Una cara amica mi suggerisce di andare a leggere quanto prima un pezzo di Dario Vergassola pubblicato su “Il Venerdì” di Repubblica.
Resto perplesso, ma non replico e prometto che lo farò. In fondo Vergassola non è quel comico che conduce un programma su “La7” con Serena Dandini? Sarà un pezzo di satira, come mai dunque quella “calda raccomandazione”?
Ho capito il motivo solo quando ho finito di leggere l'articolo sottostante: bello da fare molta rabbia. E credo ci sia anche da essere preoccupati se un comico, che come mestiere dovrebbe far ridere e non ha più la concorrenza sleale a Palazzo Chigi, riesca invece a dar voce a tutta l'irritazione che le persone dotate di buon senso hanno provato leggendo la sublime bestialità del sottosegretario al Lavoro Michel Martone, peraltro sbertucciato a dovere da Marco Travaglio, giovedì scorso, nella trasmissione “Servizio Pubblico”.
I nostri figli sfigati che fanno l’Università per diventare precari
di Dario Vergassola
Il viceministro del lavoro Michel Martone ha dichiarato: “Chi si laurea dopo i 28 anni è uno sfigato”. A questo punto mi chiedo quale sarà il prossimo passo del governo dei Professori: i bambini che non superano l’esame di primina, saranno gettati giù da una rupe come ai tempi degli spartani?
Parlo per esperienza personale: mio figlio, che io per primo giudico un privilegiato, ci ha messo parecchio a laurearsi perché ha perso tempo distraendosi appresso al cazzeggio, alla musica, ai viaggi, agli amici, alle fidanzate (così tante che mi meraviglio pure che si tratti di mio figlio). Nonostante questo non lo giudicherei mai uno sfigato, piuttosto lo chiamerei un incorreggibile pelandrone. Perché usando l’appellativo sfigato, invece, rischierei di offendere tutti quei giovani che magari si laureano più tardi della media, solo perché non hanno la fortuna di essere figli di un comico o di un avvocato famoso.
E mi riferisco a un esercito di studenti fuori sede, che oltre a combattere contro la fatica imposta loro dai libri, dai professori universitari e dal disastro della riforma Gelmini, combattono tutti i giorni anche per sopravvivere e per pagarsi gli studi. Generalmente vivono in città piuttosto lontane da quelle dove sono nati, che raggiungono tutti i lunedì a bordo di treni scomodi, sporchi e sovraffollati per andare a passare la settimana in appartamenti accoglienti come garage ma costosi come attici, insieme ad altri studenti con i quali – in molti casi – condividono pure la stanza da letto e di studio (una condizione che certo non ti agevola la concentrazione quando sei a casa a preparare un esame).
Anche se a dire il vero loro in queste case non ci stanno poi così tanto, visto che spesso, dopo le lezioni, sono in giro a fare mille lavori: camerieri, babysitter, fattorini, addetti ai call center. Qualsiasi cosa – insomma – gli permetta di racimolare qualche soldo con cui pagarsi l’affitto (quasi sempre in nero), nonché la retta universitaria (sempre più cara).
Più che dei grandi sfigati io li trovo piccoli eroi. E non m’importa se ci metteranno più degli altri a laurearsi. So per certo che sia quei pochi di loro che diventeranno la futura classe dirigente del Paese, che quei tanti che saranno disoccupati a vita con laurea, saranno consapevoli del valore che hanno i sacrifici, sperando che anche a qualcuno di loro arrivi una botta di culo, come quella di diventare viceministro a 37 anni.
(3 febbraio 2012)