Visualizzazione post con etichetta lega. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta lega. Mostra tutti i post

sabato 12 marzo 2011

Di sana e robusta Costituzione


Oggi, 12 marzo, si celebra la difesa della Costituzione che è rimasta, ormai, una delle poche, ma solide certezze, cui ancorarsi per non essere travolti dai liquami di demenzialità, soprattutto legaiola, che scorrono lungo l'intero territorio italiano, aprendo quindi la strada all'eversione dell'associazione a delinquere definita “governo”.

Capita così che, volendo celebrare a modo mio, trovi un commento di notevole spessore culturale scritto da Salvatore Settis e pubblicato da “la Repubblica” il 24 agosto scorso. Il periodo mi aveva impedito di apprezzarlo e mi rifaccio. Ma non basta, perché come le ciliegie, un pezzo tira l'altro e quelli citati dall'illustre professore vanno ad incrementare questo post.

L'argomento, quello dei beni comuni che stanno provando a sottrarci con il falsissimo pretesto di un presunto federalismo, è di quelli molto seri ed importanti. Ne scrivono ottimamente sia Rodotà che Galli Della Loggia, confermando così che anche in estate l'intelligenza non va in ferie e la cultura, questa sconosciuta nelle osterie legaiole, tutte un fumare di peti e rutti, va di gran moda sempre. Ho letto tutto con piacere.



 



La Costituzione e i beni pubblici



SALVATORE SETTIS



Nel duro scontro fra interessi privati e bene comune dei cittadini, c'è un dato da cui partire: il più robusto schieramento italiano è il "partito della Costituzione". Lo mostra l'eloquenza dei numeri: nelle elezioni del 2008, il maggior partito italiano (il Pdl) ebbe 13.629.464 voti, pari al 37,3% dei voti espressi; nel referendum del 2006, la riforma costituzionale varata dal centro-destra fu bocciata da 15.791.293 italiani (il 61,3% dei voti espressi). La percentuale dei votanti fu assai diversa nei due casi (52,3% nel 2006, 80,4% nel 2008), ma quel che conta (anzi, conta ancor di più) è il dato in cifra assoluta: a difesa della Costituzione, contro una riforma che somiglia anche troppo all'insussistente "Costituzione materiale" invocata dall'onorevole Bianconi contro il Capo dello Stato, votarono allora oltre due milioni di cittadini più degli elettori Pdl di due anni dopo. Come ha osservato il Presidente emerito Scalfaro, i vincitori del referendum del 2006 non seppero trarre le conseguenze di quel risultato, ma è oggi il momento di ricordarsene. Oggi, mentre il Paese è in preda a una schizofrenia di cui gli osservatori stranieri sembrano accorgersi molto più di noi.

Il tema dei beni pubblici, che Rodotà ha affrontato in queste pagine il 10 agosto, è un' ottima cartina di tornasole: nella stessa Italia nascono oggi da un lato avanzatissime proposte, dall'altro sgangherate devoluzioni. L' Accademia dei Lincei ha appena pubblicato un bel volume (a cura di Ugo Mattei, Edoardo Reviglio e Stefano Rodotà) sui
Beni pubblici dal governo democratico dell'economia alla riforma del Codice Civile. Sono gli atti di un convegno (aprile 2008) sui lavori della Commissione Rodotà sui Beni Pubblici, che ha lavorato dal giugno 2007 al febbraio 2008. Dato che lo statuto dei beni pubblici è «disperso in mille rivoli, in classificazioni formalistiche del Codice Civile, nonché in una miriade di leggi e leggine speciali», quella Commissione provò a metter ordine, usando come guida i valori della Costituzione, poiché «il regime giuridico dei beni pubblici costituisce il fondamento economico e culturale più importante per la realizzazione del disegno di società contenuto nella Costituzione stessa» (le citazioni da U. Mattei). Sono state così individuate alcune categorie fondamentali, a cominciare dai beni comuni, «che si sottraggono alla logica proprietaria tanto pubblica quanto privata, per mettere al centro una dimensione collettiva di fruizione diretta di lungo periodo» e dai beni ad appartenenza pubblica necessaria, «che appartengono alla stessa essenza di uno Stato sovrano». Vi sono poi i beni pubblici sociali, «fortemente finalizzati, attraverso un vincolo di scopo, agli aspetti misti e sociali del nostro disegno costituzionale», e i beni pubblici fruttiferi, sostanzialmente disponibili, ma con «un caveat generale, molto importante»: questi beni «fanno pur sempre parte del patrimonio per così dire "liquido" di tutti noi». Tutti i cittadini italiani «sono titolari pro quota di beni pubblici», onde eventuali alienazioni comportano garanzie e compensazioni per tutti i titolari di tale portafoglio collettivo di proprietà.

In luogo di questa concezione dei beni pubblici, che rispetta la Costituzione e l' interesse dei cittadini come collettività e come singoli, si è avviato un processo diametralmente opposto, che sotto l' etichetta di "federalismo demaniale" borseggia il portafoglio proprietario della cittadinanza (e di ciascuno di noi), e lo ridistribuisce a Regioni ed enti locali, utilizzandolo come una sorta di salvadanaio di terracotta, da fare a pezzi per prelevarne ogni spicciolo e gettarlo al vento. In base alla legge Calderoli, lo Stato cede 19.005 unità del proprio demanio, per un valore nominale di oltre tre miliardi. Passano a Comuni, Province e Regioni beni del demanio idrico e marittimo, caserme e aeroporti, catene montuose, e così via. Il trasferimento comporta che una parte di questi beni diventerà immediatamente disponibile alla vendita. Un'altra porzione passerà invece al demanio degli enti locali e delle Regioni, cioè resterà inalienabile sulla carta: ma la stessa legge prevede una forma strisciante di privatizzazione, e cioè il versamento gratuito di beni pubblici (anche demaniali) in fondi immobiliari di proprietà privata (purché i privati versino nello stesso fondo beni di proprietà equivalente). Si capisce così come mai il monte Cristallo sia stato valutato 259.459 euro, e le intere Dolomiti 866.294 euro (
Il Gazzettino, 4 agosto 2010): perché sono destinate a fondi immobiliari, in cui i privati verseranno proprietà di valore "equivalente" onde assumerne il pieno controllo. Fu dunque per questo che quasi 700.000 italiani d' ogni provincia (età media 25 anni) morirono sul fronte della I guerra mondiale.

Il "federalismo demaniale" è stato reclamizzato dal presidente della Regione Veneto Zaia come la «restituzione ai legittimi proprietari» di beni indebitamente sottratti da uno Stato-ladrone: un argomento che ha convinto l' "opposizione", tanto è vero che l'Idv ha votato a favore, il Pd si è astenuto. Tanta concordia non è dovuta a distrazione: evidentemente non solo a destra si condivide il disegno di utilizzare i beni pubblici, come dice la legge Calderoli, «anche alienandoli per produrre ricchezza a beneficio della collettività territoriale », cioè non di tutti gli Italiani, nel cui portafoglio proprietario quei beni erano fino a ieri. "Produrre ricchezza" vuol dire svendere, visto lo stato disastrato delle finanze locali (la manovra Tremonti 2010 ha tagliato a Regioni ed enti locali altri 15 miliardi nel triennio), e visto che secondo leggi recenti i Comuni devono allegare al bilancio ogni anno un «piano di alienazioni immobiliari». Come ha scritto efficacemente Galli della Loggia (
Corriere della Sera, 2 agosto), «fino ad oggi gli italiani potevano pensare di essere, in quanto tali, padroni del proprio Paese. Ora non più. Dobbiamo aspettarci la rovina definitiva del paesaggio e del patrimonio naturalistico del nostro Paese, la sua totale mercificazione-cementificazione». Contro queste ed altre schizofrenie che viviamo, contro quello che si scrive "federalismo" e si legge "secessione", contro la strategia perdente di inseguire la Lega sul suo terreno, la Costituzione è il massimo baluardo. La Costituzione scritta, quella che quasi sedici milioni di italiani difesero nel 2006 col loro voto. La sola Costituzione esistente, quella di cui il Presidente della Repubblica è e deve essere garante supremo.

(24 agosto 2010)







Se il mondo perde il senso del bene comune



STEFANO RODOTÀ



Pochi giorni fa l'Assemblea generale delle Nazioni Unite ha approvato una risoluzione che riconosce l'accesso all'acqua come diritto fondamentale di ogni persona. L' anno scorso il Parlamento europeo ha parlato di un diritto fondamentale di accesso ad Internet. Apparentemente lontane, queste due importanti prese di posizione di grandi istituzioni internazionali si muovono sullo stesso terreno, quello dei beni comuni, attribuiscono il rango di diritti fondamentali all'accesso di tutti a beni essenziali per la sopravvivenza (l' acqua) e per garantire eguaglianza e libero sviluppo della personalità (la conoscenza).

Nell'ottobre del 1847, quattro mesi prima della pubblicazione del
Manifesto dei comunisti, Alexis de Tocqueville gettava uno sguardo presago sul futuro, e scriveva: «Ben presto la lotta politica si svolgerà tra coloro che possiedono e coloro che non possiedono: il grande campo di battaglia sarà la proprietà». Quella lotta è continuata ininterrotta e il campo di battaglia, che per Tocqueville era sostanzialmente quello della proprietà terriera, si è progressivamente dilatato. Oggi sono appunto i beni comuni - dall'acqua all'aria, alla conoscenza, ai patrimoni culturali e ambientali - al centro di un conflitto davvero planetario, di cui ci parlano le cronache, confermandone la natura direttamente politica, e che non si lascia racchiudere nello schema tradizionale del rapporto tra proprietà pubblica e proprietà privata.

Tra India e Pakistan è in corso una guerra dell'acqua; in Italia la questione dell'acqua è divenuta ineludibile dopo che un milione e quattrocentomila persone hanno firmato la richiesta di un referendum; il parlamento islandese ha deciso che Internet debba essere il luogo di una libertà totale, uno sterminato spazio comune dove sia legittimo rendere pubblici anche documenti coperti dal segreto. Il tema dei beni comuni segna davvero il nostro tempo, e non può essere affrontato senza una riflessione culturale e politica.

Un misero esempio italiano di questi giorni ci mostra l'inadeguatezza degli schemi tradizionali e i rischi che si corrono. Da poco dichiarate dall'Unesco patrimonio dell'umanità, le Dolomiti sono oggetto di una mortificante contabilità, che sarebbe ridicola se dietro di essa non si scorgesse lo sciagurato "federalismo demaniale" che, trasferendo agli enti locali beni importantissimi, mette questi beni nella condizione di poter essere più agevolmente destinati a usi mercantili o privatizzati o comunque destinati "a far quadrare i conti". E proprio questa eventualità mostra la debolezza dell'argomento, usato per l'acqua, secondo il quale basta che un bene rimanga in mano a un soggetto pubblico perché venga salvaguardato. Non è questione di etichette. È la natura del bene a dover essere presa in considerazione, la sua attitudine a soddisfare bisogni collettivi e a rendere possibile l' attuazione di diritti fondamentali. I beni comuni sono "a titolarità diffusa", appartengono a tutti e a nessuno, nel senso che tutti devono poter accedere ad essi e nessuno può vantare pretese esclusive. Devono essere amministrati muovendo dal principio di solidarietà. Incorporano la dimensione del futuro, e quindi devono essere governati anche nell'interesse delle generazioni che verranno. In questo senso sono davvero "patrimonio dell'umanità".

Nel pensare il mondo, e le sue dinamiche, non possiamo sottrarci alla "ragionevole follia" dei beni comuni. Questo ossimoro, che dà il titolo a un bel libro di Franco Cassano, rivela un compito propriamente politico, perché mette in evidenza il nesso che si è ormai stabilito tra beni comuni e diritti del cittadino. Un bene come l'acqua non può essere considerato una merce che deve produrre profitto. E la conoscenza non può essere oggetto di "chiusure" proprietarie, ripetendo nel tempo nostro la vicenda che, tra Seicento e Settecento, in Inghilterra portò a recintare le terre coltivabili, sottraendole al godimento comune e affidandole a singoli proprietari. Per giustificare quella vicenda lontana si è usato l'argomento della crescita della produttività della terra. Ma oggi il nuovo, sterminato territorio comune, rappresentato dalla conoscenza raggiungibile attraverso Internet, non può divenire l'oggetto di uno smisurato desiderio che vuole trasformarlo da risorsa illimitata in risorsa scarsa, con chiusure progressive, consentendo l'accesso solo a chi è disposto ed è in condizione di pagare. La conoscenza da bene comune a merce globale?

Così i beni comuni ci parlano dell'irriducibilità del mondo alla logica del mercato, indicano un limite, illuminano un aspetto nuovo della sostenibilità: che non è solo quella imposta dai rischi del consumo scriteriato dei beni naturali (aria, acqua, ambiente), ma pure quella legata alla necessità di contrastare la sottrazione alle persone delle opportunità offerte dall'innovazione scientifica e tecnologica. Si avvererebbe altrimenti la profezia secondo la quale "la tecnologia apre le porte, il capitale le chiude". E, se tutto deve rispondere esclusivamente alla razionalità economica, l'effetto ben può essere quello di "un' erosione delle basi morali della società", come ha scritto Carlo Donolo.

In questo orizzonte più largo compaiono parole scomparse o neglette. Il
bene comune, di cui s'erano perdute le tracce nella furia dei particolarismi e nell'estrema individualizzazione degli interessi, s' incarna nella pluralità dei beni comuni. Poiché questi beni si sottraggono alla logica dell'uso esclusivo e, al contrario, rendono evidente che la loro caratteristica è quella della condivisione, si manifesta con nuova forza il legame sociale, la possibilità di iniziative collettive di cui Internet fornisce continue testimonianze.

Il
futuro, cancellato dallo sguardo corto del breve periodo, ci è imposto dalla necessità di garantire ai beni comuni la permanenza nel tempo. Ritorna, in forme che lo rendono ineludibile, il tema dell'eguaglianza, perché i beni comuni non tollerano le discriminazioni nell'accesso se non a prezzo di una drammatica caduta in divisioni che disegnano davvero una società castale, dove ritorna la cittadinanza censitaria, visto che beni fondamentali per la vita, come la stessa salute, sono più o meno accessibili a seconda delle disponibilità finanziarie di ciascuno. Intorno ai beni comuni si propone così la questione della democrazia e della dotazione di diritti d' ogni persona.

Spostando lo sguardo sui beni comuni, dunque, non siamo soltanto obbligati a misurarci con problemi interamente nuovi. Dobbiamo sottoporre a revisione critica principi e categorie dei passato. Dobbiamo rileggere in un contesto così mutato la stessa Costituzione, quando stabilisce che la proprietà dev'essere resa "accessibile a tutti" e quando, nell'articolo 43, indica una sorta di terza via tra proprietà pubblica e privata.

Qui è l'ineludibile agenda civile e politica non di un solo paese, ma di tutti coloro che vogliono affrontare con consapevolezza e cultura adeguate le questioni concrete che ci circondano.

(
10 agosto 2010)





 



A decidere che cosa fare di Dolomiti, fiumi e isole saranno i consigli comunali



Italiani senza Italia



Ci si accorgerà che il potere centrale dà maggiori garanzie di onestà ed efficacia



Ernesto Galli Della Loggia



Tra le tante anomalie italiane c'è anche quella che siamo riusciti a inventarci una destra di governo che salvo lodevoli eccezioni si mostra ostile, o al più indifferente, alla dimensione dello Stato nazionale. A cominciare dalla sua componente più essenziale e concreta: il territorio. Intendo il territorio nei suoi aspetti generali riguardanti il paesaggio, cioè l' insieme dei caratteri geomorfologici, i fiumi, le coste, le montagne della Penisola. Fino a oggi gli italiani potevano pensare di essere, in quanto tali, padroni del proprio Paese. Ora non più.

Fino a oggi un siciliano poteva legittimamente essere convinto che le Dolomiti erano per così dire anche sue, così come un piemontese era autorizzato a credere la stessa cosa, chessò, delle pendici dell'Etna o dell'Isola delle Femmine. Mi piace credere che la proclamazione da parte della nostra Carta costituzionale della Repubblica come «una e indivisibile» significasse anche questo: che tutta l'Italia era di tutti gli italiani. Così come di tutti erano gli edifici di pubblica utilità costruiti sul suo suolo (porti, fari, caserme, ecc.). Demanio significava fino a oggi esattamente questo tipo di proprietà, idealmente indivisa. Della quale, naturalmente, poteva disporre solo lo Stato, cioè solo il potere politico centrale, alla cui definizione concorrono per l' appunto tutti i cittadini. Ma ormai tutto ciò, come dicevo, sta per appartenere al passato. Ormai, in base al federalismo fiscale - che ha fatto l' altro giorno un altro passo avanti con la pubblicazione dell'elenco degli oltre dodicimila «luoghi» dismessi dallo Stato - le Dolomiti, i fari, pezzi della collina di Superga, tratti di fiumi e di torrenti, isole e isolotti, interi tratti di coste e tutto ciò che vi è edificato sopra sono sul punto di uscire dall'ambito dell'amministrazione statale per passare agli enti locali.

A decidere dunque che cosa farne - se vendere questo o quel pezzo di montagna a un privato per costruirvi una discoteca o un grande albergo, se affittare le rive di un fiume a un club del golf, se invece aprirvi una cava di ghiaia e così via - saranno d' ora in poi i consigli comunali, provinciali o regionali. O meglio: le rispettive giunte e assessorati. Sappiamo per esperienza che cosa allora dobbiamo aspettarci: la rovina definitiva del paesaggio e del patrimonio naturalistico del nostro Paese, la sua totale mercificazione-cementificazione. Come accaduto altre mille volte in passato, infatti, élite politiche e amministrazioni locali - anche al Nord, con buona pace dei leghisti - faranno a gara nello stravolgere e distruggere il nuovo patrimonio acquisito sotto la spinta coalizzata degli interessi privati forti e insieme delle minute richieste dei loro elettori, delle invincibili tentazioni tangentizie o magari, nel caso migliore, dei progetti più strampalati.

Ci si accorgerà a quel punto di come nei fatti, in questo come in molti altri campi, il potere centrale e le sue amministrazioni diano ben maggiori garanzie d'onestà e d'efficacia di qualunque altro: sia perché comunque gestiti da un personale più capace e selezionato, sia perché più sottoposti al controllo dei media e perciò dell'opinione pubblica. Ma a quel punto sarà troppo tardi. A quel punto, infatti, l' Italia non ci sarà davvero più perché anche dal punto di vista fisico essa sarà virtualmente sparita. E insieme saranno svaniti i valori ambientali e culturali che per secoli essa ha rappresentato.

(2 agosto 2010)



 



 



 










mercoledì 24 novembre 2010

Come quando fuori piove/3

Continuo ancora con l’alluvione in Veneto, perché gli effetti di un normale fenomeno atmosferico rappresentano la metafora delle sorti magnifiche e progressive del nostro tempo. Tutto ciò che è stato contrabbandato come civiltà e crescita della popolazione, intesa come miglioramento, ha mostrato il suo totale fallimento. La constatazione è scevra da qualunque trionfalismo, sottolinea le pesantissime responsabilità delle classi dirigenti, non soltanto venete, mentre dimostra come tra il dire e il fare di questo governo ci sia proprio un mare di acqua. E questa non è una mistificazione, ma devastante realtà.

Le foto sono tratte da una pubblicazione della Regione Veneto chiusa in tipografia alle 13 dell’8 novembre 2010.


Foto di: Protezione Civile della Regione del Veneto, Provincia di Treviso, Coldiretti Veneto, Archivio Fotografico Gazzettino, Il Giornale di Vicenza, Gruppo Finegil, Corriere del Veneto, Anna Barbara Grotto, Nicola Stievano,Vincenzo Amato.





Così l’edilizia è selvaggia

 

Francesco Erbani

 


Perché l’Italia è il paradiso dell’abusivismo? E perché solo l’Italia, visto che è difficile persino tradurre in inglese o in francese l’espressione "abusivismo edilizio"? Sono le domande che percorrono Breve storia dell´abuso edilizio in Italia. Dal ventennio fascista al prossimo futuro (Donzelli, pagg. 166, euro 16,50), il libro che l’urbanista Paolo Berdini ha dedicato al fenomeno che attraversa la storia del nostro paese con la regolare continuità di un ciclo industriale e che viene considerato, dal Lazio in giù, un modo d’essere dell’attività edilizia, assimilato all´abitudine di parcheggiare in seconda fila.

Correttamente Berdini risponde che sono tanti i motivi per cui in Italia si può costruire violando le norme. Ma uno emerge. In Europa esiste «un patto sociale riconosciuto», per cui la pianificazione urbanistica è accettata dalle autorità pubbliche, dagli operatori economici e dai cittadini. Da noi, invece, vige il patto non scritto - o persino scritto - fra chi amministra e chi è amministrato tendente a ignorare le regole, perché in fondo edificare viene considerato un diritto insito nel possesso di un suolo. Se si è proprietari di un’area, tirar su una villetta, una batteria di casette, allestire un capannone industriale, scavare una piscina è attività che si può realizzare sia chiedendo sia non chiedendo un’autorizzazione. Dipende dalla convenienza. D’altronde per tre volte, nel 1985, nel 1994 e nel 2004, il parlamento ha varato condoni, dimostrando di considerare la sanatoria degli abusi un normale sistema di governo del territorio, una specie di pianificazione dell’illecito. Tanto più che gli abbattimenti, pur previsti per legge, sono il frutto della generosa volontà di qualche amministratore o di qualche magistrato, subito però scoraggiata.

Le cifre che Berdini colleziona sono impressionanti. 4 milioni 600 mila abusi realizzati dal 1948 a oggi, cioè 74 mila ogni anno, 203 al giorno. In insediamenti costruiti illecitamente vivono 6 milioni di persone. Da un’altra rilevazione risulta che nel Sud si concentra quasi la metà di tutti gli abusi. Se si aggiunge il Lazio si arriva oltre il 64 per cento.

L’abusivismo, si legge nel libro, nasce durante il fascismo e forse addirittura prima. Ma è negli anni Cinquanta che cresce vorticosamente, in particolare a Roma e nel Mezzogiorno. La causa generalmente indicata è l’assenza di un intervento pubblico nell’edilizia che risponda al bisogno di case a poco prezzo. Spiegazione fondata, ma che non chiarisce, sottolinea Berdini, perché a Milano e a Torino l’abusivismo sia marginale rispetto alla campagna romana. Esiste un’epopea popolare dell’abusivismo anni Cinquanta e Sessanta, documentata in tanta letteratura e tanto cinema. Ma ad essa si sovrappone con il tempo l’elemento speculativo. Non c’è solo il capofamiglia che mette mattoncino di tufo su mattoncino di tufo e fabbrica la casa per sé e per i figli. Sulla necessità dei più deboli piomba lo speculatore che lottizza, costruisce e vende senza chiedere licenza.

In ogni caso, dalla fine degli anni Settanta questo abusivismo lascia il posto all’abusivismo di pura valorizzazione. Le coste di Sicilia, Calabria e Campania massacrate da un’orda di seconde case. Le aree pregiate della campagna romana puntellate da ville. Le palazzine nella Valle dei Templi di Agrigento. Gli insediamenti in zone fragili (Sarno e Messina, per esempio). I 280 mila metri cubi del costruttore Domenico Bonifaci a qualche centinaio di metri dalla tenuta presidenziale di Castel Porziano a Roma. Le ville, i concessionari d’auto e gli sfasciacarrozze nell’Appia Antica. E poi le piscine a Roma per i mondiali di nuoto. Le case a ridosso del Vesuvio.

Le conseguenze dell’abusivismo sono pesanti. Le città si sfasciano, i paesaggi vengono violentati, aumentano i rischi di frane e di esondazioni. Inoltre l´abusivismo costa. I condoni servivano, si sentiva dire, a rimpinguare le casse delle amministrazioni pubbliche: ma Berdini, conti alla mano, dimostra il contrario.Il libro proietta lo sguardo sul futuro. L’abusivismo è destinato a continuare perché la pratica dei condoni non si è arrestata. E l’esperienza insegna che i condoni non occorre farli, basta prometterli per scatenare la corsa al mattone illegale.

(4 novembre 2010)







Zaia smentito dai geologi

 

Vittorio Emiliani           

 

Giovedì sera al Tg3 il presidente del Veneto, l’ex ministro Luca Zaja, è stato molto tranciante: l’ennesima disastrosa alluvione veneta è soltanto frutto di “calamità naturali”, la cementificazione della collina e il dissesto idrogeologico non c’entrano nulla. Ieri però una nota della la Società Italiana di Geologia Ambientale, dopo aver descritto i disastri verificatisi dal Lombardo-Veneto alla Calabria, dice fra l’altro: “Dal punto di vista scientifico, i fenomeni naturali sopradescritti rientrano nella normalità. È normale che in autunno si registrino piogge di tali intensità e durata”. Non è invece per niente normale che un territorio geologicamente “giovane” come il nostro sia diventato “strutturalmente fragile” perché si costruisce in zone “pericolose”.

Di recente l’Istat ha collocato il Veneto fra le tre regioni italiane con la massima concentrazione edilizia, case e capannoni, tanti capannoni da far esclamare nel 2003 all’allora presidente Renzo Galan “Basta capannoni!” Un grido senza alcun seguito pratico. Sempre l’Istat definiva la pedemontana veneto-lombarda – in termini meno tecnici, la un tempo splendida collina di Piovene e di Parise – una delle zone più cementificate e asfaltate d’Italia. Basta scendere in aereo su Venezia: il continuum edilizio è agghiacciante senza uno spicchio di verde in mezzo, per centinaia di chilometri da Venezia-Mestre.-Padova, ormai saldate, alla Lombardia. Ed è, per lo più, edilizia “legale”, eretta in base a piani urbanistici sforacchiati da continue varianti. Perché un territorio collinare così maltrattato dovrebbe “tenere” con le piogge autunnali o primaverili? Difatti le alluvioni, qui e altrove, sono ormai permanenti.

Cosa fa il governo Berlusconi, il “governo del fare”? Concorre potentemente a disfare il Belpaese riducendo nell’ultimo triennio del 60 % (così il Wwf) i fondi destinati alla difesa del suolo e al restauro di un territorio massacrato. Eppure ci eravamo dati una buona legge – la n. 183 del 1989, nella deprecata Prima Repubblica – creando, sul modello dell’Authority del Tamigi, le Autorità di bacino. Solo che nel Regno Unito le competenze forti sono tutte andate alla Themes Autority, mentre qui si è fatto l’opposto togliendo alle Autorità (specie se interregionali, orrore) soldi e competenze. Un anticipo di federalismo all’italiana che smantella i poteri pubblici, li regionalizza, poi magari li municipalizza e infine lascia fare ai privati quello che vogliono. Case e capannoni, capannoni e case. Nel decennio 1991-2001 in provincia di Vicenza la popolazione è aumentata del 32 %, ma la superficie urbanizzata è esplosa: + 342 %. In tutta Italia nel periodo 1995-2006 – secondo un calcolo attento (e su dati Istat) dell’urbanista Paolo Berdini – sono stati mangiati dall’edilizia di tutti i tipi ben 750.000 ettari di suoli liberi, una regione grande come l’Umbria. Da una parte stiamo rendendo impermeabile ogni anno circa 70.000 ettari, dall’altra lo spopolamento agricolo (ripreso con forza visto che sui campi si guadagna sempre meno) abbandona a se stesse montagna e alta collina. Coi risultati che sono sotto gli occhi di tutti alla prima pioggia un po’ più forte.

A questo consumo di suolo sfrenato si comincia a dare uno stop dal basso. Un buon esempio viene proprio dal Milanese, dal sindaco, Domenico Finiguerra, di Cassinetta di Lugagnano (sul bellissimo Naviglio), premiato come il più “virtuoso” poiché ha varato un piano territoriale a “consumo zero” di suoli liberi. Una sacrosanta battaglia che nel Regno Unito, pensate un po’, ha prodotto una legge severa negli anni ’30 e poi una ancor più rigorosa con Tony Blair. In Germania vige dagli anni ’90 una legge Merkel che punta a ridurre il consumo di buona terra, anche se quello di partenza era un terzo del nostro. E da noi? Si rincorrono i guasti di frane e alluvioni spendendo infinitamente di più in rattoppi di quanto si spenderebbe in prevenzione. E si contano tristemente i morti: dal Polesine ad oggi, o a ieri, 3.255 includendo il Vajont che qualcuno cercò allora di spacciare per “calamità naturale”.

(6 novembre 2010)










La Lega straripa e il territorio annega

 

Alessandro Robecchi  

 

Il tempo, che è galantuomo, svela via via i bluff e le truffe. Per esempio, quelle della Lega. Mentre a Roma i gloriosi padani appoggiano il governo Bunga Bunga, nelle loro terre, in Veneto, i fiumi straripano alla grande, le città si allagano tipo Venezia, capannoni, laboratori e fabbrichette sono inagibili. Niente male come controllo del territorio, la tanto sbandierata specialità dei leghisti, che questa volta, perdonerete la metafora, ha fatto acqua da tutte le parti. Il governatore Zaia con il cappello in mano chiede un miliardo all'odiato stato centrale: il Veneto ai veneti, per carità, ma gli schei che vengano da Roma. Certo, un'alluvione è un'alluvione ovunque, e siccome l'Italia c'è ancora e la Padania non esiste, è giusto che all'emergenza si corra ai ripari con soldi di tutti. E questo anche se sulla Padania, un leghista di Varese ha vantato opere lombarde che in Veneto non si sono fatte: magra goduria vedere i barbari che si insultano tra loro. Quella che manca all'appello, però, è proprio quella parolina magica che i giannizzeri della Lega sventolano in ogni istante: territorio. Già, cos'hanno fatto per il territorio, la sua bonifica, la sua messa in sicurezza, la sua salvaguardia tutti quei sindaci e amministratori così impegnati a scrivere cartelli in dialetto? Crescere, urbanizzare. La casa, il laboratorio, il capannone, il magazzino, il laboratorio più grosso, la strada più larga, la casa che diventa villetta e via così. Per anni, prima sull'onda del «miracolo del nord-est», e poi cavalcando il «padroni a casa nostra», il tutto mentre il famoso territorio si comprimeva e diventava una bomba d'acqua pronta a esplodere. La sacra ampolla, il dio Po, la secesiùn, il dito medio alzato, le scuole griffate lega, il tricolore piegato in modo che si veda solo il verde (lo hanno fatto in aula i consiglieri regionali veneti della Lega il 4 novembre), tutto molto folkloristico. Ma poi chissà, svegliarsi una mattina con l'acqua alle ginocchia potrebbe essere il preludio di un risveglio vero, il primo passo per capire che il territorio è una cosa seria, che va usato per vivere, e non per i comizi.

(7 novembre 2010)








Piogge, cemento e segretarie: l’eredità di Galan pesa sul Veneto



Ferruccio Sansa

 

Un governatore, Galan, che ha ricoperto il Veneto di cemento ed è stato promosso ministro dell’Agricoltura. La sua ex-segretaria che in pochi anni diventa uno dei più grandi imprenditori del mattone, maneggiando somme a nove zeri con società in Italia e a San Marino. E poi esponenti di spicco del Pdl che la fanno da padroni nel settore delle grandi opere. Succede nel Veneto, regno del centrodestra.

Adesso, però, è arrivata l’alluvione. Quando le acque si saranno ritirate, oltre ai campi devastati potrebbe emergere una storia imbarazzante per il Pdl e la Lega, che oggi tuona contro Roma e Pompei, ma era nella maggioranza di Galan.

“I fenomeni naturali che si sono verificati in Veneto rientrano nella normalità. È normale che in autunno si registrino piogge di tali intensità e durata”. Così la Società Italiana di Geologia Ambientale. Ma allora perché il Veneto è diventato un lago? Il governatore Luca Zaia non ha dubbi: il cemento non c’entra. Chissà, forse anche perché il cemento è una questione spinosa per la sua maggioranza.

Più d’uno da queste parti solleva il dubbio: l’alluvione potrebbe essere conseguenza della cementificazione selvaggia voluta dal centrodestra e soprattutto da Giancarlo Galan, il governatore “Doge” che regnando dal 1995 al 2010 ha costruito come nessun altro. Autostrade, centri commerciali, capannoni, paesi nuovi di zecca (spesso deserti). In pochi anni il paesaggio è stato stravolto. I dati del Centro Studi dell’Università di Padova confermano l’impressione: dal 2001 al 2006 sono state realizzate abitazioni per 788 mila persone, quando la popolazione è aumentata di 248 mila. Sono state rilasciate concessioni per 94 milioni di metri cubi di costruzioni, l’equivalente di una palazzina alta e larga dieci metri e lunga 1.800 chilometri. Nel solo 2002 sono stati costruiti 38 milioni di metri cubi di capannoni. Ma soprattutto: la superficie urbanizzata in Veneto è aumentata del 324% rispetto al 1950 (mentre la popolazione è cresciuta del 32%).

Perché l’acqua diventa disastro

Un cambiamento che può aver trasformato una forte pioggia in un disastro. “La terra lascia penetrare l’acqua, mentre il cemento è impermeabile e favorisce le alluvioni”, spiega Adone Doni, portavoce del Cat, Comitato Ambiente e Territorio della Riviera del Brenta.

Così la pioggia rischia di mettere a nudo la rete di potere del centro-destra. Sono decine di personaggi, magari sconosciuti, che con le loro opere cambiano la vita di milioni di veneti. Come Claudia Minutillo: fino a pochi anni fa segretaria e strettissima collaboratrice di Galan. Poi il grande salto nel mattone: Minutillo, classe 1963, ha i contatti giusti, anche grazie al marito console di San Marino (che ha siglato accordi con la Regione Veneto). In men che non si dica si ritrova a capo di un impero, ha partecipazioni e incarichi in quasi venti società.

Mattoni e giornali

Con la sua Adria Infrastrutture sta puntando a realizzare opere da miliardi: la “Via del mare”, superstrada a pedaggio che collegherà la A4 con Jesolo, il Passante Alpe Adria, 85 chilometri di – contestatissima – autostrada attraverso il Cadore. Poi il Terminal merci al largo di Rovigo e il Terminal di Marghera. Minutillo ha alleati forti: nella Adria Infrastrutture e nella Infrastruttura Sa (finanziaria con sede a San Marino) ecco Alberto Rigotti, il filosofo-imprenditore vicino alla Compagnia delle Opere, che ha comprato il gruppo editoriale E-Polis. L’alleanza dei signori del mattone si cementa nei quotidiani. Dentro E-Polis ci sono Mantovani (storico colosso del settore), Minutillo e Vito Bonsignore, europarlamentare berlusconiano e uno dei signori delle autostrade. Inchiostro e cemento, in Veneto si tengono stretti: Il Gazzettino, storico quotidiano locale, è di Caltagirone (editore anche di Leggo). Insomma, difficile trovare un giornale nemico del mattone.

Intanto il Pd nicchia o si divide. Alcune sue figure storiche, come Lino Brentan, seguono la via del pragmatismo (che l’ha portato nel cda di 11 società autostradali). Pochi criticano la politica del mattone del Pdl. Quasi nessuno fa notare il potenziale conflitto di interessi di figure come Lia Sartori, deputato europeo del centrodestra (con un passato, tra l’altro, nella commissione Trasporti). Proprio lei che è stata assessore regionale ai Trasporti e poi presidente del Consiglio regionale e che attraverso la società di progettazione Altieri ha collaborato con la Mantovani.

Ecco la rete del cemento veneto. In tanti, anche nel centrosinistra, speravano che Zaia prendesse le distanze. Ma non è stato così. E il Governatore adesso rischia di restare impantanato nel fango lasciato dalle piogge.

(9 novembre 2010)


 

 





 







 







 


mercoledì 17 novembre 2010

Come quando fuori piove/2



Le osannate grandi opere e la spregiudicata cementificazione del territorio presentano il conto, inevitabilmente. È sufficiente un preallarme di maltempo, annuncio perfino banale in autunno, per allertare la Protezione civile e vivere così in costante tensione. Tuttora lo definiscono, “progresso”, ma l’umiliazione inferta all’ambiente è devastante. Perciò chi è causa del suo male, alla fine dovrebbe piangere solo se stesso per l’assenso dato alla classe dirigente veneta di razziare il territorio, cementificando ovunque fosse possibile (e anche impossibile). Adesso si piange e, con scarso senso del ridicolo, il governatore Zaia chiede aiuto all’Italia, svelando così il bluff della “padania” a cui non può rivolgere l’appello per ricevere sostegno e finanze. Sarebbe un appello al vuoto assoluto. E l’eco del silenzio stordente.

 

Gli articoli - in particolare - di Ernesto Milanesi e Gianfranco Bettin, pubblicati su “il manifesto”, meritano di essere letti con molta attenzione, perché narrano come i governi, ladri quando piove – come da adagio popolare – siano responsabili sia a livello nazionale che, soprattutto locale, della catastrofe accelerata dalla pioggia. Loro, i legaioli, che rivendicano sempre il radicamento sul territorio, al punto da averlo cementificato per restarne solidamente ancorati.



 


Nel Veneto sott’acqua affonda il modello leghista

di Ernesto Milanesi

 

L'autostrada chiusa perché invasa da acqua e fango a Soave. Argini che saltano da Monteforte d'Alpone (Verona) fino a Ponte San Nicolò (Padova). Alluvionato il centro storico di Vicenza con Guido Bertolaso impegnato a schierare l'esercito. Traffico paralizzato fino ai confini con il Friuli e interi quartieri evacuati nella notte in mezza regione. Con il terrore che la vera onda di piena non sia ancora passata.

È Legaland, letteralmente con l'acqua alla gola. Pioggia battente, vento di scirocco e idrovore in tilt hanno trasformato il «cuore» del Veneto in un immenso lago color melma. Il bilancio, finora, parla di un anziano disperso. Ma ha rischiato grosso il teatro Olimpico di Vicenza; s'è svegliata dentro un incubo la Marca trevigiana che frana; annaspa quasi tutto il Veronese; trema, come nel 2002, Motta di Livenza nel veneziano.

Una catastrofe difficile da spacciare per «naturale».Gli effetti si avvicinano alla Grande Alluvione del 1966, quando il Polesine fu sacrificato per salvare Ferrara. Oggi sono la «città metropolitana» e l'ex «locomotiva» a finire in ginocchio perché è definitivamente saltato il salvagente di scolmatori, consorzi di bonifica, manutenzione degli argini.

La verità è che, nel giorno dei morti, affiorano gli effetti del «sistema Galan» ereditato dal governatore leghista Luca Zaia. Ma anche le conseguenze dissennate dell'urbanistica che nei municipi accomuna berlusconiani, centrosinistra e Lega. Contano più gli «eletti» in combutta con gli immobiliaristi di qualsiasi evidenza da buon padre di famiglia. È l'alluvione dell'incuria, dell'interesse privato, della politica irresponsabile. Il modello veneto imperniato su Grandi Opere, project financing e sussidiarietà si è tradotto in un folle consumo del territorio a senso unico. Ed esattamente come il crac dell'economia era stato annunciato dai documenti ufficiali degli uffici di Bankitalia in piazza San Marco, anche la catastrofe «naturale» si poteva prevedere studiando un dossier di una trentina di pagine.

Pubblicato da Legambiente nel 2009, si intitola «Veneto: cancellare il paesaggio». Spiegava l'architetto Sergio Lironi: «Nel 2004, con la nuova legge regionale urbanistica, i Comuni autorizzano 38 milioni di metri cubi di nuovi capannoni commerciali e 18 milioni di volumetrie residenziali, superando la media di 40 milioni di nuovi fabbricati realizzati annualmente nel Veneto dal 2001 ad oggi». E Tiziano Tempesta del Dipartimento territorio e sistemi agroforestali dell'Università di Padova contabilizzava: «Le abitazioni costruite dal 2000 al 2004 sono in grado di alloggiare 600 mila nuovi abitanti. Anche se rimanessero costanti i tassi d'incremento demografico alimentati dagli immigrati, ci vorrebbero 15 anni per utilizzare tutte le case».

Insomma, era un mega-villaggio architettato snaturando le fondamenta. È già un immenso non luogo strangolato dal cemento. Sarà sempre più in balìa della natura violentata da ruspe, gru, betoniere? La politica partorisce quasi esclusivamente suggestioni: dalla candidatura alle Olimpiadi 2020 a nuove autostrade, ospedali, centri congressi fino alla gigantografia di Veneto City, la super-fiera delle vanità nella Riviera del Brenta. Nessuno (nemmeno i sindaci del Pd) si concentra sulla «normale manutenzione» del bene comune che si chiama territorio. Oltre l'indistinta melassa dell'ex miracolo economico, incombe l'urbanistica: l'immobiliare che si fa stato permanente degli affari, con la politica che appalta territorio e futuro. Finora nemmeno la «rivoluzione» della Lega di governo ha dimostrato di arginare la tendenza.

Le statistiche sono agghiaccianti. Proprio l'area centrale collassata in questi giorni rappresenta il 25,7% del territorio e accoglie il 50,7% della popolazione nel 47,2% delle abitazioni (ben 930 mila, di cui 80 mila senza inquilini). Nella sola provincia di Vicenza, feudo della Lega, in 50 anni la «macchia» urbanizzata è aumentata del 342%, con un incremento di popolazione limitato al 32%. Significa che i volumi urbani della città diffusa in ogni angolo sono passati da 8.647 ettari a oltre 28 mila: la cementificazione è quadruplicata.

E nella sola Padova con la giunta di centrosinistra del sindaco Flavio Zanonato si sono trasformati oltre 4,7 milioni di metri quadri di aree destinate a verde pubblico in aree di perequazione, delegando ai privati le nuove lottizzazioni in cambio di spezzatini verdi. Cinque anni fa in Regione sono state protocollate 1.276 varianti urbanistiche (più 220% rispetto alla media degli anni precedenti). Si appoggiavano a 389 piani di riqualificazione urbanistica e ambientale attuati nel biennio 2005-2006: la soluzione più semplice per costruire. Sempre e comunque. Anche a costo di veder tracimare torrenti fin dentro il «salotto» di Vicenza o il castello di Soave. L'autostrada a tre corsie chiusa è l'emblema del Veneto che annaspa. Nella sua stessa melma. E non sarà l'ultima volta...

 (3 novembre 2010)

 

 


Un disastro a chilometro zero

di Gianfranco Bettin

 

«Quando la natura si ribella, accade questo... è un indice di grande cambiamento climatico»: a parlare non è un militante ambientalista ma il governatore del Veneto, Luca Zaia, a commento dell'emergenza meteorologica e idraulica di queste drammatiche ore, da lui definita «peggiore che nel 1966». Paragoni storici a parte, Zaia ha ovviamente ragione: lo spettacolo che il Veneto e l'intero Nordest offrono in queste ore è quello di territori in rovinoso subbuglio, di centri abitati e di comunità sconvolte, in preda a un'emergenza che, puntualmente, si affida a Bertolaso (che svolazza in elicottero sopra città e campagne, planando di prefettura in prefettura) e alla proclamazione richiesta dello stato d'emergenza. Zaia invita ad affrontare i compiti urgenti del momento. E va bene, sul campo. Ma in sede di analisi bisogna dire che emergenza e normalità - ormai, nell'attuale situazione storica, consolidata, strutturale, di questi territori - sono tutt'uno anche quando non piove.

Quando piove, il disastro si vede meglio. Ma anche nei giorni di sole non si faticherebbe a vederlo. È su questo che Zaia si dovrebbe pronunciare. Non c'è in Italia un territorio che sia stato più stravolto di questo in un tempo più breve. Questa è la radice del «dissesto idro-geologico» che in queste ore echeggia di bocca in bocca e ad esso hanno posto mano innumerevoli protagonisti. Infatti, se vi sono catastrofi nate da responsabilità accentrate, come per il Vajont o come per la nascita e lo sviluppo di una Porto Marghera in piena laguna e in pieno centro abitato, per ridurre in questi stati un'intera vasta regione ci sono volute e ancora sono all'opera generazioni di amministratori irresponsabili, ignavi o incoscienti. Se escludiamo i consapevoli criminali che, qua e là, hanno svenduto la loro (la nostra) terra, tutti gli altri, spesso in modo desolantemente trasversale, hanno messo insieme una tale montagna di micro e macro atti, di delibere, di piani urbanistici, di sanatorie, di folli interventi sui corsi d'acqua, di infrastrutture, che sono la vera causa dell'attuale emergenza.

Certo, i cambiamenti climatici concorrono, come no. Era ora che lo dicesse un esponente importante, come Zaia è, dell'attuale maggioranza di governo, la più pervicace di tutto l'Occidente nel negare questa emergenza, guidata dal premier Berlusconi, che più vi ha irriso e meno l'ha affrontata. Ma il modo in cui il clima fuori di sesto si produce in un luogo dipende anche da come quel luogo è conciato. Per i dati Istat, tra 1978 e 1985 ogni anno nel Veneto sono stati edificati quasi 11 milioni di metri cubi di capannoni. Dal 1986 al 1993 sono stati oltre 18 milioni all'anno per poi salire negli anni successivi a oltre 20 milioni. Con un salto dal 2000: 27 milioni nel 2001, 38 nel 2002 e così via. Per le abitazioni, negli anni '80 e '90 venivano rilasciate concessioni edilizie pari a 9-10 milioni di metri cubi anno. Nel 2002 oltre 14, nel 2003 quasi 16, nel 2004 oltre 17.

In provincia di Padova in vent'anni la superficie agraria è diminuita del 20%, in quella di Treviso del 30%, in quella di Vicenza, ieri epicentro dell'emergenza, del 40%. E sopra questo territorio compulsivamente e affaristicamente cementificato e asfaltato, Prealpi e Alpi sono in abbandono, senza una politica che non fosse la droga turistica, aumentando il dissesto evidentissimo, nella sua interdipendenza, proprio in giorni come questi, quando l'acqua precipita irruenta a valle e in pianura.

Questo è il disastro, nella connessione con il clima che muta ma anche con quello che è stato fatto al territorio.Legioni d'amministratori - con i leghisti da tempo in prima fila - portano gravi responsabilità. Qui non c'entrano né Roma ladrona né gli invasori stranieri. È una colpa d.o.c., a chilometro zero.

 (3 novembre 2010)

 

 


 

Il Veneto allagato, ma per i fiumi si tagliano i fondi


Daniele Martini

 

Puntuale come le foglie secche, l’autunno porta la devastazione da piogge più o meno normali, e la risposta sbagliata.

Nel Veneto delle migliaia di sfollati nelle province di Verona e Padova, della città di Vicenza allagata, dei 121 comuni gravemente colpiti dagli straripamenti, di un disperso a Caldogno per la piena del Bacchiglione, delle frane nel trevigiano e delle strade interrotte, si sono permessi lo stravagante lusso di tagliare perfino i fondi per la manutenzione ordinaria di fiumi e canali. E lo hanno fatto concentrando le sforbiciate proprio nelle zone ora più in sofferenza, Padova e Vicenza. Da un momento all’altro, di colpo, hanno cancellato circa 15 milioni di euro sui 100 impegnati di solito per ripulire i fossi, tenere in efficienza le casse di espansione, consolidare gli argini e riparare paratie e idrovore. È stata una decisione ponderata, presa addirittura con una legge, la numero 12 articolo 37, approvata dalla giunta uscente di Giancarlo Galan e sostenuta dalla stessa maggioranza di centrodestra che ora appoggia il leghista Luca Zaia.

L’intenzione dichiarata era quella di sgravare i cittadini da una tassa, i contributi che i proprietari di immobili fino a quel momento erano tenuti a versare ai Consorzi di bonifica per pagare lo smaltimento delle acque “meteoriche”, cioè le piogge. Al posto dei cittadini, a tirar fuori i soldi sarebbero stati i gestori dei servizi idrici integrati, per esempio le società degli acquedotti. Ma fino a questo momento non hanno versato nemmeno un euro e alla voce manutenzione idrogeologica nei mesi passati sono mancati, appunto, 15 milioni. Con questi quattrini si sarebbero evitati i disastri di questi giorni? Probabilmente no, ma forse i danni sarebbero stati più contenuti.

Di fronte all’esito disastroso delle scelte della giunta veneta, ora pare che tutti, maggioranza e opposizione, vogliano innestare una rapida marcia indietro, approvando un secondo provvedimento a correzione del precedente. Ma intanto il danno è fatto. E mentre il Veneto vive uno dei momenti più dolorosi della sua storia recente, nessuno è ancora in grado di assicurare se alla fine la manutenzione ordinaria sarà rifinanziata davvero e per intero e soprattutto se saranno attuati gli interventi strutturali di prevenzione su cui a parole nei momenti di emergenza tutti concordano, ma che di solito vengono speditamente riposti nei cassetti appena rispunta il primo raggio di sole.

L’Unione dei Consorzi veneti di bonifica, che con i suoi circa 1.300 dipendenti, in prevalenza operai, è uno dei pochi organismi che fa qualcosa per impedire il peggio curando come può i 6 mila chilometri di canali della regione, ha calcolato che ci vorrebbero circa 750 milioni di euro per ridare sicurezza agli abitanti. Ma il presidente nazionale dell’associazione, Massimo Gargano, da mesi non riesce neppure ad accennare questi programmi al ministro, Stefania Prestigiacomo, da cui non è stato mai ricevuto. E neppure riesce a discutere con un delegato tecnico, magari un direttore generale.



Al Ministero non esiste più neanche una direzione specifica per la Difesa del suolo, è stata soppressa ed accorpata a quella per l’Inquinamento. Fonti ufficiali dicono che la decisione è stata presa nell’ambito di una riorganizzazione complessiva degli uffici che prevedeva la riduzione delle direzioni da 6 a 5, con l’obiettivo di risparmiare. Di fatto, però, in seguito a queste modifiche, i soggetti che dovrebbero avere scambi ripetuti e continui con gli uffici ministeriali sui temi dell’ambiente non trovano più nessuna porta aperta. La faccenda è tanto più anomala perché capita proprio nel momento in cui almeno sulla carta sarebbero disponibili i primi finanziamenti per gli interventi più urgenti, circa 1 miliardo e 200 milioni di euro dei Fas, i fondi per le aree sottoutilizzate, soldi in parte nazionali, ma soprattutto di provenienza comunitaria, da utilizzare con programmi concordati con le Regioni, i comuni e i Consorzi di bonifica.

Intanto, mentre le prime piogge autunnali portano lutti e disastri, circolano previsioni da brivido per i prossimi mesi ed anni. Il presidente del Consiglio dei geologi, Antonio De Paola, in un voluminoso rapporto sullo stato del territorio redatto alcune settimane fa in collaborazione con il Cresme, il centro di ricerche economiche per l’edilizia, elaborando i dati Istat ha previsto che da ora al 2020 crescerà in maniera massiccia la popolazione nelle zone ad alto rischio sismico ed idrogeologico, circa 700 mila persone in più, in prevalenza immigrati, e metà si insedieranno proprio nel Nordest.

Alla domanda se l’evento è ineluttabile o se al contrario sarebbe possibile impedire che queste previsioni nefaste si avverino, risponde sconsolato che le leggi ci sarebbero e anche severe, ma nessuno, a cominciare dalla maggioranza dei sindaci, ha la minima intenzione di farle rispettare. Grazie alla disinvolta disattenzione delle autorità locali negli ultimi 15 anni è stato costruito ed asfaltato un pezzo d’Italia grande quanto il Lazio e l’Abruzzo messi insieme. Senza contare la marmellata delle case abusive spalmata su tutto il territorio nazionale.

(3 novembre 2010)


 

 

lunedì 27 settembre 2010

Il tricolore lacerato






La secessione è già iniziata muovendo il primo passo ad Adro, senza che questo sfregio alla Costituzione, al Tricolore e alla Democrazia sia stato percepito per la carica eversiva che riveste.
Ad Adro la Lega, partito di governo, ha cominciato a marcare il proprio territorio, definendo i confini di uno “stato” che non esiste, creando frontiere dove non ci sono mai state. Una bomba di deflagrante potenza che ha scosso le fondamenta del Paese in cui sono nato e vivo. Ma a preoccupare erano le contestazioni a Dell’Utri, a Schifani e il fumogeno lanciato verso Bonanni.
Perché la Lega – e mi chiedo come mai ancora non si sia capito – è nata per entrare in lotta aperta e virulenta con la Repubblica Italiana. Altro che partito di governo! E su questo mostruoso equivoco si è dipanata la sua storia che ha toccato ad Adro, con la privatizzazione della scuola, un punto di non ritorno. Un gesto ignobile e vergognoso, le cui devastanti conseguenze sfuggono alla comprensione dell’opinione pubblica, in uno stato ormai di perenne afasia.
Il video che apre questo post dovrebbe, piuttosto, spalancare gli occhi e far sobbalzare per la violenza delle parole. Quell’invettiva, più volte ripetuta, che “siamo ad Adro, non in Italia”, non trascina con sé i ricordi e la memoria di un tempo che si pensava congelato dalla Storia?
Eppure si è cambiato decisamente argomento, come amano ripetere i conduttori dei telegiornali e quella scuola, con i suoi simboli pacchianamente distribuiti, mantiene una cupezza inquietante.
Un vulnus non più rimediabile, lo squarcio che si è aperto nella convivenza civile, infettando le nuove generazioni che guardando il “Sole delle Alpi” si troveranno invece accecate dall’oscurità oscena dell’ignoranza, dell’intolleranza e del razzismo.





L' orgoglio della Gelmini. Parte una riforma storica



ROMA - Il ministro Mariastella Gelmini la definisce «una giornata storica»(...) «La scuola italiana - dichiara la Gelmini - cambia e parte la riforma che era attesa da decenni. Viene completamente ridisegnata la struttura della superiore, all' insegna della chiarezza e della modernità»(…) A tenere banco in queste ore è la polemica sul nuovo polo scolastico di Adro (Brescia), dedicato all'ideologo della Lega Gianfranco Miglio. L'esposizione del "Sole delle Alpi" (simbolo della Lega) su banchi, vetrate e perfino sullo zerbino non è andato giù neppure alla ministra di Leno. «Francamente, il sindaco di Adro ci ha abituato ad un certo folklore, ad un certo estremismo, che ovviamente io come ministro dell'Istruzione - dice la Gelmini - non condivido, ma forse nemmeno tutto il partito della Lega può condividere esasperazioni che non fanno bene neanche a quel movimento». Una vicenda, questa di Adro, che Francesca Puglisi, responsabile scuola della segreteria del Pd, bolla come «inqualificabile» e da «ventennio» fascista. (…). E mentre Bersani definisce il taglio di 133 mila posti in tre anni varato dall'esecutivo come «il più grande licenziamento di massa della nostra storia», la Gelmini apre ai precari parlando «150 mila assunzioni in otto anni». Per risolvere il problema del precariato l' unica soluzione è il numero programmato introdotto dalle nuove regole per il reclutamento annunciate tre giorni fa. «Entro il 2018 assorbiremo 220 mila precari» assicura il ministro. Ma una pubblicazione dello stesso dicastero la smentisce: serviranno forse 15 anni.



SALVO INTRAVAIA
(13 settembre 2010)  




IL CASO



L'intolleranza leghista



di MICHELE SERRA



A proposito di violenza politica. Una scuola pubblica italiana (Adro, provincia di Brescia) è stata di fatto privatizzata dalla locale giunta e trasformata in scuola leghista, intitolata al professor Gianfranco Miglio. Sole delle Alpi impresso sui banchi, sui cestini dei rifiuti, sugli zerbini, sui tavoli, sui cartelli, sulle finestre, sul tetto, ovunque. Unico altro simbolo ammesso e anzi imposto è il crocifisso, che a scanso di equivoci è stato imbullonato ai muri: una specie di doppia crocifissione, povero Cristo.
L'episodio, quasi incredibile nei suoi termini di cronaca, e decisamente spaventoso in termini di democrazia, è inedito nella storia della Repubblica. Scuole di Stato con lo scudo crociato, o la falce e martello, o altri simboli di partito, ovviamente non se ne erano mai viste, per il semplice fatto che nessuno aveva mai osato concepire una così inconcepibile violazione di uno spazio pubblico: nemmeno nelle fasi più convulse e faziose della nostra tormentata vita politica. A Adro invece è accaduto, anche grazie alla partecipe collaborazione di una comunità fortemente coinvolta nella costruzione del nuovo plesso scolastico, fino a finanziarne gli arredi. La stessa comunità, con in testa il sindaco Oscar Lancini, non era intervenuta con altrettanta sollecitudine quando si trattò di far quadrare i conti della mensa scolastica, messi in crisi da una mora di poche migliaia di euro. Fu un imprenditore locale, allora, ad accollarsi generosamente quella spesa, guadagnandosi lo spregio e l'ira di molti suoi concittadini, sindaco in testa.
Alla maggioranza leghista di Adro (non solo alla Giunta) dev'essere sembrato ovvio considerare ininfluenti eventuali obiezioni, disagi, proteste da parte di chi leghista non è, e ritenendo di iscrivere i figli alla locale scuola pubblica (che vuol dire: la scuola di tutti) li ritrova iscritti d'ufficio a una scuola "verde", involontaria parodia delle scuole coraniche. L'omissione di questo scrupolo basilare (esistono minoranze, a Adro? vanno rispettate? tenute in considerazione?) è l'aspetto più sconvolgente della vicenda. Perché illustra una sorta di intolleranza "naturale" tipicissima dei regimi e delle masse plaudenti che li sostengono, alla quale non siamo più avvezzi da sessantacinque anni. Le macroscopiche violazioni di legge, e perfino gli aspetti anticostituzionali, passano quasi in second'ordine rispetto all'impressionante spettacolo di una comunità così autocompiaciuta della propria coesione politica da stabilire l'inesistenza degli "altri", e non solo gli stranieri: ora anche i non leghisti. Gli italiani.
Ce ne sarà pure qualcuno, a Adro, di non leghista. Che deve fare? Subire e tacere? Emigrare, perché italiano e non "padano", inaugurando così l'incredibile paradosso di italiani che si sentono extraterritoriali in Italia (non più "padroni a casa loro", per dirla con la Lega)? Sarà molto istruttivo vedere, al di là delle dichiarazioni di circostanza, quali provvedimenti concreti vorranno prendere autorità varie e istituzioni di ogni ordine e grado, tutte direttamente coinvolte da un simile affronto alla democrazia: a partire, ovviamente, dal ministro della scuola Gelmini e dal ministro dell'Interno Maroni.
Si pensa, in genere, che ad ogni azione corrisponda una reazione uguale e contraria. Nel caso del progressivo manifestarsi, in alcune zone del Nord, di una secessione di fatto, la reazione fin qui non ha certo corrisposto all'azione. Si spera che l'esproprio leghista di una scuola pubblica sia la goccia che fa traboccare il vaso. O gli italiani non leghisti, al Nord, devono sentirsi cittadini di grado inferiore?

(13 settembre 2010)

 



L' AMACA



«Chi protesta contro la scuola di Adro dovrebbe protestare anche quando nelle scuole entrano i simboli di sinistra». È il desolante commento del ministro Gelmini a proposito dell' esproprio (del quale lei per prima è vittima in quanto ministro dell' Istruzione) da parte della Lega di una scuola della Repubblica italiana, trasformata in istituto padano. Il ministro finge di ignorare, per superficialità o per pavidità, la natura del tutto inedita dell' accaduto. Non si tratta di una scuola nella quale qualcuno (professore o studente) entri con una falce e martello sulla maglietta, o una svastica tatuata sul bicipite, o altri simboli ideologici o di partito. Si tratta di una scuola che è essa stessa, strutturalmente, un simbolo di partito, concepita e arredata come tale. Un luogo pubblico privatizzato, cioè snaturato, sottratto alle sue funzioni di neutralità e accoglienza. La reazione del ministro fa capire che il governo non ha alcuna intenzione di intervenire: avalla il sopruso, e amen. Restiamo in attesa di sapere se un prefetto, un magistrato, un ente locale, il Parlamento, il Quirinale, Strasburgo, il pianeta Giove, insomma qualcuno che ha percezione almeno vaga dell'enormità di quanto è accaduto, voglia tentare, almeno tentare di evitare un oltraggio così insopportabile al concetto stesso di "bene pubblico".
MICHELE SERRA
(14 settembre 2010)


 



LE MANI DELLA LEGA SULLA SCUOLA PUBBLICA


di SALVATORE SETTIS


In attesa che Bossi riceva l'annunciata laurea honoris causa da un qualche Ateneo presuntivamente celtico, la Lega allunga le mani sulle scuole pubbliche. È di domenica la notizia della scuola di Adro «leghizzata» con gran dispiego di «sole delle Alpi» dai banchi al tetto; intanto a Bosina di Varese la moglie di Bossi dirige la scuola «dei Popoli Padani», privata ma con una dotazione di 800.000 euro decisa dal governo con la cosiddetta «legge mancia» ( Il Giornale.it, 13 settembre). È dunque il momento giusto per interrogarsi sui meriti culturali di Bossi, che fanno tutt'uno coi progetti scolastici del suo partito.
Secondo i suoi detrattori, il futuro dottore sarebbe capace solo di gestacci, insulti alla bandiera ed altre volgarità: grandi virtù comunicative, meglio di una tesi di laurea. Ma gli orizzonti culturali di Bossi sono assai più ampi. In un discorso del 27 gennaio 2004, dal titolo “Dio salvi la Padania” (visibile sul sito della Lega), egli traccia addirittura un quadro della «rottura geopolitica del mondo» dopo l'11 settembre, colpa di «Roma ladrona» oltre che dell'attacco alle Torri gemelle.
Sull'Italia, la dottrina di Bossi è questa: «quando uno Stato è eterogeneo dal punto di vista etnonazionale, i problemi girano attorno a due lealtà, la lealtà alla Nazione e quella verso lo Stato. Per i popoli che non sono dominanti, come noi padani, le due lealtà sono distinte e possono entrare in competizione tra loro. In questi casi la minoranza chiede l'autodeterminazione nazionale, un diritto sancito dall' Onu».
Eterogeneità etnonazionale, «comuni matrici etnoculturali» dei popoli padani: ecco un linguaggio «dotto» dove non ce lo aspetteremmo. Da dove viene? Il miglior parallelo sono le elaborazioni «teoriche» del «Pensiero Etnonazionalista» e dell' «Idea Völkisch nelle comunità Alpino-Padane» che si possono leggere in un libro, Fondamenti dell' Etnonazionalismo Völkisch (2006), firmato da Federico Prati, Silvano Lorenzoni e Flavio Grisolia. Secondo loro, «le comunità padane» sono la miglior risposta a «un'epoca etnicamente e culturalmente decadente», all' «immigrazione allogena, al materialismo comunista, al mondialismo massonico». Fin troppo chiare le matrici razziste e fasciste, anzi naziste, della terminologia usata ( völkisch , «sangue, suolo e conoscenza»).
Silvano Lorenzoni, festeggiato nel giorno del suo compleanno come «un vero identitario/razzialista bianco veneto/europeo», è stato presidente dell'Associazione Culturale Identità e Tradizione, che si ispira a Julius Evola, e capogruppo della Liga Veneta nel Consiglio Comunale di Sandrigo (Vicenza). La casa editrice Effepi (Genova), che ha pubblicato questo e altri volumi su tale «etnonazionalismo», si distingue anche per i suoi libri di «storia non convenzionale» del Novecento, per esempio quello di Udo Walendy che considera l'Olocausto un prodotto della propaganda antitedesca ottenuto con abili fotomontaggi.
Ma la neoideologia padana non si affermerebbe senza mettere le mani in pasta nell'educazione delle nuove generazioni: nella scuola. Guardiamo quel che succede in Spagna, nazione anche in questo sorella, dove l'insorgere delle autonomie regionali si lega strettamente alla fine del franchismo e alla fortuna delle lingue diverse dallo spagnolo (specialmente il catalano e il basco), fondata sulla loro lunga e nobile tradizione culturale, ma anche su una sacrosanta reazione alla repressione franchista. Ma l'ondata degli autonomismi regionali ha generato e diffuso nelle scuole una manualistica rivendicativa di altrettanti «spiriti nazionali» (basco, catalano, galiziano, andaluso...), puntualmente riflessi nel linguaggio degli storici «allineati», come ha mostrato Pedro Heras in un bel libro recente (La Españaraptada: la formación del espíritu nacionalista, Barcelona, Altera, 2009).
Analizzando manuali scolastici e pratiche dell'insegnamento, Heras ha dimostrato che tali «processi di ri-nazionalizzazione» hanno adottato in pieno la stessa retorica del più vieto nazionalismo franchista, utilizzando per esaltare le nazionalità regionali le stesse identiche formule, gli stessi slogan che furono martellati per decenni dalla propaganda di regime, applicandoli al popolo spagnolo nel suo insieme, e usandoli allora anche per reprimere le lingue «proibite». Quasi che, se applicata mettiamo al catalano, quella stolta retorica fosse «sdoganata» d'incanto.
Per quanto rozzi e incolti, i tentativi di Bossi di creare dal nulla la neo-etnia dei padani hanno fatto lo stesso: pur senza rifarsi esplicitamente alla tradizione nazi-fascista, da essa hanno ripescato la terminologia «etnonazionale» con tutte le sue implicazioni, usandola simultaneamente per de-nazionalizzare l'Italia e «nazionalizzare» una Padania d'invenzione. Perciò i più agguerriti proclami in lode della "razza padana" (come quelli citati sopra) si trovano sul sito www.stormfront.org, alfiere del World Wide White Pride, fondato nel 1995 da Don Black, già leader del Ku Klux Klan, che usa come logo la cosiddetta «croce celtica», surrogato della svastica.
La maggioranza dei leghisti, persino di quelli che usano quelle formule e quegli slogan, è presumibilmente inconsapevole di queste derivazioni e tangenze, anzi le negherebbe accanitamente. Non per questo esse sono meno preoccupanti, in una scena politica come quella italiana, in cui secessione e federalismo sono fratelli siamesi, e gli argomenti per l'una e per l'altro s'intrecciano e si confondono in una rincorsa senza fine; in cui, con la passività o la complicità delle sinistre, il maggior argomento in favore del federalismo è la minaccia di secessione, e chi detta le regole è solo la Lega.
Vedremo se la spiritosa invenzione dell' etnonazionalismo padano risulterà merito sufficiente per una laurea honoris causa: in ogni modo, sotto quella pergamena non basta la firma di un qualche ateneo galloceltico, ci vuole anche (per legge) quella di un ministro nel suo ufficio di «Roma ladrona».
(17 settembre 2010)  

 



BUONGIORNO
MASSIMO GRAMELLINI

Scuola di classe
    
La scuola pubblica di Adro griffata col simbolo di un partito meriterebbe uno stato di indignazione permanente effettiva (e invece è già stata digerita con un'alzata di spalle fra l'abulico e il rassegnato), ma esiste un altro aspetto della vicenda che apre squarci lancinanti sul futuro. Quella scuola è un gioiello d’avanguardia, con i robottini che puliscono il prato, i banchi ergonomici, le lavagne elettroniche. Sta alle strutture cadenti e carenti in cui si muove la maggior parte degli insegnanti e dei ragazzi come una fuoriserie fiammante a un’utilitaria scassata.
Questo perché gli abitanti di Adro si sono autotassati per finanziarla, nell’applicazione più estrema e gratificante del federalismo fiscale. Fino a prova contraria, infatti, è come se ogni cittadino di quel Comune lombardo avesse pagato le tasse due volte. La prima, obbligatoria, per sovvenzionare le scuole scalcinate del resto d'Italia. La seconda, volontaria, per edificare a due passi da casa il capolavoro destinato ai propri figli.
È la rappresentazione plastica della crisi dello Stato Sociale. Il Pubblico non ce la fa e il Privato, inteso come fondazioni e sponsor, non è in grado di colmarne le lacune. Così la palla torna ai cittadini e la qualità dei servizi tenderà sempre più a corrispondere alla loro condizione sociale. I Paesi e i quartieri benestanti avranno le scuole e gli ospedali migliori, mentre gli altri dovranno accontentarsi di passeggiare fra i ruderi del Welfare, come ben sanno gli studenti e i degenti che si portano la carta igienica, e non solo quella, da casa.
(18 settembre 2010)  


 



LO STATO TRA QUEI BANCHI


di MICHELE SERRA 



MIRACOLO a Roma. Il ministro Gelmini ha chiesto alla direzione scolastica di Adro di far rimuovere i simboli "padani" dalla locale scuola pubblica (ci vorrà tempo, perché ci vorranno gli scalpelli...). Meglio tardi che mai: ci sono voluti dieci giorni perché una lesione così smaccata della convivenza repubblicana ricevesse un "alt" doveroso, ma non scontato in questo clima politico e con questo assetto di potere. Dieci giorni nel corso dei quali, per fortuna, l'opposizione a quella prepotenza si è auto-organizzata in cento rivoli, affollando i blog di protesta, scrivendo ai giornali, organizzando un presidio (ieri), facendo pressione sui partiti di opposizione, facendo breccia in quei settori del centrodestra che ancora conoscono le regole comuni, in esse si riconoscono, ad esse vogliono attenersi: prima tra tutte, la neutralità almeno "fisica" di un edificio scolastico, per la prima volta nella storia democratica, trasformato nel tempio di una fazione.
Ma il merito principale di questo dietro-front (e probabilmente l'input che ha riacceso il motore della razionalità al ministero dell'Istruzione, dopo un black-out di parecchi giorni) è di quei genitori di Adro, circa un quarto del totale, che hanno protestato, e in qualche caso ritirato i figli da scuola.
Non sono intellettuali di sinistra, non sono politicanti, non sono agitatori di piazza, non sono "stranieri": sono cittadini lombardi, non importa di quali opinioni politiche, che hanno considerato inaccettabile mandare i figli a studiare in una scuola di fatto privatizzata dalla giunta leghista.
Non dev'essere facile, a Adro, mettersi di traverso. L'abitudine di identificare la Lega con il "popolo", con i suoi interessi e la sua volontà, non facilita il dialogo con chi, pur essendo "popolo" con pieno diritto, non si sente rappresentato dal Sole delle Alpi, dalla "padanità", dal pendolo continuo tra promesse di federalismo e minacce di secessione (i due termini, tra l' altro, a furia di essere le due facce dello stesso randello, rischiano di diventare indistinguibili).
Chissà se il sindaco di Adro, di fronte al putiferio scatenato dalla sua scuola minutamente istoriata di simboli "padani" e intitolata a Gianfranco Miglio (ideologo dell'etnos), avrà qualche dubbio sul proprio operato. Chissà se il "no" di una parte minoritaria, ma non piccola, della sua cittadinanza gli parrà un atto di odioso boicottaggio contro il radioso futuro leghista, o il ragionevole richiamo alla realtà da parte di chi vuole fargli sapere che esiste anche un Nord non leghista.
Sarebbe importante saperlo, che cosa pensa in cuor suo il sindaco Lancini, e che cosa pensano i suoi tantissimi elettori che hanno avuto la capacità di autofinanziarsi per arredare quella scuola, ma non la generosità di pensarla, quella scuola, per tutti quanti, non solo per i bambini "padani".
Sarebbe importante saperlo per capire fino a che punto la mentalità leghista profonda, così invaghita di fole etniche, così devota alla chiusura del "noi" contro "gli altri", è tentata dal totalitarismo (e certo avere concepito quella scuola è tipicamente totalitario); oppure se è ancora permeabile alla ragione, ancora riconducibile alle regole e alle leggi della Repubblica italiana.
(19 settembre 2010)  


 


 



venerdì 24 settembre 2010

L’Adro d’Italia





Dunque Adro. Di nuovo alla ribalta. Per quell’oscena esposizione di simboli leghisti su un edificio pubblico per antonomasia: la scuola.
Prima, però, è necessario riavvolgere il nastro di questo film pornografico per tornare ad alcuni mesi fa, quando tutto ebbe inizio con l’esclusione dai pasti della mensa di quei bambini le cui famiglie non avevano pagato alcune rate della retta. Ne ho parlato
qui ma non sarà male un utile esercizio di memoria.
Riporto le intelligenti considerazioni che Michele Serra lasciò all’epoca nella sua imperdibile rubrica su “la Repubblica”.





L' AMACA



Pare che l' imprenditore di Adro (Brescia) che ha deciso di pagare di tasca sua la mensa della scuola materna per i bambini morosi, non sia molto popolare tra i suoi compaesani. Il sindaco leghista (con squisita sensibilità) ha dichiarato che d' ora in poi gli manderà direttamente le rette di chi non paga, così impara a mettersi in mostra. Chi è incapace di generosità ama molto pensare che dietro ogni gesto generoso ci sia un calcolo, un secondo fine. La furbizia, che è tipica prerogativa servile, induce a pensare che non possano esistere nobiltà e magnanimità. Il pensiero del furbo (che in Italia, lo sappiamo, è un tipo antropologico dominante) è che tutti siano egualmente furbi, perché tutti ugualmente deboli e incapaci di riscatto. (Esempio classico: «Saviano ha scritto Gomorra solo per diventare famoso e ricco»). In più, il furbo è sicuro che il disinteressato, il magnanimo, l' idealista, lo siano al solo scopo di poter accampare una qualche superiorità morale. Per interrompere questo circolo vizioso, che impedisce di valutare le persone e i comportamenti per quello che sono, bisognerebbe introdurre una brusca ma urgente variante dialettica: quando al Giusto viene detto «credi forse di essere migliore di me?», il Giusto, invece di confondersi o arretrare, deve rispondere: «Sì».


MICHELE SERRA
(17 aprile 2010)  



Ma come è andata poi a finire quella vicenda?
L’ottima risposta l’ho trovata in uno dei blog de “l’Unità” e merita la massima attenzione, perché sono interessanti le annotazioni che, sia chiaro, condivido in pieno.
A seguire l’articolo richiamato nel post.
Dopo mi occuperò dello sfregio legaiolo. E secondo me c’è da tremare.
P.S. I post sono tardivi, ma difficoltà di connessione e l’improvviso oscuramento del sito di hosting dove carico le foto (adesso ripristinato nella sua funzionalità) mi hanno impedito il necessario aggiornamento. Problemi personali, non ancora risolti, a parte.




Bartali
Storie di testardi che fanno incazzare
 



Adro, nel silenzio ha vinto la mensa leghista


di Massimo Franchi
 


Nel silenzio ferragostano, mentre (meno) di mezz'Italia è in vacanza, alla provincia dell'impero succedono tante cose. Grazie a Marco Imarisio del "Corriere della Sera" veniamo a scoprire com'è andata a finire una delle storie di cronaca più seguite dell'anno. Si tratta della mensa scolastica del comune bresciano di Adro e della decisione del suo sindaco di togliere il pranzo alle famiglie che non avessero saldato i debiti. Famiglie indigenti, di migranti sfruttati e sottopagati dagli stessi leghisti che governano il paese. Intervenne poi un mecenate del terzo millennio: Silvano Lancini (primo Bartali di oggi), imprenditore autodefinitosi di destra, ma incapace di non provare solidarietà rispetto a quelle famiglie. Pagò di tasca sua gli arretrati e per questo divenne il reietto della comunità padana. Le telecamere di Santoro moltiplicarono l'attenzione con lo spettacolo di un dibattito fin troppo acceso sotto la luce dei riflettori in cui le famiglie non morose difendevano il loro sindaco.
Spenti i riflettori le cose sono andate avanti e con un'abilità più democristiana che leghista il Comune è riuscito a vincere su tutta la linea. L'associazione che gestiva il servizio mensa, guidata dalla combattiva Giuseppina Paganotti (l'altro Bartali che ora ribadisce: "Io non lascio a casa nessun bimbo, lo facciano altri se vogliono") è stata fatta fuori con un golpe mentre la direttrice era in vacanza, il Comune ha preso in carico il servizio e deciso che "chi non paga, non mangia" e in più che non ci saranno più menù etnici. "La carne di maiale piace anche agli islamici, se la assaggiano", dichiara trionfante il sindaco. Peccato che proprio la loro religione vieti loro di farlo.
La vicenda e la sua triste conclusione si prestano però a qualche osservazione.
La prima: chi si è tanto stracciato le vesti per la crociata leghista ha poi fatto molto poco per aiutare chi veramente stava combattendo questa battaglia di civiltà. Presidente dell'associazione e imprenditore-mecenate (che ora dice "I fatti sono chiari, per chi vuole vederli, mi lasci fuori per favore") sono stati lasciati soli e non hanno potuto che cedere alla maggioranza leghista. Perché nessuno a sinistra è andato ad Adro a portare solidarietà, a dare un aiuto a chi combatte in trincea, sul territorio contro il leghismo dilagante?
È un vecchio vizio della sinistra quello di indignarsi anche troppo facilmente, senza scavare per cercare le vere motivazioni degli accadimenti e poi non sporcarsi le mani per risolverli. Meglio parlare meno e agire di più. Specie lontano dai riflettori. 
Imarisio chiude poi l'articolo raccontandoci un episodio molto importante. Ad Adro si inaugura la nuova scuola. Mancavano 240 mila euro per gli arredi: la colletta aperta dal Comune ha raccolto molto di più. La solidarietà leghista dunque esiste. Ma funziona solo per quello che si sente proprio, non per "l'altro". Una frase del sindaco rende perfettamente l'idea: "Io non sono un educatore, a me basta proteggere la mia comunità. Il mondo è brutto, basta uscire da Adro per capirlo". Ecco, per battere la Lega l'unico modo è fare in modo che i suoi elettori escano dal piccolo mondo ottuso, che capiscano che anche fuori dalla Padania qualcosa di buono c'è. Basterebbe pure che entrassero nella casa di una a caso fra le famiglie di immigrati che non riescono a pagare la bolletta della mensa. Sarà durissima, ma aiutando persone come Silvano e Giuseppina ci si può provare.
(4 settembre 2010)




 



Viaggio nel piccolo centro del Bresciano cinque mesi dopo



Adro, il paese della mensa tra generosità e rancori



I bimbi e le rette non pagate, vince la linea del sindaco. Come prima. Torna anche la regola del menu uguale per tutti. «Qui prepariamo piatti padani, carne di maiale compresa. Per alunni cattolici o alunni islamici»


 


ADRO (Brescia) - «Questa esperienza nasce sotto il segno del merito e della solidarietà. Va avanti chi è più bravo, ma tutti si aiutano tra loro, solo così possiamo crescere insieme». La grande sala consiliare di palazzo Bargnani-Dandolo è vuota. Ad ascoltare le parole di Oscar Lancini ci sono un paio di assessori, altrettanti impiegati comunali e sei cittadini. Dalle pareti bianche incombono gli sguardi severi degli antenati delle famiglie che abitarono l' attuale municipio. Oggi è un giorno importante per Adro, e per questo il sindaco ha voluto convocare una apposita conferenza stampa. Oggi Adro ritrova il suo Palio, che non veniva celebrato dal 1992. Le cinque contrade di questo comune al centro della Franciacorta si sfideranno alla gara del budino, al bigliardino vivente, al lancio delle uova (solo maggiorenni).
Le parole del sindaco - leghista dal 1992, 62 per cento dei voti alla seconda rielezione nel 2008 - sarebbero state perfette anche per un altro debutto. L' anno scolastico sta per cominciare. Controvoglia, ma Adro e i suoi 7.100 abitanti, 700 dei quali immigrati, sono diventati celebri proprio per la scuola. Non per le vigne, che fanno corona al paese, non per il piccolo polo industriale che porta benessere palpabile e uno sportello bancario ogni 800 residenti. Per la scuola. Per la sua mensa, che nell' ultimo anno ha dato da mangiare a 497 bambini, per un totale di 61.600 pasti.
Nell' aprile 2010 la commercialista Giuseppina Paganotti, direttrice dell' Associazione Promotori Attività Parascolastiche che gestisce la mensa, scrisse una lettera al Comune, suo referente istituzionale, per informarlo che c' erano quasi diecimila euro di «scoperto» nel pagamento delle rette. A sua volta, Lancini reagì scrivendo alle 38 famiglie morose. Chi non paga, non mangia, i bambini figli di genitori in rosso - quasi tutti immigrati - non avranno più pasti garantiti. Fece altre considerazioni accessorie, manifestando scarso entusiasmo per i menu differenziati: «La carne di maiale piace anche agli islamici, se la assaggiano». La direttrice si oppose pubblicamente all' editto. La sabbia nell' ingranaggio messo in moto dal sindaco arrivò da un suo omonimo, l' imprenditore Silvano Lancini, elettore dichiarato del centrodestra, che donò all' Associazione un assegno per coprire il disavanzo e garantire così la mensa per ogni alunno. Accompagnò il gesto con una lettera, nella quale auspicava per il suo paese il recupero di valori come la solidarietà e la tolleranza reciproca. Adro divenne una questione nazionale. Gli abitanti si schierarono con il sindaco contro i dissidenti, quelli dalla parte della direttrice, che non ci stavano a lasciare a casa i bambini indigenti.
«Ah, ma allora siete qui per rimestare, non per il Palio». Oscar Lancini ci resta male. La partita è chiusa. E ha vinto lui, giocando a riflettori spenti. Le mamme che accompagnano i loro piccoli nel cortile dell' oratorio alzano le spalle. «La mensa? E' cambiato il direttore, ma non ne sono certa». Adro sembra una bomboniera appena scartata dal cellophane, per quanto è pulita e ben tenuta. La piazza dei Martiri è stata inaugurata da poco. Un lato è occupato dalla biblioteca, dall' altra parte i monumenti ai caduti «morti per la patria». In mezzo, le panchine di acciaio istoriate con il logo del Sole delle Alpi. «Siamo leghisti, per questo ce l' avete con noi - dice un anziano venuto a restituire una copia di Guerra e Pace -. I "sinistri" della mensa ci hanno svergognato in tutta Italia. Li cacciano? Ben gli sta».
Lo psicodramma della mensa ha prodotto solo una resa dei conti, gestita con gli strumenti ormai ricorrenti della grande politica. Adro ha scoperto che gli «altri» possono essere anche quelli che non la pensano come te. Silvano Lancini, il benefattore reo di essere uscito dall' anonimato con considerazioni non gradite, è stato trasformato in un paria. A maggio, Adro News*, il bollettino del Comune, gli ha dedicato 11 pagine di insulti, firmate dal sindaco: «Vuole solo farsi pubblicità». L' imprenditore Lancini ci aspetta davanti alla sua azienda, al confine tra Erbusco e Adro. Sapeva che gli sarebbe stato riservato questo trattamento. «I fatti sono chiari, per chi vuole vederli. Mi lasci fuori, la prego». Nelle strade del centro ci sono ancora i volantini che gli danno del «prezzolato» al soldo dell' opposizione, a sua volta invitata «a cambiare spacciatore».
In un angolo dell' ufficio di Giuseppina Paganotti c' è uno scatolone sigillato. Effetti personali. L' Associazione ha chiuso, la lettera di scioglimento è stata appena inviata all' Agenzia delle entrate. Era stata fondata nel 1972, quando Adro fu una delle prime realtà italiane ad adottare il tempo pieno. «Non potevo fare altro. E' finita». Lo sguardo è quello di una donna sconfitta. All' inizio di giugno era andata in vacanza. In sua assenza è stata indetta una riunione dell' Associazione, ospitata in municipio, alla presenza del sindaco. Un Termidoro a ranghi ridotti. Una settantina di genitori, sui 680 che hanno facoltà di voto, ha eletto un nuovo direttivo. «Illegale, proibito dallo statuto. Ma logica conseguenza del fango che mi è stato buttato addosso in paese. Una vendetta». La mensa della scuola sarà gestita da una associazione non ancora costituita. La presidente è una di quelle mamme che in televisione, da Santoro, inveivano contro la vecchia direttrice e l' imprenditore-mecenate. Nei fatti, il servizio di refezione passa al Comune. Il congedo della signora Giuseppina: «Io non lascio a casa nessun bimbo. Lo facciano altri, se vogliono». La favola alla rovescia di Adro è finita com' era cominciata, in un rivolo di rancore.
Il sindaco nega di aver gestito una specie di golpe. «Ma avevo perso ogni fiducia nell' associazione. La penso come prima, e così si farà. Mangia chi paga, e mangia quel che c' è, cattolico o islamico. Menù padano, carne di maiale compresa. Altrimenti, la pratica passa ai servizi sociali. Io amministro Adro, del resto d' Italia non me ne frega niente». Lancini è un uomo semplice come le grisaglie che indossa, sinceramente convinto di essere nel giusto. Dopo un problematico passato da imprenditore - venne processato per aver inquinato il fiume Oglio con gli scarichi della sua ditta, reato prescritto - si è rivelato un amministratore attento. La gente è dalla sua parte, anche se almeno un adrense su tre non l' ha votato, lui asseconda gli istinti della «sua» gente, convinto che assecondare sia la miglior forma di governo. E pazienza se a fine luglio il tribunale di Brescia ha dichiarato illegittimi i provvedimenti con i quali escludeva i cittadini extracomunitari dal bonus bebè. «Io non sono un educatore. A me basta proteggere la mia comunità. Il mondo è brutto, basta uscire da Adro per capirlo».
Il plesso scolastico di via Carlo Cattaneo è quasi pronto. Nel cantiere i muratori si dedicano al colonnato dell' ingresso, siamo alle rifiniture. Un' opera da 6 milioni e 700 mila euro, finanziata con la cessione del vecchio comprensorio di via Padania all' azienda incaricata dei lavori, che ne farà una zona residenziale. La nuova scuola rappresenta la prova che Adro è un posto di gente magari spaventata da quello che il sindaco chiama «il mondo fuori», ma non è il paese dei cattivi. Mancavano 240 mila euro per gli arredi di materne, elementari e medie. E' stato emesso un bando per la cittadinanza. «Una volta si diceva laurà per la cesa di Ader, adesso vi chiedo di farlo per un' altra causa». Oscar Lancini aveva promesso di intestare un' aula a ogni famiglia che si fosse impegnata, ma non ce la farà. Troppe donazioni, molto più della cifra richiesta. «Grazie al grande cuore di Adro», c' è scritto sull' ultimo bollettino comunale.


Marco Imarisio
(4 settembre 2010)
 
 *Stravagante che per il bollettino comunale “padano” si adoperi un termine inglese.