sabato 1 dicembre 2007

Il delitto nell’era della globalizzazione


Un italiano, un’americana, un’inglese, uno zairese, un ivoriano: cinque personaggi e un omicidio in cerca di autore. E’ una brutta storia. Da qualunque parte la si analizzi, la morte di Meredit Kercher, ammazzata a Perugia nella notte tra l’1 e il 2 novembre, lascia sconcertati, amareggiati, addolorati. E schifati.


Ho trovato molto interessanti questi due contributi che posto, scritti in tempi diversi e che contengono vari spunti di riflessione. Attenzione alle date, perché nel frattempo qualche situazione è cambiata. Purtroppo l’unica certezza che rimane è la morte di Meredith. Che almeno adesso la ragazza dal dolce sorriso possa riposare in pace.


 


Perugia, quei bravi ragazzi


Lidia Ravera


 


Belli, giovani e benestanti. Di scolarizzazione medio alta. Nel decòr di una delle più preziose città d’arte d’Europa (cioè del mondo, visto che le città d’arte stanno quasi tutte in Europa), Perugia. Benedetti da un vita allegra e gratificante: musica, amici, libertà, studio, soldi, nessuna responsabilità, le famiglie (lontane) che, senza pesare con la loro presenza, rendono possibile la bella vita. Si può tirar tardi, si può fare sesso, si può tirare il sesso oltre i limiti del, già probabilmente consumato fino alla noia, rapporto tra «fidanzatini». Le orgette, gli scambi. Le ammucchiate. La studentessa della porta accanto non ci sta?


Meglio, capace che è anche più divertente. La metti sotto, le fai il mazzo, «niente sesso siamo inglesi» non era il titolo di una commedia? Un po’ di violenza è un eccitante mai provato. Meglio se fa la riottosa, c’è più gusto. Poi qualcosa va storto. E la studentessa della porta accanto muore.


Una specie di «caso Montesi» senza adulti di potere, orizzontale, fra principianti? È uno scenario possibile, per la morte di Meredith. Come è possibile anche l’altro, più classico, che piacerebbe ai leghisti: Patrik Lumumba, di anni 37 secondo alcune fonti, secondo altri 47, congolese e musicista, anche lui d’alto lignaggio (esistono, anche fra i neri), nonché gerente di un locale alla moda: con la sua brutta faccia schiacciata (giudico dalle fotografie) e i capelli annodati di ricci vuole fare sesso con la bella ragazza inglese. Lei non vuole. Lui, in un impeto di rabbia al testosterone, la prende a coltellate.


È una reazione, di questi tempi, sciagurata e conosciuta. Fidanzati che non vogliono essere mollati, ex mariti, innamorati respinti, stupratori a vari titolo convinti di essere ben accolti... non siamo ancora arrivati al getto di acido solforico in faccia come in Pakistan, in Nepal o in Bangladesh, ma certo l’epilogo di sangue è diventato sempre più frequente, anche nel nostro civilizzato paese. Il terzo scenario, quello che vede presunto assassino protagonista (pare che a colpire sia stata una mano maschile) un laureando in ingegneria decisamente bello, decisamente ricco (basta guardarlo) e fidanzato con una specie di Sharon Stone bambina, è una vera ghiottoneria mediatica, in quanto, per i più, sorprendente.


Possibile che, avendo tutto quel ben di Dio, si voglia altro? Possibile che si diventi anche cattivi? A guardare la fotografia dei due fidanzati, Amanda Knox (un nome da top model) e Raffaele Sollecito (un nome da romanzo sulla provincia meridionale), lei di profilo, lui di tre quarti, mentre la macchina della polizia li porta in Questura, quasi sprezzanti nel freddo sguardo assorto dei quattro occhi azzurri, c’è di che interrogarsi sulle nostre adulte fantasie di felicità, sulle nostre nostalgie.


Nessuna condizione, nessun privilegio ci mette al riparo dalla violenza, dalla sopraffazione. Non c’è spiegazione sociologica che valga per tutti. Non ci sono colpevoli collettivi, categorie di comodo che disinneschino la sensazione brutta di un degradarsi progressivo delle relazioni fra donne e uomini, fra ragazze e ragazzi. Non si può dire «i rumeni sono violenti» o «gli albanesi sono cattivi». Non si può dire: «togliamoci dai piedi i Rom». Cioè, si può, ma è inutile. Non ci libererà dal male.


Una seducente studentessa nata e cresciuta a Washington non è l’immagine che ci viene in mente quando sentiamo la parola «extracomunitario», è una straniera di qualità, di quelle coccolate dalla nostra esterofilia. Una turista dai paesi ricchi. Una che ci onora con la sua augusta presenza. Che sia, come già Erika de Nardo (la graziosa biondina sedicenne colpevole d’aver assassinato sua madre e suo fratello nel 2001), una piccola amorale che mente come respira, non ridurrà il suo appeal. Ha inanellato bugie per quattro giorni? Non importa, ci sarà sempre un sito che raccoglie per lei lettere di innamorati: perché è bella, perché è bionda, perché è giovane. Nella nostra società l’immagine è tutto. Ha preso il posto del sacro, della fatica, del sacrificio, del talento, della bontà. L’immagine, e il sangue. Quando i due ingredienti si mescolano l’attenzione si fa spasmodica. Corrono fiumi di parole, si ricostruisce, si analizza, si commenta, si chiosa. Anche se c’è ben poco da dire.


Nei primi sei mesi del 2007 le donne uccise in Italia sono state 57. Quasi dieci al mese. Nei primi sei mesi del 2007, 141 donne sono state vittime di tentato omicidio, 10.383 di lesioni, 1805 di stupro o abuso sessuale. Dovremmo parlare di questo, dovremmo cercare di capire quale disordine profondo, quale terremoto inconscio, produce questo fall out di dolore, questa aggressività fra consanguinei, fra amanti, fra coniugi, fra compagni. Dovremmo cercare di capire perché, a trent’anni dalle lotte femministe che ci hanno conquistato il diritto di esistere emotivamente, di desiderare invece che essere soltanto oggetto di desiderio, ancora oggi, una ragazza, come ai tempi di Maria Goretti, successivamente ordinata santa, non può dire di no, non può opporre un rifiuto a chi vuole servirsi del suo corpo.


Che cosa ci sta succedendo?


l’Unità (9 novembre 2007)


 


... A reti unificate


Antonello Piroso 


Copertina  Tg La7 (22 novembre 2007)


(…) Discorso inverso per il delitto di Perugia. Lì abbiamo la realtà di un omicidio i cui contorni stanno sfumando in memoriali, in mezze ammissioni subito smentite, in diari sotto forma di blog, di foto e video che girano su internet, di suggestioni su sesso, droga e l' "uomo nero". Il tutto dimentico di qualche umana "pietas" nei confronti della vittima (reale), il suo corpo e il suo sangue si smaterializzano in un delirio di sondaggi, controinchieste e processi che rimandano a una "second life", un surrogato dell'esistenza catapultato in una realtà del tutto virtuale. Quindi, un reality show dell'irrealtà. O, se preferite, della realtà tutta da dimostrare.

Quando gli dei vogliono far del male agli uomini, esaudiscono i loro desideri. Volevamo il villaggio globale? Eccoci accontentati. (…)


 

4 commenti:

  1. Scusa se "entro" con un commento non in tema. Dopo parecchio tempo in cui non ci siamo "incrociati" volevo solo salutarti. Spero tu stia bene e sia sereno. Un abbraccio,

    Claudio (Caio)

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  2. Caio, carissimo, una delle persone che più apprezzo. Grazie, grazie per il tuo "commento non in tema" che dimostra molte cose. Contavo di rientrare a breve nei ranghi "tafaniani" dove si incrociano altre persone per bene. Dovrei dilungarmi, ora, per spiegare. Preferisco farlo nel luogo comune, ma grazie ancora Claudio.

    Un abbraccio

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  3. l'articolo della ravera è perfettol ineccepibile. raccoglie con un'analisi lucidissima tutte le contraddizioni di questa società, contraddizioni purtroppo non costruttive, ma pulsioni distruttive.

    a presto

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  4. folata, "pulsioni distruttive" scrivi ed è tristemente vero. Il pezzo della Ravera, bello, interessante e, appunto, completo mi ha subito colpito e mi è sembrato doveroso metterlo qui. Peccato che in tv (intendo con ciò il mezzo più immediato di divulgazione) trovino spazio solo la banalizzazione e le "brunovespate" con la solita compagnia di giro.

    Ciao

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