i conti, parlano di pensioni e di salari. A me sembra molto importante che moltissime persone pensino ai loro diritti, a quelli che hanno conquistato e che non vogliano assolutamente perdere. Questo riguarda il posto di lavoro, la previdenza, l’assistenza sanitaria, ma si spinge oltre: a che cosa sarà l’Europa».
Ho chiesto: ha una intima soddisfazione per essere l’artefice della più grande manifestazione popolare che si sta preparando in Italia? Sergio Cofferati non ha risposto direttamente, ma ha ricordato che l’inizio di questa storia – il famoso articolo 18 – veniva definito «una questione marginale». Accusato di essere «ideologico», Cofferati pensa che «molto ideologici» siano i suoi interlocutori governativi. «Si definiscono molto moderni, ma non lo sono. Il loro è un programma antico, che non ha mai funzionato».
Alla fine Cofferati si distende sulla sedia: «In realtà, io penso che un grande sindacato confederale, solido, responsabile, faccia del bene a tutti. Dividere è una sciocchezza. Pensare di avere vita più facile con interlocutori divisi è un’altra sciocchezza. Porta alla solitudine, alla pena».
Dove vanno gli yogurt quando scadono?

sabato 4 febbraio 2012

La sfiga della botta di culo



Una cara amica mi suggerisce di andare a leggere quanto prima un pezzo di Dario Vergassola pubblicato su “Il Venerdì” di Repubblica.
Resto perplesso, ma non replico e prometto che lo farò. In fondo Vergassola non è quel comico che conduce un programma su “La7” con Serena Dandini? Sarà un pezzo di satira, come mai dunque quella “calda raccomandazione”?
Ho capito il motivo solo quando ho finito di leggere l'articolo sottostante: bello da fare molta rabbia. E credo ci sia anche da essere preoccupati se un comico, che come mestiere dovrebbe far ridere e non ha più la concorrenza sleale a Palazzo Chigi, riesca invece a dar voce a tutta l'irritazione che le persone dotate di buon senso hanno provato leggendo la sublime bestialità del sottosegretario al Lavoro Michel Martone, peraltro sbertucciato a dovere da Marco Travaglio, giovedì scorso, nella trasmissione “Servizio Pubblico”.



I  nostri figli sfigati che fanno l’Università per diventare precari
di Dario Vergassola

Il viceministro del lavoro Michel Martone ha dichiarato: “Chi si laurea dopo i 28 anni è uno sfigato”. A questo punto mi chiedo quale sarà il prossimo passo del governo dei Professori: i bambini che non superano l’esame di primina, saranno gettati giù da una rupe come ai tempi degli spartani?
Parlo per esperienza personale: mio figlio, che io per primo giudico un privilegiato, ci ha messo parecchio a laurearsi perché ha perso tempo distraendosi appresso al cazzeggio, alla musica, ai viaggi, agli amici, alle fidanzate (così tante che mi meraviglio pure che si tratti di mio figlio). Nonostante questo non lo giudicherei mai uno sfigato, piuttosto lo chiamerei un incorreggibile pelandrone. Perché usando l’appellativo sfigato, invece, rischierei di offendere tutti quei giovani che magari si laureano più tardi della media, solo perché non hanno la fortuna di essere figli di un comico o di un avvocato famoso.
E  mi riferisco a un esercito di studenti fuori sede, che oltre a combattere contro la fatica imposta loro dai libri, dai professori universitari e dal disastro della riforma Gelmini, combattono tutti i giorni anche per sopravvivere e per pagarsi gli studi. Generalmente vivono in città piuttosto lontane da quelle dove sono nati, che raggiungono tutti i lunedì a bordo di treni scomodi, sporchi e sovraffollati per andare a passare la settimana in appartamenti accoglienti come garage ma costosi come attici, insieme ad altri studenti con i quali – in molti casi – condividono pure la stanza da letto e di studio (una condizione che certo non ti agevola la concentrazione quando sei a casa a preparare un esame).
Anche se a dire il vero loro in queste case non ci stanno poi così tanto, visto che spesso, dopo le lezioni, sono in giro a fare mille lavori: camerieri, babysitter, fattorini, addetti ai call center. Qualsiasi cosa – insomma – gli permetta di racimolare qualche soldo con cui pagarsi l’affitto (quasi sempre in nero), nonché la retta universitaria (sempre più cara).
Più che dei grandi sfigati io li trovo piccoli eroi. E non m’importa se ci metteranno più degli altri a laurearsi. So per certo che sia quei pochi di loro che diventeranno la futura classe dirigente del Paese, che quei tanti che saranno disoccupati a vita con laurea, saranno consapevoli del valore che hanno i sacrifici, sperando che anche a qualcuno di loro arrivi una botta di culo, come quella di diventare viceministro a 37 anni.

(3 febbraio 2012)