"Qualche volta Dio uccide gli amanti per non essere superato in amore" Alda Merini.
domenica 29 gennaio 2012
martedì 12 aprile 2011
I migranti della costa accanto
Dapprima vennero gli ambulanti, subito sprezzantemente definiti “vu' cumprà”. Li identificarono come marocchini, sebbene provenienti da Paesi diversi, ma marocchini continuarono ad essere nello stupido immaginario popolare. Quindi toccò agli albanesi che presto divennero sinonimo di deliquenti i quali passarono il testimone ingombrante agli slavi e da loro ai rumeni.
Adesso è il momento dei tunisini e che insieme a loro sbarchino anche somali, eritrei, libici poco importa. I tunisini sono i “nuovi” clandestini che hanno conquistato la ribalta, sono gli extracomunitari che ci invadono, nuovo strumento nella mani della letale propaganda legaiola, protagonisti dei telegiornali. Tanti volti, senza un nome, perché sono clandestini, extracomunitari, tunisini, cioè validi per tutti gli usi. Dimenticando così che si tratta di migranti, di persone. Se s'iniziasse, invece, ad adoperare definizioni più rispettose della realtà e, soprattutto, della loro dignità?
Anche di fronte al loro sangue che arrossa il mar Mediterraneo, alle tragedie senza fine che si consumano nelle acque che circondano Lampedusa, alla mattanza che non suscita neanche indignazione, se non quella di rito, che non si nega a nessuno, tanto non costa niente. Perché non abbiamo nessun merito ad essere nati nel Nord del mondo e ce ne dimentichiamo sempre.Con la consueta sensibilità che lo contraddistingue, Gian Antonio Stella ha scritto sul “Corriere della Sera” del 31 marzo un commento su cui riflettere e questo prima della strage del 6 aprile scorso in cui sono morti 250 migranti. A seguire un altrettanto interessante contributo di Adriano Sofri su “la Repubblica” del 2 aprile.
Noi e gli altri
Le tragedie e le parole da misurare
di Gian Antonio Stella
Ci volevano quei morti, quel bambino annegato con altri dieci poveretti nelle acque del canale di Sicilia per ricordarci che la fuga dall'Africa non è «solo» un problema nostro? Il naufragio di quel gommone carico di disperati, l'ennesima «carretta del mare» affondata nel Mediterraneo, è un monito angosciante.
Per tutti noi ma soprattutto per chi in questi giorni ha dato l'idea di curarsi esclusivamente dei guai interni creati dall'ondata di immigrati, dei rapporti con l'Europa che se ne lava le mani, dei rischi politici ed elettorali, della necessità di distinguere tra profughi e i clandestini.
C'erano eritrei e nigeriani, par di capire, su quel gommone. Cercavano di venire qui perché fuggivano «solo» dalla fame o anche, viste le tensioni etniche e le guerre tribali e religiose che sconvolgono i loro Paesi, dalle persecuzioni politiche? Erano profughi da accogliere (sia pure di malavoglia) o clandestini da ributtare sbrigativamente sulla loro sponda? Certo, non possiamo accoglierli tutti. Lo scrive nel libro «Ero straniero e mi avete ospitato», col dolore di chi vorrebbe poter fare di più, anche un uomo santo come padre Enzo Bianchi, il priore della comunità di Bose: «Occorre riconoscere che esistono dei limiti nell'accoglienza: non i limiti dettati dall'egoismo di chi si asserraglia nel proprio benessere e chiude gli occhi e il cuore davanti al proprio simile che soffre, ma i limiti imposti da una reale capacità di fare spazio agli altri, limiti oggettivi, magari dilatabili con un serio impegno e una precisa volontà, ma pur sempre limiti».
In astratto c'è chi dirà che non è giusto. Che ogni uomo ha diritto a emigrare, sognare, cercarsi un suo angolo del mondo, partire per «catàr fortuna», come dicevano i nostri nonni che se ne andarono da un Veneto poverissimo diretti in America, in Brasile o in Transilvania «a menar la carioleta / ché l'Italia povareta / no' l'ha bezzi da pagar».
Forse cristianamente occorrerebbe aggiungere la parola «purtroppo»: non possiamo accoglierli tutti, purtroppo. Ma così è: non possiamo. Come scrive padre Bianchi, «siamo consapevoli (..) che quasi mai il pane va verso i poveri e quasi sempre i poveri vanno verso il pane, così come siamo sempre più coscienti della radicale uguaglianza di tutti gli esseri umani di fronte a Dio e dell'universalità dei loro diritti, ma questo non significa praticare un'accoglienza passiva, acritica e illimitata degli immigrati».
Proprio per questo, però, proprio perché siamo chiamati in questi giorni a prendere decisioni durissime sulla pelle di migliaia di persone che si sono imbarcate inseguendo un sogno come milioni e milioni di italiani di una volta, dobbiamo misurare le parole. Pesarle bene. Per rispetto verso tutti quei nostri emigranti che furono clandestini. Per decenza morale verso chi, come ieri, perde la vita in questi viaggi infernali. Ma più ancora, se volete, per buon senso. Si può gestire un problema come l'emergenza umanitaria di questi giorni, aggravata dalla scelta di tanti Paesi europei di lasciarci soli alle prese con l'ondata, solo se viene messa al bando ogni parola che puzzi anche lontanamente di razzismo.
Non abbiamo altra scelta che riportare a casa loro gli immigrati che non hanno diritto allo status di profugo per motivi politici, religiosi, sessuali? Possiamo farlo solo se non aggiungiamo al rifiuto, che già vivono come una ferita, l'insulto, il disprezzo, l'odio. Messo alle strette, un Paese già in pesanti difficoltà può essere costretto a rimpatriare chi ha cercato di immigrare «solo» per motivi economici? Certo non può chiamarlo «bingo bongo» o «marocchino di merda». Né dirgli «foera di ball».
Non solo perché il rapporto dell'Onu sulle migrazioni del 2009 dice che chi lascia oggi il Terzo mondo per venire in Occidente vede in media «un incremento pari a 15 volte nel reddito, un raddoppio dei tassi di iscrizione alle scuole e una diminuzione pari a 16 volte nella mortalità infantile»: cosa che spingerebbe chiunque di noi, al posto loro, con la crisi paurosa che affonda l'Africa abbandonata al suo destino, a tentare l'avventura. Ma perché il dialetto lombardo usato per quella battutaccia è lo stesso dei pavesi che emigrarono nella pampa argentina, dei valtellinesi finiti nel Queensland, dei bresciani vittime con liguri e piemontesi del massacro di Aigues Mortes dov'erano accusati di «rubare il lavoro» ai francesi nelle saline della Camargue, dei bergamaschi finiti addirittura nelle miniere degli inglesi nel Karnataka, nell'India meridionale.
L'Italia, si dice, non è un Paese razzista. Certo, abbiamo meno problemi di quanti ne abbiano i Paesi che facevano parte del blocco comunista, dove il crollo della tragica illusione dell'assoluta eguaglianza fra gli uomini è stata seguita da rivendicazioni identitarie spesso dichiaratamente razziste se non addirittura neonaziste. E la stessa Lega Nord guidata dall'autore della spropositata battuta dell'altro ieri può rivendicare di aver dato prova in tante realtà locali, ad esempio Treviso, d'uno spirito di accoglienza e integrazione che contano più di tante sparate xenofobe. Di più: è leghista Sandy Cane (cognome inglese: si pronuncia «kein») la quale, a dispetto degli sfoghi dei malpancisti sul forum di radio Padania, è stata eletta a Viggiù primo sindaco italiano di pelle nera, con tanto di fazzolettino verde d'ordinanza.
I rigurgiti di odio razzista online, però, ci dicono che dobbiamo stare attenti. Tanto più che veniamo da una storia di orrori. In particolare nei confronti dei libici e degli africani. Ce lo ricordano foto famose e tremende, come quelle dei lager nel deserto della Sirte dove morirono a decine di migliaia vecchi, donne e figlioletti. O quella della fucilazione di un gruppo di civili tra i quali c'era un bambino. Siamo quindi chiamati a maggiori responsabilità.
Di più: i problemi crescenti alla frontiera di Ventimiglia, dove la Francia guidata con piglio muscolare dal figlio di un immigrato ungherese respinge bruscamente quanti cercano di entrare, ci ricorda un altro pezzo della nostra storia. Come ha dimostrato definitivamente con migliaia di documenti nel libro «Il cammino della speranza», lo studioso Sandro Rinauro, «gli italiani hanno detenuto a lungo il primato dell'esodo clandestino». Anche in Francia. Un solo esempio: «Secondo il direttore dell'Office national d'immigration Pierre Bideberry tra il 1946 e il 1966 ben il 90 per cento dei familiari degli immigrati italiani era entrato «per migrazione spontanea», ossia non autorizzata. Ed era proprio lì, a Ventimiglia, spiegano la professoressa Simonetta Tombaccini nel saggio «La frontière bafouée» (La frontiera beffata) o i reportage di Tommaso Besozzi, che tanti italiani cercavano di raggiungere illegalmente la Francia. Anche a costo di rischiare la vita al Passo del Diavolo. Come toccò a decine di poveretti volati nel vuoto «come fenicotteri». L'ultimo dei «nostri» a cadere lì, dove in questi giorni si avventurano i maghrebini, si chiamava Mario Trambusti, aveva poco più di vent'anni, veniva da Bagno di Ripoli. Si sfracellò la mattina di Capodanno del 1962.
(31 marzo 2011)
Se io fossi un tunisino
di ADRIANO SOFRI
METTIAMO che io sia un tunisino di vent'anni su uno spiazzo di Lampedusa. Aspetto di essere imbarcato ma sotto il maestrale il mare urla e biancheggia. La polizia ci ha tolto, uno per uno, le cinture dei calzoni e i lacci delle scarpe. (Dove le metteranno? Ce le restituiranno?).
Perché ce le tolgono? Come potremmo minacciarli con i lacci da scarpa? Forse vogliono impedirci di impiccarci. Ma allora sta per succedere qualcosa di così terribile che vorremo suicidarci? In ogni caso, è davvero umiliante essere spogliati dei lacci e restare coi pantaloni in mano.
Mettiamo che io sia un poliziotto di vent'anni e stia ritirando lacci e cinture a questi tunisini, ragazzi per lo più, che continuano a dire "Italia Italia" e "Libertà libertà". Mi hanno mandato qua - avrei voluto venirci in vacanza - e da 48 ore stiamo occupandoci, senza dormire e mangiando male, di questi disgraziati che non mangiano e non dormono. Pare che, una volta salpati, li porteremo indietro a loro insaputa in Tunisia. Sarà per questo che gli leviamo cinture e lacci, perché non si impicchino per disperazione. Ma se si immagina che possano farlo, che cos'altro si deve aspettarsi che facciano?
Mettiamo che io sia un abitante di Lampedusa, non so, un pescatore. Non ho niente, davvero, contro questi spiaggiati. Le loro facce mi sono familiari, con tanti di loro ho parlato. So quanti se ne perdono in questo mare di annegati. So che vengono a cercare l'Italia, l'Europa, e l'Europa e l'Italia li fermano qui, a Lampedusa, e la mia isola diventa una zattera alla deriva che affonda sotto il peso dei suoi naufraghi, e nessuno vuole soccorrerla.
Mettiamo che io sia io. Mi è facile (all'inizio, almeno) mettermi nei panni di un ragazzo tunisino o di un poliziotto in trasferta a Lampedusa. Nei panni miei, mi chiedo costernato come siamo arrivati a questo punto. Dopotutto, sono sì e no due mesi. Si è gridato all'invasione, all'Europa indifferente, e si è lasciato che l'alta marea di persone sommergesse Lampedusa, giorno dietro giorno, fino a devastarne la vita quotidiana, e abbandonando all'indecenza i nuovi arrivati. Dapprincipio mi sono detto, ci siamo detti in tanti, che era la scelta deliberata e allegra di un governo alle prese con un mare di guai: era così infatti, e poi la Libia e il Giappone sarebbero arrivati di rincalzo a far da palo a un governo che intanto borseggiava il processo breve e qualche altra porcheria d'interesse privato. Fino al giorno in cui il gioco si è svelato teatralmente sulla doppia scena della visita del capo del governo a Lampedusa, un'esibizione con pochi eguali nella storia del caudillismo contemporaneo, e del parlamento, un parlamento senza eguali nella democrazia contemporanea. Ma intanto si capiva che il cinismo grossolano di quel calcolo si andava ritorcendo giorno dietro giorno contro i suoi autori, e che prendeva il sopravvento la loro insipienza. Hanno detto di tutto - che li pagheremo perché tornino indietro, che gli faremo un campo di tende perché restino nell'isola, che li manderemo a casa della Merkel, che li riporteremo manu militari al loro paese, nolenti loro e il loro governo e le loro acque territoriali: e fatto niente.
Il maestrale ha regalato una dilazione di forza maggiore. Ma le scadenze sempre più solenni e ultimative del capo e dei suoi uomini - 24 ore, 48, 60, e tutto sarà risolto! - suonavano vecchie, e mostravano la sostanza. C'è una moltitudine di rifiuti da smaltire, come a Napoli, come all'Aquila. Monnezza a Napoli, terremotati all'Aquila, rifiuti extracomunitari a Lampedusa: e la stessa soluzione, spazzarli qua e là, alla rinfusa, con le cattive o con le buone - le buone, una villa trattata su e-bay, un nobel o un casinò a Chiaiano o Lampedusa o Manduria. Quanto alle cattive, basta un tipo addolcito dalla malattia che biascica "Fuori dalle palle!", e l'intendenza seguirà. Così la vergogna travolge gli argini, sommerge prima i piani alti, poi i mediani, infine anche i piani bassi e gli scantinati.
In questa combinazione di trivialità, incapacità e inumanità non è facile dire che cosa bisognerebbe fare. È più facile farlo. O almeno, qualcuno lo fa. Ieri monsignor Crociata ha comunicato per conto della Cei che "come Chiesa italiana attraverso le diocesi e le strutture della Caritas, abbiamo individuato 2.500 posti disponibili per accogliere altrettanti immigrati in 93 diocesi italiane". Il presidente della regione Toscana, Enrico Rossi, ha sventato l'ukaz ministeriale che concentrava e recintava nella palude di Coltano (Pisa) centinaia di migranti così da avventarli contro la gente del posto e, capolavoro, i residenti rom, offrendo di ospitare lo stesso numero di persone in strutture di località diverse e in gruppi di poche decine, e "senza filo spinato". Immagino che iniziative così ce ne siano tante e ignorate, a compensare gli smaglianti rifiuti di autorità varie di ogni latitudine - e specialmente delle più alte. Andrebbero censite e messe a frutto, tanto più di fronte alla disfatta di un modo di governo che si nutre propagandisticamente dell'emergenza e nell'emergenza vera soccombe.
Mettiamo dunque che io sia io, nei miei panni, e ciascuno di noi si metta nei suoi panni personali. La cosa ci riguarda? O pretendiamo che la nostra condizione di individui ci esoneri (e ci impoverisca) di una parte di responsabilità? Ci sono tutti questi esseri umani che si mettono in viaggio avventurosamente e dolorosamente in cerca di una vita migliore, che somigli un poco di più alla nostra.
Vedete, ogni discorso sull'immigrazione, sui profughi e sui viaggiatori (i "clandestini"!) che non rinunci del tutto alla nostalgia per una fraternità umana, viene tacciato subito di buonismo, cioè di una bontà di maniera. E messo a tacere dalla frase definitiva: "Prenditeli a casa tua!" La frase è cattivista, ma ha una sua utilità, e non è affatto imbattibile. Non solo perché ci sono molte persone che se li prendono, "a casa propria". Ma mi interessa che cosa fanno gli altri, che cosa facciamo noi altri. Avere una casa propria, e "una stanza tutta per sé", è ancora un gran privilegio sul nostro pianeta, ma è anche una condizione preziosa di libertà e di civiltà. I privilegi, anche quelli che non implicano una soperchieria diretta sulla povertà altrui, sono a rischio. I nostri pezzi grossi si riempiono la bocca di parole tolte al loro contesto reale. Berlusconi ieri, Dio lo perdoni e non lo sentano a Sendai, ammoniva sullo "tsunami umano" che ci sta travolgendo; e in Tunisia sono entrati 200 mila profughi dalla Libia. Così è per la parola "invasione": "È una vera e propria invasione!". No, naturalmente. Non è un'invasione vera e propria. Ma le invasioni succedono davvero, sono successe al tramonto di altri imperi, e quando succedono, abbiano una ragione o no (se la fanno, una ragione), entrano senza bussare.
Finché dura, assottigliandosi, l'età del nostro privilegio, piuttosto che gridare "Fuori dalle palle!", conviene versare il nostro modesto contributo supplementare per l'usufrutto del metro quadrato che ci è toccato in sorte. Se non siamo tipi da spartire il mantello col povero che trema, e anzi per tenercelo, il mantello, regalargli un cappotto in saldo, prima che gli venga un'altra idea. Spendere qualche energia e qualche soldo in aiuti, prima di rovinarsi in guardie giurate. Ho detto che conviene: se poi ci riuscisse di farlo con una specie di gioia, sarebbe fantastico.
(2 aprile 2011)
venerdì 22 ottobre 2010
E l'infame sorrise
Il senso di ribrezzo ascoltando quella frase: “Ammazzane un’altra”, quasi stordisce. Provocano nausea gli applausi e i cori da stadio di quel manipolo di idioti, nullatenenti mentali, che si rendono così simili all’assassino italiano e, nello stesso tempo, violentano ancora una volta, da morta, Maricica Hahaianu, oltraggiandone la memoria.
Mi fanno schifo questi nullatenenti mentali (pure miei connazionali) che dovrebbero spiegare, se riescono ad abbozzare un ragionamento, per quale stravaganza il loro amichetto dovrebbe restare libero.
Anche questa sottocultura esprime in maniera vomitevole i tempi, oscurati dalla ragione, che stiamo vivendo.
Povera Maricica: che la terra ti sia lieve.
Quell' applauso ad Alessio che ferisce i romeni
CHIARA SARACENO
NON ho dubbi che Alessio Burtone non intendesse uccidere l' infermiera romena quando le ha sferrato un pugno nel metrò di Roma. Ma lo stesso vale forse per la giovane romena che qualche anno fa colpì con l' ombrello un' altra giovane donna, italiana, perforandole un occhio e causando così un' emorragia violenta che provocò una morte quasi immediata. Eppure, la reazione dell' opinione pubblica, dei politici, persino dei cosidetti "esperti" è stata molto diversa. Gli applausi ad Alessio Burtone quasi che fosse un eroe vendicatore e gli insulti ai carabinieri che lo portavano in carcere sono speculari al modo in cui fu invece trattata la giovane rumena diventata assassina per un gesto maldestro: accusata di essere una belva violenta e assetata di sangue. E l'episodio fu subito inquadrato come esempio della pericolosità dell'immigrazione, in particolare rumena, di "loro" contro "noi. Tantomeno ci fu chi, tra politici e penalisti, sollevò la questione della giovane età, della vita rovinata per un gesto inconsulto, nonostante la dura condanna della giovane donna a molti anni di carcere privasse una bambina della presenza della madre. Sono assolutamente d' accordo: un omicidio preterintenzionale va considerato diversamente da un omicidio intenzionale. E a chi è giovane deve essere lasciata aperta la via per recuperare, per non perdere del tutto la propria vita, specie se le conseguenze sono andate molto al di là delle intenzioni. Ma ciò deve valere per tutti. Nessuno invece ascoltò a suo tempo la giovane rumena. Nessuno prestò fede al suo sbalordimento e al suo pentimento. Perché era una rumena, per definizione pericolosa e soprattutto estranea: facile capro espiatorio di tutte le paure e insicurezze. Sbaglia Fini a considerare l'episodio della solidarietà scomposta al giovane romano solo un esempio della violenza urbana, senza connotati etnico-razziali. Non si tratta solo dell'omertà con cui sono stati protetti gli aggressori del tassista milanese. La solidarietà qui è provocata innanzitutto dalla nazionalità della vittima: immigrata, rumena, che non sapeva stare al proprio posto. Più simile, nell'immaginario distorto continuamente alimentato da un discorso pubblico troppo spesso irresponsabile, alla giovane assassina preterintenzionale di qualche anno fa, che non alla sua vittima. Questo discorso pubblico, che usa scientemente la paura e la stereotipizzazione dell' altro, che distingue vittime e carnefici a seconda della nazionalità, sta lentamente corrodendo il senso comune civile ed ha effetti devastanti su chi manca di adeguati strumenti di auto-controllo.
(20 ottobre 2010)
L'ANALISI
Ma oggi, tra italiani e romeni ci vuole una nuova Colonna Traiana
Un giornalista romeno scrive per Repubblica.it il punto di vista della sua gente sulla vicenda di Maricica Hahaianu. Xenofobia, strumentalizzazioni politiche e sensazionalismo sono alla base del problema. Forse sarebbe necessario un gesto d'amicizia
di HORIA GHIBUTIU (editorialista del quotidiano romeno Evenimentul Zilei) 1
BUCAREST- Circa duemila anni fa, ai tempi dell'antica Roma, finiva la costruzione del bassorilievo che oggi si può ammirare sulla Colonna Traiana. Le immagini scolpite riportano vivi momenti di lotta durante le due campagne militari intraprese dagli antichi romani in Dacia. Sono tanti i turisti che ogni anno passano per la Città Eterna, ma non per tutti le scene scolpite sulla Colonna di Traiano suscitano lo stesso interesse, come per i romeni. In effetti, per noi romeni la Colonna ha un significato del tutto particolare, perché traccia in qualche modo l'atto di nascita del popolo che vive oggi tra i Carpazi, il Danubio e il Mar Nero.
Col tempo siamo scesi dalla colonna, diventando italiani e romeni, e per secoli ci siamo fatti gli affari nostri. Ed eccoci arrivati nel terzo millennio. I discendenti dei daci e dei romani sono di nuovo in guerra. Cambia il palcoscenico, ma non gli attori, non più nell'antica Dacia, ma nella Penisola.
Il più recente conflitto italo-romeno, come se non fosse sufficiente il tanto discusso caso Mailat, infiamma di nuovo l'opinione pubblica dei due Paesi. Si tratta di Maricica Hahaianu, infermiera romena, che a seguito di una banale discussione avuta con un ragazzo italiano - Alessio Burtone - alla fermata di metropolitana Anagnina di Roma, viene colpita, va in coma e successivamente muore all'ospedale. Come viene percepito questo incidente in Romania? È facile che un simile episodio s'impadronisca dell'attenzione dell'opinione pubblica, visto il malumore, nonché le tensioni sociali e politiche che hanno caratterizzato questo Paese negli ultimi mesi. Così, abbiamo saputo che, previa ordinanza del Gip, il ragazzo italiano accusato di aver cagionato la morte della romena è stato trasferito in carcere. Abbiamo anche appreso che gli amici del ragazzo hanno insultato i carabinieri venuti per accompagnarlo in carcere, e dopo averlo applaudito e aver scandito il suo nome - come i tifosi allo stadio - hanno chiesto la sua liberazione. Secondo loro, Alessio Burtone sarebbe innocente e non si meriterebbe questo trattamento. Anzi, il difensore del giovane avrebbe dichiarato che, nel caso si dovesse provare la sua innocenza, chiamerà in giudizio tutti coloro che hanno osato dargli dell'assassino.
Ci si chiede quindi chi speculerà e chi strumentalizzerà di più la situazione creata dal "caso Hahaianu". Ormai si capisce che sia diventato un veicolo politico. In tal senso, un deputato del principale partito di opposizione romeno - ovvero il Presidente del PSD Diaspora - ha rivolto una lettera al Presidente Silvio Berlusconi, nella quale dice testualmente: "Un crimine sorpreso dalle videocamere di sorveglianza, che ha fatto il giro di tutte le emittenti romene e italiane, lasciando senza parole milioni di telespettatori. L'identità dell'aggressore, un giovane italiano di 20 anni, non andrebbe nemmeno svelata per quanto sia orrendo il fatto. Perciò, sono convinto che un fatto del genere sarebbe condannato ovunque. Il Sindaco di Roma, Gianni Alemanno, ha dichiarato che l'aggressione subita dalla Hahaianu non è stata di carattere razziale. Eppure i fatti verificati dopo il triste episodio della metropolitana farebbero pensare che per taluni è più importante la nazionalità delle due vittime, che la triste tragedia che ha commosso le anime".
Sui siti di alcune testate romene si sono accesi i dibattiti. Hanno fatto perfino riferimento ad una questione di ordine fonetico, legata al fatto che il piazzale sito vicino alla fermata della Anagnina - dove, secondo il presidente della X° Circoscrizione di Roma, si incontrerebbero la domenica i romeni per assaggiare un pochino dei loro prodotti tipici e per ascoltare la loro musica tradizionale - si dovrebbe chiamare Piazza Hahaianu, cognome che agli italiani verrebbe difficile pronunciare, se non "Aianu". Si è parlato inoltre di come sia scoppiata la lite tra i due, chi ha inizialmente provocato l'altro, hanno espresso dei pareri circa la tipologia dell'uomo che possa colpire in questo modo una donna, del fatto che la stampa italiana ha sempre infuocato l'opinione pubblica, generando dei sentimenti xenofobi contro la comunità romena. Il risultato è che tutti hanno ragione: i politici strumentalizzano gli incidenti per usarli ai fini elettorali; i media esagerano, dando un eccessivo risalto ai fatti di cronaca; gli stranieri non sono sempre e ovunque benvenuti.
Quando riusciremo a superare e a parlare un po' meno di questi conflitti? Probabilmente allorquando all'interno dell'Unione Europea - che ha reso possibile il raggruppamento dei discendenti dell'antica Roma e dell'antica Dacia intorno alla Colonna Traiana - verrà costruito un nuovo monumento: quello dell'amicizia tra romeni e italiani. Sembra un'utopia? La costruzione di una nuova colonna dalla quale tutti avranno qualcosa da guadagnare e nulla da perdere. Ma ciò sarà possibile solo quando impareremo a convivere e a smettere di guardare sempre la provenienza anagrafica ogniqualvolta avvenga qualche lite.
(Traduzione di Loredana Ceausu)
(20 ottobre 2010)
http://boldrini.blogautore.repubblica.it/2010/10/e-se-il-rumeno-fosse-stato-alessio/
http://www.avoicomunicare.it/blogpost/se-maricica-fosse-stata-italiana-e-il-suo-assassino-romeno
http://www.iromeni.com/
lunedì 27 settembre 2010
Il tricolore lacerato
La secessione è già iniziata muovendo il primo passo ad Adro, senza che questo sfregio alla Costituzione, al Tricolore e alla Democrazia sia stato percepito per la carica eversiva che riveste.
Ad Adro la Lega, partito di governo, ha cominciato a marcare il proprio territorio, definendo i confini di uno “stato” che non esiste, creando frontiere dove non ci sono mai state. Una bomba di deflagrante potenza che ha scosso le fondamenta del Paese in cui sono nato e vivo. Ma a preoccupare erano le contestazioni a Dell’Utri, a Schifani e il fumogeno lanciato verso Bonanni.
Perché la Lega – e mi chiedo come mai ancora non si sia capito – è nata per entrare in lotta aperta e virulenta con la Repubblica Italiana. Altro che partito di governo! E su questo mostruoso equivoco si è dipanata la sua storia che ha toccato ad Adro, con la privatizzazione della scuola, un punto di non ritorno. Un gesto ignobile e vergognoso, le cui devastanti conseguenze sfuggono alla comprensione dell’opinione pubblica, in uno stato ormai di perenne afasia.
Il video che apre questo post dovrebbe, piuttosto, spalancare gli occhi e far sobbalzare per la violenza delle parole. Quell’invettiva, più volte ripetuta, che “siamo ad Adro, non in Italia”, non trascina con sé i ricordi e la memoria di un tempo che si pensava congelato dalla Storia?
Eppure si è cambiato decisamente argomento, come amano ripetere i conduttori dei telegiornali e quella scuola, con i suoi simboli pacchianamente distribuiti, mantiene una cupezza inquietante.
Un vulnus non più rimediabile, lo squarcio che si è aperto nella convivenza civile, infettando le nuove generazioni che guardando il “Sole delle Alpi” si troveranno invece accecate dall’oscurità oscena dell’ignoranza, dell’intolleranza e del razzismo.
L' orgoglio della Gelmini. Parte una riforma storica
ROMA - Il ministro Mariastella Gelmini la definisce «una giornata storica»(...) «La scuola italiana - dichiara la Gelmini - cambia e parte la riforma che era attesa da decenni. Viene completamente ridisegnata la struttura della superiore, all' insegna della chiarezza e della modernità»(…) A tenere banco in queste ore è la polemica sul nuovo polo scolastico di Adro (Brescia), dedicato all'ideologo della Lega Gianfranco Miglio. L'esposizione del "Sole delle Alpi" (simbolo della Lega) su banchi, vetrate e perfino sullo zerbino non è andato giù neppure alla ministra di Leno. «Francamente, il sindaco di Adro ci ha abituato ad un certo folklore, ad un certo estremismo, che ovviamente io come ministro dell'Istruzione - dice la Gelmini - non condivido, ma forse nemmeno tutto il partito della Lega può condividere esasperazioni che non fanno bene neanche a quel movimento». Una vicenda, questa di Adro, che Francesca Puglisi, responsabile scuola della segreteria del Pd, bolla come «inqualificabile» e da «ventennio» fascista. (…). E mentre Bersani definisce il taglio di 133 mila posti in tre anni varato dall'esecutivo come «il più grande licenziamento di massa della nostra storia», la Gelmini apre ai precari parlando «150 mila assunzioni in otto anni». Per risolvere il problema del precariato l' unica soluzione è il numero programmato introdotto dalle nuove regole per il reclutamento annunciate tre giorni fa. «Entro il 2018 assorbiremo 220 mila precari» assicura il ministro. Ma una pubblicazione dello stesso dicastero la smentisce: serviranno forse 15 anni.
SALVO INTRAVAIA
(13 settembre 2010)
IL CASO
L'intolleranza leghista
di MICHELE SERRA
A proposito di violenza politica. Una scuola pubblica italiana (Adro, provincia di Brescia) è stata di fatto privatizzata dalla locale giunta e trasformata in scuola leghista, intitolata al professor Gianfranco Miglio. Sole delle Alpi impresso sui banchi, sui cestini dei rifiuti, sugli zerbini, sui tavoli, sui cartelli, sulle finestre, sul tetto, ovunque. Unico altro simbolo ammesso e anzi imposto è il crocifisso, che a scanso di equivoci è stato imbullonato ai muri: una specie di doppia crocifissione, povero Cristo.
L'episodio, quasi incredibile nei suoi termini di cronaca, e decisamente spaventoso in termini di democrazia, è inedito nella storia della Repubblica. Scuole di Stato con lo scudo crociato, o la falce e martello, o altri simboli di partito, ovviamente non se ne erano mai viste, per il semplice fatto che nessuno aveva mai osato concepire una così inconcepibile violazione di uno spazio pubblico: nemmeno nelle fasi più convulse e faziose della nostra tormentata vita politica. A Adro invece è accaduto, anche grazie alla partecipe collaborazione di una comunità fortemente coinvolta nella costruzione del nuovo plesso scolastico, fino a finanziarne gli arredi. La stessa comunità, con in testa il sindaco Oscar Lancini, non era intervenuta con altrettanta sollecitudine quando si trattò di far quadrare i conti della mensa scolastica, messi in crisi da una mora di poche migliaia di euro. Fu un imprenditore locale, allora, ad accollarsi generosamente quella spesa, guadagnandosi lo spregio e l'ira di molti suoi concittadini, sindaco in testa.
Alla maggioranza leghista di Adro (non solo alla Giunta) dev'essere sembrato ovvio considerare ininfluenti eventuali obiezioni, disagi, proteste da parte di chi leghista non è, e ritenendo di iscrivere i figli alla locale scuola pubblica (che vuol dire: la scuola di tutti) li ritrova iscritti d'ufficio a una scuola "verde", involontaria parodia delle scuole coraniche. L'omissione di questo scrupolo basilare (esistono minoranze, a Adro? vanno rispettate? tenute in considerazione?) è l'aspetto più sconvolgente della vicenda. Perché illustra una sorta di intolleranza "naturale" tipicissima dei regimi e delle masse plaudenti che li sostengono, alla quale non siamo più avvezzi da sessantacinque anni. Le macroscopiche violazioni di legge, e perfino gli aspetti anticostituzionali, passano quasi in second'ordine rispetto all'impressionante spettacolo di una comunità così autocompiaciuta della propria coesione politica da stabilire l'inesistenza degli "altri", e non solo gli stranieri: ora anche i non leghisti. Gli italiani.
Ce ne sarà pure qualcuno, a Adro, di non leghista. Che deve fare? Subire e tacere? Emigrare, perché italiano e non "padano", inaugurando così l'incredibile paradosso di italiani che si sentono extraterritoriali in Italia (non più "padroni a casa loro", per dirla con la Lega)? Sarà molto istruttivo vedere, al di là delle dichiarazioni di circostanza, quali provvedimenti concreti vorranno prendere autorità varie e istituzioni di ogni ordine e grado, tutte direttamente coinvolte da un simile affronto alla democrazia: a partire, ovviamente, dal ministro della scuola Gelmini e dal ministro dell'Interno Maroni.
Si pensa, in genere, che ad ogni azione corrisponda una reazione uguale e contraria. Nel caso del progressivo manifestarsi, in alcune zone del Nord, di una secessione di fatto, la reazione fin qui non ha certo corrisposto all'azione. Si spera che l'esproprio leghista di una scuola pubblica sia la goccia che fa traboccare il vaso. O gli italiani non leghisti, al Nord, devono sentirsi cittadini di grado inferiore?
(13 settembre 2010)
L' AMACA
«Chi protesta contro la scuola di Adro dovrebbe protestare anche quando nelle scuole entrano i simboli di sinistra». È il desolante commento del ministro Gelmini a proposito dell' esproprio (del quale lei per prima è vittima in quanto ministro dell' Istruzione) da parte della Lega di una scuola della Repubblica italiana, trasformata in istituto padano. Il ministro finge di ignorare, per superficialità o per pavidità, la natura del tutto inedita dell' accaduto. Non si tratta di una scuola nella quale qualcuno (professore o studente) entri con una falce e martello sulla maglietta, o una svastica tatuata sul bicipite, o altri simboli ideologici o di partito. Si tratta di una scuola che è essa stessa, strutturalmente, un simbolo di partito, concepita e arredata come tale. Un luogo pubblico privatizzato, cioè snaturato, sottratto alle sue funzioni di neutralità e accoglienza. La reazione del ministro fa capire che il governo non ha alcuna intenzione di intervenire: avalla il sopruso, e amen. Restiamo in attesa di sapere se un prefetto, un magistrato, un ente locale, il Parlamento, il Quirinale, Strasburgo, il pianeta Giove, insomma qualcuno che ha percezione almeno vaga dell'enormità di quanto è accaduto, voglia tentare, almeno tentare di evitare un oltraggio così insopportabile al concetto stesso di "bene pubblico".
MICHELE SERRA
(14 settembre 2010)
LE MANI DELLA LEGA SULLA SCUOLA PUBBLICA
di SALVATORE SETTIS
In attesa che Bossi riceva l'annunciata laurea honoris causa da un qualche Ateneo presuntivamente celtico, la Lega allunga le mani sulle scuole pubbliche. È di domenica la notizia della scuola di Adro «leghizzata» con gran dispiego di «sole delle Alpi» dai banchi al tetto; intanto a Bosina di Varese la moglie di Bossi dirige la scuola «dei Popoli Padani», privata ma con una dotazione di 800.000 euro decisa dal governo con la cosiddetta «legge mancia» ( Il Giornale.it, 13 settembre). È dunque il momento giusto per interrogarsi sui meriti culturali di Bossi, che fanno tutt'uno coi progetti scolastici del suo partito.
Secondo i suoi detrattori, il futuro dottore sarebbe capace solo di gestacci, insulti alla bandiera ed altre volgarità: grandi virtù comunicative, meglio di una tesi di laurea. Ma gli orizzonti culturali di Bossi sono assai più ampi. In un discorso del 27 gennaio 2004, dal titolo “Dio salvi la Padania” (visibile sul sito della Lega), egli traccia addirittura un quadro della «rottura geopolitica del mondo» dopo l'11 settembre, colpa di «Roma ladrona» oltre che dell'attacco alle Torri gemelle.
Sull'Italia, la dottrina di Bossi è questa: «quando uno Stato è eterogeneo dal punto di vista etnonazionale, i problemi girano attorno a due lealtà, la lealtà alla Nazione e quella verso lo Stato. Per i popoli che non sono dominanti, come noi padani, le due lealtà sono distinte e possono entrare in competizione tra loro. In questi casi la minoranza chiede l'autodeterminazione nazionale, un diritto sancito dall' Onu».
Eterogeneità etnonazionale, «comuni matrici etnoculturali» dei popoli padani: ecco un linguaggio «dotto» dove non ce lo aspetteremmo. Da dove viene? Il miglior parallelo sono le elaborazioni «teoriche» del «Pensiero Etnonazionalista» e dell' «Idea Völkisch nelle comunità Alpino-Padane» che si possono leggere in un libro, Fondamenti dell' Etnonazionalismo Völkisch (2006), firmato da Federico Prati, Silvano Lorenzoni e Flavio Grisolia. Secondo loro, «le comunità padane» sono la miglior risposta a «un'epoca etnicamente e culturalmente decadente», all' «immigrazione allogena, al materialismo comunista, al mondialismo massonico». Fin troppo chiare le matrici razziste e fasciste, anzi naziste, della terminologia usata ( völkisch , «sangue, suolo e conoscenza»).
Silvano Lorenzoni, festeggiato nel giorno del suo compleanno come «un vero identitario/razzialista bianco veneto/europeo», è stato presidente dell'Associazione Culturale Identità e Tradizione, che si ispira a Julius Evola, e capogruppo della Liga Veneta nel Consiglio Comunale di Sandrigo (Vicenza). La casa editrice Effepi (Genova), che ha pubblicato questo e altri volumi su tale «etnonazionalismo», si distingue anche per i suoi libri di «storia non convenzionale» del Novecento, per esempio quello di Udo Walendy che considera l'Olocausto un prodotto della propaganda antitedesca ottenuto con abili fotomontaggi.
Ma la neoideologia padana non si affermerebbe senza mettere le mani in pasta nell'educazione delle nuove generazioni: nella scuola. Guardiamo quel che succede in Spagna, nazione anche in questo sorella, dove l'insorgere delle autonomie regionali si lega strettamente alla fine del franchismo e alla fortuna delle lingue diverse dallo spagnolo (specialmente il catalano e il basco), fondata sulla loro lunga e nobile tradizione culturale, ma anche su una sacrosanta reazione alla repressione franchista. Ma l'ondata degli autonomismi regionali ha generato e diffuso nelle scuole una manualistica rivendicativa di altrettanti «spiriti nazionali» (basco, catalano, galiziano, andaluso...), puntualmente riflessi nel linguaggio degli storici «allineati», come ha mostrato Pedro Heras in un bel libro recente (La Españaraptada: la formación del espíritu nacionalista, Barcelona, Altera, 2009).
Analizzando manuali scolastici e pratiche dell'insegnamento, Heras ha dimostrato che tali «processi di ri-nazionalizzazione» hanno adottato in pieno la stessa retorica del più vieto nazionalismo franchista, utilizzando per esaltare le nazionalità regionali le stesse identiche formule, gli stessi slogan che furono martellati per decenni dalla propaganda di regime, applicandoli al popolo spagnolo nel suo insieme, e usandoli allora anche per reprimere le lingue «proibite». Quasi che, se applicata mettiamo al catalano, quella stolta retorica fosse «sdoganata» d'incanto.
Per quanto rozzi e incolti, i tentativi di Bossi di creare dal nulla la neo-etnia dei padani hanno fatto lo stesso: pur senza rifarsi esplicitamente alla tradizione nazi-fascista, da essa hanno ripescato la terminologia «etnonazionale» con tutte le sue implicazioni, usandola simultaneamente per de-nazionalizzare l'Italia e «nazionalizzare» una Padania d'invenzione. Perciò i più agguerriti proclami in lode della "razza padana" (come quelli citati sopra) si trovano sul sito www.stormfront.org, alfiere del World Wide White Pride, fondato nel 1995 da Don Black, già leader del Ku Klux Klan, che usa come logo la cosiddetta «croce celtica», surrogato della svastica.
La maggioranza dei leghisti, persino di quelli che usano quelle formule e quegli slogan, è presumibilmente inconsapevole di queste derivazioni e tangenze, anzi le negherebbe accanitamente. Non per questo esse sono meno preoccupanti, in una scena politica come quella italiana, in cui secessione e federalismo sono fratelli siamesi, e gli argomenti per l'una e per l'altro s'intrecciano e si confondono in una rincorsa senza fine; in cui, con la passività o la complicità delle sinistre, il maggior argomento in favore del federalismo è la minaccia di secessione, e chi detta le regole è solo la Lega.
Vedremo se la spiritosa invenzione dell' etnonazionalismo padano risulterà merito sufficiente per una laurea honoris causa: in ogni modo, sotto quella pergamena non basta la firma di un qualche ateneo galloceltico, ci vuole anche (per legge) quella di un ministro nel suo ufficio di «Roma ladrona».
(17 settembre 2010)
BUONGIORNO
MASSIMO GRAMELLINI
Scuola di classe
La scuola pubblica di Adro griffata col simbolo di un partito meriterebbe uno stato di indignazione permanente effettiva (e invece è già stata digerita con un'alzata di spalle fra l'abulico e il rassegnato), ma esiste un altro aspetto della vicenda che apre squarci lancinanti sul futuro. Quella scuola è un gioiello d’avanguardia, con i robottini che puliscono il prato, i banchi ergonomici, le lavagne elettroniche. Sta alle strutture cadenti e carenti in cui si muove la maggior parte degli insegnanti e dei ragazzi come una fuoriserie fiammante a un’utilitaria scassata.
Questo perché gli abitanti di Adro si sono autotassati per finanziarla, nell’applicazione più estrema e gratificante del federalismo fiscale. Fino a prova contraria, infatti, è come se ogni cittadino di quel Comune lombardo avesse pagato le tasse due volte. La prima, obbligatoria, per sovvenzionare le scuole scalcinate del resto d'Italia. La seconda, volontaria, per edificare a due passi da casa il capolavoro destinato ai propri figli.
È la rappresentazione plastica della crisi dello Stato Sociale. Il Pubblico non ce la fa e il Privato, inteso come fondazioni e sponsor, non è in grado di colmarne le lacune. Così la palla torna ai cittadini e la qualità dei servizi tenderà sempre più a corrispondere alla loro condizione sociale. I Paesi e i quartieri benestanti avranno le scuole e gli ospedali migliori, mentre gli altri dovranno accontentarsi di passeggiare fra i ruderi del Welfare, come ben sanno gli studenti e i degenti che si portano la carta igienica, e non solo quella, da casa.
(18 settembre 2010)
LO STATO TRA QUEI BANCHI
di MICHELE SERRA
MIRACOLO a Roma. Il ministro Gelmini ha chiesto alla direzione scolastica di Adro di far rimuovere i simboli "padani" dalla locale scuola pubblica (ci vorrà tempo, perché ci vorranno gli scalpelli...). Meglio tardi che mai: ci sono voluti dieci giorni perché una lesione così smaccata della convivenza repubblicana ricevesse un "alt" doveroso, ma non scontato in questo clima politico e con questo assetto di potere. Dieci giorni nel corso dei quali, per fortuna, l'opposizione a quella prepotenza si è auto-organizzata in cento rivoli, affollando i blog di protesta, scrivendo ai giornali, organizzando un presidio (ieri), facendo pressione sui partiti di opposizione, facendo breccia in quei settori del centrodestra che ancora conoscono le regole comuni, in esse si riconoscono, ad esse vogliono attenersi: prima tra tutte, la neutralità almeno "fisica" di un edificio scolastico, per la prima volta nella storia democratica, trasformato nel tempio di una fazione.
Ma il merito principale di questo dietro-front (e probabilmente l'input che ha riacceso il motore della razionalità al ministero dell'Istruzione, dopo un black-out di parecchi giorni) è di quei genitori di Adro, circa un quarto del totale, che hanno protestato, e in qualche caso ritirato i figli da scuola.
Non sono intellettuali di sinistra, non sono politicanti, non sono agitatori di piazza, non sono "stranieri": sono cittadini lombardi, non importa di quali opinioni politiche, che hanno considerato inaccettabile mandare i figli a studiare in una scuola di fatto privatizzata dalla giunta leghista.
Non dev'essere facile, a Adro, mettersi di traverso. L'abitudine di identificare la Lega con il "popolo", con i suoi interessi e la sua volontà, non facilita il dialogo con chi, pur essendo "popolo" con pieno diritto, non si sente rappresentato dal Sole delle Alpi, dalla "padanità", dal pendolo continuo tra promesse di federalismo e minacce di secessione (i due termini, tra l' altro, a furia di essere le due facce dello stesso randello, rischiano di diventare indistinguibili).
Chissà se il sindaco di Adro, di fronte al putiferio scatenato dalla sua scuola minutamente istoriata di simboli "padani" e intitolata a Gianfranco Miglio (ideologo dell'etnos), avrà qualche dubbio sul proprio operato. Chissà se il "no" di una parte minoritaria, ma non piccola, della sua cittadinanza gli parrà un atto di odioso boicottaggio contro il radioso futuro leghista, o il ragionevole richiamo alla realtà da parte di chi vuole fargli sapere che esiste anche un Nord non leghista.
Sarebbe importante saperlo, che cosa pensa in cuor suo il sindaco Lancini, e che cosa pensano i suoi tantissimi elettori che hanno avuto la capacità di autofinanziarsi per arredare quella scuola, ma non la generosità di pensarla, quella scuola, per tutti quanti, non solo per i bambini "padani".
Sarebbe importante saperlo per capire fino a che punto la mentalità leghista profonda, così invaghita di fole etniche, così devota alla chiusura del "noi" contro "gli altri", è tentata dal totalitarismo (e certo avere concepito quella scuola è tipicamente totalitario); oppure se è ancora permeabile alla ragione, ancora riconducibile alle regole e alle leggi della Repubblica italiana.
(19 settembre 2010)
venerdì 24 settembre 2010
L’Adro d’Italia
Dunque Adro. Di nuovo alla ribalta. Per quell’oscena esposizione di simboli leghisti su un edificio pubblico per antonomasia: la scuola.
Prima, però, è necessario riavvolgere il nastro di questo film pornografico per tornare ad alcuni mesi fa, quando tutto ebbe inizio con l’esclusione dai pasti della mensa di quei bambini le cui famiglie non avevano pagato alcune rate della retta. Ne ho parlato qui ma non sarà male un utile esercizio di memoria.
Riporto le intelligenti considerazioni che Michele Serra lasciò all’epoca nella sua imperdibile rubrica su “la Repubblica”.
L' AMACA
Pare che l' imprenditore di Adro (Brescia) che ha deciso di pagare di tasca sua la mensa della scuola materna per i bambini morosi, non sia molto popolare tra i suoi compaesani. Il sindaco leghista (con squisita sensibilità) ha dichiarato che d' ora in poi gli manderà direttamente le rette di chi non paga, così impara a mettersi in mostra. Chi è incapace di generosità ama molto pensare che dietro ogni gesto generoso ci sia un calcolo, un secondo fine. La furbizia, che è tipica prerogativa servile, induce a pensare che non possano esistere nobiltà e magnanimità. Il pensiero del furbo (che in Italia, lo sappiamo, è un tipo antropologico dominante) è che tutti siano egualmente furbi, perché tutti ugualmente deboli e incapaci di riscatto. (Esempio classico: «Saviano ha scritto Gomorra solo per diventare famoso e ricco»). In più, il furbo è sicuro che il disinteressato, il magnanimo, l' idealista, lo siano al solo scopo di poter accampare una qualche superiorità morale. Per interrompere questo circolo vizioso, che impedisce di valutare le persone e i comportamenti per quello che sono, bisognerebbe introdurre una brusca ma urgente variante dialettica: quando al Giusto viene detto «credi forse di essere migliore di me?», il Giusto, invece di confondersi o arretrare, deve rispondere: «Sì».
MICHELE SERRA
(17 aprile 2010)
Ma come è andata poi a finire quella vicenda?
L’ottima risposta l’ho trovata in uno dei blog de “l’Unità” e merita la massima attenzione, perché sono interessanti le annotazioni che, sia chiaro, condivido in pieno.
A seguire l’articolo richiamato nel post.
Dopo mi occuperò dello sfregio legaiolo. E secondo me c’è da tremare.
P.S. I post sono tardivi, ma difficoltà di connessione e l’improvviso oscuramento del sito di hosting dove carico le foto (adesso ripristinato nella sua funzionalità) mi hanno impedito il necessario aggiornamento. Problemi personali, non ancora risolti, a parte.
Bartali
Storie di testardi che fanno incazzare
Adro, nel silenzio ha vinto la mensa leghista
di Massimo Franchi
Nel silenzio ferragostano, mentre (meno) di mezz'Italia è in vacanza, alla provincia dell'impero succedono tante cose. Grazie a Marco Imarisio del "Corriere della Sera" veniamo a scoprire com'è andata a finire una delle storie di cronaca più seguite dell'anno. Si tratta della mensa scolastica del comune bresciano di Adro e della decisione del suo sindaco di togliere il pranzo alle famiglie che non avessero saldato i debiti. Famiglie indigenti, di migranti sfruttati e sottopagati dagli stessi leghisti che governano il paese. Intervenne poi un mecenate del terzo millennio: Silvano Lancini (primo Bartali di oggi), imprenditore autodefinitosi di destra, ma incapace di non provare solidarietà rispetto a quelle famiglie. Pagò di tasca sua gli arretrati e per questo divenne il reietto della comunità padana. Le telecamere di Santoro moltiplicarono l'attenzione con lo spettacolo di un dibattito fin troppo acceso sotto la luce dei riflettori in cui le famiglie non morose difendevano il loro sindaco.
Spenti i riflettori le cose sono andate avanti e con un'abilità più democristiana che leghista il Comune è riuscito a vincere su tutta la linea. L'associazione che gestiva il servizio mensa, guidata dalla combattiva Giuseppina Paganotti (l'altro Bartali che ora ribadisce: "Io non lascio a casa nessun bimbo, lo facciano altri se vogliono") è stata fatta fuori con un golpe mentre la direttrice era in vacanza, il Comune ha preso in carico il servizio e deciso che "chi non paga, non mangia" e in più che non ci saranno più menù etnici. "La carne di maiale piace anche agli islamici, se la assaggiano", dichiara trionfante il sindaco. Peccato che proprio la loro religione vieti loro di farlo.
La vicenda e la sua triste conclusione si prestano però a qualche osservazione.
La prima: chi si è tanto stracciato le vesti per la crociata leghista ha poi fatto molto poco per aiutare chi veramente stava combattendo questa battaglia di civiltà. Presidente dell'associazione e imprenditore-mecenate (che ora dice "I fatti sono chiari, per chi vuole vederli, mi lasci fuori per favore") sono stati lasciati soli e non hanno potuto che cedere alla maggioranza leghista. Perché nessuno a sinistra è andato ad Adro a portare solidarietà, a dare un aiuto a chi combatte in trincea, sul territorio contro il leghismo dilagante?
È un vecchio vizio della sinistra quello di indignarsi anche troppo facilmente, senza scavare per cercare le vere motivazioni degli accadimenti e poi non sporcarsi le mani per risolverli. Meglio parlare meno e agire di più. Specie lontano dai riflettori.
Imarisio chiude poi l'articolo raccontandoci un episodio molto importante. Ad Adro si inaugura la nuova scuola. Mancavano 240 mila euro per gli arredi: la colletta aperta dal Comune ha raccolto molto di più. La solidarietà leghista dunque esiste. Ma funziona solo per quello che si sente proprio, non per "l'altro". Una frase del sindaco rende perfettamente l'idea: "Io non sono un educatore, a me basta proteggere la mia comunità. Il mondo è brutto, basta uscire da Adro per capirlo". Ecco, per battere la Lega l'unico modo è fare in modo che i suoi elettori escano dal piccolo mondo ottuso, che capiscano che anche fuori dalla Padania qualcosa di buono c'è. Basterebbe pure che entrassero nella casa di una a caso fra le famiglie di immigrati che non riescono a pagare la bolletta della mensa. Sarà durissima, ma aiutando persone come Silvano e Giuseppina ci si può provare.
(4 settembre 2010)
Viaggio nel piccolo centro del Bresciano cinque mesi dopo
Adro, il paese della mensa tra generosità e rancori
I bimbi e le rette non pagate, vince la linea del sindaco. Come prima. Torna anche la regola del menu uguale per tutti. «Qui prepariamo piatti padani, carne di maiale compresa. Per alunni cattolici o alunni islamici»
ADRO (Brescia) - «Questa esperienza nasce sotto il segno del merito e della solidarietà. Va avanti chi è più bravo, ma tutti si aiutano tra loro, solo così possiamo crescere insieme». La grande sala consiliare di palazzo Bargnani-Dandolo è vuota. Ad ascoltare le parole di Oscar Lancini ci sono un paio di assessori, altrettanti impiegati comunali e sei cittadini. Dalle pareti bianche incombono gli sguardi severi degli antenati delle famiglie che abitarono l' attuale municipio. Oggi è un giorno importante per Adro, e per questo il sindaco ha voluto convocare una apposita conferenza stampa. Oggi Adro ritrova il suo Palio, che non veniva celebrato dal 1992. Le cinque contrade di questo comune al centro della Franciacorta si sfideranno alla gara del budino, al bigliardino vivente, al lancio delle uova (solo maggiorenni).
Le parole del sindaco - leghista dal 1992, 62 per cento dei voti alla seconda rielezione nel 2008 - sarebbero state perfette anche per un altro debutto. L' anno scolastico sta per cominciare. Controvoglia, ma Adro e i suoi 7.100 abitanti, 700 dei quali immigrati, sono diventati celebri proprio per la scuola. Non per le vigne, che fanno corona al paese, non per il piccolo polo industriale che porta benessere palpabile e uno sportello bancario ogni 800 residenti. Per la scuola. Per la sua mensa, che nell' ultimo anno ha dato da mangiare a 497 bambini, per un totale di 61.600 pasti.
Nell' aprile 2010 la commercialista Giuseppina Paganotti, direttrice dell' Associazione Promotori Attività Parascolastiche che gestisce la mensa, scrisse una lettera al Comune, suo referente istituzionale, per informarlo che c' erano quasi diecimila euro di «scoperto» nel pagamento delle rette. A sua volta, Lancini reagì scrivendo alle 38 famiglie morose. Chi non paga, non mangia, i bambini figli di genitori in rosso - quasi tutti immigrati - non avranno più pasti garantiti. Fece altre considerazioni accessorie, manifestando scarso entusiasmo per i menu differenziati: «La carne di maiale piace anche agli islamici, se la assaggiano». La direttrice si oppose pubblicamente all' editto. La sabbia nell' ingranaggio messo in moto dal sindaco arrivò da un suo omonimo, l' imprenditore Silvano Lancini, elettore dichiarato del centrodestra, che donò all' Associazione un assegno per coprire il disavanzo e garantire così la mensa per ogni alunno. Accompagnò il gesto con una lettera, nella quale auspicava per il suo paese il recupero di valori come la solidarietà e la tolleranza reciproca. Adro divenne una questione nazionale. Gli abitanti si schierarono con il sindaco contro i dissidenti, quelli dalla parte della direttrice, che non ci stavano a lasciare a casa i bambini indigenti.
«Ah, ma allora siete qui per rimestare, non per il Palio». Oscar Lancini ci resta male. La partita è chiusa. E ha vinto lui, giocando a riflettori spenti. Le mamme che accompagnano i loro piccoli nel cortile dell' oratorio alzano le spalle. «La mensa? E' cambiato il direttore, ma non ne sono certa». Adro sembra una bomboniera appena scartata dal cellophane, per quanto è pulita e ben tenuta. La piazza dei Martiri è stata inaugurata da poco. Un lato è occupato dalla biblioteca, dall' altra parte i monumenti ai caduti «morti per la patria». In mezzo, le panchine di acciaio istoriate con il logo del Sole delle Alpi. «Siamo leghisti, per questo ce l' avete con noi - dice un anziano venuto a restituire una copia di Guerra e Pace -. I "sinistri" della mensa ci hanno svergognato in tutta Italia. Li cacciano? Ben gli sta».
Lo psicodramma della mensa ha prodotto solo una resa dei conti, gestita con gli strumenti ormai ricorrenti della grande politica. Adro ha scoperto che gli «altri» possono essere anche quelli che non la pensano come te. Silvano Lancini, il benefattore reo di essere uscito dall' anonimato con considerazioni non gradite, è stato trasformato in un paria. A maggio, Adro News*, il bollettino del Comune, gli ha dedicato 11 pagine di insulti, firmate dal sindaco: «Vuole solo farsi pubblicità». L' imprenditore Lancini ci aspetta davanti alla sua azienda, al confine tra Erbusco e Adro. Sapeva che gli sarebbe stato riservato questo trattamento. «I fatti sono chiari, per chi vuole vederli. Mi lasci fuori, la prego». Nelle strade del centro ci sono ancora i volantini che gli danno del «prezzolato» al soldo dell' opposizione, a sua volta invitata «a cambiare spacciatore».
In un angolo dell' ufficio di Giuseppina Paganotti c' è uno scatolone sigillato. Effetti personali. L' Associazione ha chiuso, la lettera di scioglimento è stata appena inviata all' Agenzia delle entrate. Era stata fondata nel 1972, quando Adro fu una delle prime realtà italiane ad adottare il tempo pieno. «Non potevo fare altro. E' finita». Lo sguardo è quello di una donna sconfitta. All' inizio di giugno era andata in vacanza. In sua assenza è stata indetta una riunione dell' Associazione, ospitata in municipio, alla presenza del sindaco. Un Termidoro a ranghi ridotti. Una settantina di genitori, sui 680 che hanno facoltà di voto, ha eletto un nuovo direttivo. «Illegale, proibito dallo statuto. Ma logica conseguenza del fango che mi è stato buttato addosso in paese. Una vendetta». La mensa della scuola sarà gestita da una associazione non ancora costituita. La presidente è una di quelle mamme che in televisione, da Santoro, inveivano contro la vecchia direttrice e l' imprenditore-mecenate. Nei fatti, il servizio di refezione passa al Comune. Il congedo della signora Giuseppina: «Io non lascio a casa nessun bimbo. Lo facciano altri, se vogliono». La favola alla rovescia di Adro è finita com' era cominciata, in un rivolo di rancore.
Il sindaco nega di aver gestito una specie di golpe. «Ma avevo perso ogni fiducia nell' associazione. La penso come prima, e così si farà. Mangia chi paga, e mangia quel che c' è, cattolico o islamico. Menù padano, carne di maiale compresa. Altrimenti, la pratica passa ai servizi sociali. Io amministro Adro, del resto d' Italia non me ne frega niente». Lancini è un uomo semplice come le grisaglie che indossa, sinceramente convinto di essere nel giusto. Dopo un problematico passato da imprenditore - venne processato per aver inquinato il fiume Oglio con gli scarichi della sua ditta, reato prescritto - si è rivelato un amministratore attento. La gente è dalla sua parte, anche se almeno un adrense su tre non l' ha votato, lui asseconda gli istinti della «sua» gente, convinto che assecondare sia la miglior forma di governo. E pazienza se a fine luglio il tribunale di Brescia ha dichiarato illegittimi i provvedimenti con i quali escludeva i cittadini extracomunitari dal bonus bebè. «Io non sono un educatore. A me basta proteggere la mia comunità. Il mondo è brutto, basta uscire da Adro per capirlo».
Il plesso scolastico di via Carlo Cattaneo è quasi pronto. Nel cantiere i muratori si dedicano al colonnato dell' ingresso, siamo alle rifiniture. Un' opera da 6 milioni e 700 mila euro, finanziata con la cessione del vecchio comprensorio di via Padania all' azienda incaricata dei lavori, che ne farà una zona residenziale. La nuova scuola rappresenta la prova che Adro è un posto di gente magari spaventata da quello che il sindaco chiama «il mondo fuori», ma non è il paese dei cattivi. Mancavano 240 mila euro per gli arredi di materne, elementari e medie. E' stato emesso un bando per la cittadinanza. «Una volta si diceva laurà per la cesa di Ader, adesso vi chiedo di farlo per un' altra causa». Oscar Lancini aveva promesso di intestare un' aula a ogni famiglia che si fosse impegnata, ma non ce la farà. Troppe donazioni, molto più della cifra richiesta. «Grazie al grande cuore di Adro», c' è scritto sull' ultimo bollettino comunale.
Marco Imarisio
(4 settembre 2010)
*Stravagante che per il bollettino comunale “padano” si adoperi un termine inglese.
lunedì 19 aprile 2010
Nel paese l’Adro di bambini
Questo post si collega al precedente di cui è ideale prosecuzione. La deplorevole vicenda avvenuta ancora in un comune amministrato dai fascisti verdi (i legaioli), impregnata del razzismo più spregevole, perché rivolto contro i bambini, merita non solo l’approfondimento, ma la denuncia continua di ogni altro squallidissimo episodio analogo che si ripeterà, perché purtroppo in quello che era una volta il Bel Paese il livello di insofferenza, intolleranza e stupidità è sceso talmente in basso che rischia ormai di essere ritenuto la norma.
A seguire tre pezzi tratti da “il Fatto Quotidiano”, con una segnalazione particolare per l’articolo scritto da Dario Fo e Franca Rame. Poi un reportage de “il manifesto” sul luogo dell’infamia e la nota di Maria Novella Oppo su “l’Unità”. L’introduzione di Corrado Augias è parte integrante di queste considerazioni e il suo senso di estraneità verso questo Paese, per cosa è diventato, mi trova particolarmente d’accordo.
Il prezzo del pane
Elisabetta Reguitti
Rivolta contro l’imprenditore che ha pagato la mensa 'tagliata' dal sindaco leghista: "Nessuna buona azione rimarrà impunita"
Adro- "Nessuna buona azione rimarrà impunita". Saluta in questo modo Silvano Lancini dal citofono. "Non ho nulla da aggiungere al testo della lettera che avete pubblicato". Lui è l’imprenditore bresciano che ha deciso di saldare i conti delle famiglie morose della retta della mensa nella scuola elementare di Adro. Un bonifico annunciato da una lunga lettera in cui lui – che dichiara di aver votato Formigoni – ha deciso di fare un semplice gesto di generosità che rischia però di diventare un gesto di coraggio. Voleva rimanere innominato e sconosciuto ma così non è stato. Su Internet ieri girava la sua foto e il suo nome. Lancini è conosciuto in paese ma non conosce nessuna delle famiglie che beneficeranno della sua decisione. Decisione che ha scatenato un meccanismo di rivolta nella piccola località della Franciacorta in provincia di Brescia. Dove la gente pensa sia normale che "se non paghi non mangi".
Ville circondate da invalicabili muri di sasso, nuove costruzioni, piccole chiese e oratori, vigneti ordinati dove le zolle di terra sono perfette senza neppure un filo d’erba. Siamo in Franciacorta. Il paradiso del vino . L’ordine e il rigore prima di tutto. In un contesto sociale che però viaggia sempre più spesso su meccanismi di nepotismo che sfociano anche in favoritismo. Ma così da queste parti tutti sembrano contenti e soddisfatti. Detto questo, rimane il beneficio del dubbio perché un imprenditore, che compie il gesto di sborsare di tasca propria 10 mila euro per gente che non conosce e per giunta “forestiera”, decida di non parlare. Di non cercare visibilità sui giornali e nelle televisioni nazionali e magari pure un po’ di pubblicità per la sua azienda. Lui, un tempo insegnante di matematica nella stessa scuola dove prima di Pasqua agli alunni erano state consegnate delle buste chiuse nelle quali stava scritto che se le famiglie non avessero pagato il mercoledì successivo i bambini avrebbero saltato il pasto.
Un cinquantenne che dopo l’insegnamento si era buttato nell’informatica lavorando anche in Ibm e che ora è amministratore delegato di una società di software. Un signore sicuramente più che benestante. Che la solidarietà non vada firmata siamo tutti d’accordo. Ma forse c’è di più se un uomo vuole mantenere l’impegno a non parlare e tenere ferma la sua asticella del silenzio in zone del Paese “paladine dello spostare l’asticella dell’intolleranza di un passo all’anno” come scrive nel suo “manifesto” e che il Fatto Quotidiano ieri ha pubblicato integralmente. Il perché forse è da ricercare in quello che c’è. O, forse, quello che non c’è più. Per arrivare da Lancini si percorrono strade antiche trasformate nelle nuove, percorse da Suv guidati da signore che portano i propri piccoli alla partita del metà pomeriggio all’oratorio. Dove però i sacerdoti scuotono la testa schiudendo l’uscio della sacrestia bisbigliando di non avere niente da dire sulla vicenda del “salto del pasto”.
I politici qui hanno spiegato che bisogna avere paura degli stranieri. Ci sono ancora i manifesti della campagna elettorale in cui la Lega dichiara: “Tetto del 30% nelle scuole. Un’altra promessa mantenuta”. Ma Lancini nella sua lettera ragiona in modo diverso. Scrive che il sonno della ragione genera mostri. “Io sono per la legalità. Per tutti e per sempre. Per me quelli che non pagano sono tutti uguali, quando non pagano un pasto a scuola ma anche quando chiudono le aziende senza pagare i fornitori, i dipendenti o le banche. Anche quando girano con i macchinoni e non pagano tutte le tasse perché anche in quel caso qualcuno le paga per lui”. Perché un uomo di affari come Silvano Lancini non vuole pubblicità per la sua decisione? “Molto più dei soldi mi costerà il lavorio di diffamazione che come per altri casi verrà attivato da chi sa di avere la coda di paglia – continua la lettera di Lancini –. Mi consola il fatto che catturerà soltanto quelle persone che mi onorano del loro disprezzo”. E poi quella frase mandata per e-mail da un amico a Lancini: “Nessuna buona azione rimarrà impunita”.
(15 aprile 2010)
Adro, rivolta contro il benefattore dei bimbi
Elisabetta Reguitti
Nel paese del Bresciano le mamme contro il "pasto per tutti". In 200 scrivono al Comune per sostenere il sindaco leghista
Mamme in piazza per sostenere il sindaco che ha deciso di sospendere il pranzo ai bambini delle famiglie che non pagano la retta. Duecento genitori che scrivono annunciando che la mensa o la pagano tutti o tutti non la pagheranno. Il gesto di "saldare" le pendenze delle famiglie morose (ora sono 24 sulle 40 iniziali) fatto dall’imprenditore bresciano ha innescato proteste e una ancora più forte solidarietà al sindaco leghista di Adro Silvano Lancini, che guardacaso si chiama nello stesso identico modo del "rivoluzionario" benefattore. Segno forse che la politica dell’uno contro l’altro funziona.
Adro, 7 mila abitanti. Una sede leghista con una grande vetrata nella quale è appeso un enorme rosario. Adro, il paese in cui l’unica sala pubblica costa mille euro; così si evita di incentivare le eventuali riunioni pubbliche delle associazioni. Adro, dove il sindaco ha rinunciato al contributo regionale di oltre 50 mila euro per il bonus della casa (per tutti stranieri compresi) ma ha istituito un fondo comunale riservato soltanto per gli italiani.
Ma torniamo alla vicenda della mensa: molti bambini erano "colpevoli" di essere figli di genitori che non avevano pagato ciò che dovevano. Cifre che oscillavano dai 30 fino ad un massimo di 400 euro per un totale di ammanco di 16mila euro.
Come pensiero pasquale ai bambini vengono consegnate delle buste chiuse in cui i genitori vengono invitati a pagare. Diversamente, al rientro, ci sarebbe stato il "salto del pasto". Alcuni pagano altri no. Ma chi sono quelli che non pagano e soprattutto perché? Una domanda che l’amministrazione sembra non essersi posta. Di solito in questi casi ci sono assistenti sociali che cercano di capire le situazioni. Ad Adro no. E dunque: leghisti (magari in cassa integrazione) contro stranieri (magari pure loro in cassa integrazione). A queste latitudini sembra il mondo alla rovescia. Dove anche la Chiesa tace. Parlano magari le associazioni ma non i preti. Chi parla e cerca una soluzione è la Cgildi Brescia. Il neo-segretario Damiano Galletticrede che un sindacato debba unire anziché dividere e quindi propone, parla con il sindaco, scende in piazza cercando di fare qualcosa che serva. Qui il concetto che i bambini vengano prima di tutto sembra secondario. "Questi sono i frutti della politica di divisione della Lega. Genitori che fanno fatica a pagare la retta che anziché pretendere che il comune si occupi di loro attaccano gli altri".
I temi di cui parla la Cgilsono due e sono davvero semplici: il primo è attuare una seria valutazione di chi è in difficoltà da chi magari, invece, fa il "furbetto". Il secondo è più ampio e riguarda la sfera educativa. Considerare l’ora di pranzo (per i piccoli dell’asilo e delle elementari) inserita a pieno titolo nell’attività educativa e dunque meritevole di essere sostenuta anche dal piano economico delle istituzioni.
(15 aprile 2010)
Digiuno e castigo: scene dalla nuova Italia
Quei bambini puniti e umiliati: altro che Paese cristiano
di Dario Fo e Franca Rame
Qualche giorno fa, stando davanti al video e seguendo un telegiornale, Franca ed io siamo rimasti sconvolti. La cosa si è ripetuta anche nei giorni successivi. Siamo venuti a sapere che proprio qui, in Lombardia, in un complesso di scuole per l’infanzia, elementari e medie, ci sono dei bambini che al momento della distribuzione del cibo nella mensa si sono trovati con davanti un piatto, dentro al quale c’era un pezzo di pane, e un bicchiere d’acqua; mentre nel piatto degli altri bimbi c’era pastasciutta, e appresso formaggio e anche la frutta. Perché? Perché i genitori dei puniti non avevano pagato la retta, o anche solo erano in ritardo, e quindi i figlioli non avevano il diritto di mangiare! Digiuni per castigo dovevano restare! Pensiamo allo choc che devono aver provato questi ragazzini: fermi, davanti al panino, il bicchiere d’acqua; e gli altri che mangiavano. Sappiamo che alcuni fra i bambini, di quelli che avevano gli spaghetti, senza una parola ne hanno messo nel piatto vuoto dei compagni una o due forchettate.
Diciamo: una società che produce un dolore, una mortificazione, un’umiliazione di questo livello a dei ragazzini innocenti – ma che razza di società è? Che razza di valori ha nel corpo, nel cuore e nel cervello? Che cultura produce? Quale dimensione sociale? Ci siamo sentiti proprio male. E’ da ricordare che questi che inscenano spettacoli del genere sono gente nostra, della nostra razza. Sono loro che hanno ordinato di togliere il cibo ai bambini poveri, in quanto indegni dei vantaggi comuni. S’è saputo poi, che questi genitori non hanno mancato per strafottenza o per un atto di inciviltà, ma solo perché non avevano i denari per pagare la retta! E’ gente travolta dalla crisi, quasi tutti causa la perdita di un lavoro, e quindi senza paga, disoccupati. Ai gestori della cucina, ai gestori di questa economia e di questa scuola e del comune non importava niente. Importava: “Non paghi, non mangi”: anche se sei un bimbo devi soccombere, essere punito. Di colpo ci è venuto in mente Sant’Ambrogio.
Su di lui, il maggiore vescovo che la nostra città abbia avuto, abbiamo realizzato e messo in scena anche uno spettacolo al Piccolo Teatro di Milano, loStrehler. Siamo atei, ma abbiamo studiato profondamente la storia del cristianesimo. E abbiamo scoperto che Ambrogio possedeva un grande senso della collettività, che aveva preso parola, intervenendo con durezza al Senato di Milano, quando questa era stata eletta a Capitale dell’Impero d’Oriente e d’Occidente, portando avanti il diritto della dignità degli uomini: anche quando sono schiavi, anche quando sono privi di diritti.
Lui diceva: “Ricco signore, non t’accorgi che davanti alla tua porta c’è un uomo nudo, e tu sei tutto assorto a scegliere i marmi che dovranno ricoprire i muri. Quell’uomo chiede del pane e intanto il tuo cavallo mastica un morso d’oro. Tu vai in visibilio contemplando i tuoi arredi preziosi, e quell’uomo nudo trema di freddo di fronte a te e tu non lo degni di uno sguardo, non l’hai nemmeno riconosciuto. Sappi che ogni uomo affamato e senz’abito che viene alla tua porta è Gesù; ogni disperato è Gesù. E lo incontrerai il giorno in cui si chiuderà il tempo del mondo e lui, quello stesso uomo, verrà ad aprirti e ti chiederà: ‘Mi riconosci?’. “Voi, ricchi, dite: ‘C’è sempre tempo per pentirsi e pagare i debiti’. Ma non c’è peggior menzogna. Ricchi, non vi è nulla nella vostra attività di uomini che possa piacere a Dio. Anche se tenete appesa una croce sopra il letto e disponete di una cappella dove pregare soli e assistere alla messa. Voi vi stringete ai vostri beni, gridando ‘È mio!’. No, nulla è vostro su questa terra”. “Schiacciate le vostre regole di infamia e di ingiustizia. Ridate il diritto a chi non ne ha… il pane a chi non ne può masticare, impedito dalla vostra grettezza! Distribuitene, finché siete in tempo, ai disperati, ai derubati dalla vostra insolente avidità. Nessun lascito sostanzioso alla chiesa e al suo clero vi salverà”. “Vi dirò”, concludeva Ambrogio, “che non si può credere a un potere magnanimo, poiché chi lo possiede vuole tutto, anche le briciole. Perciò io sono per la comunità dei beni; io sono per l’uguaglianza fra uomini diversi. Perché solo il furto ha creato la proprietà privata”.
(15 aprile 2010)
Se il razzismo si siede a tavola
di Giorgio Salvetti - INVIATO A ADRO (BS)
Una giornata a Adro, il comune nel bresciano dove i cittadini insorgono contro il gesto di un benefattore che ha pagato la mensa ai bambini poveri e stranieri. Il sindaco leghista Oscar Lancini aveva ordinato alla scuola di non dare loro da mangiare a pranzo
Mor non vuole più andare a scuola. Ha sette anni, fa la prima elementare. È nato in Italia ma è nero come i suoi genitori senegalesi. Si nasconde per la vergogna. Guarda con gli occhi sbarrati i suoi compagni bianchi, le loro mamme che litigano con le mamme straniere davanti a giornalisti e telecamere. «Che succede?», chiede a suo padre. Omar, 42 anni, da 22 anni in Italia, operaio in cassa integrazione, alla fine gli ha dovuto rispondere: «Non abbiamo i soldi per la mensa della scuola e il sindaco non vuole che ti diano il pranzo». Mor ha la risposta pronta: «Allora io sto a casa». Adesso Mor potrà mangiare in mensa solo grazie al benefattore di destra, un imprenditore che non vuole essere nominato ma che ormai tutti hanno riconosciuto, che ha donato 10 mila euro al comune di Adro per saldare le rette che 40 famiglie, per lo più straniere, non riuscivano a pagare. Ma l'umiliazione che questi bambini hanno dovuto subire, non può essere ripagata. Sulla loro pelle il sindaco leghista Oscar Lancini da mesi gioca una battaglia ideologica e razzista. Settimana scorsa è arrivato al punto di ordinare che a scuola venisse negato il cibo ai bambini «morosi».
Gli abitanti di Adro, al posto di indignarsi e vergognarsi, lo votano in massa e lo appoggiano. Trenta mamme hanno deciso di fare uno «sciopero della mensa», e non pagare la retta per protesta. Per loro chi non ha pagato è solo un furbo, non un povero. E per di più straniero. L'offerta del generoso imprenditore è assistenzialismo che non risolve il problema: l'anno prossimo sarà tutto come prima. Le regole sono chiare: chi paga mangia, chi non paga mandi il figlio a scuola con un panino o se lo tenga a casa a pranzo. Caccia ai «morosi»
Mor vive in una casa di tre stanze al primo piano di una corte. Dorme in un lettone con sua sorella di tre anni e suo fratello di due anni. Il quarto fratello ha 8 mesi e dorme ai piedi del letto dei genitori. Il padre Omar lavora in una fonderia ma è in cassa integrazione da un anno. L'Inps gli paga 700 euro al mese, ma in ritardo. Non riesce a pagare nemmeno l'affitto di 400 euro, figuriamoci il pulmino e la mensa per il bambino: circa 3 euro al giorno per 5 giorni alla settimana. Tutti i suoi figli sono nati in Italia. La figlia di tre anni dovrebbe andare alla scuola materna ma lui non la manda perché non può permetterselo. Sul figlio grande però non ha dubbi: «Deve andare a scuola. Io ho lavorato una vita, ho versato i contributi e ho diritto ai servizi, specialmente ora che non sto lavorando - spiega - e invece il sindaco di Adro ha detto che a noi stranieri non vuole dare niente. Tante volte sono andato in comune. Non dico che mi deve dare tutto, che mi dia quello che può, ma niente no. Non lo accetto». Ha visto in tv i suoi compaesani dargli del furbo. «Io rispetto le regole, ho i documenti in regola, pago le tasse, quello che io ho dato allo Stato è dello Stato, non sono soldi del sindaco». Quando gli è arrivata a casa la lettera del comune che gli comunicava la sospensione della mensa ha deciso di tenere a casa suo figlio per due giorni, poi lo ha portato superando la vergogna. Suo figlio gli racconta che alcuni bambini italiani non lo salutano. «Anche a me succede la stessa cosa - spiega - alcuni italiani mi salutano, altri no. Questa è la nostra realtà e mio figlio deve imparare a farci i conti».
Un sindaco da Oscar
Mor però deve fare i conti anche con il sindaco leghista Oscar Lancini. Il «Sindaco da Oscar» - questo il suo slogan - è al secondo mandato, la prima volta è stato eletto con il 47%, la seconda con oltre il 60%. E la sua Lega alle regionali a Adro ha ottenuto il 70%. All'opposizione c'è Linfa, una lista civica che comprende anche i delusi di Forza Italia. Sono proprio loro ad essere stati contattati dal generoso imprenditore di destra.
Lancini si è fatto conoscere qualche anno fa quando si era inventato una taglia sui clandestini: 500 euro per ogni vigile che ne catturasse uno. In Franciacorta è un personaggio noto. Era proprietario con altri suoi famigliari della Elg (Eredi Lancini Giancarlo), una ditta di smaltimento di rifiuti. Il sindaco che lo ha preceduto fino al 2003, Paolo Barzani, raro esempio di repubblicano, racconta: «Ci sono stati tre processi, i primi due si sono risolti con l'assoluzione o con la prescrizione, il terzo è ancora in corso ma verrà prescritto. Lancini è arrivato al punto di nominare la parte civile per conto del comune in un processo contro la ditta di famiglia». Insomma, Lancini è uno che di legalità se ne intende. «La scuola materna pubblica e la mensa lui non la voleva, non voleva che fosse costruita - continua Barzani - Era arrivato a dire che non bisognava pagare le rette. E adesso sta ricostruendo le scuole in un'altra area per creare una zona residenziale in centro».
Arrivano i «nostri»
Davanti ai cancelli della scuola materna tre donne con il velo sono venute a prendere i loro figli. Jamila in Marocco era avvocato, qui fa la casalinga. Sua figlia vorrebbe tornare in Marocco perché li può giocare con gli altri bambini. Jamila non si ferma alla questione della mensa. «Ad Adro - sostiene - c'è una politica discriminatoria per gli stranieri su ogni questione». Ci mostra un volantino del comune - «Fondo integrativo comunale affitto: prima i nostri!» - dove si accusa «l'ingiusta erogazione del fondo affitti della Regione» che premierebbe gli stranieri, e annuncia un fondo solo per cittadini comunitari così come il bonus bebè.
Arriva un uomo bianco. Parli italiano? «Mia tant», risponde in bresciano. Ma Fatmir è kosovaro, anche lui in cassa integrazione. «Ho fatto il Pirellone a Milano - dice orgoglioso - ponteggi e ascensori». Suo figlio lo tiene a casa a mangiare perché non può permettersi la mensa. Suo moglie
aspetta da tempo l'assegno di maternità che non le arriva.
Duecento metri più in là, Romana Gandossi, 69 anni, della Spi Cgil, sta discutendo con due signore italiane. Romana è l'altra benefattrice di questa storia, insegna italiano ai bambini e agli adulti stranieri, è stata la prima a segnalare il problema alla Cgil di Brescia che segue da vicino la vicenda. Si è mossa sin da quando a novembre il sindaco aveva dato un bollino verde ai bambini che avevano pagato il pulmino e ordinava di far scendere gli altri. In questi giorni deve mediare, ascoltare, scarrozzare tutti, con a casa i tre nipotini. E in più, proprio come il generoso benefattore, deve prendersi le accuse delle mamme italiane. «State facendo politica strumentale - dice la meno esagitata - non bisognava fare questo casino. Nella lettere il benefattore ha detto che i nostri figli saranno tutti drogati in discoteca o davanti al Grande Fratello, non lo doveva dire. Se voleva dare i soldi poteva farlo in silenzio senza tanta pubblicità». Arriva un'altra signora con la figlia. «Non parlo, ho fretta», scappa. L'altra mamma, una ragazza giovane e alla moda, non si trattiene. «Quello lì non doveva pagare per quella gente, se no doveva pagare anche per me. L'anno prossimo chi paga? Lui non credo, e noi neanche. Tanto ai loro bambini davano da mangiare lo stesso. Questa è solo propaganda. E poi io non ci credo che questi non hanno i soldi, e comunque non è un problema mio».
(15 aprile 2010)
FRONTE DEL VIDEO |
Maria Novella Oppo
Sfortunati i poveri di Adro
La bellissima lettera del benefattore che ha pagato al Comune di Adro la mensa per i bambini lasciati senza mangiare, non è riuscita a toccare il cuore dei compaesani, ma ha toccato il loro portafoglio. Impressionanti le interviste alle mamme mandate in onda dal Tg3; soprattutto quella signora bionda truccata da velina che ha accennato con disprezzo a «quella gente lì», chiarendo poi che parlava degli extracomunitari. Ora, tutti i genitori che pagavano pretendono di essere sovvenzionati, perché, è chiaro, non sono mica fessi. E a dare loro ragione è intervenuto ieri mattina ad Omnibus anche il leghista Galli, che ha spiegato come, secondo lui, quello del paesino bresciano non sia affatto un episodio di razzismo, in quanto tra le famiglie non paganti ce n’erano anche di italiane. Una giustificazione che non giustifica niente, ma non lascia dubbi sul fatto che, secondo la Lega, non bisogna avere indulgenza verso la razza inferiore dei poveri.
(16 aprile 2010)