"Qualche volta Dio uccide gli amanti per non essere superato in amore" Alda Merini.
martedì 7 febbraio 2012
Ossessione bianca
sabato 4 febbraio 2012
martedì 31 gennaio 2012
La fine e l'inizio
E venne, infine, il 31 gennaio.
Non avrei mai immaginato che questa data potesse rappresentare una scadenza così temuta, tale da trapanare il cervello dapprima in maniera soft e persino evanescente, per assumere poi le caratteristiche di un tormento vero e proprio, in grado di occupare ogni interstizio della mente. Fino a stravolgere (è accaduto) anche il normale fluire della quotidianità.
C'è stato persino un momento in cui il panico ha rischiato di travolgermi.
In Rete si poteva trovare di tutto, anche se poi non era esattamente ciò che si stava cercando. Anche se i tutorial non risultavano essere davvero efficaci e sopraggiungeva, immancabile, la fase di un autentico blocco mentale.
Certo, avrei potuto ricominciare da zero, cambiando per tempo la piattaforma. Certo avrei anche potuto concludere che, considerate le scarse attenzioni riservate al blog da almeno un anno a questa parte, non sarebbe stato poi così grave lasciare che ogni cosa svanisse.
Poi però mi sono ritrovato a rileggere alcuni post, scritti in vari frangenti e solo allora mi sono reso conto di ciò che rischiavo di perdere, che la vera posta in gioco era quella parte di me che avevo depositato nei mesi e negli anni. Che aveva vissuto sotto gli occhi di persone care e interessate (anche se non tutte care e non tutte parimenti interessate).
Ma questa raggiunta e tardiva consapevolezza non ha neppure avuto il tempo di sedimentare, sostituita dalla fretta, dall'ansia, dalla tensione.
Credo di aver vissuto per circa un mese, certamente per un paio di settimane, come un “drogato”. Della blogosfera, in questo caso. E questo ha significato dedicare buona parte delle risorse e del tempo a capire come migrare, senza perdere nulla.
Ho così vagabondato per piattaforme, saltellando da un forum all'altro. C'è stato chi si era offerto di compiere il servizio completo di “trasloco”, in cambio di una pizza. Ma poi dal tariffario praticato, sebbene di pochi centesimi a post, ti rendevi conto che si trattava di tante pizze, di quelle farcite.
Ho seguito le interminabili discussioni che vertevano sulla privacy così vulnerata, sui danni che si sarebbero potuti procurare utilizzando male codici e linguaggi. C'è stato persino chi proponeva di denunciare alla Guardia di Finanza chi effettuava il “trasloco”, perché si poteva configuare come evasione fiscale. Il delirio allo stato puro, insomma.
Ho anche attraversato blog che da tempo erano stati abbandonati. Con tenerezza sono tornato su quello che avevo visitato e frequentato la prima volta (si era nel 2004). Dove la partecipazione era stata così attiva al punto da farmi considerare che potevo aprirne benissimo uno.
Sono poi passato da quelli che erano stati importanti, ne avevo conosciuto le proprietarie e le relazioni si erano allargate sfociando nella parola scritta con mail, quando non addirittura una presenza telefonica. Non ho mai incontrato nessuna di loro. E ciò che restava (e tra poco non esisterà più) erano brandelli di vita, racconti di emozioni, parti di esistenze che chissà quale direzione avranno preso.
Ma mi sono anche reso conto che l'avvilimento e il disagio erano di molte persone, conosciute e no. Ho convenuto che si stava consumando un piccolo dramma, però capace di generare grandi disappunti. Persino traumi.
Le energie si sono allora moltiplicate, le ore dedicate al sonno decurtate: nello scorso fine settimane, quando la migrazione di questo blog è riuscita al completo (e da quel che ho potuto appurare senza nessun commento perduto), sono andato a dormire alle 3. In precedenza mai prima dell'una e trenta.
La scrivania su cui ho appoggiato il desktop è sommersa dalla carta. Ci sono fogli A4, ma anche pagine di quaderno, post it. Annotazioni vergate con nervosismo, di traverso, alternando penna, evidenziatore, matita. Lunghi elenchi di codici XML, account e password, e-mail e link. E poi le stampe delle varie guide: alcune dettagliate, altre scritte per iniziati, altre ancora semplicemente inutili. Lo sono state anche prima, lo saranno ovviamente adesso che la tempesta di sentimenti si sta placando.
Tra le numerose riflessioni lette nell'occasione mi è piaciuta questa di timeline, un'amica della blogosfera, di quelle che entrano nel cuore e lasciano sensazioni gradevoli. Per questo ne riporto qui stralci significativi, sperando che non me ne voglia. È stata scritta l'8 dicembre 2011.
“Chiudere casa reca in sé un gesto definitivo. Uno strappo, una ferita simile al sentirsi orfani [ed io so cosa vuol dire sentirsi orfani].
Da quando ho saputo della chiusura nulla è come prima.
Sono molto attaccata alle piccole cose che fanno bello il quotidiano vivere e qui ci sono molti segni e altrettante tracce importanti, per me, che andranno perse... Certo ho messo al sicuro le parole - le mie e le vostre - ma ripartire da un'altra parte, in un'altra casa un po' m'inquieta... Il nuovo spaventa... L'incertezza si mostra in tutte le sue sfumature. (...)
Questo è l'ultimo post su Splinder.
L'ultimo di una lunga serie. E se guardo la serie di post e commenti che in questi anni mi hanno fatto compagnia e scaldato l'anima, il senso di perdita si fa ancora più fondo (…)”.
Qualche norma per l'uso, adesso. Questo su blogspot sarà il blog principale che però ho voluto trasferire anche sulla piattaforma Wordpress. Vedrò di farli procedere in parallelo. Le caratteristiche tecniche sono diverse, saranno il tempo e l'uso a determinare una scelta consapevole e motivata. Di certo qui è tutto molto più stimolante e richiede impegno, com'è giusto che sia.
Cercherò di essere quotidianamente presente, di riprendere quei ritmi necessari per lasciare traccia. Dove Facebook rivela la propria inadeguatezza è proprio l'incapacità di essere spazio di riflessione, più che di discussione. Ché anzi, di quella, ce n'è fin troppa, ridondante e straripante.
Ci saranno ancora lavori in corso, sia per acquisire familiarità con strumenti di editing completi, ma anche per sperimentare e, volendo restare nella metafora di nuova casa, per tinteggiare e mettere le tende alle finestre con il giusto abbinamento di colore e ben stirate.
Per il resto... “C’è una forza misteriosa e demoniaca nell’attrazione amorosa, come l’ha raccontata Goethe nelle Affinità elettive, una forza tale da scavalcare la razionalità e vellicare l’emotività che poi i ricordi trasfigurano”. 30/12/2004 ore 18:48.
Ecco, da qui si può ripartire, congiungendo idealmente l'incipit di quel primo post con la conclusione di quest'ultimo, il vero primo post nella nuova abitazione.
domenica 29 gennaio 2012
martedì 18 ottobre 2011
Apologo sull'onestà
Si tratta di un saggio breve su Tangentopoli. E' tratto da Romanzi e racconti – volume 3°, Racconti e apologhi sparsi, i Meridiani, Arnoldo Mondadori editore. Era uscito su la Repubblica e l'aspetto più stupefacente, oltre al contenuto, è la data: 15 marzo 1980. Eppure sembra scritto ieri dal più importante narratore italiano contemporaneo: Italo Calvino
Lo scandalo di Tangentopoli scoppiò, grazie al pool di Mani pulite, dodici anni dopo. Nel 2012 saranno trascorsi vent'anni.
Apologo sull'onestà nel paese dei corrotti
di Italo Calvino
C’era un paese che si reggeva sull’illecito. Non che mancassero le leggi, né che il sistema politico non fosse basato su principi che tutti più o meno dicevano di condividere. Ma questo sistema, articolato su un gran numero di centri di potere, aveva bisogno di mezzi finanziari smisurati (ne aveva bisogno perché quando ci si abitua a disporre di molti soldi non si è più capaci di concepire la vita in altro modo) e questi mezzi si potevano avere solo illecitamente cioè chiedendoli a chi li aveva, in cambio di favori illeciti. Ossia, chi poteva dar soldi in cambio di favori in genere già aveva fatto questi soldi mediante favori ottenuti in precedenza; per cui ne risultava un sistema economico in qualche modo circolare e non privo d’una sua armonia.
Nel finanziarsi per via illecita, ogni centro di potere non era sfiorato da alcun senso di colpa, perché per la propria morale interna ciò che era fatto nell’interesse del gruppo era lecito; anzi, benemerito: in quanto ogni gruppo identificava il proprio potere col bene comune; l’illegalità formale quindi non escludeva una superiore legalità sostanziale. Vero è che in ogni transizione illecita a favore di entità collettive è usanza che una quota parte resti in mano di singoli individui, come equa ricompensa delle indispensabili prestazioni di procacciamento e mediazione: quindi l’illecito che per la morale interna del gruppo era lecito, portava con se una frangia di illecito anche per quella morale. Ma a guardar bene il privato che si trovava a intascare la sua tangente individuale sulla tangente collettiva, era sicuro d’aver fatto agire il proprio tornaconto individuale in favore del tornaconto collettivo, cioè poteva senza ipocrisia convincersi che la sua condotta era non solo lecita ma benemerita.
Il paese aveva nello stesso tempo anche un dispendioso bilancio ufficiale alimentato dalle imposte su ogni attività lecita, e finanziava lecitamente tutti coloro che lecitamente o illecitamente riuscivano a farsi finanziare. Perché in quel paese nessuno era disposto non diciamo a fare bancarotta ma neppure a rimetterci di suo ( e non si vede in nome di che cosa si sarebbe potuto pretendere che qualcuno ci rimettesse) la finanza pubblica serviva a integrare lecitamente in nome del bene comune i disavanzi delle attività che sempre in nome del bene comune s’erano distinte per via illecita. La riscossione delle tasse che in altre epoche e civiltà poteva ambire di far leva sul dovere civico, qui ritornava alla sua schietta sostanza d’atto di forza ( così come in certe località all’esazione da parte dello stato s’aggiungeva quella d’organizzazioni gangsteristiche o mafiose), atto di forza cui il contribuente sottostava per evitare guai maggiori pur provando anziché il sollievo della coscienza a posto la sensazione sgradevole d’una complicità passiva con la cattiva amministrazione della cosa pubblica e con il privilegio delle attività illecite, normalmente esentate da ogni imposta.
Di tanto in tanto, quando meno ce lo si aspettava, un tribunale decideva d’applicare le leggi, provocando piccoli terremoti in qualche centro di potere e anche arresti di persone che avevano avuto fino a allora le loro ragioni per considerarsi impunibili. In quei casi il sentimento dominante, anziché la soddisfazione per la rivincita della giustizia, era il sospetto che si trattasse d’un regolamento di conti d’un centro di potere contro un altro centro di potere. Cosicché era difficile stabilire se le leggi fossero usabili ormai soltanto come armi tattiche e strategiche nelle battaglie intestine tra interessi illeciti, oppure se i tribunali per legittimare i loro compiti istituzionali dovessero accreditare l’idea che anche loro erano dei centri di potere e d’interessi illeciti come tutti gli altri.
Naturalmente una tale situazione era propizia anche per le associazioni a delinquere di tipo tradizionale che coi sequestri di persona e gli svaligiamenti di banche ( e tante altre attività più modeste fino allo scippo in motoretta) s’inserivano come un elemento d’imprevedibilità nella giostra dei miliardi, facendone deviare il flusso verso percorsi sotterranei, da cui prima o poi certo riemergevano in mille forme inaspettate di finanza lecita o illecita.
In opposizione al sistema guadagnavano terreno le organizzazioni del terrore che, usando quegli stessi metodi di finanziamento della tradizione fuorilegge, e con un ben dosato stillicidio d’ammazzamenti distribuiti tra tutte le categorie di cittadini, illustri e oscuri, si proponevano come l’unica alternativa globale al sistema. Ma il loro vero effetto sul sistema era quello di rafforzarlo fino a diventarne il puntello indispensabile, confermandone la convinzione d’essere il migliore sistema possibile e di non dover cambiare in nulla.
Così tutte le forme d’illecito, da quelle più sornione a quelle più feroci si saldavano in un sistema che aveva una sua stabilità e compattezza e coerenza e nel quale moltissime persone potevano trovare il loro vantaggio pratico senza perdere il vantaggio morale di sentirsi con la coscienza a posto. Avrebbero potuto dunque dirsi unanimemente felici, gli abitanti di quel paese, non fosse stato per una pur sempre numerosa categoria di cittadini cui non si sapeva quale ruolo attribuire: gli onesti.
Erano costoro onesti non per qualche speciale ragione ( non potevano richiamarsi a grandi principi, né patriottici né sociali né religiosi, che non avevano più corso), erano onesti per abitudine mentale, condizionamento caratteriale, tic nervoso. Insomma non potevano farci niente se erano così, se le cose che stavano loro a cuore non erano direttamente valutabili in denaro, se la loro testa funzionava sempre in base a quei vieti meccanismi che collegano il guadagno col lavoro, la stima al merito, la soddisfazione propria alla soddisfazione d’altre persone. In quel paese di gente che si sentiva sempre con la coscienza a posto loro erano i soli a farsi sempre degli scrupoli, a chiedersi ogni momento cosa avrebbero dovuto fare. Sapevano che fare la morale agli altri, indignarsi, predicare la virtù sono cose che trovano troppo facilmente l’approvazione di tutti, in buona o in malafede. Il potere non lo trovavano abbastanza interessante per sognarlo per sé (almeno quel potere che interessava agli altri); non si facevano illusioni che in altri paesi non ci fossero le stesse magagne, anche se tenute più nascoste; in una società migliore non speravano perché sapevano che il peggio è sempre più probabile.
Dovevano rassegnarsi all’estinzione? No, la loro consolazione era pensare che così come in margine a tutte le società durante millenni s’era perpetuata una controsocietà di malandrini, di tagliaborse, di ladruncoli, di gabbamondo, una controsocietà che non aveva mai avuto nessuna pretesa di diventare la società , ma solo di sopravvivere nelle pieghe della società dominante e affermare il proprio modo d’esistere a dispetto dei principi consacrati, e per questo aveva dato di sé ( almeno se vista non troppo da vicino) un’immagine libera e vitale, così la controsocietà degli onesti forse sarebbe riuscita a persistere ancora per secoli, in margine al costume corrente, senza altra pretesa che di vivere la propria diversità , di sentirsi dissimile da tutto il resto, e a questo modo magari avrebbe finito per significare qualcosa d’essenziale per tutti, per essere immagine di qualcosa che le parole non sanno più dire, di qualcosa che non è stato ancora detto e ancora non sappiamo cos’è.
(15 marzo 1980)
sabato 24 settembre 2011
martedì 2 agosto 2011
venerdì 31 dicembre 2010
Decennio che va, decennio che viene
Le videocassette,
le agenzie di viaggio,
la separazione tra vita lavorativa e vita privata,
l’oblio,
le librerie,
l’orologio da polso,
le linee erotiche,
le cartine geografiche,
la chiamata telefonica,
gli annunci sui giornali,
le connessioni dial-up,
l’enciclopedia,
il Cd,
la linea fissa,
le pellicole,
le pagine gialle,
i cataloghi,
il fax.
i fili (grazie al wireless).
Ho preso lo spunto da qui, mentre il pretesto era quello di lasciare gli auguri per un 2011 che non si annuncia certo sereno. Ma spero di sbagliare alla grande.
martedì 21 dicembre 2010
Il Grande Vecio
Si è spento consumato dal tumore, in silenzio, come una candela che dopo aver illuminato il buio con la sua fiammella tremolante, si accorcia fino ad estinguersi. Enzo Bearzot è morto questa mattina a Milano.
Per caso mi trovavo sul sito repubblica.it quando c'è stato l'aggiornamento che mi ha provocato un colpo al cuore, quello che ha conservato intatto il ricordo di una notte estiva tra le più straordinarie che possa ricordare. Quando il calcio, quel calcio che non c'è più come oggi il "vecio", era capace di regalare emozioni intense, di sedurre come neppure una donna potrebbe e saprebbe fare.
Correva l'11 luglio 1982, il giorno dopo sarei dovuto partire per un lavoro stagionale, ma quella notte la volli vivere tutta intera. Rividi quella finale mondiale tre volte: prima con gli amici, poi nella piazza dove si stava festeggiando e trasmettendo su schermo gigante (i primi esperimenti) la ripetizione della gara e, infine a casa, quando la tv stava ritrasmettendo, ancora una volta, Italia-Germania.
Il mattino dopo, di buon'ora, saccheggiai l'edicola acquistando una copia di tutti i quotidiani disponibili. Preparai i bagagli per la partenza tra un resoconto e l'altro, già sapendo che sarebbe stata storia quella che stavo vivendo. Nella stazione di arrivo, tardo pomeriggio del 12 luglio, mi fermai davanti ad un chiosco ormai quasi vuoto, da dove raccattai un paio di testate residue, per completare la collezione.
Una ricognizione adesso dolorosa, impregnata di struggente malinconia e non nascondo che ho dovuto stringere forte gli occhi per non essere sopraffatto dall'emozione, quella che solo la morte di un uomo giusto è capace di provocare. Intervistato da Gianni Mura, tre anni fa in occasione del suo ottantesimo compleanno, che gli chiese - tra l'altro - come avrebbe voluto essere ricordato, così Enzo Bearzot rispose alla domanda conclusiva: "Come una persona perbene". Per questo lo piango.
Che la terra gli sia lieve.
Per ricordare Bearzot ho scelto un brano, tratto dal suo libro.
Come un’orchestra jazz
Quando penso ai miei azzurri mi viene facile il paragone con un complesso musicale, con un’orchestra di jazz. Sarà perchè a me piace il jazz, un tipo di musica che nasce dalla sofferenza, che deve essere eseguita con una intensa partecipazione emotiva, col cuore. Sarà perché sono un po’ fissato nel preferire una squadra vista come complesso affiatato e compatto piuttosto che un insieme di campioni, siano pure ammirevoli e talentosi. Il calcio non è diverso dalla musica, anche in campo contano l’affiatamento e il cuore, l’estro e la grinta: al momento giusto ci sta bene un «assolo», ma lo spartito devono conoscerlo bene tutti quelli dell’orchestra e alla fine gli applausi (o i fischi) vanno divisi fra tutti, in parti uguali.
A me tocca fare il direttore d’orchestra. Non so dire se ho le qualità giuste per un ruolo tanto delicato, posso solo dire che ce la metto tutta. Perché il calcio è una musica che mi suona sempre nelle vene e riesce a farmi sentire giovane, anche adesso che ho quasi sessant’anni, e mi piace fare il nonno, non troppo burbero, col mio nipotino Rodolfo. A quelli che ogni tanto mi chiedono se continuerò ad allenare la Nazionale, se resterò ancora a lungo in panchina o accetterò altri incarichi in azzurro o altrove, non so rispondere.
Posso solo dire che il calcio, con il Mundial o senza, fa ormai parte di me: e che nel mio lavoro posso accettare tante cose, anche spiacevoli, ma non sopporterò mai di modificare le mie caratteristiche naturali, il mio modo d’essere. Mi rendo conto, per come sono fatto, convinto sino alla testardaggine, di rischiare spesso l’isolamento: forse mi è indispensabile, forse è inevitabile, soprattutto quando si avvicina un appuntamento delicato come un Mondiale. Forse mi piacerebbe essere isolato senza essere solo: è possibile?
(pagg. 115-116)
Bearzot, Enzo. Il calcio mundial. 1. ed. Milano: Arnoldo Mondadori Editore, aprile 1986.
Qui, invece, una biografia accurata con adeguato corredo fotografico.
sabato 11 settembre 2010
Tempesta d'autunno
Irrompe impetuoso l’autunno, violenti scrosci di pioggia flagellano strade e piazze, raffiche di forte vento spazzano via, con largo e inatteso anticipo, ciò che restava dell’estate. Le nuvole gonfie e nere si scontravano nel cielo fino a ridurre le ore di luminosità, luci accese anzitempo, cappa opprimente di malinconia e depressione potenziale.
Oggi, anche metaforicamente, è stata una giornata paurosamente in linea con le condizioni atmosferiche. Al lavoro, soprattutto. È stato come se una frenetica agitazione si fosse impossessata delle persone più posate e placide, marchiandole con il sigillo dell’impazienza e dell’irragionevolezza. Neppure il tempo di rifiatare, riordinare appunti e idee, preparare prospetti, inseguiti da scadenze che non concedevano tregua.
E poi una situazione personale, che sembrava avviata verso la sofferta ma lieta soluzione e che, invece, riserva ancora una complicazione, una dannatissima complicazione. Il percorso che ho intrapreso, costellato di ostacoli, poco lineare, si stava concludendo in gloria.
Superi una montagna, poi scollini, pianura e ancora una nuova montagna, più elevata, quando quella superata sembrava già così tortuosa. E invece no. Sempre più arduo, quasi che più passa il tempo e maggiori sono gli intoppi, mentre mi chiedo ininterrottamente se il difficile sia ormai alle spalle oppure deve ancora arrivare. Generando così un logorio che riprende a intaccare le difese mentali.
Da troppi mesi sto vivendo così, divorato dall’ansia e dal panico che a tratti si manifesta. Anche se ne ignoro le origini, quando si manifesta. Arriva così, irruento come il vento che sta sferzando le chiome degli alberi e sibilando in maniera inquietante.
L’animo si tormenta, si pone domande, non trova risposte e allora le inventa, già sapendo che sono inverosimili e neppure far finta di crederci risulta convincente. E conveniente.
Sconsigliato un tuffo tra le foto dell’estate, la bella ma breve estate. Dovrei riordinarle, raggruppare i file nelle cartelle e mi accorgo che ogni foto ha la sua ragione di essere lì. Anche la più banale delle immagini è impregnata di quel senso di pienezza e di gioia che solo la presenza-assenza della persona amata riesce a conferire. Trovo strabiliante come riaffiorino immediati certi dettagli, legati a ciò che si faceva prima della foto, a ciò che si sarebbe fatto dopo lo scatto. Trovo bello che i ricordi siano stati fissati così. Addirittura esaltante a pensarci bene.
Quest’assenza-presenza è ormai intollerabile, anche l’autunno incipiente e prepotente si piegherebbe alla sua delicata sensibilità che è tale anche quando manifesta apatia e irritazione. Quando capita. E se capita. Mi accorgo, guardando le foto, che sono in grado di accettare tutto, di tollerare ogni sbavatura e qualunque apparente incrinatura.
Ma non è opportuno che passeggi, questa sera, tra un ricordo e l’altro di un’estate ormai dissolta. Quell’autunno che una volta, neppure tanti anni fa, mi piaceva, oggi con la sua prepotenza mi ha infastidito, forse indebolendomi, quasi che spegnendosi il sole o, comunque, attenuando il proprio bagliore, siano venute meno anche le mie energie, quelle risorse mentali che saranno invece preziose per scalare l’ennesima montagna, naturalmente più alta di quella appena superata.
Ce la farò? Ce la devo fare, anche perché non ho scelta.
Brutta cosa trovarsi senza un’alternativa accettabile: per estremizzare sarebbe come chiedersi se sia meglio morire di fame oppure di sete. Per voluto paradosso, s’intende. Perché molte altre estati ci saranno da vivere e pure l’autunno mostrerà il suo volto meno arcigno, come quell’”aspro odor dei vini” che va “l’anime a rallegrar”.
martedì 3 agosto 2010
Quella strage fascista
Brividi e commozione, sgomento e sconcerto. Riascoltare quel nobil uomo come Sandro Pertini piangere lo strazio provato di fronte a due bambini che stavano morendo.
Mi chiedevo stasera, di fronte all’immensa solidarietà che scattò immediatamente a Bologna e nell’intera nazione, mi chiedevo e ho timore a renderlo pubblico questo pensiero proibito: potrebbe accadere oggi, in questo martoriato Paese, una nuova strage? E se sì, perché? Da parte di chi? Di quegli oscuri burattinai, rimasti nell’ombra da dove hanno depistato per tre decenni? Ma, soprattutto: esisterebbero la medesima solidarietà, l’altruismo, l’abnegazione, lo spirito di sacrificio e di servizio?
Ecco, è la risposta che mi inquieta e non placa quell’arsura che la mancanza di giustizia e verità provoca. Temo, ragionevolmente, che in un’analoga e deprecabile circostanza il cinismo, che ormai permea quello che, sventatamente, si usa ancora definire “vivere civile”, ecco quel cinismo prevarrebbe e – tanti o pochi? - si volterebbero dall’altra parte. Oppure cambierebbero canale.
giovedì 1 luglio 2010
Ustica, la verità negata
11 giugno 1989
Esiste un enorme buco nero, ricolmo di sangue, che ha inghiottito vittime inconsapevoli e innocenti, lacerando il tessuto sociale di questo Paese. Nel cratere sono precipitate la verità e la dignità di un popolo, il vuoto pneumatico di giustizia è stato riempito, da cialtroni e farabutti, da versioni omissive e di comodo.
La collusione di intere classi dirigenti con i burattinai di oscure Logge, che hanno animato il triste palcoscenico italiano, è un peccato collettivo imperdonabile. Il male non è stato estirpato alle radici: da quel buco nero senza fondo miasmi nocivi appestano l’aria. Da 30 anni. Almeno.
La notte della Repubblica iniziò a calare il 27 giugno 1980, sopra Ustica e con quel Dc9 precipitò nel mare anche la possibilità di conoscere, di sapere. Assieme agli 81 morti. Ed era solo l’anteprima di quel fiume di porpora che sarebbe stato generato alle 10,25 del 2 agosto alla stazione di Bologna. Una strage fascista.
Intere generazioni di giovani, per buona parte, sono state private di queste pagine di storia contemporanea, attraversata da generali felloni, da politici conniventi, da un Grande Vecchio, dal piduismo che non è una categoria mentale, ma una realtà che sta riproducendo già adesso il Piano di Rinascita Nazionale, dapprima teorizzato e poi attuato in maniera resistibile dal tesserato P2, n° 1816 e dai suoi scherani. Fulgido esempio di allievo che ha superato il maestro.
Anche per questo motivo ho recuperato dalla cartellina riservata ad Ustica la prima pagina originale de “la Repubblica”, quale esercizio di memoria e, allo stesso modo, ho scelto di raccontare attraverso il reportage di un settimanale, “Europeo”, ricomparso nelle edicole qualche anno fa mutato anche nella periodicità, una tra le storie più inquietanti legate a filo doppio e rosso sangue con la strage di Ustica: quella di dieci morti misteriose di militari e radaristi, di persone cioè che furono testimoni oculari di una verità spaventosa, sepolta assieme a loro. Attorno un muro di gomma.
Testimoni colpiti da infarto pochi giorni prima di essere interrogati dai magistrati. Militari vittime di incidenti stradali subito dopo aver detto di temere per la propria vita. Radaristi spaventati al punto di giungere al suicidio. Nella vicenda del Dc 9 dell’Itavia scomparso in mare dodici anni fa c’è un elenco impressionante di decessi sospetti
di DANIELE PROTTI e SANDRO PROVVISIONATO
Un elenco di dieci morti misteriose. La sensazione che scorrendo quei nomi si stia toccando con mano un macabro filo rosso sangue. Il sospetto che quelle morti siano tutte legate alla tragedia di Ustica e vadano quindi ad aggiungersi alle 81 persone uccise a bordo del Dc9 dell’Itavia il 27 giugno di 12 anni fa. L’angoscia che dei misteri di Ustica si possa anche morire: perché chi sa non parla e chi potrebbe parlare, deve tacere per sempre. Ma chi uccide i testimoni? Con un meticoloso lavoro di inchiesta Europeo ha ricostruito la storia di quelle dieci morti. Di quei dieci uomini venuti in contatto con i segreti di Ustica. Tutti morti in circostanze drammatiche. Tranne uno, sono tutti militari dell’Aeronautica, sette ufficiali e due sottufficiali. Inoltre la tragica fine di tutti loro si colloca geograficamente nei luoghi dove in questi anni si è dipanato il filo dell’inchiesta su quella maledetta strage.
I misteri di Poggio Ballone. Sono sei le morti che ruotano attorno ai misteri del «radar dimenticato» di Poggio Ballone, il centro dell’Aeronautica militare che sorge su una collina, pochi chilometri a nord di Grosseto. Per otto anni è stato nascosto ai magistrati che proprio quel radar puntato sul Tirreno aveva visto tutto la notte della strage. E quando nel 1988 i giudici Bucarelli e Santacroce, fino al 1990 titolari dell’inchiesta, chiesero l’elenco del personale in servizio la notte della tragedia, si accorsero che due nomi erano stati omessi: quelli del capitano Maurizio Gari e del maresciallo Alberto Mario Dettori. Entrambi erano in servizio la sera del 27 giugno 1980. Gari era il «master controller» nella sala radar di Poggio Ballone, cioè il responsabile della sala stessa. Dettori procedeva invece all’identificazione dei velivoli che solcavano il cielo. Entrambi sono morti: Maurizio Gari il 9 maggio 1981 è stato stroncato da un infarto, nonostante avesse soltanto 32 anni e, a detta dei familiari, godesse di ottima salute. Alberto Mario Dettori viene invece trovato impiccato ad un albero il 30 marzo 1987. La mattina dopo la strage di Ustica alla moglie e alla cognata il maresciallo era apparso molto scosso. «È successo un casino, per poco non scoppia la guerra», aveva confidato alle due donne, «siamo ancora in emergenza». Prima di morire Dettori era stato sei mesi in Francia, alla base di Montangel, per un corso di aggiornamento. Da lì era tornato nervoso e spaventato. Cosa avevano visto di tanto inconfessabile la notte di Ustica Gari e Dettori? Perché i loro nomi erano stati cancellati dall’elenco dei militari in servizio?
Ma prima ancora un altro importante testimone era scomparso: l’8 agosto 1980, a neppure due mesi dalla strage, l’auto sulla quale, assieme alla moglie e ai due figli, viaggiava il colonnello Giorgio Teoldi si schianta lungo la via Aurelia. Teoldi era il comandante dell’aeroporto militare di Grosseto, competente sul sito radar di Poggio Ballone. Il colonnello porta nella tomba un altro mistero i cui contorni sono venuti alla luce solo di recente: la sera della strage di Ustica, proprio mentre il Dc9 è in volo, tre aerei da guerra, due TF 104 biposto e un F 104 monoposto, erano decollati proprio dall’aeroporto di Grosseto. Teoldi, in quanto responsabile delle piste di Grosseto, non poteva ignorare lo scopo delle loro missioni. Ma c’è di più. Proprio su uno dei TF 104 erano in volo i capitani Ivo Nutarelli e Mario Naldini, anch’essi morti, assieme all’altro capitano Giorgio Alessio, tutti e tre della pattuglia acrobatica delle Frecce Tricolori, il 28 agosto 1988 nella tragedia di Ramstein, in Germania, che provocò un’altra strage: 51 morti, oltre 400 feriti. La possibilità che esista un legame tra Ustica e Ramstein è incredibile anche se i Verdi tedeschi e alcune inchieste giornalistiche del quotidiano berlinese Tageszeitung e del settimanale Der Spiegel hanno recentemente parlato di sabotaggio degli aerei. Prove? Nessuna.
Ufficialmente la causa di questa tragedia è stata attribuita ad un errore di manovra del solista Ivo Nutarelli, un pilota per altro espertissimo, con 4.200 ore di volo, che avrebbe commesso un tragico sbaglio nell’esecuzione del cardioide, proprio quella che viene ritenuta una delle acrobazie più semplici. La coincidenza allarmante è che Nutarelli e Naldini sono morti una settimana prima della data fissata dai giudici che volevano interrogarli sulla loro missione la sera di Ustica. L’interrogativo è: i due ufficiali dell’Aeronautica videro o intuirono qualcosa che aveva a che fare col Dc9 dell’Itavia?
Sempre nella zona di Grosseto, nel 1984, ecco un altro misterioso incidente stradale. La vittima è Giovanni Finetti, sindaco di Grosseto. Poco dopo la strage di Ustica, Finetti raccolse le confidenze di alcuni militari della Vam (Vigilanza aeronautica militare) secondo le quali due caccia si erano levati in volo dalla base di Grosseto per inseguire ed abbattere un mig libico. Nella battaglia aerea sarebbe rimasto colpito il Dc9. Sulla base di queste voci, Finetti avrebbe preso ad interessarsi della strage di Ustica e sarebbe morto pochi giorni dopo aver detto in giro che era sua intenzione rivolgersi alla magistratura.
Un attentato anomalo.Il 20 marzo 1987 muore a Roma, in un attentato terroristico, il generale dell’Aeronautica Licio Giorgieri. Due killer in moto lo freddano a bordo della sua auto. Giorgieri era il responsabile degli armamenti dell’aviazione e stava lavorando al progetto europeo delle «guerre stellari». Almeno è questo il motivo per cui le Unità combattenti comuniste (Ucc), nate da una scissione delle Brigate rosse, con un volantino rivendicano l’omicidio. Il delitto Giorgieri appare subito un delitto terrorista anomalo. Viene giudicato dagli esperti come il colpo di coda dell’eversione rossa. Siamo infatti in un periodo in cui i terroristi nostrani hanno ormai da tempo deposto le armi. Anche la moglie del generale fin da subito dichiara di non credere alla matrice dell’omicidio. La vicenda acquista contorni ancor più sospetti quando si apprende che a far sgominare la banda degli assassini del generale, al quale solo pochi giorni prima era stata negata la scorta, è un giovane terrorista che lavora come archivista al ministero dell’Interno. E fa molto clamore la decisione di un giudice di scarcerare gli assassini di Giorgieri, condannati a pene pesantissime, appena tre anni dopo il delitto.
Pochi sanno che all’epoca della strage di Ustica Giorgieri faceva parte dei vertici del Rai, il Registro aeronautico italiano, la struttura che per prima fu investita della tragedia, quando ancora si pensava che la caduta del Dc9 fosse da attribuire a un cedimento strutturale. E responsabile del Rai all’epoca era il generale Saverio Rana. Fu proprio Rana, pochi giorni dopo l’incidente, che ipotizzò al ministro dei Trasporti Rino Formica la presenza di un caccia accanto al Dc9. Rana, anch’egli morto d’infarto, aveva a disposizione tre fotocopie di tracciati radar. Da chi le aveva avute? Forse proprio da Giorgieri? Dell’omicidio Giorgieri si è occupato in passato anche il giudice Santacroce. Per quale motivo?
I morti della Calabria.Il giallo nel giallo di Ustica è rappresentato da un Mig libico, ufficialmente trovato il 18 luglio nel vallone di Timpa della Magara in provincia di Catanzaro. Sul fatto che quell’aereo da guerra straniero sia precipitato sulla Sila la stessa notte della caduta del Dc9 ormai non ci sono più dubbi. I resti di quel Mig 23, su incarico dei servizi segreti, vennero recuperati in tutta fretta e trasportati all’aeroporto di Pratica di Mare (Roma) dalla ditta fratelli Argento di Gizzeria Marina. E proprio a Gizzeria Marina muore il 14 agosto 1988 il maresciallo dell’Aeronautica Ugo Zammarelli. Stava camminando con un’amica sul lungomare quando entrambi vengono investiti ad altissima velocità da una Honda 600 con in sella due giovani tossicomani. È una strage. Ma mentre i corpi dei due ragazzi appaiono sfracellati, i cadaveri di Zammarelli e della sua amica sono perfettamente integri. Nessuna autopsia viene fatta. Ma stranamente i bagagli del maresciallo, che ufficialmente si trovava a Gizzeria in vacanza, spariscono dal suo albergo. Si scopre che Zammarelli, in forza alla base Nato di Decimomannu, in Sardegna, non era in Calabria per diletto, ma stava conducendo un’indagine proprio sul Mig libico caduto sulla Sila. Un suo amico, Gaetano Sconzo, giornalista dell‘Ora di Palermo, sul suo giornale riporta alcune confidenze di Zammarelli: stava indagando su Ustica, ma temeva per la sua vita.
Un altro maresciallo dell’Aeronautica, che forse aveva a che fare con la strage di Ustica, è misteriosamente morto di recente. A 39 anni Antonio Muzio è stato freddato con tre colpi di pistola al ventre il 1° febbraio del 1991 nella sua abitazione di Pizzo Calabro. Il fatto singolare è che la pistola era la sua, ma per gli inquirenti è escluso il suicidio. Fino al 1985 Muzio aveva lavorato all’aeroporto di Lamezia Terme, uno scalo direttamente coinvolto nella vicenda del Mig libico, del suo recupero sulla Sila e della sua restituzione a Gheddafi. E dove sono stati custoditi la scatola nera del Mig e i nastri di registrazione dei voli.
L’ultima vittima di Ustica?Il suo cadavere è stato appena sepolto. Sandro Marcucci, 47 anni, ex colonnello pilota della 46ªAerobrigata di stanza a Pisa, è precipitato con il suo Piper antincendio il 2 febbraio scorso. Marcucci era un pilota provetto. Eppure si schianta sulle Alpi Apuane come fosse un pivellino. L’aereo brucia, va in fumo. C’è chi giura di aver visto l’aereo perdere stranamente quota e all’improvviso. Poi, mistero nel mistero, nella sua bara viene trovato un pezzo del motore: è tutto fuso, tranne un tubicino di gomma. Il fuoco ha sciolto il metallo, ma non la gomma. Ma chi l’ha nascosto accanto alle sue spoglie?
Il Tirreno, quotidiano di Livorno, si ricorda di un’intervista. Marcucci soltanto cinque giorni prima aveva duramente attaccato il generale dell’Aeronautica Zeno Tascio, comandante dell’aeroporto di Pisa dal 1976 al 1979, responsabile dei servizi segreti dell’Aeronautica all’epoca di Ustica, oggi inquisito nell’inchiesta sul Dc 9.
Di Tascio, Marcucci, tra l’altro, aveva detto: «È sempre stato un uomo disponibile a fare dei favori a chi stava più in alto». Anche il colonnello Marcucci sapeva qualcosa di Ustica?
Daniele Protti e Sandro Provvisionato
Ha collaborato Antonio Delfino
EUROPEO 9 /28 FEBBRAIO 1992
mercoledì 17 marzo 2010
L'oscuramento
Le lunghe ali del regime stanno oscurando, poco per volta, tutti gli spazi dove poter esercitare la libertà di parola. Accade così che, in piena campagna elettorale, l’informazione politica venga relegata solo negli spazi istituzionali (dell’emittente pubblica, ovvio) vale a dire i telegiornali, dove il controllo dei partiti, di quelli di maggioranza segnatamente, può esercitarsi con relativa facilità.
Grazie al divario digitale, ancora esistente, la censura potrà avere successo e buona parte di connazionali dispone già ora di notizie approssimative, superficiali e magari confezionate appositamente per le circostanze.
Peccato per gli apprendisti del Grande Fratello, quello orwelliano, che la Rete non sia controllabile, peccato perché lo sputtanamento è dietro l’angolo. Sempre. Peccato, però, che di questa opportunità non possa (o non voglia) giovarsene la Rai, o almeno quei settori che garantiscono un pensiero diverso. Peccato, perché a rovistare negli archivi, tra filmati e carta stampata, si riuscirebbe a trovare molto materiale interessante per la diffusione anche ad uso e consumo di quella maggioranza silenziosa, oscillante tra “Franza o Spagna purchè se magna”.
Provo a fornirne un esempio illuminante con questo post multiplo. Soltanto le date aiutano a distinguere e orientarsi, altrimenti gli articoli sembrerebbero essere di questo periodo. Anzi, in talune circostanze diventano quasi profetici. La forza delle immagini, poi.
Già il Bossi, nella breve clip audio-video, rappresenta una degna introduzione. Era il tempo in cui la Lega dava anche del mafioso al papi, senza preoccuparsi dell’opportunità politica. “La Padania” attaccava con virulenza l’attuale capo del Governo e Spatuzza era sconosciuto. Chi accusa “il Fatto Quotidiano” oggi di essere un megafono delle Procure (una bestialità che solo un Cicchitto con cappuccio d’ordinanza può partorire), evidentemente non ricorda il contenuto degli articoli che, nel 1998, giorno dopo giorno, l’organo leghista proponeva. Poi è sopraggiunta la normalizzazione, a tal punto perfezionata che, di quegli articoli, non esiste più traccia negli archivi. Apparentemente. Basta saper cercare.
Dunque torniamo indietro con gli anni, al 1994. Il disastro stava cominciando. Il papi era sceso in campo da un paio di mesi, aveva vinto le elezioni e non si era perso tempo a far prigionieri. Facilissimo con dirigenti Rai genuflessi da mesi che avevano subito intercettato il nuovo vento che spirava e si erano adeguati. A tal punto da anticipare i desideri del sovrano. È interessante notare come, nell’episodio raccontato da Concita De Gregorio, il papi neppure intervenne.
Un salto temporale di otto anni e nel 2002 accadde un episodio gravissimo e paradossale: il papi si autocensurò. Di stranezze dette e fatte quest’omino ci ha sommerso, ma l’autocensura costituì un capitolo nuovo e assolutamente inaspettato. Neppure il mai troppo rimpianto “settimanale di resistenza umana” Cuore avrebbe potuto confezionarci uno di quei titoli superlativi.
La realtà surclassa la satira e quando questo avviene significa che il regime si sta ormai infilando in ogni interstizio. Ci sarebbe stato già da allarmarsi, da reagire e invece…
Il commento di Curzio Maltese è eccellente, ma ugualmente interessanti sono i filmati che riproducono quel Blob così discusso, anzi censurato.
Peccato che si sia la Rete. Ancora.LA RAI CENSURA BLOB. ”ATTACCA BERLUSCONI”.
ROMA- Pesante censura, sospensione - come a scuola - di Marco Giusti e Enrico Ghezzi, i soliti indisciplinati della rete Tre, i soliti provocatori di Blob che spesso esagerano e questa volta, allarga le braccia il direttore generale della Rai, hanno passato il limite e se la sono presa, accidenti, con Silvio Berlusconi. È per colpa di uno di quei montaggi audio-video che già fecero imbestialire il cronista all'epoca craxiano Onofrio Pirrotta ("ma che bella faccia di cazzo", commentava su un suo primo piano la voce di Gassman) e che nella versione Berlusconi fa quest'effetto: faccia di Berlusconi, voce fuori campo che in romanesco dice “Ah cencio, vedi d' annà affanculo...” . Per Pirrotta nessuno si mosse, per Berlusconi Locatelli ha aperto un'istruttoria durata due mesi.
Ghezzi e Giusti gli hanno spiegato che l'audio era uno spezzone dell' “Intervista'”di Fellini, è intervenuto a difenderli il direttore di rete Angelo Guglielmi, c'è stato ed è agli atti un carteggio ampio, polifonico, a tratti surreale. Argomenta in una delle lettere Locatelli: "Quel 'cencio' , per come è pronunciato e per il fatto di essere parola di due sillabe, si presta ad essere confuso con 'Silvio' ". Infine la decisione: sospesi dal lavoro per dieci giorni, con lettera firmata dal direttore generale e già protocollata. Ci sarà un ricorso dei puniti, ma intanto il segnale è forte e chiaro.
Attenti, composti, il direttore vigila e vi guarda. Non è tempo di scherzare. Più veloce della luce la Rai cambia - ha cambiato rotta. Prima ancora che "gli osservatori" inebetiti da anni di vicende fanfan-forlaniane capiscano e classifichino quel che succede in viale Mazzini ecco che già i professori sono come per incanto e per vitale istinto in sintonia, in cordiale accordo, in ottima intesa con il governo prossimo venturo. Complice a volte l'amicizia personale (di Locatelli con Berlusconi, di Demattè con Bossi) la tenaglia degli accordi si stringe, la nuova maggioranza di destra diventa interlocutore possibile. La Rai - per ora - resta. Con la benedizione di Carlo Scognamiglio, ex bocconiano che l'ex rettore della Bocconi Demattè può chiamare Carlino, e con il provvisorio assenso di Irene Pivetti la settimana Rai si chiude in scioltezza, e forse persino in allegria.
Claudio Demattè torna come ogni venerdì pomeriggio a Milano dopo aver incontrato i nuovi presidenti delle Camere. Gli uffici stampa li definiscono "incontri lunghi e molto cordiali". Non due parole freddine e formali, insomma. Scognamiglio gli ha assicurato (e ha poi ripetuto ai giornalisti) che questo consiglio Rai durerà fino alla riforma della legge sulla tv, "prima si cambia la legge poi si fa il nuovo consiglio", dunque sei mesi, anche un anno di quiete. La Pivetti non ha chiesto ancora le "dimissioni immediate" che pretendeva poche ore prima di essere eletta presidente della Camera, ed è già molto. In più si è mostrata molto interessata alla questione dei conti. Ottimi, riconoscono ora persino i dirigenti dell'Adrai spodestati dal nuovo cda: conti eccellenti, il risanamento funziona. "Sul piano economico la gestione Demattè è inattaccabile", ripete e accredita a ogni pie' sospinto l' ufficio stampa Rai, ed è questa la chiave della nuova linea.
Sul piano economico la Rai è inattaccabile, e sul piano politico? Lì bisognerà dare qualche bacchettata, qualche energica dimostrazione di un nuovo rigore. Eccessi di sinistrismo? Correggeremo. Con garbo, senza che si possa dire che c' è persecuzione o censura. Il caso Ghezzi-Giusti è esemplare anche perché sembra un intervento '”politico” e forse per il consiglio è bene che lo sembri, ma in effetti non lo è, è una vicenda nata due mesi fa quando le elezioni erano ancora lontane, sarebbe probabilmente morto come una faccenda di attacchi incrociati aziendali se non servisse, ora, usarlo come spot della ritrovata severità. "Non si poteva fare diversamente", dice un dirigente che ha avuto la pratica sul tavolo: "Del resto Blob era già stato richiamato molte volte, in tempi recentissimi per violazione delle regole è costato all'azienda due multe del Garante per l'editoria, una da 30 e una da 90 milioni".
Per la cronaca: il Blob censurato è del 10 febbraio, prima dei quaranta giorni di silenzio preelettorale imposti dalla legge. All'epoca Ghezzi era a Berlino, al Festival. Due buoni motivi (il momento precoce e l'assenza dell'inventore del programma) per considerare l'episodio peccato veniale, e archiviare. Non risulta, tra l'altro, che Berlusconi abbia protestato. Non c' è stato ricorso, insomma, la pratica è nata d'ufficio e d'ufficio poteva morire. Invece fra equivoci e scambi di lettere l'istruttoria va avanti e, guarda un po' , vien fuori ora: ora che il prossimo governo deve decidere che fare della Rai, se rinnovare o no il decreto che finanzia il risanamento e intanto copre il buco, se e come cambiare la legge sulle tv, se vendere regionalizzare trasformare in pay tv o cedere uno due, tutti i canali. Per i “professori” l'operazione di riallineamento a destra è concentrica e complessa, e non è detto che tutti la condividano.
Elvira Sellerio, per esempio, tentenna. Il piano funziona così. Primo pilastro sono i conti, il piano triennale "che porterà all'attivo nel '96", giurano in azienda, e sul quale nemmeno Ombretta Fumagalli Carulli, probabile ministro delle Poste, ha più niente da dire. La seconda colonna sono le garanzie politiche: trovare l'intesa con Lega e Forza Italia, che tanto Fini e Storace parlano ma i consiglieri della Rai sanno che è un gioco delle parti, i missini vanno avanti a urlare, gli alleati restano un passo indietro a tessere la tela. Poi i rapporti interni: con il sindacato dissidente dei Cento, quelli che contestavano l'Usigrai del "comunista Giulietti", e che Locatelli e Demattè prima ignoravano, oggi ricevono e ascoltano. Con i dirigenti già socialisti e democristiani emarginati agli esordi del nuovo corso e ora accomunati ai professori bonificatori dal comune pericolo di essere bonificati.
Infine qualche dettaglio e qualche segnale. Le bacchettate alla satira troppo a sinistra, il blocco dei contratti con i giornalisti “esterni” - quelli come Riotta, Deaglio, Vigorelli, Bonacina, forse anche Barbato - che ha già messo in moto qualche polemica "assenza per malattia" e che comunque significa divieto oggi e per sempre: divieto per chi ha beneficiato finora e per chi potrebbe beneficiare domani. E mentre riemergono dal passato i nomi di Sodano, Vespa, Selva, candidati via via a dirigere tutta la Rai una rete o un tg, si riaffaccia a dar pagelle anche Pasquarelli ex direttore di fede forlaniana che ha scritto un libro - "Rai, addio" - dove fra l'altro si scusa con Gianfranco Funari per non averlo riassunto, lo riconosce geniale e dice "oggi, se potessi, lo riprenderei subito in Rai". Corsi e ricorsi. Pirrotta, vittima socialista di Blob, si può trovare a RaiTre, rubriche culturali. Giusti e Ghezzi fanno intuire che, se la cosa non si risolvesse con tante scuse, potrebbero anche lasciare Blob e andarsene. Nessuno sa immaginare dove.
CONCITA DE GREGORIO
(23 aprile 1994)
Saccà blocca il Berlusconi-blob. Rutelli: censura gravissima
ROMA- Già lunedì notte, Agostino Saccà si era fatto sentire con Paolo Ruffini, direttore di RaiTre. Il secondo Blob consecutivo, tutto dedicato ai tic di Berlusconi, non era piaciuto al direttore generale della Rai, che martedì ha fatto anche di più. Con una lettera, ha bloccato il terzo Blob berlusconiano. Dice Ruffini: «Eseguo l'ordine di fermare la puntata, ma senza condividerlo. Saccà controlla la coerenza tra i programmi e la linea editoriale che il consiglio fissa per la Rai. Così dice la legge. Ma gli ho fatto presente, da subito, che mancavano i presupposti per un atto simile». Un atto di «inaudita gravità» commenta il leader della Margherita Rutelli, che traccia un bilancio «desolante» del vertice della Rai. «Tra errori gestionali e censure politiche, questo consiglio sta trascinando la tv di Stato nella crisi più grave da almeno 10 anni». Quindi Rutelli si appella ai presidenti di Camera e Senato e ai capi stessi del Polo: «Chi ha a cuore il futuro della Rai ora deve intervenire».
La tentazione ci sarebbe. Ampi settori del Polo cominciano a dubitare delle capacità di questo vertice. Proprio il clima di sfiducia, secondo Gentiloni della Margherita, spiega molte cose: «La censura che Saccà infligge a Blob è un indizio di debolezza. Gli attuali capi della Rai sono al capolinea e mostrano i muscoli, in un disperato istinto di sopravvivenza». Il problema è che troppi programmi cominciano a subire il «furore» dell'attacco polista, confuso e dunque «più pericoloso». Giulietti e Falomi dei Ds stilano l' elenco dei "caduti": «Prima Luttazzi, poi Biagi e Santoro, ora anche Blob». «Di tutto questo», annunciano i verdi Pecoraro Scanio e Paolo Cento, «il vertice della televisione di Stato dovrà riferire in Parlamento, davanti alla commissione di Vigilanza». Da Franco Giordano di Rifondazione arriva la solidarietà agli autori del programma, mentre Natale, segretario del principale sindacato dei giornalisti Rai, parla di «colpo all'originalità del palinsesto». Siamo alla «censura», secondo il consigliere Rai Donzelli».
«Censura», dice Agostino Saccà, «è una parola che non accetto. In una sola settimana RaiTre avrebbe messo in onda 40 minuti di satira a bersaglio unico: Berlusconi. Davvero troppo: questi attacchi, invece di colpire il premier, l'avrebbe avvantaggiato facendone una vittima. Mi accusano di vietare la satira? È un genere importante, certo. Chi governa, poi, deve pagare lo scotto della popolarità ed è più esposto. Ma la satira andrebbe fatta su tutto e tutti, non a senso unico». Il forzista Barelli ricorda che Blob aveva in calendario addirittura sei puntate contro il Cavaliere, «un’offesa alla maggioranza degli italiani che ha votato la Casa delle libertà. Non è stata fermata una trasmissione libera, ma un putricidio che offendeva il Paese».
ALDO FONTANAROSA
(10 ottobre 2002)
La censura della Rai si abbatte anche su Blob
GLI ammiratori del Blob notturno dedicato a Silvio Berlusconi si domandavano da giorni non se ma quando sarebbe arrivata l'inevitabile censura al programma, sia pure di nicchia (alle 23,30 su RaiTre), da parte dei vertici berluscones della Rai. La risposta e la censura sono arrivate puntuali, alla vigilia della terza puntata, prevista per lunedì e mai andata in onda. In un breve e davvero satirico comunicato, il direttore generale di viale Mazzini, Agostino Saccà, ordina la sospensione del programma in quanto «satira di parte», senza par condicio.
Alla censura di ogni voce critica o soltanto indipendente nella Rai di Berlusconi siamo ormai abituati, dopo la soppressione di Enzo Biagi e Michele Santoro. Ma l'idea che Berlusconi, attraverso il fido Saccà, censuri addirittura se stesso è nuova. È curioso e significativo che lo stesso direttore generale della Rai consideri «satira», per offensiva oltre ogni limite, la semplice messa in fila di frasi celebri del presidente del Consiglio. L'operazione più eversiva dei due primi (e ultimi) Blob-Silvio è stata infatti la riproposizione integrale, senza tagli o commenti, del famoso «Contratto con gli italiani» firmato negli studi di Bruno Vespa. L'effetto era esilarante. Come fu esilarante, mesi fa la replica, durante il defunto Sciuscià di Santoro, di un'invettiva di Umberto Bossi contro il «mafioso di Arcore». E come sarebbe divertente, «satirico», riproporre il celeberrimo messaggio berlusconiano della «discesa in campo», grondante gratitudine e ammirazione per i magistrati di Mani Pulite che avevano liberato il Paese da una «classe dirigente corrotta e mediocre». Magari affiancato all'elogio della prima repubblica recitato dallo stesso premier in occasione dell'omaggio al cassiere socialista Moroni.
Sono operazioni che Blob fa spesso e, al contrario di quanto sostiene Saccà, «a 360 gradi». Pochi giorni prima aveva trasmesso, sempre senza commenti o accostamenti maliziosi, la visione di Massimo D'Alema sull'Ulivo. Quella del '96, s'intende. Poi ognuno trae le conclusioni che crede. Nell'Italia dei berluscones non soltanto è sgradita e bandita dagli spazi pubblici ogni forma di satira e di critica al governo, ma è censurato anche il semplice uso della memoria. Come nei veri regimi, che considerano la memoria collettiva il peggior nemico. Stalin faceva ritoccare le fotografie. Qui si limitano a oscurare l'archivio delle immagini. Il Berlusconi del 2002 può sopravvivere soltanto oscurando per sempre il Berlusconi del '94 e perfino del 2001. Il Bossi del 2002 interviene sulla sua rete per proibire la rievocazione del Bossi del '98.
Va da sé che nessuno, nella Rai di questi anni, ha mai osato riproporre un filmato di Fini in pellegrinaggio a Predappio, anche se parliamo degli anni Novanta e non del primo dopoguerra. In tempi più recenti, un giornalista Rai cui venisse in mente di mettere in fila un anno di dichiarazioni e previsioni dell'infallibile ministro Tremonti, verrebbe licenziato alla velocità della luce. Nell'Italia di oggi, l'esercizio della memoria è l'atto più sovversivo che si possa compiere. Questa censura infatti verrà dimenticata in fretta, come le precedenti. L'Italia considera sempre più «normale» chiudere un programma per ordine del premier e padrone dell'etere, si tratti di Luttazzi, Biagi, Santoro o Blob. In fondo, considera «normale» anche nominare senatore a vita Mike Bongiorno, nel giorno in cui il Nobel premia un altro scienziato costretto a scappare all'estero. Segno che oltre la discussa «fuga dei cervelli», siamo in presenza di una generalizzata fuga dal cervello.
Rutelli ieri ha protestato con forza, ma la reazione dell'opposizione è stata finora frenata dalla convinzione che in fondo «questi temi non interessano alla gente». È certo che invece il controllo dei media interessa sempre molto a Berlusconi, che oggi come nel '94 ne ha fatto, insieme alla giustizia, l'unica vera direttiva di governo. Grazie alle televisioni ha vinto, grazie alle televisioni pensa di continuare a governare, nonostante il disastro economico e la pessima qualità della nuova classe dirigente.
Il berlusconismo muove del resto dall'idea che, per dirla con l'Hobsbawn del "Secolo Breve", «è chiaro a tutti che alla fine del secolo i media sono una componente della vita pubblica più importante dei partiti e dei sistemi elettorali». Oddio, magari non a tutti. Per esempio non è chiaro all'opposizione italiana. E neppure ai tanti commentatori e sociologi che si domandano come mai la perdita di consenso della destra non si traduca in crescita di consenso per l'Ulivo, escogitando raffinate teorie. Senza mai prendere in considerazione il dato concreto e banale che negli ultimi due anni lo spazio dell'opposizione, sui media nazionali, tv e giornali, si è ridotto alla metà. Se Hobsbawn (e Berlusconi) hanno ragione, oggi un moderno regime non ha bisogno di chiudere con la forza le sezioni dei partiti. Per mantenere il potere basta chiudere gli spazi critici dei media. In Italia, siamo a buon punto.
CURZIO MALTESE
(10 ottobre 2002)
lunedì 14 dicembre 2009
Un passato che non passa
Quel buco nero è scavato nella coscienza civile di quegli italiani che non l’hanno ancora perduta, mantenendola integra, scevra da quei revisionismi che vanno tanto di moda. Un buco nero profondissimo, senza fondo. Perché poi è improbabile scorgerne il fondo dopo 40 anni, tanti ne sono passati da quel pomeriggio milanese del 12 dicembre 1969. Ore 16,37. Esterno giorno: Piazza Fontana. Interno giorno: Banca Nazionale dell’Agricoltura. Luoghi simbolo della memoria collettiva per antonomasia.
Ne avevo già parlato qui e, più recentemente, qui.
Generano angoscia, già trasmessa dalla foto d’apertura, i filmati dei telegiornali di quel giorno. Due brani, dal Tg della sera e quello della notte, che ho collocato uno dopo l’altro, anche per un confronto tra i vari modi di raccontare un fatto così devastante, rispetto ad oggi. A seguire un video che riassume ciò che accadde da Piazza Fontana in poi, anche solo per capire come mai da quel giorno nulla fu più come prima. Quindi un giovane ma già sciagurato Bruno Vespa, allora rampante cronista e i link a tre servizi che il Tg3 di sabato
A seguire la prima pagina de “Il Giorno”, glorioso e rivoluzionario quotidiano milanese dell’epoca con l’editoriale del direttore Italo Pietra e, infine, la rievocazione che “il Fatto Quotidiano” ha affidato a un giornalista di lungo corso come Maurizio Chierici.
Personalmente vedendo e rivedendo i luoghi sventrati dalla bomba fascista, mai dimenticarne la matrice sia chiaro, come il salone, le vetrate infrante, le scrivanie ricoperte di detriti, non ho potuto fare a meno di notare quelle grosse calcolatrici che adoperavano gli impiegati. Così il bianco e nero, ormai sempre più ingrigito, unito a quegli oggetti ormai di antiquariato, mi hanno fatto concludere che, dopo 40 anni, ci saremo pure evoluti sul piano tecnologico, ma sul piano umano stiamo regredendo in maniera netta e impressionante. Dopo 4 decenni ci ritroviamo ancora ad urlare, con Pasolini, che sappiamo, certo sappiamo nomi e fatti, ma non abbiamo le prove e nemmeno indizi, inghiottiti il 12 dicembre 1969 da quel buco nero all’interno della Banca Nazionale dell’Agricoltura, Piazza Fontana, Milano.
http://www.rai.tv/dl/RaiTV/programmi/media/ContentItem-0bae165e-0045-4ff0-83db-363bc7417d01-tg3.html?p=0 Tg3 ore 19,00: servizio di Santo Della Volpe
NON SI ILLUDANO
di ITALO PIETRA
13 dicembre 1969
Ci sono tante maniere di far politica: e, fra le tante, c’è anche quella delle bombe.
È una scelta dolorosa, ma può risultare necessaria nel quadro delle grandi lotte di liberazione, quando il tallone chiodato del nazismo pesa su tutti i cuori o quando le uniformi tigrate dei paracadutisti difendono la bestia del colonialismo nel Terzo Mondo. L’uomo non è nato per fare la guerra, per uccidere, ma allora, in quei casi estremi, la guerra è un diritto e un dovere, e anche l’attentato, l’agguato, la bomba possono diventare buona guerra.
La vita italiana è evidentemente lontanissima da quei climi e da quelle necessità. C’è una crisi politica, che, al di sopra e al di fuori delle responsabilità e dei limiti dei politici, ha radici vecchie e nuove in campi diversi, dall’impetuoso sviluppo al cumulo dei problemi insoluti, dalla tradizionale indifferenza dell’uomo della strada al peso eccessivo della destra economica; ma non sembra il caso di dare ragione alle Cassandre, ai profeti di sciagure: e tanto meno ai paladini della violenza.
C’è «l’autunno caldo»; c’è l’ondata degli scioperi (che a volte riflettono chiusi interessi di settore) e c’è la fuga dei capitali (che riflette la gelida passione del particulare alla maniera di Guicciardini); c’è il problema quotidiano della scuola e l’amara lezione quotidiana degli ospedali insufficienti: ma le cose si mettono in moto; le ore più fosche sembrano passate. L’accordo con l’industria metalmeccanica a partecipazione statale assegna, in base ai maggiori oneri per le aziende, avanzati obiettivi in tema di produttività e severi compiti di controllo e di rinnovamento nel settore degli oneri sociali, che pesano tanto e rendono poco; ma è un grande passo avanti, una chiara prova delle conquiste, delle responsabilità e degli impegni che sono aperti al mondo del lavoro.
Ed ecco la sera di Milano. Non è ancora finita l’eco delle raffiche di Palermo, che sono il vigliacco biglietto da visita della mafia, quando scoppia una bomba nel salone centrale della Banca Nazionale dell’Agricoltura. L’aria è ancora lacerata dalle sirene delle autolettighe cariche di feriti quando arriva la notizia delle bombe di Roma.
Chi è stato? A chi assegnare la responsabilità? Non ci sono, in questo momento, elementi per rispondere con sicurezza. C’è un’estrema destra che fa largo consumo di slogan cinquantenni in lode della giovinezza, dell’azione, della violenza. E c’è il cosiddetto neoanarchismo che, nel quadro delle passioni spesso proprie delle giovani generazioni in giro per il mondo, trova qua e là terreno proprio in un Paese che nelle lotte del lavoro si è ispirato troppo spesso a Bakunin piuttosto che a Marx, al massimalismo piuttosto che al riformismo.
A chi giova? Basta dare un’occhiata in giro per l’Europa per vedere dove portano le strade: quelle della destra portano indietro, ai «colonnelli», degnamente affiancati da Onassis e degnissimamente fuori della porta del Consiglio d’Europa. (Le strade dello stalinismo, soffocando la democrazia parlamentare nel 1948, hanno portato Praga all’estate del 1968 e alla disperazione di quest’anno). Quelle della democrazia e delle riforme portano avanti e lontano, come dimostra la lezione di Brandt che può imprimere una moderna svolta alla vita delle due Germanie e delle due Europe. Anche l’Italia può fare cose di quella portata; ha la carica politica per operare quel profondo rinnovamento strutturale in climi di libertà che risponde alle speranze della Resistenza e alla Costituzione.
Così, le bombe possono rispondere al calcolo dell’estrema destra, per fermare il cammino della democrazia, o alla passione dissennata dell’estrema sinistra, secondo la formula del tanto peggio tanto meglio e le condanne della democrazia parlamentare proprie dell’estremismo infantile.
Bisogna tenere i nervi a posto. La democrazia italiana è giovane, è gracile, è discutibilissima: ma è ben più forte, più moderna, più popolare dei suoi nemici che fanno la politica ignobile delle bombe. Non s’illudano, quelli del terrore: non passeranno. E non si illudano le forze della destra economica e della conservazione, use a utilizzare lo spauracchio del disordine per trattare la politica da vassalla e per frenare le riforme. La democrazia cammina, e le riforme, necessarie alla sua vita e al suo consolidamento, passeranno.
I funerali delle vittime
La genesi di questa Italia
di Maurizio Chierici
Il ricordo dell’attentato, le prime indagini, il clima di sospetto e subito nascono i depistaggi
Sette chili di tritolo in una capsula d’alluminio. Non a orologeria. Un impiegato ha visto un filo di fumo uscire da sotto il tavolo. Pensa a un incendio, ma senza preoccuparsi: solo un filo. Gira la testa per chiamare il commesso quando un soffio d’aria calda lo schiaccia alla parete. Ferito ma salvo. Una miccia. Ne hanno trovato un mozzicone. A chi ha nascosto la bomba sono bastati 40, forse 50 secondi per scappare. Correndo”. Le nostre voci chiedono: “Da solo?”. “Solo, ma con alle spalle un gruppo bene organizzato. La perfezione della bomba lo dimostra”. Di quale colore politico? Il questore sospira prima di sillabare la risposta. Poliziotto di lunga esperienza, sa come sfumare le spiegazioni. Carriera che comincia a ventotto anni, carcere-confino per antifascisti. Quando nel ’68 lo promuovono a Milano, i ragazzi della Statale ne ricordano il passato di “zelante funzionario della polizia di Mussolini”. Induriva regolamenti già terribili. Il prigioniero Sandro Pertini, malato di polmoni, scrive una lettera al ministero, e Guida fa sapere a Roma: “Non è vittima della situazione come vorrebbe far credere”. Insomma, piagnone che imbroglia.
ANARCHICI, DIREI Insistiamo: “Di quale colore, signor questore?”. “Anarchici, direi: stiamo indagando”. Il 25 aprile un attentato aveva sconvolto
Milano senza nebbia quel pomeriggio del 12 dicembre. I colori del Natale illuminano le vetrine. Rosso il colore di via Montenapoleone: tovaglie, festoni, rose di carta. Al caffè della Rai, corso Sempione, beviamo qualcosa di caldo. Biagi prepara “Terza B facciamo l’appello”. Arriva Mike Bongiorno, sta montando “Rischiatutto”, novità 1970. Parliamo a voce alta per le sirene che corrono in strada. Bongiorno guarda verso il corridoio degli studi e prova a scherzare: “Forse registrano un poliziesco”. Ma le sirene continuano; telefono a Il Giorno. “Corri alla Banca Nazionale dell’Agricoltura. È scoppiato qualcosa. Forse una caldaia. Forse dei morti”. Ma i taxi dove sono? Spariti. Al volo sul tram che non arriva al Duomo: l’ingorgo taglia le strade. Città paralizzata. Un silenzio irreale avvolge Piazza Fontana. La folla aumenta a ogni minuto che passa, tutti parlano sottovoce come in chiesa. Tacciono le nenie degli zampognari: guardano i lampi delle autolettighe con le cornamuse strette al petto. Dalla farmacia vien fuori chi si è fatto medicare. Portano a braccia un giovane carabiniere svenuto nel salone della banca: l’angoscia per i corpi coperti di polvere e di sangue. Il fotografo Massimo Turchetti riemerge dalla hall affumicata: corre al Giorno con la foto simbolo della tragedia. Quel buco nero dall’alto e attorno le rovine.
Nel 1969 non si trasmettevano i giornali in tipografie lontane. Correvano nei camion della notte. L’edizione per Roma chiudeva alle 10 di sera. Nella piccola stanza del direttore Italo Pietra ognuno racconta cos’ha visto: testimonianze parziali che si somigliano. Una domanda tormenta Angelo Rozzoni, vice di Pietra, maniche di camicia rimboccate, matita in mano: spiegare ai lettori chi è stato e perché. “Non è facile…”. Giorgio Bocca mastica la risposta: un’infame provocazione. Dopo processi inutili, imputati e uomini anguilla sgravati per sempre dalla Cassazione, il titolo soffiato da Bocca nella prima pagina del giornale sembra scritto stamattina per ricordare i 40 anni della tragedia mai risolta.
Nei giorni che vengono dopo l’ufficialità conferma l’ipotesi di Guida. Ancora una volta attorno alla sua scrivania ascoltiamo come è morto Pinelli, anarchico volato dalla finestra della questura: suicida per la disperazione di aver fallito. Parla il dottor Allegra e il questore approva piegando la testa.
Neofascisti e identikit
Ma è quel “correre” dell’uomo che ha messo la bomba il dettaglio stonato che non riesco a spiegare. Non va d’accordo col Valpreda dalle gambe molli: ballava e aveva smesso di ballare, la malattia glielo impediva. Pertini, presidente della Camera piange ai funerali. Rifiuta la mano tesa dal questore. Poi la strana telefonata. Gian Luigi Fappanni, 25 anni, neofascista avventuroso, biondo col ciuffo, mi fa sapere, e fa sapere a Gian Luigi Melega di Panorama, di avere segreti dei quali si vuol liberare. Perché proprio noi? Con qualche spillo avevamo raccontato i dubbi sulle prime indagini, e gli amici delle bande nere lo avevano arruolato per passare notizie che incolpassero i protagonisti della destra. Un notaio registra la trappola. Appena i giornali pubblicano i falsi segreti, la beffa della smentita. Si erano presi gioco così di Camilla Cederna: finti campi d’addestramento di Ordine Nuovo in Sardegna. Ci chiediamo : quale ansia li spingeva ad allontanare i sospetti da una destra ancora non coinvolta mentre il “colpevole” Valpreda annaspa in prigione? Controlliamo i racconti di Fappanni. Un giovane italoamericano era in contatto con i gruppi neri di Padova: Giovanni Ventura, Franco Freda. Fappanni e gli altri lo incontravano nella bella casa di Milano alle spalle del Duomo, finestra affacciata su Piazza Fontana. Per due volte li ha portati in gita alla base Nato di Verona. Fappanni ricorda divise importanti e signori in borghese che abbracciavano il loro accompagnatore. Il quale esibiva nelle stanze milanesi ritratti di Hitler e Mussolini. Dovevamo parlargli per capire chi è. Il portiere fa sapere: ha lasciato la casa il 10 dicembre, due giorni prima della bomba. Dov’è appeso il ritratto immenso di Mussolini? “Di fronte alla porta d’ingresso…”. Fappanni sembra preciso. Il portiere ci accompagna. Mobili e quadri spariti, ma in quella Milano fuligginosa resta l’ombra di un quadro nel posto del duce adorato. Non basta. Vogliamo guardare in faccia i committenti. Appuntamento al bar del metrò di Porta Venezia. Piccolo caffè. Due ore prima si riempie di passeggeri senza fretta: autisti, fattorini, cronisti del Giorno. Mauro Galligani (grande fotografo rapito in Cecenia) fissa l’immagine dei signori che salutano Fappanni. Se ne vanno soddisfatti. La ricompensa è un posto alla Citroën di Parigi e soldi per il viaggio e dove dormire. Continuiamo a non fidarci. Fappanni li richiama dalla cabina dei dimafonisti del Giorno. Registrano ogni parola. È proprio vero. Ma chi sono i trappolanti? Angelo Del Boca, redattore capo del giornale, sfoglia le immagini di Galligani: “Piero Cappello, redattore del Borghese…”, torinese come lui. Patrizio Fusar, cronista di nera, riconosce due uomini di Tom Ponzi. Finalmente scriviamo. Ma Il Giorno battagliero e progressista continua a non fidarsi. Di ora in ora la pagina scivola dai piani nobili del giornale all’ultima pagina di cronaca raggelata da un cappello di poche righe: “Fra le tante voci che ogni giorno indicano piste nuove sulle bombe di Piazza Fontana, per dovere di informazione ne raccogliamo una che ipotizza eventuali responsabilità della destra”. Non appare nell’edizione nazionale, inchiesta rimpicciolita nell’edizione di Milano. Fappanni sparisce. Sei mesi dopo la notizia: ha cercato di morire. Sei mesi dopo Freda, Ventura, i fascisti di Padova e Rauti e Zorzi e Ordine Nuovo diventano i protagonisti di chi scava nei bunker del nuovo fascismo alla ricerca della verità mentre servizi più o meno segreti stanno deviando la verità su trame immaginarie. Se l’avessimo capito prima, chissà.
(Sabato 12 dicembre 2009)