Visualizzazione post con etichetta democrazia. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta democrazia. Mostra tutti i post

giovedì 20 ottobre 2011

La piazza pulita




Marina Petrillo è una giornalista di Radio Popolare che conduce il programma
Alaska e lavora molto con i social media: negli ultimi mesi il suo lavoro informativo su Twitter sulle rivolte nordafricane ma anche americane è stato ricchissimo e utile.

http://www.ilpost.it/2011/10/18/siete-solo-imitatori/



Io l'ho trovato intenso e commovente. Da leggere fino in fondo e diffondere. Lo merita, perché si tratta di una delle analisi più interessanti scritte dopo gli incidenti del 15 ottobre.



sul #15O



Potrei essere vostra madre, o vostra sorella - per fortuna non lo sono, perché immagino che per quanto amiate le vostre madri e sorelle, la loro saggezza vi appaia come un altro pezzo di quel presunto perbenismo che siete venuti a disfare con le vostre mani, con le vostre braccia giovani, con le vostre spranghe e i vostri bastoni. Ma non sono né vostra madre né vostra sorella, sono una giornalista, lavoro da tanti anni in una radio indipendente, e da poco meno di un anno faccio un lavoro che prima nemmeno esisteva, il curatore di social media, una persona che verifica e sceglie contenuti tratti dal lavoro collettivo della rete per produrre a sua volta contenuti informativi. Seguo da dieci mesi le rivolte arabe, e questo mi ha cambiato la vita. Non solo perché le rivolte l’hanno cambiata a tante persone, ma perché le migliaia di ragazze e ragazzi che stanno lottando per il futuro dei loro paesi mi hanno restituito la passione civile, mi hanno fatto sentire interrogata sui modi in cui facciamo politica, mi hanno strappato dal meccanismo di delega vuota degli ultimi quindici anni, e mi hanno fatto restare in un paese che prima volevo lasciare. Studiare l’attivismo in rete mi ha condotto alle stesse conclusioni di altre decine di curatori: non esiste bloggare o twittare da una posizione di neutralità; si può offrire alla rete la propria esperienza di verifica, di studio, di approfondimento, ma si diventa partecipi, e in qualche modo attivisti, senza quasi rendersene conto, senza averlo deciso. E un bel mattino si accetta che sia così. Perché, vi assicuro, non si può stare immersi nella lotta di piazza Tahrir senza sentirsi in qualche modo responsabilizzati, interrogati nel profondo, chiamati - non a riempirsi la bocca di slogan, ma a fare sul serio. E così come faccio dirette Twitter sul Cairo col cuore in gola perché ad ogni sit-in o corteo uno di quei ragazzi può lasciarci la pelle - come è successo a Mina Daniel, disarmato, durante il massacro dei copti il 9 ottobre - così ho twittato la Roma del #15O con crescente apprensione. Ho avuto paura che vi faceste accoppare da un poliziotto che perdeva la testa. Ho avuto paura che vi faceste pestare a sangue come chi è stato a Genova dieci anni fa ricorda bene e non dimenticherà mai. Ho avuto paura che saltaste in aria nell’esplosione di una di quelle auto che avete bruciato. Ho avuto paura che uno di quei blindati ubriachi vi investisse. Ho avuto paura che ammazzaste un poliziotto. Ho avuto paura che il vostro disprezzo evidente per la gran massa di gente perbene fra cui vi siete mimetizzati vi portasse a ferire, o a uccidere, o a far uccidere, una persona che un bastone o una spranga non li userebbe mai.

Poi ho capito che voi non avete paura. Voi vi piacete così, vi sentite belli con la vostra ferocia, con la vostra rapida coreografia della morte, ho capito che corteggiate il pericolo, che non vi importa delle conseguenze, che pensate di non avere niente da perdere (e siete troppo giovani per capire che invece avete parecchio), e soprattutto ho capito che non state costruendo niente. Senza quella folla immensa in cui vi siete nascosti - lo sapete benissimo - non siete niente, nessuno vi guarda, nessuno si cura di voi, non contate un accidenti. È vero, siete bellissimi e subdoli e veloci come un branco di lupi che discende in pianura. I miei amici antagonisti vi ammirano, sono dalla vostra parte, riconoscono in voi una rabbia profonda che tutti proviamo. Salvo poi essere un filo confusi - infiltrati della polizia oppure intrepidi compagni?

Devo scrivervi perché ho rispetto per chi muore per le cose in cui crede. Per chi non ha scelta. Per chi in piazza ci va studiando, facendo fatica, mediando con persone che la pensano diversamente. Per chi si stanca, e piange, per chi diventa eroe suo malgrado, e perde amici e fratelli, e pure non smette. Per chi da dieci mesi non dorme una notte intera, per chi si interessa della democrazia e si domanda come crearne una che funzioni e darle il proprio contributo. Per chi si fa un culo pazzesco nelle scuole, nella magistratura, nei sindacati clandestini, nei giornali censurati, nella tutela legale dei prigionieri politici, nel servizio d’ordine della piazza più rivoluzionaria del mondo. Per chi va in galera a vent’anni per aver scritto una cosa di troppo in un blog, o viene torturato per un graffito. Per chi rinunciando ad armarsi ha scelto la strada più lunga e produttiva. Per chi le botte e i gas lacrimogeni se li risparmierebbe se potesse, per chi i sassi li tira perché ha di fronte un apparato infernale e corrotto che da 40 anni lo schiaccia e lo tortura - e non per modo di dire. Per chi soltanto una settimana fa ha visto i soldati gettare nel Nilo cadaveri di cristiani disarmati. Voi siete solo imitatori, attori, pedine. Non avete rispetto per i vostri diritti, e ricoprite un ruolo ridicolo nella stessa recita che tanto detestate. È nato un movimento internazionale, se vi va di rendervene conto, che potrebbe perfino salvarci dal nostro provincialismo. Ha quattro regole in croce, e chiede di rispettare solo quelle. Ha scelto la resistenza passiva - la studia, la pratica, sa a cosa serve. Se volete, è anche casa vostra. Sta a voi. Dentro al movimento, con le vostre forti braccia e magari anche il cervello, potete sperare di contare qualcosa. Ma se non avete rispetto, se non vi fidate di nessuno, se siete cinici e nichilisti e avete già deciso che non cambierà mai niente, se pensate di essere un po’ più derubati degli altri, più precari degli altri, più disoccupati degli altri, allora andate a fare gli esclusi per scelta sugli spalti degli stadi, o a spaccare vetrine da soli finché non sarete cresciuti - con la vostra illusione di avere sempre ragione, di sfidare il sistema, o di distruggere i simboli della proprietà privata mentre è vostro padre che paga ancora le rate. Vi va bene che siete italiani. Vi va bene che qui c’è qualcuno a cui fa comodo che esistiate, che finge di non vedere i bastoni nascosti a San Giovanni dalla sera prima, che non vi ferma alla stazione Termini mentre passate col viso coperto e un metro di legno che vi spunta dagli zaini. Vi va bene che qui il rapporto di fiducia con la polizia è così corroso e malato che a via Merulana si è fatta un’assemblea tragica in mezzo ai lacrimogeni per decidere se consegnare o no 3 di voi agli agenti - perché la polizia è maiale se ti carica, o se carica quelli sbagliati, ma è anche vigliacca se non ti protegge dai provocatori. Vi va bene che siete nati in un paese così bizantino e pieno di segreti che le teorie del complotto sono sempre lecite. Vi va bene che siete in un paese vecchio, l’unico in cui il movimento che dichiara la fine di un sistema fallimentare scende in piazza ancora coi suoi stracci di bandiere, con le sue divisioni tribali, con i suoi rottami di sindacato, col suo ritardo spaventoso in un paese governato da un impunito. Vi va bene che siete in un paese ipocrita, teatrale, che sfila in tv ma poi alle assemblee di discussione non ci va, e che ha aspettato invano per anni che qualcuno lo chiamasse in piazza invece di andarci e basta. E vi va bene che siamo ancora così stupidi da organizzare cortei-fiume in mezzo ai palazzi più preziosi del mondo invece di occupare pacificamente una piazza - perché certo, poi ci toccherebbe anche metterla in sicurezza noi stessi, e tenerla pulita, e prendercene la responsabilità. Vi va bene che vi sia stato offerto di nuovo un palcoscenico - voi, e tre ore di caroselli anni ‘70 delle camionette in diretta tv. Col “sistema” sembrate d’accordo almeno su una cosa: sul fatto che è meglio non manifestare del tutto, che è meglio tenere la bocca chiusa e starsene a casa, cioè esattamente l’opposto di quello che reclama questo movimento - il diritto a riprendersi lo spazio pubblico, e a usarlo per il bene comune. Avrete pure vent’anni ma siete vecchi anche voi, non scandalizzate nessuno, e vi lasciate usare. Vi hanno fatto credere che la prima linea sia quella piazza da cui avete divelto i sanpietrini, e ci siete cascati. E invece, come vi dirà qualunque vero rivoluzionario, la prima linea è dentro, e si trova insieme, e costa tempo, pazienza, e fatica.

Una cosa è sicura - questo movimento sarà anche ingenuo, ma tanto non sarete voi a cambiare il mondo. Avreste dovuto restare a bocca aperta, quando la basilica ha aperto i suoi giardini ai manifestanti soffocati dai lacrimogeni a San Giovanni. A bocca aperta per la bellezza straordinaria di quel luogo che appartiene all’umanità intera, e che è nostro privilegio conservare a prescindere dalla fede religiosa. E qualcuno avrebbe dovuto dirvi che a gennaio, per proteggere con una catena umana il Museo Egizio del Cairo, uomini e donne si sono presi per mano mentre dai tetti gli sparavano addosso i cecchini del loro stesso presidente. E che quegli uomini e quelle donne sanno che la non-violenza ha un prezzo salato, come 700 morti, che non si finisce mai di pagare. Ma ci ricordano che è uno strumento collettivo di straordinaria civiltà e potenza; ti permette di vincere battaglie decisive, ti migliora, ti moltiplica, ti eleva, ti fa contare sul serio, e ti conquista il rispetto del mondo.



Marina Petrillo

(17 ottobre 2011)





 



 





 


martedì 18 ottobre 2011

Apologo sull'onestà




Si tratta di un saggio breve su Tangentopoli. E' tratto da Romanzi e racconti – volume 3°, Racconti e apologhi sparsi, i Meridiani, Arnoldo Mondadori editore. Era uscito su la Repubblica e l'aspetto più stupefacente, oltre al contenuto, è la data: 15 marzo 1980. Eppure sembra scritto ieri dal più importante narratore italiano contemporaneo: Italo Calvino

Lo scandalo di Tangentopoli scoppiò, grazie al pool di  Mani pulite, dodici anni dopo. Nel 2012 saranno trascorsi vent'anni.




Apologo sull'onestà nel paese dei corrotti

di Italo Calvino

 



C’era un paese che si reggeva sull’illecito. Non che mancassero le leggi, né che il sistema politico non fosse basato su principi che tutti più o meno dicevano di condividere. Ma questo sistema, articolato su un gran numero di centri di potere, aveva bisogno di mezzi finanziari smisurati (ne aveva bisogno perché quando ci si abitua a disporre di molti soldi non si è più capaci di concepire la vita in altro modo) e questi mezzi si potevano avere solo illecitamente cioè chiedendoli a chi li aveva, in cambio di favori illeciti. Ossia, chi poteva dar soldi in cambio di favori in genere già aveva fatto questi soldi mediante favori ottenuti in precedenza; per cui ne risultava un sistema economico in qualche modo circolare e non privo d’una sua armonia.



Nel finanziarsi per via illecita, ogni centro di potere non era sfiorato da alcun senso di colpa, perché per la propria morale interna ciò che era fatto nell’interesse del gruppo era lecito; anzi, benemerito: in quanto ogni gruppo identificava il proprio potere col bene comune; l’illegalità formale quindi non escludeva una superiore legalità sostanziale. Vero è che in ogni transizione illecita a favore di entità collettive è usanza che una quota parte resti in mano di singoli individui, come equa ricompensa delle indispensabili prestazioni di procacciamento e mediazione: quindi l’illecito che per la morale interna del gruppo era lecito, portava con se una frangia di illecito anche per quella morale. Ma a guardar bene il privato che si trovava a intascare la sua tangente individuale sulla tangente collettiva, era sicuro d’aver fatto agire il proprio tornaconto individuale in favore del tornaconto collettivo, cioè poteva senza ipocrisia convincersi che la sua condotta era non solo lecita ma benemerita.



Il paese aveva nello stesso tempo anche un dispendioso bilancio ufficiale alimentato dalle imposte su ogni attività lecita, e finanziava lecitamente tutti coloro che lecitamente o illecitamente riuscivano a farsi finanziare. Perché in quel paese nessuno era disposto non diciamo a fare bancarotta ma neppure a rimetterci di suo ( e non si vede in nome di che cosa si sarebbe potuto pretendere che qualcuno ci rimettesse) la finanza pubblica serviva a integrare lecitamente in nome del bene comune i disavanzi delle attività che sempre in nome del bene comune s’erano distinte per via illecita. La riscossione delle tasse che in altre epoche e civiltà poteva ambire di far leva sul dovere civico, qui ritornava alla sua schietta sostanza d’atto di forza ( così come in certe località all’esazione da parte dello stato s’aggiungeva quella d’organizzazioni gangsteristiche o mafiose), atto di forza cui il contribuente sottostava per evitare guai maggiori pur provando anziché il sollievo della coscienza a posto la sensazione sgradevole d’una complicità passiva con la cattiva amministrazione della cosa pubblica e con il privilegio delle attività illecite, normalmente esentate da ogni imposta.



Di tanto in tanto, quando meno ce lo si aspettava, un tribunale decideva d’applicare le leggi, provocando piccoli terremoti in qualche centro di potere e anche arresti di persone che avevano avuto fino a allora le loro ragioni per considerarsi impunibili. In quei casi il sentimento dominante, anziché la soddisfazione per la rivincita della giustizia, era il sospetto che si trattasse d’un regolamento di conti d’un centro di potere contro un altro centro di potere. Cosicché era difficile stabilire se le leggi fossero usabili ormai soltanto come armi tattiche e strategiche nelle battaglie intestine tra interessi illeciti, oppure se i tribunali per legittimare i loro compiti istituzionali dovessero accreditare l’idea che anche loro erano dei centri di potere e d’interessi illeciti come tutti gli altri.



Naturalmente una tale situazione era propizia anche per le associazioni a delinquere di tipo tradizionale che coi sequestri di persona e gli svaligiamenti di banche ( e tante altre attività più modeste fino allo scippo in motoretta) s’inserivano come un elemento d’imprevedibilità nella giostra dei miliardi, facendone deviare il flusso verso percorsi sotterranei, da cui prima o poi certo riemergevano in mille forme inaspettate di finanza lecita o illecita.



In opposizione al sistema guadagnavano terreno le organizzazioni del terrore che, usando quegli stessi metodi di finanziamento della tradizione fuorilegge, e con un ben dosato stillicidio d’ammazzamenti distribuiti tra tutte le categorie di cittadini, illustri e oscuri, si proponevano come l’unica alternativa globale al sistema. Ma il loro vero effetto sul sistema era quello di rafforzarlo fino a diventarne il puntello indispensabile, confermandone la convinzione d’essere il migliore sistema possibile e di non dover cambiare in nulla.



Così tutte le forme d’illecito, da quelle più sornione a quelle più feroci si saldavano in un sistema che aveva una sua stabilità e compattezza e coerenza e nel quale moltissime persone potevano trovare il loro vantaggio pratico senza perdere il vantaggio morale di sentirsi con la coscienza a posto. Avrebbero potuto dunque dirsi unanimemente felici, gli abitanti di quel paese, non fosse stato per una pur sempre numerosa categoria di cittadini cui non si sapeva quale ruolo attribuire: gli onesti.



Erano costoro onesti non per qualche speciale ragione ( non potevano richiamarsi a grandi principi, né patriottici né sociali né religiosi, che non avevano più corso), erano onesti per abitudine mentale, condizionamento caratteriale, tic nervoso. Insomma non potevano farci niente se erano così, se le cose che stavano loro a cuore non erano direttamente valutabili in denaro, se la loro testa funzionava sempre in base a quei vieti meccanismi che collegano il guadagno col lavoro, la stima al merito, la soddisfazione propria alla soddisfazione d’altre persone. In quel paese di gente che si sentiva sempre con la coscienza a posto loro erano i soli a farsi sempre degli scrupoli, a chiedersi ogni momento cosa avrebbero dovuto fare. Sapevano che fare la morale agli altri, indignarsi, predicare la virtù sono cose che trovano troppo facilmente l’approvazione di tutti, in buona o in malafede. Il potere non lo trovavano abbastanza interessante per sognarlo per sé (almeno quel potere che interessava agli altri); non si facevano illusioni che in altri paesi non ci fossero le stesse magagne, anche se tenute più nascoste; in una società migliore non speravano perché sapevano che il peggio è sempre più probabile.



Dovevano rassegnarsi all’estinzione? No, la loro consolazione era pensare che così come in margine a tutte le società durante millenni s’era perpetuata una controsocietà di malandrini, di tagliaborse, di ladruncoli, di gabbamondo, una controsocietà che non aveva mai avuto nessuna pretesa di diventare la società , ma solo di sopravvivere nelle pieghe della società dominante e affermare il proprio modo d’esistere a dispetto dei principi consacrati, e per questo aveva dato di sé ( almeno se vista non troppo da vicino) un’immagine libera e vitale, così la controsocietà degli onesti forse sarebbe riuscita a persistere ancora per secoli, in margine al costume corrente, senza altra pretesa che di vivere la propria diversità , di sentirsi dissimile da tutto il resto, e a questo modo magari avrebbe finito per significare qualcosa d’essenziale per tutti, per essere immagine di qualcosa che le parole non sanno più dire, di qualcosa che non è stato ancora detto e ancora non sappiamo cos’è.

(15 marzo 1980)


martedì 16 agosto 2011

Anni dannati
















 



COSA RESTA DOPO 8 ANNI DI GOVERNO BERLUSCONI



FRANCO CORDERO



Secondo l'oracolo d'Arcore ( hard core nel calembour d'un foglio inglese), l'Italia sopporta meglio d'altri Paesi eminenti la congiuntura planetaria: in fondo, stiamo bene; importa poco che il debito pubblico sfondi ogni parametro e i Btp siano collocabili solo a tassi esosi; «le borse sono un orologio rotto», racconta giovedì 4 agosto, visto come Piazza Affari accolga lo stupido discorso nelle Camere, applaudito dalla ciurma (il ministro degli Esteri, viso impassibile da capovoga, batteva il ritmo a manate sul banco); en passant consiglia d'investire in Mediaset. Un tedesco direbbe Galgenhumor, umorismo da patibolo.



Dopo otto anni sub divo Berluscone, i conti fanno spavento. S'è arricchito da scoppiare, indifferente agl'interessi collettivi, senza la minima idea del cosa sia fare lo statista, perché l'unica sua abilità, formidabile, sta in affari penalmente rischiosi, donde la fobia dei tribunali: nel clownesco contratto elettorale figuravano Stato leggero, fisco arrendevole, vita comoda, soldi a palate, opere pubbliche faraoniche; e passata la sbornia, i poveri contraenti vedono in faccia la bancarotta.



L'ipotesi migliore è una dura terapia in lacrime e sudore, ma il danno genetico lascia segni permanenti. Nella crisi mordono fattori italiani. Il più importante ha un nome, "corruzione": borsa nera dove infedeli addetti alla res publica vendono favori alterando i meccanismi selettivi; è un vorace fisco occulto; vent'anni fa divorava diecimila miliardi l'anno in lire. Lì cade una classe politica bacata, 1992. S'estingue la Dc, cerca identità l'ex Pci. In vacuo emergono l'antipolitica leghista e la pseudo novità berlusconiana. Il beneficiario della tempesta giudiziaria è lui, supremo corruttore (magnifico trasformismo): doveva salvarsi e sinora vi è riuscito occupando lo Stato; l'adopera disinvolto, quasi fosse roba sua; in particolare, trucca la giustizia mediante norme su misura, ubbidito da squadre parlamentari del cui ceffo non s'era ancora visto l'eguale. Diciannove testi promulgati sono il monumento d'una fraudolenta soperchieria. Il ventesimo, votato a Palazzo Madama, gli offre il modo d'allungare i dibattimenti portando testimoni a migliaia, finché i delitti siano estinti dal tempo; al quale fine s'era ridotto i termini; e un altro capolavoro in corso d'opera decapita i processi imponendo limiti alla durata nei singoli stadi.



Il berlusconismo implica l'impunità dei colletti bianchi.



La portava nelle insegne: documenti sonori dicono che greppia fossero gli appalti gestiti dalla Protezione civile; emergono una P3 e P4, ma il Protettore aborre questo canale investigativo, l'unico efficace, e appena abbia mano libera, lo spranga. Naturale il rigoglio malaffaristico. Gli analisti quantificano l'attuale prelievo in sessanta miliardi d'euro, dodici volte quello d'allora, pari alla manovra che doveva quadrare i conti.



Nei materiali raccolti figura Denis Verdini, triumviro forzaitaliota: martedì 2 agosto Montecitorio dichiara tabù le relative emissioni verbali; «non mi lascerò colpire dai giudici», afferma quel prode. L'indomani l'Unto viene nelle Camere a elogiarsi e gli eletti sciamano in vacanza fino al 5 settembre: centosettanta parlamentari andranno in Terrasanta, condotti dal templare Cl Maurizio Lupi; accudisce le onorevoli anime monsignor Rino Fisichella, arcivescovo evangelista (ogni tanto interloquiva in senso governativo).



In proposito circola una dottrina. Il capostipite è Licio Gelli, venerabile maestro della P2: era idea sua il pubblico ministero ubbidiente al governo («Piano di rinascita democratica», databile 1976), così nessuno molesta i gentiluomini ben visti da chi comanda; pochi anni dopo suona musica analoga Bettino Craxi. L'argomento tiene banco nella commissione bicamerale dalemiana (5 febbraio 1997-9 giugno 1998), il cui quarto comitato studia «le garanzie»; lo presiede un verde dal passato camaleontico: ultras cattolico, Lotta Continua, partito radicale, Psdi, Psi modulo craxiano. Castigamatti antigiustizialista, l'on. Marco Boato vuole una magistratura ridotta a ordine professionale, come gli avvocati o i dentisti et ceteri: un Consiglio superiore subordinato al parlamento; al diavolo l'obbligo d'agire; procure immobili finché non arrivino notitiae criminis qualificate; e punto capitale, ubbidiscano al ministro. Il Venerabile chiede spiritosamente i diritti d'autore.



Dalla stessa matrice discendono i disegni berlusconiani (nella P2 aveva il numero 1816). Altrettanto vi pescano chierici d'una scuola pseudoneutrale. L'ultimo (E. Galli della Loggia, Corriere della Sera, 31 luglio) rileva «livelli spaventosi d'inquinamento», speriamo ancora reversibili: vero; e dalle cronache non appare indenne la sinistra. Falso invece che il nodo scorsoio sia insolubile fin quando gli antagonisti non transigano sulle regole dell'azione penale. Vale l'opposto: accordi transattivi implicano logiche illegalistiche, i cui canoni risalgono a Gelli, ricalcati nella Bicamerale; messeri d'ambo le parti ventilavano uno scioglimento parlamentare delle pendenze penali berlusconiane. Cantori Pdl e finti neutrali salmodiano contro l'«uso politico della giustizia».



In chiaro il discorso suona così: «vogliamo un sistema dove le persone siano penalmente diseguali; alcune meritano riguardi fino all'impunità». La corruzione è delitto grave: quanto pesi, lo dicono i conti pubblici; ed esiste un solo rimedio, punirla, qualunque sia il distintivo all'occhiello; cosa impossibile dove un ministro comandi le procure e i partners del commercio delittuoso parlino sicuri al telefono, non ascoltabili. Al quale proposito spigoliamo una notizia (Corriere della Sera, 5 agosto). L'Olonese diagnostica il morbo italico: toghe invadenti tarpano la crescita economica; e ha la terapia pronta. Eccola: «fermare le intercettazioni», farina del diavolo; sminuire la Consulta affinché non dichiari invalide norme votate dal parlamento; strigliare gl'irrispettosi. Non è più perdonabile fingere che il caso penal-psichiatrico B. sia materia quasi innocua.



(11 agosto 2011)


domenica 26 giugno 2011

L'opera più inutile del mondo






Dove il popolo sovrano, ossessivamente evocato per legittimare le peggiori infamie dell'associazione a delinquere, definita convenzionalmente “governo”, viene qui sbeffeggiato e poi, a breve, brevissimo (entro il 30 giugno) umiliato, pestato e offeso.

Continuano a chiamarla impropriamente “democrazia”. Sta per diventare “democrazia della tensione” ormai altissima in Val di Susa, dove si sta preparando lo sgombero, sempre in nome della "democrazia", s'intende.

Il pezzo scritto da Ascanio Celestini è illuminante.









 



«La vicenda che ti racconto è quella di un treno veloce che dovrebbe collegare Torino e Lione». Incomincia così il racconto di Mauro Marinari in una stanza al primo piano della cascina Roccafranca.

Io in tv ho sentito dire che, partendo da Lione, si arriverà a Torino due ore prima. Gli chiedo se è vero. Sembra un bel progetto per far muovere le persone. L’ha pensato anche lui qualche anno fa, ma poi ha saputo che quel treno sposterà soprattutto le merci, non le persone. «L’Europa ha deciso che il progetto fosse condiviso con la popolazione. È nato un osservatorio, hanno fatto cento riunioni e hanno scoperto che non era necessario fare una linea di ferrovia veloce perché il livello delle merci stava diminuendo e si è scoperto che la linea attuale funziona a un terzo delle sue potenzialità. A Rivalta faranno un “ecodotto”, così lo chiamano. Uno scatolato coperto dal materiale di scavo delle gallerie, una grande collina larga 200 metri e alta 20 metri che passa sul parco del Sangone, che è un parco tutelato. Oltre quello ci sarà una galleria artificiale di altri due chilometri che andrà sulla collina morenica per poi arrivare in Val di Susa. Tutto questo abbatterà delle case e passerà a qualche metro da una chiesa del Seicento, con una previsione di dieci anni di cantiere. Costruiranno anche un cantiere grande quanto venti campi da calcio e due aree da stoccaggio con piste da cantiere di 200 metri di larghezza per 130 camion per 24 ore al giorno».

Mi chiede se so cos’è lo smarino. È il materiale di scavo delle gallerie. Dice che «per ricoprire la duna ne useranno cento milioni di metri cubi, vuol dire centomila camion. Poi ci sarà ulteriore materiale che sarà stoccato da un’altra parte e attraverserà comunque la pista di cantiere». Forse è per questo che da 21 anni la popolazione si batte contro la Tav e in questi giorni il clima è particolarmente teso perché, se non incominciano i lavori, saltano i finanziamenti.

Infatti Mauro mi parla anche di costi. Forse 14 miliardi, forse molto di più «e con delle previsioni di un aumento di ossido di azoto dal livello alto attuale di 60 microgrammi al metro cubo a 95, pensando che il livello di legge massimo è 40. Peraltro, con le correnti che ci sono, la concentrazione di questo inquinamento arriverà direttamente sull’ospedale di Rivoli, che sarà a trecento metri in linea d’aria dal cantiere».

E tutto questo per arrivare due ore prima a Torino? Bastava partire due ore prima da Lione senza sventrare una regione…



Ascanio Celestini

LA PECORA NERA

(10 giugno 2011)



 


martedì 31 maggio 2011

Il Risorgimento








SEI A ZERO. E' CAPPOTTO

B. a milanesi e napoletani: 'Vi pentirete'



Milano, Napoli, Bologna, Torino, Trieste, Cagliari: capoluoghi all'opposizione. Resa dei conti nel Pdl. Bondi si dimette. Maroni: "Sberla, ora riflettere".

Pisapia alla piazza: "Non lasciatemi solo". De Magistris: "Ora via il puzzo del compromesso morale"

















 



MARCO TRAVAGLIO



 



Grazie Silvio


Nel momento della prova suprema, il nostro pensiero va a Silvio.

A furia di evocare il cadavere del comunismo, ha finalmente portato un comunista a sindaco della sua città.

A furia di chiedere un voto contro i magistrati, è riuscito a far eleggere un magistrato a sindaco di Napoli.

Grazie Silvio, avanti così.

giovedì 20 gennaio 2011

Il re nudo

Mala tempora currunt. Meglio raccontare una favola che però è attualissima nella disgustosa e repellente realtà.





I vestiti nuovi dell'imperatore


Fiaba di Hans Christian Andersen



Molti anni fa viveva un imperatore che amava tanto avere sempre bellissimi vestiti nuovi da usare tutti i suoi soldi per vestirsi elegantemente. Non si curava dei suoi soldati né di andare a teatro o di passeggiare nel bosco, se non per sfoggiare i vestiti nuovi. Possedeva un vestito per ogni ora del giorno e come di solito si dice che un re è al consiglio, così di lui si diceva sempre: «E nello spogliatoio!».

Nella grande città in cui abitava ci si divertiva molto; ogni giorno giungevano molti stranieri e una volta arrivarono due impostori: si fecero passare per tessitori e sostennero di saper tessere la stoffa più bella che mai si potesse immaginare. Non solo i colori e il disegno erano straordinariamente belli, ma i vestiti che si facevano con quella stoffa avevano lo strano potere di diventare invisibili agli uomini che non erano all'altezza della loro carica e a quelli molto stupidi.

"Sono proprio dei bei vestiti!" pensò l'imperatore. "Con questi potrei scoprire chi nel mio regno non è all'altezza dell'incarico che ha, e riconoscere gli stupidi dagli intelligenti. Sì, questa stoffa dev'essere immediatamente tessuta per me!" e diede ai due truffatori molti soldi, affinché potessero cominciare a lavorare.

Questi montarono due telai e fecero fìnta di lavorare, ma non avevano proprio nulla sul telaio. Senza scrupoli chiesero la seta più bella e l'oro più prezioso, ne riempirono le borse e lavorarono con i telai vuoti fino a notte tarda.

"Mi piacerebbe sapere come proseguono i lavori per la stoffa" pensò l'imperatore, ma in verità si sentiva un po' agitato al pensiero che gli stupidi o chi non era adatto al suo incarico non potessero vedere la stoffa. Naturalmente non temeva per se stesso; tuttavia preferì mandare prima un altro a vedere come le cose proseguivano. Tutti in città sapevano che straordinario potere avesse quella stoffa e tutti erano ansiosi di scoprire quanto stupido o incompetente fosse il loro vicino.

"Manderò il mio vecchio bravo ministro dai tessitori" pensò l'imperatore "lui potrà certo vedere meglio degli altri come sta venendo la stoffa, dato che ha buon senso e non c'è nessuno migliore di lui nel fare il suo lavoro."

Il vecchio ministro entrò nel salone dove i due truffatori stavano lavorando con i due telai vuoti. "Dio mi protegga!" pensò, e spalancò gli occhi "non riesco a vedere niente!" Ma non lo disse.

Entrambi i truffatori lo pregarono di avvicinarsi di più e chiesero se i colori e il disegno non erano belli. Intanto indicavano i telai vuoti e il povero ministro continuò a sgranare gli occhi, ma non potè dir nulla, perché non c'era nulla. "Signore!" pensò "forse sono stupido? Non l'ho mai pensato ma non si sa mai. Forse non sono adatto al mio incarico? Non posso raccontare che non riesco a vedere la stoffa!"

«Ebbene, lei non dice nulla!» esclamò uno dei tessitori.

«È splendida! Bellissima!» disse il vecchio ministro guardando attraverso gli occhiali. «Che disegni e che colori! Sì, sì, dirò all'imperatore che mi piacciono moltissimo!»

«Ne siamo molto felici!» dissero i due tessitori, e cominciarono a nominare i vari colori e lo splendido disegno. Il vecchio ministro ascoltò attentamente per poter dire lo stesso una volta tornato dall'imperatore, e così infatti fece.

Gli imbroglioni richiesero altri soldi, seta e oro, necessari per tessere. Ma si misero tutto in tasca; sul telaio non giunse mai nulla, e loro continuarono a tessere sui telai vuoti.

L'imperatore inviò poco dopo un altro onesto funzionario per vedere come proseguivano i lavori, e quanto mancava prima che il tessuto fosse pronto. A lui successe quello che era capitato al ministro; guardò con attenzione, ma non c'era nulla da vedere se non i telai vuoti, e difatti non vide nulla.

«Non è una bella stoffa?» chiesero i due truffatori, spiegando e mostrando il bel disegno che non c'era affatto.

"Stupido non sono" pensò il funzionario "è dunque la carica che ho che non è adatta a me? Mi sembra strano! Comunque nessuno deve accorgersene!" e così lodò la stoffa che non vedeva e li rassicurò sulla gioia che i colori e il magnifico disegno gli procuravano. «Sì, è proprio magnifica» riferì poi all'imperatore.

Tutti in città parlavano di quella magnifica stoffa.

L'imperatore volle vederla personalmente mentre ancora era sul telaio. Con un gruppo di uomini scelti, tra cui anche i due funzionari che già erano stati a vederla, si recò dai furbi truffatori che stavano tessendo con grande impegno, ma senza filo.

«Non è magnifique?» esclamarono i due bravi funzionari. «Sua Maestà guardi che disegno, che colori!» e indicarono il telaio vuoto, pensando che gli altri potessero vedere la stoffa.

"Come sarebbe!" pensò l'imperatore. "Io non vedo nulla! È terribile! sono forse stupido? o non sono degno di essere imperatore? È la cosa più terribile che mi possa capitare". «Oh, è bellissima!» esclamò «ha la mia piena approvazione!» e ammirava, osservandolo soddisfatto, il telaio vuoto; non voleva dire che non ci vedeva niente. Tutto il suo seguito guardò con attenzione, e non scoprì nulla di più; tutti dissero ugualmente all'imperatore: «È bellissima» e gli consigliarono di farsi un vestito con quella nuova meravigliosa stoffa e di indossarlo per la prima volta al corteo che doveva avvenire tra breve. «E' magnifìque, bellissima, excellente » esclamarono l'uno con l'altro, e si rallegrarono molto delle loro parole. L'imperatore consegnò ai truffatori la Croce di Cavaliere da appendere all'occhiello, e il titolo di Nobili Tessitori.

Tutta la notte che precedette il corteo i truffatori restarono alzati con sedici candele accese. Così la gente poteva vedere che avevano da fare per preparare il nuovo vestito dell'imperatore. Finsero di togliere la stoffa dal telaio, tagliarono l'aria con grosse forbici e cucirono con ago senza filo, infine annunciarono: «Ora il vestito è pronto.»

Giunse l'imperatore in persona con i suoi illustri cavalieri, e i due imbroglioni sollevarono un braccio come se tenessero qualcosa e dissero: «Questi sono i calzoni; e poi la giacca - e infine il mantello!» e così via. «La stoffa è leggera come una tela di ragno! si potrebbe quasi credere di non aver niente addosso, ma e proprio questo il suo pregio!».

«Sì» confermarono tutti i cavalieri, anche se non potevano vedere nulla, dato che non c'era nulla.

«Vuole Sua Maestà Imperiale degnarsi ora di spogliarsi?» dissero i truffatori «così le metteremo i nuovi abiti proprio qui davanti allo specchio.» L'imperatore si svestì e i truffatori fìnsero di porgergli le varie parti del nuovo vestito, che stavano terminando di cucire; lo presero per la vita come se gli dovessero legare qualcosa ben stretto, era lo strascico, e l'imperatore si rigirava davanti allo specchio.

«Come le sta bene! come le dona!» dissero tutti. «Che disegno! che colori! È un abito preziosissimo!»

«Qui fuori sono arrivati i portatori del baldacchino che dovrà essere tenuto sopra Sua Maestà durante il corteo!» annunciò il Gran Maestro del Cerimoniale.

«Sì, anch'io sono pronto» rispose l'imperatore. «Mi sta proprio bene, vero?» E si rigirò ancora una volta davanti allo specchio, come se contemplasse la sua tenuta.

I ciambellani che dovevano reggere lo strascico finsero di afferrarlo da terra e si avviarono tenendo l'aria, dato che non potevano far capire che non vedevano niente.

E così l'imperatore aprì il corteo sotto il bel baldacchino e la gente che era per strada o alla finestra diceva: «Che meraviglia i nuovi vestiti dell'imperatore! Che splendido strascico porta! Come gli stanno bene!». Nessuno voleva far capire che non vedeva niente, perché altrimenti avrebbe dimostrato di essere stupido o di non essere all'altezza del suo incarico. Nessuno dei vestiti dell'imperatore aveva mai avuto una tale successo.

«Ma non ha niente addosso!» disse un bambino. «Signore sentite la voce dell'innocenza!» replicò il padre, e ognuno sussurrava all'altro quel che il bambino aveva detto.

«Non ha niente addosso! C'è un bambino che dice che non ha niente addosso!»

«Non ha proprio niente addosso!» gridava alla fine tutta la gente. E l'imperatore, rabbrividì perché sapeva che avevano ragione, ma pensò: "Ormai devo restare fino alla fine". E così si raddrizzò ancora più fiero e i ciambellani lo seguirono reggendo lo strascico che non c'era.



FINE


domenica 19 dicembre 2010

Le generazioni bruciate



La sordità, l'ignavia e la pavidità di un'intera classe dirigente da una parte le impedisce di ascoltare la protesta -  che è poi anche contestazione e ricusazione - di una larga parte della società civile, di categorie molto spesso ignorate, mentre dall'altro lato suggerisce di barricarsi nel Palazzo chiedendo assistenza e tutela proprio a quegli stessi poliziotti che, il giorno prima, erano confluiti con le loro rappresentanze, sotto la villa di Arcore, per denunciare l'avvilimento che patiscono con il taglio indiscriminato a stipendi e prestazioni, con la riduzione pesantissima di risorse che si traduce, poi, nella progressiva scomparsa della dignità.



Il portone di Montecitorio sbarrato, mentre nell'aula proprio sorda e più che grigia si compie l'ennesimo sfregio alla democrazia e alla Costituzione, nata dalla guerra antifascista; l'allargamento scriteriato della "zona rossa" a tutela di lorsignori, i quali sono ben consapevoli di essere protagonisti dell'ulteriore mortificazione inflitta ad un Paese che ha ancora una parte sana, ma non riempie il Parlamento (proprio perchè sana), rappresenta l'emblema degli ultimi giorni di un regime ormai avviato al tracollo. Un regime che ha paura dei cittadini, che è terrorizzato dal dissenso che sbugiarda "la favola bella che ieri t'illuse, che oggi m'illude".

Ho raccolto, a modo mio, alcuni contributi per meglio capire ciò che sta avvenendo in questa Italia infettata dal morbo B., lobotomizzata dalle televisioni del cancro B., che hanno svezzato ragazzi cresciuti con il mito dei tronisti e delle veline, ma dove nonostante questa deriva culturale, etica e sociale si è anche formata una generazione che dice "no", che non ci sta e non vuole arrendersi alla prospettiva di un futuro inesistente. E se lo vuol riprendere.

Che siano, almeno, incazzati i giovani è proprio il minimo.



 

Il colloquio

Manganelli: noi, soli a fronteggiare l’emergenza sociale

Parla il capo della Polizia: svolgiamo un ruolo di supplenza della politica in condizioni difficili. «A Roma nessun infiltrato, solo personale in borghese»

 

CLAUDIA FUSANI

 

Tensioni sociali «in forte crescita in tutto il paese» provocate da una grave crisi economica e «dall’instabilità anche del quadro politico»: tutto questo «costringe la forze dell’ordine ad un’attività di supplenza sempre più complessa e delicata». Un «superlavoro» richiesto a chi, tra l’altro, vede stipendi sempre più ridotti. Il Capo della Polizia Antonio Manganelli cerca di ragionare, il giorno dopo il martedì nero di Roma messa a ferro e fuoco, sulla situazione generale.

Un’analisi che parte dalla manifestazione degli studenti. Ma poi comprende Terzigno con le cariche per i rifiuti e Brescia con quelle sotto le gru dove si erano rifugiati gli extracomunitari senza permesso di soggiorno.

Il giorno dopo al Viminale si mettono insieme i fotogrammi di una giornata durissima ancora da decifrare. Il bilancio del 14 dicembre romano è pesante, le foto delle devastazioni e del finanziere con l’arma in pugno hanno fatto il giro del mondo. Roma come Mosca, Madrid, Atene. Il bollettino della Digos della questura di Roma è abbastanza eloquente: 23 persone arrestate, 5 denunciate, 124 feriti tra le forze dell’ordine. È andata male ma poteva andare sicuramente peggio. Manganelli elogia il questore Francesco Tagliente e il prefetto Giuseppe Pecoraro, il vertice della gestione dell’ordine pubblico, e tutto il personale in servizio «capace di sostenere una situazione estrema con grande sangue freddo».

Che martedì sarebbe stata «una giornata ad altissimo rischio» lo dicevano i report delle Digos delle varie città e lo confermavano le segnalazioni di intelligence. Il mandato del Viminale era chiaro: garantire il diritto di manifestare e tutelare i luoghi istituzionali delle democrazia. I tentativi di assalto a Montecitorio, promessi e trascritti sui manifesti, non sarebbero stati tollerati. E così è stato. Lontano da quei luoghi, da palazzo Chigi, da Montecitorio, da palazzo Madama, al di là di una cintura di mezzi blindati posizionati lungo il perimetro ampio di una gigantesca zona rossa, è successo di tutto.

«Volevano sfondare e sfasciare, abbiamo visto momenti di violenza inaudita e gratuita. Autentica rabbia», dice Manganelli mentre scoppia la polemica sugli infiltrati, agenti provocatori mimetizzati nel corteo in attesa del momento opportuno, il più utile, per scatenare la guerra.

La parola infiltrati non è ricevibile dal Capo della Polizia che boccia ogni ipotesi di questo tipo. C’era, semmai, «personale in borghese lungo il corteo» per monitorare la piazza. «La foto del finanziere che sta stringendo la pistola - precisa il prefetto - è il fotogramma di una lunga e drammatica sequenza che purtroppo abbiamo visto in diretta e con l’audio acceso qui in ufficio sui video al plasma che rinviavano le immagini dai punti più critici della città. Quel finanziere era stato aggredito da un gruppo di manifestanti che gli avevano strappato manette, casco, giubbotto, manganello. Lui temeva che potessero prendere l’arma. Ecco perché l’ha impugnata, per difenderla». Intorno a lui, a proteggerlo, colleghi in borghese, a loro volta con felpe, cappucci, anche caschi, magari di altri corpi di polizia.



Chi ha incendiato la piazza? C’è stata una regia? Da dove sono saltati fuori i black bloc? Le domande del giorno dopo. I filmati ricostruiranno la dinamica dei fatti. «Anarchici, studenti, molti arrivati da fuori, dalla città del nord, più o meno organizzati. Dobbiamo ancora capire quali effettivamente erano le categorie in piazza. C’erano decine di migliaia di persone, molti volevano assaltare Montecitorio e noi dovevamo impediarlo. C’è stato un collegamento temporale evidente tra il voto di fiducia e l’inizio dei disordini.Tutto era già programmato». Ci si chiede perché non sia stato possibilefermare prima gli assaltatori. Ma non erano un gruppo individuato e individuabile,«all’improvviso nel corteo sisono staccati gruppetti di 50-100 persone, si sono travisate ...». Ed è cominciata la guerra.

Ma non finisce qua. Il problema è la rabbia sociale che c’è in giro. Giovani e meno giovani che poco o nulla hanno a che vedere con la politica e le ideologie e che sono gonfi di rabbia, disposti a tutto. «Rifiuti, Fiat, aziende che chiudono, tanti sono i focolai di tensione. Perché i rifiuti di Napoli devono diventare un problema di polizia? Semmai è di pulizia», ragiona il prefetto. «Madrid, Londra, Atene, le grandi capitali s’incendiano. È chiaro che c’è un problema che va al di là del quadro politico italiano. Ma è altrettanto chiaro che tensioni ed instabilità

politica ed economica costringono le forze dell’ordine a svolgere una sempre più difficile attività di supplenza. Un superlavoro richiesto a chi, tra l’altro, è pagato sempre meno». Tra i tanti cortocircuiti a cui assistiamo c’è anche quello di vedere il giorno prima - è successo lunedì - i poliziotti protestare contro il governo per gli stipendi tagliati. Erano gli stessi che il giorno dopo, martedì, difendevano quegli stessi palazzi da chi, come loro, chiede ascolto e diritti.

(16 dicembre 2010)




 



http://it.peacereporter.net/articolo/25844/Cattivi+pensieri



 

Cattivi pensieri



Il presidente della commissione Difesa: "Perché a Roma il finanziere con la pistola non ha sparato?" Un carabiniere: "Parole infelici e preoccupanti. Non serve usare le armi, ma una gestione più professionale dell'ordine pubblico"



Perché il finanziere aggredito durante gli scontri di Roma, quello fotografato con la pistola in mano, non ha sparato ai manifestanti? È l'inquietante domanda che il presidente della commissione Difesa della Camera dei Deputati, Edmondo Cirielli, ha posto in un interrogazione al ministro dell'Interno. Una provocazione che ha destato allarme negli stessi ambienti delle forze dell'ordine.

PeaceReporter ha raccolto le inquietudini di un carabiniere in servizio, che per ovvi motivi ha chiesto di rimanere anonimo.

 

Quelle di Cirielli sono dichiarazioni infelici - afferma il carabiniere - tanto più perché fatte nella veste di presidente della commissione Difesa. Invocare l'uso delle armi da parte delle forze dell'ordine è preoccupante perché getta benzina sul fuoco, perché affronta in maniera sbagliata il problema e, non ultimo, perché lo fa un ufficiale dei carabinieri che, finito il suo mandato parlamentare, potrebbe tornare in servizio e combinare guai seri.

Nella sua interrogazione, il presidente della commissione Difesa invita il governo a ''meglio disciplinare'' l'uso delle armi da fuoco da parte delle forze dell'ordine per consentirne un uso più disinvolto. Cosa ne pensa?

La legge è chiara nello stabilire che le forze dell'ordine possono usare le armi da fuoco per legittima difesa solo in presenza di un’offesa di almeno pari entità, quindi si presume che un agente tiri fuori l'arma quando si trova davanti gente armata allo stesso modo. L'uso di armi è consentito in circostanze estremamente gravi, ma qui si entra nel campo dell'interpretazione. Un'efficace gestione dell'ordine pubblico non dipende dall'uso delle armi, ma dall'adeguatezza numerica e professionale del personale.



A Roma non è stato solo il finanziere aggredito a tirare fuori la pistola: anche suoi colleghi carabinieri hanno estratto l'arma, come dimostra la foto pubblicata giovedì sulla prima pagina del Manifesto.

Quel finanziere e quei carabinieri sono stati lasciati soli. Come dicevo, se gli agenti messi in campo sono pochi e male addestrati, succede quello che non dovrebbe succedere, perché si creano facilmente situazioni in cui alcuni uomini rimangono isolati, cosa che non dovrebbe mai accadere, finendo in condizioni personali di pericolo che possono far perdere la testa. La questione non è se permettere o no un uso più disinvolto delle armi da fuoco: la questione è evitare di finire in situazioni pericolose, e ciò è possibile solo se gli uomini in campo sono in numero sufficiente, operano in maniera professionale e ben coordinata, con un buon supporto di intelligence, in maniera che la situazione sia sempre sotto controllo e nulla sia lasciato al caso.

Si profilano all'orizzonte nuove proteste contro la riforma Gelmini e, vista la situazione politica ed economica che stiamo attraversando, è facile prevedere un periodo molto 'caldo'. Pensa che la provocazione di Cirielli possa incidere negativamente su un'equilibrata gestione dell'ordine pubblico?

Confido nella tradizionale moderazione delle forze dell'ordine italiane, che solo in pochi e ben noti casi hanno perso la testa per i motivi a cui ho accennato prima. La provocatoria iniziativa del presidente della commissione Difesa non avrà ripercussioni se, come mi auguro, il ministro Maroni ignorerà le parole di Cirielli e se altrettanto faranno i mass media, soprattutto la televisione. Spero che questa interrogazione finisca dimenticata in un cassetto. Io la ricorderò con amarezza.

Enrico Piovesana

(17 dicembre 2010)

 

http://it.peacereporter.net/articolo/25850/Le+amnesie+di+Alemanno:+tre+arresti+e+tre+assoluzioni.+Ma+oggi++contro+le+scarcerazioni+altrui

 




Le amnesie di Alemanno: tre arresti e tre assoluzioni. Ma oggi è contro le scarcerazioni altrui



Un agguato contro un 23enne, una molotov contro l'ambasciata Urss, un tentativo di bloccare il corteo di Bush padre a Roma. Tre volte accusato, con 8 mesi di carcere. Poi sempre assolto

"Sono costretto a protestare a nome della città contro le decisioni assunte dalla sezioni II e V del tribunale di rimettere in libertà in attesa di giudizio quasi tutti imputati degli incidenti del giorno 14". Gianni Alemanno, sindaco di Roma, se la prende con i magistrati.

Il sindaco di Roma, da tempo in giacca e cravatta e modi urbani, è lontano anni luce dalla sua turbolenta 'giovinezza', celtica al collo a parte (ma quello è un ricordo affettivo e personale). Il fatto che stupisce è come Alemanno, che conta all'attivo tre arresti, otto mesi di carcere e proscioglimenti in tutti i tre i casi, non riesca a capacitarsi delle decisioni motivate dei giudici.

"C'è una profonda sensazione di ingiustizia - insiste Alemanno - perché i danni provocati richiedono ben altra fermezza nel giudizio della magistratura sui presunti responsabili di questi reati. Non è minimizzando la gravità di certi fatti che si dà il giusto segnale per contrastare il diffondersi della violenza politica nella nostra città".

L'arringa accusatoria viene da chi ha vissuto da protagonista ben altre stagioni della violenza politica. I casi in cui è rimasto impigliato l'attuale sindaco sono tre:



Novembre 1981 per aggressione di uno studente di 23 anni. (Ansa, 20/11/1981)

Nel 1982 viene fermato per aver lanciato una molotov contro l’ambasciata dell’Unione Sovietica a Roma, scontando poi 8 mesi di carcere a Rebibbia. (Ansa, 15/05/1988)

Il 29 maggio 1989 viene arrestato a Nettuno per resistenza aggravata a pubblico ufficiale, manifestazione non autorizzata, tentato blocco di corteo ufficiale, lesione ai danni di due poliziotti, in occasione della visita del Presidente Usa George H. W. Bush (Ansa 29 e 30/05/1989).

In tutti e tre i casi l'Alemanno - direbbe il linguaggio da questura - ne riesce a uscire pulito dal punto di vista giudiziario. Ma i ricordi delle 'ingiustizie' subite, evidentemente, non giovano alle dichiarazioni ufficiali. "E' evidente che queste persone hanno dimostrato di essere soggetti molto pericolosi per la nostra città", ha detto ancora.

Chissà che fra i ragazzi scarcerati non si celi un prossimo ministro o sindaco dell'Urbe.

Angelo Miotto

(17 dicembre 2010)



Prime pagine de: il manifesto del 15 dicembre, il manifesto del 17 dicembre, Liberazione del 17 dicembre, il manifesto del 16 dicembre, il manifesto del 18 dicembre, l'Unità del 18 dicembre.

 

 


mercoledì 15 dicembre 2010

Gocce di memoria




PD: Calearo capolista in Veneto

18:09 dom 02 marzo 2008

(ANSA) - PRATO, 2 MAR - Massimo Calearo, presidente di Federmeccanica, sara' capolista del Pd in Veneto. Lo ha annunciato Walter Veltroni durante un comizio a Prato. Veltroni ha definito Calearo 'un grande industriale veneto', che incarna quello che e' il progetto del Pd, e cioe' 'un patto fra produttori e lavoratori' per la crescita del Paese. 'Sento che la Sinistra Radicale parla di lotta di classe contro i padroni. Noi abbiamo un'idea diversa'.



Si è vista ieri la meravigliosa idea diversa. Per esempio.

lunedì 27 settembre 2010

Il tricolore lacerato






La secessione è già iniziata muovendo il primo passo ad Adro, senza che questo sfregio alla Costituzione, al Tricolore e alla Democrazia sia stato percepito per la carica eversiva che riveste.
Ad Adro la Lega, partito di governo, ha cominciato a marcare il proprio territorio, definendo i confini di uno “stato” che non esiste, creando frontiere dove non ci sono mai state. Una bomba di deflagrante potenza che ha scosso le fondamenta del Paese in cui sono nato e vivo. Ma a preoccupare erano le contestazioni a Dell’Utri, a Schifani e il fumogeno lanciato verso Bonanni.
Perché la Lega – e mi chiedo come mai ancora non si sia capito – è nata per entrare in lotta aperta e virulenta con la Repubblica Italiana. Altro che partito di governo! E su questo mostruoso equivoco si è dipanata la sua storia che ha toccato ad Adro, con la privatizzazione della scuola, un punto di non ritorno. Un gesto ignobile e vergognoso, le cui devastanti conseguenze sfuggono alla comprensione dell’opinione pubblica, in uno stato ormai di perenne afasia.
Il video che apre questo post dovrebbe, piuttosto, spalancare gli occhi e far sobbalzare per la violenza delle parole. Quell’invettiva, più volte ripetuta, che “siamo ad Adro, non in Italia”, non trascina con sé i ricordi e la memoria di un tempo che si pensava congelato dalla Storia?
Eppure si è cambiato decisamente argomento, come amano ripetere i conduttori dei telegiornali e quella scuola, con i suoi simboli pacchianamente distribuiti, mantiene una cupezza inquietante.
Un vulnus non più rimediabile, lo squarcio che si è aperto nella convivenza civile, infettando le nuove generazioni che guardando il “Sole delle Alpi” si troveranno invece accecate dall’oscurità oscena dell’ignoranza, dell’intolleranza e del razzismo.





L' orgoglio della Gelmini. Parte una riforma storica



ROMA - Il ministro Mariastella Gelmini la definisce «una giornata storica»(...) «La scuola italiana - dichiara la Gelmini - cambia e parte la riforma che era attesa da decenni. Viene completamente ridisegnata la struttura della superiore, all' insegna della chiarezza e della modernità»(…) A tenere banco in queste ore è la polemica sul nuovo polo scolastico di Adro (Brescia), dedicato all'ideologo della Lega Gianfranco Miglio. L'esposizione del "Sole delle Alpi" (simbolo della Lega) su banchi, vetrate e perfino sullo zerbino non è andato giù neppure alla ministra di Leno. «Francamente, il sindaco di Adro ci ha abituato ad un certo folklore, ad un certo estremismo, che ovviamente io come ministro dell'Istruzione - dice la Gelmini - non condivido, ma forse nemmeno tutto il partito della Lega può condividere esasperazioni che non fanno bene neanche a quel movimento». Una vicenda, questa di Adro, che Francesca Puglisi, responsabile scuola della segreteria del Pd, bolla come «inqualificabile» e da «ventennio» fascista. (…). E mentre Bersani definisce il taglio di 133 mila posti in tre anni varato dall'esecutivo come «il più grande licenziamento di massa della nostra storia», la Gelmini apre ai precari parlando «150 mila assunzioni in otto anni». Per risolvere il problema del precariato l' unica soluzione è il numero programmato introdotto dalle nuove regole per il reclutamento annunciate tre giorni fa. «Entro il 2018 assorbiremo 220 mila precari» assicura il ministro. Ma una pubblicazione dello stesso dicastero la smentisce: serviranno forse 15 anni.



SALVO INTRAVAIA
(13 settembre 2010)  




IL CASO



L'intolleranza leghista



di MICHELE SERRA



A proposito di violenza politica. Una scuola pubblica italiana (Adro, provincia di Brescia) è stata di fatto privatizzata dalla locale giunta e trasformata in scuola leghista, intitolata al professor Gianfranco Miglio. Sole delle Alpi impresso sui banchi, sui cestini dei rifiuti, sugli zerbini, sui tavoli, sui cartelli, sulle finestre, sul tetto, ovunque. Unico altro simbolo ammesso e anzi imposto è il crocifisso, che a scanso di equivoci è stato imbullonato ai muri: una specie di doppia crocifissione, povero Cristo.
L'episodio, quasi incredibile nei suoi termini di cronaca, e decisamente spaventoso in termini di democrazia, è inedito nella storia della Repubblica. Scuole di Stato con lo scudo crociato, o la falce e martello, o altri simboli di partito, ovviamente non se ne erano mai viste, per il semplice fatto che nessuno aveva mai osato concepire una così inconcepibile violazione di uno spazio pubblico: nemmeno nelle fasi più convulse e faziose della nostra tormentata vita politica. A Adro invece è accaduto, anche grazie alla partecipe collaborazione di una comunità fortemente coinvolta nella costruzione del nuovo plesso scolastico, fino a finanziarne gli arredi. La stessa comunità, con in testa il sindaco Oscar Lancini, non era intervenuta con altrettanta sollecitudine quando si trattò di far quadrare i conti della mensa scolastica, messi in crisi da una mora di poche migliaia di euro. Fu un imprenditore locale, allora, ad accollarsi generosamente quella spesa, guadagnandosi lo spregio e l'ira di molti suoi concittadini, sindaco in testa.
Alla maggioranza leghista di Adro (non solo alla Giunta) dev'essere sembrato ovvio considerare ininfluenti eventuali obiezioni, disagi, proteste da parte di chi leghista non è, e ritenendo di iscrivere i figli alla locale scuola pubblica (che vuol dire: la scuola di tutti) li ritrova iscritti d'ufficio a una scuola "verde", involontaria parodia delle scuole coraniche. L'omissione di questo scrupolo basilare (esistono minoranze, a Adro? vanno rispettate? tenute in considerazione?) è l'aspetto più sconvolgente della vicenda. Perché illustra una sorta di intolleranza "naturale" tipicissima dei regimi e delle masse plaudenti che li sostengono, alla quale non siamo più avvezzi da sessantacinque anni. Le macroscopiche violazioni di legge, e perfino gli aspetti anticostituzionali, passano quasi in second'ordine rispetto all'impressionante spettacolo di una comunità così autocompiaciuta della propria coesione politica da stabilire l'inesistenza degli "altri", e non solo gli stranieri: ora anche i non leghisti. Gli italiani.
Ce ne sarà pure qualcuno, a Adro, di non leghista. Che deve fare? Subire e tacere? Emigrare, perché italiano e non "padano", inaugurando così l'incredibile paradosso di italiani che si sentono extraterritoriali in Italia (non più "padroni a casa loro", per dirla con la Lega)? Sarà molto istruttivo vedere, al di là delle dichiarazioni di circostanza, quali provvedimenti concreti vorranno prendere autorità varie e istituzioni di ogni ordine e grado, tutte direttamente coinvolte da un simile affronto alla democrazia: a partire, ovviamente, dal ministro della scuola Gelmini e dal ministro dell'Interno Maroni.
Si pensa, in genere, che ad ogni azione corrisponda una reazione uguale e contraria. Nel caso del progressivo manifestarsi, in alcune zone del Nord, di una secessione di fatto, la reazione fin qui non ha certo corrisposto all'azione. Si spera che l'esproprio leghista di una scuola pubblica sia la goccia che fa traboccare il vaso. O gli italiani non leghisti, al Nord, devono sentirsi cittadini di grado inferiore?

(13 settembre 2010)

 



L' AMACA



«Chi protesta contro la scuola di Adro dovrebbe protestare anche quando nelle scuole entrano i simboli di sinistra». È il desolante commento del ministro Gelmini a proposito dell' esproprio (del quale lei per prima è vittima in quanto ministro dell' Istruzione) da parte della Lega di una scuola della Repubblica italiana, trasformata in istituto padano. Il ministro finge di ignorare, per superficialità o per pavidità, la natura del tutto inedita dell' accaduto. Non si tratta di una scuola nella quale qualcuno (professore o studente) entri con una falce e martello sulla maglietta, o una svastica tatuata sul bicipite, o altri simboli ideologici o di partito. Si tratta di una scuola che è essa stessa, strutturalmente, un simbolo di partito, concepita e arredata come tale. Un luogo pubblico privatizzato, cioè snaturato, sottratto alle sue funzioni di neutralità e accoglienza. La reazione del ministro fa capire che il governo non ha alcuna intenzione di intervenire: avalla il sopruso, e amen. Restiamo in attesa di sapere se un prefetto, un magistrato, un ente locale, il Parlamento, il Quirinale, Strasburgo, il pianeta Giove, insomma qualcuno che ha percezione almeno vaga dell'enormità di quanto è accaduto, voglia tentare, almeno tentare di evitare un oltraggio così insopportabile al concetto stesso di "bene pubblico".
MICHELE SERRA
(14 settembre 2010)


 



LE MANI DELLA LEGA SULLA SCUOLA PUBBLICA


di SALVATORE SETTIS


In attesa che Bossi riceva l'annunciata laurea honoris causa da un qualche Ateneo presuntivamente celtico, la Lega allunga le mani sulle scuole pubbliche. È di domenica la notizia della scuola di Adro «leghizzata» con gran dispiego di «sole delle Alpi» dai banchi al tetto; intanto a Bosina di Varese la moglie di Bossi dirige la scuola «dei Popoli Padani», privata ma con una dotazione di 800.000 euro decisa dal governo con la cosiddetta «legge mancia» ( Il Giornale.it, 13 settembre). È dunque il momento giusto per interrogarsi sui meriti culturali di Bossi, che fanno tutt'uno coi progetti scolastici del suo partito.
Secondo i suoi detrattori, il futuro dottore sarebbe capace solo di gestacci, insulti alla bandiera ed altre volgarità: grandi virtù comunicative, meglio di una tesi di laurea. Ma gli orizzonti culturali di Bossi sono assai più ampi. In un discorso del 27 gennaio 2004, dal titolo “Dio salvi la Padania” (visibile sul sito della Lega), egli traccia addirittura un quadro della «rottura geopolitica del mondo» dopo l'11 settembre, colpa di «Roma ladrona» oltre che dell'attacco alle Torri gemelle.
Sull'Italia, la dottrina di Bossi è questa: «quando uno Stato è eterogeneo dal punto di vista etnonazionale, i problemi girano attorno a due lealtà, la lealtà alla Nazione e quella verso lo Stato. Per i popoli che non sono dominanti, come noi padani, le due lealtà sono distinte e possono entrare in competizione tra loro. In questi casi la minoranza chiede l'autodeterminazione nazionale, un diritto sancito dall' Onu».
Eterogeneità etnonazionale, «comuni matrici etnoculturali» dei popoli padani: ecco un linguaggio «dotto» dove non ce lo aspetteremmo. Da dove viene? Il miglior parallelo sono le elaborazioni «teoriche» del «Pensiero Etnonazionalista» e dell' «Idea Völkisch nelle comunità Alpino-Padane» che si possono leggere in un libro, Fondamenti dell' Etnonazionalismo Völkisch (2006), firmato da Federico Prati, Silvano Lorenzoni e Flavio Grisolia. Secondo loro, «le comunità padane» sono la miglior risposta a «un'epoca etnicamente e culturalmente decadente», all' «immigrazione allogena, al materialismo comunista, al mondialismo massonico». Fin troppo chiare le matrici razziste e fasciste, anzi naziste, della terminologia usata ( völkisch , «sangue, suolo e conoscenza»).
Silvano Lorenzoni, festeggiato nel giorno del suo compleanno come «un vero identitario/razzialista bianco veneto/europeo», è stato presidente dell'Associazione Culturale Identità e Tradizione, che si ispira a Julius Evola, e capogruppo della Liga Veneta nel Consiglio Comunale di Sandrigo (Vicenza). La casa editrice Effepi (Genova), che ha pubblicato questo e altri volumi su tale «etnonazionalismo», si distingue anche per i suoi libri di «storia non convenzionale» del Novecento, per esempio quello di Udo Walendy che considera l'Olocausto un prodotto della propaganda antitedesca ottenuto con abili fotomontaggi.
Ma la neoideologia padana non si affermerebbe senza mettere le mani in pasta nell'educazione delle nuove generazioni: nella scuola. Guardiamo quel che succede in Spagna, nazione anche in questo sorella, dove l'insorgere delle autonomie regionali si lega strettamente alla fine del franchismo e alla fortuna delle lingue diverse dallo spagnolo (specialmente il catalano e il basco), fondata sulla loro lunga e nobile tradizione culturale, ma anche su una sacrosanta reazione alla repressione franchista. Ma l'ondata degli autonomismi regionali ha generato e diffuso nelle scuole una manualistica rivendicativa di altrettanti «spiriti nazionali» (basco, catalano, galiziano, andaluso...), puntualmente riflessi nel linguaggio degli storici «allineati», come ha mostrato Pedro Heras in un bel libro recente (La Españaraptada: la formación del espíritu nacionalista, Barcelona, Altera, 2009).
Analizzando manuali scolastici e pratiche dell'insegnamento, Heras ha dimostrato che tali «processi di ri-nazionalizzazione» hanno adottato in pieno la stessa retorica del più vieto nazionalismo franchista, utilizzando per esaltare le nazionalità regionali le stesse identiche formule, gli stessi slogan che furono martellati per decenni dalla propaganda di regime, applicandoli al popolo spagnolo nel suo insieme, e usandoli allora anche per reprimere le lingue «proibite». Quasi che, se applicata mettiamo al catalano, quella stolta retorica fosse «sdoganata» d'incanto.
Per quanto rozzi e incolti, i tentativi di Bossi di creare dal nulla la neo-etnia dei padani hanno fatto lo stesso: pur senza rifarsi esplicitamente alla tradizione nazi-fascista, da essa hanno ripescato la terminologia «etnonazionale» con tutte le sue implicazioni, usandola simultaneamente per de-nazionalizzare l'Italia e «nazionalizzare» una Padania d'invenzione. Perciò i più agguerriti proclami in lode della "razza padana" (come quelli citati sopra) si trovano sul sito www.stormfront.org, alfiere del World Wide White Pride, fondato nel 1995 da Don Black, già leader del Ku Klux Klan, che usa come logo la cosiddetta «croce celtica», surrogato della svastica.
La maggioranza dei leghisti, persino di quelli che usano quelle formule e quegli slogan, è presumibilmente inconsapevole di queste derivazioni e tangenze, anzi le negherebbe accanitamente. Non per questo esse sono meno preoccupanti, in una scena politica come quella italiana, in cui secessione e federalismo sono fratelli siamesi, e gli argomenti per l'una e per l'altro s'intrecciano e si confondono in una rincorsa senza fine; in cui, con la passività o la complicità delle sinistre, il maggior argomento in favore del federalismo è la minaccia di secessione, e chi detta le regole è solo la Lega.
Vedremo se la spiritosa invenzione dell' etnonazionalismo padano risulterà merito sufficiente per una laurea honoris causa: in ogni modo, sotto quella pergamena non basta la firma di un qualche ateneo galloceltico, ci vuole anche (per legge) quella di un ministro nel suo ufficio di «Roma ladrona».
(17 settembre 2010)  

 



BUONGIORNO
MASSIMO GRAMELLINI

Scuola di classe
    
La scuola pubblica di Adro griffata col simbolo di un partito meriterebbe uno stato di indignazione permanente effettiva (e invece è già stata digerita con un'alzata di spalle fra l'abulico e il rassegnato), ma esiste un altro aspetto della vicenda che apre squarci lancinanti sul futuro. Quella scuola è un gioiello d’avanguardia, con i robottini che puliscono il prato, i banchi ergonomici, le lavagne elettroniche. Sta alle strutture cadenti e carenti in cui si muove la maggior parte degli insegnanti e dei ragazzi come una fuoriserie fiammante a un’utilitaria scassata.
Questo perché gli abitanti di Adro si sono autotassati per finanziarla, nell’applicazione più estrema e gratificante del federalismo fiscale. Fino a prova contraria, infatti, è come se ogni cittadino di quel Comune lombardo avesse pagato le tasse due volte. La prima, obbligatoria, per sovvenzionare le scuole scalcinate del resto d'Italia. La seconda, volontaria, per edificare a due passi da casa il capolavoro destinato ai propri figli.
È la rappresentazione plastica della crisi dello Stato Sociale. Il Pubblico non ce la fa e il Privato, inteso come fondazioni e sponsor, non è in grado di colmarne le lacune. Così la palla torna ai cittadini e la qualità dei servizi tenderà sempre più a corrispondere alla loro condizione sociale. I Paesi e i quartieri benestanti avranno le scuole e gli ospedali migliori, mentre gli altri dovranno accontentarsi di passeggiare fra i ruderi del Welfare, come ben sanno gli studenti e i degenti che si portano la carta igienica, e non solo quella, da casa.
(18 settembre 2010)  


 



LO STATO TRA QUEI BANCHI


di MICHELE SERRA 



MIRACOLO a Roma. Il ministro Gelmini ha chiesto alla direzione scolastica di Adro di far rimuovere i simboli "padani" dalla locale scuola pubblica (ci vorrà tempo, perché ci vorranno gli scalpelli...). Meglio tardi che mai: ci sono voluti dieci giorni perché una lesione così smaccata della convivenza repubblicana ricevesse un "alt" doveroso, ma non scontato in questo clima politico e con questo assetto di potere. Dieci giorni nel corso dei quali, per fortuna, l'opposizione a quella prepotenza si è auto-organizzata in cento rivoli, affollando i blog di protesta, scrivendo ai giornali, organizzando un presidio (ieri), facendo pressione sui partiti di opposizione, facendo breccia in quei settori del centrodestra che ancora conoscono le regole comuni, in esse si riconoscono, ad esse vogliono attenersi: prima tra tutte, la neutralità almeno "fisica" di un edificio scolastico, per la prima volta nella storia democratica, trasformato nel tempio di una fazione.
Ma il merito principale di questo dietro-front (e probabilmente l'input che ha riacceso il motore della razionalità al ministero dell'Istruzione, dopo un black-out di parecchi giorni) è di quei genitori di Adro, circa un quarto del totale, che hanno protestato, e in qualche caso ritirato i figli da scuola.
Non sono intellettuali di sinistra, non sono politicanti, non sono agitatori di piazza, non sono "stranieri": sono cittadini lombardi, non importa di quali opinioni politiche, che hanno considerato inaccettabile mandare i figli a studiare in una scuola di fatto privatizzata dalla giunta leghista.
Non dev'essere facile, a Adro, mettersi di traverso. L'abitudine di identificare la Lega con il "popolo", con i suoi interessi e la sua volontà, non facilita il dialogo con chi, pur essendo "popolo" con pieno diritto, non si sente rappresentato dal Sole delle Alpi, dalla "padanità", dal pendolo continuo tra promesse di federalismo e minacce di secessione (i due termini, tra l' altro, a furia di essere le due facce dello stesso randello, rischiano di diventare indistinguibili).
Chissà se il sindaco di Adro, di fronte al putiferio scatenato dalla sua scuola minutamente istoriata di simboli "padani" e intitolata a Gianfranco Miglio (ideologo dell'etnos), avrà qualche dubbio sul proprio operato. Chissà se il "no" di una parte minoritaria, ma non piccola, della sua cittadinanza gli parrà un atto di odioso boicottaggio contro il radioso futuro leghista, o il ragionevole richiamo alla realtà da parte di chi vuole fargli sapere che esiste anche un Nord non leghista.
Sarebbe importante saperlo, che cosa pensa in cuor suo il sindaco Lancini, e che cosa pensano i suoi tantissimi elettori che hanno avuto la capacità di autofinanziarsi per arredare quella scuola, ma non la generosità di pensarla, quella scuola, per tutti quanti, non solo per i bambini "padani".
Sarebbe importante saperlo per capire fino a che punto la mentalità leghista profonda, così invaghita di fole etniche, così devota alla chiusura del "noi" contro "gli altri", è tentata dal totalitarismo (e certo avere concepito quella scuola è tipicamente totalitario); oppure se è ancora permeabile alla ragione, ancora riconducibile alle regole e alle leggi della Repubblica italiana.
(19 settembre 2010)