lunedì 30 giugno 2008

Il profumo della vita





Cosa rimane dell’allegro disordine sparpagliato sulla scrivania? Lo zainetto, un paio di libri, l’immancabile iPod, l’astuccio degli occhiali da sole, i medesimi accanto, un braccialetto, i due cellulari, una rivista, un pacchetto (e mezzo) di fazzolettini, ammennicoli femminili, la boccetta di profumo… Li passavo tutti in rassegna mentre andavo a dormire, un vezzo innocente prima di ritrovarmela accanto con gli occhi chiusi che si riaprivano istantaneamente appena poggiavo la testa sul cuscino. Di quel colorato disordine, già la sera precedente la sua partenza non restavano che poche tracce. Lo zainetto prima e il trolley rosso poi, appoggiato su una sedia in corridoio, avevano inghiottito tutto.

È andata via facendo tabula rasa.

La mano percorre la liscia superficie del legno come un’ultima carezza; mi volto osservando il letto sfatto e le lenzuola attorcigliate. Colpito e affondato dalla stanza vuota, fredda in modo irreale. C’è silenzio ora, dopo l’affrettata partenza, perché sempre si indugia, sempre si barcolla, sempre si vorrebbe rimandare quel minuto fatale.

Mi sdraio sul lettone, adesso troppo largo solo per me e danzano attorno le immagini, risuona l’eco della sua risata così armoniosa, spontanea, incredibilmente sensuale. Come i suoi movimenti.

La rivedo, lunedì scorso… Stavo terminando la breve salita che percorro uscendo dall’ufficio. Avevo le ali ai piedi e nonostante l’afa crescente i miei passi erano rapidi e veloci. Ecco la fine del tragitto, sto per svoltare e proprio lì, all’angolo, il paradiso mi attende: due braccia che si aprono. Lei è lì, stupendomi per l’ennesima volta e regalandomi un’emozione intensa e ancora inedita. Il suo abbraccio mi avvolge, il senso di gioia è prorompente. Ci sono cose che occorre viverle, perché le parole verificano la loro inadeguatezza. Almeno al momento.

L’uomo più felice, alle 12:40 del 23 giugno, ero io. Poi, soffocando le calde lacrime di gioia, chiedevo, m’informavo sulla sua passeggiata al mercato che si svolge nella piazzetta a pochi passi da casa mia. E lei mi raccontava la sua mattinata: dal risveglio dopo il bacio con cui l’avevo salutata, al suo goloso poltrire nel letto. Poi il caffè (ormai sono diventato bravissimo ed è il giudizio di una napoletana verace) la doccia, infine la colazione. Vagando tra le altre stanze della casa. Quindi il giro tra le bancarelle, la preparazione del pranzo (ottimo), i dolcetti acquistati.

Allungo il braccio, ma non la trovo. Mi giro su un fianco e non ci sono più i suoi occhi che mi scrutavano, che parlavano, che mi desideravano nello stesso istante in cui anch’io la desideravo. Che sarebbe come dire sempre. Quanto ci siamo amati sul quel letto e ogni volta è stato più bello, sempre in crescendo. Perché non è solo il corpo ad essere protagonista, ma è anche un fatto di testa, di intesa. Gli orgasmi toccano prima il cervello, il piacere è cerebrale e poi fisico.

Mi sorprendevo spesso a pensarla, mentre mi trovavo al lavoro, inseguendola nei possibili movimenti, dando un’occhiata all’orologio, calcolando quanto mancava alla felicità quotidiana. E all’uscita allungavo il passo e lei mi veniva incontro a metà strada. L’attiravo a me stringendola forte, incurante dei passanti, del sole a picco e delle auto che ci sfioravano. Poi chiusa dietro di noi la porta d’ingresso la baciavo, gustando ogni istante. Baciare la donna che si ama è meraviglioso. Amare la donna che si bacia è meraviglioso. J’aime, come il suo profumo.

È riuscita a conquistarmi questa donna, ci è riuscita con la pazienza, con la tenerezza, con l’affetto straripante e con le dolci sorprese. Ci è riuscita perché non può piovere per sempre, perché le ferite di un tempo sono ormai cicatrici quasi stinte, perché è una persona buona, genuina e sensibile. La merito tutta.

Adesso la donna con la valigia rossa non c’è più; mi tengono compagnia i ricordi e la certezza che la scrivania sarà ancora ricoperta dai suoi oggetti, mentre il suo profumo invaderà di nuovo il mio cuore. J’aime.

giovedì 19 giugno 2008

Sempre più poveri



L’avevo evocato proprio un paio di giorni fa, Mario Rigoni Stern, cercando un suo libro: “Stagioni” che sottile com’è non riuscivo più a ritrovare nell’oceanico caos del mio studio (e devo continuare a cercarlo, fra l’altro). Mi ero chiesto, per quelle strane suggestioni che animano la mente, quanti anni avesse, perché era uno fra i pochi “grandi vecchi”, nel senso migliore del termine, rimasti a questo regredito Paese. Perciò mi ha provocato uno strano effetto apprendere della sua morte dal web. Anche perché il Tg Uno delle 13:30 e il Tg Tre delle 19:30 di oggi non ne hanno parlato. E così, per rimediare ad un’informazione frivola, distratta e colpevolmente omissiva, provo a rimediare con il bel ricordo che del “sergente” traccia Folco Portinari sull’Unità del 18 giugno, aggiungendo la conversazione che aveva avuto con lui Paolo Rumiz il 24 settembre di due anni fa, sulle pagine dell’inserto domenicale de “la Repubblica”. Un articolo opportunamente ritagliato e conservato, perché di fortissima suggestione. Per una volta non è stantio ripetere che i migliori se ne vanno sempre. E prima dei tanti mediocri che affollano un Italia irriconoscibile e irriconoscente.


 


Sergente nella Neve, Addio. Mario Rigoni Stern quel che resta dell´uomo


Folco Portinari


Da oggi la narrativa italiana è orfana: è morto Mario Rigoni Stern, uno dei maggiori (il maggiore io credo) narratori degli ultimi cinquant´anni. Era nato ad Asiago il 1° novembre 1921 e da Asiago non si allontanò mai se non negli anni della seconda Guerra Mondiale, nella quale combatté sul fronte francese, in Albania e in Russia, dopo di che fu rinchiuso in un campo di prigionia tedesco in qualità di partigiano. Ritornato a casa nel maggio del 1945, congedato dall´esercito viene assunto come bibliotecario della biblioteca degli ex combattenti. Aggregato all´ufficio del catasto da Asiago si trasferì ad Arzignano, in provincia di Vicenza.

Nel ´46 intanto si era sposato con Anna, uno dei migliori acquisti della sua vita, dalla quale ebbe tre figli, tutti maschi. Ritornato da Arzignano al suo paese, non si mosse più se non per occasionali viaggi trasferte.

Rigoni è uno dei più clamorosi esempi di una vocazione pienamente e naturalmente realizzata, non ci sono stati cioè studi di avviamento alla letteratura nella sua biografia, altrimenti che una bulimica aggressione ai libri della sua biblioteca. Sergente degli alpini per cinque anni di guerra, impiegato all´ufficio del catasto, nessuna scuola superiore all´infuori di quella magistrale della natura e della vita. Eppure scrisse un libro, ebbe come editore Einaudi e come editor Vittorini, vinse il premio Viareggio assieme a Gadda, alla Ortese, a Carrieri, nel 1953, professionisti tutti della letteratura. Se non è vocazione questa...

Il libro in questione è quello che lo rese di colpo famoso, Il sergente nella neve, che divenne subito un best-seller e fu adottato in moltissime scuole italiane, un «classico» come l´Anabasi di Senofonte. Era in apparenza un libro di guerra o sulla guerra e sugli immediati dintorni, così come lo sono molti dei racconti che scrisse negli anni successivi al Sergente, da Quota Albania all´Ultima partita a carte. In realtà l´oggetto era l´uomo, visto in guerra, vittima e carnefice, esaminato al grado zero della sua umanità e della sua fragilità, brutalmente messa in contatto con tutte le domande decisive, prima d´ogni altra il senso della vita, messo in discussione così come il senso di responsabilità (o il non senso). Tra il supposto eroe e il criminale è quasi impossibile cogliere la differenza. Le vie, le piazze, i monumenti, sono dedicati ai sovrani e ai generali, mentre al povero soldato è solo chiesto di morire per un oggetto astratto, la patria. Ma, assieme le esistenziali contraddizioni, morire considerato un momento della vita, uccidere proclamando la priorità dell´amore, ubbidire proclamando la propria libertà. Ecco, i racconti di guerra di Rigoni fanno venire a galla tutte le realtà contraddittorie del cosiddetto homo sapiens. Una prerogativa affatto umana, un suo segno di riconoscimento?

Gli è accaduto di essere ricordato e riconosciuto come sergente degli alpini, sesto reggimento, battaglione Vestone. Vale a dire per quei cinque anni e per i racconti raccolti dai testimoni della guerra in altipiano, dove c´erano Gadda, Monelli, Lussu. E gli altri ottant´anni, quelli vissuti proprio ad Asiago? E le altre centinaia di pagine dedicate ai mughi, alle lepri, ai caprioli, ai camosci, ai galli forcelli? Bella contraddizione quando penso che quell´erba di Asiago è stata concimata, per essere bella, dal sangue di centinaia di migliaia di italiani e austriaci nei tre anni di un´assurda guerra. Mi viene da pensare che la doppietta del cacciatore Mario, sia la protesi del fucile modello 91. Qui si apre il capitolo, altrettanto importante, dell´ars poetica di Rigoni, quello del suo rapporto con la natura, un capitolo per nulla idillico, dove si trovano riprodotte in un diverso habitat la durezza dell´esistenza equamente distribuita tra tutte le creature.

È il mondo visto dalla parte del cacciatore, che conosce il mondo meglio e più intimamente di qualsiasi ambientalista, listaverde, col quale non teme di mettersi a confronto. È lecito domandarsi da dove gli viene la marcia in più, dove va cercata. Sta nella sua convinzione che alla fine i conti si fanno con l´etica più che con l´estetica, con la morale della favola. È una morale in cui l´uomo e l´ape si riconoscono vicendevolmente complementari, così come il Sergente e il Bosco sono reciprocamente complementari, vanno letti assieme.

Ora vorrei parlare in prima persona, per confessare i miei debiti, cosa ho imparato in anni di sodalizio con lui. Dirò che ho imparato più dai discorsi che mi faceva passeggiando sull´altipiano, di quanto non abbia appreso in anni di studi su testi che, al paragone, mi sarebbero apparsi muti e ciechi. Ho imparato a distinguere un abete da un mugo, un´allodola da un passero, cioè a ricollocare le opere della natura nella loro riconoscibilità. Ho imparato a guardare il cielo per prevedere la pioggia o il sereno. Ho imparato che una verza si raccoglie meglio dopo che ha preso il gelo. Con un rammarico però. Che oggi ho la coscienza del tempo perduto a inseguire l´effimero. Mi ritrovo, insomma a ottant´anni suonati a rimpiangere tutte le cose che non ho imparato, quando oggi mi rendo conto che mi sarebbe bastato vivere quassù e andare per boschi con Mario a imparare le cose che valgono. È tardi. Devo ridurmi a imparare leggendo i suoi libri.

L´ultima volta che ci siamo sentiti al telefono era dopo Natale e mi ha detto: «Se ci sarò ancora ti aspetto perché ricordo bene che ti ho promesso di portarti nel bosco degli urogalli. Che non ci sono ormai più, come gli uomini». Comunque, se nei Campi Elisi dove tu vivi ora c’è un bosco degli urogalli (ma può non esserci?), aspettami che sto arrivando.


l’Unità (18 giugno 2008)




Mario Rigoni Stern


PAOLO RUMIZ


CORVARA (Bolzano) «Aadesso pei funghi bisognerà spetar la prossima luna». Il vecchio guarda la pioggia oltre i vetri e si frega le mani. Le cattedrali di dolomia grondano acqua nei canaloni, rimandano l' eco di tuoni intrappolati nelle gole, ma Mario Rigoni Stern - professione scrittore, anni 85 solo per l' anagrafe - è felice come un roditore che fa provvista. L' autunno gli fa gioco. «è la stagione migliore per scrivere, mettere a posto la legnaia, zappare l' orto. Se non lo faccio regolarmente, sento di buttar via la giornata. Per riposare c' è tempo, da morti». E ride con gli occhi umidi da cane San Bernardo salvatore di anime perse. Diluvia verso Passo Gardena, la montagna si prepara all' inverno. Anche il padre del Sergente della Neve si prepara. Raccogliere patate, mettere via le mele, salare i crauti, spostare la legna secca, accatastarne di nuova, redigere l' inventario. Piccoli atti salvifici che sintonizzano con le stagioni, esorcizzano il freddo bastardo, sdrammatizzano la morte. «Che meraviglia, ora il bosco cambierà colore. Arriva il tempo del raccolto, dei consuntivi. Un po' di malinconia, ma anche grandi giornate di sole, quando dalle crode puoi vedere le Alpi e insieme la Laguna». L' autunno come il tramonto. L' uomo che lo guarda in faccia è migliore: si confronta con la propria transitorietà. «Lo so che è ridicolo. Ho il negozio sotto casa. Ma quando arriva il tempo, devo accumulare lo stesso. Salame, vino, legna. La paura che l' inverno porti miseria mi abita dentro. Ne ho passati troppi a tribolare: guerra, lager, fame nera, amici portati via dal gelo. Se faccio provvista, affronto al meglio la stagione del riposo, della lettura, del raccoglimento. Anni fa la neve mi isolò per giorni, rimasi senza luce e telefono. Fu magnifico. Ero felice, tranquillo, non c' era tv. I fiocchi cadevano senza rumore. Avevo legna, farina bianca, lardo, formaggio, e una storia da scrivere. La finii al lume a petrolio. Era la Storia di Tonle». La neve, l' istinto del lupo, la voglia di perdersi nei boschi di casa, sull' Altopiano di Asiago, mettere ancora gli sci di fondo, lasciare che il fiato ti geli la barba. Il tempo, anche, del narrare. Fu d' inverno, sotto una nevicata, che il grande vecchio, camminando tra gli abeti sotto l' Ortigara, raccontò a Marco Paolini i pezzi della sua vita e del suo mondo. Un' intervista unica - o forse un' immersione nell' anima - che oggi è possibile rivedere in versione quasi integrale su dvd con libro, edito dalla Fandango. E dopo il freddo? «Aspetto il segnale. La primavera. Quella arriva all' improvviso, non piano come l' autunno. è come la vita. Ti spiazza proprio quando credi di aver chiuso, tirato i remi in barca. C' è sempre un dolore, un amore, una paura o una gioia che ti becca di sorpresa». Il segnale arriva così, con un colpo di vento, o di notte, con la pioggia regolare sul tetto e poi, al mattino, l' erba diventata verde. «Sento i fringuelli e l' istinto di andare, come da ragazzo. Allora vado, a falcate lunghe, nel bosco, sono pieno di buona volontà, ma dopo un' ora le gambe mi fanno male. Mi accorgo che non sento più le cinciallegre, il mio orecchio non capta più quella frequenza». E allora? «Allora capisco il mio limite. Conoscerlo è fondamentale per un uomo. E il limite appare sempre in primavera. La primavera, non l' autunno, è la stagione per morire. Ha un odore preciso, definito, umido, fresco, vitale. Quel profumo ti promette che la vita continua anche se te ne vai; e questo è meraviglioso». Ma l' estate, allora? La luce forte? Le notti calde? «No, l' estate non mi ha mai interessato. è una stagione stupida, troppo piena di gente. Sul mio altopiano non vedo l' ora che passi, e che le folle tornino in pianura. Un poeta cinese diceva: non cercatemi d' estate, troppa fatica a ricevere ospiti, troppi carri e troppi cavalli in giro, non fatemi aprire nemmeno le finestre». In fondo a tutto, il sogno animale di una tana. Un letto, un po' di legna, acqua e cibo, al massimo cento libri. Classici, consumati dall' uso. «Con cento grandi libri puoi leggere fino a 90 anni. Guarda Senofonte, la sua Anabasi sulla ritirata dei greci dall' Anatolia, in inverno. L' ho riletto da poco. C' è già tutto. Identico, nei minimi dettagli, alla storia del fronte russo. E allora ho pensato: che bisogno avevo di scrivere il Sergente della neve? Ho prodotto solo una variante sul tema». E poi Tucidide, Polibio: una meraviglia. Non un grammo di retorica. La parola "eroe" che non viene usata mai. «Oggi, invece, basta che cada un elicottero, per avere funerali di Stato...». «Oggi c' è troppo rumore, stiamo perdendo il senso delle parole, la loro forza terapeutica. Eppure l' uomo ha bisogno delle parole, per questo le manda a memoria. Primo Levi si salvò da Auschwitz recitando la Commedia. Serbare il verbo nel petto gli impedì di diventare un numero; il segreto della parola fece la differenza tra i vivi e i morti. In Russia, la mia Russia, la gente va a recitare sulle tombe dei poeti. L' ho visto, sulla lapide di Sergej Esenin. Una babuska mi diede un mazzetto di violette e mi avvicinai. C' era uno che declamava la Lettera alla madre e i passanti si fermavano, piangevano. Chiesi se qualcuno sapeva il pezzo su Tanja e l' inverno dall' Evgenij Onegin, e accadde una cosa stupenda. Uno me lo cantò, con voce favolosa da baritono». La parola detta viene prima, molto prima della parola scritta. Ha un ritmo terapeutico, si sposa con l' andatura dell' uomo, animale nomade imprigionato dalla modernità. «Quando andavo a parlare ai ragazzi dei licei, dicevo loro: ma perché senza computer e telefonino vi sentite persi? Pensateci un attimo: Omero non scrisse, era cieco, e semplicemente cantò. Cristo scrisse sulla sabbia parole che vennero cancellate dal mare e dal vento. Dante lavorò con una penna d' oca. Michelangelo non aveva un martello pneumatico, ma uno scalpello. Brunelleschi era solo un capomastro. E guardate cosa hanno prodotto. L' uomo è capace di fare cose enormi con mezzi minimi». Ha smesso di piovere, il bosco sfiata vapori. In un albergo di nome Perla sta per cominciare un' assemblea di cacciatori; Mario è lì per incontrarli, nel vestibolo c' è un gran parlare degli orsi che dalle Dolomiti di Brenta scendono a valle a far merenda nei pollai. Il grande vecchio adora i plantigradi e ride: «Le donne ci dicono: non fare l' orso. Non capiscono che gli uomini-orsi sono i migliori». Intanto in Val di Non un maschio in calore ha sfondato il recinto delle femmine e ne ha fecondate tre. Forse lo stesso che si è divorato i trenta chili di frattaglie di un vecchio cervo appena abbattuto sotto la Paganella. Attorno al caminetto, il vecchio evoca storie di preti-bracconieri e racconti di caccia di Lev Tolstoj tra le bianche betulle di Russia. Narra di un commilitone che, durante un bombardamento sul Don, vide levarsi in volo delle starne e le inseguì come pazzo tra le pallottole. Ricorda ufficiali nazisti capacissimi di risparmiare un camoscio ma negati alla clemenza verso gli umani. Chiede se è vivo Bepi Da Pont, uno di Corvara che fece la naja con lui. «Sapeva aggiustare le motoslitte, così lo mandarono in Finlandia contro i russi, lì in quegli spazi infiniti, con sei mesi di chiaro e sei mesi di buio. Era così fuori dal mondo che non seppe nemmeno che la guerra era finita. Quando tornò, costruì le prime sciovie, poi fu sindaco. Andava in ufficio in tuta da meccanico». Sfoglia i giornali, attento come un falchetto. Salvo lamentarsene subito dopo. «L' attualità è così fuorviante che non leggo più i quotidiani. Non capisci mai davvero cosa c' è dietro i fatti. Ci dicono parole come "esportazione della democrazia". Ma nel convento altrui non si porta mai la propria regola. è un detto russo che vale oro. Dovrebbero capirlo tutti. I cinesi in Tibet. Bush in Iraq. Gli italiani, abbiamo visto com' è andata in Etiopia. Esportare la propria legge è sempre un fallimento. Ma nessuno lo dice. C' è una cortina fumogena che ti depista. Non parliamo della tv: la spengo subito per non subire un' alluvione di banale e volgare. Lo dirò a Gianni Riotta, appena sbarcato a Rai Uno: ti prego, tienimi sveglio almeno durante il telegiornale». In Russia i giornalisti italiani non stavano al fronte. Si imboscavano in retrovia. Scrivevano cose per sentito dire e per giunta edulcorate dalla propaganda. «Mi arrivava ogni tanto una copia del Gazzettino e trasecolavo. Sembrava che noi fossimo in vacanza a sciare». Ma il peggio, già allora, era la cinepresa. Tutto finto, tutto costruito. «Ci chiamarono per essere premiati al quartier generale, dopo un' azione da medaglia, ci schierarono, ci diedero dei pacchi dono e alla fine della cerimonia ce li ripresero dicendo che li avrebbero mandati loro in prima linea. Non arrivò mai niente. Alla mensa da campo non c' era nemmeno la razione per noi, perché, dissero, appartenevamo a un altro distaccamento. Il giorno della festa fu il giorno della fame. Che farsa. Che farsa». «Sai, ogni tanto ripenso a otzi, l' uomo del Similaun. Vado a vederlo, ci sono andato più volte. Gli parlo, lui mi parla. è un uomo moderno, come noi, ma molto più accorto, più capace di arrangiarsi con poco. El te fa un discorso longo, quel omo là~ Per capirlo davvero devi cercare di essere solo con lui~ E quando sei solo, ascolta cosa ti dice, guarda con attenzione le cose che ha addosso. Il suo equipaggiamento è un capolavoro. Scarpe, frecce, camicia, l' impermeabile di paglia palustre, le armi da caccia. Lo vedi che allestisce il bivacco, che si protegge dal freddo~ E poi quella ferita alla schiena, c' è da scriverci su un romanzo~ Perché alla schiena? Perché lì? Perché così lontano dal fondovalle? Lo hanno inseguito? Era stato ferito prima? Fu vendetta? Guerra? L' errore di una battuta di caccia?» E poi il fuoco, tutto il necessario per il fuoco nella bisaccia. Una selce e un' esca secca per accendere le foglie, il guscio primordiale della fiamma di Prometeo. «Guarda e impara. E dimmi: chi saprebbe oggi accendere un fuoco in un bosco sotto la pioggia? Quasi nessuno. Questo dovrebbero insegnare ai bambini. Altro che i videogiochi. Vedi, se io non avessi saputo accendere un fuoco sarei morto. Come si fa? Stacchi i rami più bassi, quelli secchi e protetti dai rami alti. Cerca in tasca se hai un pezzi di carta, proteggilo con la giacca, frega un pezzo di ferro sulla camicia di lana finché diventa bollente, poi ficcalo in una cartuccia, o gioca anche tu con la selce se sai usarla, e la fiammella si sprigiona, cresce, diventa fuoco benedetto~». Ci sediamo vicino al camino, Mario racconta della guida Erminio De Zulian che morì nell' incendio del suo rifugio sopra Canazei, assieme a tutti i suoi diari, sessant' anni di storia. «Ecco», dice, «una cosa non vorrei mai essere costretto a fare. Bruciare dei libri per scaldarmi. Il rogo della biblioteca d' Alessandria, come annichilimento della memoria, è l' archetipo dell' inferno». Gli dico che vorrei fare un grande viaggio a piedi, come l' omino del Tirolo. E lui: «Fai il Peloponneso, è la culla del mondo. Comprati La Grecia classica di Cesare Brandi, e parti». Fuori tira vento, in quota è scesa la prima neve. Un po' di grappa? «No, s' gnapa niente. Ma fa mal de stòmego. Caro mio, co te rivi a 85 te vegnerà fora una rogna anche a ti».

la Repubblica
  (24 settembre 2006)  

domenica 15 giugno 2008

Discesa all'inferno


Otello ha 50 anni ed è proprietario di un mobilificio, la sua famiglia (Costanza, moglie, Paolo e Alessio, figli) è di quelle che si possono a ragione definire benestanti. L’uomo è tuttavia irrequieto e poco avveduto. Lo è sempre stato, ma nell’ultimo periodo la tendenza si è accentuata, provocando ripercussioni sia in famiglia che in azienda. I frequenti viaggi di lavoro portano spesso Otello anche all’estero, soprattutto in Russia e Ucraina ed è qui che conosce Olga, una bionda ventenne per la quale perde la testa e moltiplica i suoi spostamenti. Ben presto famiglia e mobilificio passano in secondo piano con conseguenze facilmente immaginabili. Lo stabilimento attraversa una fase di crisi; Paolo, il maggiore dei due figli, va a vivere con la propria compagna e ben presto anche Alessio si trasferisce in una città vicina, assieme alla sua fidanzata che, nel giro di un anno, diventa sua moglie. Costanza accusa problemi di salute, anche piuttosto seri, mentre Otello prosegue nel suo andirivieni con l’Ucraina dove subisce un attacco di cuore e muore.


La situazione precipita drammaticamente. E, come sempre, piove abbondantemente sul bagnato.


Alessio si separa e torna a vivere nell’abitazione paterna con la madre. La casa è ancora di proprietà, ma dopo il fallimento del mobilificio verrà messa all’asta. Alessio ha pure due figli in tenera età (il più piccolo è affetto da distrofia muscolare), per i quali una sentenza del Tribunale  ha stabilito la corresponsione di un mantenimento pari a 650 euro mensili. La cifra è stata stabilita in un momento in cui Alessio non era in difficoltà economiche, ma la situazione si è evoluta negativamente, poiché da un anno è disoccupato, perciò adesso non è più in grado di contribuire al mantenimento dei minori.


Le uniche entrate del nucleo familiare derivano, infatti, dalla pensione di Costanza che ammonta a 700 euro (pensione da lavoro e di reversibilità). Fino ad ora ci sono stati l’aiuto ed il supporto del fratello Paolo, che lavora come operaio in un’acciaieria e abita da solo (dopo il divorzio) in una casa, attualmente posta in vendita e il cui canone di affitto è di 600 euro al mese. La situazione economica di Paolo non è tale da consentirgli l’acquisto dell’appartamento. Nonostante ciò si sta facendo carico di corrispondere parte del mantenimento che il fratello deve ai suoi figli e parte delle spese per le medicine che la madre acquista mensilmente per i suoi problemi di salute (trombosi, vertigini continue e depressione). Al momento lei e i figli restano in attesa di vedersi assegnato un alloggio di edilizia pubblica. Quella che fino a pochi anni prima era una famiglia assai agiata, versa oggi in una situazione di disagio socio-economico tale da non garantire un’adeguata qualità della vita.


La storia, triste e vera, me la racconta una vicina di casa della derelitta famiglia in una mattinata piovosa più vicina all’autunno che all’estate prossima ventura. Non conosco le ragioni che la portano a quello che assomiglia più ad uno sfogo che non ad un pettegolezzo. Le presto attenzione per quella forzata gentilezza e naturale ascolto che vengono abbastanza naturali nei confronti di persone che, magari, si è soliti salutare incontrandole spesso sullo stesso percorso, ma delle quali si conosce poco. Poi accade che un piovasco improvviso ci costringa nell’androne di un portone che è poi quello – come si sarà capito – della casa di Otello e il racconto si sviluppa da sé.


Quando cessa l’acquazzone sono lieto per vari motivi e il ritorno a casa, più lieve, è la cosa maggiormente desiderata.

mercoledì 11 giugno 2008

Le ultime (tele)visioni


È arrivata l’estate! No, non si tratta di un delirante annuncio che travisa la situazione meteo di questi giorni e neppure anticipa l’ingresso ufficiale del periodo estivo che il calendario rammenta essere il 21 giugno. Niente di tutto ciò, perché a dispetto delle perplessità atmosferiche e dell’ormai logoro adagio: “Non ci sono più le stagioni di una volta” o, a scelta, “Non ci sono più le mezze stagioni”, resiste un’adamantina certezza: l’estate è arrivata perché in tv è puntualmente tornata lei, Jessica Fletcher, e quando c’è la “Signora in giallo” significa che è arrivata anche l’estate. Tutto torna, insomma.

Certo che la Rai è sorprendente: ammorba la visione dei modestissimi programmi dedicati agli Europei di calcio, con uno spottone autocelebrativo (camuffato da ringraziamento verso i telespettatori) sui fasti (quali?) della stagione passata (l’importante è vincere la gara Auditel). Poi, non contenta, minaccia un assaggio della stagione prossima ventura (l’immarcescibile “carrambata” con la Carrà) e sprofonda con la Nazionale italiana. Impietoso il montaggio di “Blob” di ieri sera: la logorrea scombinata dell’opinionista Salvatore Bagni che contrastava con le travolgenti azioni degli olandesi.

Ma la tv è anche informazione, chè poi è esagerato definire tale se riferita a “Studio aperto”, dispensatore di ansia un tanto al chilo. Avevo annotato, domenica 18 maggio, mentre me ne sorbivo una parte prima di “Controcampo”, la trasmissione che propone i riflessi filmati (come si diceva volgarmente una volta, oggi sono diventati gli highlits, che fa più figo) della gare di campionato, alcune “perle”, elencate una dopo l’altra, senza avvertire alcun disagio. L’allarme, componente indispensabile di quel tg, che rimbombava per: i ladri di bambini, i rifiuti, la droga nelle scuole (una tipa si era sentita male in aula dopo aver mescolato strani intrugli) e, ovviamente, il maltempo (pioggia, diluvi, piccoli Noè crescono, insomma). Poi, tanto per tranquillizzare gli animi già provati da questi exploit, arrivava la rubrica: “Il consumatore nell’angolo”. Beh, ascoltiamo, perché siamo tutti (o quasi) consumatori oppressi. Titolo: “Le ronde” (sic). E dopo le consuete nudità della velina di turno si chiudeva lo studio.

Talvolta, però, la tv è portatrice sana di nostalgia. Anche quando, almeno in apparenza, non dovrebbe essere così. Prendiamo giovedì scorso, quando sono stato tentato dal film “Eccezziunale… veramente”, anno di grazia 1982. In realtà avevo iniziato varie volte a vederlo, non completandone mai la visione. Godibile, divertente, rilassante. 26 anni e dimostrarli tutti, però. Così a prevalere, poco per volta, sono stati i confronti a distanza di tempo di: dialoghi, scenari, situazioni, interpreti e, soprattutto, delle immagini di Milan-Inter e Milan-Juventus ormai d’annata (entrambe le gare chiuse con la sconfitta interna, 0-1, del Milan, ancora non berlusconizzato). La Rai ha provveduto a massacrarlo con un paio di interruzioni pubblicitarie calate a capocchia, ma non è stata questa scelta indisponente a colpirmi, bensì il mio stato d’animo alla fine. Perché quando si conclude un film comico resta sempre un sorriso, mentre su di me è calata una cappa pesantissima di malinconia che, a ripensarci adesso, la rivivo. Forse ero già predisposto (vigilia dell’ultimo giorno di lavoro), stordito dai cambiamenti che stavano profilandosi di cui maggiormente si risente se il ricordo va dapprima a quelle domeniche, peraltro neppure le più significative (sono inguaribilmente legato soprattutto a quelle degli anni ’70). E se poi, dalle giornate festive, si procede ancora a ritroso ricercando nella memoria i sapori di quelle atmosfere, le certezze esistenti, quando si stava male solo se la squadra del cuore aveva perso (e non ci si poteva neppure consolare con lo Stock84 per motivi di età). Ed era quella una delle tante piccole contrarietà che quasi si liquefacevano nella serenità generale in cui ero immerso. C’eravamo tutti in famiglia. Io stavo bene.

sabato 7 giugno 2008

Quello che resta

Dopo aver stretto mani, barattato saluti, abbracciato persone, scrutato i loro occhi talvolta seriamente (e a sorpresa) luccicanti, cosa rimane di un rapporto di lavoro che si è concluso ieri?

Venerdì 6 giugno 2008: una giornata particolare, l'ultima di attività in azienda. Una giornata che, l'ho capito ben presto, avrebbe assunto caratteristiche assai particolari e, in fondo, prevedibili. Per un'oretta ho adempiuto alle consuete mansioni, poi l'attenzione per le e-mail che mi arrivavano nella casella di posta mi ha indotto a trascurare tutto il resto. Com'era inevitabile che fosse.

Il giorno prima avevo deciso di scrivere questa lettera.

Ai migliori colleghi

Domani sarà il mio ultimo giorno di lavoro in ... dopo 18 anni.

L’e-mail che state leggendo, non a caso è stata inviata in “copia per conoscenza riservata”, riservata appunto a quelli che ho definito “migliori colleghi” a vario titolo e per i motivi più diversi. Persone stimate, insomma. I “migliori colleghi” che ringrazio per la collaborazione ottenuta, per i suggerimenti dispensati, per i consigli ricevuti, per le conversazioni fatte, per le condivisioni scaturite, il cazzeggio e le risate dei tempi migliori.

Lascio in coda l’indirizzo di posta elettronica, senza impegno ovviamente, per ritrovarsi di tanto in tanto con l’aiuto del web.

Non assicuro che potrò salutare personalmente tutti, anche se non siete molti. E qui il filtraggio operato dai 18 anni si sente tutto, assieme alla mancanza di rimpianti.

Un caro saluto”.

La prima risposta arrivava da una ragazza esuberante e calorosa. Ne riproduco il testo mantenendo gli stessi caratteri.

“Sono SuperArci onorata di essere tra i pochi fortunati destinatari della presente e-mail!

Ancora grazie e un ENORME in BOCCA A LUPO (fortunato anche quel lupo....;o)....)

per tutto TUTTO!

Spero di riuscire a salutarti di persona...se così AHIME' non fosse.... affido i miei migliori auguri e saluti al pur sempre efficace mezzo elettronico che ... comunque accorcia le distanze e lascia sempre vivi i contatti!!!

Grazie a te!

AD MAIORA”.


Quindi ancora una ragazza.

“Cosa dire... intanto grazie, per il fatto che faccio parte dei tuoi "migliori colleghi", lo vivo come un premio e una sana gratificazione personale (è bello sapere che per qualcuno non sei stronza):))

A parte gli scherzi... Ti faccio i migliori auguri per i cambiamenti che andrai ad incontrare, ti auguro di conoscere persone semplici ma buone, come piacciono a te, questo può fare la differenza!!

Grazie del tuo indirizzo e-mail, ci terremo in contatto

Un abbraccio e buona fortuna”.


Seguiva ancora una replica femminile (è del tutto casuale la sequenza “in rosa”).

“Questa notizia mi ha colto di sorpresa perché' non sapevo nulla.

Ho saputo però che e' stata una tua scelta (probabilmente determinata anche dagli ultimi avvenimenti!!!).

Grazie di avermi inserito fra i "migliori colleghi" anche se negli ultimi tempi ci sono state sempre meno occasioni di incontrarsi e discutere.

Ti auguro un grandissimo in bocca al lupo per il tuo futuro lavoro e per tutto il resto

Ciao”.


Questa è una versione al maschile.

“Giuro che la cosa mi ha colpito come un fulmine a ciel sereno!! Non me l'aspettavo davvero!!

Mi fa piacere essere annoverato tra i tuoi "migliori colleghi" e non ti nascondo che quando fede calcistica e politica ci hanno unito nelle conversazioni ho passato dei momenti molto piacevoli, divertenti e spensierati.

Mi dispiace leggere della mancanza di rimpianti, sono 24 anni che sono qui e forse avrei dovuto avere il coraggio di cambiare prima, ma la cosa che più mi ha legato e che tuttora mi lega sono i rapporti che ho con i miei colleghi/amici. L'affetto per loro e per l'azienda spinge ancora ad andare avanti e sperare nel miracolo che torni il clima (e non solo quello) che una volta contraddistingueva questo ambiente e lo rendeva speciale!

In bocca al lupo”.


Nella successiva, di un altro collega, era soprattutto il titolo a colpirmi.

“MI MANCHERAI!!!!!!

Ti ho sempre stimato e anche per me sei sarai sempre uno dei miei "migliori colleghi"...... Anche se sento un magone nel petto perché so che come amico non avrò più il piacere di incontrarti di persona, vorrei in qualche modo condividere la tua gioa per la tua nuova avventura. Quindi ti rinnovo i miei migliori auguri per il tuo futuro.

Come accennavi nel tuo saluto non potrò mai dimenticare i momenti di gioia che abbiamo passato insieme nelle nostre dissertazioni e sopratutto nei nostri cazzeggi.... Sono contento di averti incontrato come collega e di salutarti come amico. Quindi ti lascio la mia email da subito e mi raccomando usala!!!”.


Dopo si sono susseguiti i saluti, alcuni sinceri, altri di prassi, stucchevoli ed eccessivamente zuccherosi. Promesse, sorrisi, numeri di cellulare scambiati, un paniere enorme di emozioni da portare con me... fino all'uscita, però. Lì, mi sono girato indietro, un attimo e per l'ultima volta ho percorso con gli occhi quello sfondo. Poi ho appoggiato, accanto all'ingresso, quel cesto contenente calde emozioni, travasando solo le più significative in un vasetto. Senza lacrime, analogamente alla carenza di rimpianti.

Con qualcuno già so che manterrò i contatti, perché il tempo ha operato la trasformazione da collega ad amico ed un rapporto extra era già esistente. Nulla cambia in questo caso. Verso altri resteranno tracce sulla sabbia che il vento a poco a poco porterà via con sé (libera citazione cult di Franco I e Franco IV, in un contesto assai diverso).