sabato 29 settembre 2007

Mi è scoppiata la rivoluzione


L’attualità mi fa propendere per un post lungo e diviso in quattro parti. Argomento unico: la Birmania. Credo sia molto importante cogliere il forte segnale che proviene da una terra così lontana, dai tenaci e umili protagonisti della “rivoluzione allo zafferano” che sono questi giovani monaci buddisti che hanno raggrumato attorno a sé la popolazione e catalizzato l’attenzione del mondo, spero non solo per il simbolico giorno di buonismo manierato con l’abbigliamento in rosso. Se un altro mondo è (o sarà) possibile, proprio a questi segnali deve affidarsi per recuperare la speranza in un domani disponibile anche per le generazioni successive.


Quelle urla nel silenzio


Marina Forti


Da almeno quarant'anni la Birmania si sottrae agli occhi del mondo, come una casa sprangata e nascosta dietro un muro troppo alto per guardare dentro. Da quando hanno preso il potere nel 1962 con un colpo di stato, i militari hanno costruito una cortina di buio. La Birmania è diventata un paese isolato dal mondo, informazione censurata, internet filtrata, contatti con l'esterno minimi. Ma nessuna censura riesce mai a essere totale. Ieri le immagini dei militari che infieriscono sui giovani monaci di Yangoon hanno fatto il giro del mondo. Abbiamo visto il fumo e gli spari, i manganelli che si abbattono sui giovani avvolti nelle tuniche, i volti insanguinati degli studenti. La cortina di buio è crollata. Le proteste di queste settimane in Birmania sono la prima rivolta di massa contro il regime militare dal 1988, quando le proteste studentesche furono spente con un massacro. Non arrivate inaspettate, almeno per chi conosce un po' il paese. Dopo il massacro del 1988, e le elezioni annullate del 1990, l'opposizione birmana è costretta all'esilio o al lavoro sotterraneo: ma non è scomparsa. La politica è ovunque fatta di simboli e il volto sorridente di Aung San Suu Kyi, leader della Lega per la Democrazia, è un potente simbolo anche se costretta agli arresti e al silenzio. Non solo: una nuova generazione di studenti oggi si richiama a quelli che si erano ribellati vent'anni fa, e in questi giorni è scesa nelle strade. Poi ci sono i monaci, da sempre parte rispettata e importante della società birmana - e tanto più in un paese governato dalla censura, dove il monastero è anche scuola e luogo di confronto. Ora i monaci buddisti esercitano il loro «ruolo morale» sfilando nelle strade, facendosi microfono di un'intera popolazione, chiedendo democrazia e dialogo. Hanno calibrato bene i loro gesti: nei loro cortei hanno toccato prima la residenza di Aung San Suu Kyi, simbolo di unità, poi l'ambasciata cinese, perché il sostegno di Pechino è indispensabile alla giunta militare. Finora il mondo è rimasto indifferente a quanto succede in Birmania, nascondendosi dietro l'ipocrita formula del «dialogo costruttivo» (è il caso dell'Italia). È stato necessario vedere il sangue nelle vie di Yangoon perché le potenze mondiali uscissero dall'apatia. Ora risuonano parole indignate, si riunisce il Consiglio di sicurezza dell'Onu, si parla di condanne. Bene: bisogna che la Cina usi la sua influenza sulla giunta militare birmana. Servono sanzioni vere, non simboliche come quelle sui visti preannunciate dal presidente degli Stati uniti George W. Bush. La forza del governo militare di Yangoon sta nell'aver rastrellato negli ultimi vent'anni grandi investimenti stranieri: il più importante è quello di Total-Fina e Unocal, che hanno messo due miliardi di dollari nello sfruttamento del gas naturale chiudendo gli occhi alla repressione e al lavoro forzato imposti dal governo militare attorno al loro gasdotto. Il «dialogo costruttivo» non regge più. Gli studenti e i monaci di Yangoon si aspettano che il mondo li sostenga.


il manifesto (27 settembre 2007)


Quei buddisti monaci così miti e così forti


Come nella rivolta dell'88, anche oggi in prima fila contro la brutalità del potere militare ci sono le tuniche color porpora. Da dove viene la loro forza?


Renato Novelli


I monaci hanno sempre avuto grande importanza nella storia della Birmania. Una parte di essi svolgeva la funzione di consiglieri e referenti dei governanti nel periodo pre-britannico. Gran parte del «Sangha» (l'organizzazione del monachesimo Theravada, quello diffuso nella regione), ebbe una funzione chiave nella resistenza culturale alla società coloniale. Dopo il colpo di stato del 1962, che portò i militari al potere a Rangoon, i monaci non cessarono mai di moderare, per quanto potevano, gli aspetti più odiosi dell'oppressione politica e hanno conservato una relativa autonomia non direttamente conflittuale con il regime. Nella rivolta dell'88 anche loro parteciparono alle manifestazioni, soprattutto i giovani.


Ora, in piena stagione delle piogge, hanno saputo prendere la testa del dissenso diffuso, trasformarlo in proposta politica largamente unitaria e ridare fiato a un'opposizione colpita da due decenni di persecuzione. La sequenza degli avvenimenti parla chiaro. In agosto, di fronte al rincaro del 500% della benzina, l'associazione degli studenti del 1988 ha scelto la protesta: il 24 di quel mese 500 persone sono scese in piazza. Sono stati arrestati, forse torturati e ancora oggi detenuti. In settembre i monaci si sono mobilitati a Pakokku, a 500 km dalla capitale, e la polizia li ha dispersi con la forza. Il giorno dopo le associazioni dei monaci (la All Burma Monk Alliance Group e altre) hanno chiesto le scuse del governo. Le manifestazioni hanno preso da allora un'ampiezza senza precedenti dal 1988. Nella mobilitazione di questi giorni si può riconoscere una strategia precisa, con tre caratteristiche originali e funzionali a una lotta popolare organizzata.


Primo, i monaci hanno marciato sulle pagode e non verso gli edifici del governo. Non parlano di carovita, né suggeriscono soluzioni di governo, ma chiedono che il popolo sia ascoltato, in nome dell'amore che è alla base della visione buddista della vita sociale. Con ciò, e con il prestigio di cui le tuniche porpora godono, si sono candidati a sostenere una lunga onda di lotta. Non sarà facile che le repressione possa ripetere il successo terribile del 1988.

Secondo, i monaci hanno marciato verso la casa di Aung San Suu kyi, creando le condizioni della più ampia unità dell'opposizione.


Terzo, hanno marciato anche verso l'ambasciata cinese, dimostrando di avere chiaro dove risiedano la «mano invisibile» e l'economia esterna che sostengono la giunta militare di Yangoon: sanno che senza la mobilitazione della società civile internazionale e l'appoggio delle istituzioni mondiali non sarà possibile sostenere lo scontro.


Il buddismo dimostra così un potenziale di forza inedito per una lotta politica di democrazia avanzata. Perché il buddismo nella regione non è, come molti in occidente hanno creduto, una dottrina di alta meditazione sulla condizione umana e insieme una religione popolare un po' naif. E' piuttosto un'attitudine culturale di fronte alla vita comprensibile a chiunque e radicata tra tutti gli strati della società.


In queste ore di scontri, tale visione può fare la differenza con la sconfitta del 1988. Il padre di tutte le giunte birmane, il generale Ne Win autore del golpe del '62, amava dire che fare un putsch è come prendere una tigre per la coda per poi lottare con lei per sempre. E' un'immagine che dà la misura di quanto il padrone di oggi, il generale Than Shwe, possa essere consapevole della fragilità del suo potere nonostante la propria forza. Myanmar è un paese dove, secondo l'Onu, il 60% della popolazione impiega il 70% delle proprie entrate in consumi di sopravvivenza. L'economia dal 1988 a oggi è profondamente mutata. Ieri il 45% dell'export erano derrate agricole, oggi le principali voci d'esportazione sono il gas, i carburanti, legname, pietre preziose, droghe. La giunta ha realizzato un paese-lager dove esistono i lavori forzati in massa, da dove fuggono milioni di emigranti, dove si viene arrestati per niente. Il canto dei monaci di oggi ricorda il canto dei loro predecessori del 1945, che incrociano i soldati giapponesi nell'Arpa birmana: potrebbero fermare i carri armati, se una parte dell'esercito si pronuncerà contro la repressione brutale dei dimostranti.


il manifesto (27 settembre 2007)



Democrazia ma non solo: è partita la corsa alle ricchezze di Myanmar


Le manovre interne alla giunta militare e alla comunità buddista birmana e thailandese. La posta in palio è grossa: Cina, India, occidente se la contendono


Piergiorgio Pescali


«Una rivoluzione gandhiana». Così, un esponente della Lega Nazionale per la Democrazia (Nld con la sua sigla in inglese) contattato per telefono a Bangkok, ha voluto definire la lunga serie di manifestazioni che stanno sconvolgendo la vita sociale e politica del Myanmar.

La rivoluzione delle toghe porpora, bisognerebbe aggiungere. Perché a differenza delle rivolte avvenute nel 1988 in quella che allora si chiamava ancora Rangoon, in cui studenti e membri politici della Nld presero parte attiva, quelle odierne sono organizzate da monaci buddisti.

E' anche per questo che il massacro di civili non ha ancora toccato i livelli di massa paventato da molti mass media, lo stesso che aveva posto fine alle rivolte di vent'anni fa, quando con la complice indifferenza dell'occidente, migliaia di dimostranti vennero uccisi e altrettanti infossati nelle carceri birmane.


Ma come è possibile che in pochi giorni, si possa organizzare e radunare una così grande massa di persone e, in particolare di monaci? Viaggiare nel Myanmar non è né facile né economico per la gente comune, specialmente nella stagione delle piogge. E' inoltre impossibile che militari e amministratori locali non si siano accorti di trasferimenti così massicci in un Paese dove tutto è controllato minuziosamente e dove le spie del regime sono infiltrate in ogni antro della vita sociale e religiosa.


Ciò che sta accadendo oggi sembra invece essere il risultato di una lunga e minuziosa opera di preparazione durata diversi mesi con la partecipazione attiva di diverse organizzazioni internazionali. Paradossalmente aveva ragione The New Light of Myanmar, il giornale dei generali, quando, ancora alla metà di agosto, affermava che le manifestazioni erano opera di «elementi esterni che vogliono destabilizzare il Paese».


Perché biasimare una delle pochissime cose sensate e veritiere che si sono mai lette su questo giornale? Non è un mistero per nessuno che tra i vertici del sangha (la comunità buddista) thailandese e birmana non scorra buon sangue. I leaders del clero birmano sono stati accuratamente scelti dai militari e sin dall'inizio si sono sempre schierati contro le dimostrazioni chiedendo più volte ai monaci di rientrare nelle pagode. Viceversa, nei monasteri thailandesi si sono svolte giornate di preghiera per i fratelli birmani.


Inoltre chi si fosse recato in Birmania nei mesi immediatamente precedenti le rivolte, non avrebbe potuto fare a meno di notare il vertiginoso aumento delle delegazioni di monaci delle due nazioni che andavano e venivano tra i due Paesi.


E' chiaro, anche, che la rivolta delle toghe porpora, non è fine a se stessa.

Ci sono molti governi, in particolare occidentali, che aspettano con ansia che venga aperta una porta per poter entrare nel paese senza destare un turbinio di polemiche e fare man bassa delle sue enormi ricchezze naturali. I monaci, dopo il fallimento delle rivolte politiche del 1988, rappresentavano la componente sociale più sicura affinché non si ripetesse quella stessa carneficina.

In questo campo Cina e occidente si sono trovati dalla stessa parte. Pechino non vede di buon occhio il generale Than Shwe, il leader della giunta militare birmana, considerato filo-indiano, preferendo un generale moderato e filo-cinese, che garantisse l'avvio del processo democratico e il dialogo con la leader riconosciuta del dissenso, Aung San Suu Kyi, per rendere il regime accettabile anche all'occidente e dare prova, alla vigilia delle olimpiadi di Pechino del prossimo anno, della buona volontà dei cinesi di proseguire nella via della liberalizzazione.


La democratizzazione del Myanmar porrebbe anche fine all'imbarazzante situazione di numerosi Paesi europei che, pur invocando il boicotaggio, continuano ad avere enormi interessi nella nazione asiatica. Sono oramai decine le multinazionali che hanno sfidato l'embargo investendo nel Paese: la francese Total, insieme alla malese Petronas, garantisce un miliardo di dollari l'anno, mentre Singapore ha insufflato un miliardo e seicento milioni di dollari in settantadue progetti turistici d'élite in cui l'Italia partecipa massicciamente con diversi tour operator.


E' grazie a tutti questi progetti che le riserve monetarie birmane sono state rimpinguate: secondo il Fondo mometario internazionale ammonterebbero ora a un milione di dollari (nel 1988 erano solo ottantanove milioni).


L'avvio della «road to democracy» potrebbe eliminare tutte queste incongruenze, consegnando all'economia di mercato un altro Paese da sfruttare.


il manifesto (28 settembre 2007)



Sanzioni, la timidezza europea è Total


Gli interessi della multinazionale francese dell'energia dietro la riluttanza di Sarkozy e dell'Unione a prendere seri provvedimenti contro i generali


A. D'A. (Bruxelles)


L'Europa, al pari del mondo, ha ri-scoperto la repressione in Birmania, vecchia di 45 anni. Il problema è che la stessa Ue, al pari degli Usa, continua a dimenticare che anche le sue imprese aggirano l'embargo imposto al paese. Ieri, praticamente all'unanimità, il Parlamento europeo ha approvato una risoluzione che condanna l'operato del governo militare di Yangon, mentre sostiene con forza l'azione dei dimostranti. Strasburgo, si legge nel testo, «plaude alla coraggiosa azione dei monaci birmani e di decine di migliaia di altri manifestanti pacifici contro il regime antidemocratico e repressivo al potere in Birmania».

Il testo, rivisto poco prima del voto per raccogliere anche gli ultimissimi avvenimenti, riprende «l'orrore per l'uccisione di manifestanti pacifici, insiste affinché le forze di sicurezze rientrino nelle caserme e chiede che sia riconosciuta la legittimità delle richieste che vengono avanzate e che siano rilasciati i manifestanti arrestati ed altri prigionieri politici».


Con i monaci ed il popolo birmano si schierano anche la Commissione e i 27. Gli ambasciatori dei governi europei ieri mattina hanno dato mandato alla Presidenza portoghese e ai gruppi competenti di studiare come rafforzare il sistema sanzionatorio già in vigore da anni contro il regime militare di Rangoon. Quello delle sanzioni è un punto sottolineato anche dal Parlamento, ma è anche il punto debole dell'Europa. Da Bruxelles e Strasburgo si sottolineano i traffici di Cina ed India con il regime, che hanno reso inefficace il decennale embargo, ma si dimenticano le titubanze e le ipocrisie Made in Eu, soprattutto Made in France.


Secondo la Fidh, la Federazione internazionale dei diritti umani, la francese Total, in cooperazione con la statunitense Chevron Texaco, è il principale partner commerciale della giunta militare. L'impresa francese apporta il 7% del bilancio del regime in cambio dell'accordo per lo sfruttamento esclusivo del giacimento di gas di Yadana e del gasdotto che trasporta il gas fino in Tailandia. E proprio per questo gasdotto che la Total e l'Unocal, acquisita poi dalla Chevron, sono finite sotto giudizio per lavoro forzato: gli appalti venivano gestiti in loco da imprese di familiari dei generali che obbligavano la popolazione a lavorare ricorrendo alla forza. Per fugare le accuse, la Total nel 2003 chiede un rapporto sulla sua filiale birmana ad un ufficio di consulenze dal nome curioso Bk Conseil.

Il lavoro, ricambiato con 25.000 euro, arriva ad affermare in maniera chiara e forte che le accuse di schiavitù erano delle «fantasie». Delle fantasie che hanno però un prezzo, visto che nel novembre 2005 la Total si affretta ad indennizzare otto birmani ed a finanziare una pseudo Ong, il tutto in cambio del ritiro della denuncia.


La cosa più curiosa è che dietro alla Bk Conseil si nasconde Bernard Kouchner, attuale ministro degli esteri di Francia, paese che presiede attualmente il Consiglio di sicurezza dell'Onu. E non è quindi un caso che Parigi stia mantenendo in questi giorni una posizione quanto meno ambigua. Mercoledì Sarkozy aveva lanciato un appello alle imprese francesi, ed in particolare alla Total, perché evitino nuovi investimenti in Birmania.


La Total rispondeva picche, che non se ne parlava. Di fronte al rifiuto, era il governo ad abbassare i toni. Ieri il segretario di Stato ai diritti umani Rama Yade ha infatti addolcito quanto detto dal suo Presidente: «Il fatto che Total sia presente in Birmania non ha mai impedito all'Ue di proporre e rendere effettive le sue sanzioni».


Difatti non hanno mai funzionato, tanto che ora i 27 pensano «a rafforzarle e renderle più efficaci». Già prima di lei era però intervenuto Kouchner, assicurando che le attività della Total non sono «contrarie» alle misure decretate dalla Ue contro la Birmania. E dire che il gas non rappresenta solo la principale entrata per il regime, ma anche la sua base di potere. Un sistema di oppressione oliato con la complicità economica di Total, Chevron Texaco, della tailandese Pttep, della malese Petronas, della giapponese Nippon Oil mentre Cina ed India sono interessate alle riserve inesplorate, su cui punta anche la coreana Daewoo.


il manifesto (28 settembre 2007)


Foto: www.lastampa.it


 

venerdì 28 settembre 2007

Signori in rosso


Un messaggio sta circolando in queste ore per sms e sui blog per chiedere a tutti un segno di solidarietà per i monaci buddisti



Una maglietta rossa per la Birmania "In tutto il mondo, venerdì 28"



Nastri rossi, gialli e ocra stamane alla stazione Leopolda di Firenze

Sit-in di Amnesty International domani e sabato a Roma e Milano


ROMA - Una maglietta o un nastro rosso in sostegno della Birmania. E' la parola d'ordine che corre sui blog e sui cellulari, una catena di sms per un gesto di solidarietà a favore dei monaci buddisti e del popolo birmano. Questo è l'invito che sta circolando in queste ore via sms: "In support of our incredibly brave friends in Burma: may all people around the world wear a red shirt on Friday, September 28. Please forward!" (a sostegno dei nostri amici incredibilmente coraggiosi in Birmania: venerdì 28 settembre indossiamo tutti quanti, in tutto il mondo, una maglietta rossa).

Un testo analogo in lingua italiana circola anche nei blog: "Venerdì 28 settembre indossiamo una maglia rossa. Chiunque legga questo messaggio lo trasmetta a quante più persone sensibili a questo gravissimo problema gli sarà possibile. GRAZIE DI CUORE".


Fonte: www.repubblica.it (27 settembre 2007)

mercoledì 26 settembre 2007

Il buio a mezzogiorno


Oggi è stato licenziato il mio collega. Anzi no, è stato collocato eufemisticamente in mobilità, con la risoluzione del contratto di lavoro. Nella lettera gli viene “intimato” di non rientrare in azienda per prestare la sua opera.


Voglio e devo esser più preciso. Non era solo il mio collega la persona con la quale ho diviso l’ufficio per dieci anni. Si trattava soprattutto, perchè tale lo consideravo, di un amico e confessore. Sempre presente, pronto all’ascolto nei miei momenti di disagio (i lunghi e disperati giorni dell’abbandono da parte della donna amata), in quei passaggi a vuoto che contrassegnano il percorso di settimane o di mesi. Le tragedie mortali.


Questi rapporti umani e di colleganza funzionano secondo una precisa conformazione. Se ti viene affiancata una persona con questa potrai stringere amicizia oppure considerarla insopportabile, un tormento quotidiano che si dovrà sopportare per la causa comune, per limitare stress e insofferenza (quieto vivere) che peraltro alligneranno ugualmente. In altri termini: accettare la convivenza, confidando di uscirne con meno danni possibili e bramando la separazione non appena si dovesse profilare la possibilità. Un martirio che magari potrà consegnare in anticipo un posto nel regno dei cieli oppure una citazione sul calendario, accanto al consolante panta rei. Se, al contrario, la relazione funziona, si capovolgono i termini della vexata quaestio. La condivisione comincia a dosi omeopatiche per poi crescere in sintonia ed armonia di pensiero. La nascita del primo figlio, il secondo dopo qualche anno. E, in entrambi i casi, si vive anche il periodo della gravidanza percorso da quei tremori che ogni genitore ben conosce. Poi seguono i primi passi, le prime conquiste, le assenze per la visita pediatrica o l’immancabile influenza. Il primo giorno di scuola materna, l’ingresso nella scuola primaria. Le pagelle, i rapporti con le insegnanti, le feste di fine anno scolastico. Le foto che contrappuntano i momenti più belli, accanto alla constatazione che: “quanto sono cresciuti dall’ultima volta che li ho visti”.


Tutto questo e tanto altro ancora è stato cancellato oggi. Non esisterà più da domani. Sarò da solo. La solitudine, una cifra che ormai mi sta accompagnando da alcuni mesi. Sembra il mio destino. Sarò solo anche con gli inevitabili momenti di disagio e quei passaggi a vuoto di cui parlavo prima. Perchè non ci sarà più lui ad ascoltarmi, a confortarmi con la presenza silente, a scuotermi quando è stato necessario, a capire che ogni tipo di sofferenza, da quella per amore a quella per la perdita di persone care, richiede elaborazione, dunque tempo, dunque pazienza. E lui ne aveva.


C’era un momento che per me diventava stimolante e rassicurante. Accadeva che generalmente lo precedessi al lavoro. Aprivo la porta che poi chiudevo alle mie spalle. Questione di poco e poi sarebbe arrivato. E quando sentivo nuovamente la porta spalancarsi già sapevo che era lui. A quel punto si poteva cominciare, giudicando anche dalla sua espressione se la giornata sarebbe iniziata positivamente oppure no. Si generano codici segreti sviluppati dall’empatia tra due persone e come io sapevo esattamente quando l’eventuale malumore sarebbe scomparso, analogamente accadeva per lui. Se poi si restava muti, non era silenzio.


Oggi è stata una giornata triste per me. È come se mi avessero amputato una parte. So che da domani inizierà una nuova fase, più cupa, meno rilassata, meno divertente, meno leggera, laddove per leggerezza s’intende la capacità di non drammatizzare, esasperandola, nessuna situazione.


E lui? Dovrà inventarsi una nuova storia da raccontare al terzo figlio in arrivo. L’ha saputo ieri, me l’ha comunicato oggi in una mattinata radiosa fino a mezzogiorno, quando il sole si è oscurato. E tutto è finito.


 

sabato 22 settembre 2007

La cosca predona


Guarda guarda cosa ti combinano i padroni, ops i “virtuosi imprenditori”, quelli che vorrebbero avere mano libera nei licenziamenti e, non essendo ancora accontentati, si rifanno convertendo la flessibilità in precariato, attingendo alla sciagurata legge Maroni (arbitrariamente accostata a Marco Biagi, assassinato dalle Brigate Rosse fiancheggiate dal ministero dell’Interno che, al giuslavorista aveva revocato la scorta, insultandolo poi  [Scajola dixit] da morto). Quelli che spremono fino all’usura i propri dipendenti e collezionano un numero impressionante di morti sul lavoro nelle loro aziende, perché la sicurezza è un costo che non immette alcuna ricchezza nei corposi conti bancari (spesso all’estero in maniera illegale e immorale). Quelli che pretendono dallo Stato riduzioni continue di tasse, contribuzioni, oneri e nulla danno in più ai lavoratori che pure contribuiscono ai profitti sempre in crescita. E si irrigidiscono ad ogni accenno di richiesta di aumenti o rinnovi contrattuali, pur dovuti. Per minacciare il trasferimento nei paesi dove ancora (per poco si spera) possono sfruttare in grande stile donne e uomini dell’immenso Sud del pianeta che, prima o poi, si solleverà contro le indegne accumulazioni di ricchezza e le vergognose condizioni di varia disumanità provocate dal vero male del mondo che è il capitalismo.   


Nel 2006 hanno investito quasi il triplo nel settore delle costruzioni (in valore assoluto 218,9 miliardi di €) rispetto a quelli realizzati in macchinari e attrezzature varie (79,6 miliardi di €). Tra il 2000 e il 2006 i primi sono aumentati del 88,1% i secondi sono addirittura scesi del 7,2%, mentre l’inflazione, sempre nello stesso periodo di tempo, è aumentata del + 15,1%. Stiamo parlando degli investimenti delle grandi imprese o meglio dei finanziamenti richiesti dalle grandi aziende alle banche secondo la destinazione economica dell’investimento.


Insomma, secondo la denuncia della CGIA di Mestre (che risale a un paio di settimane fa n.d.r.), si è privilegiato, in larga misura, l’investimento di natura “speculativa”, trascurando, invece, di impiegarli all’interno delle aziende per migliorare la competitività e divenire quindi più concorrenziali sui mercati internazionali. Sempre nella nota della CGIA di Mestre si sottolinea come l’andamento degli investimenti in immobili di questi ultimi 5 anni sia stato decisamente condizionato dalle agevolazioni innescate con la cosiddetta Tremonti bis.


“E’ indubbio – commenta Giuseppe Bortolussi segretario della CGIA di Mestre – che in vista della riduzione del cuneo fiscale, ad esempio, il Governo non avrebbe dovuto premiare indistintamente tutte le imprese. Si avrebbe dovuto tener  presente di chi ha diversificato i propri investimenti in settori maturi per fare solo ed esclusivamente profitti e chi, invece, ha riimmesso tutto nella propria azienda per renderla più virtuosa e più concorrenziale con l’obbiettivo di aumentare l’occupazione. Certo – conclude Giuseppe Bortolussi - generalizzare è sempre sbagliato ma questa nostra analisi dimostra come, in questo ultimo quinquennio di difficoltà economica, le grandi aziende italiane siano state più attente alle speculazioni  invece di riassestarsi organizzativamente”.

giovedì 20 settembre 2007

Tutto in una notte


Lo snodo cruciale della mia vita lavorativa si materializza pochi minuti dopo mezzogiorno nella persona del consulente aziendale incaricato, con ampio mandato, di tagliare alcune decine di unità lavorative: 50 poi scese, dopo trattativa, a 35. Quindici, perciò, sono da “recuperare”. La proposta che mi sottopone è solo apparentemente benevola, vincolata ad una condizione e compressa nello spazio di poche ore. Entro le 9 di giovedì 20 dovrò decidere se accettare, al termine della cassa integrazione (tra una settimana), un’ora in più di lavoro (21 anziché 20), posto che in azienda non potrò più arrivare al full time. Va aggiunto che, per una serie di considerazioni sviluppate con il capo reparto, vengo ritenuto una risorsa, che va mantenuta, seppure con un budget limitato.


Prendere o lasciare? No, non proprio così. Se non accettassi è molto probabile, vista la premessa iniziale, che resterei ugualmente, evitando dunque la mobilità. Ma se cambia la prospettiva ecco che la proposta si rivela una trappola. L’incentivo all’esodo, più il Tfr, più il pagamento di ferie e permessi non goduti, più l’indennità per il mancato preavviso di licenziamento, assieme all’assegno di mobilità per 12 mesi al 100%, seppure rateizzati in sei mesi (seri problemi di liquidità) costituiscono pur sempre una cifra apprezzabile. E chi conserva, miracolato o meno, il posto di lavoro non riottiene la tranquillità, ma probabilmente vede solo prorogata l’uscita di sei mesi, massimo un anno, quando non si potranno più spuntare gli incentivi attuali. Non solo.


Sarò chiamato a dare molto di più, per ottenere in cambio molto di meno. Il clima ambientale, già pesantemente deteriorato dopo 24 mesi di Cigs, farebbe registrare un ulteriore arretramento, con condizioni presumibilmente più onerose. Per non parlare poi delle “perdite” umane, riferite ai colleghi espulsi. Con alcuni di loro si è creato nel corso degli anni un legame che ha travalicato lo stretto rapporto di lavoro. E adesso la diaspora dolorosa.


Decidere in poche ore, lo spazio di una notte, dopo un pomeriggio trascorso con il cordless in una mano e il cellulare, sempre acceso, nell’altra.  Decidere prima che le parti si incrocino per la firma sull’accordo di mobilità. Qui la testa viene trapanata da un interrogativo: perché mi è stata messa fretta, con un ultimatum ambiguo, se poi anche in caso di rifiuto non rientrerei tra le “unità lavorative” collocate alla porta? E se invece fosse una tattica, sporca se sono i padroni o i loro tirapiedi a proporla, per condizionare psicologicamente il dipendente, porgli una serie di vincoli e poter dunque esercitare meglio il controllo sociale su di lui?


Infatti, se il mio rapporto di lavoro proseguirà, mi troverò a patire un forte condizionamento mentale, quasi mi trovassi con un debito di riconoscenza, nei confronti del consulente e del caporeparto che ha speso nobili parole per me (sic). E si potrebbe pure configurare un’inadempienza della ditta che modifica unilateralmente il contratto iniziale firmato. E poi perché questo “strano” numero di ore: 21? La sciocca spiegazione ottenuta è stata che il lunedì si partirebbe con cinque per affrontare subito di slancio la settimana. Inoltre per arrivare a 40 ore potrei sempre essere assunto, in perfetta regola, da un’altra azienda, come suggerito ieri mattina.


Insomma, come Arlecchino, servitore di due padroni. Devo perciò scegliere la soluzione che contiene meno controindicazioni: affrontare il salto senza rete oppure accontentarmi dell’uovo che mi verrà servito oggi piuttosto che inseguire la gallina nell’incerto domani. Tutto in una notte, già in parte trascorsa. Non si uccidono così anche i cavalli?

mercoledì 19 settembre 2007

Gli extracomunitari d’Oltretevere


Capita di scoprire per caso questo articolo su “il manifesto” ed è conseguenza naturale la pubblicazione sul blog. Così tanto per essere consapevoli che stiamo subendo un forsennato attacco dalla Chiesa romana, senza che si alzi almeno un sopracciglio per il fastidio, seguito da un “ohibò”. Libera Chiesa in libero Stato? I confini improbabili ed elastici del Vaticano rendono di carta velina quelli nostrani: si tratta della vera emergenza extracomunitaria.


La Chiesa e i media italiani, una stampa di regime Vaticano


Dalla «Pascendi di Dominici Gregis» di Pio X agli editti di Benedetto XVI


Lucio Manisco


In nessun paese del mondo come nel nostro vengono commemorati, celebrati, esaltati gli eventi di santa romana chiesa, posti in gran risalto gli interventi e gli editti del Ratzinger - in media nove la settimana, con punte di quattordici durante le sue escursioni fuori dal Vaticano - riferite ed illustrate senza spunti critici le aggressioni della Cei allo stato laico e le sue invadenze nella sfera legislativa della repubblica.


E in nessun paese come nel nostro l'informazione sulla realtà, i retroscena, i contrasti dell'involuzione fondamentalista ed oscurantista di questo pontificato è così carente, falsata ed omissiva.

L'affluenza dei papa-boys a Loreto che secondo le riprese televisive dagli elicotteri della polizia non ha superato i 140-150 mila partecipanti, levita nei resoconti osannati dei vaticanisti dai 200.000 a 400.000 e poi a mezzo milione; nessun raffronto naturalmente con le oceaniche adunate del Wojtyla, nessun commento sulla banalità degli appelli alla mobilitazione e a non aver paura rivolti a giovani in stragrande maggioranza italiani, nessuna curiosità su cosa mai possa intimorire dei ragazzi in un paese dove vice-primi ministri e massimi esponenti della sinistra e della destra assumono nei confronti del Vaticano la posizione prona dei vescovi durante la consacrazione mentre inveiscono contro gli «attacchi» europei alla chiesa per le sue massicce evasioni ed elusioni fiscali autorizzate ed incoraggiate dai governi della repubblica. Analoghe le colpevoli omissioni dei resocontisti vaticani sulla visita del Ratzinger nella cattolicissima Austria felix, tutt'altro che felice, anzi lacerata e divisa dagli indirizzi teologici, pastorali, politici perseguiti dalla chiesa di Roma negli ultimi quindici anni. Il dissenso che fa capo al gruppo «Noi siamo la chiesa» ha assunto dimensioni molto estese in seguito agli scandali che hanno sconvolto sacerdoti e fedeli negli anni Novanta, dalle rivelazioni sulle molestie sessuali su giovani e giovanissimi perpetrate per decenni dall'arcivescovo di Vienna, cardinale Hans Hermann Gröer, alla scoperta di 40.000 immagini pedofile in un seminario nei pressi della capitale. La percentuale di chi si dichiara cattolico è scesa in Austria dall'88 al 74% e decine di migliaia di fedeli hanno declinato di versare il contributo fiscale di 285 euro l'anno alla chiesa. Malgrado le pressioni delle alte gerarchie ecclesiastiche Joseph Ratzinger si è rifiutato di incontrare pubblicamente o privatamente i dirigenti di «Noi siamo la chiesa» ed il risultato è stato che solo il 10% dei 200.000 cattolici viennesi ha presenziato alla messa papale nella capitale. Tutti questi aspetti della crisi, posti in grande evidenza da pubblicazioni quali Kirche In e da quotidiani tedeschi come Bild, sono stati naturalmente ignorati dai vaticanisti che hanno imperversato per quattro o cinque giorni su tutte le reti televisive italiane.


Ma l'omissione più clamorosa, una vera e propria congiura del silenzio, ha colpito la ricorrenza centenaria di un documento fondamentale, di portata storica, che ha determinato e continua a determinare l'involuzione ultraconservatrice della chiesa di Roma. Mentre i nostri mass media dedicano pagine intere e trasmissioni televisive al decennale della beatificazione di una monaca caritatevole, dedita all'assistenza ed alla conversione degli agonizzanti in India, alla frequentazione di celebrità sotto gli obiettivi della Tv e a quanto pare piuttosto miscredente, non una sola parola è stata spesa per ricordare i 100 anni dell'enciclica di Pio X «Pascendi Dominici Gregis» che condannò alle fiamme eterne il modernismo e perseguitò i suoi esponenti e seguaci con la stessa veemenza devastatrice della crociata contro gli Albigesi anche se i tempi non permisero più torture, roghi ed eccidi. Rei di voler riformare e modernizzare la chiesa liberandola dai vincoli soffocanti del neo-scolasticismo vennero definiti, malgrado la loro scarsa consistenza numerica, una grave minaccia, una quinta colonna di ispirazione protestante, dei veri e propri eretici dediti alla distruzione del cattolicesimo. La «Pascendi» istituì Consigli di vigilanza in ogni diocesi, reti segrete di informatori sui preti che avessero rapporti sia pure fugaci con i reprobi e per tutti i sacerdoti un prolisso giuramento contro il modernismo rimasto in vigore fino al 1967. Chi si è chiesto perché Ratzinger abbia scelto il nome di Benedetto XVI dovrebbe forse ricordare che fu il successore di Pio X, Benedetto XV, a porre in atto con minore grossolanità ma con maggiore violenza la persecuzione dei modernisti con scomuniche a pioggia, bandi dall'insegnamento e virulente denunzie ad personam da tutti i pulpiti. Sotto i pontificati di Pio XI e XII si arrivò ad informare la polizia del regime di presunte tendenze antifasciste di alcuni «eretici».


La vittima più illustre in Italia fu il teologo e sacerdote Enrico Buonaiuti: colpito da scomunica nel 1925 e ribadita più volte, gli venne tolta la cattedra di storia del cristianesimo all'università di Roma in applicazione del concordato e venne allontanato dall'insegnamento quando rifiutò di prestare giuramento al regime. Quando da atei irriducibili lo incontrammo nell'immediato dopoguerra, si dimostrò comprensivo, finemente dialettico, tutt'altro che dottrinario ed estremamente mite. Il colpevole silenzio della stampa sul centenario della «Pascendi Dominici Gregis» è sceso anche sulla figura di questo grande italiano di cui l'intera nazione dovrebbe andare orgogliosa.


il manifesto (15 settembre 2007)



domenica 16 settembre 2007

Il sopore dei soldi


Ho trovato molto bello e interessante questo scambio di corrispondenza tra una libraia lombarda e Umberto Galimberti, ospitato nell’ultima pagina di D-donna del 15 settembre. In genere lo è sempre la rubrica che il filosofo, professore ordinario alla Ca’ Foscari di Venezia, gestisce sul magazine patinato de “la Repubblica” e tuttavia questa volta mi pare significativo evidenziarlo mentre è iniziato o sta iniziando un nuovo anno scolastico, dove la “la nazione si sveglia e si accorge che esistono i libri”, come scrive Galimberti. Riflessioni amare e tristi sulla sventurata sorte che ci attende, sempre in nome di quel mercato che inaridirà ancora di più le nostre menti, quelle dei più giovani segnatamente, già vilipese dall’inaudità stupidità dei tempi moderni.


COME SI DANNEGGIA LA CULTURA


Scrive Marx:


“Per il capitalismo, attento solo al denaro, un mercato di libri non differisce da un mercato di bestiame”, se non per il fatto - aggiungo io - che il libro, rispetto al bestiame, è una merce molto più povera che pertanto va tutelata


Sono una libraia appartenente a una specie in via di estinzione. Il decreto Bersani sulle liberalizzazioni non ha abolito il Pra, non ha eliminato la commissione bancaria di massimo scoperto e lascia i notai al loro posto nelle vendite immobiliari, ma ha totalmente liberalizzato il prezzo dei libri, facendo sparire una legge sull’editoria che, seppur insufficiente, faceva salvo il principio del prezzo imposto, seppure con una lunga serie di deroghe e di eccezioni. Chi ha presentato l’emendamento - l’onorevole Della Vedova, eletto nelle file del partito partorito dal principale editore italiano - e chi lo ha votato - i suoi ex “compagni” radicali - hanno capito poco del mercato del libro, che io preferisco definire “Il mondo dei libri”. Parlo da libraia che commerciante si sente poco, da lettrice che vive il mondo dei libri da un punto di osservazione privilegiato, da operatrice culturale che tenta di avanzare una propria proposta, che faticosamente cerca di andare al di là di ciò che è più immediatamente disponibile e reperibile, perché i libri sono, da un certo punto di vista, come un piccolo tesoro: per trovarli si deve cercare, allestire uno scenario nel quale entrino in gioco competenze, fantasia, varietà, passione e libertà, I libri in Italia hanno un prezzo spesso proibitivo? Credo di sì, anche se non sempre: discutiamo. Il numero di nuove proposte è esagerato? Certamente sì: discutiamo anche di questo. Il catalogo ne esce penalizzato? Non sempre, credo, fin quando esisteranno luoghi in cui non ci si dimentica del “vecchio” per inseguire le novità che durano, spesso, il tempo di un mattino. E quei luoghi sono le librerie. La liberalizzazione del prezzo dei libri non spezzerà posizioni di monopolio ma contribuirà a crearne, perché solo i grandi magazzini, i supermercati, gli ipermercati e le grandi librerie dl catena potranno permettersi di praticare forti sconti e perché solo le grandi case editrici saranno in grado di proporli, grazie alle proprie economie di scala. Gli altri, piccole librerie e piccole case editrici, saranno tagliati fuori e tutti quanti, lettori dl best seller e di “nicchia”, non avranno più librai e librerie cui rivolgersi per trovare ciò che i “grandi” non hanno interesse (economico) a proporre o pubblicare. Saranno tutti un po’ più poveri anche se potremo acquistare l’ultimo libro di Camilleri a metà del prezzo “consigliato” perché non sarà facile trovare sui banchi del supermercato L’antologia dl Spoon River, Fahreneit 451 o La banalità del male. Ringrazio della lungimiranza i nostri parlamentari e li invito, in particolare i radicali, a fare abbondanti scorte per il futuro.


Un modo per non tutelare la cultura è quello di liberalizzare il prezzo dei libri. Dove per “libri” non intendo quelli scolastici, gli unici intorno a cui periodicamente la nazione si sveglia e si accorge che esistono i libri, e neppure i libri d’arte o i cataloghi che le banche regalano a Natale ai “migliori clienti” affinché li depositino intonsi sui tavoli bassi dei loro ricchi soggiorni che di solito non ospitano librerie.


Per libri intendo quei volumi di saggistica e narrativa che non servono per superare gli esami e neppure per adornare i soggiorni, ma per arricchire le nostre idee e consentire ai nostri sentimenti di spaziare in scenari che non siano quelli dell’immediatezza quotidiana. Di questi libri se ne vendono e se ne comprano pochi se è vero che vengono considerati “grandi lettori” coloro che leggono due libri all’anno, di cui uno è l’ultimo bestseller (espressione che serve a segnalare quali sono i peggiori libri in circolazione) e l’altro è quello più pubblicizzato dai programmi televisivi.


Oggi i migliori libri li pubblicano le piccole case editrici che, non potendosi permettere pubblicità né sui giornali né in televisione, non possono competere nella liberalizzazione dei prezzi con le grandi case editrici (quelle dei bestseller e dei libri propagandati in tv). Liberalizzare prezzi significa allora affossare la miglior cultura. E questo sul versante degli editori.


Sul versante dei librai le cose vanno ancor peggio. Perché le grandi catene di librerie hanno un numero significativo di vendite che consente loro di praticare sconti e campagne di saldi, mentre la piccola libreria, dove trovi libri seri, il libraio competente che sa consigliarti (e non il commesso che non sa neppure cosa vende e, se non legge il titolo del libro sullo schermo del computer, non te lo ordina, ma ti dice subito che è esaurito). Il piccolo libraio, che ti conosce e con cui puoi discutere perché i libri, se non proprio tutti, in gran parte li legge o perlomeno li sfoglia, con la liberalizzazione dei prezzi, è costretto a chiudere.


E così la cultura e quel discutere di cultura e quel fare cultura, possibile solo nelle piccole librerie, dove trovi anche i libri importanti che “non vendono” e non solo quelli che fanno cinquantamila copie in una settimana e poi muoiono, dove il libro se non c’è te lo ordinano perché non è esaurito, dove conoscono i tuoi gusti e ti sanno consigliare, con la liberalizzazione del prezzo del libro, questi piccoli santuari della cultura che, a differenza delle anonime, asettiche e grandi catene librarie, non assomigliano ai supermercati, spariranno, e con loro quanto la cultura ha di pregevole, secretato in quei libri che non sono un evento di massa ostentato in sei vetrine consecutive, per dire a tutti che quel libro si vende anche a minor costo, stante la liberalizzazione dei prezzi. Una liberalizzazione che favorisce senz’altro il mercato (ma forse solo la sua concentrazione), ma danneggia irrimediabilmente la cultura, quella vera che nasce dall’amicizia tra il lettore e il suo libraio.


Umberto Galimberti D-donna (15 settembre 2007)


 

giovedì 13 settembre 2007

Intervallo


Un sabato italiano vissuto con le nazionali di basket, calcio, pallavolo e rugby. Una vera pacchia per gli amanti dello sport che si è ripetuta ieri pari pari, seppure con risultati non brillanti, per adoperare un eufemismo. Un piatto ricchissimo in cui, una volta (pare un’epoca fa) mi ci sarei ficcato volentieri. Monaco 1972, le Olimpiadi. Tanto atteso era stato il massimo avvenimento sportivo da catalizzare ogni mia attenzione, al punto che ero riuscito a rimediare un televisore portatile per poter seguire, con la massima tranquillità, una manifestazione di cui, fino a quel momento avevo potuto solo leggere o conservare deboli ricordi delle edizioni del passato a causa dell’età e del fuso orario (per Roma ‘60 ero ai primi passi, Tokio ’64 e Messico ’68 erano lontane lontane per una tv che non erogava sport a getto continuo come ora). Dunque l’occasione di poter seguire i Giochi Olimpici in diretta era finalmente arrivata. Non ne volli perdere neppure un secondo, compresa la tragica giornata di sangue che macchiò indelebilmente quell’edizione. Tanto tempo fa.


Adesso troppe idee comprimono il cervello, troppe ansie, pressioni e attese avvolgono le mie giornate per suggere anche solo un po’ di nettare vitale da queste circostanze. E trarne beneficio. Mi ritrovo a guardare distrattatamente una gara pomeridiana, importante per la rappresentativa di basket, laddove per distrattamente intendo la mancanza di partecipazione, perché la testa segue percorsi labirintici in cui finisco per smarrirmi. Così le sconfitte dell’Italia dei canestri e delle schiacciate, le vittorie di quella della palla ovale e della palla tonda scivolano addosso senza lasciare tracce nella mente refrattaria. Lo stato di torpore o di apnea, come ho avuto modo di segnalare in privato, stanno caratterizzando questa fase della vita e si riflettono nella blogosfera, perché è qui che sto scrivendo, attraverso una partecipazione passiva, con rarefatte apparizioni in alcuni dei blog tra quelli linkati e quasi sempre per lasciare più che altro una traccia-saluto. In attesa che i tempi possano migliorare e ritrovare calore e colore. Per poter vivere tanti sabati italiani ed esclamare poi: “Finalmente domenica!”.

lunedì 10 settembre 2007

Mangeremo Brioches

 



Ce ne siamo già accorti. È o sarà un settembre nero per tutti i generi alimentari di prima necessità. Pane + 15%, latte +10-15%, burro e formaggi +15-20%, pasta +10-15%, uova +2%, dolciumi +5-10%. Mi soffermo sul pane che dai 2,10 euro dello scorso anno sale al costo medio di 2,46 euro per chilo, causa il prezzo del grano tenero salito alle stelle. Ricorda però Coldiretti, che il prezzo del “prodotto finito” in vendita nei negozi è maggiore di quello del grano di almeno 12 volte. I panificatori pagano un chilo di grano circa 20 centesimi, un chilo di pane costa ai cittadini in media 2 euro e mezzo al chilogrammo, ma supera abbondantemente i 3 euro in moltissime città del Nord Italia. Se il prezzo all’origine è aumentato dall’anno scorso di 7-8 centesimi, non si capisce perché il costo finale sia “lievitato” (è proprio il caso di dirlo) in alcuni casi di più di 30 centesimi. I coltivatori, dal loro canto, fanno notare come negli ultimi vent’anni, nonostante il prezzo del grano sia rimasto stabile, il costo del pane sia invece cresciuto del 419 per cento. 22 anni fa, veniva pagato circa mille lire al chilo (l’equivalente di 52 centesimi), già l’anno scorso aveva superato i due euro, senza nessuna congiuntura particolare. (Fonte: il Salvagente).


E, a proposito del pane e di speculazione, qualche secolo fa, accadeva questo.


(…) “La sera avanti questo giorno in cui Renzo arrivò in Milano, le strade e le piazze brulicavano d'uomini, che trasportati da una rabbia comune, predominati da un pensiero comune, conoscenti o estranei, si riunivano in crocchi, senza essersi dati l'intesa, quasi senza avvedersene, come gocciole sparse sullo stesso pendìo. Ogni discorso accresceva la persuasione e la passione degli uditori, come di colui che l'aveva proferito. Tra tanti appassionati, c'eran pure alcuni più di sangue freddo, i quali stavano osservando con molto piacere, che l'acqua s'andava intorbidando; e s'ingegnavano d'intorbidarla di più, con que' ragionamenti, e con quelle storie che i furbi sanno comporre, e che gli animi alterati sanno credere; e si proponevano di non lasciarla posare, quell'acqua, senza farci un po' di pesca. Migliaia d'uomini andarono a letto col sentimento indeterminato che qualche cosa bisognava fare, che qualche cosa si farebbe. Avanti giorno, le strade eran di nuovo sparse di crocchi: fanciulli, donne, uomini, vecchi, operai, poveri, si radunavano a sorte: qui era un bisbiglio confuso di molte voci; là uno predicava, e gli altri applaudivano; questo faceva al più vicino la stessa domanda ch'era allora stata fatta a lui; quest'altro ripeteva l'esclamazione che s'era sentita risonare agli orecchi; per tutto lamenti, minacce, maraviglie: un piccol numero di vocaboli era il materiale di tanti discorsi.


Non mancava altro che un'occasione, una spinta, un avviamento qualunque, per ridurre le parole a fatti; e non tardò molto. Uscivano, sul far del giorno, dalle botteghe de' fornai i garzoni che, con una gerla carica di pane, andavano a portarne alle solite case. Il primo comparire d'uno di que' malcapitati ragazzi dov'era un crocchio di gente, fu come il cadere d'un salterello acceso in una polveriera. - Ecco se c'è il pane! - gridarono cento voci insieme. - Sì, per i tiranni, che notano nell'abbondanza, e voglion far morir noi di fame, - dice uno; s'accosta al ragazzetto, avventa la mano all'orlo della gerla, dà una stratta, e dice: - lascia vedere -. Il ragazzetto diventa rosso, pallido, trema, vorrebbe dire: lasciatemi andare; ma la parola gli muore in bocca; allenta le braccia, e cerca di liberarle in fretta dalle cigne. - Giù quella gerla, - si grida intanto. Molte mani l'afferrano a un tempo: è in terra; si butta per aria il canovaccio che la copre: una tepida fragranza si diffonde all'intorno. - Siam cristiani anche noi: dobbiamo mangiar pane anche noi, - dice il primo; prende un pan tondo, l'alza, facendolo vedere alla folla, l'addenta: mani alla gerla, pani per aria; in men che non si dice, fu sparecchiato. Coloro a cui non era toccato nulla, irritati alla vista del guadagno altrui, e animati dalla facilità dell'impresa, si mossero a branchi, in cerca d'altre gerle: quante incontrate, tante svaligiate. E non c'era neppur bisogno di dar l'assalto ai portatori: quelli che, per loro disgrazia, si trovavano in giro, vista la mala parata, posavano volontariamente il carico, e via a gambe. Con tutto ciò, coloro che rimanevano a denti secchi, erano senza paragone i più; anche i conquistatori non eran soddisfatti di prede così piccole, e, mescolati poi con gli uni e con gli altri, c'eran coloro che avevan fatto disegno sopra un disordine più co' fiocchi. - Al forno ! al forno! - si grida.


         Nella strada  chiamata la Corsia de' Servi, c'era, e c'è tuttavia un forno, che conserva lo stesso nome; nome che in toscano viene a dire il forno delle grucce, e in milanese è composto di parole così eteroclite, così bisbetiche, così salvatiche, che l'alfabeto della lingua non ha i segni per indicarne il suono. A quella parte s'avventò la gente. Quelli della bottega stavano interrogando il garzone tornato scarico, il quale, tutto sbigottito e abbaruffato, riferiva balbettando la sua trista avventura; quando si sente un calpestìo e un urlìo insieme; cresce e s'avvicina; compariscono i forieri della masnada.


         Serra, serra; presto, presto: uno corre a chiedere aiuto al capitano di giustizia; gli altri chiudono in fretta la bottega, e appuntellano i battenti. La gente comincia a affollarsi di fuori, e a gridare: - pane! pane! aprite! aprite!


         Pochi momenti dopo, arriva il capitano di giustizia, con una scorta d'alabardieri. - Largo, largo, figliuoli: a casa, a casa; fate luogo al capitano di giustizia, - grida lui e gli alabardieri. La gente, che non era ancor troppo fitta, fa un po' di luogo; dimodoché quelli poterono arrivare, e postarsi, insieme, se non in ordine, davanti alla porta della bottega.


         - Ma figliuoli, - predicava di lì il capitano, - che fate qui? A casa, a casa. Dov'è il timor di Dio? Che dirà il re nostro signore? Non vogliam farvi male; ma andate a casa. Da bravi! Che diamine volete far qui, così ammontati? Niente di bene, ne per l'anima, né per il corpo. A casa, a casa.


         Ma quelli che vedevan la faccia del dicitore, e sentivan le sue parole, quand'anche avessero voluto ubbidire, dite un poco in che maniera avrebber potuto, spinti com'erano, e incalzati da quelli di dietro, spinti anch'essi da altri, come flutti da flutti, via via fino al l'estremità della folla, che andava sempre crescendo. Al capitano, cominciava a mancargli il respiro. - Fateli dare addietro ch'io possa riprender fiato, - diceva agli alabardieri: - ma non fate male a nessuno. Vediamo d'entrare in bottega: picchiate; fateli stare indietro.


         - Indietro! indietro! - gridano gli alabardieri, buttandosi tutti insieme addosso ai primi, e respingendoli con l'aste dell'alabarde. Quelli urlano, si tirano indietro, come possono; dànno con le schiene ne' petti, co' gomiti nelle pance, co' calcagni sulle punte de' piedi a quelli che son dietro a loro: si fa un pigìo, una calca, che quelli che si trovavano in mezzo, avrebbero pagato qualcosa a essere altrove. Intanto un po' di vòto s'è fatto davanti alla porta: il capitano picchia, ripicchia, urla che gli aprano: quelli di dentro vedono dalle finestre, scendon di corsa, aprono; il capitano entra, chiama gli alabardieri, che si ficcan dentro anch'essi l'un dopo l'altro, gli ultimi rattenendo la folla con l'alabarde. Quando sono entrati tutti, si mette tanto di catenaccio, si riappuntella; il capitano sale di corsa, e s'affaccia a una finestra. Uh, che formicolaio!


         - Figliuoli, - grida: molti si voltano in su; - figliuoli, andate a casa. Perdono generale a chi torna subito a casa.


         - Pane! pane! aprite! aprite! - eran le parole più distinte nell'urlìo orrendo, che la folla mandava in risposta.


         - Giudizio, figliuoli! badate bene! siete ancora a tempo. Via, andate, tornate a casa. Pane, ne avrete; ma non è questa la maniera. Eh!... eh! che fate laggiù! Eh! a quella porta! oibò oibò! Vedo, vedo: giudizio! badate bene! è un delitto grosso. Or ora vengo io. Eh! eh! smettete con que' ferri; giù quelle mani. Vergogna! Voi altri milanesi, che, per la bontà, siete nominati in tutto il mondo! Sentite, sentite: siete sempre stati buoni fi... Ah canaglia!


         Questa rapida mutazione di stile fu cagionata da una pietra che, uscita dalle mani d'uno di que' buoni figliuoli, venne a batter nella fronte del capitano, sulla protuberanza sinistra della profondità metafisica. - Canaglia! canaglia! - continuava a gridare, chiudendo presto presto la finestra, e ritirandosi. Ma quantunque avesse gridato quanto n'aveva in canna, le sue parole, buone e cattive, s'eran tutte dileguate e disfatte a mezz'aria, nella tempesta delle grida che venivan di giù. Quello poi che diceva di vedere, era un gran lavorare di pietre, di ferri (i primi che coloro avevano potuto procacciarsi per la strada), che si faceva alla porta, per sfondarla, e alle finestre, per svellere l'inferriate: e già l'opera era molto avanzata.


         Intanto, padroni e garzoni della bottega, ch'erano alle finestre de' piani di sopra, con una munizione di pietre (avranno probabilmente disselciato un cortile), urlavano e facevan versacci a quelli di giù, perché smettessero; facevan vedere le pietre, accennavano di volerle buttare. Visto ch'era tempo perso, cominciarono a buttarle davvero. Neppur una ne cadeva in fallo; giacché la calca era tale, che un granello di miglio, come si suol dire, non sarebbe andato in terra.


         - Ah birboni! ah furfantoni! È questo il pane, che date alla povera gente? Ahi! Ahimè! Ohi! Ora, ora! - s'urlava di giù. Più d'uno fu conciato male; due ragazzi vi rimasero morti. Il furore accrebbe le forze della moltitudine: la porta fu sfondata, l'inferriate, svelte; e il torrente penetrò per tutti i varchi. Quelli di dentro, vedendo la mala parata, scapparono in soffitta: il capitano, gli alabardieri, e alcuni della casa stettero lì rannicchiati ne' cantucci; altri, uscendo per gli abbaini, andavano su pe' tetti, come i gatti.


         La vista della preda fece dimenticare ai vincitori i disegni di vendette sanguinose. Si slanciano ai cassoni; il pane è messo a ruba. Qualcheduno in vece corre al banco, butta giù la serratura, agguanta le ciotole, piglia a manate, intasca, ed esce carico di quattrini, per tornar poi a rubar pane, se ne rimarrà. La folla si sparge ne' magazzini. Metton mano ai sacchi, li strascicano, li rovesciano: chi se ne caccia uno tra le gambe, gli scioglie la bocca, e, per ridurlo a un carico da potersi portare, butta via una parte della farina: chi, gridando: - aspetta, aspetta, - si china a parare il grembiule, un fazzoletto, il cappello, per ricever quella grazia di Dio; uno corre a una madia, e prende un pezzo di pasta, che s'allunga, e gli scappa da ogni parte; un altro, che ha conquistato un burattello, lo porta per aria: chi va, chi viene: uomini, donne, fanciulli, spinte, rispinte, urli, e un bianco polverìo che per tutto si posa, per tutto si solleva, e tutto vela e annebbia. Di fuori, una calca composta di due processioni opposte, che si rompono e s'intralciano a vicenda, di chi esce con la preda, e di chi vuol entrare a farne.


         Mentre quel forno veniva così messo sottosopra, nessun altro della città era quieto e senza pericolo. Ma a nessuno la gente accorse in numero tale da potere intraprender tutto; in alcuni, i padroni avevan raccolto degli ausiliari, e stavan sulle difese; altrove, trovandosi in pochi, venivano in certo modo a patti: distribuivan pane a quelli che s'eran cominciati a affollare davanti alle botteghe, con questo che se n'andassero. E quelli se n'andavano, non tanto perché fosser soddisfatti, quanto perché gli alabardieri e la sbirraglia, stando alla larga da quel tremendo forno delle grucce, si facevan però vedere altrove, in forza bastante a tenere in rispetto i tristi che non fossero una folla. Così il trambusto andava sempre crescendo a quel primo disgraziato forno; perché tutti coloro che gli pizzicavan le mani di far qualche bell'impresa, correvan là, dove gli amici erano i più forti, e l'impunità sicura”. (…)


Alessandro Manzoni, I Promessi Sposi (cap.XII)


Mi vien da pensare che dopo il V-day un assalto ai forni sarebbe azione pienamente giustificata.

sabato 8 settembre 2007

Ma la notte no


Le analisi che il professor Ilvo Diamanti propone periodicamente su “la Repubblica” , meritano sempre di esser lette con attenzione per gli spunti di discussione che offrono, nonché per le “mappe” che disegnano e cercano di interpretare una società sempre più complessa. Molto opportunamente capita questo articolo, pubblicato sul quotidiano romano il 26 agosto scorso, che mi trova in sostanza d’accordo.


Il Paese che vuole abolire la notte


D’ estate, le notti si fanno sempre più bianche. Non solo perché cambiano le abitudini personali. I giorni sono più lunghi, la gente va in ferie e tende a fare tardi. Ma per iniziativa “politica”. Per scelta di molte amministrazioni municipali, che, da anni, in alcune date, promuovono il “giorno senza fine”.


Le "notti bianche", appun­to. In cui i negozi, i ristoranti, i bar, ma anche i mu­sei restano aperti, mentre, nelle piazze e nelle strade, si svolgono manifestazioni ed eventi spettacolari. È l'Italia delle "notti bian­che", di cui Roma si conferma capitale. Prima ad averla orga­nizzata, nel 2003, sulla scia di Pa­rigi. La prossima è imminente: il 7 settembre. Si tratta di iniziati­ve che hanno diversi fini. Servo­no a dare impulso al turismo e al commercio. A "fare immagine". A valorizzare le città, che di gior­no sono ostili, difficili da attra­versare e da "guardare". Riscuotono grande successo. Perché le città, davvero, in queste notti, si ripopolano, si riempiono di gen­te. Così, un anno dopo l'altro, le "notti bianche" si sono propaga­te un po' dovunque. Dalle gran­di città si sono riprodotte in quelle medie, irradiandosi fino ai paesi più piccoli. Ciascuno ha promosso la sua "notte bianca". Limitandosi, magari, a trasformare piazze e strade in altrettanti bar e ristoranti all'aperto, dove si pasteggia accompagnati da musicisti di strada. La "notte bianca", così, ha smesso di essere un evento singolare ed eccezionale. È divenuto routine. Che si ripete, talora, tutte le settimane.,Per mesi.


Nei luoghi più turistici, è dive­nuto un fatto permanente. Le di­scoteche si sono trasferite nelle spiagge. O nelle piazze. Dove si fa musica e si fa festa senza solu­zione di continuità.


Nei luoghi popolati dai giova­ni, la notte bianca si è istituzio­nalizzata. E ha sconfinato oltre i limiti dell'estate. Nelle città universitarie, ad esempio. Penso a Urbino, dove passo parte della mia vita. Dove il giovedì - ogni giovedì - è festa grande. Fino a mattina. Per un'abitudine ma­turata in passato, quando gli stu­denti, in gran parte residenti al­trove, "festeggiavano" ancora, prima di rientrare in famiglia, il venerdì. In seguito, l'abitudine è divenuta rito. Celebrato non so­lo dagli studenti, ma da tutti i giovani dell'area. E oggi al gio­vedì si sta aggiungendo anche il mercoledì. Ogni settimana, la notte è bianca. Fino alle prime luci del giorno. Quando i pochi residenti nel centro storico escono di casa. E gettano uno sguardo severo sui "residui" del­la festa.


Le "notti bianche", peraltro, per molti giovani si sommano ai "fine settimana lunghi". Da ve­nerdì sera a domenica. Sempre in festa. Senza soluzione di continuità.


Questo fenomeno, in rapida e costante dilatazione, non è solo italiano. Ricalca modelli già sperimentati altrove, in altre capitali europee. Ma ciò che si osserva da noi rammenta soprattutto l'istinto ludico e festoso della movida spagnola. Ciò che stupisce, in Italia, è la rapida moltiplicazione che ha registrato il feno­meno. Che si è diffuso ovunque, anche nei villaggi dell'interno, appena sfiorati dal turismo.


Questo "Paese in festa" con­trasta non poco con il clima d'o­pinione triste e con il pessimi­smo economico, che opprimo­no la società. Con l'atteggia­mento astioso che separa i citta­dini e le istituzioni. Con la diffi­denza reciproca, che distanzia sempre più, le persone. Con il di­sagio e l'estraneità che caratte­rizzano il rapporto fra la società e l'ambiente circostante. Fra le persone e la città.


Ma, forse, il successo delle manifestazioni dipende proprio da questi sentimenti.


a) Nelle "notti bianche", i cit­tadini possono affrontare la città superando le difficoltà quotidia­ne. La possono popolare, attra­versare, guardare. Vivere. Men­tre, normalmente, passano in fretta senza neppure avere il tempo di percepirla.


b) Poi, c'è la voglia di stare in mezzo agli altri, in un mondo sempre più individualizzato. Abitato da persone "sole". Che vivono chiuse nei luoghi di lavo­ro oppure in casa. Frequentano i familiari e pochi amici. Sono in­serite in gruppi sempre più stret­ti. Le grandi associazioni di una volta, d'altronde, oggi non fanno più "socialità". Ma si sono istitu­zionalizzate, aziendalizzate. I giovani comunicano senza nep­pure incontrarsi e vedersi. Complici i cellulari, i pc. I più anziani, invece, passano un tempo sem­pre più lungo davanti alla tivù.


È una società che si sta per­dendo. In mezzo a relazioni sen­za empatia. Una società senza comunità. Approfitta delle oc­casioni di incontro, delle oppor­tunità di fuga dall'auto-reclusione quotidiana. Con entusia­smo. Le persone, normalmente "sole", si tuffano in mezzo alla gente. Sperimentano dall'espe­rienza degli "altri". Per "evade­re", respirano l'euforia della fe­sta. E cercano di allungare que­sta occasione. Di riprodurla, sempre più spesso, sempre più a lungo.


Naturalmente, la musica, il ci­bo, l'alcol, aiutano. Ma non avrebbero la stessa efficacia, non produrrebbero la medesi­ma soddisfazione, altrove. In luoghi delimitati. Tra cerchie so­ciali chiuse. In ambienti "spe­cializzati". È il rapporto con la città e con gli altri, contempora­neamente, a rendere queste esperienze attraenti. A garantire loro tanto successo.


Eppure, questo fenomeno, per le proporzioni che sta assu­mendo, non ci piace. Spinto ai li­miti senza limite, a cui assistia­mo, evoca una deriva triste. E un po' di malinconia.


a) L'Italia delle notti bianche, appare un Paese dove alla comu­nità e alla società si sostituisce la "folla". Una massa di persone indistinte, che incontriamo senza vedere e senza conoscere. Come allo stadio, dove, però, ci unisce agli altri una comune bandiera. Nelle notti bianche, invece, "gli altri" sono senza volto, senza vo­ce e senza nome. Se ne stanno lì, intorno a noi, per non restare so­li. Per evadere dal grigio quoti­diano. Anche la "trasgressione", suggerita dall'esperienza della notte, sfuma, quando prevale l'i­terazione. Quando diventa un'attività consueta, una prati­ca di massa.


b) Nell'Italia delle notti bian­che la scoperta delle città, dei quartieri, delle strade e dei vico­li, dopo le prime volte, diventa routine. Avvolte alla folla, le città, le più belle e le più anoni­me, diventano uguali e indistin­te. Si trasformano in supermercati, centri commerciali, disco­teche, parchi giochi e diverti­menti. Ora sagra paesana, ora rave party. Non luoghi indiffe­renti alle non persone che le affollano. A loro volta indifferen­ti a ciò che hanno intorno. Poi, all'alba, la musica finisce, gli amici se ne vanno. Che inutile giornata...


c) L'Italia delle notti bianche è una scorciatoia senza sbocco. Offre l'emozione come alternativa al pessimismo e alla sfidu­cia. La folla come terapia alla so­litudine.


d) L'Italia delle notti bianche risponde alla domanda di co­munità senza soddisfarla. Per­ché non "costruisce" relazioni. L'indomani la città è la stessa di prima. I residenti, perlopiù, re­stano ai margini. Attendono che "passi la nottata". E poi riemer­gono, come reduci in mezzo alle macerie.


e) L'Italia delle notti bianche è un Paese dove i giovani protrag­gono la condizione di irresponsabilità in cui li hanno confinati gli adulti. Prigionieri e, al tempo stesso, privilegiati. Protetti, il più a lungo possibile, in attesa della "vita" da precari che li at­tende.


f) L'Italia delle notti bianche è il presente dilatato fino all'oriz­zonte, che compensa il declino del futuro.


Viene in mente, per riflesso naturale, il romanzo giovanile di Fèdor Dostoevskij, che ha per ti­tolo, appunto, "Le notti bianche. (Memorie di un sognatore)". Vi si narra di un impiegato, un "sognatore". Un solitario. Nelle sue passeggiate notturne, incontra una donna, con cui avvia un dia­logo lungo quattro notti. Un'e­sperienza intensa, di avvicina­mento e riconoscimento reci­proco. Ma, all'improvviso, il so­gno si spezza. La donna ritrova il suo amante, che temeva di aver perduto. E l'impiegato torna alla solitudine quotidiana di Pietroburgo. Dove abitava da otto an­ni senza essere riuscito "a fare quasi nessuna conoscenza".


Ecco, questo Paese sembra deciso ad abolire la notte. Per non uscire mai dal sogno. Per non provare l'angoscia del risveglio.


ILVO DIAMANTI


la Repubblica (26 agosto 2007)