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venerdì 16 marzo 2012

Articolo 18 - Molto Golden poco Lady

22 marzo 2002

Provaci ancora Kim
di Stefano Folli

Le calze Golden Lady sono diventate famose grazie a uno spot con la Basinger. Ma negli stabilimenti le operaie vivono una realtà molto meno patinata

«Golden Lady, I’m lost without you»: chi non ha in testa il jingle, dopo anni di martellante pubblicità in televisione? Proprio la pubblicità ha avuto un ruolo determinante nella costruzione del successo di Golden Lady, primo gruppo industriale in Italia nella produzione di calze e collant e ai vertici del settore in Europa: è la stessa azienda infatti a riconoscere che i massicci investimenti nella comunicazione sono stati un elemento chiave nella grande crescita, a partire dalla fortunata scelta di Kim Basinger come testimonial di una campagna di diversi anni fa. Così Nerino Grassi, fondatore di Golden Lady nel 1967, ha potuto mettere in piedi un colosso industriale, acquisendo man mano anche altri marchi storici di calze italiane, come Sisi e Omsa.
Una comunicazione imponente, dunque, che ha interessato diversi mezzi (tv, stampa, affissioni) e da pochi mesi si è ulteriormente rafforzata con la creazione di punti vendita esclusivi, i Golden Point, che stanno sorgendo nelle vie principali di molte città italiane. La grande attenzione alla comunicazione verso l’esterno non è però accompagnata da quella interna, tra la dirigenza dell’azienda e i circa 3.000 dipendenti che lavorano nei sei stabilimenti del gruppo – Golden Lady a Castiglione delle Stiviere e Solferino (Mn), Sisi a Valdobbiadene (Tv), Omsa a Faenza (Ra), Adrilon a Basciano (Te), Gissy a Gissi (Ch). In questo caso, le carenze comunicative sembrano molto diffuse. Provate a chiedere alle organizzazioni sindacali del settore tessile: impossibile, per i sindacati esterni, partecipare alle riunioni con i vertici aziendali. Ammesse solo le Rsu. E provate a chiedere a queste ultime se il loro ruolo è rispettato: trattative praticamente impossibili, dialogo negato, bisogna accettare quello che i manager decidono. Non è un caso che i sindacati lamentino che i salari negli stabilimenti Golden Lady sono i più bassi rispetto ai concorrenti del «distretto industriale della calza», la zona in provincia di Mantova in cui si concentrano i maggiori produttori di collant (per esempio si trovano qui, oltre da quelli del gruppo di Nerino Grassi, gli stabilimenti Filodoro, San Pellegrino, Levante).
Che la considerazione della Golden Lady per i propri operai non sia proprio quella ideale, lo si può ricavare da due racconti che possono sembrare surreali. Prima scena: rinnovo del contratto a Castiglione delle Stiviere, è il 1999. I dipendenti vanno uno a uno alla scrivania a firmare un accordo che non hanno neanche letto, ma che è stato solo spiegato dal direttore. Seconda scena: primi incontri per la discussione del nuovo contratto a Solferino. La direzione aziendale è seduta intorno al tavolo, i rappresentanti della Rsu sono costretti a restare in piedi. Forse, avranno pensato alla Golden Lady, abbiamo trovato il modo per accelerare trattative che generalmente si protraggono per ore.
A sentire gli operai, del resto, queste riunioni sembrano essere poco più di un ulteriore frammento della comunicazione istituzionale, con i dirigenti impegnati più a illustrare i risultati e le prospettive dell’azienda che ad ascoltare le richieste delle maestranze. Anche, come sta accadendo adesso, di fronte a un contratto scaduto almeno da sei mesi, in alcuni casi addirittura da più di un anno (a gennaio 2001). A Faenza, stabilimento Omsa, dopo avere ascoltato una relazione sull’andamento del mercato e sugli investimenti futuri (pubblicità, impianti, sviluppo dei punti vendita, differenziazione dei prodotti), i dipendenti hanno provato a dire che anche loro sono un patrimonio su cui investire. Si sono sentiti rispondere che dovrebbero ringraziare l’azienda perché li fa ancora lavorare e non dovrebbero pretendere nulla di più. Quanto al contratto scaduto, è già molto se si continua ad applicare quello. Insomma, anche i dipendenti dovrebbero intonare il famoso ritornello della pubblicità («Golden Lady, I’m lost without you») con un atteggiamento nei confronti del padrone a metà tra la gratitudine e la supplica.
Così si è arrivati, per la prima volta, a una manifestazione congiunta in tutti gli stabilimenti del gruppo (complice anche l’agitazione per il rinnovo del contratto nazionale del comparto tessile, certo, ma le relazioni interne hanno pesato in maniera decisiva). La data scelta per le due ore di sciopero è stata significativamente l’8 marzo: la grande maggioranza dei dipendenti è infatti rappresentata da donne, che lamentano anche discriminazioni specifiche. Un esempio è il premio di presenza, previsto nei contratti scaduti, che di certo non agevola lavoratrici che hanno anche responsabilità familiari. E lo sciopero è arrivato questa volta anche nello stabilimento principale, quello di Castiglione delle Stiviere. Era dagli anni Settanta, quando non c’era azienda che non fosse toccata dalle agitazioni, che non succedeva. Nel quartier generale del padrone, negli ultimi anni, è stato difficile far capire agli operai (da notare la presenza di un alto numero di stranieri, tra cui una
consistente comunità vietnamita che abita nelle case di Nerino Grassi) che i sindacati non possono essere considerati un impiccio, come sembrano pensare i dirigenti. Sulla vertenza, l’azienda non rilascia alcun commento.
C’è anche un altro particolare che preoccupa lavoratori e sindacati. Un vanto del gruppo Golden Lady era quello di produrre calze e collant (oltre alle nuove linee di abbigliamento intimo) interamente in Italia, senza utilizzo di lavoratori all’estero. Nei suoi stabilimenti esegue l’intero ciclo produttivo, dalla torcitura (la produzione del filo con cui poi vengono fatte le calze) al confezionamento, per poi distribuire i prodotti in tutta Europa. Ora ci sono segnali che anche questo stia cambiando: pare (ma anche su questo l’azienda si trincera dietro al silenzio) che sia stato aperto uno stabilimento in Serbia, che dall’inizio dell’anno sta mandando lavorati in Italia pronti per il confezionamento. Naturalmente questo provoca preoccupazione fra i lavoratori, consapevoli che il costo minore della manodopera all’estero potrebbe avere risvolti occupazionali in Italia, se questa strada venisse seguita. La preoccupazione, da un punto di vista quasi paradossale, è acuita dal fatto che il prodotto che arriva dalla Serbia (dicono le stesse operaie che lo hanno visto) è di buona qualità: la concorrenza potenziale con i prodotti made in Italy è quindi reale. È ancora presto per capire quali sono le intenzioni del gruppo, ma, come fanno notare i sindacati, è meglio chiarire subito le cose, prima che investimenti consistenti siano deliberati e il percorso tracciato diventi irreversibile.




mercoledì 21 settembre 2011

La miseria umana












Il trattatello immorale della signorina Terry


CONCITA DE GREGORIO


NO, non è gossip. È un trattato di antropologia culturale quello che Terry D e Nicolò, probabilmente Teresa, consegna al suo intervistatore in un video che da giorni migliaia e migliaia di persone stanno scaricando in rete. Un trattatello immorale in dieci semplicissimi punti, l'abbecedario della mutazione genetica di cui Pier Paolo Pasolini fu profeta e Silvio Berlusconi responsabile, per un trentennio suadente magnaccia.



Colpevole del delitto politico di istigazione alla prostituzione di una generazione intera, corruttore morale e culturale di un Paese. Sconcertante, ipnotica nel suo non essere mai sfiorata dal dubbio, semplicemente sicura di essere nel giusto la ragazza barese che ha trascorso le sue notti a pagamento in letti di destra e di sinistra fino ad arrivare al Letto Supremo espone in dieci minuti la quintessenza del berlusconismo. Parla all'Italia e molta parte dell'Italia - bisogna dirlo molto chiaro, questo - la trova ragionevole. Una ragazza che sa quello che vuole, che sa stare al mondo.



Del resto, molta parte dell'Italia politica, da diverse latitudini, le ha dato ragione. Dunque no, non faremo troppi pettegolezzi anzi non ne faremo alcuno. Semplicemente proviamo a decifrare le parole di una ragazza di vent'anni che ci spiega come si vive nel Paese in cui abitiamo, l'Italia com'è diventata. Dice Terry De Nicolò che «Tarantini è un imprenditore di grande successo, un mito». L'uomo che ha messo a verbale che «le donne e la cocaina favoriscono gli affari», che ha barattato prostitute in cambio di appalti, che con la moglie ha messo in piedi una ragnatela di ricatti per i quali è oggi agli arresti, è «uno che è riuscito ad arrivare all'apice, e non è da tutti».



È stato bravissimo e lo è, perché lui «ha vissuto giorni da leone mentre gli altri vivono 100 anni da pecora». Mussolinianamente, un mito. Se ora si trova nei pasticci è per via «dell'invidia, sono tutti invidiosi, è tutto mosso solo dall'invidia». Quindi, il sottotesto è: quello che conta è arrivare all'apice. Non importa come, anzi bisogna sapere come - con le donne, la cocaina, il ricatto - e semplicemente farlo. Non esiste un problema di rispetto delle leggi, esiste la legge di natura, che è la seguente: «Quando sei onesto non fai grande business, rimani nel piccolo. Se vuoi arrivare in alto devi rischiare in proprio, devi rischiare il culo. Per avere successo devi passare sui cadaveri degli altri ed è giusto che sia così».È giusto che sia così. Chi lo nega non è mosso da una diversa visione delle relazioni fra gli uomini ma da un risentimento personale: è invidioso, perché tutti potendo farebbero come Berlusconi, se non lo fanno è perché non possono. Difatti la sinistra «ha rotto le palle» con questa «idea moralista che tutti devono guadagnare duemila euro, tutti devono avere i diritti». Eccheppalle,i diritti. «Se vuoi guadagnare ventimila euro al mese ti devi mettere sul campo. Ti devi vendere tua madre. È così». Dunque apparentemente l'alternativa è guadagnare due o ventimila euro al mese, ventimila essendo la cifra appropriata al bisogno di ciascuno. Qui va detto che l'esegeta del berlusconismo dimostra pochissima conoscenza di un Paese in cui anche i duemila sono per una moltitudine una chimera. Ma è un difetto di dettaglio. Dunque, abbiamo detto: rischiare il culo e vendere tua madre. Si fa così. A sinistra, garantisce la ragazza che ne ha contezza, è lo stesso: «Solo che sono più loffi e non pagano». Fra l'originale e la copia è sempre meglio l'originale. Difatti per andare dall'Imperatore devi mettere una collana di smeraldi, «per andare con Frisullo ti puoi anche mettere la collanina dei cinesi».E veniamo dunque al cuore della questione: la prostituzione. Le donne usate come tangenti, retribuite per fare sesso: pagate in denaro, in seggi, in consulenze a Finmeccanica, in posti al parlamento o all'europarlamento e anche di più. E allora? Il problema qual è? Dice De Nicolò: «La bellezza, come dice Sgarbi, è un valore. È come la bravura di un medico. Se sei bella e ti vuoi vendere devi poterlo fare. Se sei racchia e fai schifo devi stare a casa.



È così da che mondo è mondo.



Tutte queste storie sul ruolo delle donne, che palle, quelle che non lo vogliono fare stiano a casa e non rompano i coglioni». Cioè: se una ha belle gambe non ha altri problemi della vita, ogni donna è seduta sulla sua fortuna come scrivono persino certi editorialisti, le belle vendono la patonza come i dottori la loro sapienza e finita lì. Le racchie a casa, a meno che non vogliano investire sul futuro: che significa farsi la quinta di reggiseno dal chirurgo e tirarsi un po' su le natiche. Una piccola spesa che vale la partita, l'Esteta apprezzerà e ti retribuirà per questo. L'Esteta, dice proprio così Terry De Nicolò, è l'Imperatore: «Davanti all'Imperatore non ti puoi presentare con una pezza da cento euro, devi avere minimo un abito di Prada. Perché lui è un esteta, apprezza la bellezza».



A chi dovesse obiettare che si tratta "solo" delle opinioni di una prostituta faremo osservare alcuni dati di cronaca recente.



Nei licei le ragazzine di sedici anni - non tutte, parecchie - hanno il book fotografico. Delle ragazze che visitano palazzo Grazioli una viene accompagnata in auto dal padre. Il genitore di una di quelle non ammesse minaccia di darsi fuoco. La madre della giovane che dal bagno del presidente del Consiglio la chiama per dire "mamma indovina dove sono" le risponde brava anziché chiamare la polizia. Il fratello della presunta fidanzata del premier, un giovane dell'hinterland torinese, famiglia operaia, alla domanda: è proprio sua sorella la fortunata? risponde «magari». La professoressa della scuola di Noemi Letizia, all'epoca minorenne, intervistata in tv dice «chi non vorrebbe essere amica di un uomo così potente?». Certo, naturalmente: non tutta l'Italia è così.



Non tutte le ragazze sono in fila per accedere al lettone di Putin, la manifestazione delle donne di febbraio lo ha mostrato. Tuttavia ce n'è abbastanza per dire che un modello di vita si è imposto, in questi anni. È il modello della prostituzione. È da sfigati dire che compito di un uomo di governo non è "foraggiare" le prostitute con buste da diecimila euro ma offrire loro possibilità alternative di vita e di lavoro. Se poi si azzardano a dare voti ai loro amanti, come Manuela Arcuri fa alle Iene, vengono depennate come volgari. Volgare cosa? Istigare alla prostituzione o piegarsi alla legge di mercato? In definitiva, volgare è dare voti sfogliando il catalogo degli uomini di cui si è fatta esperienza. «Questo ha fatto cilecca», ha detto ridendo Manuela Arcuri, ed è stata per questa colpa esclusa dalla lista. Più del giudizio dei tribunali l'Esteta teme, si vede, quello delle sue concubine. Nel tempo di cui l'Imperatore detta le regole l'impotenza è il solo fallimento intollerabile.A Terry De Nicolò, tribunale supremo, l'ultima parola.



(19 settembre 2011)


venerdì 22 ottobre 2010

E l'infame sorrise








Il senso di ribrezzo ascoltando quella frase: “Ammazzane un’altra”, quasi stordisce. Provocano nausea gli applausi e i cori da stadio di quel manipolo di idioti, nullatenenti mentali, che si rendono così simili all’assassino italiano e, nello stesso tempo, violentano ancora una volta, da morta, Maricica Hahaianu, oltraggiandone la memoria.

Mi fanno schifo questi nullatenenti mentali (pure miei connazionali) che dovrebbero spiegare, se riescono ad abbozzare un ragionamento, per quale stravaganza il loro amichetto dovrebbe restare libero.

Anche questa sottocultura esprime in maniera vomitevole i tempi, oscurati dalla ragione, che stiamo vivendo.

Povera Maricica: che la terra ti sia lieve.

 










Quell' applauso ad Alessio che ferisce i romeni


CHIARA SARACENO



NON ho dubbi che Alessio Burtone non intendesse uccidere l' infermiera romena quando le ha sferrato un pugno nel metrò di Roma. Ma lo stesso vale forse per la giovane romena che qualche anno fa colpì con l' ombrello un' altra giovane donna, italiana, perforandole un occhio e causando così un' emorragia violenta che provocò una morte quasi immediata. Eppure, la reazione dell' opinione pubblica, dei politici, persino dei cosidetti "esperti" è stata molto diversa. Gli applausi ad Alessio Burtone quasi che fosse un eroe vendicatore e gli insulti ai carabinieri che lo portavano in carcere sono speculari al modo in cui fu invece trattata la giovane rumena diventata assassina per un gesto maldestro: accusata di essere una belva violenta e assetata di sangue. E l'episodio fu subito inquadrato come esempio della pericolosità dell'immigrazione, in particolare rumena, di "loro" contro "noi. Tantomeno ci fu chi, tra politici e penalisti, sollevò la questione della giovane età, della vita rovinata per un gesto inconsulto, nonostante la dura condanna della giovane donna a molti anni di carcere privasse una bambina della presenza della madre. Sono assolutamente d' accordo: un omicidio preterintenzionale va considerato diversamente da un omicidio intenzionale. E a chi è giovane deve essere lasciata aperta la via per recuperare, per non perdere del tutto la propria vita, specie se le conseguenze sono andate molto al di là delle intenzioni. Ma ciò deve valere per tutti. Nessuno invece ascoltò a suo tempo la giovane rumena. Nessuno prestò fede al suo sbalordimento e al suo pentimento. Perché era una rumena, per definizione pericolosa e soprattutto estranea: facile capro espiatorio di tutte le paure e insicurezze. Sbaglia Fini a considerare l'episodio della solidarietà scomposta al giovane romano solo un esempio della violenza urbana, senza connotati etnico-razziali. Non si tratta solo dell'omertà con cui sono stati protetti gli aggressori del tassista milanese. La solidarietà qui è provocata innanzitutto dalla nazionalità della vittima: immigrata, rumena, che non sapeva stare al proprio posto. Più simile, nell'immaginario distorto continuamente alimentato da un discorso pubblico troppo spesso irresponsabile, alla giovane assassina preterintenzionale di qualche anno fa, che non alla sua vittima. Questo discorso pubblico, che usa scientemente la paura e la stereotipizzazione dell' altro, che distingue vittime e carnefici a seconda della nazionalità, sta lentamente corrodendo il senso comune civile ed ha effetti devastanti su chi manca di adeguati strumenti di auto-controllo.


(20 ottobre 2010)















L'ANALISI

Ma oggi, tra italiani e romeni ci vuole una nuova Colonna Traiana



Un giornalista romeno scrive per Repubblica.it il punto di vista della sua gente sulla vicenda di Maricica Hahaianu. Xenofobia, strumentalizzazioni politiche e sensazionalismo sono alla base del problema. Forse sarebbe necessario un gesto d'amicizia



di HORIA GHIBUTIU (editorialista del quotidiano romeno Evenimentul Zilei) 1

 

BUCAREST- Circa duemila anni fa, ai tempi dell'antica Roma, finiva la costruzione del bassorilievo che oggi si può ammirare sulla Colonna Traiana. Le immagini scolpite riportano vivi momenti di lotta durante le due campagne militari intraprese dagli antichi romani in Dacia. Sono tanti i turisti che ogni anno passano per la Città Eterna, ma non per tutti le scene scolpite sulla Colonna di Traiano suscitano lo stesso interesse, come per i romeni. In effetti, per noi romeni la Colonna ha un significato del tutto particolare, perché traccia in qualche modo l'atto di nascita del popolo che vive oggi tra i Carpazi, il Danubio e il Mar Nero.

Col tempo siamo scesi dalla colonna, diventando italiani e romeni, e per secoli ci siamo fatti gli affari nostri. Ed eccoci arrivati nel terzo millennio. I discendenti dei daci e dei romani sono di nuovo in guerra. Cambia il palcoscenico, ma non gli attori, non più nell'antica Dacia, ma nella Penisola.

Il più recente conflitto italo-romeno, come se non fosse sufficiente il tanto discusso caso Mailat, infiamma di nuovo l'opinione pubblica dei due Paesi. Si tratta di Maricica Hahaianu, infermiera romena, che a seguito di una banale discussione avuta con un ragazzo italiano  -  Alessio Burtone  -  alla fermata di metropolitana Anagnina di Roma, viene colpita, va in coma e successivamente muore all'ospedale. Come viene percepito questo incidente in Romania? È facile che un simile episodio s'impadronisca dell'attenzione dell'opinione pubblica, visto il malumore, nonché le tensioni sociali e politiche che hanno caratterizzato questo Paese negli ultimi mesi. Così, abbiamo saputo che, previa ordinanza del Gip, il ragazzo italiano accusato di aver cagionato la morte della romena è stato trasferito in carcere. Abbiamo anche appreso che gli amici del ragazzo hanno insultato i carabinieri venuti per accompagnarlo in carcere, e dopo averlo applaudito e aver scandito il suo nome  -  come i tifosi allo stadio  -  hanno chiesto la sua liberazione. Secondo loro, Alessio Burtone sarebbe innocente e non si meriterebbe questo trattamento. Anzi, il difensore del giovane avrebbe dichiarato che, nel caso si dovesse provare la sua innocenza, chiamerà in giudizio tutti coloro che hanno osato dargli dell'assassino.


Ci si chiede quindi chi speculerà e chi strumentalizzerà di più la situazione creata dal "caso Hahaianu". Ormai si capisce che sia diventato un veicolo politico. In tal senso, un deputato del principale partito di opposizione romeno  -  ovvero il Presidente del PSD Diaspora  -  ha rivolto una lettera al Presidente Silvio Berlusconi, nella quale dice testualmente: "Un crimine sorpreso dalle videocamere di sorveglianza, che ha fatto il giro di tutte le emittenti romene e italiane, lasciando senza parole milioni di telespettatori. L'identità dell'aggressore, un giovane italiano di 20 anni, non andrebbe nemmeno svelata per quanto sia orrendo il fatto. Perciò, sono convinto che un fatto del genere sarebbe condannato ovunque. Il Sindaco di Roma, Gianni Alemanno, ha dichiarato che l'aggressione subita dalla Hahaianu non è stata di carattere razziale. Eppure i fatti verificati dopo il triste episodio della metropolitana farebbero pensare che per taluni è più importante la nazionalità delle due vittime, che la triste tragedia che ha commosso le anime".

Sui siti di alcune testate romene si sono accesi i dibattiti. Hanno fatto perfino riferimento ad una questione di ordine fonetico, legata al fatto che il piazzale sito vicino alla fermata della Anagnina  -  dove, secondo il presidente della X° Circoscrizione di Roma, si incontrerebbero la domenica i romeni per assaggiare un pochino dei loro prodotti tipici e per ascoltare la loro musica tradizionale  -  si dovrebbe chiamare Piazza Hahaianu, cognome che agli italiani verrebbe difficile pronunciare, se non "Aianu". Si è parlato inoltre di come sia scoppiata la lite tra i due, chi ha inizialmente provocato l'altro, hanno espresso dei pareri circa la tipologia dell'uomo che possa colpire in questo modo una donna, del fatto che la stampa italiana ha sempre infuocato l'opinione pubblica, generando dei sentimenti xenofobi contro la comunità romena. Il risultato è che tutti hanno ragione: i politici strumentalizzano gli incidenti per usarli ai fini elettorali; i media esagerano, dando un eccessivo risalto ai fatti di cronaca; gli stranieri non sono sempre e ovunque benvenuti. 

Quando riusciremo a superare e a parlare un po' meno di questi conflitti? Probabilmente allorquando all'interno dell'Unione Europea - che ha reso possibile il raggruppamento dei discendenti dell'antica Roma e dell'antica Dacia intorno alla Colonna Traiana  -  verrà costruito un nuovo monumento: quello dell'amicizia tra romeni e italiani. Sembra un'utopia? La costruzione di una nuova colonna dalla quale tutti avranno qualcosa da guadagnare e nulla da perdere. Ma ciò sarà possibile solo quando impareremo a convivere e a smettere di guardare sempre la provenienza anagrafica ogniqualvolta avvenga qualche lite.

(Traduzione di Loredana Ceausu)

(20 ottobre 2010)

 

http://boldrini.blogautore.repubblica.it/2010/10/e-se-il-rumeno-fosse-stato-alessio/



http://www.avoicomunicare.it/blogpost/se-maricica-fosse-stata-italiana-e-il-suo-assassino-romeno




http://www.iromeni.com/

 


 

 

 

 


giovedì 7 ottobre 2010

venerdì 27 agosto 2010

L’amore amaro*




Sentimenti che parlano e sentimenti che tacciono, sentimenti silenti e sentimenti fragorosi. Passione calda e passione tiepida. Un treno che arriva, l’attesa, la gioia sempre inalterata, la tenerezza ritrovata. Un treno che parte, il distacco percepito da giorni, il convoglio che lascia la stazione che piuttosto tu dovresti aver lasciato da tempo e invece no, sei rimasto lì, imperterrito, a farti del male. Sono schegge di cuore che si dissolvono nell’aria greve, rivaleggiano con il sole a picco e poi si confondono tra i suoi raggi.
Si ripropone il contrasto eterno tra restare e partire, sempre compresso tra la voglia di lei e il desiderio che si vorrebbe appassito per non appassionarsi più. E non soffrire. Il sapore dell’ultimo bacio, la lingua che passa e ripassa sulle labbra per trattenerlo e prolungarne il momento magico, simile alla scintilla che scocca ogni volta che due bocche s’incrociano. “Ma dai, non vedi che c’è una suora?” “La sorella, anzi, sarà contenta di vedere due persone che si vogliono bene”.
Aprendo la porta di casa mi abbraccia, soffocandomi, un vuoto silenzioso e terrorizzante. Segni sparsi qua e là della sua presenza che adesso è assenza. Impronte che restano, bricioline di pane che come un novello Pollicino provo a seguire per ritrovare il senso del suo allontanamento. Che è poi un non-senso. Per capire se e quanto si vogliono bene, due persone devono separarsi in continuazione, quasi fino a perdersi per poi ritrovarsi?
Niente radio o televisione accese, solo l’ascolto del silenzio. Nell’aria riecheggiano ancora le sue parole, le sue risate, il nome invocato, i capricci di un momento, l’instabilità umorale che sembra predominante. Ma il filtro dei sentimenti funziona e lascia infine il rimpianto. Nonostante tutto.
Innaffio le piantine: hanno bisogno di acqua, metafora dell’amore e del suo nutrimento, come certe lacrime nutrono il cuore, ma tolgono il respiro, lo rendono affannoso. Mi stendo sul letto, allungo il braccio, non trovo il suo corpo, ma il lenzuolo che copre il cuscino, così come lo ha sistemato lei. Prima di partire. Questa mattina. Già dodici ore fa.
Adesso so che non c’è più.


 
*Scritto il 26 agosto 2010.

venerdì 9 luglio 2010

Il maschio omicida




Nomi: Debora, Maria, Roberta, Sonia.
Anni: 20, 36, 43, 42.
Abitanti a: Pandino (Cr), Riva di Chieri (To), Spinea (Ve), Rivolta d’Adda (Cr).
Una geografia lordata dal sangue e dalla violenza. Ad ogni età. Donne odiate e uccise da uomini che sono geneticamente incapaci di accettare il loro “no”, la fine di una relazione, atterriti che possano avere un’altra storia o che l’abbiano cominciata. E quando non ammazzano fisicamente, incrudeliscono in maniera spietata stuprandole, come è capitato ad una giovane donna di Ascoli Piceno, violentata per due volte dal suo ex, il quale mentre infieriva sul suo corpo e sulla sua anima,  le sibilava: “Ti metto incinta così sarai mia per sempre”.
E dove non arriva la rabbia del maschio vulnerato, ci pensa la stravaganza leguleia.

Cassazione. La moglie ha un carattere forte? Allora maltrattarla non è reato
Annullata la condanna a 8 mesi per un uomo accusato di aver maltrattato la coniuge per tre anni. A determinare la decisione della Corte il fatto che la donna non risultasse 'intimorita' dalla violenza del marito.


ALTRIMONDI
di Giorgio Dell’Arti
Come mai tutti questi uomini che uccidono le loro donne?
 
Siamo tutti impressionati dalla storia delle ultime due giovani donne ammazzate dai loro altrettanto giovani uomini, a cui pareva impossibile di essere abbandonati. Ma ancora più impressionante è la sequenza degli ultimi delitti di cui si sono occupati i giornali, parlo dei delitti in cui l’assassino è un italiano.
 
Sono molti?
Quindici giorni fa a Cerignola, in provincia di Foggia, un Vito Calefato di 33 anni, precedenti per spaccio, si sente dire dalla sua fidanzatina polacca (17 anni) che ha trovato lavoro in un’azienda ortofrutticola di San Ferdinando di Puglia, questo significa che potrà uscire di casa da sola, la cosa gli pare intollerabile e quindi la ammazza nel garage di casa con un colpo di 7,65 e poi si spara alla testa. Il giorno dopo si viene a sapere la storia incredibile di Gaetano DeCarlo, 55 anni, pugliese anche lui, ma attivo a Bergamo. Un professionista dello stalking, che non ammettendo di essere stato piantato va a cercare due sue ex amanti e le ammazza tutte e due, a poche ore di distanza, e si toglie poi la vita. C’è poi la storia terribile di Ugento, Lecce: un giovane di 25 anni, Gianpiero Mele, fresco di laurea in Economia, ha sgozzato il figlio di due anni per vendicarsi della madre del bimbo che lo aveva lasciato. E che dire del tizio di Catania, che non sopportando di essere sfottuto per delle pretese corna, riduce in fin di vita due persone? Infine il doppio delitto dell’altro giorno, due ragazzi di 28 anni che hanno ammazzato le loro donne perché non sopportavano di essere abbandonati.
Non ci sono storie alla rovescia, cioè uomini che lasciano donne e queste si vendicano uccidendoli?
Negli ultimi quindici giorni non ci sono donne che abbiano ammazzato uomini. Gli unici casi in cui ci sono delle vittime-maschio sono dei suicidi. Anzi: nel periodo considerato (dal 17 giugno a oggi) non risultano – almenosulla grande stampa – suicidi femminili. Questa piccola ricerca, per nulla scientifica, trova conferma però nei dati nazionali: negli assassinii sette volte su dieci le vittime sono donne e l’omicida è il loro partner o comunque un parente. Le statistiche ci dicono anche che la maggior parte dei delitti in famiglia avviene al Nord, in comuni piccoli e medi (dati Eures-Ansa). I due ultimi casi confermano.
Dove sono successi?
Il primo a Oleggio, in provincia di Novara. Simona Melchionda esce di casa domenica 6 giugno, verso le 23-30, e non ritorna più. I genitori fanno affiggere manifesti sui muri della città, i carabinieri interrogano tutti, interviene anche Chi l’ha visto?, ma del mistero non si viene a capo. Si scopre dopo un mese che l’ha ammazzata il fidanzato, un carabiniere in servizio di nome Luca Sainaghi, ventottenne. Costui aveva fatto un figlio con un’altra donna. Simona, saputa la cosa, l’aveva piantato immediatamente. Sainaghi – un uomo di carattere debole, che faceva sempre quel che gli dicevano le sue due donne – è uscito dal tormento sparando a quella che aveva deciso di chiudere.
E l’altro caso?
A Pandino, vicino a Cremona. Un Riccardo Ragazzetti, anche lui ventottenne, autista in un’azienda alimentare, lasciato a marzo dalla sua Debora (Debora Palazzo, 25 anni) prima finge con tutti che il fatto non sia avvenuto e mostra persino la casa dove presto andrà a vivere con il suo amore. Poi, dato che lei non cambia idea, pianifica la morte di entrambi: lascia una lettera ai genitori in cui spiega che cosa si dovrà fare, dopo, dell’auto, dei mobili di casa, dei conti da saldare; va a comprare una Glock calibro 9; cena in famiglia e prima di uscire prega di svegliarlo l’indomani alle sette; va infine ad aspettare Debora sotto la casa di un’amica. Quando è tutto finito, telefona al fratello: «Ho combinato un casino, non dire niente a mamma». E si spara, vicino alla donna che ha ucciso con un colpo in testa.
Non sono storie antiche? Non è sempre successo, che si uccidesse e ci si uccidesse per amore? 
Si sperava che intanto il maschio italiano fosse cresciuto. Che l’emancipazione femminile, cioè la libertà della donna di vivere la propria vita come le sembra giusto e di lasciare gli uomini di cui si è stancata, non avrebbe provocato, in tanti uomini, una perdita così totale di se stessi, un abbandono così tragico (e quando non è tragico, è ridicolo) alla disperazione. I dati sullo stalking, una pratica 8 volte su 10 tutta maschile – valgono più di qualsiasi commento.
(5 luglio 2010)


Uomini che odiano le donne
di Silvia Ballestra
 
Due elementi colpiscono nell’ennesima giornata di follia omicida contro le donne. Il fatto che Gaetano De Carlo, a poche ore l’una dall’altra, abbia ucciso ben due ex fidanzate, e che l’assassino fosse uno “stalker” conclamato. Non un raptus, non qualcosa di inatteso. Con Maria Montanaro la relazione era finita da poco, Livia Balcone, invece, sua compagna in un passato non vicinissimo, era già da un po’ vittima delle sue persecuzioni. Minacce, molestie e anche un’aggressione, che l’avevano spinta a depositare ben sette denunce contro quest’uomo pericoloso, fargli togliere il porto d’armi. C’era in corso un processo che però non è bastato a fermarlo, così al dolore di amici e parenti delle vittime si aggiunge la frustrazione. Un’impotenza che coglie anche chi si occupa di queste questioni da tempo poiché si ha la sensazione che, nonostante la presa di coscienza del problema “femminicidio” di questi ultimi anni, le cifre della cronaca sembrano inarrestabili.
La legge sullo stalking, da noi, è recente ed è presto per fare bilanci ma è certamente un passo avanti, il riconoscimento di un problema, l’ultimo campanello d’allarme. Ora, è vero che, sebbene sembrino rispondere a un copione, a un preciso profilo criminale, questi delitti hanno a che fare con specifiche patologie, dinamiche, rapporti. Solitudini, ossessioni, desideri insoddisfatti. Ma non dipendono solo dalle singole storie personali e familiari: chiamano in causa anche la condizione socio-culturale, e dunque politica, di un Paese intero.
Da tempo, ormai, da più parti, si sottolinea come il corpo delle donne sia oggetto delle più diverse forme di violenza e sopruso. Ciò che solo qualche anno fa sembrava indicibile, liquidato come argomento polveroso e “vetero”, ci è stato ora raccontato e mostrato, analizzato e denunciato anche nella sua versione più attuale: la mercificazione continua del corpo della donna – buono per vendere di tutto – è talmente martellante e presente da non poter più essere negata o liquidata con argomentazioni leggere da commedia all’italiana. Da anni si parla di veline e velinismo, si parla di monnezza sottoculturale, di modelli deleteri, di certe trasmissioni orrende che sviliscono le donne, ma da quel versante nulla cambia. Pupe, veline e bonazze in costume continuano a occupare l’etere e lo spazio con ammiccamenti e promesse irraggiungibili.
Ci siamo indignate, indignati, abbiamo scritto che tutto si tiene, che considerare le donne come merci da possedere e esibire non è dignitoso per nessuno e non può restare senza conseguenze. Nel frattempo abbiamo scoperto che da noi le donne sono usate anche come benefit nella corruzione dei potenti. Chissà allora se una legge sulle persecuzioni può bastare o non servirebbe, pure, un cambiamento più generale, uno scatto d’orgoglio.
Una recente classifica della qualità della vita nelle città, accanto a qualità, quantità e efficienza dei servizi, livello dell’offerta culturale, ha posto come parametro anche il numero di omicidi e violenze domestiche: non sarà un caso che fra le prime venticinque non c'è nessuna città italiana.
(2 luglio 2010)