Visualizzazione post con etichetta articolo 18. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta articolo 18. Mostra tutti i post

sabato 15 dicembre 2012

I falsi problemi del mercato del lavoro


I falsi problemi del mercato del lavoro

Mario Sai

Il governo Monti motiva i suoi interventi di "riforma" (dalla previdenza al mercato del lavoro) con la necessità di affrontare la questione giovanile, che deriverebbe dalla netta separazione che si è venuta formando tra "garantiti" (i lavoratori sindacalizzati) e "non garantiti" (i giovani precari o i nuovi lavoratori autonomi). In questo contesto la questione dell'art. 18 viene considerata contemporaneamente "marginale" (interessa pochi casi) e "decisiva" (perché senza flessibilità in uscita non si creerebbero nuovi ingressi al lavoro).
Non sono vere né l'una, né l'altra cosa. I lavoratori privati protetti con il reintegro nel posto del lavoro in caso di licenziamenti senza giusta causa sono dieci milioni. La norma ha un'indubbia efficacia generale dimostrata proprio dallo scarso contenzioso che genera. Invece il processo di sostituzione giovani-anziani è in Italia in corso da tempo. Lo dimostra il tasso di occupazione delle persone tra i 60 e i 64 anni: e da noi è al 20 per cento contro una media europea del 30 per cento.
Dove ci sono più anziani al lavoro, come in Germania dove sono quasi il 40 per cento degli occupati, il tasso di disoccupazione si ferma al 5,5 per cento e quello giovanile è al 7,8 per cento, il più basso in Europa. In Italia l'espulsione dei lavoratori anziani va insieme con un tasso di disoccupazione alto (oltre il 9 per cento); l'aumento dei giovani disoccupati (al 31 per cento); un tasso di inattività femminile da record (il 48,9 per cento).
Lo sciopero generale proclamato dalla Cgil avrà tanta forza nel contrastare le politiche del Governo non solo se cresceranno le lotte unitarie nei luoghi di lavoro ma se si creerà anche un vasto fronte di mobilitazione politico-sociale e culturale fondato sul convincimento che la condizione di giovani e anziani, di subordinati e autonomi, di stabili e precari deriva da cause comuni e solo con un programma comune può essere affrontata.
L'Italia è un Paese senza un'idea di sviluppo, senza una politica industriale, senza un piano energetico. Mentre il Governo Berlusconi si trastullava con il nucleare, la Cina è diventata il primo produttore mondiale di infrastrutture per lo sviluppo sostenibile, dai pannelli fotovoltaici all'eolico.
I bassi salari concorrono, con il calo degli investimenti pubblici e dei consumi privati, alla contrazione del nostro mercato interno. La struttura produttiva è scarsamente innovativa: questa è la vera causa della perdita di competitività delle nostre merci e servizi sui mercati globali. Tutto ciò sta alla base della crescente separazione tra competenze formate dalla scuola e dall'università ed occasioni di lavoro sempre più segnate da scarso contenuto professionale e modesto riconoscimento salariale.
L'esplosione del lavoro autonomo è una risposta a questa contraddizione: l'Italia con oltre tre milioni e mezzo di lavoratori in proprio, di cui il 40 per cento è tra i 15 ed i 39 anni è al primo posto in Europa.
Il processo di svalorizzazione economica e sociale del lavoro colpisce tutti, partite Iva e salariati. Le imprese hanno la necessità di chiedere ai lavoratori, a cominciare dagli operai, più autonomia e responsabilità, più capacità di ideazione e di soluzione di problemi, per realizzare la total quality. Questa richiesta di "partecipazione" mette in crisi la capacità di governo dell'impresa per cui può essere concessa a gruppi limitati di dipendenti, quelli centrali per le sue strategie. Per gli altri deve valere l'obbedienza alla gerarchia, la precarietà, la dispersione nel mondo frantumato dell'indotto.
Le ridotte dimensioni delle imprese italiane sono derivate, proprio, dall'applicazione particolarmente intensa dell'organizzazione del lavoro toyotista, basata sulla esternalizzazione massiccia di parti dell'attività produttiva verso le piccole imprese. Se esse sono fattore di rallentamento della competitività del Paese, ciò non ha a che fare con il vincolo dell'art. 18. Il punto di arrivo di questo processo è una società senza mobilità sociale e senza speranza di futuro. Si è prodotto un blocco che può produrre pericolose distorsioni nel percorso di vita e nelle prospettive di lavoro delle nuove generazioni.
Oggi esiste un "welfare" familiare che sostiene i tanti che perdono lavoro, in larga misura garantito da un sistema pensionistico che, però, sta perdendo potere d'acquisto (lo Spi-Cgil calcola un 30 per cento in meno il 15 anni). L'80 per cento dei giovani con meno di trent'anni vive in famiglia e un 10 per cento vi rimane fino a quarantaquattro anni.
La trappola dell'assistenza crea perdita di identità e depressione; fa oscillare tra rabbia e opportunismo, su cui si impiantano culture consolatorie che proclamano il pieno diritto all'appagamento immediato e assoluto di ogni esigenza, a quel "godimento" che Massimo Recalcati analizza nemico del "desiderio" di cambiamento, che ha bisogno di tempo e di senso del limite. Soprattutto cresce la velenosa cultura neo-liberista del conflitto intergenerazionale, che punta a mettere sotto accusa le conquiste sociali del passato, presentando le generazioni anziane come garantite da privilegi non più sostenibili a danno di una condizione giovanile fatta di precarietà e marginalità.
Ad un Paese che si ribella il Governo tenta di rispondere mettendo, nell'applicazione di regole e tutele, di nuovo i lavoratori privati contro i lavoratori pubblici; i giovani neo-assunti contro gli anziani stabili. Non è nel mercato del lavoro che sta il problema, sta nella macchina dell'accumulazione e nel modo in cui sono disciplinati i rapporti di lavoro, creati i bisogni, destrutturate le relazioni sociali e creata la "falsa coscienza" che tiene individui e comunità separati in mondi paralleli senza un progetto comune di cambiamento.
Cresce, però, la consapevolezza di quanto il capitalismo sia incapace di valorizzarsi attraverso la produzione di quei beni e servizi che sono basilari per il benessere delle persone e di come, invece, siano necessari investimenti pubblici orientati da una programmazione economica partecipata ed un grande Piano del lavoro.

(19 aprile 2012)

L'unità del Pd


L'unità del Pd

Matteo Bartocci

Bersani e il Pd non hanno nascosto le critiche ai referendum sul lavoro presentati in questi giorni. Per una volta, i democratici appaiono granitici, addirittura unanimi sull'Unità. Peccato si concentrino tutti sul metodo evitando accuratamente la sostanza. Cioè gli effetti nefasti della riforma Fornero per i lavoratori.
Ieri sul manifesto i primi operai licenziati con il nuovo articolo 18 hanno raccontato le loro storie. Guarda caso sono quasi tutti iscritti alla Fiom e tutti critici sulle condizioni di lavoro e di sicurezza in fabbrica. Altro che «motivi economici oggettivi».
Il primo argomento contrario avanzato da Bersani riguarda la forma: il referendum è sbagliato perché divide l'unità del (futuro?) centrosinistra e la compattezza dei sindacati nel mezzo della crisi più feroce degli ultimi decenni. Eppure la riforma Fornero non è stata affatto approvata da una maggioranza di centrosinistra ma da un voto trasversale Pd-Pdl-Udc chiesto da Bce-Fmi-Ue. È contro questo «mostro tricefalo» in Italia e in Europa, semmai, che il referendum agisce. Non contro il Pd ma contro il pensiero unico immortalato da Mario Monti con la sua ultima «gaffe» sullo statuto dei lavoratori distruttore di occupazione.
Il referendum non vuole affatto dividere il Pd dal mondo del lavoro ma al contrario, "salvarlo" da «Monti dopo Monti». È un referendum per i lavoratori di oggi e di domani. Che chiama il partito di Bersani a un po' di chiarezza. Non si spiegherebbe sennò perché alcuni dirigenti democratici, Sergio Cofferati in testa, siano a favore dei quesiti.
Un'altro argomento contrario, anche questo non di sostanza, è che i referendum si terrebbero nel 2014 e quindi sarebbero una «clava» contro eventuali migliorie del parlamento. Una tesi curiosa per chi in passato ha usato i referendum come «una pistola alla tempia della politica» per esempio in materia elettorale.
Questa maggioranza «Abc» ha sabotato prima e aggirato poi i quesiti sull'acqua approvati nel referendum di giugno ricevendone in cambio una limpida bocciatura da parte della Corte Costituzionale. Certo, se le firme contro l'art. 8 e il «nuovo art.18» saranno raccolte (e lo saranno), il parlamento avrà un anno di tempo per cambiare la riforma Fornero. Ma dovrà farlo presto e bene. Anche Berlusconi provò a sabotare il quesito anti-nucleare con un cavillo giuridico. Finì prigioniero delle sue macchinazioni e fu sconfitto dai cittadini.
La crisi dilaga, la disoccupazione cresce. Che si fa, si cambia la legge tra due anni accettando di vedere per strada centinaia se non migliaia di lavoratori «scomodi»? E poi, nel merito, il Pd è confuso. Per alcuni (per esempio l'ex ministro Damiano) il nuovo art. 18 va bene com'è. Per altri (per esempio Fassina e Orfini) è un compromesso che va verificato in un'indefinita trattativa tra le parti sociali. La politica scompare esattamente come afferma Monti contrariando Pd e Cgil quando scarica le relazioni industriali dai compiti del governo.
Terzo e ultimo. Le scomuniche preventive ai promotori emesse sulle pagine dell'Unità, un giornale che solitamente racconta tutto del dibattito interno al Pd. Tutto tranne che sul lavoro, dove il partito appare granitico come una volta e il giornale una linea Maginot tanto ferma quanto aggirabile.
Mercoledì scorso Guglielmo Epifani ha accusato i referendari di voler dividere «l'unità sociale di lavoratori, giovani, precari e pensionati». E c'è perfino chi, come il nostro amico e compagno Michele Prospero sull'Unità di giovedì, ha visto nei referendum «macabri squarci del governo Prodi nel 2008», un'iniziativa «populista», «spregiudicata», che «manipola la realtà per accaparrarsi qualche voto nei gazebo».
Si chiede Prospero, soprattutto, in quale «trappola» si sia voluta cacciare la sinistra alleandosi con Di Pietro. In quale trappola si è cacciato il Pd, verrebbe da dire, quando 4 anni fa considerava l'Idv l'unico alleato naturale e oggi si trova a esprimere un governo insieme a Sacconi e Gasparri. Dal «quotidiano fondato da Antonio Gramsci» ci si sarebbe aspettati un ragionamento diverso. Le vecchie bandiere non esistono più ma i vecchi vizi non si perdono mai.

(15 settembre 2012)

lunedì 2 luglio 2012

Attentato al lavoro



L'ora della verità

Piergiovanni Alleva*

In primo luogo. Con l'approvazione del disegno Fornero di riforma del mercato del lavoro, è giunto per tutti - partiti, sindacati, operatori giuridici, sociali e culturali e per lo stesso Governo - il momento della verità. Infatti, con il sostanziale svuotamento dell'art.18 dello Statuto, si chiude una parabola che ha abbracciato quattro decenni all'insegna della garanzia della dignità del lavoro.
Con l'art.18 prevedente, in caso di licenziamento arbitrario, la reintegra nel posto di lavoro, il lavoratore poteva esercitare con tranquillità - durante il rapporto - tutti i suoi diritti, legali e contrattuali, perché la legge imponeva al datore di giustificare lui, a pena di annullamento, l'eventuale licenziamento che volesse intimargli,indipendentemente dalla possibilità del lavoratore di dare la difficilissima prova di una volontà di rappresaglia contro l'esercizio di quei diritti.
Ora l'art.18 come norma antiricatto è nella sostanza venuta meno e quindi si realizza il disegno di parte datoriale di poter contare su uno strumento sicuro di dominio, costituito dalla minaccia sempre incombente sul lavoratore di licenziamento, giustificato o meno.
Questo è il cuore del problema, che ormai conoscono tutti.
Di fatto il governo, dopo aver messo alla disperazione decine di migliaia di persone con la manomissione del sistema pensionistico, completa ora il lavoro sporco affidatogli «a tempo» dai ceti dominanti.
Anche i grandi sindacati, che avrebbero potuto, come in altre occasioni, bloccare questa micidiale controriforma con un'estesa e convinta mobilitazione e con un forte sciopero generale, questa volta - invece - non l'hanno promosso.
Anche il maggior partito progressista avrebbe potuto, specie dopo i risultati delle elezioni amministrative, semplicemente alzare un dito per bloccare questo sbilanciato provvedimento. Invece ha preferito diventare la nuova spalla su cui poggia l'arma della diseguaglianza e del ricatto occupazionale.
In secondo luogo. Da parte nostra, però, sarebbe ingiusto emettere così drastici e impietosi giudizi, senza darne una spiegazione scientifica e tecnica, corroborata da una esperienza operativa durata quaranta anni.
Per onorare questo obbligo, esponiamo di seguito uno schema di lettura della riforma Fornero, da cui risulta, anche oltre il suddetto «cuore del problema», una valutazione complessivamente negativa e penalizzante per il lavoro nelle varie forme dipendente.
1. La riforma è idealmente divisibile in tre parti, di cui quella centrale riguarda appunto la «flessibilità in uscita», ossia la riforma della disciplina dei licenziamenti. Essa riduce la possibilità di reintegra nel posto di lavoro a ipotesi del tutto marginali e generalizza invece, quale sanzione per i licenziamenti ingiusti, una semplice indennità economica di importo compreso tra 12 e 24 mensilità.
Che si tratti di un pauroso salto all'indietro, in definitiva l'ha riconosciuto anche il governo, che - proprio per questo - ha dichiarato di offrire «compensazioni» costituite dalle altre due parti della legge Fornero, dedicate rispettivamente alla riforma della «flessibilità in entrata», ossia alla limitazione e messa sotto controllo del precariato e alla riforma degli «ammortizzatori sociali», quali cassa integrazione, indennità di mobilità e di disoccupazione, che - si è detto - la nuova legge avrebbe migliorato, proprio in considerazione della maggior facilità di licenziamento accordata alle parti datoriali.
Ebbene, noi affermiamo - sfidando chiunque a sostenere il contrario - che proprio questa della «compensazione» è la menzogna più odiosa, perché sia sul versante della «flessibilità in entrata», sia su quello degli «ammortizzatori sociali», la legge Fornero è drasticamente peggiorativa rispetto alla normativa attuale.
Non temiamo di affermare, anzi, come non ci sia una sola norma che, al di là dell'apparenza, sia davvero «migliorativa». Ed è demoralizzante che la maggior forza politica progressista abbia avallato l'ingannevole interpretazione della «compensazione». Vediamo come stanno veramente le cose.
Nella «flessibilità in uscita» la riforma Fornero affronta quattro tipi di licenziamenti.
a) Nel licenziamento «discriminatorio» non cambia nulla, perché ben si sa che trattasi di figura solo teorica per l'eccessiva difficoltà della prova.
b) Nel licenziamento «disciplinare» - vero cuore della tematica - la possibilità di reintegra viene limitata a casi di scuola e ridotta a una sorta di foglia di fico. In sostanza, per aversi reintegra, occorrerebbe o che il datore si fosse inventato tutto o che avesse letto male il contratto collettivo, applicando il licenziamento dove doveva applicarsi una sanzione più lieve.
c) Nel licenziamento «per motivo oggettivo», la reintegra è limitata all'ipotesi di «manifesta insussistenza» del fatto addotto come motivo del licenziamento, applicandosi altrimenti la sola sanzione economica.
Torna alla mente, anche qui, l'immagine ipocritamente pudica della foglia di fico.
d) Nel licenziamento «per riduzione di personale» si sancisce il gravissimo arretramento che i vizi riguardanti la procedura sindacale di esubero non danno più luogo a reintegra, ma solo ad un'indennità economica.
2. Nella «flessibilità in entrata», il vantato giro di vite normativo sull'abuso dei contratti a progetto e sulle false partite iva con monocommittenza si riduce a riprendere risapute interpretazioni già acquisite in via giurisprudenziale, ma con un grosso arretramento con riguardo ai rapporti di consulenza a partita iva, perché la monocommittenza viene legata a indici empirici facilmente aggirabili. Ad esempio, l'aggiramento può essere realizzato con la previsione delle fatturazioni non a una sola società, ma a più società tra loro in qualche modo collegate.
Ma è sul contratto a termine e sul contratto di lavoro somministrato che la riforma Fornero ha dato, contrariamente alle promesse, briglia sciolta al precariato, prevedendo che possa essere privo di causale il primo contratto a termine della durata di ben 12 mesi e così anche anche il primo contratto di somministrazione. Contratto che anche in altri casi è stato esentato dall'obbligo della causale. Basterà dunque assemblare tra loro in maniera accorta i vari tipi contrattuali previsti, per realizzare quel precariato permanente di persone ultra ricattabili, che è il vero risultato - a parer nostro voluto - della riforma Fornero.
3. Nella parte relativa agli «ammortizzatori sociali» viene adottato un criterio di malthusianismo sociale. Infatti, al primo soffio di difficoltà le imprese potranno licenziare, perché non ci sarà più quella «cassa integrazione straordinaria» tradizionale che per la classe operaia italiana ha rappresentato sul piano collettivo una garanzia simile a quella dell'art.18 sul piano individuale.
Fosse stata vigente in passato la legge Fornero, non sarebbero oggi ancora aperte fabbriche come Fiat, Breda, Ansaldo, Finmeccanica, che sono riuscite a ristrutturarsi anche grazie alla cigs.
Per fortuna questa follia dovrebbe entrare in vigore solo nel 2016.
Infine. Ci permettiamo solo una considerazione finale, ricordando come l'art. 8 del dl 138/2011 fu un «colpo di coda» potenzialmente devastante che il governo Berlusconi riusci a fare passare, disponendo della maggioranza parlamentare.
Le forze di opposizione promisero correttamente l'abrogazione, alla prima occasione possibile, di quella folle previsione che consente di derogare ai contratti collettivi mediante contratti aziendali. Tuttavia la norma è ancora in vigore.
Che dire allora di questa riforma Fornero, tanto grave e pericolosa, che però tra qualche mese non avrà più genitori politici in attività?
Qualcuno adotterà allora come suo figlio il piccolo feroce mostro così rimasto orfano?
Sarebbe il caso già di pensare a una sua abrogazione anche referendaria - magari assieme all'altra mostruosità dell'art.8 - per iniziativa di lavoratori, cittadini, associazioni sociali e culturali ancora consapevoli dell'importanza per il nostro Paese di norme di salvaguardia della dignità del lavoro e di garanzia di civile convivenza. 
(26 giugno 2012









venerdì 16 marzo 2012

Articolo 18 - Molto Golden poco Lady

22 marzo 2002

Provaci ancora Kim
di Stefano Folli

Le calze Golden Lady sono diventate famose grazie a uno spot con la Basinger. Ma negli stabilimenti le operaie vivono una realtà molto meno patinata

«Golden Lady, I’m lost without you»: chi non ha in testa il jingle, dopo anni di martellante pubblicità in televisione? Proprio la pubblicità ha avuto un ruolo determinante nella costruzione del successo di Golden Lady, primo gruppo industriale in Italia nella produzione di calze e collant e ai vertici del settore in Europa: è la stessa azienda infatti a riconoscere che i massicci investimenti nella comunicazione sono stati un elemento chiave nella grande crescita, a partire dalla fortunata scelta di Kim Basinger come testimonial di una campagna di diversi anni fa. Così Nerino Grassi, fondatore di Golden Lady nel 1967, ha potuto mettere in piedi un colosso industriale, acquisendo man mano anche altri marchi storici di calze italiane, come Sisi e Omsa.
Una comunicazione imponente, dunque, che ha interessato diversi mezzi (tv, stampa, affissioni) e da pochi mesi si è ulteriormente rafforzata con la creazione di punti vendita esclusivi, i Golden Point, che stanno sorgendo nelle vie principali di molte città italiane. La grande attenzione alla comunicazione verso l’esterno non è però accompagnata da quella interna, tra la dirigenza dell’azienda e i circa 3.000 dipendenti che lavorano nei sei stabilimenti del gruppo – Golden Lady a Castiglione delle Stiviere e Solferino (Mn), Sisi a Valdobbiadene (Tv), Omsa a Faenza (Ra), Adrilon a Basciano (Te), Gissy a Gissi (Ch). In questo caso, le carenze comunicative sembrano molto diffuse. Provate a chiedere alle organizzazioni sindacali del settore tessile: impossibile, per i sindacati esterni, partecipare alle riunioni con i vertici aziendali. Ammesse solo le Rsu. E provate a chiedere a queste ultime se il loro ruolo è rispettato: trattative praticamente impossibili, dialogo negato, bisogna accettare quello che i manager decidono. Non è un caso che i sindacati lamentino che i salari negli stabilimenti Golden Lady sono i più bassi rispetto ai concorrenti del «distretto industriale della calza», la zona in provincia di Mantova in cui si concentrano i maggiori produttori di collant (per esempio si trovano qui, oltre da quelli del gruppo di Nerino Grassi, gli stabilimenti Filodoro, San Pellegrino, Levante).
Che la considerazione della Golden Lady per i propri operai non sia proprio quella ideale, lo si può ricavare da due racconti che possono sembrare surreali. Prima scena: rinnovo del contratto a Castiglione delle Stiviere, è il 1999. I dipendenti vanno uno a uno alla scrivania a firmare un accordo che non hanno neanche letto, ma che è stato solo spiegato dal direttore. Seconda scena: primi incontri per la discussione del nuovo contratto a Solferino. La direzione aziendale è seduta intorno al tavolo, i rappresentanti della Rsu sono costretti a restare in piedi. Forse, avranno pensato alla Golden Lady, abbiamo trovato il modo per accelerare trattative che generalmente si protraggono per ore.
A sentire gli operai, del resto, queste riunioni sembrano essere poco più di un ulteriore frammento della comunicazione istituzionale, con i dirigenti impegnati più a illustrare i risultati e le prospettive dell’azienda che ad ascoltare le richieste delle maestranze. Anche, come sta accadendo adesso, di fronte a un contratto scaduto almeno da sei mesi, in alcuni casi addirittura da più di un anno (a gennaio 2001). A Faenza, stabilimento Omsa, dopo avere ascoltato una relazione sull’andamento del mercato e sugli investimenti futuri (pubblicità, impianti, sviluppo dei punti vendita, differenziazione dei prodotti), i dipendenti hanno provato a dire che anche loro sono un patrimonio su cui investire. Si sono sentiti rispondere che dovrebbero ringraziare l’azienda perché li fa ancora lavorare e non dovrebbero pretendere nulla di più. Quanto al contratto scaduto, è già molto se si continua ad applicare quello. Insomma, anche i dipendenti dovrebbero intonare il famoso ritornello della pubblicità («Golden Lady, I’m lost without you») con un atteggiamento nei confronti del padrone a metà tra la gratitudine e la supplica.
Così si è arrivati, per la prima volta, a una manifestazione congiunta in tutti gli stabilimenti del gruppo (complice anche l’agitazione per il rinnovo del contratto nazionale del comparto tessile, certo, ma le relazioni interne hanno pesato in maniera decisiva). La data scelta per le due ore di sciopero è stata significativamente l’8 marzo: la grande maggioranza dei dipendenti è infatti rappresentata da donne, che lamentano anche discriminazioni specifiche. Un esempio è il premio di presenza, previsto nei contratti scaduti, che di certo non agevola lavoratrici che hanno anche responsabilità familiari. E lo sciopero è arrivato questa volta anche nello stabilimento principale, quello di Castiglione delle Stiviere. Era dagli anni Settanta, quando non c’era azienda che non fosse toccata dalle agitazioni, che non succedeva. Nel quartier generale del padrone, negli ultimi anni, è stato difficile far capire agli operai (da notare la presenza di un alto numero di stranieri, tra cui una
consistente comunità vietnamita che abita nelle case di Nerino Grassi) che i sindacati non possono essere considerati un impiccio, come sembrano pensare i dirigenti. Sulla vertenza, l’azienda non rilascia alcun commento.
C’è anche un altro particolare che preoccupa lavoratori e sindacati. Un vanto del gruppo Golden Lady era quello di produrre calze e collant (oltre alle nuove linee di abbigliamento intimo) interamente in Italia, senza utilizzo di lavoratori all’estero. Nei suoi stabilimenti esegue l’intero ciclo produttivo, dalla torcitura (la produzione del filo con cui poi vengono fatte le calze) al confezionamento, per poi distribuire i prodotti in tutta Europa. Ora ci sono segnali che anche questo stia cambiando: pare (ma anche su questo l’azienda si trincera dietro al silenzio) che sia stato aperto uno stabilimento in Serbia, che dall’inizio dell’anno sta mandando lavorati in Italia pronti per il confezionamento. Naturalmente questo provoca preoccupazione fra i lavoratori, consapevoli che il costo minore della manodopera all’estero potrebbe avere risvolti occupazionali in Italia, se questa strada venisse seguita. La preoccupazione, da un punto di vista quasi paradossale, è acuita dal fatto che il prodotto che arriva dalla Serbia (dicono le stesse operaie che lo hanno visto) è di buona qualità: la concorrenza potenziale con i prodotti made in Italy è quindi reale. È ancora presto per capire quali sono le intenzioni del gruppo, ma, come fanno notare i sindacati, è meglio chiarire subito le cose, prima che investimenti consistenti siano deliberati e il percorso tracciato diventi irreversibile.




giovedì 15 marzo 2012

Articolo 18 - Tre storie da raccontare

22 marzo 2002

Tre storie di lavoratori che, grazie all’articolo 18, non si sono rovinati la vita. Foto ricordo, da tenere in archivio...

Rimborsati e soddisfatti
di Filippo Golia

Foto ricordo dell’articolo 18 dello Statuto dei lavoratori, in tre scatti. Il giorno della nascita, il 20 maggio 1970, lo Statuto è legge. Sullo sfondo sorridono l’allora ministro del Lavoro Carlo Donat Cattin e il suo collaboratore Gino Giugni. Al centro, naturalmente, l’articolo 18: il giudice ordina al datore di lavoro di «reintegrare il lavoratore» licenziato senza giusta causa o giustificato motivo. La legge riguarda solo le imprese che, a livello locale, occupano almeno 15 dipendenti (cinque per quelle agricole).
Secondo scatto, maggio del 1990, i dieci giorni dopo la Festa del lavoro. L’articolo 18 cresce e prende la forma odierna. La norma diventa applicabile anche alle imprese che non raggiungono i 15 dipendenti a livello locale, ma che complessivamente ne occupano più di 60. E il lavoratore può rinunciare alla reintegrazione in favore di un’indennità pari a 15 mensilità, se preferisce non tornare sul posto di lavoro.
Secondo i dati dell’Ires (Istituto di ricerche economiche e sociali), su 2 mila cause di reintegrazione, in media solo 88, meno del 5 per cento, superano il primo grado di giudizio e arrivano in appello. Le altre, nella maggior parte, non si concludono con la reintegrazione ma con un accordo tra il datore di lavoro e il lavoratore, che accetta la liquidazione in denaro.
Il meccanismo funziona. Il maggior numero di ricorsi al pretore del lavoro è al Sud. Sempre tra il 1994 e il 1998, a Napoli sono stati presentati quasi 70 mila ricorsi, a Bari quasi 30 mila, a Bolzano solo 715. Ma i più coerenti nel cercare la reintegrazione sono stati proprio i lavoratori di Bolzano: il 12 per cento, contro lo 0,25 per cento di Taranto, l’1,5 per cento di Bari, il 4,5 per cento di Napoli.
Ultimo scatto, oggi. Dense nubi riempiono il cielo, nonostante l’imminente arrivo della primavera. Un’indennità, non più a discrezione del lavoratore, potrebbe sostituire il diritto alla reintegrazione in tre casi: nelle imprese che decidono di lasciare il mercato nero e di mettersi in regola; in quelle che superano i 15 dipendenti grazie a nuove assunzioni; infine per i lavoratori assunti al Sud dopo un contratto a tempo determinato (i giovani). Oltre alle nubi la foto mostra migliaia di persone che sfilano in strada. Ma ecco tre storie.

Storia numero uno. Dieci anni dal licenziamento alla reintegrazione, una strada senza fine. La vicenda di Massimo Eulogi Cristallini corre su un striscia di asfalto nero. Dipendente della Società Autostrade, nel 1984 lavorava al casello di Roma Sud. Turni di otto ore al giorno, migliaia di pedaggi da riscuotere a ogni turno.
Fu un autista passato per Roma Sud il 22 ottobre, verso le 17.00, a presentare una denuncia. Il casellante gli avrebbe fatto pagare il pedaggio esatto: 7 mila lire, poi avrebbe registrato un pagamento di sole 4.800 lire, intascando la differenza e truffando il proprio datore di lavoro. L’automobilista, un geometra che all’epoca collaborava con le Autostrade, aveva agito per zelo. È probabilmente solo un caso che l’anno seguente sia stato assunto dalla stessa Società Autostrade.
Per un punto Martin perse la cappa. Per 2.200 lire (1 euro e 13 centesimi) iniziò la brutta avventura di Massimo Eulogi Cristallini. Il 24 dicembre dello stesso anno stava per festeggiare il Natale con la moglie e la figlia di 13 anni quando gli arrivò una lettera di contestazione dalla sua azienda. Negli ultimi due mesi l’ente aveva svolto un’indagine sommaria e segreta, arrivando alla convinzione che fosse lui il casellante reo di aver intascato la piccola somma. Gli davano cinque giorni per presentare una difesa altrimenti sarebbe arrivato il licenziamento.
«In quel periodo», racconta lui, «l’atmosfera sul posto di lavoro era abbastanza pesante. Noi esattori dei caselli ci sentivamo perennemente sospettati di rubare dei soldi. Il controllo sul nostro operato era affidato a una società esterna, la Logservice. Sapevamo che sulle autostrade viaggiavano macchine civetta con a bordo pubblici ufficiali per registrare le nostre eventuali scorrettezze. Pensai di aver fatto un errore e di essere incappato in un controllo. Già altri colleghi erano stati mandati via nello stesso modo. Del resto non potevo ricordarmi cosa era successo a una certa ora di un turno svolto due mesi prima. Non sapevo come difendermi, ero furioso con l’azienda e deciso a lasciare il posto di lavoro per trovarne un altro».
A fargli cambiare idea fu l’ultima visita alla direzione generale della società, dove doveva riconsegnare le chiavi della postazione e altro materiale di lavoro. Incontrò un ex collega, da poco promosso a funzionario, che gli raccontò come stavano le cose davvero: non era incappato in nessun controllo ufficiale. All’origine del licenziamento c’era un’accusa vaga. L’automobilista ricordava di essere passato per uno dei caselli sul lato sinistro della barriera Roma Sud e di aver notato la scorrettezza, nulla di più.
Erano i primi giorni del 1985 e Massimo cercava già un buon avvocato. Grazie ad amici sindacalisti ne trovò uno abile che subito organizzò il contrattacco. Si doveva passare per i cavilli. La mancata affissione da parte della Società Autostrade del codice di comportamento sul posto di lavoro, per esempio, era una mancanza rilevante. Massimo aveva diritto alla reintegrazione d’urgenza. Ricominciò a prendere lo stipendio ma non a lavorare. Infatti, insieme al licenziamento era scattata automaticamente una denuncia alla magistratura per truffa e in pendenza di un procedimento penale non è possibile rivestire pubbliche funzioni (come quella dell’esattore a un casello autostradale) o almeno così andavano le cose nel lontano 1985. Neanche la causa civile di reintegrazione poteva procedere prima che quella penale fosse risolta.
Per cinque anni e quattro mesi Massimo non poté tornare al suo posto ma ricevette la busta paga. E tanto tempo passato in casa non passa senza conseguenze nella vita. Nel 1988 nasce il suo secondo figlio, Flavio. Il padre può accudirlo, dedicargli molte ore. Oggi sembrano giorni felici rivisti nei filmini girati allora, eppure incalzava un giudizio penale.
Nel 1990, in corrispondenza con l’approvazione del nuovo codice di procedura penale in Italia, le piccole truffe vengono ricomprese in un’amnistia destinata a sfoltire il carico di lavoro di tribunali e preture. Massimo si vede dichiarare estinto il reato di cui è sospettato e nel maggio dello stesso anno viene richiamato al lavoro. Non contento, ricorre in appello e cassazione ma ottiene ancora la stessa constatazione di estinzione del reato. Rimane un amnistiato.
È il 1994 ed è arrivato il momento del giudizio civile sulla sua reintegrazione. Ormai lavora di nuovo da quattro anni, non più alla barriera di Roma Sud ma al casello di Roma Torreimpietra. Si sente sicuro che tutto andrà bene. «Per me fu una doccia fredda», ricorda, «persi la causa perché l’amnistia non mi avrebbe scagionato dal sospetto di aver frodato, di 2.200 lire, la Società Autostrade. Forse anche perché in tribunale mi trovai contro un famoso civilista, un professore universitario davanti a cui tutti si levavano il cappello, quando arrivava. Prima di pronunciare il giudizio, per giunta, il pretore se la prese con me perché avevo rifiutato l’indennità di 20 mensilità offertami al posto della riassunzione».
Per la seconda volta in dieci anni ripone la divisa, restituisce le chiavi del casello, deve restare a casa. Adesso ha una figlia adulta, un figlio di 6 anni, e molte meno possibilità di trovare un nuovo lavoro. Lo salva il ricorso in appello. Questa volta i tempi sono brevi. Entro otto mesi un nuovo giudizio fa piazza pulita della precedente sentenza, stabilendo che le prove raccolte non sono mai state sufficienti per configurare una giusta causa di licenziamento.
Oggi Massimo Eulogi Cristallini lavora ancora per la Società Autostrade. Non più in un casello, non sarebbe possibile dopo le recenti innovazioni tecnologiche, ma in un ufficio, a Roma Torreimpietra. Dice che è meglio. Il rapporto con i clienti è più umano e vivo. I clienti sono sempre gli automobilisti. Per loro è vero il contrario. Ai caselli non c’è più una persona in divisa, sullo sfondo un piccolo televisore o una radio accesi nella notte. Li accoglie e li lascia passare una voce metallica, pulita, gentile, alza la sbarra e gli augura buon viaggio. Per quel che gliene importa.

Storia due. La storia di F. la racconta il suo avvocato, Paola Esposito. Lui vuole rimanere anonimo. Ci sono posti in Italia dove il lavoratore può sentirsi all’inferno e avere paura. L’avellinese, per certi aspetti, può essere uno di questi. F. è di Napoli, lavorava come magazziniere in un’industria alimentare nella zona di Avellino. La sua vicenda ricorda il titolo di un romanzo: Due di due. Licenziato due volte, reintegrato d’urgenza due volte, con due cause di reintegrazione per articolo 18 attualmente in corso. E una sottile accusa giunta al suo avvocato dalla controparte: si starebbe macchiando di «accanimento difensivo».
La prima volta F. è stato licenziato nel 2000. La sua industria vantava un giustificato motivo, riordino dei cicli produttivi e soppressione del suo posto di lavoro. In realtà lo avevano distaccato al magazzino di un’azienda esterna, che è fallita dopo pochi
giorni. F. è sfiduciato, «tanto chille s’accattano o’ magistrato» (tanto si comprano il magistrato), dice all’avvocato. Lei, comunque, ottiene una reintegrazione d’urgenza (l’articolo 700 del codice civile la prevede quando il licenziamento è avvenuto in maniera palesemente illegittima). Il datore di lavoro non ricomincia a pagare gli stipendi ed è necessario agire in via esecutiva, effettuare dei pignoramenti sul suo conto corrente. F. si presenta ogni giorno al lavoro, e ogni giorno gli viene chiusa la porta in faccia. Dura così per alcuni mesi finché, a marzo dell’anno scorso l’azienda non cede e decide di riassumerlo. Per cinque giorni. Ci mette lo zampino la sfortuna: F. ha una colica renale, presenta il certificato medico ma viene licenziato in tronco. Per giusta causa, questa volta, dice l’azienda. L’avvocato deve intervenire di nuovo e ottiene un’altra reintegrazione d’urgenza. Questa volta di tornare al lavoro per F. non se ne parla. «Adesso ci troviamo in una situazione singolare», spiega Paola Esposito, «il mio cliente è in causa per due reintegrazioni secondo l’articolo 18. Sto anche valutando l’ipotesi che una possa concludersi con la liquidazione di un’indennità in denaro, l’altra con la riassunzione». Accanimento difensivo, lo chiamano gli avvocati dell’altra parte. Ma forse cominciano a essere preoccupati.

Storia tre. «Signorina sono già diversi giorni che lei arriva al lavoro e timbra il cartellino con circa dieci minuti di anticipo. Ci dispiace, ma se vuole restare da noi, in futuro dovrà fare più attenzione». Sono bizzarri i direttori di 118 albergo nel milanese e a una dipendente può capitare anche di sentirsi riprendere in questo modo.
È successo a Giovanna Vennari, 26 anni, cameriera in un grande hotel, quattro stelle, a Milano. Giovanna aveva messo piede nell’albergo per la prima volta otto anni fa. Aveva 18 anni ma già molta vita alle spalle, un bambino di un anno e un compagno. Non aveva fatto una scuola alberghiera, solo risposto a un annuncio su un giornale, e si era trovata catapultata in un mondo che le piaceva. «L’albergo era un luogo in cui mi trovavo bene», dice, «confortevole, accogliente, rassicurante e con i colleghi c’era un buon rapporto umano. Certo si trattava di un lavoro duro, a tempo pieno. Del resto è così anche oggi. Non ho mai un minuto libero». Lo dice con tono spensierato, sorridente. È così anche oggi, dopo che con quello stesso albergo ha dovuto scontrarsi duramente per vedere riconosciuti i propri diritti. Otto anni fa aveva cominciato come dipendente «extra». Veniva chiamata solo quando ce n’era bisogno, per brevi periodi. Ma era brava e ha iniziato a fare carriera, l’unica consentita a chi non ha neanche un rapporto di lavoro fisso: passare da contratti brevissimi a contratti meno brevi. Superati i primi quattro anni da «extra» hanno cominciato a chiamarla come lavoratrice stagionale, nei periodi di punta, che a Milano coincidono con l’inverno. Dopo alcuni contratti stagionali a Giovanna è stato proposto di sostituire una dipendente in maternità. Le hanno anche promesso che questo sarebbe stato l’ultimo lavoro a tempo determinato. Alla scadenza sarebbe stata assunta. Del resto il nuovo contratto iniziava a ridosso della fine dell’ultimo, senza i rituali 15 giorni di pausa, il che per legge equivale ad assumere un impegno a tempo indeterminato. Il lavoro procedeva bene e il momento della fine del precariato sembrava avvicinarsi. Ma a un mese dal termine del contratto sono arrivate a Giovanna delle lettere di richiamo da parte della direzione. Oltre ad alcuni errori le rimproveravano proprio di iniziare il lavoro in anticipo rispetto all’orario previsto, quindi senza copertura assicurativa, rischiando di arrecare gravi danni all’azienda. «Qui qualcosa non torna», si diceva Giovanna, «otto anni senza mai un rimprovero e all’improvviso, proprio ora, niente di quello che faccio va più bene». Ma sperava ancora nell’assunzione che le era stata promessa.
Al termine della sostituzione il direttore le ha detto che nell’ultimo periodo non si era comportata bene. Fine di ogni rapporto lavorativo con l’albergo. In futuro niente più contratti. Era giugno dell’anno scorso. «E così», commenta Giovanna, «dopo otto anni in cui ero sempre stata a disposizione, mi volevano lasciare con il sedere per terra. Con un bambino e a sedere per terra. Allora mi sono rivolta a un avvocato». L’avvocato ha impostato subito la causa come reintegrazione di un dipendente ingiustamente licenziato. In tribunale si è presentato il direttore dell’albergo che ha provato a sostenere l’ipotesi del licenziamento per giusta causa. Ha riproposto la storia dei cartellini timbrati con dieci minuti di anticipo. Non reggeva. La sentenza di reintegrazione è arrivata il primo settembre scorso e da allora Giovanna ha ripreso a lavorare regolarmente, assunta a tempo indeterminato. Ha trovato i colleghi solidali e contenti di rivederla. Così anche il suo caposervizio. Solo il direttore dell’albergo le riserva ancora una certa ostilità. Dice che non si sarebbe mai aspettato da lei un comportamento del genere.

lunedì 12 marzo 2012

Articolo 18 - dieci anni fa

22 marzo 2002








Nel nome del padre, del figlio e della Cgil
di Enrico Deaglio
22 marzo 2002

Articolo 18 da Diario

Un colloquio con Sergio Cofferati: «Gli italiani hanno la sensazione che il governo stia togliendo loro qualcosa»

«Si tende, qualche volta, a dimenticare in fretta. Per esempio, molte persone credono che nel 1994 il governo Berlusconi sia caduto per l’opposizione dei sindacati al progetto di riforma delle pensioni. Ma non andò così: nella notte tra il 30 novembre e il primo dicembre, sindacati e governo concordarono di stralciare dalla legge finanziaria la riforma delle pensioni e quindi venne revocato lo sciopero generale programmato per il giorno dopo, 2 dicembre. Il governo Berlusconi cadde dieci giorni dopo, perché la Lega di Bossi gli tolse l’appoggio. Voglio dire, con questo, che il sindacato firmò un buon accordo, che ha dato i suoi frutti negli anni successivi e che è ancora valido oggi».
Sergio Cofferati da Cremona, 54 anni, detto «il cinese», segretario generale della Cgil (5,5 milioni di iscritti paganti la tessera), alla vigilia della più grande manifestazione sindacale della storia italiana, è la persona più è la persona più tranquilla che si possa immaginare, ma ci tiene a dire che lui, nella sua vita sindacale, alla fine gli accordi li fa. E poi il sindacato li rispetta. Seduto al tavolo del suo ufficio comunica con apparente distacco il bollettino dei trasporti: parlando dei 59 treni speciali prenotati ricorda che per l’ultima giornata del Giubileo 2000 furono quaranta.«Poi naturalmente ci sono i pullman, che stiamo cercando in Austria e in Slovenia;
tutti quelli che verranno in auto o in camper. Poi i pullmini, quelli da dieci posti. E infine la partecipazione della città di Roma, che immagino sarà alta. Sarà una bella giornata, una festa dei diritti. Di quelli conquistati dai nostri padri, di quelli conquistati dalla nostra generazione, di quelli che vogliamo trasmettere ai figli. Sarà una manifestazione molto “europea’’. E, se il governo vorrà calpestare questi diritti, ci sarà uno sciopero generale». Fa una pausa: «Di otto ore. A me piacerebbe che fosse una giornata del silenzio. Tutto fermo, tutto silenzioso».
Sergio Cofferati non è cambiato, le stesse cose le diceva già due mesi fa, quando veniva dipinto come «il signor no», l’Arthur Scargill italiano, il «residuato ideologico», il «sindacalista che cerca la carriera politica», la persona da cui la sinistra moderna farebbe bene a stare alla larga. Curiosamente, in soli due mesi – e stando fermo – mezzo mondo gli è venuto incontro e l’agenda politica del Paese adesso ruota intorno ai temi che la sua iniziativa ha fissato. Come ha fatto?
«Non ci siamo lasciati impressionare e abbiamo ragionato. Ancora prima dell’articolo 18. Io mi ricordo i primi incontri con il governo, quando noi della Cgil ci permettemmo di far presente che le stime di crescita economica presentate da Tremonti ci sembravano inattendibili. Poi venne l’11 settembre e apparve a tutti chiaro che il futuro non sarebbe stato roseo per nessuno. Persino Bush, il presidente della patria del liberismo, si rendeva conto che occorreva attuare misure anticicliche: sostegno alla domanda, interventi statali, tutele per i più deboli. A noi invece venivano a parlare di miracoli in arrivo. Una grande sorpresa poi scoprire che il governo, per la prima volta, non poneva come prioritario il problema del Mezzogiorno e anzi tagliava i finanziamenti agli interventi destinati a incentivare sviluppo, formazione, sicurezza, piani territoriali. Che sulla scuola si voleva regredire, mortificando e immiserendo la scuola pubblica nei confronti di quella privata. Che sul fisco la proposta di due sole aliquote non ha precedenti in nessuna parte del mondo e favorisce soltanto chi ha redditi che superano gli ottanta milioni l’anno; i redditi inferiori ci perdono. Che sulle pensioni, l’idea di sgravare le imprese dalla contribuzione sarà anche bella, ma svuota le casse dell’Inps, con il risultato che poi le prestazioni ai pensionati saranno ridotte».
Poi è arrivato l’articolo 18. Sergio Cofferati spiega: «Io ho una certa esperienza in questo campo, perché ho fatto per molti anni il sindacalista: francamente non ho mai visto un virtuoso processo che arrivi a un aumento dell’occupazione passando dai licenziamenti. Piuttosto ho sempre visto che chi vuole dare mano libera ai licenziamenti, vuole semplicemente licenziare. Già ora ci sono, scritti nei contratti, molte occasioni per gli imprenditori per procedere ai licenziamenti, individuali e collettivi. In questo caso il governo vuole aggiungere un’altra possibilità e dire che per legge si può licenziare chiunque senza dare spiegazioni. Io ti licenzio e non sono tenuto a dirti il perché. Certo, si dice che i ricorsi alla magistratura per il reintegro sono pochi, ma questo è un bene. Significa che l’articolo 18 è un deterrente».
«Io giro molto e incontro molte persone. Quando spiego di che cosa si sta parlando quando si parla di articolo 18, le persone capiscono. Ora leggo che il governo dice che noi della Cgil diciamo solo bugie e che loro faranno un’offensiva mediatica per spiegare che noi difendiamo i padri contro i figli. Non so come potranno essere convincenti, perché quando io spiego che la Cgil difende i diritti che i figli hanno avuto per le conquiste dei loro padri, mi capiscono. Mi auguro per loro che siano convincenti. Finora, pur avendo sei televisioni e un sacco di altri mezzi, non lo sono stati».
Dieci mesi fa l’Italia votava Berlusconi che non aveva fatto mistero di voler dare una bella botta al «sindacato dei comunisti», il cui mondo sembrava ridotto a una platea di pensionati, sommersi da una marea montante di individui legati allo Stato dalla sola partita Iva, pronti a scatenare la passione imprenditoriale per cui Dio onnipotente li aveva creati. Berlusconi aveva offerto molto: un po’ al popolo, con l’aumento delle pensioni minime a un milione, ma soprattutto alla Confindustria alla quale aveva garantito, per farla breve, che avrebbe pagato meno i salari, meno i contributi previdenziali, e meno tasse. Ho chiesto a Cofferati dove è andata a finire quella spinta, quella voglia di cambiamento, di libertà?
«È andata a finire che erano, per molta parte, delle promesse elettorali e basta. E poi è andata a finire che sempre più persone si accorgono che un mondo senza regole non è un mondo più libero: può diventare un mondo di persone più deboli e più sole. Quello che mi sembra di capire, parlando con molta gente in questi mesi, è che una sensazione diffusa sia diventata quella di un governo che non ti sta dando qualcosa, ma ti sta togliendo qualcosa. Che sta aggredendo i tuoi diritti. Ti dicono che vogliono andare verso una maggiore occupazione e intanto permettono di licenziarti più facilmente. Poi ti dicono che sarà più facile licenziare al sud che al nord. Poi ti dicono che vorrebbero di nuovo delle gabbie salariali, dopo aver messo delle gabbie di diritti. Io mi chiedo: come è possibile, che in un’Europa dei diritti, già sancita a Nizza, sia possibile in Italia avere due diversi regimi di licenziamento? E quando vado nel Mezzogiorno, trovo che mi fanno la stessa domanda». (Domanda: come trova il Mezzogiorno riguardo all’articolo 18? Risposta: Abbastanza furibondo).
Riflessione di un sindacalista che per anni ha firmato accordi con la Confindustria: «Io penso che l’attuale dirigenza di Confindustria sia la plastica dimostrazione delle difficoltà di molti industriali, con cui il governo ha scelto di legarsi, di affrontare l’Europa. Non la volevano, preferivano la svalutazione. Non la voleva, e non la vuole nemmeno ora, il governatore della Banca centrale. Non vogliono confrontarsi con la qualità, con la ricerca, preferiscono un costo del lavoro basso, la diminuzione delle tutele. Non vogliono l’allargamento dell’Europa ad est, perchè preferiscono un Est privo di diritti come destinazione delle loro merci. Posso dire? Non è una gran bella Confindustria, quella attuale».
Quando questo numero di Diario sarà in edicola, verso Roma, per la manifestazione indetta dalla Cgil saranno già in viaggio moltissime persone. Una piccola migrazione interna in tempi di pace, mentre grandi migrazioni di popoli si affacciano ai nostri confini. «Un’altra cosa che non capisco», dice Cofferati. «Ogni industriale sa che se vogliamo crescere economicamente, abbiamo bisogno di manodopera immigrata, perché con le nostre forze locali non ce la facciamo. Io trovo strano che ci siano industriali, nel Nordest ma non solo, che la mattina vanno all’ufficio di collocamento per cercare senegalesi o ghanesi e la sera manifestano contro l’immigrazione. Troverei molto più sensato mettersi intorno a un tavolo e tracciare progetti per un’immigrazione controllata, con diritti, con il diritto alla casa, alla formazione, al voto, per andare nel miglior modo possibile verso quella Italia multietnica alla quale necessariamente arriveremo».
Alla fine di questo colloquio, ho chiesto a Sergio Cofferati quale sarà il suo futuro. La domanda è naturalmente quella che gli pongono tutti, la risposta, studiata, è ironica: «Io sono un vasetto di yogurt, su cui è scritta la data di scadenza. La mia dice 29 giugno 2002, giorno in cui scade il mio mandato alla segreteria della Cgil».
Ho osservato che i temi della manifestazione del 23 marzo – non solo articolo 18, ma scuola pubblica, pensioni, fisco, mercato del lavoro, Europa – formano una specie di piattaforma politica per l’opposizione al governo Berlusconi e ha concordato. «Effettivamente è vero. La Cgil si muove da un punto di vista strettamente sindacale e il suo mestiere è quello di firmare accordi che tutelino e facciano avanzare i suoi iscritti, ma è vero che tutti questi temi sono politici. In tutto quello che osservo in questi mesi – i nuovi movimenti di cittadini, per esempio – vedo la richiesta di una rappresentanza politica, vedo e sento domande: mi auguro naturalmente che si trovino orecchie disposte ad ascoltarle. La mia impressione è che tutto questo livello di discussione, di dibattito, dimostri quanto l’Italia sia un paese molto vivo, molto reattivo, molto curioso. Noi italiani siamo abituati a chiedere molto e a me sembra che il clima di queste ultime settimane sia molto buono: in pratica tutti gli italiani stanno discutendo, stanno facendo i conti, parlano di pensioni e di salari. A me sembra molto importante che moltissime persone pensino ai loro diritti, a quelli che hanno conquistato e che non vogliano assolutamente perdere. Questo riguarda il posto di lavoro, la previdenza, l’assistenza sanitaria, ma si spinge oltre: a che cosa sarà l’Europa».
Ho chiesto: ha una intima soddisfazione per essere l’artefice della più grande manifestazione popolare che si sta preparando in Italia? Sergio Cofferati non ha risposto direttamente, ma ha ricordato che l’inizio di questa storia – il famoso articolo 18 – veniva definito «una questione marginale». Accusato di essere «ideologico», Cofferati pensa che «molto ideologici» siano i suoi interlocutori governativi. «Si definiscono molto moderni, ma non lo sono. Il loro è un programma antico, che non ha mai funzionato».
Alla fine Cofferati si distende sulla sedia: «In realtà, io penso che un grande sindacato confederale, solido, responsabile, faccia del bene a tutti. Dividere è una sciocchezza. Pensare di avere vita più facile con interlocutori divisi è un’altra sciocchezza. Porta alla solitudine, alla pena».
Dove vanno gli yogurt quando scadono?