| 28 maggio 1992 |
"Qualche volta Dio uccide gli amanti per non essere superato in amore" Alda Merini.
giovedì 31 maggio 2012
Giovanni Falcone - Ancora un ricordo
mercoledì 23 maggio 2012
La strage di Capaci - l'Unità 24 maggio 1992
Giovanni, cuore e cervello di Sicilia
martedì 22 maggio 2012
lunedì 21 maggio 2012
mercoledì 14 luglio 2010
Senza bavaglio
13 luglio 2010
31 Ottobre 2009, Paderno Dugnano (MI) Circolo Arci "Falcone e Borsellino". Queste immagini scioccanti mostrano il summit dei boss della 'ndrangheta in cui viene eletto Pasquale Zappia come referente per il Nord Italia delle cosche calabresi.
Un video sconcertante (sul sito ilfattoquotidiano.it) che sbatte in faccia, a chi ancora non si è svegliato, che le mafie si stanno impossessando dell’Italia e che Milano è la filiale al Nord della ‘ndrangheta. Notare il luogo dove si compie l’oscenità, i nomi che campeggiano sulla targa all’esterno. Da vomito.
Ma anche questa è informazione, quella che si vorrebbe ridimensionare prima e occultare poi. È l’informazione che preferisco naturalmente.
A seguire un pezzo pubblicato su “il Fatto Quotidiano” (che per fortuna c’è) sulla crisi economica che ha il pregio non solo di parlar chiaro, ma anche smentire le mille balle azzurre che l’associazione a delinquere, incidentalmente chiamata “governo”, produce in quantità industriali ogni giorno di questi tempi infelici.
E la smentita anche sul tema caldissimo delle intercettazioni, ossia della loro cancellazione, attraverso due articoli apparsi, a distanza di un mese, su “la Repubblica”, il quotidiano schierato in prima fila nella tambureggiante campagna stampa per strappare il bavaglio, anzi non farselo proprio imporre.
Esempi, come tanti altri, che si possono portare a sostegno della tesi che senza bavaglio è meglio.
Almeno io la penso così. Crisi, chi nega l’evidenza
Il governo insiste con un ottimismo assurdo e i giornali amici parlano di nuovo “boom” perché sbagliano (con dolo) nell’interpretare i dati: ma il disastro economico non è ancora alle spalle
di Mario Seminerio
Nel nostro paese esiste una mistica dell’ottimismo sullo stato dell’economia che va ben oltre il diritto ed il dovere di un esecutivo a trasmettere messaggi positivi sulla congiuntura, ovviamente dopo aver assunto e motivato le proprie scelte di policy ed aver ottenuto riscontri che la direzione intrapresa è quella corretta. In Italia, dall’inizio di questa crisi infinita, esiste invece un obbligo di ottimismo a oltranza (e oltranzista), trasmesso attraverso alcuni mantra fattualmente fallaci, ed amplificato da organi di informazione dimostratisi incapaci (per dolo o pura ignoranza) a cogliere il reale stato della congiuntura.
Qualche giorno fa l’Istat ha comunicato che, nel 2009, il nostro paese ha registrato un crollo degli investimenti, pari al 12,1 per cento, con punte del 14,9 per cento per il settore industriale. Non c’è nessuna “crisi alle spalle”: la crisi è qui, non si è mai allontanata, ma è mutata. Abbiamo avuto una fase di mini-rimbalzo, soprattutto dell’attività manifatturiera, legato sia al vigore delle economie emergenti (segnatamente la Cina), sia ad alcune iniziative di anticipazione della domanda futura per alcuni beni durevoli di consumo, come le auto, che hanno goduto di ampi e diffusi incentivi. Oggi, per contro, abbiamo diffusi timori di un nuovo rallentamento, indotti sia dal venir meno dello stimolo statunitense (che nel secondo semestre dovrebbe sottrarre crescita, per effetto-confronto col recente passato), sia per alcune evidenze di rallentamento della locomotiva cinese, che necessita di riconvertirsi dalle esportazioni alla domanda interna, ma che ha comunque ampi eccessi di capacità produttiva in molti settori.
Ebbene, l’intera evoluzione della crisi è stata finora gestita dall’esecutivo secondo una strategia di comunicazione che miscela l’ottimismo con la minimizzazione, l’enfasi su dati assai poco leggibili ed altrettanto poco robusti come capacità previsivae lo spostamento dello spin mediatico su temi diversi dall’economia, come la sicurezza e l’immigrazione. Né manca il tentativo di intestarsi politicamente quelli che sono tratti culturali delle famiglie italiane (come la propensione al risparmio), non il frutto di azioni di governo. Due anni addietro, il premier amava dire che avevamo di fronte soprattutto una crisi “psicologica”, che il nostro paese era esterno ed estraneo all’epicentro dei mutui subprime e dell’eccesso di indebitamento. È vera la seconda parte della proposizione, non certo la prima. Nessun paese è un’isola: esiste una cosa chiamata moltiplicatore del commercio estero che ci riguarda tutti, e trasmette crisi e crescita allo stesso modo. Gli italiani non consumano per timore, dicevano esponenti di governo e maggioranza. In realtà, gli italiani non consumano per progressiva riduzione di risparmio e reddito disponibile e per crescenti timori legati al terzo maggior debito pubblico del pianeta. Possiamo dar loro torto?
Poi venne la polemica con le banche: non accettano i Tremonti bond, che ci farebbero ripartire l’economia, si disse. Non era vero, naturalmente: le banche stringevano il credito per timori legati all’evoluzione della crisi ed all’incertezza circa la reale situazione dei bilanci. Insomma, una crisi à la carte, compare e scompare in funzione della prova di forza politica di turno.
Poi è stata la volta della finzione sul tasso di disoccupazione “più basso della media europea”. Neppure questo è vero, perché il dato non considera che l’Italia ha un tasso di partecipazione alla forza lavoro che è di nove punti inferiore alla media europea, circostanza che di per sé tende a frenare l’ascesa del tasso di disoccupazione. Ma soprattutto, nel dato non si considera il numero di cassintegrati, spesso in aziende clinicamente morte o con organici comunque sovradimensionati.
Oggi, lentamente ma inesorabilmente, emerge la verità: la crisi ci ha colpito quanto e più degli altri. Nel 2008 eravamo l’unico paese sviluppato Ocse (con il Giappone) ad essere in recessione prima che la crisi esplodesse, per eccesso di pressione fiscale (soprattutto sul lavoro). Nel 2009 siamo stati tra quanti hanno subito la maggiore contrazione del Pil, ma tutto è stato silenziato. Poi sono arrivati gli strafalcioni da matita blu. Quelli che portano i giornali a scrivere, a fronte di una crescita annuale della produzione industriale del 6,9 per cento, che siamo di fronte ad un “boom”, omettendo tuttavia che un progresso del 6,9 per cento su un indice di produzione che in precedenza si era ridotto del 30 per cento è il nulla, o quasi. Nessun riferimento alla perdita di cento trimestri di produzione industriale dall’inizio della crisi, e di 34 trimestri di Pil, come risulta da un paper della Banca d’Italia.
Oggi, in attesa degli eventi, siamo ancora allo stesso copione: noi ne usciremo meglio di altri, e comunque abbiamo un premier che salva il mondo, all’occorrenza. Chissà perché, non c’è motivo per sentirsi rassicurati.
(10 luglio 2010)
IL DOSSIER
Ecco l'Italia delle intercettazioni, sotto ascolto solo 26mila persone
Il premier: "Siamo tutti spiati". E calcola 7,5 milioni di persone nella rete degli ascolti. Ma i numeri raccontano una verità diversa. Gli addetti ai lavori in rivolta: "Dal governo cifre sballate, più facile vincere al lotto che finire ascoltati"
di PIERO COLAPRICO
MILANO -"Il tandem Berlusconi-Alfano sta raccontando del mondo delle intercettazioni un cumulo di menzogne. Purtroppo non possiamo dire esattamente quello che pensiamo con nome e cognome, perché con questi ci dobbiamo lavorare. Aiutateci". La protesta sale ovunque. Ma è soprattutto al Nord, dove hanno sede le principali società specializzate in telefoni e microspie, che si trasecola. Ieri c'è chi è andato su Youtube, chi ha cercato le agenzie stampa, molti sono di centrodestra e non credevano alle loro orecchie nel sentire il premier che, tra gli applausi della Confcommercio, raccontava che 1 "In Italia siamo tutti spiati. Vengono fuori sette milioni e mezzo di persone che possono essere ascoltate. Questa non è vera democrazia.".
Meno di 30 mila gli intercettati. I numeri reali smentiscono (pesantemente) la versione di Berlusconi. Il dato ufficiale diffuso dal ministero di Grazia e giustizia indica in 132.384 i "bersagli intercettati". Ma - attenzione - non sono persone e non sono case. Ogni "bersaglio", nel gergo usato da chi le intercettazioni le fa, corrisponde ad un numero di telefono. Dunque, spiega Elio Cattaneo della Sios, una delle società d'intercettazioni più attive, "se si conta che un italiano medio dispone di un telefono cellulare personale, più uno aziendale, più uno fisso a casa, più parenti stretti eccetera, noi calcoliamo che intercettare una persona vuol dire mettere sotto controllo un numero di 5,3 telefoni/bersaglio. Inoltre, se si intercetta uno straniero o un mafioso che delinque utilizzando anche telefoni esteri, la media bersagli che riguardano uno stesso soggetto sale a dieci, dodici".
Quindi, se si fanno come alle elementari i conti che Silvio Berlusconi e il centrodestra, decisi ad affossare questo strumento d'indagine, non hanno fatto, il risultato è all'opposto dei milioni di "ascoltati". Prendiamo le persone che abitano in Italia: circa 60 milioni. Le dividiamo per i 132.384 bersagli, divisi a loro volta per una media di circa 5 telefoni a bersaglio: il risultato porta (siamo larghi) a circa 27 mila persone intercettate, vale a dire, lo 0,045%, una persona ogni 2.200 abitanti. Secondo l'avvocato e senatore Luigi Li Gotti, gli intercettati sono ancora meno, tra i 20 e i 23mila. "E' più facile vincere al lotto che essere ascoltati", continua l'imprenditore brianzolo Cattaneo.
Dodici euro al giorno. "I costi delle intercettazioni sono altissimi, non ce li possiamo permettere", tuonano sempre dal centrodestra. Invece, tenere sotto controllo oggi il telefono di un narcotrafficante "costa circa 12 euro al giorno di media per telefono, mentre pedinarlo - spiegano gli esperti - significa impiegare almeno sei uomini, mandarli in trasferta, spendere in benzina e alberghi". E dunque, secondo un esperto dell'antimafia, il costo sarebbe di circa 2.500 euro al giorno.
L'intercettatore senza divisa. Un bandito entra nella sua auto, posteggiata nel box blindato.
Esce, incontra un socio e comincia a parlare dei suoi traffici, ma viene intercettato e, prima o poi, sarà catturato. Chi è riuscito a eludere i sistemi d'allarme, aprire l'auto e piazzare la microspia? Un carabiniere, un poliziotto, un finanziere, direbbero molti, "vittime" delle fiction tv. E sarebbe uno sbaglio: a installare la cimice elettronica è quasi sempre un consulente esterno (della Procura e dei detective). E' un ingegnere, un elettricista, un perito, o anche un ex-detective che ha mollato la divisa: è quest'uomo "senza volto" che fa il lavoro difficile, dalla strage di Capaci a quella di via D'Amelio, dal terrorista islamico al faccendiere di partito.
Questa la realtà oggettiva che viene "omissata" dai dibattiti parlamentari e televisivi. In Italia la magistratura e le forze dell'ordine "non" possiedono la tecnologia delle microspie (e nemmeno gli strumenti minimi). E più i software dei computer, dei telefonini, delle trasmissioni radio e delle "memorie" elettroniche diventavano complessi, più la nostra polizia giudiziaria si è affidata ai tecnici esterni: era ritenuto l'unico modo per stare all'avanguardia e fronteggiare un crimine sempre più internazionale e inafferrabile. Ogni Procura, in assenza di leggi, s'è data dei criteri di trasparenza più o meno efficienti e i vari ministri della Giustizia hanno lasciato fare.
Centocinquanta società strutturate. Oggi in Italia, nel settore delle "cimici" elettroniche e delle deviazioni dei flussi telefonici e informatici, esistono quasi 150 società ben strutturate. Le più solide aziende del settore sono "nascoste" tra Milano, Lecco e Como (come Area, Rcs, Sio e Radiotrevisan), più c'è la Innova di Trieste: da sole hanno assunto a tempo indeterminato circa 400 dipendenti e avevano fatturati che superano i 30 milioni. Una cinquantina di società, da due anni, si sono riunite nell'Iliia, con sede a Milano. Se si contano però anche gli ex marescialli che entrano nel settore quando vanno in pensione, o tantissimi sub-appaltatori, si arriva a circa 400 partite Iva. I dipendenti assunti regolarmente in Italia da queste ditte superano quota mille. Se si fermano loro, si fermano le intercettazioni.
E il ministro Alfano non paga il conto. Nel 2006, con l'idea di tenere maggiormente sotto controllo i conti dello Stato, il centrosinistra toglie alle Poste il compito di "fare da banca" allo Stato. Da allora, per farsi pagare le fatture dei lavori svolti, le varie società d'intercettazione devono presentare il conto non più agli uffici postali, ma direttamente a Roma, al ministero di Grazia e giustizia: dov'è nel frattempo arrivato dalla Sicilia Angiolino Alfano, ex segretario di Silvio Berlusconi.
E il ministero che fa? "Fa né più né meno come quei clienti che fuggono dal ristorante dopo aver mangiato: non paga il conto", spiegano dall'interno di queste società. Nell'autunno 2008, ormai strangolati, le aziende d'intercettazione mandano i loro amministratori a Roma: "Non arriviamo alla fine del mese, se non ci pagate chiudiamo, licenziamo, buttiamo a mare indagini delicatissime".
Preso in contropiede, il ministro di un governo che ha basato la sua campagna elettorale perenne sulla sicurezza pubblica, prova a metterci una toppa. E con aria trionfante, (tra lo sconcerto muto e preoccupato di chi lavora nelle intercettazioni) fa un annuncio all'inaugurazione di quest'anno giudiziario: "L'immediata azione del mio dicastero (...) ha fatto sì che i debiti pregressi fossero onorati".
I conti del ministero i conti della realtà. Onorati è una parola fuori luogo. I debiti nel 2008 erano circa 450 milioni. Nel 2009 - anno in cui Alfano comincia a parlare del tema, dopo aver lasciato incancrenire la situazione - queste società hanno continuato a lavorare, fatturando altri 250 milioni circa di euro, Iva compresa. Sempre nel 2009 le varie procure, con i fondi del ministero, hanno pagato agli intercettatori un acconto sul debito post 2006 di circa 120 milioni. Dopo di che, sempre nel 2009, e sempre con la transazione del ministero di Alfano (che ha imposto uno sconto del dieci per cento e ha semplicemente azzerato gli interessi), sono arrivati alle società altri 100 milioni.
Quindi, ricapitoliamo i conti: 450 milioni di debito sino al 2008, più 250 di debito nel 2009, meno 120, meno ancora 100, porta a un totale di 480 milioni: è ancora questo, al 31 dicembre 2009, il debito Iva compresa che lo Stato ha nei confronti di queste società. Come può dunque il ministro vantarsi di aver "onorato" il debito? Dalla Sios di Cantù, il titolare ieri protestava, amareggiato: "Uno lavora una vita e poi vede la sua inventiva e le sue energie buttate a mare solo perché la politica ha deciso di fare la guerra ai magistrati e così, per colpire loro, calpesta noi e i nostri diritti. Al ministero sanno che se non ci fossero le risorse personali di noi imprenditori, e le banche che ancora ci sostengono, saremmo già chiusi. E così ci sarebbero zero intercettazioni, senza nemmeno il bisogno della legge-bavaglio".
(17 giugno 2010)IL CASO
I veri intercettati sono solo seimila
di PIERO COLAPRICO
MILANO E se oggi - proprio oggi sabato 10 luglio che leggiamo questo articolo - in tutta Italia ci fossero, ad esagerare, non più di seimila persone intercettate? Prima di definire alcuni calcoli che sinora nessuno aveva fatto, è necessaria una premessa «storica». In questi anni, vari magistrati hanno ascoltato la viva voce di Silvio Berlusconi al telefono. Lo si è sentito raccomandare alcune attrici con l' ex manager Rai Agostino Saccà. Ragionare su feste e ragazze con un imprenditore barese. Prendersela con un commissario dell' Autorità garante delle telecomunicazioni, trattato peggio di un cameriere pelandrone. E tante volte sono state registrate conversazioni che riguardavano il premier, o i suoi più stretti collaboratori.
E' su questo scenario di «frasi rubate» e «poteri forti» che è cominciata una guerra di numeri. Sono dunque milioni, questi intercettati italiani, come vuole la versione del premier diffusa (senza verifiche) urbi et orbi dai tg? Oppure bisogna entrare nell' ordine di grandezza delle migliaia, come sostengono quelli che con le intercettazioni ci lavorano?
Il calcolo è lineare. Le procure, come si sa, per intercettare si affidano a società private esterne. Quindi, per conoscere il numero dei telefoni sotto controllo, invece di domandare alle lente burocrazie delle varie corti d'appello, è più semplice chiedere dettagli ai pochi «operatori» che servono tutte le procure italiane. In questi giorni, i vari amministratori delegati hanno svolto una verifica dei «lavori in corso». Ed ecco quello che, tra loro, si sono detti.
La società Area ha sotto controllo 5.200 «bersagli», e cioè - attenzione - telefoni e telefonini, non persone fisiche. La società Rcs ne ha 4.500. La Sio 1.500. Radio Trevisan circa mille. Innova, con sede a Trieste, 3 mila numeri. Le società più piccole sommano altri 3.500 «bersagli». Sommando tutto, oggi in Italia sono sotto controllo meno di 19mila apparecchi.
Non è finita. E' stato calcolato che quando si «sta dietro» ai colletti bianchi degli appalti sporchi o ai criminali grandi e piccoli, ognuno ha a disposizione varie utenze. Quindi, tra gli intercettatori, si è stabilito un cosiddetto "coefficiente 5,3": per tracciare le conversazioni di un indagato si «mettono sotto» almeno cinque numeri. Se dividiamo per il coefficiente 5 - stiamo larghi e arrotondiamo - ventimila bersagli, abbiamo non più di quattromila intercettati. E, volendo arrotondare ancora di più, ad abundantiam, di un' altra bella metà, arriviamo a non più di seimila intercettati.
Questo 0,0001% della popolazione italiana parlerà certo con altre persone, ma si usa una dizione, «conversazione non rilevante», che fa buttare nel cestino le chiamate a amici e parenti e a chiunque non parli con l' intercettato di fatti di reato o di argomenti che «raccontano» gli intrecci personali, le «opacità». Ancora qualche dettaglio, sempre proveniente, dal mondo di queste società di intercettatori, può essere utile: ogni intercettato per reati non di mafia viene ascoltato in media per non più di 35 giorni, per reati di mafia sui 100 giorni e solo nei casi dei latitanti - come l'ultimo arresto a Napoli - le persone vengono ascoltate anche per due anni. E forse non ne vale la pena?
(10 luglio 2010)
lunedì 11 gennaio 2010
La puzza del razzismo
C’è qualcosa di vecchio oggi nell’aria, miasmi velenosi la stanno ammorbando fino a renderla irrespirabile. C’è puzza di razzismo. Ed è nauseante.
Non avrei mai pensato di vedere qui in Italia, terra di migranti, nel 2010 anno di grazia (o del signore? Ma quale?) le atroci scene di caccia al nero da parte dei bianchi, la violenza dispensata a piene mani attraverso la forza eloquente delle immagini.
Ho dovuto comprimere la commozione ribollente ascoltando le frasi smozzicate di uomini, prima ridotti in schiavitù e poi colpevoli. E se ci sono riuscito è perché ha prevalso in me la rabbia verso l’indegnità di uno Stato colpevole e latitante, connivente con la mafia calabrese che si chiama 'ndrangheta e capace solo di lamentare il troppo buonismo. Verso chi? Certo verso i criminali che, attraverso la forma miserevole del caporalato, sfruttano questa umanità che da ben altri inferni deve essere fuggita per vedere il paradiso nei manufatti industriali abbandonati, abitare in baracche fatiscenti, prive di qualunque servizio igienico, al freddo e al gelo (ci fu un precedente duemila anni fa), accettando di dormire sulla nuda terra dopo giornate disumane trascorse a lavorare nei campi. Migranti che non sono stati più in grado di contenere le loro giuste rivendicazioni, persino ovvie in un Paese normale, ma che in questa Italia guidata da bande di cialtroni, avventuristi, erotomani, avvinazzati e piduisti vengono invece considerate come esorbitanti ed eccessive. “Pretendono di comandare da noi” è uno dei commenti più idioti.
Oggi pomeriggio mi sono sorbito quasi mezz’ora di ragli, in salsa razzista, della somara unica, nell’omonima trasmissione condotta da Lucia Annunziata. E se sono durati meno dei trenta canonici minuti previsti è stato grazie all’intervento di Antonello Mangano
Cosa sia la ‘ndrangheta e di quale potenza economica disponga (è la più ricca delle mafie italiane), lo ha scritto eloquentemente Roberto Saviano, alcuni giorni fa. Per tale motivo il razzismo mafioso fa ancora più paura, favorito dall’ignavia della casta.
Il post è lungo, lo so bene, però non conosco un differente modo di sfogarmi e smaltire la rabbia per questo declino inesorabile dei principi fondanti del vivere civile, prima ancora che della disapplicazione della Carta Costituzionale (articoli 3 e 10, per esempio).
La domenica giornalistica è tradizionalmente il giorno riservato agli editoriali impegnativi e puntualmente, sia Eugenio Scalfari che Barbara Spinelli, hanno affrontato con la consueta impeccabile lucidità l’argomento Rosarno. L’articolo dell’opinionista de “
Perché ci siamo dentro fino al collo.
Saviano: perché la ' ndrangheta scende in guerra contro i pm
Chi parla di mafia diffama il Paese? Chi parla di mafia difende il Paese. Le organizzazioni criminali contano molto: solo con la coca i clan fatturano sessanta volte quanto fattura Calabria diventa imperativa la necessità di capire. È la conoscenza che permette di capire cosa stia accadendo. E non raccontare questa azione come un episodio avvenuto in un altro mondo, in un altro paese. Un paese di quelli lontani dove una bomba o un morto rientrano nel quotidiano. Le organizzazioni criminali italiane quando agiscono e quando decidono di mandare un segnale, sanno perfettamente cosa fanno e dove vogliono arrivare. La bomba non è stata messa davanti a una caserma, né alla sede della Direzione Antimafia, ma alla Procura generale. Il messaggio, dunque, è rivolto alla Procura Generale. E forse - ma qui si è ancora nel territorio delle ipotesi - a Salvatore Di Landro, da poco più di un mese divenuto Procuratore generale. Da quando si è insediato, il clima non è più quello che le 'ndrine reggine conoscevano. Le cose stanno cambiando e le 'ndrine non apprezzano questo cambiamento. Preferirebbero magari che le difficoltà burocratiche e certe gestioni non proprio coraggiose del passato possano continuare. Le mafie sanno che la giustizia italiana è complicata e spesso così lenta che è come se un bambino rompesse un vaso a sei anni e la madre gli desse uno schiaffo quando ne ha compiuti trenta. Se volessero, le cosche potrebbero far saltare in aria tutta Reggio Calabria. La 'ndrangheta possiede esplosivo c3 e c4. Decine di bazooka. Perché, allora, far esplodere una bomba artigianale davanti alla Procura, quasi fosse una lettera da imbucare? Evidentemente non volevano colpire duramente, ma lanciare un primo segnale, dare inizio a un "confronto militare". Anche l'operatività potrebbe essere stata di una sola famiglia, con una sorta di silenzio-assenso delle altre che in questo modo hanno reso il gesto collettivo. Ora bisogna accendere una luce su ogni angolo della Procura generale, stare al fianco di chi sta attuando questo cambiamento. Capire se le 'ndrine vogliono che una corrente prevalga sull'altra. Capire, parlarne, dare visibilità alla Calabria, alle dinamiche che legano imprenditoria, criminalità, massoneria, politica in un intreccio che fattura miliardi di euro di cui nessuno viene investito in Calabria e tutti fuori. Da Montreal a Sidney. E alla solita idiozia che verrà ripetuta a chi scrive di questi temi, ossia di essere "professionisti dell'antimafia", occorre rispondere che il vero problema è che esistono troppi "dilettanti" dell'antimafia. Le mafie stanno alzando il tiro. O almeno, si sente in diversi territori una forte tensione. Dovuta a diversi motivi, non ultima la chiusura di importanti processi, come il terzo grado del processo Spartacus di cui fra pochi giorni verrà pronunciata la sentenza. I Casalesi potrebbero agire militarmente dopo una condanna definitiva. Avevano nei loro referenti politici una sorta di garanzia che si sarebbero occupati dei loro processi. In caso di ergastoli, gli inquirenti temono risposte e l' attenzione mediatica dovrebbe essere massima, ma non lo è. A Reggio Calabria l'arresto di Pasquale Condello, nel giugno dell' anno scorso, fatto dai Carabinieri comandati da una leggenda del contrasto alle ' ndrine, il colonnello Valerio Giardina, ha rotto gli equilibri di pace. Pasquale Condello detto "il supremo" era riuscito a mettere pace tra le ' ndrine di Reggio dopo una faida tra 1985 e il 1991 tra i De Stefano-Tegano e Condello-Imerti che aveva portato ad una mattanza di più di mille persone. Condello faceva affari ovunque: senza un suo si o un suo no nulla sarebbe potuto accadere a Reggio. Quindi è anche alla sua famiglia che bisogna guardare per capire da dove è partito l' ordine della bomba. La sua capacità di aprire verticalmente e orizzontalmente i propri affari era la garanzia di pace. All'inizio di ottobre, la famiglia Condello è persino riuscita ad ottenere la lettura delle parole di felicitazione di Benedetto XVI trasmesse nella cattedrale di Reggio Calabria da don Roberto Lodetti, parroco di Archi, agli sposi Caterina Condello e Daniele Ionetti: la prima, figlia di Pasquale; il secondo, il figlio di Alfredo Ionetti, ritenuto il tesoriere della cosca. «Increscioso e deplorevole» ha definito l'episodio il settimanale diocesano l' Avvenire di Calabria. La prassi vuole che quando gli sposi desiderano ricevere un telegramma o una pergamena del papa, ne facciano richiesta al parroco o ad un prete di loro conoscenza, il quale trasmette la richiesta all' ufficio matrimoni della Curia. Non è il telegramma a destare scandalo quanto piuttosto il via libera dato dalla Curia reggina per le nozze in cattedrale di due rampolli di una potentissima 'ndrina calabrese. Difficile credere che non si sia prestata attenzione ai cognomi dei due sposi. Anche perché Caterina Condello e Daniele Ionetti sono cugini di primo grado e il diritto canonico (art. 1091) consente un matrimonio tra consanguinei solo con motivata dispensa richiesta dal parroco e sottoscritta dal vescovo. Il clan Condello da oltre 25 anni ha comandato a Reggio. I matrimoni dovrebbero essere molto controllati e i preti dovrebbero davvero interessarsi alla motivazione delle unioni. Nel 2003 fu sequestrata una lettera a Cesena a casa di Alfredo Ionetti, lettera scritta dalla moglie del Supremo, Maria Morabito. In questa lettera spedita a un' amica si parlava dell' altra figlia femmina, Angela: «Cara Anna (...) mia figlia ha dovuto lasciare un bel ragazzo solamente perché, nel passato, alcuni suoi parenti erano nemici di mio marito (...) Non c' è stato niente da fare, hanno dovuto smettere (...) Avevo sperato in un futuro migliore per mia figlia, che sarebbero stati bene insieme. (...) Ma dobbiamo portare la nostra croce...». Le famiglie di Reggio vivono di questi vincoli, e spesso le prime vittime sono i familiari. In questo contesto, rompere il ruolo del sacramento religioso come patto di sangue tra mafiosi è qualcosa che solo i sacerdoti coraggiosi - e per fortuna ce ne sono - possono fare. È importante che le istituzioni diano una risposta forte dopo la vicenda dell' attentato in Calabria. Quindi è bene che Maroni visiti Reggio, ma dovrebbe farlo anche il Ministro della Giustizia. Ai messaggi mafiosi bisogna rispondere subito, duramente, e soprattutto comprendendoli e non lasciandoli passare come un generico assalto alle istituzioni. Le mafie sanno che la più grande tragedia e la più grande festa non durano per più di cinque giorni. Quindi l'attenzione si abbassa, il giunco si cala e passa la china. Oggi la situazione storica sembra pericolosamente somigliare a quella già passata in Sicilia. Non è questo un governo con la priorità antimafia, non è questa un' opposizione con una priorità antimafia. Nonostante gli sforzi degli arresti.
Ad esempio: la legge sulle intercettazioni. Nella lotta alla mafia sono uno strumento indispensabile. E ora diviene talmente difficile poterle fare e ancora più poterle far proseguire per un tempo adeguato per ottenere dei risultati, che la macchina della giustizia viene nuovamente oberata di burocrazia, rallentata. Si rischia di privare gli inquirenti dell' unico strumento capace di stare al passo con una criminalità che dispone di ogni mezzo moderno per continuare a fare i propri interessi. Se i magistrati si trovano davanti a grossissime limitazioni nell'uso delle intercettazioni, è come se dovessero tornare a combattere con lo schioppetto contro chi possiede nel proprio armamentario ogni sofisticato dispositivo tecnologico. L'altro problema sta in ogni disegno che cerca di accorciare i tempi processuali. Abolito il patteggiamento in appello, resta in vigore il rito abbreviato. Per un mafioso è conveniente: così - fra vari sconti e discrezionalità della pena valutata dai giudici - va a finire che spesso un boss può cavarsela con cinque anni di galera. Per lui e il suo potere non sono nulla, anzi sono quasi un regalo. E questa situazione col disegno sul processo breve cambia, ma solo in peggio. Per i reati di mafia bisogna fare il contrario: creare un sistema più certo e più serio delle pene, tale da rendere non conveniente essere mafiosi. La pena deve essere comminata in dibattimento, senza possibilità di abbreviazione del rito. Lo stato non può rinunciare a celebrare processi regolari contro chi si macchia di certi reati e, peggio ancora, inquina il suo stesso funzionamento. Non si tratta di giustizialismo, ma semplicemente dell' esigenza che una condanna equa scaturisca da un processo fatto come si deve. Questo governo agisce soprattutto a livello di ordine pubblico. In primo luogo con gli arresti, che divengono l' unica prova dell' efficacia della lotta alla mafia. Ma l' esecutivo non ha approntato strumenti per colpire il punto nevralgico delle organizzazioni criminali: la loro forza economica. Sì certo, i sequestri di beni ci sono, ma i sequestri dei beni materiali sono il risultato di imprese che invece ancora proliferano e di un sistema economico che non è stato affatto aggredito. Sul piano legislativo sarebbe gravissimo reimmettere all' asta i beni dei mafiosi. Li acquisterebbero di nuovo. Lo scudo fiscale per le mafie è un favore. E questa è la valutazione di moltissimi investigatori antimafia. Bisogna fare invece altro. Intervenire sul piano legislativo altrove. Cominciare col mettere uno spartiacque tra i reati comuni e quelli della criminalità organizzata. Ma bisogna anche smettere una volta per tutte di definire "diffamatori" coloro che accendono una luce sui fenomeni di mafia. Anche perché non è purtroppo con l' episodio di Reggio che si chiude una vicenda. Questo è soltanto l' inizio.
ROBERTO SAVIANO
(5 gennaio 2010)
L' AMACA
Se fossi Mario Balotelli me ne andrei a giocare in Inghilterra. Lo dico a malincuore, e a scapito di quel micidiale ricatto emotivo che è il tifo (sono interista, e Balotelli sarà presto uno dei migliori attaccanti di tutti i tempi). No, questo paese non è pronto per i "negri italiani". Non è pronto a trattare i braccianti immigrati da lavoratori e non da schiavi, non è pronto a chiamare razzisti i razzisti, non è pronto a restituire il calcio ai cittadini civili e inermi levandolo dalla morsa bellica (e mafiosa) degli ultras. Che non sia pronto, il nostro Paese, lo si capisce dagli alibi dietro i quali si nasconde. Nessun paese, nessuna comunità è esente da vizi, traumi, impedimenti civili. Ma una comunità adulta conosce le proprie malattie, le chiama con il loro nome. Negli Usa la questione razziale è annosa e grave, ma si chiama "questione razziale". Nei paesi europei l' immigrazione ha prodotto la nascita di molti partiti xenofobi, ma li chiamano "partiti xenofobi". Da noi l'ipocrisia e più ancora la vocazione autoassolutoria che è tipica dei bambini, impedisce di guardarsi allo specchio. In molti, calciatori, dirigenti, politici, opinionisti, dicono che Balotelli viene contestato perché è antipatico, non perché è nero. Forse il razzismo è una faccenda troppo seria perché gli italiani se ne sentano all'altezza. –
MICHELE SERRA
(9 gennaio 2010)
L'EDITORIALE
L'inferno di Rosarno e i suoi responsabili
di EUGENIO SCALFARI
A ROSARNO ha infuriato per due giorni e due notti prima una sommossa e poi una caccia al "negro" con ronde armate che sparano a pallettoni per ferire e ammazzare. Nel terzo giorno, cioè ieri, gran parte degli immigrati è stata portata via dalla polizia nei centri di concentramento chiamati centri di accoglienza, sulla costa jonica della Calabria, ma la caccia al "negro" continua contro i pochi dispersi che vagano ancora nella piana di Gioia Tauro. Un incidente mortale potrebbe ancora accadere, visto lo stato d´animo dei "cacciatori" che ricorda quello degli aderenti al "Ku Klux Klan" nell´America degli anni Sessanta. Siamo arrivati a questo? Perché ci siamo arrivati?
I calabresi hanno difetti e virtù, come dovunque in Italia e nel mondo. Fra le virtù più radicate c´è quella dell´ospitalità, che ha un che di antico ed è tipica della civiltà contadina. Ma anche l´ospitalità si è logorata col passare del tempo e il mutare delle condizioni sociali. E con l´arrivo della mafia.
Fino ai Sessanta non esisteva mafia in Calabria. Esisteva il brigantaggio nei boschi dell´Aspromonte e delle Serre. Esisteva da secoli, ma non la mafia. Ora, da quarant´anni, la mafia calabrese è diventata la più potente delle organizzazioni criminali che operano nel Sud d´Italia e la gestione degli immigrati è una delle sue attività, specie nella piana di Gioia Tauro, dove le "´ndrine" possiedono anche fertili terreni coltivati ad aranci. Il caporalato è diffuso e utilizza il lavoro dei clandestini.
Attualmente sono valutati a circa ventimila i braccianti destinati alla raccolta delle arance, dei mandarini e dei bergamotti. Ma non è un fenomeno recente, dura da quindici o vent´anni in qua. Riguarda solo i maschi, non ci sono femmine tra loro né famiglie. Sono maschi singoli, senza dimora, alloggiati in ovili diroccati, senz´acqua, senza luce, senza cessi. E vagano per quelle terre in cerca di lavoro giornaliero.
Vagano in Calabria, in Sicilia, in Basilicata, in Puglia. Secondo le stagioni raccolgono agrumi, olive, uva, pomodori. Il lavoro è in mano ai caporali, quasi tutti affiliati alle mafie locali. Dodici ore per venti o venticinque euro sui quali i caporali trattengono un pizzo di cinque e i camionisti che li trasportano sui campi un prezzo di due o tre euro.
«Cercavamo il paradiso abbiamo trovato l´inferno» ha detto ieri uno di loro avvicinato da un cronista. Eppure, se continuano a cercar lavoro in quell´inferno vuol dire che sono fuggiti da inferni ancora peggiori. Sono gli ultimi della Terra. Quelli ai quali Gesù di Nazareth nel discorso della Montagna promise che sarebbero stati i primi nel regno dei cieli. Alla fine dei tempi. Dodici ore di lavoro a 15 euro di paga. I tremila di Rosarno e gli altri come loro non hanno tempo di pregare, stramazzano in un sonno da cavalli o da maiali grufolosi. È questo l´amore, è questa l´ospitalità?
I calabresi di Rosarno non sono certo abitanti di un paradiso. Sono quindicimila di povera gente e vivono in un paese sotto il tacco della mafia. Il Comune fu sciolto per infiltrazioni (si fa per dire) mafiose ed è amministrato da un commissario prefettizio. Ma quando si faranno nuove elezioni vinceranno ancora le "´ndrine" perché in quella piana la mafia è un potere costituito, in attesa che lo Stato lo sconfigga. Speriamo che avvenga presto, ma se mi domandate quando sarò tentato di rispondervi: «alla fine dei tempi», quando verrà il regno dei giusti e il giudizio universale. Prima ci sarà stata l´Apocalisse. Che sembra già cominciata.
Qualche domanda però è di rigore. La rivolgiamo al ministro dell´Interno, a quello del Lavoro, a quello delle Attività produttive, a quello dell´Agricoltura, competenti e quindi politicamente responsabili di quell´inferno. Ma le rivolgiamo anche al Prefetto, al Questore, al Comandante dei carabinieri, al Governatore della Regione. Non sapevate? Non sapevate che la raccolta dei frutti di quelle terre è affidata a ventimila immigrati, in maggior parte clandestini, gestiti da caporali e pagati in nero? Non sapevate come vivevano? Non vi rendevate conto che si stava accumulando un materiale altamente infiammabile e che l´incendio poteva divampare da un momento all´altro? Non avevate l´obbligo di intervenire? Di attrezzare un´accoglienza decente? Di regolarizzare i clandestini e il loro lavoro, oppure di rimpatriarli ma sostituirli visto che gli italiani quel tipo di lavoro non sono disposti a farlo?
Maroni ha messo le mani avanti ed ha dichiarato l´altro ieri che c´è stata troppa tolleranza: bisognava cacciare i clandestini o processarli per il reato di clandestinità. Ma se di tolleranza si tratta, a chi è rivolta l´accusa di Maroni se non a se stesso? Non è lui che predica la sera e la mattina la tolleranza zero? Se ne scorda per le terre a sud del Garigliano? Oppure si rende conto che, clandestini o no, gli immigrati sono indispensabili all´economia italiana? E che la tolleranza zero ci ridurrebbe alla miseria?
Al Nord è diverso: la miriade di piccole imprese della Val Padana e del Nordest hanno bisogno degli immigrati e organizzano un´accoglienza decente, salvo poi dare i voti alla Lega a tutela dell´"integrità urbana", della separazione o dell´integrazione col contagocce. Si può capire: l´immigrazione in Italia è arrivata tardi ma in dieci anni siamo passati da un milione a quattro milioni di immigrati. Il tasso d´aumento è stato dunque molto alto ed ha determinato inevitabili tensioni sociali. La classe politica avrebbe dovuto gestire questo complesso processo; invece ha puntato le sue fortune sulla paura e ne ha ricavato consenso.
Nel Sud non poteva che andare peggio. Lì non c´è purgatorio ma inferno. Lì sono i volontari i soli che tentano di sfamare gli "ultimi" e dar loro una parvenza di riconoscimento. Maroni e Scajola e Zaia e Sacconi preferiscono far finta che non esistano. Aprono gli occhi solo quando scoppia la sommossa e poi la caccia al negro. Ma non hanno altra ricetta che l´espulsione, anche se ieri Maroni ha smentito che di questo si tratterà per i clandestini di Rosarno. Ma chi raccoglierà le arance, i pomodori, le olive? Chi attrezzerà l´accoglienza?
Il partito dell´amore dovrebbe materializzarsi in quelle terre dove regna invece la violenza mafiosa, i bulli di paese che si spassano giocando al tiro a segno con i fucili ad aria compressa e sparando sul negro per vincere la noia.
Noi aspettiamo risposte alle nostre domande, anche se sappiamo per esperienza che questo potere non ha l´abitudine di rispondere. (…)
(10 gennaio 2010)
Se questi sono uomini
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BARBARA SPINELLI
Il futuro in cui siamo già immersi comincia nella piana di Gioia Tauro: a Rosarno in provincia di Reggio Calabria (un’autentica guerriglia urbana è ancora in corso), come a Castel Volturno e a Reggio stessa, dove la ’ndrangheta ha voluto intimidire i magistrati con un attentato alla procura generale. Il futuro comincia a Rosarno perché i principali problemi della nostra civiltà si addensano qui: le fughe di intere popolazioni dalla povertà e dalle guerre (guerre spesso scatenate dagli occidentali, generatrici non di ordine ma di caos); le vaste paure che s’insediano come nebbie, intossicando la vita degli immigrati e dei locali; le cruente cacce al diverso; il dilagare di una mafia esperta in controllo mondializzato.
A ciò si aggiunga l’impossibilità di arrestare migrazioni divenute inarrestabili, perché da tempo non si trovano italiani e cittadini di Paesi ricchi disposti a fare, allo stesso salario, i lavori fatti da africani. Si aggiunga l’ipocrisia di chi crede che la risposta consista in un’identità monoculturale da ritrovare.
E la menzogna di chi non sopporta lo sguardo inquieto e assicura: abbiamo già praticamente vinto le mafie, Gomorra appartiene al passato, è «un vecchio film in bianco e nero», come dice Maroni. Non per ultimo, si aggiunga lo Stato che perde il controllo del territorio e il monopolio della violenza: i neri a Rosarno combattono contro ronde private di locali, infiltrate da ’ndrangheta e armate di fucili. Il pensiero della Lega è egemonico e le rivolte vengono associate, dal ministro Maroni, non alle mafie ma all’immigrazione clandestina che si promette di azzerare sanando ogni male. È inganno anche questo. Quando in Francia s’infiammarono le banlieue, nel novembre 2005, Romano Prodi disse che il fenomeno, mondiale, non avrebbe risparmiato l’Italia. Fu deriso e non creduto. Non era menzogna invece. È vero che l’Italia ha da anni una reputazione cupa, e impaura a tal punto immigrati e fuggitivi da suscitare, nei loro animi, il senso di schifo di cui parla Balotelli. Gran parte dell’Europa ha una cupa reputazione, ma questo non scusa i nostri misfatti e silenzi: il silenzio del sindacato soprattutto, abituato a proteggere pensionati e operai delle grandi industrie (ormai dei privilegiati) e del tutto afasico sull’intreccio mafia, immigrati, sfruttamento. Il massimo della spudoratezza è raggiunto quando i nostri ministri citano Zapatero o Sarkozy, quasi che gli errori altrui nobilitassero i nostri. Quasi che non esistesse, in Italia, quel sovrappiù che è il potere malavitoso. Le rivolte di questi giorni discendono dal fallimento dello Stato e lo rivelano. È la conclusione cui giunge il prezioso libro di Antonello Mangano, scritto sui ventennali disastri di Rosarno e Castel Volturno. Il titolo è: Gli africani salveranno Rosarno - E, probabilmente, anche l’Italia (Terrelibere.org 2009).
Le rivolte odierne hanno infatti una storia alle spalle, occultata dai politici e da molti giornali. Coloro che a Rosarno hanno reagito con ira distruttiva a un’ennesima aggressione contro i lavoratori neri (due feriti a colpi di carabina, giovedì) sono gli stessi che nel dicembre 2008 si ribellarono alla ’ndrangheta. Erano stati feriti quattro immigrati, e gli africani fecero qualcosa che da anni gli italiani non fanno più. Scesero in piazza, chiedendo più Stato, più giustizia, più legalità. Contribuirono alle indagini dei magistrati con coraggio, rompendo l’omertà e rischiando molto.
Denunciarono gli aggressori a volto scoperto, pur non essendo protetti da permessi di soggiorno. È vero dunque: gli africani salveranno Rosarno e forse l’Italia, come scrive anche Roberto Saviano. Poco prima della rivolta a Rosarno si erano ribellati gli africani a Castel Volturno, il 19 settembre 2008, rispondendo a una sparatoria di camorristi che aveva ammazzato sei immigrati.
Quel che è accaduto dopo è una sciagura prevedibile, e per rendersene conto basta vedere come vivono, gli africani dell’antimafia. Sono eloquenti più di altri i video di Medici senza Frontiere, che parlano di crisi umanitaria nella piana di Gioia Tauro. Il rapporto che Msf ha redatto nel
Ci nutriamo volontariamente di menzogne, come il protagonista nel poema di Rimbaud, quando diciamo che quest’oscenità nasce dall’eccessiva tolleranza verso i clandestini. Abbiamo chiamato noi gli africani a raccogliere aranci, consci che nessuno lo farà a quel prezzo e per tante ore (25 euro per un giorno di 16-18 ore; 5 euro vanno a caporali mafiosi e autisti di pullman). E la tolleranza denunciata da Maroni non è verso i clandestini ma verso le condizioni in cui vivono clandestini o regolari. Dopo aver tollerato tutto questo, e versato nella regione milioni di euro finiti in tasche sbagliate, ogni stupore è fuori luogo. I tumulti odierni non sorprendono: se questi africani non son uomini, come s’intuisce nei video, impossibile che non sboccino, prima o poi, i Frutti dell’Ira di John Steinbeck. Scritto nel ’39 durante
Ne abbiamo tuttavia bisogno, di un New Deal, che metta fine all’apartheid e non si limiti a spostare immigrati come mandrie da un posto all’altro. Perfino i poliziotti, spiega Antonello Mangano, dicono che la risposta non può essere solo punitiva, che gli africani sono una comunità mite, che le migrazioni continueranno. Con l’estendersi delle catastrofi climatiche saranno enormi, gli esodi. Non è vero che la questione della cittadinanza viene per ultima. Le grandi crisi si affrontano con grandi scommesse iniziali, fondatrici di nuove solidarietà. Non è vero neppure che i liberal e
Dicono che l’identità stiamo smarrendola, a forza di rinunciare alle nostre radici e di convivere con diversi che ci condannano al meticciato.
Anche questa è menzogna. In realtà siamo già cambiati: non perché incomba il meticciato tuttavia, ma perché la nostra identità non è più quella curiosa, accogliente, porosa che fu nostra quando emigravamo in massa e incontravamo violenza. È un ottimo viatico l’ultimo libro di Gian Antonio Stella (Negri Froci Giudei - L’eterna guerra contro l’altro, Rizzoli 2009): si scoprirà che la mutazione già è avvenuta, nel linguaggio della Lega e nella disinvoltura con cui si accettano segregazioni che trasformano l’uomo in non uomo.
L’identità che abbiamo perduto, la recuperiamo solo se non tradiamo quella vera inventandone una falsa. Solo se sblocchiamo le memorie e ricordiamo che le sommosse antimafia dei neri prolungano le rivolte italiane condotte, sempre in Calabria, da uomini come Peppe Valarioti e Giannino Losardo, i dirigenti comunisti uccisi dalle ’ndrine nel 1980. Solo se scopriremo che il nostro problema irrisolto non è l’identità italiana, ma l’identità umana. Le scuole non hanno bisogno delle quote del ministro Gelmini (non più di tre alunni su dieci per classe in tutta Italia, come se Gesù avesse imposto quote di accesso alla stalla di Betlemme: non più di tre Magi). Hanno bisogno di insegnare il mondo che muta. Altrimenti sì, è l’inferno di Rimbaud: «L’Inferno antico: quello di cui il Figlio dell’Uomo aperse le porte».
(10 gennaio 2010)
Le prime pagine nell’ordine sono nell'ordine: "il manifesto", "il Fatto" e "l’Unità" del 10 gennaio 2010; "il manifesto", "l’Unità" e "il Fatto" del 9 gennaio 2010.
Qui sotto le miserabili e spregevoli prime pagine di “Libero” e “

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