
Poco meno di 24 ore e poi saprò. Dovrò sapere per diluire l’angoscia devastante e crescente, mentre si approssima l’orlo del baratro e sta per materializzarsi lo spettro della cassa integrazione.
Tutto parte da lunedì, da quando viene affisso in bacheca l’elenco delle persone impiegate nei vari reparti e coinvolte nella cassa integrazione a zero ore per 24 mesi. E anche nel mio reparto, dove lavoriamo in 11, si affaccia il numeretto. E’ uno, certo, ma già sufficiente a creare l’allarme e generare una forte inquietudine.
Nessuno se l’aspettava. Pensavamo di restare defilati, almeno in questa prima fase, quella di più duro impatto, sia per le ridotte dimensioni del settore che per la rilevanza che avrebbe ancora di più assunto nella fase di riorganizzazione.
Ci sbagliavamo, evidentemente, perché non si era tenuto conto delle bizzarrie della neo vicepresidente la quale, disponendo di scarsa e sicuramente inadeguata conoscenza della vita aziendale, ha messo mano alla pianta organica e disposto tagli indiscriminati. Così manca, accanto a quel numeretto, l’abbinamento con il nome che avrebbe già dovuto essere reso noto, ma che inspiegabilmente rimane ancora custodito nelle stanze padronali.
Adesso non so se sia possibile rendere il senso di oppressione, anche, che si avverte, l’insicurezza, l’avvilimento per la mancanza di rispetto verso le persone, Lavoratori, dipendenti, sottoposti, definitele come vi pare, ma sempre di persone si tratta, vulnerate nella loro dignità, trattate alle stregua di numeri di una roulette impazzita che sta girando con la pallina che sobbalza, asseconda gli urti, sbatte sulle pareti e non scende mai nella casellina. Rouge o noir, le jeux sont faits.
Neppure il tempo di iniziare a giocare, di puntare. Ha scelto il banco e ora attende solo che la ruota si fermi per incassare. Perché qui vince sempre il banco e perdono tutti gli altri, quelli che si erano accalcati attorno al tavolo, non per il. gioco, ma per una cosa molto semplice che viene sempre più negata, parcellizzata e precarizzata.
Si sta per decidere la mia sorte, perché quel nome esiste e a nulla valgono anzianità di servizio, modalità d’impiego, mancanza di richiami scritti o verbali, comportamento in sostanza inappuntabile. Della storia aziendale, la mia oppure quella degli altri colleghi, non interessa niente a nessuno. Anche il responsabile di funzione, rimasto a sua volta sorpreso e interdetto, si è sentito messo da parte, scavalcato, irriso quasi nelle sue potenzialità. Sempre che non ci abbia mentito, sempre che non stia facendo un vergognoso doppio gioco. Perché a pensare male non si fa peccato e magari ci si indovina pure, no?
24 mesi a zero ore. Impatto durissimo, anche perché inaspettato in queste proporzioni. Sa molto di sentenza inappellabile, porta con sé tutti i mali del mondo. Poi, a pensarci bene, consideri che di irrevocabile c’è solo la morte che sconti non ne fa di sicuro, che la salute prima di tutto non è una frase fatta anche se poi non è merito tuo. Eppure si tratta di una svolta rilevante nella propria vita, quella che conterrebbe anche le premesse per voltare pagina drasticamente. Una rivoluzione perfino benefica a 30 anni, mentre lo è un po’ meno quando se ne ha qualcuno di più. Pur non dimostrandolo affatto.
Mi verrà perdonata questa sbavatura civettuola, ma devo anche tenermi su in qualche modo. E questo è assai innocuo. Meno, molto meno di una sniffata, certo.
Dietro l’angolo cosa mi aspetta? Perché l’interrogativo, comunque, devo pormelo anche se non venissi abbinato a quel numeretto verso cui confesso l’incompatibilità. Ormai stiamo navigando su una barca dissennatamente votata a sfracellarsi contro un iceberg, senza un timoniere capace e credibile, amarissimo pedaggio che si paga al passaggio generazionale, da padre a figli, alla gestione della ditta. Alle divisioni all’interno della famiglia. Che fatalmente si ripercuotono sui dipendenti.
Anche chi resterà dopo il passaggio di questo uragano (che pure in questo caso ha un nome femminile) non potrà ormai sentirsi più al sicuro, garantito come in tempi ormai andati, quando l’augurio dell’anziano genitore era quello di restare al lavoro, lì al nostro posto, fino all’età pensionabile.
Dietro l’angolo non lo so bene cosa troverò svoltando. Ho avviato cauti contatti, quei pourparler ancora ammantati di “se” e di “ma” e forse per sentirsi effettivamente cassaintegrato, scaraventato nell’inferno della precarietà, occorre viverne la condizione.
Penso anche ai quindici anni (e mezzo) vissuti in quella che, legittimamente, posso ritenere una seconda casa, in virtù delle tante ore trascorse e tralascio le considerazioni da fare sui rapporti umani che si sono sviluppati, sulle conoscenze importanti che ho potuto fare, importanti perché incarnate in persone valide, garbate, intelligenti, dotate in qualche caso di solido carisma intellettuale, l’elemento che mi affascina in ogni persona, se donna poi può anche stordirmi.
Accade così che questo blog potrebbe pure diventare la vetrina di una mutata condizione e fatalmente restarne condizionato. Sperando che non diventi precario anch’esso.