"Qualche volta Dio uccide gli amanti per non essere superato in amore" Alda Merini.
domenica 5 aprile 2015
Il ritorno
sabato 4 febbraio 2012
martedì 31 gennaio 2012
La fine e l'inizio
E venne, infine, il 31 gennaio.
Non avrei mai immaginato che questa data potesse rappresentare una scadenza così temuta, tale da trapanare il cervello dapprima in maniera soft e persino evanescente, per assumere poi le caratteristiche di un tormento vero e proprio, in grado di occupare ogni interstizio della mente. Fino a stravolgere (è accaduto) anche il normale fluire della quotidianità.
C'è stato persino un momento in cui il panico ha rischiato di travolgermi.
In Rete si poteva trovare di tutto, anche se poi non era esattamente ciò che si stava cercando. Anche se i tutorial non risultavano essere davvero efficaci e sopraggiungeva, immancabile, la fase di un autentico blocco mentale.
Certo, avrei potuto ricominciare da zero, cambiando per tempo la piattaforma. Certo avrei anche potuto concludere che, considerate le scarse attenzioni riservate al blog da almeno un anno a questa parte, non sarebbe stato poi così grave lasciare che ogni cosa svanisse.
Poi però mi sono ritrovato a rileggere alcuni post, scritti in vari frangenti e solo allora mi sono reso conto di ciò che rischiavo di perdere, che la vera posta in gioco era quella parte di me che avevo depositato nei mesi e negli anni. Che aveva vissuto sotto gli occhi di persone care e interessate (anche se non tutte care e non tutte parimenti interessate).
Ma questa raggiunta e tardiva consapevolezza non ha neppure avuto il tempo di sedimentare, sostituita dalla fretta, dall'ansia, dalla tensione.
Credo di aver vissuto per circa un mese, certamente per un paio di settimane, come un “drogato”. Della blogosfera, in questo caso. E questo ha significato dedicare buona parte delle risorse e del tempo a capire come migrare, senza perdere nulla.
Ho così vagabondato per piattaforme, saltellando da un forum all'altro. C'è stato chi si era offerto di compiere il servizio completo di “trasloco”, in cambio di una pizza. Ma poi dal tariffario praticato, sebbene di pochi centesimi a post, ti rendevi conto che si trattava di tante pizze, di quelle farcite.
Ho seguito le interminabili discussioni che vertevano sulla privacy così vulnerata, sui danni che si sarebbero potuti procurare utilizzando male codici e linguaggi. C'è stato persino chi proponeva di denunciare alla Guardia di Finanza chi effettuava il “trasloco”, perché si poteva configuare come evasione fiscale. Il delirio allo stato puro, insomma.
Ho anche attraversato blog che da tempo erano stati abbandonati. Con tenerezza sono tornato su quello che avevo visitato e frequentato la prima volta (si era nel 2004). Dove la partecipazione era stata così attiva al punto da farmi considerare che potevo aprirne benissimo uno.
Sono poi passato da quelli che erano stati importanti, ne avevo conosciuto le proprietarie e le relazioni si erano allargate sfociando nella parola scritta con mail, quando non addirittura una presenza telefonica. Non ho mai incontrato nessuna di loro. E ciò che restava (e tra poco non esisterà più) erano brandelli di vita, racconti di emozioni, parti di esistenze che chissà quale direzione avranno preso.
Ma mi sono anche reso conto che l'avvilimento e il disagio erano di molte persone, conosciute e no. Ho convenuto che si stava consumando un piccolo dramma, però capace di generare grandi disappunti. Persino traumi.
Le energie si sono allora moltiplicate, le ore dedicate al sonno decurtate: nello scorso fine settimane, quando la migrazione di questo blog è riuscita al completo (e da quel che ho potuto appurare senza nessun commento perduto), sono andato a dormire alle 3. In precedenza mai prima dell'una e trenta.
La scrivania su cui ho appoggiato il desktop è sommersa dalla carta. Ci sono fogli A4, ma anche pagine di quaderno, post it. Annotazioni vergate con nervosismo, di traverso, alternando penna, evidenziatore, matita. Lunghi elenchi di codici XML, account e password, e-mail e link. E poi le stampe delle varie guide: alcune dettagliate, altre scritte per iniziati, altre ancora semplicemente inutili. Lo sono state anche prima, lo saranno ovviamente adesso che la tempesta di sentimenti si sta placando.
Tra le numerose riflessioni lette nell'occasione mi è piaciuta questa di timeline, un'amica della blogosfera, di quelle che entrano nel cuore e lasciano sensazioni gradevoli. Per questo ne riporto qui stralci significativi, sperando che non me ne voglia. È stata scritta l'8 dicembre 2011.
“Chiudere casa reca in sé un gesto definitivo. Uno strappo, una ferita simile al sentirsi orfani [ed io so cosa vuol dire sentirsi orfani].
Da quando ho saputo della chiusura nulla è come prima.
Sono molto attaccata alle piccole cose che fanno bello il quotidiano vivere e qui ci sono molti segni e altrettante tracce importanti, per me, che andranno perse... Certo ho messo al sicuro le parole - le mie e le vostre - ma ripartire da un'altra parte, in un'altra casa un po' m'inquieta... Il nuovo spaventa... L'incertezza si mostra in tutte le sue sfumature. (...)
Questo è l'ultimo post su Splinder.
L'ultimo di una lunga serie. E se guardo la serie di post e commenti che in questi anni mi hanno fatto compagnia e scaldato l'anima, il senso di perdita si fa ancora più fondo (…)”.
Qualche norma per l'uso, adesso. Questo su blogspot sarà il blog principale che però ho voluto trasferire anche sulla piattaforma Wordpress. Vedrò di farli procedere in parallelo. Le caratteristiche tecniche sono diverse, saranno il tempo e l'uso a determinare una scelta consapevole e motivata. Di certo qui è tutto molto più stimolante e richiede impegno, com'è giusto che sia.
Cercherò di essere quotidianamente presente, di riprendere quei ritmi necessari per lasciare traccia. Dove Facebook rivela la propria inadeguatezza è proprio l'incapacità di essere spazio di riflessione, più che di discussione. Ché anzi, di quella, ce n'è fin troppa, ridondante e straripante.
Ci saranno ancora lavori in corso, sia per acquisire familiarità con strumenti di editing completi, ma anche per sperimentare e, volendo restare nella metafora di nuova casa, per tinteggiare e mettere le tende alle finestre con il giusto abbinamento di colore e ben stirate.
Per il resto... “C’è una forza misteriosa e demoniaca nell’attrazione amorosa, come l’ha raccontata Goethe nelle Affinità elettive, una forza tale da scavalcare la razionalità e vellicare l’emotività che poi i ricordi trasfigurano”. 30/12/2004 ore 18:48.
Ecco, da qui si può ripartire, congiungendo idealmente l'incipit di quel primo post con la conclusione di quest'ultimo, il vero primo post nella nuova abitazione.
sabato 28 gennaio 2012
La migrazione è stata completata
venerdì 6 agosto 2010
Finalmente!
Apparire senza esserci, ma solo per marcare il proprio posticino nella sterminata blogosfera. Riemergere dall’apnea e cominciare a (ri)guardarsi intorno, per riprendere confidenza con gli strumenti abituali, con persone vecchie e nuove. L’esigenza, anche, di procedere ad una sorta di censimento tra i blog (e i loro gestori) che hanno chiuso i battenti, si sono eclissati: chi scomparendo nella blogosfera e dissolvendosi in essa, talaltri – invece – abbandonando i propri scritti alla pubblica lettura e, per chi li ha conosciuti, anche al rammarico per potenzialità perdute, contributi accrescitivi. Ma alla “mortalità” si contrappongono nuovi ingressi, nuove conoscenze, capaci anche di assorbire quella che era la (buona) consuetudine di aggiungere pensieri, di integrarne altri, di visitare e ricevere ospiti. Occorreranno nuove risorse e spazi da ritrovare.
Riemergo, comunque e posso finalmente scriverlo, come parte terminale di un tormentato percorso. Nessun problema di salute, va precisato, perché in genere – e purtroppo - quando si sta per un prolungato periodo in silenzio il primo pensiero corre a malattie, riabilitazioni, malesseri fisici. Invece no. Per fortuna, chiaro, anche se in questo non posso rivendicare alcun merito.
Impegnato a risolvere un delicato problema familiare, dove era necessaria la massima attenzione a non pregiudicare i rapporti, a non desistere, anche se la ragione poteva essere dalla tua, ma la sordità aveva trovato collocazione dall’altra parte. Fatale che la maggior parte delle risorse fosse concentrata laddove era necessario. Fatale che il prolungarsi di questo stillicidio avesse ripercussioni sull’umore, sul morale, riflettendosi poi sulla parte di te che permette di non crollare.
Alcuni riverberi sono entrati direttamente nei miei post, li hanno invasi e non poteva essere diversamente. Quando si comunica, in questo “strano” modo, non si può far finta di niente fino in fondo. O meglio, per un po’ ci si può anche riuscire, ma prima o poi prevaricano le realtà del quotidiano, si comincia ad esserci di meno, a comparire e poi scomparire neppure rendendosi conto della fuggevolezza delle giornate. Dal pieno e cupo autunno nel pieno fulgore dell’estate. E c’è finalmente il sole.
Tutto questo serve anche a spiegare certe scelte che ho operato: molti più articoli postati che non propri commenti, poco spazio al quotidiano, ai “sentimenti” che sono poi il filo conduttore, completo silenzio su altri fronti che sono poi i blog che si frequentano, che si prediligono. Non era quello il tempo delle spiegazioni, amaro dover ricordare, ancora di più pensare alla difficoltà di doversi esprimere. E così ho scelto di non comparire. Sempre pensando alla provvisorietà della situazione. Sempre pensando a come sarebbe stato più gradevole poter tornare ed esclamare: “finalmente!”.
Così è stato un apparire, ma senza esserci con la propria anima, con lo stesso impegno, come mi sono sempre riproposto di fare.
Tra breve staccherò per un periodo di ferie, ma il posticino nella sterminata blogosfera sono tornato ad occuparlo. Anche se la concorrenza di Facebook risucchia tempo e risorse mentali.
Ma le amate sponde del blog, soprattutto degli altri, sono proprio un’altra cosa.
domenica 22 novembre 2009
domenica 1 febbraio 2009
Sangue siciliano
Clima di forte tensione presso la biblioteca "
www.lastampa.it (1/01/2009)
http://tv.repubblica.it/home_page.php?playmode=player&cont_id=27851
L’episodio visto da dentro.
http://www.lamiaterraladifendo.it/?p=47
Incidenti sul lavoro: un morto a Licata due feriti a Pistoia
Un ventitreenne, Giuseppe Gatì, di Campobello di Licata è morto folgorato. Il giovane, che lavorava col padre in un'impresa di latticini, si era recato nel primo pomeriggio da un fornitore, alla periferia di Campobello di Licata e senza accorgersene avrebbe camminato su un filo scoperto della corrente elettrica che attraversava l'azienda agricola.
Giuseppe Gatì era il figlio di Giacomo, coordinatore cittadino del Pd. Il giovane era stato protagonista, meno di un mese fa, di una violenta contestazione, durante la presentazione del libro ad Agrigento, al sindaco di Salemi Vittorio Sgarbi.
Ecco come si raccontava sul suo blog:
Giuseppe Gatì Savio, nato ad Agrigento il 18 /10/1986, residente a Campobello di Licata (AG) cittadino libero.
Ho voluto specificare il mio “status”, per combattere il servilismo che ogni giorno di più avvolge il nostro Paese.
Ho scelto di rimanere in Sicilia, di non andare via anche se vivere qui è duro, durissimo.
Cerco di fare ciò, portando dentro di me il ricordo di gente come Falcone, Borsellino, Pio
Che la terra ti sia lieve, giovane siciliano onesto e orgoglioso.
martedì 4 novembre 2008
Letame italiano
Questa è una buona notizia.
E gli studenti "occupano" il web
Paola Zanca
Voi ci bloccate il futuro? E noi vi blocchiamo i siti. L’“onda”, o meglio gli studenti in lotta contro la nuova scuola versione Gelmini sbarcano sul web. E approfittando del weekend e dei ministri in relax, bloccano i loro siti web. Almeno di quelli più colpevoli. Tremonti, Brunetta e
http://www.unita.it/view.asp?IDcontent=80523
l’Unità (2 novembre 2008)
Poi si aprono le fogne e…
giovedì 23 ottobre 2008
Trottolini amorosi
Tutto a favore dell’okkupazione e della libertà, quella vera e non quella barattata come tale dalla cricca dell’ometto P2, tessera n°1816.
Affari di Stato
silvio. "Lo sai che da quando sei Ministra sei bellissima Mariastella?"
ms. "Silvio come sei galante... . Devo dire che sei stato davvero gentile... Ma bastava un attico in San Babila o a Prati ... Un ministero mi pare perfin troppo..."
silvio. "Per te nulla è troppo. MI hai restituito la perduta giovinezza. Non devo più usare due pastiglie di Viagra. Una basta e mi avanza. Tal risultato è impagabile mia cara. Sei un portento di donna".
ms. "Divento rossa se dici così Silvio ... . per così poco poi.. ho solo seguito l'istitnto. Ma ora che sono Ministra cosa pensi che dovrei fare? Ho eseguito alla lettera gli ordini che mi ha dato il tuo amico Tremonti, ma mi sembra che siano tutti arrabbiati con me... E ciò mi preoccupa assai... "
silvio. "Non ti curar di loro luce dei miei occhi, ci penserà Maroni a riportare ordine e disciplina. Piuttosto... questa sera sono libero. Ti mando l'autista verso le nove. Ceniamo da me. Poi ... giochiamo un po' alla supplente e al ragazzino ripetente?"
ms. "Ma Silvio! ... sei incorreggibile... ma posso dirti di no? Ehm.. Vuoi che ti sculacci forte come l'ultima volta?".
sivio. "Certo che sì signorina maestra, anche oggi non ho fatto i compiti... dovrai punirmi...".
lunedì 20 ottobre 2008
Notizie incenerite
martedì 16 settembre 2008
Vergogna, Italia !
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venerdì 11 luglio 2008
La formazione dell'informazione
Mi chiedevo tutto questo leggendo (ma lo cito a titolo di esempio, perché va da sé che ci si potrebbe sbizzarrire) il “bonsai” scritto con la consueta stringata chiarezza (che invidio tantissimo) da Sebastiano Messina su la Repubblica un paio di settimane orsono. Perché di fronte ad una precisa lista di fatti, promesse da muratorino, piuttosto che da marinaio, attribuite al signor B. (tessera P2 n° 1816) in qualunque persona dotata di buon senso almeno un piccolo dubbio comincerebbe a germinare. Possibile, invece, che la maggior parte di quella, da me definita “la brava gente”, abbia subito danni così irreversibili dal ventennio (e passa) di tv commerciale da non sussultare, almeno un pochino, di fronte ad una tale sfrontatezza esibita e rivendicata?
Lo spunto, chiaramente, rappresenta solo un pretesto per allargare la domanda ad altre situazioni, ad altri scenari. Però senza necessariamente giungere ai massimi sistemi, com’è concepibile che le sciocchezze dispensate così a buon mercato siano state in grado di oscurare l’intelligenza o il buon senso comune? Spruzzi di “bonsai” un paio di volte alla settimana, conditi da frammenti di “Blob” serviti caldi caldi potrebbero costituire una buona terapia di base, ma quale medico li prescriverebbe? Intanto dalla rete…
11 luglio 2008 - 12:00
Testa di Bossi
Il figlio del Senatùr, Renzo, bocciato per la seconda volta alla maturità. Futuro in politica, per lui?
Una volta, passi. Si può maledire la sorte, dar la colpa all'emozione, ai professori brutti e cattivi. Ma la seconda? Eppure è proprio così: Bossi jr. è stato respinto di nuovo all'esame di maturità, dove aveva presentato una tesina sul federalismo, dal titolo «La valorizzazione romantica dell'appartenenza e delle identità». Insomma, al liceo scientifico «Bentivoglio» di Tradate non hanno usato riguardi per il leader della Lega e gli hanno di nuovo bocciato il figlio. Con tanti cari saluti al federalismo e a Carlo Cattaneo. Del resto papà Umberto non può lamentarsi più di tanto, considerato che organizzò una festa di laurea fasulla spacciandosi per medico, quando invece aveva abbandonato gli studi.
E sì che dopo il fallimento dell'anno scorso in un liceo di Varese, papà Umberto aveva spedito il figlio dai preti, all'istituto religioso privato di Tradate. Niente da fare. «La tesina è solo una parte dell'esame — dice al Corriere della Sera don Gaetano Caracciolo, rettore del «Bentivoglio» — e il ragazzo ha dovuto sostenere anche 3 prove scritte e un esame orale. Non ha seguito gli studi da noi, si è presentato da privatista; non so che tipo di preparazione abbia seguito ma purtroppo la somma di tutte le prove non ha raggiunto il punteggio di 60, il minimo per la promozione».
Del resto, importerà poi molto studiare e impegnarsi se tanto papà o qualche amico di babbo ti procurano un posto da portaborse al Parlamento europeo com'è già accaduto con Franco Bossi (il fratello del Senatùr) e Riccardo (il primogenito nato dal primo matrimonio), assunti con la qualifica di assistenti accreditati e con uno stipendio di 12.750 euro al mese? (Libero News)
BONSAI
PROMESSE NAPOLETANE
SEBASTIANO MESSINA
La straordinaria abilità di Berlusconi non consiste solo nel negare l'evidenza, ma nel far dimenticare le cose che lui stesso ha detto. Prendiamo la grana dei rifiuti, sulla quale lui fece metà della sua campagna elettorale. Il 4 aprile disse ai napoletani: «Io prendo davanti a voi un impegno: il posto di lavoro del presidente del Consiglio resterà qui finché non sarà concretamente avviata la soluzione del problema». Dieci giorni dopo dimezzò la promessa: «Verrò per tre giorni la settimana». Il 30 maggio la asciugò ancora: «Tornerò una volta la settimana». E magari l'avesse fatto: dei suoi 46 giorni di governo, finora ne ha passati a Napoli solo 3 (tre). Certo, ha tanti impegni: ma di sicuro quello con i napoletani non l'ha onorato. Suggeriremmo, per evitare lanci di pomodori, di approfittare del lodo Schifani-bis: sospendendo per legge, oltre ai processi da affrontare, anche le promesse da mantenere.
martedì 1 aprile 2008
La maglia nera della Cina
Mi sono entusiasmato leggendo questo articolo di Maurizio Chierici sull’Unità di ieri e ho ritenuto opportuno che venisse condiviso. Ho poi trovato, si sa come funziona nel web, un interessante post nel blog di Vittorio Zambardino, giornalista de “la Repubblica ”, che propone ai suoi colleghi un’ipotesi suggestiva e, secondo me, anche praticabile, sempre riferita ai Giochi Olimpici di Pechino. In questo caso rimando al blog con l’opportuno e doveroso link. La Cina e il Tibet, l’abbinamento è ancora questo. Poi, volendo, si può allargare il discorso al Darfur, alla Birmania, ancora con il regime di Pechino abbinato e la violazione dei diritti umani imprescindibile. Aggiungo, infine, un altro link per un blog “monotematico”, secondo la sua autrice, in questi giorni. Rossana e la sua dipendenza da Tibet, che non è solo suggerita dalla moda del momento, ma si tratta di qualcosa che è “parte di me, è dentro di me, è parte integrante della mia storia, del mio dna, della mia struttura mentale” come scrive lei stessa nel penultimo post.
Lontani dalla Cina
Maurizio Chierici
«I valori dello sport aiutano la pace» parole che accompagneranno tv e giornali fino all’ultimo giorno delle Olimpiadi di Pechino. «I Giochi servono a stimolare la democratizzazione e il rispetto per i diritti umani», Jacques Rogge, presidente del comitato olimpico ripassa le buone intenzioni. È d’accordo lo scrittore Alberto Bevilacqua: le Olimpiadi rappresentano la spiritualità dello sport. Eppure nessuna voce riesce a spiegare cosa sono questi valori e quale spiritualità possono aiutare mentre
Per invogliare Pinochet alla democrazia, le nazionali dei paesi democratici hanno continuato a giocare nello stadio degli orrori finché le vittime si sono arrangiate da sole rimpicciolendo l’oppressore dopo 17 anni di partite internazionali.
Ho ascoltato per la prima volta la favola dei «valori dello sport» nella notte bianca di martedì 5 settembre 1972, Monaco di Baviera. Olimpiadi sconvolte da un commando palestinese. Otto uomini incappucciati avevano preso in ostaggio atleti e massaggiatori israeliani per svegliare la disattenzione che avvolgeva (e avvolge) la vita amara di milioni di profughi. Non hanno risvegliato niente. Il dramma continua malgrado la buona volontà di pacifisti inascoltati: scrittori, intellettuali arabi ed ebrei, ma anche della vecchia Europa e dell’America che predica bene mentre riempie gli arsenali. I protagonisti della tragedia di Monaco sono stati uccisi 21 ore dopo. Gli infallibili cecchini della polizia tedesca non hanno fatto differenze tra aggressori e ostaggi fulminati dalla terrazza dove prendevano la mira. Avevano fretta. L’incidente andava subito chiuso: l’olimpiade non poteva fermarsi. Due giorni senza gli elastici bianchi e neri che bruciavano vecchi record sembravano insopportabili. Rinchiusi nelle sale stampa sterilizzate, feltri sintetici e ragazze-bambola ben pettinate, ben profumate, sorrisi del tutto va bene, noi che dovevamo raccontare aspettavamo notizie. Centottanta giornalisti ad ogni piano, angosciati perché le ore passavano e i giornali dovevano chiudere e i direttori si arrabbiavano: siamo sicuri che la concorrenza non sa cosa è successo? Raccoglievamo solo le prediche delle autorità. Fermare l’olimpiade diventava un sacrilegio che avrebbe stimolato nuove catastrofi. I valori dello sport riappacificano i popoli ripiegando odio e terrorismo. Guai abbassare i riflettori. Di ora in ora, un discorso dopo l’altro e i poveretti stretti tra i fucili scivolavano nell’oscurità delle comparse che in fondo davano fastidio. Sapete quanto abbiamo speso per stadio nuovo e villaggio olimpico? Miliardi da capogiro. Da riguadagnare coi palazzoni in vendita appena si spegne la fiamma. Se perdiamo i diritti delle tv la voragine del debito farà tremare la nostra economia. Questo non ci interessa, rispondevano dalle redazioni di ogni giornale. Sono morti o sono salvi? Quanti morti, quanti feriti? Insomma, la notizia. Dei palestinesi e di Israele magari parleremo appena si ricomincia a correre.
Tra mezzanotte e le cinque del mattino scopro cosa c’era sotto il cerone malinconico che allungava le facce dei bavaresi. Non solidarietà umana, né pena per l’innocenza degli ostaggi, tantomeno comprensione per la follia di disperati che non avevano niente da perdere dopo il settembre nero di Amman quando re Hussein aveva rovesciato il fuoco del suo esercito sulle baracche nelle quali sopravvivevano palestinesi da mezzo secolo cittadini giordani. Il lamento non veniva solo dai politici che vedevano sfumare la grandeur del grande spettacolo, o dagli imprenditori che perdevano il grande affare. Anche bottegai, ristoranti, alberghi, spacciatori di souvenir, fabbricanti di birra e le scarpe, e le magliette, profumi e automobili, pubblicità da riversare negli spot del mondo, battevano i denti immaginando il crac. Chiudere l’olimpiade cinque giorni prima voleva dire compromettere la contabilità sognata dalla folla che giocava con la pelle degli altri come si gioca in borsa. Avevano torto o ragione? A loro modo, ragione. Ma era la ragione del tornaconto che si contrapponeva alla vita di nove persone prigioniere nel blocco 31, palazzina bassa fra le torri di calcestruzzo della nuova Monaco che doveva sfavillare. Il ministro bavarese Merk passa da un piano all’altro per distribuire ai giornalisti la sua rabbia: «Cosa sperano i terroristi? La pagheranno e la pagheranno cara... ». E cosa può sperare un giovanotto che è nato ed abita in un campo profughi, pattumiere di città che non lo vogliono e non sopportano altri ottocentomila accampati come lui? Arriva la conferma: tutti morti. Devono passare sei ore per capire chi ha sparato, ma alle nove del mattino finalmente lacrime di coccodrillo e bella notizia. L’olimpiade continua. Si ricomincia a correre e a saltare perché l’olimpiade è «la festa della gioventù». Cerco fra gli atleti un’ombra di sdegno. Sono agitati da altri pensieri. «Mi alleno da tre anni; una tragedia tanta fatica per niente... ». I Giochi riaprono coi pachistani appena usciti dall’agonia della guerra. Nella finale dell’hockey sul prato dovevano vedersela con l’India, quasi la rivincita delle battaglie perdute. Come potevano rinunciare? E gli americani del black power cosa faranno? Corrono, vincono: il gesto coraggioso dell’alzare il pugno verso la bandiera fa capire che sotto i muscoli batte un cuore generoso. Un po’ di noi scriveva così. E appena la fiamma si spegne, la retorica dolciastra unge ogni parola: valori dello sport, coraggio dell’affrontare gli ostacoli senza arrendersi ai ricatti. Con l’inno che suona, la conferma solenne: Olimpiadi simbolo di pace e di fraternità. Quattordici anni prima, Olimpiade a Città del Messico, la polizia aveva sparato sugli studenti: 400 morti alla vigilia della prima gara, per fortuna telecamere non disturbate dal sangue e dai corpi trascinati nell’asfalto. Insomma, bella festa dello sport. Otto anni dopo gli Stati Uniti non vanno a correre a Mosca perché
l’Unità (31 marzo 2008)
giovedì 31 gennaio 2008
Thinking blogger award



L'amica Romina (che ringrazio e con la quale mi scuso del ritardo) mi ha coinvolto in un giochino (si chiamano “meme”) che solo apparentemente è tale. In sostanza, dopo essere stato indicato come “blogger” che “si tiene a mente e crea il percorso, cioè la storia della propria esistenza in internet” si richiede di citare altre cinque blog che abbiano come requisito “la capacità di far pensare”.
L'invito e l'indicazione mi lusingano e non lo affermo per semplice “affettuosità” tra bloggers, ma perché colei che mi ha indicato gode di notevole apprezzamento da tempi non sospetti, perciò la gratificazione riveste un valore importante. E tuttavia, dopo la piccola soddisfazione, nasce e rapidamente si diffonde l'imbarazzo. Perché quando mi si chiede di indicare i blog migliori entro in uno stato di confusione. Nulla di drammatico, s'intende, ma confesso apertamente di essere sprovveduto sotto questo punto di vista.
I blog preferiti si identificano con quelli già linkati e con gli altri che andrò ad aggiungere per l'indispensabile aggiornamento.
Di fare una classifica non me la sento, non sono in grado. Ciascuno dei “preferiti” ha una storia propria e differente, come diversi sono i generi, gli indirizzi, gli argomenti che li caratterizzano. Come faccio ad escludere, selezionandone cinque? E avrebbero ragione di sentirsi esclusi ingiustamente gli altri? E quali parametri potrei adoperare? Quante volte dovrei rifare la classifica?
Intanto i blog da citare si riducono a quattro, perché seppur fuori concorso sono inserite d'ufficio le "intersezioni" di Romina. Noblesse oblige. Così restano quattro caselline vuote. Ne riempio subito due seguendo l'anzianità di servizio. Masso57 di "Blue River" e Ziby di "Thesilentscreen" non sono soltanto bloggers, ma amici ormai di “vecchia” data, capitani di lungo corso con i quali ho affrontato la blogosfera quando era ancora in nuce. Oltre a gestire blog di prim'ordine, eccellenti nelle intuizioni e nell'esposizione, sono anche due ottime persone. Il secondo personalmente conosciuto, mentre con il primo si tratta solo di una questione di tempo. Penso che il criterio dell'anzianità ovvero della primitiva conoscenza si ponga al disopra di ogni classifica.
Ultime due caselle in bianco. Me la cavo con la prima rifacendomi al requisito primario: “la capacità di far pensare”. E allora chi meglio di un blog intitolato “cogito ergo sum”, gestito da un'altra bella persona come il vecchio della montagna può rientrare nella categoria? Mi pare che il primato sia incontestabile.
Rimane ancora un posto da riempire e qui a soccorrermi giunge la casualità che mi porta sulle tracce di un blog tenuto da una giornalista e scrittrice che non conoscevo. Lei si chiama Lisa Corva e si presenta con post del genere:
“Se sono armati lo sono di rose notturne”
(Jean Sénac)
Così sogniamo le rivoluzioni: pacifiche. Così ci immaginiamo i colpi di stato: con i fiori nei fucili. No, non è voglia di protesta. Ma piuttosto la gratitudine per la democrazia e la pace, dove le rose notturne sono quelle dei nostri giardini. Oppure quelle, malinconiche, stanche e ignorate, dei venditori per strada
“Non aveva ambizioni. Era solo una matita, che scriveva, tratteggiava, si fermava, trovava la strada lungo una pagina oscura. Ma amava il suo destino” (Deborah Garrison)
Ci sono persone-pennarello, che sottolineano la vita con l’evidenziatore. Persone-stilografica, attente e nostalgiche. Persone-biro: veloci, rapide. E poi persone-matita, che attraversano la vita leggere, ma senza paura di essere cancellate.
(Il libro di poesie di Deborah Garrison l’ho trovato curiosando a The Strand Bookstore a New York: si intitola “A working girl can’t win”, Random House)
Pensieri lievi eppure intensi destinati ad accompagnare la giornata, pennellate sulla tela del quotidiano. Uno stile garbato, frizzante e finto-glamour. Una terapia utilissima per esorcizzare banalità e stupidità che ci investono appena spalancata la finestra sul mondo.
venerdì 25 gennaio 2008
Da Porto Alegre a Ceppaloni
Martha Medeiros è una bella donna, nata 47 anni fa a Porto Alegre. Giornalista e autrice di 11 libri, è con “Lettino”, che ha venduto in Brasile più di 100 mila copie, a ottenere un notevole successo di pubblico e di critica. Il romanzo è stato tradotto in numerosi altri paesi, tra cui la Francia, il Portogallo e la Spagna. Da ieri, però, ha ottenuto una definitiva consacrazione anche in Italia.
“Muere lentamente/ quien se transforma en esclavo del hábito,(...)” . Vi dicono niente questi versi? Si intuiscono ugualmente, ma la traduzione italiana chiarirà. “Lentamente muore/ chi diventa schiavo dell'abitudine,(...)”. La poesia, troncata (ed è chiaro il motivo) nelle ultime strofe (“Soltanto l'ardente pazienza/ porterà al raggiungimento/di una splendida felicità”.) è stata malamente letta ieri pomeriggio al Senato da Clemente Mastella, quello tutto Ceppaloni, Chiesa e Sacra Famiglia (in villa con piscina a forma di conchiglia).
Standing ovation alla fine della sua pasticciata esibizione, anche se il poeta era un comunista. Ma ecco il grande pasticcio favorito da Internet. Con l'errato titolo di “Lentamente muore” (in realtà è “Ode alla Vita”) questa poesia viaggia da alcuni anni sul web, riscuotendo grande successo, ma accentuando la confusione. Perché la vera autrice è, in realtà, la bella signora ritratta nella foto che pubblicò i versi nel 2000 su un giornale brasiliano a cui collabora. L'equivoco, se così può definirsi, è stato chiarito da Adriana Valenzuela, direttrice della Biblioteca della Fondazione Pablo Neruda, che ha sede a Santiago del Cile, la quale non ha mai saputo spiegarsi chi e in quali circostanze l'abbia attribuita al poeta cileno, celebrato anche nel film “Il Postino”, ultima interpretazione di Massimo Troisi. Ovviamente ancor più rammaricata è Martha Medeiros, scippata di una sua opera intellettuale.
La giornalista, scrittrice e poetessa brasiliana se ne faccia però una ragione, perché il malaccorto e improvvisato lettore, che ha calpestato i suoi versi, ha millantato uno stato d'animo che non gli apparteneva di certo. Anzi, con la faccia di bronzo delle migliori occasioni, ha certificato che in questo Paese capovolto un indagato con sette capi d'accusa può rivendicarlo con orgoglio, abbandonare un governo (già messo molto male di suo) alla deriva e ritirarsi sdegnato. Per ora. Mentre la di lui moglie, agli arresti domiciliari, viene accolta, in auto blu, tra applausi e petali di rose e può delirare, senza che alcuno avverta l'insensatezza, che la persecuzione nei confronti della coppia avviene perché sono cattolici.
martedì 20 novembre 2007
Una volta sono stato felice
Ho incontrato la seduzione on line e così sono andato a dormire alle 2. Il fascino mi ha avvinto alla sedia con robuste funi di seta, senza farmi male, ma con carezze che scaldavano il cuore e lo facevano palpitare. Perduto in una dimensione senza spazio e senza tempo, ho vagato nelle sterminate praterie del ricordo, a volte correndo, talaltre fermandomi a rifiatare e riflettere. Troppe emozioni, troppo densamente pesante la nube della nostalgia, da farmi oscillare e cadere sulle fragili gambe del rimpianto per il tempo passato, per “la favola bella che ieri m'illuse”, che oggi vorrei m’illudesse ancora.
Galeotta è stata una foto, una bella foto in bianco e nero, che ho trovato nel blog di gennaroromei (e che ho riprodotto all’inizio). Presumo raffiguri un derby di Milano degli anni ’60, illuminato dalla luce solare e non da quella ormai abituale (purtroppo) dei riflettori. Più arduo risalire al punteggio, non altrettanto rimanere folgorati di fronte a quell’immagine d’incomparabile bellezza. Perché a causa di quegli imperscrutabili percorsi, che la mente compie a ritroso, mi sono ritrovato a convergere dapprima verso un colore, il rosa, approdando di conseguenza ad una testata. Non quella più ovvia però.
Credo sia opportuno ricapitolare per quanti non hanno familiarità con le mie digressioni mentali.
Ci fu un tempo una pubblicazione settimanale che mi tenne subito compagnia non appena imparai a leggere e scrivere (grazie al maestro Alberto Manzi). Si chiamava “Il Corriere dei Piccoli”. Non potevo sapere che era una costola del primo quotidiano italiano, cioè il “Corriere della sera” che a sua volta generava un periodico illustrato: “
Durissimo contrastare il dispiacere, ancor oggi, per essermi dovuto disfare, moltissimi anni fa, di intere annate (prima metà degli anni ’60). Ma nell’epoca di Internet esistono modesti palliativi capaci di filtrare questo rammarico e così la ricerca mi ha portato a rivedere fogli di incredibile suggestione, da lasciare senza fiato per la sorpresa della scoperta, un po’ come da bambini si restava meravigliati per i regali trovati sotto l’albero la mattina del 25 dicembre.
È strano come i ricordi che si conservano risultino poi inevitabilmente deformati dal passare degli anni. I vari eserciti di soldatini che a me sembravano tantissimi, i ciclisti, i giochi da tavolo con il classico dado da costruire e poi loro: i calciatori. E quella doppia copertina che, nel giugno del 1964, volle celebrare in tal modo le due degne protagoniste della stagione agonistica, vale a dire Bologna e Inter, avversarie all’Olimpico di Roma dove si contesero lo scudetto nell’unico spareggio della storia dei campionati italiani (
Quella doppia copertina, ricordo, oh come lo ricordo bene, costituì un preciso punto di partenza per un nuovo gioco. Cartoncino bristol bianco e le pagine del “Corrierino” incollate sopra. I disegni, assai verosimili, dei giocatori avevano alla base una linguetta con i loro nomi. Una volta ritagliati, quella linguetta veniva ripiegata e incollata su un cerchietto di cartone dipinto di verde: il colore del campo di gioco. Ecco così sfornati gli antesignani del “subbuteo”, pronti per essere schierati sul tavolo per confrontarsi in innumerevoli sfide. Ricordo, oh come lo ricordo, che quella prima volta li schierai tutti sul casalingo “prato”: 28 calciatori. In effetti mi sembravano tanti, ma cosa ne potevo sapere io, a quel tempo, che si giocava in undici per squadra? E poi era così bello non lasciar da parte nessuno…
Le partite sono proseguite nel mare calmo della fantasia fanciullesca, nelle acque ormai placide del ricordo. Ne ho viste sfilare di squadre, quelle che conservavo con amore nelle scatole delle scarpe. E mentre stavo per addormentarmi m’è parso che, per un attimo, quella foto in bianco e nero si animasse, che il boato della folla stesse prorompendo dall’immagine. Palpiti del cuore accompagnavano il ricordo e lo placavano al tempo stesso. Emozioni di una notte affascinante che mi aveva restituito, per poche ore, la favola che ogni infanzia felice può raccontare. E poi il buio.
sabato 27 ottobre 2007
Delenda Birmania
Ieri sera la classica copertina del TgLa7 ha colpito nel segno. Scritta da Antonello Piroso con indignazione, senza cedimenti al sensazionalismo, esprime anche il senso di sconforto di fronte alle bestialità che la dittatura della Birmania sta esprimendo in grande stile dopo la rivolta dei monaci, una rivolta soffocata nel sangue. Sono più che mai convinto che siano necessarie non solo un’informazione accurata e costante su quanto accade in quel Paese, ma anche iniziative più concrete della solidarietà che dura lo spazio di una mattino, magari suggestionata dal senso di appagamento buonista.
Non a caso, nel precedente post, suggerivo l’idea che non sarebbe una cattiva idea iniziare il boicottaggio di quelle ditte italiane che trafficano con il regime dei generali, per poi estenderlo alla Cina, grande madre della Birmania. L’Olimpiade di Pechino del prossimo anno costituirà una cassa di risonanza enorme per la potenza asiatica, naturalmente in ambito sportivo nessuno si è posto il problema, ma iniziare una campagna perché i Giochi olimpici non vedano la partecipazione della compagine italiana, per esempio, risulterebbe interessante e riscuoterebbe tutto il mio plauso. Chissà se la blogosfera riuscirà in questo intento? Magari a provarci…
“Questa copertina è nera perchè listata a lutto.
Ci sono solo dolore, angoscia e rabbia davanti alle immagini durissime - sconvolgenti per quanto sono raccapriccianti - che arrivano dalla ex Birmania, e che per rispetto della dignità umana abbiamo scelto di non mostrarvi.
"Le foto della vergogna" le chiama AsiaNews, l'agenzia del Pime, il Pontificio Istituto Missioni Estere che ha deciso di diffondere su Internet le immagini di un monaco assassinato prese in segreto in un obitorio e fatte pervenire a Roma.
La fonte anonima che le ha recapitate ha lanciato anche un appello: "Il mondo sappia che c'è bisogno di molto più che una semplice condanna di questi bastardi della giunta".
Davvero, le parole vengono meno pensando ai molti altri che hanno subito lo stesso destino.
Non è un sospetto, è una certezza: centinaia di morti, oltre sei mila arrestati.
Per questo, non c'è solo la vergogna delle immagini strazianti, perchè la vergogna riguarda tutti.
La giunta militare, che diffonde in tutto il mondo le immagini del suo maldestro tentativo di "riconciliarsi" con i monaci buddisti, costringendoli ad accettare doni. Ma siccome le autorità dei monasteri hanno proibito ai loro bonzi di farlo, i militari hanno inscenato una farsa, con falsi monaci, per una falsa riconciliazione.
Vergogna per noi, che al di là di qualche sussulto di scandalo verso le violenze dei militari, abbiamo pensato che in fondo si trattava solo della soppressione di alcune manifestazioni, quando invece si tratta di un sistema che schiavizza e annienta una popolazione di quasi 50 milioni di persone.
Vergogna per l'Onu e la comunità internazionale, che non trova strumenti efficaci per garantire la democrazia a un popolo che l'ha scelta da tempo, anche perchè impoverito dal dominio e dal commercio della giunta con Cina, India e Thailandia”.
TgLa7 (26 ottobre 2007)
E da Asianews, l’agenzia del Pime citata, ho tratto questo pezzo che introduce la visione delle foto che decido di non pubblicare. Ribadisco ancora che si tratta di due foto truculente, la seconda in particolare è impressionante, talché non può che crescere il disgusto per quel regime e per chi lo appoggia. Anche il business dovrebbe per una volta, almeno, sprofondare nella vergogna.
MYANMAR
LE FOTO ORRIBILI DELLA VERGOGNA
“Carissimi, le parole vengono meno. Queste foto di un monaco assassinato sono state prese in segreto in un obitorio. Pensate quanti molti altri hanno subito lo stesso destino. Vi prego, diffondete queste fotografie a più gente possibile, perché il mondo sappia che c’è bisogno di molto più che la semplice condanna di questi bastardi [della giunta]”.
Con queste parole di dolore e d’ira, attraverso esuli birmani, ci sono giunte le due foto che abbiamo deciso di pubblicare con un avvertimento: sono foto molto crude e violente, forse non adatte a tutti i lettori.
Ma esse sono le foto della vergogna:
1) Vergogna della giunta, che proprio oggi diffonde alle telecamere di tutto il mondo il suo goffo tentativo di “riconciliarsi” con i monaci buddisti, costringendoli ad accettare doni. Ma siccome le autorità dei monasteri hanno proibito ai loro bonzi di farlo, i militari hanno inscenato una farsa, con falsi monaci, per una falsa riconciliazione. La giunta cerca di far “comprendere” alle autorità buddiste la “necessità” della repressione. Ma queste foto accusano ogni buona intenzione ed esigono domanda di perdono e un cambiamento radicale nel Paese. Secondo fonti diplomatiche, questa nuova repressione del governo militare del Myanmar – che si definisce socialista e laico, ma cerca l’appoggio dei monaci per continuare il suo dominio – è costata a vita a centinaia di persone e l’arresto di oltre 6 mila.
2) Vergogna per noi, che al di là di qualche sussulto di scandalo verso le violenze dei militari, abbiamo pensato che in fondo si tratta solo della soppressione di alcune manifestazioni, quando invece si tratta di un sistema che uccide, ammazza, schiavizza una popolazione di quasi 50 milioni di persone.
3) Vergogna per l’Onu e la comunità internazionale, che non trova strumenti efficaci per garantire la democrazia a un popolo che l’ha scelta da tempo. Il problema è che si tratta con la giunta solo con il minuetto diplomatico, mentre occorre dare voce alla società civile mondiale per affrontare quella che è un’emergenza umanitaria. Occorre che
ATTENZIONE: LE FOTO SONO MOLTO CRUDE E FORSE NON ADATTE A TUTTO IL PUBBLICO.
