Visualizzazione post con etichetta ambiente. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta ambiente. Mostra tutti i post

giovedì 1 marzo 2012

Tav: quest'opera non s'ha da fare - 3



La 'ndrangheta in Val di Susa

di Biagio Simonetta - 1 Marzo 2012

 

Il Piemonte è in mano ai clan calabresi. Rocco Varacalli, pentito di 'ndrangheta, ha ben descritto gli intrecci politica-mafia nel torinese: "Il patto si fa prima: a loro i voti a noi i cantieri". Chi c'è dietro la Tav? E chi si nasconde dietro le minacce ai manifestanti?

Quella in corso in Val di Susa non è la classica protesta di un gruppo di ambientalisti contro i signori del cemento. Quelle proteste che durano il tempo di una stagione e poi si dimenticano. Quella in corso è una guerra lunga vent'anni. La guerra di un popolo disposto a tutto pur di difendere la sua terra. Una guerra senza respiro che va dal traliccio di Luca Abbà fino al bar di Chianocco, teatro di un raid notturno della polizia.
Ma in tutta questa storia fatta di racconti tremendi, di sangue e provocazioni stupide, si corre il rischio di rimanere intrappolati nel fango della partigianeria, dimenticando uno dei problemi cardine del nostro Paese: le organizzazioni criminali.
In Piemonte comanda la 'ndrangheta. Ce lo ha confermato l'inchiesta "Minotauro" coi suoi 142 arresti. Gli intrecci fra 'ndrine e politica emersi in Piemonte fanno impallidire.
La 'ndrangheta ha votato Fassino sindaco, alle primarie di Torino, almeno secondo alcune intercettazioni. I clan calabresi hanno uomini nei consigli comunali, spesso esprimono assessorati e addirittura sindaci.
Sulla presenza della 'ndrangheta in Piemonte c'è una testimonianza importante. E' quella di Rocco Varacalli, uno dei rarissimi pentiti calabresi che proprio in Piemonte, da affiliato a un clan, prendeva appalti e costruiva palazzi e centri commerciali.
Quello che dice Varacalli alle telecamere di Presadiretta è interessante: «La 'ndrangheta ha bisogno della politica e i politici hanno bisogno della 'ndrangheta. Il patto si fa prima: a loro i voti a noi i cantieri». Un patto che dà alla Santa un canale preferenziale negli appalti: «Olimpiadi 2006, alta velocità... tutti i lavori pubblici del Piemonte li fa la 'ndrangheta». 
La Tav è un'opera da 22 miliardi di euro. L'approvazione bipartisan che la politica sta offrendo sull'alta velocità Torino-Lione è un caso rarissimo, nel contesto litigioso della Seconda Repubblica. Cosa hanno promesso i partiti alla 'ndrangheta?
Nelle ultime ore in Val di Susa hanno bruciato le auto di alcuni manifestanti. Davvero vogliamo essere così miopi e ingenui da pensare che siano stati incendi accesi dagli stessi No Tav o dalla polizia? E a che scopo?
E davvero vogliamo far finta di non capire il contenuto della lettera recapitata a Perino, leader No Tav? E' scritto: «Brutto figlio di puttana, le stalle che abbiamo bruciato erano solo un avvertimento. Ora passeremo ai cristiani: vi veniamo a prendere mentre dormite, vi scanniamo come maiali e vi squagliamo nell'acido». Chi l'ha scritta? Perché i giornali non ne parlano?
Luca Mercalli, valsusino e climatologo, da anni porta avanti la tesi dell'inutilità della Tav. Pochi giorni fa su Cadoinpiedi ha scritto: "Se mi si dimostra che l'opera serve veramente vado a inaugurarla di persona!".
Ovviamente non gli ha risposto nessuno.
 


Tav: quest'opera non s'ha da fare - 2


No Tav, il rito funebre dell'autorità dello Stato

di Michela Murgia - 1 Marzo 2012

 

Mandare le forze dell'ordine in tenuta anti-sommossa a manganellare chi esprime il suo dissenso non è un esercizio di autorità, ma l'ammissione pubblica di averla definitivamente perduta insieme al diritto di pretenderla. I fatti della Val di Susa, in questo senso, segnano uno spartiacque.

Riporto anche qui un editoriale scritto per il numero di marzo di E-il mensile di Emergency, da qualche giorno in edicola. Alla luce dei fatti di questi ultimi giorni, ribadisce quello che penso del modo in cui lo Stato italiano ha scelto di affrontare la sacrosanta protesta popolare contro l'inutile opera della TAV. Solidarietà totale ai valsusini in lotta per difendere il loro territorio.
 
L'estate scorsa lo Stato - non il governo, ma proprio lo Stato - ha permesso che in Val di Susa si celebrasse a suon di manganelli il rito funebre della propria autorità. Si è sbagliato tre volte. Il primo errore è stato credere che si potesse rubricare come cronaca locale la protesta della gente del movimento NoTav, in prevalenza giovani, anziani e famiglie che con i loro sindaci quel giorno marciavano in pace contro le ruspe. Il secondo errore è la modalità violenta con cui le forze dell'ordine hanno scelto di relazionarsi con quel dissenso, segnando una svolta definitiva nel registro di gestione dei rapporti tra le istituzioni governative e le proteste popolari in Italia, tutte. Il terzo errore si è compiuto nelle scorse settimane, quando le conseguenze di quei fatti sono proseguite fino all'arresto di 23 attivisti del movimento, con capi di imputazione che vanno dalla violenza alla resistenza a pubblico ufficiale. Si tratta di un atto giudiziario che, al di là delle appurabili responsabilità personali, è stato interpretato dalla popolazione resistente della Val di Susa come una risposta formale delle istituzioni all'intero movimento NoTav, che suona alle loro orecchie più o meno così: "badate che, se si arriva allo scontro definitivo, noi abbiamo i mezzi per imporci e voi non avete quelli per opporvi senza rinunciare alla legalità".
La percezione di questo messaggio ha trasformato la lotta dei NoTav in una battaglia simbolica che interessa tutte le forme di resistenza popolare che in Italia stanno agendo in forma organizzata contro decisioni statali ritenute lesive per i territori e chi li abita. I manganelli in Val di Susa hanno reso chiaro che non è più possibile ignorare la frattura tra la volontà dello Stato e le volontà della popolazione, non fosse altro perché - dagli studenti alle partite iva, dai forconi siciliani ai pastori sardi - quella frattura sta portando in strada sempre più persone, sebbene con diversa fondatezza, chiarezza e talvolta anche legittimità.
La questione della Val di Susa in questo scenario magmatico è un paradigma, perché è il solo caso in cui la violenza sia emersa forzatamente dopo anni di resistenza - per quanto inflessibile, comunque pacifica. I NoTav non possono rinunciare alla legalità per far valere le proprie ragioni, perché significherebbe perdere quell'autorevolezza etica che sin dall'inizio ha smosso il consenso popolare intorno alle ragioni del movimento, facendo sorgere solidarietà anche da molto oltre i confini territoriali del futuribile tracciato ferroviario dell'alta velocità. Ma la forza dei NoTav sta tutta dentro a un paradosso: nei sistemi democratici il tipo di autorevolezza sociale di cui il movimento dispone dovrebbe in realtà essere un patrimonio morale dello Stato, in quanto incarnazione strutturale dell'autorità collettiva; ma cosa può succedere quando quel deposito di consenso tacito comincia ad appartenere proprio a chi contesta le decisioni dello Stato?
L'esercizio di dell'autorità etica funziona solo se è retto da una relazione di reciproco riconoscimento tra due soggetti con ruoli chiari: questa è la base della pace sociale ed è in virtù di questo che gli atti di autorità per loro stessa natura non dovrebbero incontrare alcuna opposizione da parte di coloro ai quali sono diretti. Dato per buono il fatto che in una democrazia c'è sempre la possibilità teorica di opporsi, deve esistere da parte della popolazione la rinuncia cosciente e volontaria a servirsene: è solo questa rinuncia che consente allo Stato di essere normativo. In questa dialettica l'uso della forza non solo non è previsto, ma è proprio escluso, perché contraddittorio.
Quando uno Stato deve usare la forza contro i suoi stessi cittadini - come è accaduto con le proteste popolari NoTav - significa che questo meccanismo è andato in frantumi. Mandare le forze dell'ordine in tenuta anti-sommossa a manganellare chi esprime il suo dissenso non è un esercizio di autorità, ma l'ammissione pubblica di averla definitivamente perduta insieme al diritto di pretenderla. I fatti della Val di Susa segnano uno spartiacque proprio perché rivelano con chiarezza come in questo paese il patto di riconoscimento reciproco tra il diritto dello Stato a imporsi e la rinuncia delle popolazioni a opporsi sia venuto meno in maniera clamorosa, insinuando in un numero sempre maggiore di persone la certezza che la difesa del bene comune non possa passare, né ora né mai più, dalle mani che stringono il manico di un manganello.

http://www.cadoinpiedi.it/2012/03/01/no_tav_il_rito_funebre_dellautorita_dello_stato.html




 







Tav: quest'opera non s'ha da fare





NO TAV, LA FINTA DEMOCRAZIA

di Luca Mercalli - 27 Febbraio 2012

Nessuno ascolta la protesta portata avanti da 21 anni da migliaia di persone. Questo non è più uno Stato di diritto. Caselli ha il dovere di prevenire gli atti di violenza, e questo lo si fa aprendo una discussione. Se ci dimostrano che l'opera serve veramente vado io stesso a inaugurarla.

Si riaccende la tensione in Val di Susa. Una ruspa è in azione per abbattere la baita costruita dai manifestanti, e un giovane è in gravissime condizioni dopo esser caduto da un traliccio. Intanto, sembra che stiano iniziando i primi espropri di case e terreni per allargare il cantiere...

"Ancora una volta constato gli atti di sopruso che le istituzioni stanno portando avanti verso questa comunità. Una comunità che ormai ha una portata nazionale dopo la grande manifestazione di sabato scorso, cui hanno partecipato decine di migliaia di persone provenienti da tutta Italia, per chiedere ancora una volta la valutazione oggettiva della necessità di quest' opera.
Quando si assiste ad atti di violenza vera e propria da parte delle istituzioni nell'imporre un progetto che è completamente torbido nelle sue finalità, ci si sente completamente frustrati come cittadini. Non ha alcun senso portare avanti questa finta democrazia, in cui si dice alla gente: 'protestate pure, ma poi andiamo avanti per la nostra strada, noi facciamo quello che vogliamo'. Il motivo di questa protesta, che dura da 21 anni, è che si vuole essere ascoltati, così come per qualsiasi altra protesta ci sia in uno Stato di diritto.
Si ferma il cantiere, si ascoltano le richieste della popolazione e della vastissima comunità di studiosi che chiedono con forza un riesame oggettivo della necessità dell'opera: solo dopo che si è aperto questo
confronto si decide se andare avanti oppure, se sono realistiche le istanze portate avanti dalla popolazione locale, allora si interrompe l'opera. Non si può proseguire così, ignorando completamente le richieste delle persone, che sono riassumibili in una sola domanda: 'L'opera serve o non serve?'Noi abbiamo dati che dicono che non serve, che è soltanto una devastazione territoriale, una perdita ingentissima di denaro pubblico. Allora, valutiamo questi numeri, non si può fare sempre il muro di gomma e ogni volta che si fanno le manifestazioni spostare l'attenzione sul problema sull'ordine pubblico, sull'attacco diretto cui purtroppo si arriva in qualche situazione a causa della tensione insostenibile.
Ancora ieri sera io, a "Che tempo che fa", nell'esprimere solidarietà al Procuratore Caselli, riconoscendo come giusti i provvedimenti decisi per persone che hanno manifestato atti violenti, dall'altra parte ho chiesto al Procuratore di farsi promotore di un confronto serio su questi dati. Se un Procuratore ha il dovere di fare rispettare la giustizia, ha anche il dovere, secondo me, di prevenire gli atti di violenza e la prevenzione, come bene sa chiunque, si fa prima con la discussione.
Allora, fermiamo questo cantiere assurdo, parliamone, se i dati discussi dicono che l'opera non serve, si mette il progetto in un cassetto e si pone fine a questa farsa. Se invece si accerta che la popolazione locale e gli studiosi dicono fandonie e hanno sbagliato i calcoli, se mi si dimostra che l'opera serve veramente, benissimo, l'ho già detto molte volte, vado a inaugurarla di persona!


martedì 7 febbraio 2012

Ossessione bianca



Non appartengo alla generazione che ha conosciuto la tragedia della guerra, né a quella che ha patito nella ricostruzione. Sono arrivato dopo, senza alcun merito ovviamente ed è stata una fortuna. Nonostante questo, ricordo che la carne era riservata soprattutto alla domenica e alle altre feste comandate. Che l'attenzione all'uso di olio e di parmigiano era ogni volta raccomandata e che del pane si consumava fino all'ultima briciola. Forse, chissà, si producevano anche meno rifiuti.
Il deterrente adoperato, di facile presa, erano i racconti degli adulti sul periodo della guerra. Le descrizioni dei pasti, l'irruzione del mercato nero che, nell'immaginario di un bambino, si collocava come la residenza del famigerato uomo nero.
Suggestione prima e consapevolezza dopo, sta di fatto che ho sempre cercato di fare un uso consapevole delle risorse alimentari, di evitare lo spreco ed il superfluo, anche quando ci si può permettere di più (sempre maggiormente di rado).
Eppure, entrando in panetteria, ho provato sorpresa trovando la fila e, soprattutto, verificando che le scorte si stavano esaurendo. Il fornaio m'informava che, senza l'arrivo di nuovi sacchi di farina, entro un paio di giorni avrebbe dovuto calare la saracinesca. Altro che sotto la neve pane. Ma le sorprese non si erano esaurite, perché entrando nel supermercato rimanevo sconcertato. La visione era apocalittica. Come se fosse passato un branco di cavallette e avesse fatto piazza pulita di tutto. Il reparto ortofrutta semplicemente inesistente, il banco frigo svuotato. Di latte e derivati tracce residue. Esauriti anche i barattoli di legumi. Alcuni pacchi di pasta erano rimasti sugli scaffali. Per fortuna ho trovato la carta igienica. Scaraventato indietro di almeno mezzo secolo.
Se avessi disposto di più tempo ci sarebbe stato materiale, quello sì in abbondanza, per una modesta quanto significativa indagine sociologica su quello che le persone considerano necessario e ciò che invece ritengono superfluo. Esaminare poi i loro comportamenti, probabilmente compulsivi, inguaribilmente deteriorati dallo sfavillante consumismo.
Eppure sono stati sufficienti alcuni giorni di precipitazioni nevose, per quanto abbondanti, per far crollare la fragilità di un sistema che si millanta non solo come evoluto, ma pure inattaccabile.
Riconosco gli eventi eccezionali, amplificati però da infrastrutture decadenti se non inesistenti che hanno creato situazioni emergenziali in vaste aree della penisola. 
D'inverno, si sa, è molto probabile che nevichi, ma nello stesso tempo le previsioni meteo hanno raggiunto alti livelli di affidabilità, eppure non si è mai preparati a fronteggiare le varie situazioni. Tutto diventa subito catastrofico e viaggiare in treno, che di norma è un'avventura, quando la temperatura va sottozero, significa trovarsi a vivere autentici drammi. Il profitto dell'alta velocità, a discapito di tratte importanti, ma meno redditizie diventa la concausa di tutto ciò. S'inseguono opere faraoniche, che naturalmente non verranno mai realizzate, mentre si trascurano colpevolmente la salvaguardia e la tutela del territorio. Per non parlare del viluppo di competenze che produce il più scontato e stantio scaricabarile, lo sport nazionale per antonomasia.
Nel frattempo controllo le mie provviste, verifico che il pane nella madia sia sufficiente e preparo mentalmente una lista mirata della spesa, sperando che non tornino ancora le voraci cavallette. Tiene la luce, il gas non manca (e peserà parecchio sull'economia domestica), l'acqua continua a scorrere. Posso ancora reggere la spallata del tradizionale generale Inverno.

domenica 20 novembre 2011

Alluvione perenne - 2


La Costituzione della Repubblica Italiana



Art. 9



La Repubblica tutela il paesaggio e il patrimonio storico e artistico della Nazione.



 













Prefazione



di Marco Travaglio



Nei miei primi venticinque anni, la Liguria è stata sinonimo di mare, di vacanze, di estate, di focacce, di pesce fresco, di ragazze, di allegria. Poi, quando cambiai rotta per le ferie, rimase un bel ripostiglio di ricordi e di emozioni, che riemergevano a ogni canzone di De André, a ogni spettacolo di Grillo, a ogni poesia di Montale, a ogni film di Villaggio. Nel luglio del 2006 mi arrivò il numero 5 di «MicroMega». C'era una lunga inchiesta di Marco Preve e Ferruccio Sansa, due fra i migliori cronisti che conosca. S'intitolava «L'Unione fa il cemento». Da allora, la Liguria mi è diventata sinonimo di tristezza, di rabbia, di impotenza. Decisi di fare qualcosa, nel mio piccolo.



Ripresi l'inchiesta in una delle mie rubriche quotidiane su «l'Unità». La intitolai «Calce & Martello», nella speranza di provocare una qualche reazione dei politici citati. Invitai i turisti che stavano per mettersi in autostrada verso le spiagge liguri a munirsi di macchina fotografica per immortalarne i paesaggi marini, perché quello poteva essere l'ultimo anno utile per ammirarli, prima della grande colata di cemento, prima della «ra-pallizzazione-bis». Domandai che fine avesse fatto la sensibilità ambientalista del centrosinistra che governava la Regione quasi ininterrottamente da sessant'anni. Citai le cifre di Preve e Sansa a proposito dei quindici progetti per altrettanti porti turistici da 9.807 posti-barca che, oltre a occupare buona parte di quel che resta della costa, porteranno con sé 37.882 metri quadri di edilizia residenziale, 51.601 di uffici e negozi, 19.122 di alberghi, 33.918 di artigianale e 11.007 posti auto fra Ventimiglia, Bordighera, Diano Marina, Alassio, Loano, Savona, Finale, Albissola, Varazze, Arenzano, Santa Margherita, Portovenere. (Ma adesso si scopre che in tutta la Liguria, come ricordano gli autori in questo libro, sono in arrivo quasi tre milioni di metri cubi di cemento!)



Ricordai il patto d'acciaio siglato a Imperia dai due Claudii: il reuccio del luogo, il forzista Claudio Scajola detto «Sciaboletta», e il governatore diessino Claudio Burlando, che avevano da poco festosamente posato la prima pietra del nuovo porto: un'opera faraonica da 90 milioni di euro, con 1.392 posti barca, 1.887 posti auto, 40.000 metri cubi di edifici con 100 appartamenti, e poi garage, commercio, officine e si parla persino di un campo da golf con vista mare. Cerimonia nobilitata dalla presenza dei rappresentanti della società costruttrice: l'Acquamare di Gaetano, Francesco e Ignazio Bellavista Caltagirone, uno dei tanti nomi eccellenti, quest'ultimo, sfiorati dall'inchiesta Antonveneta, in cui era ed è coinvolto anche l'immobiliarista piemontese Luigi Zunino, uno dei furbetti al seguito di Ricucci nelle scalate illegali del 2005. Quello stesso Zunino che è pure impegnato nella costruzione di case extralusso sulla costa di Alassio. Così come Gianpiero Fiorani, quello del blitz su Antonveneta, era interessato alla mega-speculazione sull'ex Italcementi di Imperia, ed era in intimi rapporti con altri protagonisti delle speculazioni in Liguria: il trasversalissimo e dunque sempreverde costruttore pluri-indagato Marcellino Gavio; il senatore forzista ligure Luigi Grillo; la banca Carige, nel cui Cda siedono il fratello di Scajola e il figlio dell'eurodeputato Udc Vito Bonsignore, pure lui indagato come Grillo per il fallito assalto ad Antonveneta.



Rammentai il caso di Savona, che sarà presto ingentilita da tre grattacieli: una torre e un crescent progettati dall'architetto catalano Ricardo Bofill e il «faro ricurvo» ideato da Massimiliano Fuksas, un bananone luminoso alto 120 metri a strapiombo sul mare. En passant, citai anche lo scandalo di Rapallo, che rischia di essere «ri-rapallizzata» con operazioni immobiliari nello splendido borgo di San Michele di Pagana, uno dei pochi scampati alla cementificazione selvaggia del dopoguerra: «la Repubblica» aveva appena svelato un'inchiesta della Procura di Chiavari, incuriosita dalla presenza dei figli del sindaco di destra Ezio Armando Capurro, detto «il Berlusconi del Tigullio», nell'immobiliare che aveva acquistato le aree su cui stava per sorgere un hotel a 4 stelle sebbene lo stesso Comune le considerasse inedificabili (trovai irresistibile, fra l'altro, che Capurro portasse lo stesso nome del simpatico truffatore interpretato da Totò ne I due marescialli con Vittorio De Sica).



La mia rubrica su «l'Unità» si concludeva con un espediente retorico, tra il beffardo e il provocatorio: «Ce n'è abbastanza per prevedere che, alla fine dei lavori, il paesaggio ligure ne uscirà, se non sfigurato, ampiamente modificato. E c'era da immaginare che l'inchiesta uscita su "MicroMega" suscitasse dibattiti, polemiche e soprattutto smentite dalla giunta regionale. Niente di tutto questo. Silenzio di tomba. Nessuna smentita nemmeno sulla presunta "pax burlandiana", cioè sul ruolo decisivo di molti esponenti della sinistra ligure e sugli strani trasversalismi fra comuni di destra e di sinistra interessati ai progetti. Forse gli amministratori regionali erano troppo impegnati in altre faccende, per leggere la lunga inchiesta di "MicroMega" e per rispondere. Per questo l'abbiamo riassunta su "l'Unità": nella speranza che qualcuno ci dica che è stato tutto un brutto sogno, e che non è vero niente».



L'articolo uscì il 30 agosto 2006. Sto ancora aspettando una risposta, un cenno, una parola. Niente. Nemmeno ai lettori de «l'Unità» il compagno Burlando ritenne di dovere delle spiegazioni. Non pervenuto. Lui, del resto, preferisce rivolgersi direttamente agli editori per lamentarsi dei giornalisti che lo criticano. Ama le scorciatoie. Come quando fu sorpreso in auto mentre imboccava in contromano una superstrada e, fermato dalla polizia, estrasse pure il tesserino di ex parlamentare, peraltro scaduto.



Nel frattempo Preve e Sansa hanno continuato a scavare in quella lingua di terra che rischia di diventare la nostra Striscia di Gaza, senza bombe ma tutta asfalto e cemento. Con meno abitanti (caleranno di centomila unità nei prossimi vent'anni), ma con più case, più auto, più barche, più turisti (ancora!) e più arresti per tangenti e gare truccate. Ne è nato questo bel libro, scritto con precisione e amore non solo per i dettagli, ma anche per la terra di Liguria devastata da orde di predatori indigeni e importati da fuori. Che non sono però i tamarri da spiaggia libera armati di stereo in spalla e tovaglia di spugna. Sono politici, amministratori, architetti, costruttori, speculatori, immobiliaristi, qualche mafioso, col contorno delle immancabili cooperative rosse che non mancano mai per garantire la mancanza di opposizione a sinistra. Non a caso, alle ultime elezioni politiche, per la prima volta dalla Liberazione il centrodestra ha scavalcato il centrosinistra, violando una delle ultime roccaforti «rosse» considerate inespugnabili e puntualmente espugnata.



Non ci sono soltanto storie di ordinario malaffare e straordinaria speculazione, in Il partito del cemento. Ma anche racconti ai confini della realtà, come quello dei medici che posano in gruppo con lo sgovernatore Burlando in un memorabile calendario e poi si ritrovano quasi tutti promossi a primari. E c'è soprattutto la nostalgia per una terra povera ma bella, che un tempo attirava uomini di cultura da tutto il mondo, da Marguerite Duras a Ernest Hemingway, e oggi calamita palazzinari e professionisti del brutto, sempre più rinomata per la malapolitica e per le retate di colletti bianchi. Anzi, sporchi.



http://www.chiarelettere.it/libro/principio-attivo/il-partito-del-cemento.php






 


sabato 19 novembre 2011

Alluvione perenne




 



8 maggio 1998 (l'Unità)

 





 



“Adesso come allora. Come ai tempi de La speculazione edilizia di Calvino (1957). Una nuova colata di cemento si abbatte sull'Italia, a partire dalla Liguria. La febbre del mattone non conosce ostacoli perché raccoglie consensi trasversali, e al diavolo il paesaggio.

Chi può, se ne va ai Caraibi. Castelli, ex fabbriche, conventi, colonie, ex manicomi, ospedali: tutto si può "riqualificare", parola magica che nasconde ben altro.



Politici locali e nazionali, di destra e di sinistra, imprenditori, alti prelati, banchieri, siedono contemporaneamente in più consigli di amministrazione e si spartiscono cariche pubbliche, concorsi, appalti, finanziamenti.

Allo scopo servono anche associazioni culturali o in difesa dell'ambiente, appuntamenti gastronomici, feste e premi. Controllori e controllati spesso sono la stessa persona, famigliari o amici fidati.

"Fare sistema" da queste parti vuol dire costruire una rete sul territorio che non lascia spazi a chi non è della partita. In nome degli affari.

La Liguria sta coprendosi di quasi tre milioni di metri cubi di cemento e se non c'è più posto a terra, si prova sul mare, costruendo nuovi porti per decine di migliaia di posti barca. Non mancano neppure i grattacieli, opera di architetti prestigiosi (Bofill e Fuksas a Savona, Consuegra ad Albenga) che hanno messo da parte qualsiasi scrupolo paesaggistico (ma Renzo Piano si è ritirato da un progetto che inizialmente portava la sua firma).

Parlando di cemento e di piani regolatori, si arriva necessariamente a parlare della mancanza di regole di una classe dirigente in bilico tra l'imbroglio, la trama del sottogoverno e l'interesse personale. Di un'umanità approssimata moralmente e culturalmente.



Addio all'Alassio di Carlo Levi e di Hemingway, addio alla Sanremo di Calvino, addio alle Bocche di Magra della Duras, di Vittorini, Pavese, Einaudi. Addio alla Liguria degli artisti e degli intellettuali.



Ma non tutto è perduto, c'è chi si batte e ottiene risultati sorprendenti. Basta cominciare dal basso. Tutti possiamo esercitare il ruolo di cittadini, come dimostrano le associazioni libere e le iniziative che sono nate in questi mesi, in questi anni”.



Quarta di copertina del libro "Il partito del cemento" (di Marco Preve, Ferruccio Sansa) (luglio 2008). Edizioni Chiarelettere.