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giovedì 20 ottobre 2011

La piazza pulita




Marina Petrillo è una giornalista di Radio Popolare che conduce il programma
Alaska e lavora molto con i social media: negli ultimi mesi il suo lavoro informativo su Twitter sulle rivolte nordafricane ma anche americane è stato ricchissimo e utile.

http://www.ilpost.it/2011/10/18/siete-solo-imitatori/



Io l'ho trovato intenso e commovente. Da leggere fino in fondo e diffondere. Lo merita, perché si tratta di una delle analisi più interessanti scritte dopo gli incidenti del 15 ottobre.



sul #15O



Potrei essere vostra madre, o vostra sorella - per fortuna non lo sono, perché immagino che per quanto amiate le vostre madri e sorelle, la loro saggezza vi appaia come un altro pezzo di quel presunto perbenismo che siete venuti a disfare con le vostre mani, con le vostre braccia giovani, con le vostre spranghe e i vostri bastoni. Ma non sono né vostra madre né vostra sorella, sono una giornalista, lavoro da tanti anni in una radio indipendente, e da poco meno di un anno faccio un lavoro che prima nemmeno esisteva, il curatore di social media, una persona che verifica e sceglie contenuti tratti dal lavoro collettivo della rete per produrre a sua volta contenuti informativi. Seguo da dieci mesi le rivolte arabe, e questo mi ha cambiato la vita. Non solo perché le rivolte l’hanno cambiata a tante persone, ma perché le migliaia di ragazze e ragazzi che stanno lottando per il futuro dei loro paesi mi hanno restituito la passione civile, mi hanno fatto sentire interrogata sui modi in cui facciamo politica, mi hanno strappato dal meccanismo di delega vuota degli ultimi quindici anni, e mi hanno fatto restare in un paese che prima volevo lasciare. Studiare l’attivismo in rete mi ha condotto alle stesse conclusioni di altre decine di curatori: non esiste bloggare o twittare da una posizione di neutralità; si può offrire alla rete la propria esperienza di verifica, di studio, di approfondimento, ma si diventa partecipi, e in qualche modo attivisti, senza quasi rendersene conto, senza averlo deciso. E un bel mattino si accetta che sia così. Perché, vi assicuro, non si può stare immersi nella lotta di piazza Tahrir senza sentirsi in qualche modo responsabilizzati, interrogati nel profondo, chiamati - non a riempirsi la bocca di slogan, ma a fare sul serio. E così come faccio dirette Twitter sul Cairo col cuore in gola perché ad ogni sit-in o corteo uno di quei ragazzi può lasciarci la pelle - come è successo a Mina Daniel, disarmato, durante il massacro dei copti il 9 ottobre - così ho twittato la Roma del #15O con crescente apprensione. Ho avuto paura che vi faceste accoppare da un poliziotto che perdeva la testa. Ho avuto paura che vi faceste pestare a sangue come chi è stato a Genova dieci anni fa ricorda bene e non dimenticherà mai. Ho avuto paura che saltaste in aria nell’esplosione di una di quelle auto che avete bruciato. Ho avuto paura che uno di quei blindati ubriachi vi investisse. Ho avuto paura che ammazzaste un poliziotto. Ho avuto paura che il vostro disprezzo evidente per la gran massa di gente perbene fra cui vi siete mimetizzati vi portasse a ferire, o a uccidere, o a far uccidere, una persona che un bastone o una spranga non li userebbe mai.

Poi ho capito che voi non avete paura. Voi vi piacete così, vi sentite belli con la vostra ferocia, con la vostra rapida coreografia della morte, ho capito che corteggiate il pericolo, che non vi importa delle conseguenze, che pensate di non avere niente da perdere (e siete troppo giovani per capire che invece avete parecchio), e soprattutto ho capito che non state costruendo niente. Senza quella folla immensa in cui vi siete nascosti - lo sapete benissimo - non siete niente, nessuno vi guarda, nessuno si cura di voi, non contate un accidenti. È vero, siete bellissimi e subdoli e veloci come un branco di lupi che discende in pianura. I miei amici antagonisti vi ammirano, sono dalla vostra parte, riconoscono in voi una rabbia profonda che tutti proviamo. Salvo poi essere un filo confusi - infiltrati della polizia oppure intrepidi compagni?

Devo scrivervi perché ho rispetto per chi muore per le cose in cui crede. Per chi non ha scelta. Per chi in piazza ci va studiando, facendo fatica, mediando con persone che la pensano diversamente. Per chi si stanca, e piange, per chi diventa eroe suo malgrado, e perde amici e fratelli, e pure non smette. Per chi da dieci mesi non dorme una notte intera, per chi si interessa della democrazia e si domanda come crearne una che funzioni e darle il proprio contributo. Per chi si fa un culo pazzesco nelle scuole, nella magistratura, nei sindacati clandestini, nei giornali censurati, nella tutela legale dei prigionieri politici, nel servizio d’ordine della piazza più rivoluzionaria del mondo. Per chi va in galera a vent’anni per aver scritto una cosa di troppo in un blog, o viene torturato per un graffito. Per chi rinunciando ad armarsi ha scelto la strada più lunga e produttiva. Per chi le botte e i gas lacrimogeni se li risparmierebbe se potesse, per chi i sassi li tira perché ha di fronte un apparato infernale e corrotto che da 40 anni lo schiaccia e lo tortura - e non per modo di dire. Per chi soltanto una settimana fa ha visto i soldati gettare nel Nilo cadaveri di cristiani disarmati. Voi siete solo imitatori, attori, pedine. Non avete rispetto per i vostri diritti, e ricoprite un ruolo ridicolo nella stessa recita che tanto detestate. È nato un movimento internazionale, se vi va di rendervene conto, che potrebbe perfino salvarci dal nostro provincialismo. Ha quattro regole in croce, e chiede di rispettare solo quelle. Ha scelto la resistenza passiva - la studia, la pratica, sa a cosa serve. Se volete, è anche casa vostra. Sta a voi. Dentro al movimento, con le vostre forti braccia e magari anche il cervello, potete sperare di contare qualcosa. Ma se non avete rispetto, se non vi fidate di nessuno, se siete cinici e nichilisti e avete già deciso che non cambierà mai niente, se pensate di essere un po’ più derubati degli altri, più precari degli altri, più disoccupati degli altri, allora andate a fare gli esclusi per scelta sugli spalti degli stadi, o a spaccare vetrine da soli finché non sarete cresciuti - con la vostra illusione di avere sempre ragione, di sfidare il sistema, o di distruggere i simboli della proprietà privata mentre è vostro padre che paga ancora le rate. Vi va bene che siete italiani. Vi va bene che qui c’è qualcuno a cui fa comodo che esistiate, che finge di non vedere i bastoni nascosti a San Giovanni dalla sera prima, che non vi ferma alla stazione Termini mentre passate col viso coperto e un metro di legno che vi spunta dagli zaini. Vi va bene che qui il rapporto di fiducia con la polizia è così corroso e malato che a via Merulana si è fatta un’assemblea tragica in mezzo ai lacrimogeni per decidere se consegnare o no 3 di voi agli agenti - perché la polizia è maiale se ti carica, o se carica quelli sbagliati, ma è anche vigliacca se non ti protegge dai provocatori. Vi va bene che siete nati in un paese così bizantino e pieno di segreti che le teorie del complotto sono sempre lecite. Vi va bene che siete in un paese vecchio, l’unico in cui il movimento che dichiara la fine di un sistema fallimentare scende in piazza ancora coi suoi stracci di bandiere, con le sue divisioni tribali, con i suoi rottami di sindacato, col suo ritardo spaventoso in un paese governato da un impunito. Vi va bene che siete in un paese ipocrita, teatrale, che sfila in tv ma poi alle assemblee di discussione non ci va, e che ha aspettato invano per anni che qualcuno lo chiamasse in piazza invece di andarci e basta. E vi va bene che siamo ancora così stupidi da organizzare cortei-fiume in mezzo ai palazzi più preziosi del mondo invece di occupare pacificamente una piazza - perché certo, poi ci toccherebbe anche metterla in sicurezza noi stessi, e tenerla pulita, e prendercene la responsabilità. Vi va bene che vi sia stato offerto di nuovo un palcoscenico - voi, e tre ore di caroselli anni ‘70 delle camionette in diretta tv. Col “sistema” sembrate d’accordo almeno su una cosa: sul fatto che è meglio non manifestare del tutto, che è meglio tenere la bocca chiusa e starsene a casa, cioè esattamente l’opposto di quello che reclama questo movimento - il diritto a riprendersi lo spazio pubblico, e a usarlo per il bene comune. Avrete pure vent’anni ma siete vecchi anche voi, non scandalizzate nessuno, e vi lasciate usare. Vi hanno fatto credere che la prima linea sia quella piazza da cui avete divelto i sanpietrini, e ci siete cascati. E invece, come vi dirà qualunque vero rivoluzionario, la prima linea è dentro, e si trova insieme, e costa tempo, pazienza, e fatica.

Una cosa è sicura - questo movimento sarà anche ingenuo, ma tanto non sarete voi a cambiare il mondo. Avreste dovuto restare a bocca aperta, quando la basilica ha aperto i suoi giardini ai manifestanti soffocati dai lacrimogeni a San Giovanni. A bocca aperta per la bellezza straordinaria di quel luogo che appartiene all’umanità intera, e che è nostro privilegio conservare a prescindere dalla fede religiosa. E qualcuno avrebbe dovuto dirvi che a gennaio, per proteggere con una catena umana il Museo Egizio del Cairo, uomini e donne si sono presi per mano mentre dai tetti gli sparavano addosso i cecchini del loro stesso presidente. E che quegli uomini e quelle donne sanno che la non-violenza ha un prezzo salato, come 700 morti, che non si finisce mai di pagare. Ma ci ricordano che è uno strumento collettivo di straordinaria civiltà e potenza; ti permette di vincere battaglie decisive, ti migliora, ti moltiplica, ti eleva, ti fa contare sul serio, e ti conquista il rispetto del mondo.



Marina Petrillo

(17 ottobre 2011)





 



 





 


martedì 2 agosto 2011

No Tav: quest'opera non s'ha da fare




Attingo a piene mani dal Tafanus, uno tra i blog più documentati, questo materiale che dimostra come la Tav Torino-Lione sia un'opera inutile ed economicamente devastante che si vuol imporre alla popolazione della Val di Susa.



 



Un discorso serio sulla TAV deve partire non già da aspetti e posizioni spesso ideologiche (ecologia, diritti dei locali a decidere... argomenti sui quali non mi sento pronto a lasciarmi trascinare), ma innanzitutto da una seria analisi di costi e benefici. Quanto costa la TAV? Qual’è il livello di traffico di passeggeri e merci al quale è ragionevole che si raggiunga il break-even-point? Cosa dicono, a tal proposito, le previsioni della Società LFT, “Lyon Turin Ferroviaire”? Sono sensate? Le previsioni di traffico fatte nel 2004, come si confrontano con la realtà del 2011? Le previsioni della LFT sono coerenti con l’andamento storico del traffico sull’asse Lione-Torino? A chi e a cosa serve l’asse Lisbona-Kiev?



Non che i dati sull’impatto ambientali non siano importanti. Sono importantissimi, ma sarebbero forse gestibili (per esempio, e sia pure a costo di un aumento della spesa, attraverso l’interramento della linea nei tratti più congestionati della valle). Quelli invece che concernono la “coerenza economica” sono testardi: o l’opera è vantaggiosa e sensata, o non lo è. Tertium non datur.



Abbiamo cercato risposte prevalentemente in un [lungo e dettagliato rapporto] di oltre 105 pagine. Questo documento, ad una valutazione maliziosa, potrebbe sembrare di “fonte inattendibile”, essendo edito dalla Comunità Montana Valle Susa e Val Sangone. Ma la cosa non è così pacifica, perché questo studio, molto serio ed esaustivo, è basato in gran parte su dati tratti da altre (insospettabili) fonti: in primo luogo dalla stessa LFT (questa si, sospettabilissima, ma all’incontrario...; ma poi da Università, ISTAT, Ferrovie Italiane sul traffico storico, costi previsti e costi reali di opere già completate, eccetera...



Queste valutazioni sono completate con un sintetico articolo de “lavoce.info” di Tito Boeri, arricchito da una vastissima biografia sull’argomento: tutta roba di cui forniremo i links in calce, per chi volesse approfondire.



3. ANALISI COSTI/BENEFICI 



3.1. Conto economico - I conti e le valutazioni che seguono si riferiscono alla ipotizzata nuova linea AC Torino-Lione con riferimento tanto alla tratta internazionale che a quella nazionale, fino al raccordo di Settimo con la linea AV Torino-Milano. La tratta internazionale comprende il tunnel di base ed il tunnel dell’Orsiera (per una lunghezza di 57,1 km e altri 19,2 km in territorio italiano, inclusi gli 11,4 del tunnel dell’Orsiera), fino alla piana delle Chiuse. La tratta nazionale va dalla piana delle Chiuse fino all’interconnessione di Settimo, passando per lo scalo di Orbassano e sottoattraversando l’area di Torino (corso Marche) per una estensione di circa 43 Km.



3.2. Fabbisogni e uscite - Il costo ufficiale della tratta internazionale è preso dalla “Relazione di sintesi dei costi di investimento” del progetto preliminare. La cifra complessiva ivi indicata è 10,4 Miliardi, di cui, in base al trattato tra i due governi, 2/3 sono a carico dell’Italia, ossia 6,9 miliardi. Il costo unitario della tratta internazionale corrisponde a circa 181,6 MIlioni/km. Quanto alla tratta nazionale fino a Settimo se ne stima il valore sulla base di un costo dichiarato sui mezzi stampa di 120 Milioni, che porta a un totale di circa 5,16 miliardi. La stima è estremamente prudenziale per via del previsto attraversamento dell’area di Torino in doppia galleria ferroviaria profonda. Altre valutazioni considerano un possibile costo unitario di 140 milioni/km, il che comporterebbe un totale di 6,0 miliardi. L’investimento totale convenzionale a carico dello Stato italiano è dunque pari a 12,1/12,9Miliardi.



Approvvigionandosi dei capitali sul mercato finanziario e usando l’analogia con le tratte AV nazionali già realizzate si può ipotizzare un interesse annuo sul capitale del 6% per una durata trentennale del mutuo. La durata nominale dei cantieri (con l’ipotesi aggiuntiva che tutte le tratte siano iniziate in parallelo allo scopo di poter far avviare l’esercizio della linea alla data più ravvicinata possibile) è assunta pari a 10 anni, durante i quali vengono pagati gli interessi intercalari senza cominciare il rimborso del capitale. Supponendo ulteriormente che il fabbisogno di capitali sia distribuito uniformemente nel decennio. In questo modo si ha, prima dell’apertura della linea, un ulteriore costo finanziario per gli interessi di 4,0/4,3Miliardi. Il totale a carico dello Stato Italiano diventa complessivamente di 16,1/17,2miliardi.



Quanto ai costi di gestione della linea questi vengono stimati a partire dalle valutazioni di Rémy Prud’homme riferite alla linea del TGV Nord francese incrementate del 20% per via delle gallerie (stima ricavata da un documento CIG): si ottiene così un costo annuo pari al 3,2% dell’investimento. Se si usano i valori assoluti indicati dalla CIG la percentuale sale al 4,6% del valore dell’investimento. Non è chiaro se queste cifre comprendano anche il costo del personale e dell’energia.



3.3. Ricavi minimi necessari - Si considerino due situazioni estreme:



a) il capitale è interamente fornito dallo stato a fondo perduto;



b) il capitale viene recuperato con la gestione della linea. 



Per valutare le entrate da passeggeri si fa riferimento al viaggio Torino/Parigi ad un costo medio 2010 di 90 € a viaggio (sola andata). Il numero di passeggeri necessari (non considerando le merci) va da un minimo di 4,294 Milioni/Anno (senza rimborso del capitale e a regime, con costo minore e percentuale minore) a un massimo di 19,5 Milioni/anno (al primo anno di esercizio, col rimborso del capitale in 30 anni e con costo e percentuale maggiore). 



Si confrontino questi numeri con il flusso attuale di passeggeri. Nel 2010 sono in servizio due coppie di treni al giorno tra Torino e Parigi (nel 2009 erano 3 coppie). La capienza media di un treno è intorno a 500 passeggeri. Il numero dipende ovviamente dalla composizione del treno e dal coefficiente di riempimento. La cifra scelta è già di per sé piuttosto ottimistica perché sottintende un indice di riempimento vicino ad 100 per tutto l’anno. Comunque sotto queste ipotesi il flusso convenzionale di passeggeri per il 2010 è 730.000. Per ottenere il pareggio con i soli passeggeri sarebbe necessario un flusso che va da circa 6 a circa 27 volte quello del 2010.



Considerando le merci, la situazione della tariffazione è piuttosto complessa. Si utilizzano i dati dello studio di Maria Cristina Treu e Giuseppe Russo per applicare una tariffa media di 3,5 €/km×carro da 25 ton. Si considererà per il calcolo la lunghezza della tratta cui corrisponde l’investimento di cui stiamo ragionando, cioè, per la competenza italiana, circa 91 km. Con queste ipotesi si ottiene un flusso minimo necessario all’equilibrio compreso tra 30,3 Milioni di ton/anno (senza recupero del capitale, cifre minori) e 152,9 Milioni di ton/anno (al primo anno di esercizio, con recupero del capitale, cifre maggiori). Considerato che la soglia di convenienza del trasporto ferroviario rispetto a quello stradale si situa attorno a viaggi di un migliaio di km, a una tale percorrenza dovrebbero essere rapportate le merci considerate e pertanto il costo per il trasportatore andrebbe calcolato di conseguenza e il maggiore ricavo corrisponderebbe alle esigenze di manutenzione ed esercizio delle tratte complementari a quella di interesse. Va aggiunto che il trasporto merci per ferrovia in Francia non avviene su linee AV o speciali e che in Italia non risultano richieste di utilizzare a tale scopo le linee AV, teoricamente ad esercizio misto. Se ne deduce che, per incentivare gli operatori ad utilizzare la nuova linea (che sarebbe a standard di AV), l’investimento per il materiale rotabile speciale necessario (motrici politensione, carri con sospensioni e freni a disco…) dovrebbe risultare a carico dei gestori della linea stessa e non degli spedizionieri e pertanto aggiungersi alle cifre già valutate riguardo alla realizzazione e gestione della linea in sé. Il dato più recente sul flusso di merci lungo la direttrice ferroviaria Torino-Modane (2008) indica un transito di 4,6 Milioni di ton in un anno, da 6,7 a 33,2 volte inferiore di quanto in ipotesi porterebbe all’equilibrio dei conti della nuova linea (materiale rotabile escluso).



3.5. Evoluzione attendibile dei trasporti - Le considerazioni svolte fin qui mostrano che la nuova linea Torino - Lione, per reggersi, richiederebbe un rilevantissimo incremento nei flussi di merci e passeggeri lungo la direttrice ferroviaria della Valle di Susa entro i prossimi 40 anni. Occorre pertanto valutare se un tale incremento sia in qualche modo credibile e probabile. Il primo passo è rilevare le tendenze in atto le quali risentono delle condizioni contingenti, delle caratteristiche strutturali del collegamento e delle aree collegate.



Per quanto riguarda il primo punto, l’ipotesi adottata comporta che i fattori che hanno determinato l’andamento storico dei flussi vengano di colpo annullati e sostituiti, a partire dal 2004, da un insieme di fattori con una dinamica completamente diversa. Il senso dell’operazione può essere colto con uno sguardo alla fig. 1. Come è immediato rendersi conto, non vi è alcuna parentela, né per quanto riguarda gli anni successivi al 2004, né per quelli precedenti, tra l’andamento piatto e decrescente dei dati reali e la previsione di LTF, rappresentata dalla curva esponenziale in rosso che si impenna. Il diagramma appare errato a chiunque si occupi di problemi simili, perché la prima e fondamentale condizione richiesta a un modello previsionale é che esso sia in grado di riprodurre con buona approssimazione i dati già noti del passato. 



TAV01Fig. 1



Cosa prevedeva la società nel 2004 e cosa è successo davvero



TAV02

Dunque, riepilogando, anche assumendo per buoni i dati della società proponente, abbiamo che l’equilibrio dei conti, qualora si considerassero solo gli investimenti fissi nella linea e gli interessi finanziari (ma senza considerare – com’è normale fare – i costi del personale, del materiale rotabile, della manutenzione di linea e materiale, eccetera), dovremmo prevedere, su una tratta col traffico sia passeggeri che merci storicamente in calo drastico, che per miracolo, quando l’opera sarà disponibile, il traffico passeggeri sarà da 6 a 27 volte quello attuale; quello merci dovrebbe invece essere da 7 a 33 volte superiore. Qualcuno chiami il 113, per piacere, e mandi dei robusti infermieri anche a casa di Chiamparino, della Bresso, di Bersani, di Fassino. Per piacere, ci diano una giustificazione SENSATA circa la posizione assunta dal PD.



Ma vogliamo completare il nostro "discorso non ideologico" con il punto fatto da Andrea Boitani e Francesco Ramella con un articolo su lavoce.info, non solo per il valore intrinseco dell'articolo, ma perchè lo stesso raccoglie una utilissima bibliografia, per chi volesse ulteriormente approfondire, o avere a portata di mano un ricco strumento - da conservare e completare in progress - di riflessione e di discussione:



Tutti i nodi della Tav



di Andrea Boitani e Francesco Ramella (lavoce.info del 5.07.2011)



La Tav è ritornata a fare notizia. Per non perdere il modesto contributo europeo, il Governo ha deciso di dare inizio ai lavori per il tunnel geognostico della Maddalena. Ed è ripartita la protesta di gran parte della comunità locale. Si parla ora di un nuovo progetto, con una realizzazione per fasi. In attesa che sia ufficialmente definito, riproponiamo i contributi che in materia di Tav lavoce.info ha pubblicato negli ultimi anni. Serviranno a riannodare i fili di un ragionamento non emotivo su un'opera che richiede comunque un investimento molto elevato [...]



È seguita la rinnovata protesta, in larghissima misura pacifica e “ragionata”, di una parte importante della comunità locale e quella inaccettabilmente violenta di chi poco o nulla ha a che fare con la Val Susa e che è abituato a menare le mani più che a usare il cervello.



DOV'È LA LOGICA ECONOMICA?



Non sono peraltro emerse negli ultimi tempi novità significative in merito alla opportunità di realizzazione dell’opera. Ai ripetuti interventi critici ospitati negli scorsi anni da lavoce.info non ha fatto seguito alcuna replica “quantitativa”; probabilmente in mancanza di argomenti migliori, si è continuato a ripetere slogan relativi a una presunta “strategicità del progetto”, all’isolamento dall’Europa o alla interruzione in Val Susa di un improbabile (ora e nel futuro) Corridoio V.



Negli ultimi giorni sono emerse alcune indiscrezioni in merito a una possibile realizzazione per fasi del progetto, che prevederebbe l’immediato inizio dei lavori per il tunnel di base fra Italia e Francia e il rinvio a dopo il 2030 dell’adeguamento della tratta nazionale a ovest di Torino. In questo modo si arriverebbe a un abbattimento significativo dei costi nel medio periodo.



Tale decisione sembra peraltro rispondere più a ragioni di cassa che non a una logica economica e trasportistica. Come spesso ripetuto, la tratta ferroviaria transfrontaliera, oggetto di un importante intervento di ammodernamento nell’ultimo decennio, sarebbe in grado di soddisfare flussi di traffico da due a tre volte superiori al massimo raggiunto nei primi anni Duemila (da quando, invece, il traffico è in diminuzione). Assai più elevato è il numero di treni sulla tratta verso il nodo di Torino interessata sia dal traffico merci che dal trasporto locale, sebbene anche questa tratta sia ancora lontana dalla saturazione.



Molti riconoscono che la tratta tra Avigliana e Bussoleno sia il collo di bottiglia dell’intero itinerario. Da qui, se partire si vuole, occorrerebbe iniziare per velocizzare il traffico ferroviario tra Torino e Lione. Se si parte dal tunnel di base, è solo per non perdere il contributo europeo, visto che la Commissione finanzia (molto parzialmente) esclusivamente la tratta internazionale?



Viene allora anche da chiedersi se la logica con cui la Commissione europea decide l’allocazione delle risorse sia quella economica, volta a risolvere nel modo più efficace e meno costoso possibile i problemi di trasporto del continente, o quella formale di finanziare esclusivamente tratte internazionali, indipendentemente dalla loro utilità.



In attesa che il nuovo progetto “low cost” sia ufficialmente definito e sia possibile una sua analisi approfondita sotto il profilo economico, riproponiamo i contributi che in materia di Tav lavoce.info ha pubblicato negli ultimi anni. Serviranno comunque a riannodare i fili di un ragionamento non emotivo su un progetto di investimento che potrebbe costare nei prossimi quindici anni come un terzo della manovra che il governo vorrebbe varare per decreto in pochi giorni.



Dossier sul problema della Lione-Torino




 


domenica 19 dicembre 2010

Le generazioni bruciate



La sordità, l'ignavia e la pavidità di un'intera classe dirigente da una parte le impedisce di ascoltare la protesta -  che è poi anche contestazione e ricusazione - di una larga parte della società civile, di categorie molto spesso ignorate, mentre dall'altro lato suggerisce di barricarsi nel Palazzo chiedendo assistenza e tutela proprio a quegli stessi poliziotti che, il giorno prima, erano confluiti con le loro rappresentanze, sotto la villa di Arcore, per denunciare l'avvilimento che patiscono con il taglio indiscriminato a stipendi e prestazioni, con la riduzione pesantissima di risorse che si traduce, poi, nella progressiva scomparsa della dignità.



Il portone di Montecitorio sbarrato, mentre nell'aula proprio sorda e più che grigia si compie l'ennesimo sfregio alla democrazia e alla Costituzione, nata dalla guerra antifascista; l'allargamento scriteriato della "zona rossa" a tutela di lorsignori, i quali sono ben consapevoli di essere protagonisti dell'ulteriore mortificazione inflitta ad un Paese che ha ancora una parte sana, ma non riempie il Parlamento (proprio perchè sana), rappresenta l'emblema degli ultimi giorni di un regime ormai avviato al tracollo. Un regime che ha paura dei cittadini, che è terrorizzato dal dissenso che sbugiarda "la favola bella che ieri t'illuse, che oggi m'illude".

Ho raccolto, a modo mio, alcuni contributi per meglio capire ciò che sta avvenendo in questa Italia infettata dal morbo B., lobotomizzata dalle televisioni del cancro B., che hanno svezzato ragazzi cresciuti con il mito dei tronisti e delle veline, ma dove nonostante questa deriva culturale, etica e sociale si è anche formata una generazione che dice "no", che non ci sta e non vuole arrendersi alla prospettiva di un futuro inesistente. E se lo vuol riprendere.

Che siano, almeno, incazzati i giovani è proprio il minimo.



 

Il colloquio

Manganelli: noi, soli a fronteggiare l’emergenza sociale

Parla il capo della Polizia: svolgiamo un ruolo di supplenza della politica in condizioni difficili. «A Roma nessun infiltrato, solo personale in borghese»

 

CLAUDIA FUSANI

 

Tensioni sociali «in forte crescita in tutto il paese» provocate da una grave crisi economica e «dall’instabilità anche del quadro politico»: tutto questo «costringe la forze dell’ordine ad un’attività di supplenza sempre più complessa e delicata». Un «superlavoro» richiesto a chi, tra l’altro, vede stipendi sempre più ridotti. Il Capo della Polizia Antonio Manganelli cerca di ragionare, il giorno dopo il martedì nero di Roma messa a ferro e fuoco, sulla situazione generale.

Un’analisi che parte dalla manifestazione degli studenti. Ma poi comprende Terzigno con le cariche per i rifiuti e Brescia con quelle sotto le gru dove si erano rifugiati gli extracomunitari senza permesso di soggiorno.

Il giorno dopo al Viminale si mettono insieme i fotogrammi di una giornata durissima ancora da decifrare. Il bilancio del 14 dicembre romano è pesante, le foto delle devastazioni e del finanziere con l’arma in pugno hanno fatto il giro del mondo. Roma come Mosca, Madrid, Atene. Il bollettino della Digos della questura di Roma è abbastanza eloquente: 23 persone arrestate, 5 denunciate, 124 feriti tra le forze dell’ordine. È andata male ma poteva andare sicuramente peggio. Manganelli elogia il questore Francesco Tagliente e il prefetto Giuseppe Pecoraro, il vertice della gestione dell’ordine pubblico, e tutto il personale in servizio «capace di sostenere una situazione estrema con grande sangue freddo».

Che martedì sarebbe stata «una giornata ad altissimo rischio» lo dicevano i report delle Digos delle varie città e lo confermavano le segnalazioni di intelligence. Il mandato del Viminale era chiaro: garantire il diritto di manifestare e tutelare i luoghi istituzionali delle democrazia. I tentativi di assalto a Montecitorio, promessi e trascritti sui manifesti, non sarebbero stati tollerati. E così è stato. Lontano da quei luoghi, da palazzo Chigi, da Montecitorio, da palazzo Madama, al di là di una cintura di mezzi blindati posizionati lungo il perimetro ampio di una gigantesca zona rossa, è successo di tutto.

«Volevano sfondare e sfasciare, abbiamo visto momenti di violenza inaudita e gratuita. Autentica rabbia», dice Manganelli mentre scoppia la polemica sugli infiltrati, agenti provocatori mimetizzati nel corteo in attesa del momento opportuno, il più utile, per scatenare la guerra.

La parola infiltrati non è ricevibile dal Capo della Polizia che boccia ogni ipotesi di questo tipo. C’era, semmai, «personale in borghese lungo il corteo» per monitorare la piazza. «La foto del finanziere che sta stringendo la pistola - precisa il prefetto - è il fotogramma di una lunga e drammatica sequenza che purtroppo abbiamo visto in diretta e con l’audio acceso qui in ufficio sui video al plasma che rinviavano le immagini dai punti più critici della città. Quel finanziere era stato aggredito da un gruppo di manifestanti che gli avevano strappato manette, casco, giubbotto, manganello. Lui temeva che potessero prendere l’arma. Ecco perché l’ha impugnata, per difenderla». Intorno a lui, a proteggerlo, colleghi in borghese, a loro volta con felpe, cappucci, anche caschi, magari di altri corpi di polizia.



Chi ha incendiato la piazza? C’è stata una regia? Da dove sono saltati fuori i black bloc? Le domande del giorno dopo. I filmati ricostruiranno la dinamica dei fatti. «Anarchici, studenti, molti arrivati da fuori, dalla città del nord, più o meno organizzati. Dobbiamo ancora capire quali effettivamente erano le categorie in piazza. C’erano decine di migliaia di persone, molti volevano assaltare Montecitorio e noi dovevamo impediarlo. C’è stato un collegamento temporale evidente tra il voto di fiducia e l’inizio dei disordini.Tutto era già programmato». Ci si chiede perché non sia stato possibilefermare prima gli assaltatori. Ma non erano un gruppo individuato e individuabile,«all’improvviso nel corteo sisono staccati gruppetti di 50-100 persone, si sono travisate ...». Ed è cominciata la guerra.

Ma non finisce qua. Il problema è la rabbia sociale che c’è in giro. Giovani e meno giovani che poco o nulla hanno a che vedere con la politica e le ideologie e che sono gonfi di rabbia, disposti a tutto. «Rifiuti, Fiat, aziende che chiudono, tanti sono i focolai di tensione. Perché i rifiuti di Napoli devono diventare un problema di polizia? Semmai è di pulizia», ragiona il prefetto. «Madrid, Londra, Atene, le grandi capitali s’incendiano. È chiaro che c’è un problema che va al di là del quadro politico italiano. Ma è altrettanto chiaro che tensioni ed instabilità

politica ed economica costringono le forze dell’ordine a svolgere una sempre più difficile attività di supplenza. Un superlavoro richiesto a chi, tra l’altro, è pagato sempre meno». Tra i tanti cortocircuiti a cui assistiamo c’è anche quello di vedere il giorno prima - è successo lunedì - i poliziotti protestare contro il governo per gli stipendi tagliati. Erano gli stessi che il giorno dopo, martedì, difendevano quegli stessi palazzi da chi, come loro, chiede ascolto e diritti.

(16 dicembre 2010)




 



http://it.peacereporter.net/articolo/25844/Cattivi+pensieri



 

Cattivi pensieri



Il presidente della commissione Difesa: "Perché a Roma il finanziere con la pistola non ha sparato?" Un carabiniere: "Parole infelici e preoccupanti. Non serve usare le armi, ma una gestione più professionale dell'ordine pubblico"



Perché il finanziere aggredito durante gli scontri di Roma, quello fotografato con la pistola in mano, non ha sparato ai manifestanti? È l'inquietante domanda che il presidente della commissione Difesa della Camera dei Deputati, Edmondo Cirielli, ha posto in un interrogazione al ministro dell'Interno. Una provocazione che ha destato allarme negli stessi ambienti delle forze dell'ordine.

PeaceReporter ha raccolto le inquietudini di un carabiniere in servizio, che per ovvi motivi ha chiesto di rimanere anonimo.

 

Quelle di Cirielli sono dichiarazioni infelici - afferma il carabiniere - tanto più perché fatte nella veste di presidente della commissione Difesa. Invocare l'uso delle armi da parte delle forze dell'ordine è preoccupante perché getta benzina sul fuoco, perché affronta in maniera sbagliata il problema e, non ultimo, perché lo fa un ufficiale dei carabinieri che, finito il suo mandato parlamentare, potrebbe tornare in servizio e combinare guai seri.

Nella sua interrogazione, il presidente della commissione Difesa invita il governo a ''meglio disciplinare'' l'uso delle armi da fuoco da parte delle forze dell'ordine per consentirne un uso più disinvolto. Cosa ne pensa?

La legge è chiara nello stabilire che le forze dell'ordine possono usare le armi da fuoco per legittima difesa solo in presenza di un’offesa di almeno pari entità, quindi si presume che un agente tiri fuori l'arma quando si trova davanti gente armata allo stesso modo. L'uso di armi è consentito in circostanze estremamente gravi, ma qui si entra nel campo dell'interpretazione. Un'efficace gestione dell'ordine pubblico non dipende dall'uso delle armi, ma dall'adeguatezza numerica e professionale del personale.



A Roma non è stato solo il finanziere aggredito a tirare fuori la pistola: anche suoi colleghi carabinieri hanno estratto l'arma, come dimostra la foto pubblicata giovedì sulla prima pagina del Manifesto.

Quel finanziere e quei carabinieri sono stati lasciati soli. Come dicevo, se gli agenti messi in campo sono pochi e male addestrati, succede quello che non dovrebbe succedere, perché si creano facilmente situazioni in cui alcuni uomini rimangono isolati, cosa che non dovrebbe mai accadere, finendo in condizioni personali di pericolo che possono far perdere la testa. La questione non è se permettere o no un uso più disinvolto delle armi da fuoco: la questione è evitare di finire in situazioni pericolose, e ciò è possibile solo se gli uomini in campo sono in numero sufficiente, operano in maniera professionale e ben coordinata, con un buon supporto di intelligence, in maniera che la situazione sia sempre sotto controllo e nulla sia lasciato al caso.

Si profilano all'orizzonte nuove proteste contro la riforma Gelmini e, vista la situazione politica ed economica che stiamo attraversando, è facile prevedere un periodo molto 'caldo'. Pensa che la provocazione di Cirielli possa incidere negativamente su un'equilibrata gestione dell'ordine pubblico?

Confido nella tradizionale moderazione delle forze dell'ordine italiane, che solo in pochi e ben noti casi hanno perso la testa per i motivi a cui ho accennato prima. La provocatoria iniziativa del presidente della commissione Difesa non avrà ripercussioni se, come mi auguro, il ministro Maroni ignorerà le parole di Cirielli e se altrettanto faranno i mass media, soprattutto la televisione. Spero che questa interrogazione finisca dimenticata in un cassetto. Io la ricorderò con amarezza.

Enrico Piovesana

(17 dicembre 2010)

 

http://it.peacereporter.net/articolo/25850/Le+amnesie+di+Alemanno:+tre+arresti+e+tre+assoluzioni.+Ma+oggi++contro+le+scarcerazioni+altrui

 




Le amnesie di Alemanno: tre arresti e tre assoluzioni. Ma oggi è contro le scarcerazioni altrui



Un agguato contro un 23enne, una molotov contro l'ambasciata Urss, un tentativo di bloccare il corteo di Bush padre a Roma. Tre volte accusato, con 8 mesi di carcere. Poi sempre assolto

"Sono costretto a protestare a nome della città contro le decisioni assunte dalla sezioni II e V del tribunale di rimettere in libertà in attesa di giudizio quasi tutti imputati degli incidenti del giorno 14". Gianni Alemanno, sindaco di Roma, se la prende con i magistrati.

Il sindaco di Roma, da tempo in giacca e cravatta e modi urbani, è lontano anni luce dalla sua turbolenta 'giovinezza', celtica al collo a parte (ma quello è un ricordo affettivo e personale). Il fatto che stupisce è come Alemanno, che conta all'attivo tre arresti, otto mesi di carcere e proscioglimenti in tutti i tre i casi, non riesca a capacitarsi delle decisioni motivate dei giudici.

"C'è una profonda sensazione di ingiustizia - insiste Alemanno - perché i danni provocati richiedono ben altra fermezza nel giudizio della magistratura sui presunti responsabili di questi reati. Non è minimizzando la gravità di certi fatti che si dà il giusto segnale per contrastare il diffondersi della violenza politica nella nostra città".

L'arringa accusatoria viene da chi ha vissuto da protagonista ben altre stagioni della violenza politica. I casi in cui è rimasto impigliato l'attuale sindaco sono tre:



Novembre 1981 per aggressione di uno studente di 23 anni. (Ansa, 20/11/1981)

Nel 1982 viene fermato per aver lanciato una molotov contro l’ambasciata dell’Unione Sovietica a Roma, scontando poi 8 mesi di carcere a Rebibbia. (Ansa, 15/05/1988)

Il 29 maggio 1989 viene arrestato a Nettuno per resistenza aggravata a pubblico ufficiale, manifestazione non autorizzata, tentato blocco di corteo ufficiale, lesione ai danni di due poliziotti, in occasione della visita del Presidente Usa George H. W. Bush (Ansa 29 e 30/05/1989).

In tutti e tre i casi l'Alemanno - direbbe il linguaggio da questura - ne riesce a uscire pulito dal punto di vista giudiziario. Ma i ricordi delle 'ingiustizie' subite, evidentemente, non giovano alle dichiarazioni ufficiali. "E' evidente che queste persone hanno dimostrato di essere soggetti molto pericolosi per la nostra città", ha detto ancora.

Chissà che fra i ragazzi scarcerati non si celi un prossimo ministro o sindaco dell'Urbe.

Angelo Miotto

(17 dicembre 2010)



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