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martedì 31 gennaio 2012

La fine e l'inizio




E venne, infine, il 31 gennaio.
Non avrei mai immaginato che questa data potesse rappresentare una scadenza così temuta, tale da trapanare il cervello dapprima in maniera soft e persino evanescente, per assumere poi le caratteristiche di un tormento vero e proprio, in grado di occupare ogni interstizio della mente. Fino a stravolgere (è accaduto) anche il normale fluire della quotidianità.
C'è stato persino un momento in cui il panico ha rischiato di travolgermi.
In Rete si poteva trovare di tutto, anche se poi non era esattamente ciò che si stava cercando. Anche se i tutorial non risultavano essere davvero efficaci e sopraggiungeva, immancabile, la fase di un autentico blocco mentale.
Certo, avrei potuto ricominciare da zero, cambiando per tempo la piattaforma. Certo avrei anche potuto concludere che, considerate le scarse attenzioni riservate al blog da almeno un anno a questa parte, non sarebbe stato poi così grave lasciare che ogni cosa svanisse.
Poi però mi sono ritrovato a rileggere alcuni post, scritti in vari frangenti e solo allora mi sono reso conto di ciò che rischiavo di perdere, che la vera posta in gioco era quella parte di me che avevo depositato nei mesi e negli anni. Che aveva vissuto sotto gli occhi di persone care e interessate (anche se non tutte care e non tutte parimenti interessate).
Ma questa raggiunta e tardiva consapevolezza non ha neppure avuto il tempo di sedimentare, sostituita dalla fretta, dall'ansia, dalla tensione.
Credo di aver vissuto per circa un mese, certamente per un paio di settimane, come un “drogato”. Della blogosfera, in questo caso. E questo ha significato dedicare buona parte delle risorse e del tempo a capire come migrare, senza perdere nulla.
Ho così vagabondato per piattaforme, saltellando da un forum all'altro. C'è stato chi si era offerto di compiere  il servizio completo di “trasloco”, in cambio di una pizza. Ma poi dal tariffario praticato, sebbene di pochi centesimi a post, ti rendevi conto che si trattava di tante pizze, di quelle farcite.
Ho seguito le interminabili discussioni che vertevano sulla privacy così vulnerata, sui danni che si sarebbero potuti procurare utilizzando male codici e linguaggi. C'è stato persino chi proponeva di denunciare alla Guardia di Finanza chi effettuava il “trasloco”, perché si poteva configuare come evasione fiscale. Il delirio allo stato puro, insomma.
Ho anche attraversato blog che da tempo erano stati abbandonati. Con tenerezza sono tornato su quello che avevo visitato e frequentato la prima volta (si era nel 2004). Dove la partecipazione era stata così attiva al punto da farmi considerare che potevo aprirne benissimo uno.
Sono poi passato da quelli che erano stati importanti, ne avevo conosciuto le proprietarie e le relazioni si erano allargate sfociando nella parola scritta con mail, quando non addirittura una presenza telefonica. Non ho mai incontrato nessuna di loro. E ciò che restava (e tra poco non esisterà più) erano brandelli di vita, racconti di emozioni, parti di esistenze che chissà quale direzione avranno preso.
Ma mi sono anche reso conto che l'avvilimento e il disagio erano di molte persone, conosciute e no. Ho convenuto che si stava consumando un piccolo dramma, però capace di generare grandi disappunti. Persino traumi.
Le energie si sono allora moltiplicate, le ore dedicate al sonno decurtate: nello scorso fine settimane, quando la migrazione di questo blog è riuscita al completo (e da quel che ho potuto appurare senza nessun commento perduto), sono andato a dormire alle 3. In precedenza mai prima dell'una e trenta.
La scrivania su cui ho appoggiato il desktop è sommersa dalla carta. Ci sono fogli A4, ma anche pagine di quaderno, post it. Annotazioni vergate con nervosismo, di traverso, alternando penna, evidenziatore, matita. Lunghi elenchi di codici XML, account e password, e-mail e link. E poi le stampe delle varie guide: alcune dettagliate, altre scritte per iniziati, altre ancora semplicemente inutili. Lo sono state anche prima, lo saranno ovviamente adesso che la tempesta di sentimenti si sta placando.
Tra le numerose riflessioni lette nell'occasione mi è piaciuta questa di timeline, un'amica della blogosfera, di quelle che entrano nel cuore e lasciano sensazioni gradevoli. Per questo ne riporto qui stralci significativi, sperando che non me ne voglia. È stata scritta l'8 dicembre 2011.

“Chiudere casa reca in sé un gesto definitivo. Uno strappo, una ferita simile al sentirsi orfani [ed io so cosa vuol dire sentirsi orfani].
Da quando ho saputo della chiusura nulla è come prima.
Sono molto attaccata alle piccole cose che fanno bello il quotidiano vivere e qui ci sono molti segni e altrettante tracce importanti, per me, che andranno perse... Certo ho messo al sicuro le parole - le mie e le vostre - ma ripartire da un'altra parte, in un'altra casa un po' m'inquieta... Il nuovo spaventa... L'incertezza si mostra in tutte le sue sfumature. (...)
Questo è l'ultimo post su Splinder.
L'ultimo di una lunga serie. E se guardo la serie di post e commenti che in questi anni mi hanno fatto compagnia e scaldato l'anima, il senso di perdita si fa ancora più fondo (…)”.


Qualche norma per l'uso, adesso. Questo su blogspot sarà il blog principale che però ho voluto trasferire anche sulla piattaforma Wordpress. Vedrò di farli procedere in parallelo. Le caratteristiche tecniche sono diverse, saranno il tempo e l'uso a determinare una scelta consapevole e motivata. Di certo qui è tutto molto più stimolante e richiede impegno, com'è giusto che sia.
Cercherò di essere quotidianamente presente, di riprendere quei ritmi necessari per lasciare traccia. Dove Facebook rivela la propria inadeguatezza è proprio l'incapacità di essere spazio di riflessione, più che di discussione. Ché anzi, di quella, ce n'è fin troppa, ridondante e straripante.
Ci saranno ancora lavori in corso, sia per acquisire familiarità con strumenti di editing completi, ma anche per sperimentare e, volendo restare nella metafora di nuova casa, per tinteggiare e mettere le tende alle finestre con il giusto abbinamento di colore e ben stirate.
Per il resto... “C’è una forza misteriosa e demoniaca nell’attrazione amorosa, come l’ha raccontata Goethe nelle Affinità elettive, una forza tale da scavalcare la razionalità e vellicare l’emotività che poi i ricordi trasfigurano”. 30/12/2004 ore 18:48.
Ecco, da qui si può ripartire, congiungendo idealmente l'incipit di quel primo post con la conclusione di quest'ultimo, il vero primo post nella nuova abitazione.


sabato 11 dicembre 2010

La casetta in proprietà



Ho iniziato a giocare a puzzle poco più di un anno fa. L’ultima tesserina è stata inserita all'inizio di dicembre. Il quadro completato produce adesso un bell’effetto, soprattutto mentale. Perché poi ci vivo dentro.

Il primo tassello: l’ingresso nell’ufficio del direttore di una filiale bancaria. Era la fine di ottobre del 2009. La stretta di mano al notaio, già ingrassato da una corposa parcella, il pezzetto conclusivo. In mezzo mesi di altalenanti sentimenti, periodi di angosciante attesa e logoramento nello spirito talora acceso da confortanti speranze, talaltra estinto da scoramenti profondi quanto inattesi.

Un’immagine che rende l’idea è rappresentata dall’altimetria del percorso di una gara ciclistica, una tappa alpina per intenderci, con pochi tratti pianeggianti e scorrevoli che si alternano a scalate progressivamente più ardite. Il rischio di precipitare sempre elevato, senza sapere se le successive vette saranno più ripide.


Perché poi non si è trattato solo di un rapporto con interlocutori diversi, ma vissuto con la pressione esercitata dai parenti, tenue nei primi mesi (dopo un lutto recente che aveva frantumato la proprietà dell’immobile in cui abito) e progressivamente sempre più marcata. Incontri di famiglia, per i necessari aggiornamenti, vissuti come un redde rationem, sfociati all’inizio dell’estate in un ultimatum che mi ha causato un drammatico stato di prostrazione.

Da una parte non volevo spezzare i rapporti familiari, introducendo figure terze (avvocati) e luoghi (tribunali) che avrebbero sancito la separazione definitiva, dall’altra mi trovavo costretto a soddisfare richieste impegnative che non potevo onorare con le mie risorse. E spazio per trattative non esisteva. L’alternativa, cedere la quota, vendere tutto e trasferirmi, considerata anche la modestia della stessa quota, irrealizzabile nell’attuale contesto economico.

Ricordo serate trascorse, nella fase più delicata, a navigare tra un sito e l’altro di agenzie immobiliari ricevendone un disagio che attentava alla mia integrità mentale. Eppure la stavo vivendo quella realtà, non apparteneva ad un altro, non si trattava di elaborazioni teoriche, di prospettive futuribili, mentre il calendario incalzava con le date e le scadenze.

I fine settimana, soprattutto, tanti fine settimana, li ho vissuti con l’apprensione per una telefonata, per una convocazione, per un contatto diretto a cui non ero in grado di rispondere come si pretendeva. Potevo solo chiedere tempo, che stava finendo, assieme alla pazienza.

Brutta cosa i parenti, soprattutto quelli acquisiti, che diventano serpenti quando possono mordere ed iniettare il loro veleno, quello che magari hanno accumulato in passato, facendone provvista, nella prospettiva di diventare esiziale.

Altrettanto brutali si rivelavano i rientri dalle vacanze estive o di fine anno, quando era un sms a far vibrare il cellulare e bastavano un nome, una semplice domanda a disperdere quel patrimonio di benessere che si era creato, seppur fatuo, seppur friabile ed illusorio.

Non so come sia riuscito, in questo arco di tempo a gestire sia questa pesantissima situazione che erodeva energie, sia il lavoro che è cresciuto, assieme al carico di responsabilità. Con la paradossale situazione che dovevo preoccuparmi per scadenze altrui, per documentazioni da consegnare e relazioni da stendere, mentre erano immanenti le mie di scadenze, le mie di documentazioni, le mie di contabilità da fare e rifare, perché poi i conti dovevano tornare, anche se nel loro linguaggio più crudo. Quei numeri non si prestavano ad alcuna interpretazione: erano lì, nudi, davanti a me. Ad agitarsi come spettri, per abitare serate da incubo.

Ho cercato di distrarmi, di dedicarmi ad altro, ma mentre il tempo trascorreva, mi sono reso conto di esserci riuscito poco. Il blog, per esempio, ha patito questo disagio, sia per le pause più o meno lunghe che si sono susseguite, sia per mancati aggiornamenti e, soprattutto, mancate risposte. Perché poi integrare i commenti altrui significava anche trasferirsi nei vari blog, intervenire, se necessario manifestare disaccordo, discutere comunque e mi accorgevo della mia fragilità di fronte a questo, della dimessa reattività, nonchè residua capacità di analisi.

Frank57 appariva isolato.

Ne hanno risentito, di conseguenza, anche i rapporti con le persone stesse. Sono in contatto
privato (preferisco non adoperare il verbo al passato) con alcune e alcuni blogger, ormai da tempo associati al rispettivo nickname. Un rapporto personale ricco e arricchente. Qui ho ceduto, rarefacendo le mail. E anche altre amiche e amici, al di fuori della blogosfera, hanno dovuto subire analogo trattamento. Che non era disinteresse, ma incapacità di rapportarsi, di esprimere il meglio, oppure se stessi, senza che poi dovesse trapelare inevitabilmente il malessere. Perché poi, quando le amicizie sono consolidate da anni, è questo l’approdo naturale: quello delle confidenze o degli sfoghi.

Non ero in grado di sostenere né le une né gli altri.

Adesso il compito più impegnativo, ma a cui mi dedicherò appassionatamente, sarà il recupero delle persone. La moltiplicazione delle mail inviate, perché la cartella è ridotta ai minimi termini. Sono altrettanto consapevole che non tutti i riagganci saranno premiati, che riaprire dialoghi richiederà anche fortuna, ma ci butterò dentro anche la costanza e la pazienza che sono state mie compagne in questo periodo.

La fortuna, soprattutto, che si manifesta nell’amico al quale ti aggrappi e che c’è proprio quando ne hai bisogno. Una parola giusta, un’idea, una consolazione, proprio nell’attimo necessario, cambiano la prospettiva, l’inquadratura della scena. Infondono speranza. E non pensi sia illusione. E, anche se lo fosse, la mantieni viva questa illusione, perché non deve evaporare.

La fortuna è anche conoscere la persona giusta che t’introduce al percorso ad ostacoli, tenendoti per mano e accompagnandoti nei vari passaggi. Rassicura, minimizza, conforta. È presente, talvolta proprio in coincidenze favorevoli ed inaspettate.

Ho poi imparato che, pur avendo cercato informazioni su mutui e procedure, la prassi definisce altri e diversi profili, in genere peggiorativi e perciò si cerca di limitare i danni. Però essere informati serve, perché solo grazie ad un’utile pubblicazione di qualche anno fa, ho appreso – per esempio - dell’esistenza di una particolare clausola, prezzo-valore, che mi ha permesso di ottenere una significativa riduzione nella parcella notarile.

C’è poi una giornata che mi è rimasta impressa, dove non è accaduto qualcosa di efficacemente concreto, ma una sensazione ben precisa percepita, vale a dire che la direzione era ormai quella giusta.

Giovedì 24 giugno, ore 16.00: il giorno di Slovacchia-Italia, gara decisiva del primo turno del Mondiale di calcio in Sudafrica. In quel pomeriggio, mentre la partita stava per cominciare, in una città deserta e sotto il caldo torrido, percorrevo a piedi il tratto di strada per arrivare in banca, dove ero stato convocato dalla funzionaria per comunicazioni che mi riguardavano.

Avevo naturalmente archiviato l’idea di assistere all’incontro e invece si trattava solo di alcuni documenti da firmare, mentre venivo aggiornato sulla situazione della pratica di mutuo che, a suo giudizio, si stava evolvendo positivamente. Un barlume di speranza.

Il primo tempo era già iniziato, la città deserta non restituiva alcuna eco, rientravo nell’intervallo e mi trovavo ad assistere, in una nuova dimensione alla gara, accaldato, quasi stordito, eppure alleggerito e disincantato di fronte a quella che era una delle prestazioni più avvilenti della Nazionale. L’eliminazione dal torneo, il conseguente dibattito, le inevitabili polemiche vissute da estraneo e, comunque, prive di quell’angoscia che invece nel passato avevo vissuto.

La sensazione di raggiungere il mio traguardo, anche se l’avrei tagliato sei mesi più tardi, era talmente palpabile che stappavo un’indispensabile birra per bere alla mia salute.


lunedì 14 settembre 2009

La mattanza scolastica



Quel viaggio in treno forse non ci sarà più, ma Olga (la chiamerò così) si è alzata tutte le mattine alle 6, nello scorso anno, per andare a scuola.


Incontro casuale, come tutti quelli che avvengono durante un viaggio, tragitto di confidenze amare e rassegnate. Della sveglia ho detto, un saluto rapido e silenzioso ai figli di 11 e 17 anni, alla figlia più grande (22 anni) che l’avrebbe sostituita nelle mansioni domestiche, occupandosi poi dei fratelli minori e sognando soltanto quello che avrebbe voluto fare da grande. Poi, rapida, verso la stazione di partenza: Salerno, per prendere l’Eurostar diretto a Roma. Abbonamento mensile: 340 euro che intaccavano pesantemente lo stipendio di insegnante, precaria nel posto sia a scuola che in treno, dove si siedeva solo se c’era posto. Arrivo a Termini due ore e un quarto più tardi e subito alla rincorsa dell’autobus che l’avrebbe condotta in un istituto di periferia. La giornata lavorativa che iniziava così, sarebbe terminata alle 21:00, con il ritorno a casa. A 43 anni ancora in grado di reggere questi ritmi.


Non so ovviamente quest’anno, magari la levataccia le sarà stata risparmiata e più brutalmente sarà stata una delle tante vittime della coppia degli orrori Gelmini-Tremonti.


Attenti a questi due: si stanno macchiando di crimini contro il futuro di intere generazioni e mettono a repentaglio la stabilità sociale.


La mattanza scolastica a cui hanno dato inizio dovrà chiamarli sul banco degli imputati di un ipotetico tribunale di Norimberga, perché stanno decapitando le speranze e pregiudicando concretamente l’esistenza di migliaia di persone. L’avvio del più grande licenziamento di massa non potrà restare senza conseguenze.


Buon anno alle amiche blogger, con l’invito a resistere, resistere, resistere. I ragli della somara unica non saranno per sempre e verrà pure un giorno in cui ne risponderà davanti ai cittadini onesti. Io sempre solidale con le lavoratrici della scuola.


 


Antonella, Vincenzo, Daniela: improvvisamente niente posto, un baratro davanti


«Così tagliano la nostra vita»


di Francesca Pilla – NAPOLI


I precari della scuola raccontano il dramma della perdita del lavoro. Antonella Vaccaro ha la voce roca e a stento riesce a parlare. Sono quattro giorni che si sgola, prima davanti all'ufficio del provveditorato poi fino a piazza Plebiscito, davanti la prefettura. Per lei non ci sono alternative alla protesta, ha 38 anni e dopo 17 passati a insegnare ai bimbi ora lo stato le dice di cambiare mestiere. Colpa dei tagli della Gelmini, del maestro unico, e a Napoli ci si è trovati con circa 150 insegnanti primarie e di ruolo in esubero, per i precari solo porte in faccia. «L'anno prossimo sarà anche peggio» spiega, a un passo dalla disperazione, solo che per ora le serve la forza di lottare. Un affitto da pagare, un compagno che non lavora e ora il nulla, il baratro dell'indigenza, dopo gli ultimi anni di supplenze annuali, che sebbene precarie, davano fiato: «Ci hanno detto di cambiare lavoro, ma io cosa ci scrivo sul curriculum per un supermercato o per un'azienda: che per 17 anni ho solo insegnato? E' assurdo nessuno mi assumerebbe». L'amarezza di Antonella è per aver dato tanto ai suoi bimbi e ora dover ricominciare.


Ieri insieme ad altri precari è stata ricevuta dal prefetto Alessandro Pansa, si sono detti soddisfatti del colloquio e degli impegni presi, anche se sarà difficile modificare la situazione, ci si aggrappa a spiragli. «Voglio però sia chiaro - conclude Antonella - che noi non siamo zavorra o ammortizzatori sociali, non è solo una questione occupazionale, qui per togliere di mezzo 6 mila lavoratori, hanno accorpato classi che ora contano più di trenta alunni. Quale offerta formativa offriamo ai nostri figli così? E quale sicurezza in edifici non idonei e sovraffollati?». Antonella Giuliano annuisce, era anche lei da Pansa e questa storia di dover elemosinare per lavorare non riesce a mandarla giù, le si ferma in gola: «Ho servito lo stato e sono servita allo stato per 20 anni, ne ho 50, due figlie di 28 e 24 anni, la più grande è laureata in giurisprudenza e con questa storia le hanno tolto le speranze in questo paese». La Giuliano ha, infatti, iniziato nel lontano '89 con le supplenze saltuarie, 3-4 volte al mese e poi una strada in salita fatta di concorsi, riabilitazioni, fino ad arrivare agli agognati incarichi annuali: «Al di là del posto di lavoro, questo governo deve capire che siamo di fronte a un'emergenza sociale. Non si può giocare con la vita della gente, io faccio parte delle 50mila immissioni in ruolo di Fioroni. E anche questa una legge dello stato o no?».

Benvenuti nel reality show dei precari, vita reale delle persone, che non sono numeri da cancellare con la gomma per far quadrare i bilanci, bensì individui con le loro storie, in un mondo che spesso si sgretola. Come per Vincenzo Terracino, 50 anni, con due figlie adolescenti, e una moglie, insegnante anche lei, che (fortunatamente) di ruolo si è trovata a dover mandare avanti tutta la famiglia con 1.200 euro al mese. «È' incredibile - spiega Vincenzo - la mia prima supplenza risale all'89, ho vinto un concorso per essere ordinario di cattedra nel '92, e mi trovo in mezzo a una strada». Lui insegnante alle superiori di elettronica, fisica e fisica nucleare ne ha passate di tutte i colori, ha lavorato per quasi 10 anni in un'azienda, la Ipm di Arzano, è stato a Milano per un anno, lasciando le figlie adolescenti e la moglie a Napoli, ha aspettato una vita per un po' di sicurezza e invece anche a lui chiedono di cambiare lavoro: «A 50 anni? - sbotta - e ci dicono di essere ammortizzatori sociali? La verità è che ci hanno usato da ammortizzatori, visto che annualmente costiamo 8mila euro in meno rispetto ai 'regolari'». Ma per la famiglia Terracino le sorprese non sono finite qui e si è aggiunta anche la beffa di uno stato pronto solo a prendere: «Sono arrivate le tasse dell'università di mia figlia, iscritta a medicina, e secondo il governo il nostro reddito è quello dell'anno scorso per cui o paghiamo o paghiamo».


La storia degli ammortizzatori non è andata giù nemmeno a Daniela Basile, una delle pasionarie che da 6 giorni dorme sul tetto dell'ex- provveditorato di Benevento: «Siamo stati usati - ci dice al telefono - non abbiamo mica preso i soldi per stare a casa. Ho 13 anni di servizio e ho sempre lavorato». Daniela ha 42 anni, due figli di 16 e 12 anni, separata, si trova sul lastrico, un mutuo di 400 euro, un finanziamento sulla macchina, un prestito sui lavori della casa: «Mi sento un fallimento come genitore - dice - arrivo a 40 anni e non riesco a garantire nulla alla mia famiglia». Ieri Daniela d'accordo con le altre donne «del tetto» è scesa solo un momento per incontrare il ministro Sacconi alla festa Udeur di Telese. Gli ha detto che il governo ha risolto il problema del precariato con i licenziamenti. Il ministro ha dato rassicurazioni su possibili aperture, ma la verità è che non hanno intenzione di fare marcia indietro e l'anno prossimo potrebbe essere peggio.


il manifesto (4 settembre 2009)


 


Scuola, al via l'anno horribilis dell'istruzione


di Maristella Iervasi


Le pagelle magari saranno pure on line e le assenze dei figli verranno comunicate ai genitori via sms. Uno specchietto per le allodole visto come la ministra unica dell’Istruzione ha ridotto la scuola che riapre oggi i portoni. Sempre più studenti appiccicati uno all’altro, stretti in classe fino a trentatrè ragazzi adolescenti e magari con al fianco diversi alunni con disabilità. Meno ore di lezione e nuove materie come quella che debutta alle medie: un’ora di “approfondimento in materia letteraria”, che non si sa a chi spetta. E insegnanti ridotto all’osso, al punto che i presidi non sanno come fronteggiare gli esoneri alla religione cattolica.


Ma non finisce qui. Le scuole riaprono più povere di prima in tutto, e non solo per la carta igienica e il sapone che sarà sempre a carico dei genitori: alla sonora sforbiciata di cattedre e risorse si aggiunge la questione della sicurezza. Non solo per l’edilizia scolastica che cade a pezzi: la scure di Tremonti è stata usata con vigore anche sui bidelli e il personale di segreteria. La sorveglianza dei bambini e dei ragazzi è demandata al fai-da-te.


Ecco la scuola del rigore e del merito decantata dall’avvocato-ministro Mariastella Gelmini. Ore 8: scatta l’era Gelmini. Zaini in spalla, si ricomincia. E’ il primo giorno di scuola per oltre 6 milioni e mezzo di bambini e ragazzi che vivono in dodici regioni. Ancora qualche giorno di vacanza per altri studenti: in Emilia Romagna e nel Friuli Venezia Giulia tornano nei banchi martedì, nelle Marche e in Basilicata mercoledì, il 17 sarà la volta della Sardegna e il 18 di Puglia e Sicilia. E anche nel terremotato Abruzzo riprenderanno e lezioni interrotte dal devastante sisma: tra il 21 settembre e il 3 ottobre scatta il tutti in classe.


Al pettine tutti i “guasti”, il gran caos e le mistificazioni del ministero. Per la scuola, un anno “horribilis”. Presidi e dirigenti lasciati soli a garantire la didattica e l’ordinaria amministrazione. Ma la Gelmini nel primo giorno di scuola si è assicurata il suo spazio a Mediaset. Solo dopo andrà a Napoli per inaugurare l’anno scolastico all’istituto penale per minorenni di Nisida. I docenti precari scalzati dagli ammortizzatori sociali promessi dal governo l’aspettano al varco.


Elementari E’ il giorno del ritorno del maestro unico prevalente nelle classi prime, ma l’imposizione della Gelmini ha fatto un sonoro flop, nonostante i numeri sulla scelta delle famiglie che il Miur ha “girato” a proprio tornaconto. L’Onda anti-Gelmini almeno in questo è riuscita a contrastare la ministra-avvocato: ha tenuto testa al maestro “tuttologo”. Pochissime le classi a 24 ore, aumentano quelle a 27-30 e 40 ore con il tempo pieno. Abolite tutte le compresenze, che vuol dire abolire i laboratori come quello di informatica, impossibili da gestire da una sola maestra con 27 alunni. A rischio anche le uscite didattiche e le attività di recupero. Si prevedono disagi per i bidelli ridotti all’osso.


Medie Un tempo scuola di 30 ore settimanali. Cattedre a 18 ore, aumento del numero degli alunni per classe, fino a 30. Gli insegnanti di Lettere faranno solo lezioni frontali e non potranno più svolgere potenziamento, recupero e progetti. Anche qui laboratori a rischio per la cancellazione delle compresenze.


Superiori Un taglio di insegnanti di 11mila unità da subito. Classi-pollaio come non mai: da un minimo di 27 fino a 33 alunni. E non finisce qui. Dal prossimo anno scatta il riordino di Licei, Tecnici e Professionali. Per ora la riforma della scuola superiore non è legge. Spariranno tutte le sperimentazioni. Ai licei un tempo scuola più corto che alle medie: 27 ore al biennio e 30 al triennio (31 al Classico). Negli istituti si costituiranno dipartimenti e comitati scientifici. Come le aziende.


L'Onda Mobilitazioni, siti-in, occupazioni degli Uffici scolastici regionali e insegnanti precari in sciopero della fame. Dal Piemonte alla Sardegna riparte l'onda anti-Gelmini. Volantinaggi sotto le scuole del Paese: "Io non ci sto", mentre dilaga la protesta sindacale. Oggi presidio della Flc-Cgil contro la soluzione dei contratti di disponibilità in viale Trastevere. E anche la Gilda degli Insegnanti chiede provvedimenti più incisivi che diano risposte a tutti i precari. Anche i Cobas di Piero Bernocchi in prima fila.  Il 9 ottobre lo sciopero dell'Unicobas.


www.unita.it (13 settembre 2009)


Tutti gli articoli di "Scuola"


* La prima pagina de “il manifesto” è del 6 settembre 2009.


 


domenica 15 giugno 2008

Discesa all'inferno


Otello ha 50 anni ed è proprietario di un mobilificio, la sua famiglia (Costanza, moglie, Paolo e Alessio, figli) è di quelle che si possono a ragione definire benestanti. L’uomo è tuttavia irrequieto e poco avveduto. Lo è sempre stato, ma nell’ultimo periodo la tendenza si è accentuata, provocando ripercussioni sia in famiglia che in azienda. I frequenti viaggi di lavoro portano spesso Otello anche all’estero, soprattutto in Russia e Ucraina ed è qui che conosce Olga, una bionda ventenne per la quale perde la testa e moltiplica i suoi spostamenti. Ben presto famiglia e mobilificio passano in secondo piano con conseguenze facilmente immaginabili. Lo stabilimento attraversa una fase di crisi; Paolo, il maggiore dei due figli, va a vivere con la propria compagna e ben presto anche Alessio si trasferisce in una città vicina, assieme alla sua fidanzata che, nel giro di un anno, diventa sua moglie. Costanza accusa problemi di salute, anche piuttosto seri, mentre Otello prosegue nel suo andirivieni con l’Ucraina dove subisce un attacco di cuore e muore.


La situazione precipita drammaticamente. E, come sempre, piove abbondantemente sul bagnato.


Alessio si separa e torna a vivere nell’abitazione paterna con la madre. La casa è ancora di proprietà, ma dopo il fallimento del mobilificio verrà messa all’asta. Alessio ha pure due figli in tenera età (il più piccolo è affetto da distrofia muscolare), per i quali una sentenza del Tribunale  ha stabilito la corresponsione di un mantenimento pari a 650 euro mensili. La cifra è stata stabilita in un momento in cui Alessio non era in difficoltà economiche, ma la situazione si è evoluta negativamente, poiché da un anno è disoccupato, perciò adesso non è più in grado di contribuire al mantenimento dei minori.


Le uniche entrate del nucleo familiare derivano, infatti, dalla pensione di Costanza che ammonta a 700 euro (pensione da lavoro e di reversibilità). Fino ad ora ci sono stati l’aiuto ed il supporto del fratello Paolo, che lavora come operaio in un’acciaieria e abita da solo (dopo il divorzio) in una casa, attualmente posta in vendita e il cui canone di affitto è di 600 euro al mese. La situazione economica di Paolo non è tale da consentirgli l’acquisto dell’appartamento. Nonostante ciò si sta facendo carico di corrispondere parte del mantenimento che il fratello deve ai suoi figli e parte delle spese per le medicine che la madre acquista mensilmente per i suoi problemi di salute (trombosi, vertigini continue e depressione). Al momento lei e i figli restano in attesa di vedersi assegnato un alloggio di edilizia pubblica. Quella che fino a pochi anni prima era una famiglia assai agiata, versa oggi in una situazione di disagio socio-economico tale da non garantire un’adeguata qualità della vita.


La storia, triste e vera, me la racconta una vicina di casa della derelitta famiglia in una mattinata piovosa più vicina all’autunno che all’estate prossima ventura. Non conosco le ragioni che la portano a quello che assomiglia più ad uno sfogo che non ad un pettegolezzo. Le presto attenzione per quella forzata gentilezza e naturale ascolto che vengono abbastanza naturali nei confronti di persone che, magari, si è soliti salutare incontrandole spesso sullo stesso percorso, ma delle quali si conosce poco. Poi accade che un piovasco improvviso ci costringa nell’androne di un portone che è poi quello – come si sarà capito – della casa di Otello e il racconto si sviluppa da sé.


Quando cessa l’acquazzone sono lieto per vari motivi e il ritorno a casa, più lieve, è la cosa maggiormente desiderata.

venerdì 4 aprile 2008

Sprofondo verdebiancorosso


Immerso nella lettura de “la Repubblica” non faccio caso al tipo che sta seduto di fronte a me. Il treno è da poco partito e sono rilassato. Alzo lo sguardo che incrocio con il suo, rivolto più alla prima pagina del giornale che a me. “Alitalia, l'argomento del giorno”, esordisce. “Già”, ribatto di malumore, perché certe interferenze m'infastidiscono. Almeno si fosse trattato di una ragazza sarebbe stato più gradevole. Eppure la persona non appare come il classico “incidente” da scompartimento ferroviario, una di quelle – per intenderci – pronta ad attaccare bottone sempre e comunque. Soprattutto se sono sprovviste di quotidiani, libri, raccolte di parole crociate. Accanto a sé ha soltanto una borsa portadocumenti. Direi sui 35 anni, ad occhio. Abiti finto-casual, l'aria benevola e accomodante di chi vuol soltanto scambiare quattro chiacchiere innocue, non impegnative intendo. “Stavo leggendo, appunto, delle reazioni tra gli addetti” - mi allargo, rassegnato alla conversazione. Tanto il viaggio è lungo e ci può stare. “Non sempre si può scrivere ciò che si vuole” - ammicca. “In che senso?” - ribatto. “Ascolta, possiamo darci del tu, vero?” “Certo” - rispondo e già questa richiesta mi predispone favorevolmente nei suoi confronti. “Conosco la compagnia di bandiera dall'interno” - esordisce “e posso raccontarti una storia esemplare. Ma ad un patto, però” “Dimmi pure, credo di essere un buon ascoltatore e non avrò difficoltà a mantenere l''impegno”. “Bene. Allora tu ascolta soltanto ed evita domande a cui non potrei rispondere”. “Vicende top-secret?” chiedo già incuriosito. “Diciamo che, se vengo interrotto, perdo facilmente le fila del discorso” e strizza l'occhio. Ripiego “la Repubblica”, mi rialzo sul sedile e apro il fedele moleskine. “Hai problemi se prendo appunti?” - chiedo prudentemente. “Fai pure. Nessun problema” - risponde sorridendo.

Lo scompartimento è semivuoto. Ci spostiamo proprio in fondo alla carrozza e Marco, come dice di chiamarsi, inizia il suo racconto che ho cercato di riportare fedelmente, comprese le divertenti espressioni colorite.

«Con Alitalia ci ho lavorato per un paio d'anni e per questo motivo andavo nella loro sede almeno due-tre volte al mese, come consulente informatico. Ci vedevamo con un gruppo del loro ufficio marketing, formato in maggioranza da “sgallettate” totalmente ignoranti, prive di qualsiasi specializzazione o competenza in merito. Nonostante questo, il loro stipendio era intorno ai 3 milioni di vecchie lire, ed era un bel grasso stipendio all’epoca. Di queste, stando ai “si dice”, una era entrata in Alitalia tramite uno zio, un'altra tramite uno a cui l’aveva data (me lo disse proprio lei, tutta compiaciuta). Oh, magari anche la prima l’aveva data allo zio, ma queste sono solo supposizioni... Delle altre non so, ma insomma...

Ora, andare in riunione in culo alla luna nella fantasmagorica cattedrale nel deserto (campagna, a dire il vero) Alitalia già era divertente di per sé, il problema è che poi ci si passavano delle mezz’ore per fare il badge, delle mezz’ore per essere annunciati, delle mezz’ore per essere ricevuti, delle mezz’ore davanti alla macchinetta del caffè (che fai, nun t’oo piji? Maddai, famo ‘na pausa, naa?!), poi, finalmente, ci si sedeva a tavolino. E lì partivano delle altre mezz’ore su quisquilie più o meno varie, tipo che te sei fatta ai capelli, l’hai visto ieri Biutifùl (qualcosa del genere, non proprio quello e mi piace pensare che l'avrebbero scritto così, aggiungo), ma, soprattutto, lo spettegolìo sul collega di turno.

In pratica si arrivava lì verso le dieci di mattina e, se si era fortunati, si usciva non meno di cinque ore dopo. In tutto questo tempo ti rendevi conto che - non esagero - la metà del personale non faceva un cazzo assoluto. Una tipa stava in una stanza dove giocava a solitario tutto il giorno, ogni tanto rispondeva al telefono e diceva “no, pe’ carità, dije che nun ce sto, questo m’attacca pippa io mica posso stallo a senti’ pe’n’ora, tanto nun se po’ ffa’ qu’oo che vòle, er capo nun ce sta, ah, no, dije c’ha detto de no, sì, er capo ha detto no. No che il capo nun ce lo sa, ma tanto si poi j’oo dimo mica s’oo ricorda, je dimo dotto’, ma di questo ne avevamo già parlato e lei aveva detto de no. Tanto è rincojonito, c’ha tremila cazzi da pensa’, mica se va a ricorda’ de ‘sta robba”. Io, giuro, questo dialogo l’ho sentito almeno due volte a diverso titolo (non so se rivolto pure a diverse persone o alla stessa).

Poi c’era la capa del gruppo, una che non c’era mai. La voce di corridoio diceva che l’aveva elargita al capo supremo di quella parte di stabile, per cui arrivava quando voleva (se voleva) e il badge glielo passava il segretario (che poi andava a prenderla quando arrivava. Lì non c’era il cartellino, strisciavi il badge ogni volta che entravi/uscivi dal palazzone).

Era bellissimo. L’aria che si respirava era di fancazzismo puro, totale, accanito. Gente che leggeva il giornale, gente che in sala riunioni (ce ne sono diverse ad ogni piano, salette più o meno dai 10 ai 50 metri quadri) si guardava i film in dvd sui primissimi schermi al plasma (ogni saletta ne aveva uno), gente che con lo stesso trucco del badge passato dall’amico compiacente era usa a passare il suo tempo al di fuori del labirinto, magari a fa’ un altro lavoro. In nero, of course.

Io, ogni volta che uscivo da lì ero scosso, mi sentivo obnubilato da quelle veneziane tirate giù (le varie stanze avevano la parete d’ingresso a vetri, quindi le tapparelline chiudevano la vista) nei corridoi, da quelle stanze parzialmente inondate dal sole (anch’esso schermato da altre tapparelle alle finestre) dove, una volta, ho visto dormire beatamente uno sdraiato su una poltrona, con la radio a basso volume (musica lounge). Non ne vedevamo lavorare uno che fosse uno, cazzo!

Si raccontava che la maggior parte delle persone che lavorava a quel piano, e ai due superiori, era totalmente inutile ad Alitalia, stava lì solo per questioni di raccomandazione, di posti da elargire, di quote di partito da soddisfare. Una specie di caravanserraglio dove depositare favori ad amici. Parliamo, ad occhio e croce, di circa 600 persone. Fatti i dovuti calcoli significano circa 4-5 miliardi di lire all’anno tra stipendi, contributi e benefits vari. E, attenzione, solo di quei piani. Poi ce n’erano altri che sfuggivano al loro pettegolìo (la sede è enorme). Un’ottica da ministero o società statale dei bei tempi andati, insomma.

Ma del resto, allo stile fantozziano, ci avevo fatto il callo. La prima volta che vidi una cosa del genere (e capii che i film, i libri e le opere di fantasia in generale sono solo il pallido specchio della realtà), fu qualche anno prima in un'azienda del gruppo IRI Finsiel. Là conoscevo un pezzo grosso dell'azienda che mi aveva fatto il piacere di mettermi a disposizione una serie di macchine per il test di un software.

Dovevo testare un'applicazione da distribuire in allegato ad un periodico. I tempi, come al solito, erano mostruosamente ridotti e non avevo sufficienti computer su cui fare le prove. È vero che esisteva solo Windows 3.11, ma la maggior parte dell'installato presentava varie versioni di DOS e OS2 e Warp e perfino DR-DOS, quindi mi servivano diversi computer con diverse configurazioni. Ero pronto al suicidio, ma mi venne in soccorso il sempiterno "amico dell'amico", che nella fattispecie era un compagno di merende di mio padre, il quale rivestiva una carica piuttosto importante in questa azienda, credo fosse capoladro o qualcosa del genere, il quale mi diede la possibilità di fare questi test in una delle sale informatiche del gruppo.

In queste enormi stanze (soffitti alti praticamente quaranta metri, stanze minimo di 50 metri quadri, i cessi erano di 30, più o meno) c’erano altre persone che lavoravano. Oddio, lavoravano.... Ce n’era uno che arrivava di prima mattina, apparecchiava quattro o cinque quotidiani sulla scrivania e leggeva fino alle 17. Seppi che era un sindacalista in rotta con la dirigenza, solo che non potevano licenziarlo e lui se la spassava così. Sempre meglio (almeno ti fai una cultura) del collega alla sua destra, quello che con un televisorino portatile, hai presente quegli scatolotti tipo a 5, 6 pollici con l’antenna, se vedeva tutte le trasmissioni più del cazzo che c’erano. Ovviamente, però, a volume altissimo (che, in quegli affari, significa una distorsione assoluta del suono, praticamente una scoreggia continua). Poi c’erano i tecnici che se facevano le canne al seminterrato e via così.

Questa era la normalità, stando alle confidenze dell'amico di mio padre. Era ed è. È così che si lavora nei posti pubblici, è così che poi le aziende vanno a farsi fottere. So che alcune delle sgallettate non lavorano più in Alitalia, ma gli hanno fatto causa e di recente hanno rimediato 150.000 euro cadauna, non so onestamente a che titolo. Così avrà fatto pure il sindacalista. E così avranno fatto migliaia di persone che non ho avuto il piacere di incontrare, ma sono in grado di immaginare».

Roma, stazione di Roma Termini: termine di corsa.



















sabato 16 febbraio 2008

L’uovo (non molto fresco) oggi o il pulcino che sarà gallina domani?


Lo squillo del telefono è arrivato, come previsto, nella tarda mattinata di lunedì, questa volta per fissare un appuntamento rapido a metà pomeriggio. Il cervello che non aveva mai cessato di elaborare piani futuri e prospettive immediate, si rimette a predisporre nuovi scenari, a riordinare i mille pezzi di un’unica idea, di quel pensiero fisso incalzante da oltre un mese. Pensieri paralleli, in realtà, che da una parte seguono la definizione della nuova posizione aziendale, mentre dall’altra si fanno frenetici per non perdere di vista l’inaspettata opportunità che Tommaso offre. Se dipendesse da lui probabilmente sarebbe cosa fatta e avrei anche già scritta la lettera di dimissioni. E invece c’è qualcosa di strano, di indefinito nel nuovo aggiornamento. Anche nell’atteggiamento.

Tempi sempre più lunghi, non di molto, ma abbastanza significativi per squilibrare una scelta e creare nuove difficoltà. La principale è l’offerta ricevuta in azienda che racchiude il tempo pieno, un’opportunità stranamente in controtendenza per le esigenze aziendali. Il posto da ricoprire è peraltro quello che lascerà scoperto un collega il quale, a sua volta, andrà a sostituire una ragazza che ha risolto il contratto a tempo determinato.

Informo Tommaso della novità che paradossalmente si rivela (o potrebbe rivelarsi) un boomerang. Eh sì, perché il requisito della precaria situazione lavorativa costituiva una solida premessa per assegnare l’incarico e adesso i discorsi si fanno, inspiegabilmente, fumosi. E quella che pareva essere un’attività di durata superiore alle 25 ore settimanali, che ho svolto fino a venerdì scorso, diventa almeno nella fase iniziale un part time (20 ore?). Con prospettive certo di maggiorazione, ma non competitiva con il tempo pieno che avrò dalla prossima settimana.

Sarebbe inopportuno polemizzare (all’inizio si erano prospettate 6 ore per cinque giorni alla settimana, in un settore diverso dall’attuale) e così cerco di capire, di mostrare disponibilità, buon senso e fiducia (magari sarò ipocrita, ma quando il gioco si fa duro…). Resto in lizza, perciò, tra gli altri candidati (che ancora non ho capito se siano reali o presunti) e quando si delineerà la situazione allora potrò confrontare e scegliere. Nessuna preclusione, insomma, però resta sospeso per aria qualcosa di indefinibile, di impercettibile, di sfuggente, un cocktail che genera solo inquietudine.

Altro che caos calmo. Sono invaso da ogni serie di sollecitazioni che il cervello inesausto invia e che di ora in ora, vorrei dire, modificano anche l’umore. Mi sembra di attraversare un ginepraio soffocante, avvolgente e urticante. Il tempo pare sfuggire da ogni controllo, anche perché proprio di corsa contro il tempo si tratta.

Nei giorni scorsi ho verificato come il reparto in cui ho lavorato per parecchi anni avesse cessato di fornirmi qualunque stimolo, come una bottiglia a cui era stato svitato il tappo, tempo fa, facendo fuoriuscire il contenuto liquido che, goccia dopo goccia, si è depositato al suolo. Quella bottiglia si è definitivamente svuotata giusto venerdì. L’ho afferrata metaforicamente, l’ho scossa, ho guardato al suo interno: tutto ripulito e asciutto. Tornare indietro, a questo punto, non sarebbe più possibile. E devo lasciare questa realtà (tempo pieno o meno), perché la permanenza in una ditta che, dopo una cassa integrazione durata 24 mesi, ha espulso alcune decine di dipendenti collocandone una parte cospicua in mobilità e prepensionandone altri, che a fine marzo denuncerà un fatturato in calo rispetto ad un anno fa (nonostante misure draconiane) e che sta esternalizzando varie mansioni, è a rischio: quello di un taglio definitivo per adeguarsi al nuovo che poi è sempre lo stesso, immutabile da anni, credo industriale. Diminuire i costi, per mantenere costanti (quando non aumentarli) i profitti salvaguardando le posizioni di quadri e manager.

Ecco perché scegliere non sarà facile. L’immediato offre uno stipendio più alto (ma non so di quanto) rispetto a quello che potrei ricevere nella nuova attività, ma è quest’ultima – invece - a poter offrire sicurezza e crescita nel tempo. Ed è anche il classico treno che passa una volta e ai margini del binario, senza oltrepassare la linea gialla, occorre trovarsi con i bagagli pronti.

sabato 9 febbraio 2008

Spiragli di un nuovo giorno


La promessa è appesa là sui primi giorni dell'anno. Capiti al momento giusto, dalla persona giusta e le prospettive che si dispiegano appaiono inverosimili. “Troppo bello per essere vero” è il pensiero più ricorrente, eppure sembra non esserci nessuna sfasatura, nessuna controindicazione. E allora perché non crederci, perché per una volta almeno non dimostrare l'anomala (per me) inclinazione verso l'ottimismo?

Tra pochi giorni – mi viene illustrato con dovizia di particolari – si definirà il quadro della situazione e una nuova attività inizierà. Un nuovo lavoro che pare proprio materializzarsi all'alba del nuovo anno, un incontro che avviene quasi casualmente, prenotato prima delle festività natalizie, ma poi rinviato per sopraggiunti impegni. Però l'attesa è stata utile, quasi capitata appositamente. E continuo a non crederci, mentre ripasso le varie fasi della conversazione amichevole. La persona (Tommaso) è affidabile, amica di lunga data per comune frequentazione scolastica alle elementari, senza poi essersi persi di vista nonostante i trasferimenti, i cambiamenti di direzione. Quindi il ritorno alla base.

Ma adesso si cambia, si potrà scavalcare il periodo difficile ponendo al posto giusto uno dei tasselli mancanti. La cassa integrazione prima, il reintegro successivamente sebbene avvenuto con una pesante riduzione dell'orario di lavoro. Quell'ambiente è marcio ormai, io sento di aver fatto il mio tempo, ma anche le persone hanno dato il peggio di sé. E inoltre le prospettive dell'azienda sono poco confortanti. Getterò tutto dietro alle spalle. Finalmente.

Sono solo la mia prudenza, il realismo e quel sano pessimismo che m'impediscono di compiere scelte precipitose e irrevocabili. La lettera di dimissioni meglio ricamarla in testa, le anticipazioni sarà più opportuno rivelarle quando ne saprò di più. Perché poi quando una notizia è ottima, ma incompleta, perché manca la concretezza, si rischia di aggiungere dettagli e allargare le dimensioni, proiettarsi verso mete ardite. E le risalite, come cantava Battisti?

Basta aspettare, tanto il fine settimana è vicino. Così vicino che scorre senza che nulla accada. E niente avviene anche nelle giornate successive. Che abbia frainteso tutto? Che siano state prospettate solo ipotesi in quella amichevole conversazione e nulla più? Ma ho poi capito bene? Ed era a me che veniva rivolta quella proposta? Cosa faccio: rompo il silenzio, manifesto impazienza oppure taccio e aspetto? Meglio attendere, anche perchè l'accordo era questo. Però in tal modo l'attesa diventa snervante, ma soprattutto si ripercuote sulla qualità della vita. Eh sì, perché smetto di scrivere e-mail, smetto di comunicare con gli amici, perché l'argomento lavoro è sempre al primo posto e io vorrei dire e non posso, vorrei informare ma su che basi? E se poi si rivelasse essere un bluff?

Così mentre le giornate si srotolano lungo il mese di gennaio mi tormento nell'attesa, ormai messa a repentaglio anche da una sicurezza iniziale che ora svanisce. Si trattava di una soluzione imminente, ma se così non è significa che ci sono stati degli intoppi, significa che l'ottimismo di quel colloquio si è dovuto confrontare con altre e diverse realtà uscendone ridimensionato, se non annullato. E l'amico adesso non sa come comunicarmelo.

Perciò ogni fine settimana che arriva porta con sé anche la speranza che puntualmente si dissolve la domenica sera. E' difficile vivere così. Eppure il silenzio che altre spiegazioni potrebbe avere? Sono sommerso dalle inquietanti domande, inciampo in questi pressanti interrogativi, non riesco a trovare risposte plausibili. Quando ecco la telefonata attesa e forse liberatoria. I tempi si sono allungati e parlare con Carlo (Carlo?) non è stato facile. Lui ha chiesto qualche giorno per pensarci.

Brutto segnale il coinvolgimento inatteso di un'altra persona. Pensavo che Tommaso, l'amico del primo colloquio, avesse carta bianca e spettasse solo a lui decidere. Aspetteremo. “Ma posso essere ottimista?” chiedo arditamente. “Come si fa a rispondere a questa domanda? - replica (forse infastidito?). E intanto fissa la data dell'incontro con Carlo. Al termine mi fornirà tutti gli aggiornamenti. Mancano pochi giorni, allungo l'attesa, rinnovo le aspettative.

Ormai sono entrato in una diversa dimensione e, non solo a livello subliminale, sono assente dall'attuale lavoro. Pigro, indolente, infastidito: passivo in una sola parola. Mi pesa l'ambiente, trovo insopportabili i colleghi che certo non hanno mai brillato per giovialità, vorrei tanto sbattergli in faccia lo "scherzetto" che di lì a poco andrò ad attuare. Di lì a poco?

Il telefono squilla, mentre sto per iniziare la cena. E' lui. Dopo l'incontro programmato, mi parla di un altro piccolo passo che è stato compiuto. Questo può bastare. Altri dettagli da discutere in seguito. Sempre questione di giorni. Anche se sono ormai trascorse tre settimane da quel pomeriggio nebbioso in cui sembravano irrompere i raggi del sole.

Tutto rinviato, insomma e così quelle lettere di dimissioni, in cinque modelli, che avevo scaricato dalla rete, restano nella chiavetta. Ancora non posso stampare niente. Fino a quando ogni cosa diventa accelerata e forse pure illuminata.

Incrocio Tommaso mentre sto andando in edicola. Mi informa che siamo entrati nella fase operativa. Sarebbe stato inutile telefonarmi per aggiungere solo qualche dettaglio in più. Convengo che è giusto (penso che invece anche un solo dettaglio mi avrebbe fatto piacere e rassicurato). C'è però una frase che evidenzio mentalmente: “Ti avvertirò quando potrai presentare le dimissioni”. E me la ripeto più volte per convincermi che è esattamente così.

Le perplessità sono state fugate – elaboro - ormai è davvero questione di giorni anche se il mese di gennaio sta finendo. Quel mese in cui poteva iniziare la rivoluzione. E mentre si susseguono scenari nella testa, mentre mi chiedo quale tipo di lettera sceglierò di consegnare nei modi e nei tempi previsti, con la soddisfazione di usare la stampante aziendale per congedarmi (certe cose non hanno prezzo), ecco arrivare quello che non ti aspetti. La convocazione del responsabile di funzione e la proposta di cambiare reparto.

Non chiedo neppure tempo per pensarci e manifesto tutta la mia convinta e aperta disponibilità. Il cambiamento, in realtà, più che ad una promozione assomiglia ad un declassamento delle funzioni, ma è accompagnato da un particolare per nulla trascurabile: il ritorno al tempo pieno.

Ecco dunque fissarsi una situazione curiosa: mentre io sto per cambiare lavoro, vengo scelto per una diversa mansione aziendale destinata - spero – ad esaurirsi prima ancora che abbia fraternizzato con i nuovi colleghi e familiarizzato con la nuova attività. “Accetta, accetta” – m'incoraggia l'unico collega che ha raccolto le mie confidenze – fosse anche per un solo giorno, poi te ne andrai senza alcun rammarico”.

E con questo stato d'animo mi approssimo alla settimana che potrebbe rivelarsi determinante per una svolta, la prima della serie.

domenica 21 ottobre 2007

A.A.A. cercasi per affettuosa amicizia


All’ingresso del supermercato faccio incetta di tutte le pubblicazioni gratuite presenti nella rastrelliera, in fondo nel fine settimana qualche momento di relax me lo posso concedere. Non che ci sia molto di memorabile in questi giornali, ma a incuriosirmi sono l’impaginazione, gli spazi pubblicitari, le caratteristiche degli inserzionisti, la qualità dei pezzi scritti, il genere di argomenti trattati. Si tratta, in buona parte, di riviste piene di annunci di ogni genere, molto spesso ripetuti. Però, a voler leggere tra le righe, riescono pure ad offrire una particolare chiave di lettura della società odierna, uno scorcio della varia umanità che si dispiega. Scivolando tra elenchi sterminati di collezionisti, vendo-scambio-compro, antiquariato, casalinghi, auto, moto, ricerca e offerta di lavoro, approdo alla pagina più gustosa: incontri, divisa in “messaggi” e “matrimoniali”. Tutti rigorosamente maschili.


Si potrebbe anche intitolare: la tecnica dell’acchiappo, in cento e una modalità diverse. Ci sorrido sopra, anche se magari dietro l’anonimato offerto da un indirizzo e-mail (tramontato il classico “fermo posta”: un segno dei tempi) possono celarsi persone effettivamente a disagio, che nella relazione con l’altro sesso hanno sempre incontrato difficoltà e patiscono tutto ciò come un marchio di impotenza. Potrebbe anche essere così, eppure dal modo con cui ci si “offre” non emergono imbarazzo o timidezza. Tutt’altro.


C’è chi è molto sbrigativo e non si perde in tanti giri di parole. “4Oenne molto giovanile, carino e sincero, cerca ragazza per una vera e seria relazione”. “Sono un quarantenne e cerco una donna per frequentare locali da ballo e fare un corso di balli latini insieme”. E si sa che corso dopo corso viene magari fuori un bel tango con casquet. Non si capisce poi come mai chi vanta certe doti debba far ricorso all’annuncio di carta: “Ragazzo 3Oenne, moro, alto 1 .83, fisico atletico, serio, simpatico ed allegro, vorrebbe conoscere una ragazza italiana o straniera per amicizia ed eventuali sviluppi sentimentali”. Sarà tutto vero? E poi l’eventuale ragazza italiana o straniera, perché in certe circostanza per il “maschio” basta che respiri e dunque nessun razzismo.


C’è poi colui molto sicuro di sé, che ci tiene a sottolineare un particolare che “abbraccia”, in senso metaforico, tutta l’altra metà del cielo: “Singolo 4Oenne alto vero maschio italiano, cerca donne colte e raffinate per piacevolissimi incontri!!! Gradite laureate universitarie, commesse, straniere, separate. Astenersi curiose perditempo! No tassativo a uomini! Graditi sms, mms, se trovi spento lascia un messaggio ti richiamo!”. Insomma è incoraggiante e non scarta niente. Solo che non capisco, ma chiaramente è un mio limite, perché le donne per “piacevolissimi incontri” debbano essere colte e raffinate. Saranno mica conferenza di filosofia mascherate? E perché poi precludere la possibilità alle “curiose perditempo”? Non è che si tratta di quelle “stonate” che non cantano “si, la, do?”.


Poi arrivano quelli che si sbottonano (sempre virtualmente) di più. E, per la frenesia di raccontarsi, strapazzano non poco l’italiano. “Cerco una donna brasiliana o sudamericana per una nuova amicizia finalizzata ad un rapporto stabile e duraturo sono un agente di commercio nel settore delle scarpe allegro sensibile indipendente economicamente romantico appassionato della musica, ballo vita brasiliana possiamo se ci siamo simpatici e ci piacciamo un po condividere progetti di lavoro insieme e abitare nella mia casa”. Beh, che dire? Facciamogli riprendere fiato. Poi potrebbe essergli utile la donna colta e raffinata di cui sopra. Anche se il sospetto che voglia allargare il commercio di scarpe all’estero esiste. 


Quest’altro sembra essere la stessa persona, o forse è un fratello gemello. Sempre un optional la punteggiatura. Secondaria la grammatica. “Per una storia di amicizia dialogo comprensione fiducia reciproca cerco una donna istintiva curiosa romantica particolare di aspetto raffinato. Sono un’imprenditore sensibile sportivo generoso sicuramente interessante con tanta voglia di conoscere gente diversa da quello che incontro solitamente nel mio quotidiano. Sono di piacevole presenza mi dicono simpatico e intrigante amo la gente la vita la musica i viaggi gli animali. Vorrei dopo iniziale conoscenza poter con te condividere dei progetti futuristici di lavoro della mia attività e ospitarti nella mia confortevole e grande casa no squilli”. In effetti gli squilli a vuoto sono inquietanti. O forse voleva intendere: “no squillo?”. Resterà il dubbio.


Un altro pretendente è assai ambizioso: “Ho 39 anni sono single, posso viaggiare senza problemi. Lei può avere tra i 25 ed i 40 anni, essere sufficientemente carina, abbastanza intelligente, che sappia soprattutto ascoltare, confrontarsi, cercare di comprendere i punti di vista altrui. Gentile, coccolona, fedele, un pò romantica, senza figli. Forse pretendo troppo lo so, ma tentar non nuoce ... Se mi contatti, poi ti parlerò meglio di me. lo ti aspetto!”. Trovo singolari un paio di precisazioni, indeterminate a pensarci bene. M’immagino nei panni della donna che si riconosce nel ritratto, ma è subito lacerata da interrogativi inquietanti: “Di essere carina lo so, ma lo sono “sufficientemente? E sono troppo o abbastanza intelligente? Magari non devo essere superiore a lui…” Chissà? Da qui si vede come ad entrare in depressione si faccia presto. Si tratta di dubbi esistenziali.


Piccole velleità crescono. Badate bene. “Se sei una donna alla ricerca di romanticismo dolcezza tenerezza passione cordialità passionalità cultura hai trovato il tipo che fa per te, ho messo l’annuncio perchè ho poco tempo per fare delle nuove conoscenze ed amicizie ti cerco dolce istintiva aperta di idee educata sono un imprenditore nel settore della moda molto corretto serio affidabile di gradevole presenza estetica e interessante interiormente. Con l’hobby dei viaggi musica ballo natura la gente la psicologia”. Ormai mi chiedo se le virgole vengono vendute un tanto al chilo, oppure se sono aumentate come il pane e la pasta. Però non fanno ingrassare. Le virgole dico.


Arrivano i nostri adesso. Qui non si tratta di banali annunci, ma veri e propri trattati. “Cerco una donna che con me voglia fare un’evoluzione spirituale intesa come conoscenza profonda della potenzialità della nostra mente e sviluppo delle nostre risorse nascoste per poter migliorare la nostra vita e crescere intellettualmente emotivamente psicologicamente spiritualmente. Sono un tipo molto particolare profondo molto sensibile romantico sognatore. Possiamo incontrarci inizialmente per condividere un’amicizia e poi vedremo. Sono appasssionato di sport musica viaggi psicologia arte, filosofia. Se trovate segreteria ascoltate il messaggio”. Risparmierà anche lui sulle virgole, ma non sulle “s”. Da notare l’accortezza di lasciare un apposito messaggio in segreteria.


“Sognare non rende felici: vivi un amore vero senza più attendere! Celibe 45enne posizionato, affidabile conoscerebbe dolcissima motivata ad un rapporto costruttivo”. “Discreta presenza, colto 39enne, buon carattere, affidabile, cerca ragazza dolce, amabile, intelligente, possibilmente che non abbia figli, desiderosa di iniziare una storia seria e importante” Qui si rompono gli indugi senza esitazione.


Ma il meglio l’ho riservato alla fine.  Ecco che c’è chi dispensa lezioni di vita, improvvisandosi guru. “Occorre lottare perchè chi si ferma è perduto! La delusione porta allo scoraggiamento, al morale basso, alla voglia di rassegnarsi. Ma grazie a Dio, passata la “sbornia” della delusione, ci “rigeneriamo” e siamo pronti a rilottare. Con il buonsenso si va avanti passetto dopo passetto. E se il problema non si risolvesse, la nostra sofferenza ci avvicina al prossimo, anche lui sofferente, all’umiltà. Mal comune mezzo gaudio. Il lavoro premia sempre e ci accorgiamo delle grandi possibilità di sofferenza psico-fisica che abbiamo. 42enne medio alto”. Sbalordito da tanta saggezza. Quel “passetto dopo passetto” è la notevole variante al “passo dopo passo”. “Chi si ferma è perduto!” è un rigurgito del passato (tornato però attuale), ma la donna che leggerà sarà avida di conoscere il tipo e lottare insieme a lui.


Tocchi di lirismo puro ed emozionante. Abbastanza sconclusionato, ma in compenso si autodefinisce “ uno splendente sole”, che poi va pure a rubare la luna. Insomma: cosa si vuole di più? Questo ce la mette proprio tutta. “lo seguo la tua vita, la tocco con le dita, vorrei far parte sempre dei pensieri tuoi. Vorrei restarti accanto, in ogni tuo momento e poi guardare il mondo attraverso gli occhi tuoi. lo vivo solo quando tu sei qui vicino a me, che cosa vuoi di più, la luna ruberei, lo sai che non ha senso la mia vita senza te ... “Innamorati noi” con sentimento: dolcissimo ragazzo 35enne, veramente carino, serio, molto passionale, ironico, ballerino di ballo latino, sani principi morali, ti aspetto a “braccia aperte” graditi mms. No anonime (riattacco). No tassativo: squilli idioti, depresse, non interessate ed intenzionate, donne che non sanno ballare. Ok straniera. Non chiudiamo la porta del nostro cuore, lasciamo entrare una piccola luce, potrebbe presto diventare uno splendente sole”.


Ho lasciato alla fine due annunci che definisco geniali, soprattutto l’ultimo che poi pare essere la prosecuzione di quello che lo precede. “Neosessantenne, amo la natura intimità turismo culturale nei centri minori. Condividerei progetto di vita non frenetica avida distratta rinnovando affettività emozioni dietro l’angolo del prossimo ieri. fermo posta centro”. L’età gli fa rispolverare il nostalgico “fermo posta”, ma dispone pure di e-mail che lascia nel messaggio successivo. Insomma pre e post informatico. Ma anche spiritoso, il che – e lo scrivo seriamente – è un gran vantaggio in un’età di confine tra la maturità avanzata e la vecchiaia, con rischiosi passaggi a vuoto. “Andato il cavallo, sbiadito l’azzurro (1947) principe con castello, senza corte, estroso disponibile formerebbe regno anche altrove con signora nobile (d’animo) amante natura. Se come me credi che il mondo sia qualcosa di magico e che può essere cambiato in ogni istante, scrivimi, forse sono la tua metà”. E conclusione migliore non ci potrebbe essere.

domenica 7 ottobre 2007

Indovina chi viene a cena?


Metti di ricevere una lettera di questo tenore: “Sabato sera aiuto un paio di ragazze a cucinare al Pangrattato. Se qualcuno non conoscesse ancora questo posto sappia che è un circolo in cui ogni sabato sera qualcuno si offre di cucinare per tutti (30-40 persone) un menù a propria scelta. I partecipanti, che pagheranno un prezzo irrisorio (tipo 10-15 euro) corrispondente al costo della spesa e della donna delle pulizie, dovranno prenotarsi al più presto in quanto i posti disponibili sono grosso modo quelli indicati sopra, esauriti i quali si cena ognuno a casa propria.

Il menù non è ancora completamente definito, ma si pensa di optare verso il rustico non classico.

NB: La sottoscritta non ha MAI cucinato lì né ha MAI cucinato per tante persone, quindi portatevi un panino di sicurezza!”. Metti che la firmataria sia M., un’amica di lunga data, una di quelle che quando serve c’è, di poche parole e molti fatti, capace di iniziative curiose e stravaganti come quella che propone al suo gruppo. Metti anche e non è cosa di poco conto, che il destinatario dell’e-mail sia un discreto amante della buona tavola, almeno quella della mia amica. Aggiungi, infine, che l’insolita proposta risulti accattivante e sia di immediata presa. Considerato poi che il numero chiuso impone una risposta immediata, la mia conferma non si fa attendere.


Ignoro dove sia il locale, non conosco i dettagli sul menù e  meno ancora sullo svolgimento della serata. Il post-scriptum è “inquietante”, ma non porto con me nessun panino, mentre mi divora la curiosità per questo invito al buio.


La zona è semicentrale, trovo subito il circolo “Pangrattato” guidato anche da un rimescolare di pentole e coperchi, assieme a profumi invitanti. Sono in tre addette alla cucina, una di loro, Loredana, giovane, bionda, lunga coda di cavallo, filiforme, ombelico d’ordinanza in evidenza, mi accoglie con un sorriso, che diventa ancora più largo, quando mi fa notare che occorre tagliare il pane. Fa capolino M., in varie faccende affaccendata (dalle 15:30), lieta e misteriosa neppure per sua colpa. Per lei è la prima volta, ancora incerta sul numero dei partecipanti che peraltro è salito, secondo le versioni, a 50 persone. E, mentre lavoro alacremente ad affettare grosse pagnotte assieme ad un altro invitato, cominciano ad arrivare le prime persone: uomini, donne, coppie e single. S’intrecciano strette di mano e “piacere”, sorrisi e nomi che ovviamente non rammenterò a fine serata. Ed è un peccato, perché la presenza femminile, prorompente, si rivela in molti casi meritevole di attenta valutazione.


Qualcuno accende le casse di uno stereo, la musica invade il piccolo locale che si sta riempiendo. Giungono cartoni di vino. C’è chi sistema le tavole, chi pulisce le sedie, si formano i primi gruppi, mentre si apparecchia in una confusione crescente ed allegra. M. mi ha riservato un posto attorno ad un tavolo circolare e scritto su carta oleata, che funge da tovaglia, i nomi degli altri commensali. Lei siede di fronte a me, a sinistra c’è il suo compagno, T., un ragazzone di gran cuore e simpatia, alla mia destra siederà Fabiola, accanto a lei Raffaella che non tarda ad arrivare. Minuta e pallida, Raffaella ha un bel volto ovale, pulito e dai tratti aristocratici. Si scusa per il ritardo, ma il turno di lavoro l’ha impegnata. “Dove sei impiegata?” – chiedo – “In ospedale” – mi risponde. “Infermiera?” (che chissà perché uno pensa sempre che l’unico lavoro in ospedale sia quello di infermiera). “No, sono medico”. “Così giovane?” osservo veramente sorpreso. “Ho 34 anni” ribatte lei. Giuro che a vederla denuncia almeno sette-otto anni in meno. Ne è lusingata e arrossisce. Scorgo in lontananza un altro gruppo in arrivo, mi alzo perché ho presto capito che socializzare risulta essere l’imperativo principale e, a quanto pare, nessuno si mostra sorpreso o infastidito. Trovo un collega, distribuisco altre strette di mano a sconosciute e sconosciuti per poi bloccarmi davanti ad una ragazza. Che tace, divertita assai per il mio imbarazzato stupore. “Dai, che mi conosci” – mi incoraggia benevola. Mentre sta per aggiungere altri dettagli, in un giochino che pare divertirla, un lampo riporta la memoria volatile. “Alessandra!” esclamo stupito. Da anni non la vedevo, scomparsa dalla mia zona e l’ultimo ricordo mi trasporta su un parquet, mentre narravo le sue gesta atletiche. Era un’adolescente. Davanti ho adesso una giovane donna, di gradevole aspetto, che lavora in un centro estetico e che ha evidentemente applicato anche su se stessa le terapie miracolose che riserva alle sue clienti. Pareva ieri il suo ultimo canestro e invece, rammentiamo, risale ad anni fa.


Torno al mio tavolo dove finalmente è approdata anche Fabiola. Minuta anche lei, un’abbronzatura da sogno rimediata chissà dove, evidenziata dal civettuolo completo bianco che indossa. Molto femminile. E, combinazione, giovane medico pure lei.


Si mangia, alfine. Antipasto di spiedini con prugne secche avvolte da una striscia di guanciale di maiale, foglie di radicchio legate da formaggio fuso. Raddoppio lo spiedino. Innaffio cautamente con vino rosso siciliano: si lega bene. Arrivano poi le penne alla zucca, squisite e cotte al punto giusto (non era facile in una pentola enorme). Raddoppio anche qui e non lesino complimenti alle cuoche, anche se ad un certo punto non si sa più bene con precisione chi abbia cucinato e che cosa. Una gradevole confusione di ruoli per nulla nociva. Seguono salsicce di pollo con patate. All’apparenza patate, invece si tratta di mele cucinate assieme (ne sono state pelate una cinquantina, mi racconta Fabiola) con pinoli e pepe rosa. Qui il pane ci va a nozze, assieme ad un sorso del corposo vino rosso (Menfi Sirah). Frank non deve esagerare, perché in genere non beve vino, al massimo ci colora l’acqua.


Attendo il dolce con l'acquolina in bocca, perché è opera di M. e so che ci sa fare. Ecco così offrirsi per la gioia degli occhi un’intera, incredibile tavolata di strudel, quasi commovente nella visione. Mi faccio ardito e triplico ben presto la dose, aiutato da uno strepitoso Grecale, le cui caratteristiche organolettiche (colore: oro brillante con lievissimi riflessi topazio; odore: intenso ed armonico, decisamente moscato con netti sentori di albicocca; sapore: pieno, morbido con sentori di miele di acacia e piacevole fondo di fichi secchi e uva passa) sono rispettate in pieno. Delizioso, un autentico nettare degli dei. Che sia benedetta la terra che lo ha generato.


Sono ancora alle prese con la terza fetta di strudel (e una quarta M. me la incarta per la colazione del giorno dopo) quando prima Raffaella e poi Fabiola si congedano: per i medici non esistono domeniche, peraltro la mezzanotte è  ormai passata da un pezzo).


Ci rivedremo? Chissà? In fondo il grande gioco della tavolata autogestita (distribuzione dei piatti e raccolta di spazzatura compresa) è ricco di incognite, ha lo scopo di mettere in contatto persone tra loro con il pretesto comune di mangiare assieme. E forse ritrovarsi. Metti una sera a cena, appunto.

venerdì 7 settembre 2007

Ritorno al passato

La voce trafelata di Sandro Piccinini mi sorprende mentre sto infilzando con la forchetta un maccherone che mi aveva provocato (libera parafrasi dell’Alberto Sordi di “Un americano a Roma”, immagine molto cara ad una persona cara). Lui, intendo il Piccinini, è un noto telecronista sportivo di Mediaset, nonché conduttore di “Controcampo. Ultimo minuto”, la trasmissione domenicale che offre i gol in chiaro della serie A. Lei, la suoneria intendo, mi segnala le chiamate in arrivo mentre Andriy Shevchenko sta per tirare il rigore decisivo nella finale di Coppa dei Campioni tra Milan (vincitore) e Juventus. In genere riascolto tutto il frammento prima di rispondere. Al termine una voce fresca e lontana mi comunica che appartiene a M. Dopo vent’anni e una singolare circostanza, M. mi ha veramente telefonato bloccandomi la salivazione, riportandomi indietro nel tempo e graziando, anche se lei non lo sa, il maccherone impudente.


Qualche passo indietro. Parecchi anni fa, in circostanze piacevoli, conobbi una ragazza, trascorsi con lei la notte di san Silvestro e per un po’ restammo in contatto. Poi le varianti della vita allontanarono un’amicizia promettente e stimolante, i segnali si dissolsero nell’aria e rimase un ricordo gradevole, ma sempre più inevitabilmente scolorito. Fino a quando non capitai in una piazza il cui nome mi risultava familiare, perché riportava ad un indirizzo di persona conosciuta (M. appunto), però non disponendo del numero civico accennai soltanto ad un’improbabile ricerca di quel nome tornato improvvisamente attuale. Sono nuovamente passato in quella zona, anche stavolta casualmente, ma quel recapito ora era completo. La cortesia di un portiere, assieme alla conferma che la persona che cercavo abitava ancora lì, forniscono un propellente insperato alla mia indagine. E, trovandosi i proprietari in vacanza, vergo su un pezzo di carta poche righe, giusto qualche riferimento, integrato dal numero di cellulare e dall’indirizzo e-mail. Consegno questo insolito messaggio in bottiglia e riparto senza pensarci più. Il tempo trascorre, che è poi l’estate che trascorre arrivando alla fine; alle sorti di quel segnale lanciato nel mare magnum dell’inverosimile non bado più.


Fino a quando, l’ennesimo Shevchenko che sta per calciare il rigore, non riporta la memoria a quel tempo, facendomi ritrovare la freschezza di una donna che ha un cuore allargato per contenere tutte le esperienze lavorative vissute in terra straniera, che crede di non avere più radici e ormai ignora quale sia la sua casa, se qui o altrove. Il resto, quello che ci siamo raccontati e ci racconteremo, la foto che mi ha inviato vent’anni dopo fanno già parte di un’altra storia tutta da vivere.