lunedì 15 febbraio 2010

Il pericolo numero 1






Così adesso c’è in circolazione questo volume agiografico sul papi. Un ulteriore passo in avanti verso la beatificazione: primo santo proclamato tale non in limine mortis, ma ancora vivente come parodia umana.


Tragico e ridicolo nello stesso tempo questo periodo che attraversiamo. Tragico per coloro che, come me, ormai disprezzano lui e si suoi servi; ridicolo per le esternazioni, i comportamenti, il potere anche che esercita su menti ormai obnubilate e svuotate di qualunque reattività. E vorrei vedere con tutti i giorni che dio manda in terra a subire in stato catatonico gli amici di Maria, i grandi fratelli e le puttanate eruttate in dosi sempre più massicce.


Stento, tuttora, a trovare anche un minimo brandello di spiegazione plausibile che almeno mi illumini, facendomi intravedere il motivo di ciò che dobbiamo subire. Che so: peccati lontani non scontati a sufficienza, stile di vita sregolato, stupidità acquisita per troppa masturbazione (in luogo della cecità minacciata). Nulla. Eppure quando sto per arrendermi all’assurdità che ha posto questo vecchietto alla guida di un Paese ormai in declino, riesco a trovare un filo rosso che può aiutare nell’opera di comprensione. Non certo a risolvere, ma forse a farsene una ragione sì.


Così dopo il libro, che Marco Giusti commenta con il rigore e la serietà che la circostanza esige, trovo un articolo sull’alfabetizzazione e di come questa stia crescendo nel mondo e, dunque, anche in Italia. L’articolo è del 2008, ma mi si permetta di dubitare fortemente che la situazione possa essere migliorata, soprattutto dopo aver visto l’ennesima ottima inchiesta di Riccardo Iacona sul fallimento della scuola italiana (nei ringraziamenti non si trascurino la somara unica e Treconti o giù di lì). E allora si rafforza un personale convinzione, vale a dire che si renderebbe necessaria l’abilitazione al voto, non determinata esclusivamente dalla cittadinanza e dalla maggiore età. Una patente, da rinnovare con test periodici. Perché poi non sarà certo un caso che il volume della Peruzzo, raffinata casa editrice di cazzate, sia riempito al 90% di foto che anche gli analfabeti capiscono.


A chiudere la trilogia, un pezzo di Massimo Fini che conferma un’altra convinzione: la vergogna, anche da parte degli stessi analfabeti di ritorno, di palesare pubblicamente di aver messo la croce sul nome del papi. Anche perché quella croce pesa addosso a tutti. E, come cantavano i Rokes: “Ma che colpa abbiamo noi”.


 


 


 


 


* COMMENTO   |   di Marco Giusti


      ALBUM FOTOGRAFICO


      Crea e colleziona il tuo Silvio


 


      No. Non possiamo non averlo. Noi amiamo Silvio, come recita la copertina «l'esclusivo libro fotografico, realizzato con le più belle immagini a colori degli eventi storici che hanno visto protagonista il nostro presidente del consiglio Silvio Berlusconi», ci mostra come lui vorrebbe che noi lo vedessimo. Immagine purissima del nostro (verde) amore (bianco) per lui (rosso), dove grazie a Photoshop, lucido, pieno di capelli, è un personaggio senza ombre e senza memoria che non sia quella dell'eterno presente. Altro che Avatar. È un oggetto imperdibile, quasi d'arte, pronto a essere esposto nel Padiglione Italia curato da Vittorio Sgarbi della prossima Biennale.


      O da sistemare assieme alle memorabilia di Mao, Saddam, Ceausescu. Da collezionare, insomma. Del resto l'editore del volume, Alberto Peruzzo, amico e fan di Berlusconi assieme alla moglie Clara, che lui stesso definisce «musa e ispiratrice del libro», è specializzato proprio nei «collezionabili» da edicola, opuscolo fotografico e oggetto da conservare.


      Tra i suoi capolavori: Crea e colleziona le tue candele, con annesse candele, e Insetti. Il primo numero era dedicato alla «Vespa assassina», con la vespa stecchita in allegato. Sapendolo, i ragazzacci in rete hanno stilato elenchi di oggetti da allegare a Noi amiamo Silvio. Vanno da «la maschera di Materazzi» a «il kit del Duomo di Milano in miniatura più trucco e bende per simulare le ferite». Ma l'acquisto può anche garantire il «legittimo impedimento da usare in una causa a tua scelta» o il manuale «1001 modi per evitare un processo». Già definito, in rete, «Muccino al suo apice», «un libro ad personam», «50 pagine di morbidezza», va detto che rispetto al pur notevole Una storia italiana, che ci mandò gratis a casa, questo, venduto a 9, 90 euro, è un passo avanti verso la canonizzazione di Berlusconi. C'è perfino un Credo iniziale: «Noi crediamo nella libertà di impresa, nella libertà di mercato, regolata da norme certe, chiare e uguali per tutti. Ma la libertà non è graziosamente concessa dallo Stato, perché è ad esso anteriore, viene prima dello Stato. È un diritto naturale, che ci appartiene in quanto esseri umani e che semmai, essa sì, fonda lo Stato». Poi una divisione del suo percorso angelico in nove «stazioni», grazie alle quali seguiamo non la sua vita ma solo i trionfi e le glorificazioni. Santini dove compie miracoli, ricuce i rapporti tra Russia e America, stringe la mano a Gheddafi, vince sul terremoto. Diventa partigiano, soldato, Dr. House. Fino all'apoteosi mistica finale.


      Ribattezzato «Noi amiamo Silvio e anche il Photoshop» è ovvio che ogni foto sia frutto di ritocchi che mostrano folle osannanti anche dove non ci sono (nella foto di Piazza Duomo gli hanno aggiunto un mazzo di fiori!), e capelli di ogni tipo e colore. Per non parlare della faccia, con tonalità tra il salmone e il prugna scuro. Peruzzo ha ammesso che lo stesso Berlusconi ha chiesto i ritocchi. «La gente - ha detto - è abituato a vederlo in un certo modo e magari senza quegli accorgimenti non l'avrebbe riconosciuto». E chi poteva essere, Spiderman?


      L'opera esce mentre trionfa Avatar, in tv vanno forti le vite dei santi (Sant'Agostino) e nei negozi si vende il videogioco Dante's Inferno che si prende un bel po' di libertà con angeli e diavoli. Puro libro di santificazione, senza l'ombra di barzellette e di escort, non lo mostra mai assieme a una donna. Scompare anche Veronica. Come se non esistesse una sua vita sessuale. Nella «stazione» 8, che racchiude «Televisione Governo e Famiglia», per lui sono la stessa cosa, è ritratto assieme ai figli. Il solo amico è Felice Confalonieri. Li vediamo a pesca in barca come fossero Jack Lemmon e Walter Matthau. In questo nuovo Paradiso Italiano, il mondo della tv non è fatto solo da Mediaset, ma da Rai&Mediaset, fuse assieme per la sua gloria. Così riscrive la storia televisiva, la nostra non solo la sua, da padrone e creatore di tutto il visibile. Perfino della nostra memoria.


      La foto di apertura lo mostra assieme ai due martiri Rai, Pippo Baudo e Raffaella Carrà, che firmano il loro passaggio a Mediaset. Lui ha un folto capello nero in testa goffamente disegnato. Le foto di oggi lo ritraggono a Porta a porta accanto a Bruno Vespa. Quello è il presente da ricordare. Il suo passato televisivo è composto da vecchie foto sbiadite dove, plastificato e con peluria versione 2000, si stringe a zombi del passato: Mike, Funari, Biscardi. Solo con Iva Zanicchi si mostra coi suoi veri capelli. In una foto del 1982 sul set di Premiatissima lo vediamo davanti a fantasmi della tv, Johnny Dorelli, Gianfranco D'Angelo, Gigi e Andrea.


      I politici non sono trattati meglio. Pesantissimo è il ritocco dei capelli nella foto con Bettino Craxi, mentre è più a suo agio con Indro Montanelli, Gianni Agnelli e Massimo D'Alema, unico politico dell'opposizione che goda di una citazione. Per il resto, Casini è scomparso, idem i colonnelli vecchi e giovani di Forza Italia. Via Bondi, Cicchitto, Ghedini, La Russa. Ma Giovanardi, Ronchi e la Meloni sono ripresi senza pietà accanto a un lui ricolorato. Un po' meglio la foto con Letta e Schifani e, ovviamente, quella con Bossi e Fini. A Fini spetta un paginone uguale a quello dove incontra Ratzinger (di Wojtyla non c'è traccia).


      Obama è trattato pure peggio. Lo vediamo quasi sempre di spalle. Tutto è studiato per la costruzione dell'immagine del nostro. Mai di spalle. Mai senza capelli e trucco. Del resto l'immagine che più teme è quella che lo vede in tribunale. Le immagini di Craxi e Forlani incalzati da Di Pietro ne hanno distrutto l'autorevolezza. Berlusconi lo sa e teme quell'immagine forse più del processo stesso. Grazie a Peruzzo Editore, in versione Multimedia, esiste pure uno spot molto visto su Mediaset e su You Tube, dove i ragazzacci ne hanno fatta una versione tarocca, Noi non amiamo Silvio. Probabilmente è lo spot la vera idea mediatica di tutta l'operazione. Come lo è per i «collezionabili» estivi di Peruzzo o Del Prado, che così si assicurano una rapidissima vendita dei primi due-tre numeri delle collane. Grazie allo spot, rilancia la sua campagna elettorale senza esserci, senza apparire nei cartelloni stradali. E senza andare nei rischiosi talk show politici. Che ci vadano Bondi, Lupi e Ghedini. Ma c'è di più. Il ferimento di Tartaglia con il Berlusconi sanguinante e impaurito di Piazza Duomo, immagine esclusa dalle figurine di Peruzzo, deve aver scalfito profondamente il senso di onnipotenza del nostro, al punto che ha sentito il bisogno di un amore di carta e di una riappropriazione mediatica della piazza solo virtuale. Lo fa con i metodi che conosce. Il porta a porta mediatico, da commesso viaggiatore dei collezionabili Peruzzo è uno di questi. Non è detto che non sia il più efficace.

(6 febbraio 2010)


 


 





 


Analfabeti, un popolo in crescita


 


FOCUS ISTRUZIONE E SOCIETÀ *** NEL MONDO SONO OLTRE 750 MILIONI LE PERSONE CHE NON SANNO NÉ LEGGERE NÉ SCRIVERE. DUE TERZI SONO DONNE, 72 MILIONI DI BAMBINI IN ITALIA 782 MILA PERSONE SI SONO DETTE INCAPACI ANCHE DI FARE LA PROPRIA FIRMA, OLTRE 5 MILIONI NON HANNO LA LICENZA ELEMENTARE




Sono quasi sei milioni, altri 13 a rischio. Chi non si esercita va indietro di 5 anni

Tra pochi giorni, 1’8 settembre, 1’Unesco celebra la giornata mondiale per la lotta all’analfabetismo. E subito il pensiero va all’Africa dove si concentra gran parte degli oltre 750 milioni di «illetterati» presenti sulla Terra (due terzi sono donne, 72 milioni di bambini non sono mai andati a scuola). Ma la Giornata ha un senso anche per l’Italia, dove questa è una battaglia tutt’altro che vinta. Anzi, per certi aspetti, è una sfida nuova. Perché accanto al plotone di «vecchi» analfabeti sta nascendo un nuovo esercito di giovani e adulti.


Un magistrato di Firenze, Silvia Garibotti, ha raccontato dei numerosi casi in cui i testimoni non sono in grado di leggere la formula di rito. Attilio Paparazzo, responsabile nazionale Cgil scuola, riferisce che «spesso i bidelli che arrivano in provveditorato per iscriversi nelle graduatorie scolastiche fanno fatica a inserire i propri dati o a leggere il modulo “sono cittadino italiano, dichiaro di aver assolto gli obblighi di leva”». Un esercito, insomma, del quale fanno parte quanti leggono e scrivono in modo talmente limitato da non riuscire a compiere le funzioni di base per essere cittadini a pieno titolo. Perché oggi l’alfabeto non basta più per orientarsi nella vita di tutti i giorni.


C’è chi ha bisogno di un appoggio per compilare un bollettino postale o per capire il senso di un testo anche breve. Basta appostarsi a una qualsiasi stazione ferroviaria per accorgersi di quanti per acquistare il biglietto preferiscono la coda allo sportello piuttosto che seguire le istruzioni di una macchina con tempi d’attesa pari a zero. C’è chi non riesce a scrivere due righe di presentazione per cercare un posto di lavoro. L’Unesco li definisce «analfabeti funzionali»: un terzo degli italiani lo è, secondo alcune ricerche internazionali. E un altro terzo rischia di diventarlo. Sono molti di più dunque rispetto ai «vecchi» analfabeti che l’Istat stima in 782mila. Se però, come ha fatto l’Unla (associazione nazionale per la lotta contro l’analfabetismo), a questi si aggiungono coloro che hanno frequentato soltanto qualche anno di scuola senza arrivare alla licenza elementare, si arriva a sei milioni di persone.


Non solo. Il presidente storico dell’Unla Saverio Avveduto si spinge oltre, ricordando la regola del «meno cinque»: se le conoscenze acquisite a scuola non vengono utilizzate regrediscono di cinque anni rispetto al livello massimo raggiunto. Ecco così che fra gli analfabeti si può far rientrare buona parte di coloro che si sono fermati alla licenza elementare. E il numero finisce così per sfiorare i 20 milioni di persone: il 36,5% della popolazione, fra chi non è mai andato a scuola e gli analfabeti di ritorno. Un approccio, quello dell’Unla, contestato da più parti (non è detto, si è obiettato, che chi si ferma alle elementari non tenga vive per conto suo le competenze sviluppate) ma nella sostanza «non fallace», secondo il linguista Tullio De Mauro.


Che un terzo della popolazione italiana sia analfabeta è stato confermato anche da due ricerche internazionali che non si basano su autocertificazioni, ma sull’osservazione diretta degli intervistati e delle loro effettive capacità, a prescindere dal livello di istruzione dichiarato. Le hanno condotte Statistic Canada e Ocse, sottoponendo a campioni di popolazione adulta (16-65 anni) questionari graduati: uno preliminare e cinque con difficoltà crescente. Risultato della prima indagine (Ials, International adult literacy studies): quasi il 5% della popolazione italiana adulta non è in grado di affrontare qualsiasi tipo di questionario scritto. Si tratta di due milioni di persone. Il 33% di quelli che rispondono al questionario si ferma al primo gradino della scala di valutazione. Un secondo 33% fa un passo in più nella lettura e comprensione dei testi e raggiunge il secondo livello: abbozza soltanto qualche risposta.


Dalla seconda indagine (All) l’analfabetismo funzionale di ritorno appare dove meno lo si aspetta: fra i laureati (20%) e i diplomati (30%). La stessa indagine indica che meno del 20% degli italiani supera quel livello minimo di capacità alfabetiche che servono a orientarsi in una società moderna, contro percentuali del 50% in Svizzera e Usa, 60% in Canada e 64% in Norvegia. Complice di questa situazione la dispersione scolastica. «Il dato più sconvolgente - spiega Marco Rossi Doria, “maestro di strada” a Napoli e membro della commissione sull’esclusione sociale che sta per consegnare il suo rapporto annuale al Parlamento - è che il 21,9% dei ragazzi tra 16 e i 24, uno su cinque, appartiene agli early school leavers, giovani che non hanno raggiunto una licenza di scuola media superiore né una qualifica professionale». In Europa la media è del 14,9%. E pensare che 1’obiettivo europeo stabilito a Lisbona nel 2000 è che ogni Stato scenda sotto il 10 per cento entro il 2010. «I fallimenti a scuola - spiega Rossi Doria - si concentrano nelle aree del Mezzogiorno dove, a differenza che al (Centro-Nord e in parte della Sardegna, non vengono compensati da iscrizioni alla formazione professionale». In Italia, secondo l’Istat, lavorano 144.000 bambini tra i 7 e i 14 anni. Ma per l’Ires (e per la Cgil) la cifra arriva a 400mila bambini.


Per questo la giornata dell’alfabetizzazione è un’occasione per rilanciare campagne contro il lavoro minorile, come quella Stop child labour. School is the best placet to work ispirata dalla Ong indiana MV Foundation e promossa in Europa da Alliance2015, network europeo di sei Ong impegnate nella cooperazione allo sviluppo, tra cui il Cesvi per l’Italia. Anche la «base» si mobilita: un gruppo di studenti di San Salvario a Torino ha scritto una lettera agli allievi del biennio di tutta Italia perché si uniscano a loro nella richiesta di una scuola più seria. Li segue Domenico Chiesa, insegnante di filosofia e pedagogia in pensione, e per anni consulente del ministero: «Nel ‘900 la scuola elementare è stata un baluardo contro l’analfabetismo, in un mondo contadino e artigiano bastava. Per battere l’analfabetismo di oggi bisogna ripensare la scuola media e superiore in modo che riesca a dare le basi culturali di fondo e stimolare la voglia di apprendere. Mica può farlo Piero Angela».


Alessandra Muglia


(6 settembre 2008)


 




Chi si vergogna di votare Berlusconi


 Con Berlusconi si manifesta un singolare fenomeno, già noto ai tempi della Democrazia cristiana. Negli anni Sessanta e Settanta erano rarissimi quelli che ammettevano di votare Dc. Ma il partito del "Biancofiore, simbol d’amore" prendeva regolarmente, a ogni elezione, il 30 per cento dei suffragi. Evidentemente chi lo votava se ne vergognava.


Così è con Berlusconi. Nei bar, nelle palestre, in piscina, ai bagni o in qualsiasi altro ritrovo pubblico che raccolga un po’ di gente, nessuno, anche quando il discorso cade sul politico, dice di votare Berlusconi.


E anche fra i giornalisti, a meno che non siano i giannizzeri del Giornale, di Libero, di Panorama, e pure qui non sempre, nessuno ti dice apertamente che sta con Berlusconi. Un poco se ne vergognano, anche loro.


Ma i berluscones si smascherano in modo indiretto. Se uno ha in orrore Di Pietro, considerandolo il vero "cancro morale" di questo paese, è molto probabile che sia un berluscones. Se vi aggiunge Marco Travaglio ne hai quasi la certezza. Se ci mette anche Giorgio Bocca è matematico.


Per Di Pietro la cosa si capisce, perché è l’unico, vero, contraltare politico del Cavaliere e, per soprammercato, porta avanti il discorso della legalità. E i berluscones detestano la legalità, naturalmente quando si pretende di richiamarvi "lorsignori", per gli altri c’è la "tolleranza zero".


Sono i liberali alla Ostellino, alla Galli della Loggia, alla Panebianco, i liberali da Corriere della Sera (scriveva un indignato Panebianco ricordando l’orribile stagione di Mani Pulite: "L’opera di repressione non doveva più occuparsi prevalentemente, come aveva sempre fatto, dei ‘deboli’ e dei reietti, ma poteva rivolgersi anche ai potenti" – Corriere della Sera, 20/9/1999 – e in un altro pregevole scritto "Non parliamo d’altro che di 'corruzione', 'concussione', 'abuso di ufficio' e non ci accorgiamo dei reati di vero allarme sociale che sono quelli della microcriminalità", e ancora "La legalità, semplicemente non è, e non può essere, un valore in sé" – Corriere, 16/3/1998).


Peraltro l’orrore per il "giustizialista" (altra parola magica che smaschera il berluscones occulto) Di Pietro è un poco contraddittorio. L’intera classe politica attualmente in sella, berluscones in testa, non esisterebbe se non ci fosse stato il "giustizialista" Di Pietro. Particolarmente grottesca è l’avversione a Di Pietro degli ex Msi, ex An, oggi Pdl che, dopo essere stati espunti per decenni dalla politica con la truffa dell’"arco costituzionale", tornarono all’onor del mondo proprio grazie a Mani Pulite.


Dove sarebbe oggi, senza Di Pietro, per esempio l’onorevole La Russa, disonorevole ministro della Difesa? Sarebbe ancora nelle catacombe a fare il "cattivo maestro" di ragazzi che poi, sotto quelle suggestioni, andavano magari a rovinarsi tirando qualche bombetta (Murelli e Loi).


Travaglio è scontato. Sulla legalità ha un rigore torinese, jansenista. Sia a destra sia a sinistra per la verità, ma il berluscones non va tanto per il sottile. Quando però gli chiedi cosa rimprovera a Travaglio, farfuglia. Il massimo che riesce a dire è che "con i libri su Berlusconi ci ha fatto i soldi". Che è come dire che Sciascia non doveva fare le denunce di Todo modo perché quel libro ha venduto.

Ma il più incomprensibile, e quindi il più significativo, è Giorgio Bocca. Se in una conversazione salta fuori, per qualsiasi motivo, il nome di Bocca, il berluscones occulto cade in deliquio, fa il ponte isterico, gli viene la schiuma alla bocca e manca poco che venga preso da una crisi epilettica. Eppure Bocca è stato il primo giornalista italiano di sinistra, ma anche non di sinistra, a denunciare sul Giorno, in un memorabile reportage degli anni ‘60, che cosa fosse realmente la gloriosa Unione Sovietica.

Meriterebbe un posto d’onore nel mondadoriano e berlusconiano opuscolo "Il libro rosso degli orrori del comunismo". Invece i berluscones lo odiano. E si vedono anche delle sciacquette del giornalismo nostrano, gente che ha cominciato a scrivere editoriali, cioè temi da liceo, a vent’anni, e a trenta, non avendo fatto alcuna esperienza sul campo, non san più che dire, storcere il naso di fronte al nome di Giorgio Bocca e alla sua straordinaria carriera che gli permette, alle soglie dei novant’anni, di essere ancora perfettamente lucido sulla pagina.


"Non devo alcun rispetto a Bocca" scriveva tempo fa un pinchetto di cui non ricordo il nome, poniamo un Facci qualsiasi, mentre dovrebbe fare i gargarismi prima di pronunciare il suo nome invano. Comunque sia un indizio è un indizio. Tre indizi (Di Pietro, Travaglio, Bocca) fanno una prova.


Quindi se vi capita in casa un tipo mellifluo, che affetta equidistanza, ma quando sente i nomi di quei tre ha reazioni da demonio finito in un’acquasantiera, potete andare sul sicuro: è un berluscones doc. E cacciatelo a pedate nel culo perché non ha nemmeno il coraggio civile di essere ciò che è.


Massimo Fini


(11 febbraio 2010)


 


 


 

sabato 13 febbraio 2010

Che un qualunque dio li fulmini!











Bertoladri




MARCO TRAVAGLIO


 


Più intercettazioni escono, più si capisce perché le vogliono abolire. Non c’è niente di meglio che ascoltare la nostra classe dirigente, anzi digerente, e i nostri imprenditori, anzi prenditori, per capire da chi siamo governati. Eppure, grazie alle inchieste di Espresso, Repubblica, Annozero, Report e Il Fatto, chi fossero Bertolaso e la sua band si poteva intuirlo.


Solo un’informazione serva e salivare poteva scambiare questo bluff semovente, travestito da calciatore della Nazionale, per “un servitore dello Stato nel mirino dei giudici” (Vespa, Pompa a Pompa), “il virgilio delle catastrofi, la straordinaria normalità, jeans&polo, voce piana e forte appeal, l’uomo che piace a tutti tranne che ai magistrati che provano a inzaccherargli la divisa” (Mario Giordano, Libero anzi Occupato), “un efficace organizzatore” (Sergio Romano, Pompiere della Sera), “un tecnico capace ed efficiente” (Littorio Feltri, il Geniale), “l’homus berlusconianus (sic), quello del ‘basta con le chiacchiere’, della politica del fare, dei metodi spicci, lo zar di tutte le emergenze” (Peppino Caldarola, Il Riformatorio), “un uomo che fa del bene e quindi viene perseguitato” (il Banana).


Ora, grazie alle intercettazioni, anche i non vedenti e i non scriventi sanno chi è e di chi si circonda: un cenacolo di stilnovisti che, molto fisionomisti, si autodefinivano “cricca di banditi”, “immersi in un liquido gelatinoso ai limiti dello scandalo”, “combriccola”, “gente che ruba tutto il rubabile”, “bulldozer”, tipi “da carcerare”. Infatti sono stati accontentati.


Siccome anche la toponomastica ha un peso, l’appaltatore-elemosiniere di Bertolaso, Diego Anemone, risiede in via Regalìa: più che un indirizzo, una vocazione. Infatti, per rastrellare contanti per gli incontri con San Guido, si rivolgeva a un prete, don Evaldo, per gli amici “don Evà”. Ma le mazzette erano soprattutto in natura, ultima evoluzione di Tangentopoli: fuoriserie e aerei a sbafo, ristrutturazioni e divani gratis, escort e massaggi tutto compreso, assunzioni di figli e domestici. Ecco, la famiglia prima di tutto: Angelo Balducci, uno dei BertoBoys, tenta di piazzare il figlio: “Compie 30 anni e io mi chiedo come padre: che ho fatto per lui? Un cazzo”. Un genitore esemplare. La regola è non pagare mai il conto: quando Anemone in versione marina organizza soggiorni all’Argentario per Carlo Malinconico, segretario generale di Palazzo Chigi e poi presidente degli Editori di giornali, precisa: “Mi raccomando, non è che si distraggono e gli fanno il conto!”. Non sia mai. In altre telefonate sembra di riascoltare i furbetti del quartierino. Fazio: “Ho messo la firma”. Fiorani: “Tonino, sono commosso, io ti ringrazio... ho la pelle d’oca... ti darei un bacio sulla fronte ma non posso farlo... prenderei l’aereo e verrei da te, se potessi”. Ora un altro dei BertoBoys, Fabio De Santis, meravigliosamente definito dalla burocratjia della Protezione civile “soggetto attuatore”, dice ad Anemone: “Dammi un bacio sulla fronte”. Anemone va un po’ più in giù: “Dove vuoi, pure sul culo se mi dai una buona notizia”. Altri ingredienti ricordano i sistemi di Bancopoli, Calciopoli e Parmalat, col controllo sulle sole variabili impazzite rimaste: non il Pd, figuriamoci, ma i pochi giornalisti e magistrati che ancora fanno il proprio mestiere.


Il giornalista spione riferisce quel che sta per scrivere Fabrizio Gatti sull’Espresso, mentre – secondo l’accusa – il procuratore aggiunto di Roma Achille Toro spiffera notizie agl’indagati (l’avevano già pizzicato nel caso Unipol, infatti coordinava le indagini sui grandi eventi).


Completano il quadro le “ripassate” di Bertolaido a Francesca e a un’altra signorina (“una fisioterapista di mezza età”, garantisce il premier, sempre informatissimo), ma a scopo di “terapia” per “riprendermi un pochettino”. E aggiungono un tocco di berlusconianitudine al tutto (il listino del Beauty Salaria include il “trattamento fango”, 65 euro tutto compreso). Ce n’è abbastanza per l’immediata nomina di San Guido a ministro, con legittimo impedimento incorporato: un Bertolodo.


(12 febbraio 2010)


 


 


Fate schifo


di Antonio Padellaro


 


La peggiore storia italiana ci ha abituati a ruberie di ogni genere da parte di affaristi manigoldi in combutta con politici degni compari. Ma non si ricorda una scena come quella dei due costruttori amici di un amico della Protezione civile. Esultanti per il terremoto che ha appena spianato L’Aquila. Raggianti al pensiero della fetta a loro destinata nel bottino della ricostruzione. Quei due rappresentano lo spirito di un tempo triste dove, per dirla con un altro "imprenditore" a fauci spalancate: "Possiamo pigliare tutto quello che ci pare". Purtroppo è così: tutto è permesso alla "cricca dei banditi e degli appalti", altra autodefinizione ribalda di chi, vivendo nel paese delle immunità e delle impunità, si sente giustamente al sicuro: e a noi che ci tocca, e a noi chi ci tocca? Finché un giorno la magistratura scoperchia il pentolone dei grandi eventi trasformati in emergenze nazionali per meglio distribuire montagne di quattrini in deroga a leggi e controlli. E accusa un gruppo di pubblici ufficiali di avere asservito la loro delicata funzione, che comporta la gestione di enormi poteri e di rilevantissimi importi, in modo totale e incondizionato agli interessi di tal Anemone, costruttore romano. Ci interessa poco sapere che tipi di massaggiatrici frequenti Bertolaso. Fatti suoi. Altre sono le domande che lo riguardano visto che di quella Protezione civile intrisa di "corruzione gelatinosa" e assalita da torme di anemoni affamati, il capo onnipotente è lui. Nella consueta tirata contro i pm che "devono vergognarsi", questa volta il lord protettore Berlusconi non ha tenuto conto dello schifo di cui si è fatto interprete il sindaco de L’Aquila. Un sentimento largamente collettivo. Il limite della decenza è stato superato.


(12 febbraio 2010)















Il filo rosso di


Concita de gregorio


l’Unità


12/02/2010



 


Gelatina tossica




Non è esatto dire che Guido Bertolaso sia un clone minore di Silvio Berlusconi. Non è esatto dire che il premier si sia servito di lui. È piuttosto il contrario: è Bertolaso, moderna incarnazione di una stirpe resistentissima e longeva che da sessant'anni domina il Paese, ad essersi mimetizzato nel berlusconismo assumendone le forme per attraversarlo indenne e naturalmente - come è nelle caratteristiche della sua specie - sopravvivergli e continuare in silenzio a regnare. Guido Bertolaso è l'ultimo erede di quel potere democristiano sotterraneo, discreto e granitico, ecumenico e devoto, capace di fare affari con una mano e la carità con l'altra che ha occupato da sempre i posti chiave del Paese - governasse la destra o la sinistra - le segreterie generali, i gabinetti centrali, le amministrazioni periferiche. Le gerarchie vaticane, le potentissime massonerie ecclesiastiche, i costruttori e i banchieri, le nobildonne devote e i cardinali. Andreotti il sole, naturalmente, e giù giù i suoi discepoli ovunque disseminati negli schieramenti fino a Gianni Letta, che di Bertolaso è difatti il mentore. Una volta attorno al sole c'erano costruttori e faccendieri, Sbardella e Evangelisti: più rozzi, del resto ancora non esistevano le Spa del benessere e le escort non si chiamavano così. Poi il business è diventato la sanità, insieme le emergenze nazionali. Gli eventi. La provvisoria comparsa sulla scena di Silvio Berlusconi - vent'anni nell'eternità democristiana sono un attimo - ha solo avuto l'effetto per così dire di «modernizzare» l'aspetto dell'uomo della Provvidenza. La mimesi di cui per tradizione e per darwiniana necessità i dc sono capaci ha indotto Bertolaso ad assumere, di questo tempo, usi e costumi: una certa protervia, la presunzione di impunità di chi è al potere, la frequentazione di giovanotti che commerciano protesi o laterizi, che provano ad entrare nel giro facilitando gli affari con «donne e cocaina» secondo la scuola Tarantini ma anche con macchine, case, vacanze all inclusive. Lo stile del tempo, lo stile smeraldo. La consistenza gelatinosa di quello che una volta era il roccioso giro andreottiano ha ora i contorni di un budino e la moralità di una medusa. Gente che ride la notte del terremoto, mentre centinaia di persone agonizzano sotto le macerie, perché già sente il tintinnare dei soldi. Dirigenti messi lì da altri dirigenti più potenti che in cambio chiedono che si sistemi il figlio, e poi l'amica e la cognata. Una quantità impressionante di figli sistemati in ogni dove, a ogni latitudine politica. Club per il relax costruiti abusivamente, sempre secondo lo stile che si fa un po' come ci pare perché comandiamo noi, luoghi di incontro divisi per filiere di frequentatori: questo dei massaggi di Francesca in area destra cattolica, per esempio. Regole spazzate via come nastri di un pacco regalo, così si fa prima. Berlusconi passerà, prima o dopo. Più difficilmente passerà il disastroso degrado civile in cui ha precipitato il Paese e che gli epigoni di Andreotti, oggi difesi dai suoi stessi avvocati, hanno cavalcato. Scardinare questo, rompere il sistema di potere sotterraneo che dal dopoguerra a oggi resiste e si reincarna è compito molto più arduo. È ormai gelatina, del resto. C'è sempre chi ne ingrassa. A scioglierla si rischia di far venire giù tutto, ma tutto davvero. Sarebbe l'ora.


(12 febbraio 2010)


 







 Ripubblichiamo il profilo di Bertolaso pubblicato sul "manifesto" del 1 luglio 2009, quando di scandalo ancora non si parlava.


 


Bertolaso, l'emergenza fatta persona


Gabriele Polo


 


Un uomo per tutte le emergenze, in un paese che d'emergenza vive. Quella di Viareggio è solo l'ultima chiamata per Guido Bertolaso e il suo piccolo esercito della Protezione civile: 700 funzionari, 300.000 volontari pronti a occuparsi di tutto, dalle crisi idriche ai terremoti, dai vertici internazionali allo smaltimento dei rifiuti e ai netturbini in sciopero. Uno stato nello stato cui compete qualunque evento - naturale o umano - che abbia bisogno di un intervento immediato. Con il potere di muoversi al di fuori di ogni controllo istituzionale «normale», se non quello della presidenza del consiglio.


Uno dei casi più clamorosi è datato 28 marzo 2003, durante l'invasione americana dell'Iraq, quando il governo (Berlusconi) dichiarò lo stato d'emergenza su tutto il territorio nazionale, affidando al capo della Protezione civile (Bertolaso) «la tutela della pubblica incolumità» in quanto «delegato del Presidente del Consiglio». Il decreto non conteneva nemmeno la data di scadenza della «delega», ma c'era la guerra e quasi nessuno ci fece caso - fatte salve un paio di interrogazioni parlamentari dell'opposizione. Cosicché, almeno in teoria, l'Italia è ancor oggi in «gestione straordinaria».


Del resto quella era la conseguenza di una logica che ha cambiato la stessa natura dello stato: da quando è stata istituita (febbraio 1992) la Protezione civile ha aumentato a dismisura le sue funzioni, i suoi poteri e i suoi interventi, come ente preposto al coordinamento emergenziale di polizia, carabinieri, vigili del fuoco, guardia di finanza e quant'altro. E anche se il bilancio corrente su cui può contare il dipartimento diretto da Bertolaso è contenuto - 142 milioni di euro per il 2009 - la quantità di denaro che gestisce è incalcolabile, flessibile e dilatabile a dismisura: perché a ogni dichiarazione di crisi corrisponde uno stanziamento straordinario, da gestire in estrema libertà d'appalto. Difficile che qualcuno osi interferire con le gestioni delle emergenze - che in quanto tali tendono a rispondere solo alla legge divina -, anche se ogni tanto qualche giudice si imbatte in imbarazzanti relazioni d'affari che aprono altrettante inchieste, come quella barese che indaga sul rapporto tra i vertici della Protezione civile e Giampaolo Tarantini (l'uomo delle escort per Palazzo Grazioli) a proposito di protesi.


Negli ultimi dieci anni la Protezione civile ha avuto nelle sue mani la gestione di ben 592 dichiarazioni di stato d'emergenza, in alcuni casi piccole siccità, in altri devastanti terremoti. E, sempre, ha steso sul territorio interessato una presenza che, per «garantire l'integrità della vita, i beni, gli insediamenti e l'ambiente» - come recita la legge 24 febbraio 1992 - si è trasformata in una struttura di controllo più invasiva di ogni altro settore dello stato e, soprattutto, con un grande grado di autonomia. Dando al suo capo una discrezionalità difficilmente discutibile. A carattere bipartisan.


Bertolaso è stato per la prima volta al vertice della Protezione civile tra il 1996 e il 1997, con il primo governo Prodi. Poi ha gestito il grande evento targato Rutelli come Commissario per il Giubileo del 2000. Per tornare a capo della Protezione civile nel 2001 con il governo di Giuliano Amato e rimanervi passando attraverso un Berlusconi-2 e un Prodi-2. Con l'attuale esecutivo Berlusconi, Guido Bertolaso è stato promosso sottosegretario alla Presidenza del Consiglio sull'onda dell'emergenza rifiuti in Campania. Un salto di status che l'ha portato a essere il vero governatore dell'Abruzzo terremotato, incaricato di tenere assieme l'emergenza delle tendopoli con il G8 dell'Aquila, gli appalti per la costruzione delle «abitazioni provvisorie» con il grande business della ricostruzione vera e propria, garantendo al governo il controllo paramilitare della provincia aquilana, esautorando tutte le autorità locali, nel mentre di una radicale trasformazione del tessuto urbanistico e sociale. Un'impegnativa escalation, che non gli ha impedito di continuare a occuparsi dell'emergenza vulcanica delle Eolie, di quella immigrati a Lampedusa, dei mondiali di ciclismo e persino della bonifica del relitto della Haven. Di qualunque cosa serva per la gestione del paese. Con quali risultati è tutto da vedere: l'importante è il metodo, per il merito si vedrà.


(1 luglio 2009)


 


 
















FRONTE DEL VIDEO



 


di Maria Novella Oppo


 


L’invasione dei Berluscloni


E così, ora, i lavoratori sardi che hanno perso o stanno per perdere il posto di lavoro, sanno come sono stati spesi gli oltre 300 milioni di euro della Maddalena. E i terremotati sanno con quanto entusiasmo gli amici di Bertolaso abbiano accolto le prospettive di guadagno delle new town berlusconiane. Mentre la ricostruzione dell’Aquila non è ancora iniziata. Valanghe di soldi pubblici sono entrati nelle tasche di pochi italiani e usciti dalle tasche di tutti noi. A questo punto, che Bertolaso abbia intascato o no, è secondario. Le responsabilità sono evidenti e il delirio di onnipotenza inferiore soltanto a quello di Berlusconi. Anche noi telespettatori, del resto, abbiamo assistito passivamente allo strapotere del boss della protezione civile, talk show dopo talk show. Fino alla recente visita ad Haiti in diretta tv e alla prova di supponenza ai danni niente meno che dell’America di Obama. Come berlusclone ora Bertolaso è perfetto.


(12 febbraio 2010)


 


 


 


mercoledì 10 febbraio 2010

Il villano







Apro “il Fatto” e leggo che: il senatore Dell’Utri ammette, in un’intervista a Beatrice Borromeo, di essersi candidato per sfuggire alla galera; che il papi superottimista se la spassa acquistando la 28ª villa e che in Iran sono irritati (chiaro eufemismo) con lo stesso plutocrate, tanto da assaltare l’ambasciata italiana al grido di “Morte all’Italia e morte a B.”. Solo per quest’ultimo afflato di entusiasmo mi verrebbe da proporre gli “attaccanti” per la cittadinanza italiana (e il conseguente diritto di voto). Magari è la volta buona che…


L’attenzione si è concentrata sul carrello che ha riempito il papi (il papi-carrello cioè) e il disgusto ormai incontenibile per lui e i suoi servi più bavosi che mai. Tra costoro colloco naturalmente quei milioni di connazionali che hanno permesso questo scempio e che non potranno mai essere miei amici. Triste doverlo ammettere ed è anche questo un segno dei tempi cupissimi che stiamo vivendo.


 



VE LA DO IO LA CRISI


L’Italia è al palo? E B. si regala la reggia n° 28 del suo parco. Il tesoro Fininvest e il record su “Forbes”: la chiamano politica.


di Gianni Barbacetto


 


Il suo ultimo acquisto, Villa Gernetto di Lesmo, in Brianza, è la dimora numero 28, ultima di una serie che parte da Villa San Martino ad Arcore, passa per Villa Belvedere a Macherio, Villa Certosa in Sardegna, Villa Campari a Lesa sul Lago Maggiore, e arriva fino alle ben sette ville caraibiche di Antigua. È chiaro che l’ottimismo di Silvio nei confronti della crisi è giustificato: gli affari, a lui, vanno a gonfie vele. La classifica di Forbes gli attribuisce oggi un patrimonio personale di 6,5 miliardi di dollari (4,7 miliardi di euro) che lo rende il 2° uomo più ricco d’Italia (lo batte solo Michele Ferrero, della Nutella) e il 70° nel mondo. In ascesa: ha scalato ben venti posizioni rispetto alla classifica dell’anno precedente. Il suo gruppo, a valori di Borsa, anche in un periodaccio come quello che stiamo vivendo, pesa 6 miliardi di euro. Un tesoro custodito da sette holding che controllano l’intero capitale Fininvest, il quale a sua volta controlla la maggioranza di Mediaset, Mondadori, il Milan e una bella fetta del gruppo Mediolanum. Il malloppo è stato diviso tra i figli nel 2005. A ciascuno poco più del 7% di Fininvest, attraverso la Holding Italiana Quarta (Marina), Quinta (Pier Silvio) e Quattordicesima (Barbara, Eleonora, Luigi). A Papi resta saldamente in mano il restante 64%, oltre alla collezione di ville, proprietà personali e diritti cinematografici collocati nelle società Dolcedrago e Idra, anche se ora il “divorzio per colpa” potrebbe rimettere tutto in discussione.


Quello che non si discute è la progressione geometrica con cui Silvio ha accresciuto la sua ricchezza nei 15 anni di attività politica. Era partito nel 1993 in una situazione quasi disperata. Finita la fase espansiva degli anni Ottanta, il mercato della pubblicità televisiva era entrato per la prima volta in affanno. Nello stesso tempo, per la prima volta era filtrata all’esterno la gravissima situazione debitoria della Fininvest. Dopo voci e indiscrezioni, il tradizionale rapporto di Mediobanca del 1993 calcola che i debiti del gruppo Berlusconi raggiungono nel 1992 quota 7.140 miliardi di lire (2.947 a medio e lungo termine, 1.528 di debiti finanziari a breve, 2.665 di debiti commerciali). Cifre pesanti che peggiorano nel ‘93, anche per gli alti tassi di interesse e la fine dell’aumento degli introiti pubblicitari, per la prima volta in “crescita zero” dopo anni di boom ininterrotto. Anche fermandosi ai 4.475 miliardi di indebitamento finanziario calcolato da Mediobanca e mettendolo in rapporto con i 1.053 miliardi di capitale netto, si arriva alla conclusione che la Fininvest, nel 1993, ha 4,5 lire di debiti per ogni lira di capitale.


La situazione d’allarme è tale che le banche più esposte con Fininvest (Comit, Cariplo, Bnl, Banca di Roma, Credit) chiedono a Berlusconi il risanamento del gruppo e gli impongono un “commissario”, Franco Tatò, come amministratore delegato. Contemporaneamente, cadono i padrini politici di Berlusconi e le inchieste giudiziarie di Mani Pulite cominciano a lambire i manager del Biscione. È in questo clima terribile che Silvio, come un giocatore di poker sull’orlo del tracollo, rilancia, rischia tutto, osa l’impensabile. Sul fronte politico s’inventa in pochi mesi un partito. Sul fronte aziendale, vara il “progetto Wave”, cioè la quotazione in Borsa del gruppo e la nascita di Mediaset.


Il cammino si conclude nel 1996, con i “comunisti” (così li chiama Silvio) al governo. Nel prospetto di collocamento in Borsa depositato in Consob nel giugno 1996 c’è un paragrafo (forse non a caso il numero 17) in cui sono elencate quattro pagine di “procedimenti giudiziari e arbitrali”. Un elenco di guai giudiziari che si conclude così: “La Società non può escludere che sui corsi delle azioni Mediaset possano influire sia un eventuale esito negativo dei suddetti procedimenti, inclusi quelli relativi all’azionista di controllo, sia l’attenzione da parte dei mezzi di comunicazione”. Il documento accenna con una sola riga al più delicato dei “suddetti procedimenti”, quello per il presunto falso in bilancio Fininvest contestato per via del sistema di società estere del gruppo, la “Fininvest Group B - very discreet” messo in piedi dall’avvocato Mills. La Fininvest ombra, a cui saranno dedicate inchieste e processi a ripetizione, fino a oggi. Con l’accusa di aver gonfiato artificialmente i valori dei diritti cinematografici e quindi, forse, il valore reale dell’azienda. Ma niente paura. Non si allarma la Consob, né il governo in carica (Prodi). Ai leader del centrosinistra, e in particolare al segretario ds D’Alema, in quel ‘96 preme instaurare un rapporto disteso con Berlusconi, con il quale mettere in cantiere le riforme della Bicamerale.   


Così Mediaset entra trionfalmente in Borsa e il mercato risolve i drammatici problemi finanziari di Berlusconi. Sei mesi dopo la quotazione, inizio del 1997, la Fininvest ha una posizione finanziaria netta positiva e 500 miliardi di lire di liquidità in cassa. Silvio, rilegittimato politicamente da D’Alema come “padre costituente”, vince le elezioni europee e regionali, ricostruisce l’alleanza con Bossi e Fini e s’avvia verso il trionfo elettorale del 2001. Poi arriva la serie infinita di leggi su misura – la più rilevante: la legge Gasparri sulle tv – che fanno di Silvio l’uomo vincente di oggi, che colleziona ville, aumenta il patrimonio, scala venti posti in un anno della classifica di Forbes. Alla faccia della crisi.


(10 febbraio 2010)




“Altro che presidente operaio: per lui le ville, noi sui tetti delle fabbriche”


DALLA YAMAHA ALLA CHIMICA: LA RABBIA DEI LAVORATORI DELLA “BRIANZA FELIX” STRITOLATI DALLA CRISI...


di Elisabetta Reguitti




Il premier compra ville e gli operai cassintegrati della Brianza osservano incazzati. In particolare quelli della Yamaha di Lesmo che sono dovuti salire sul tetto (per 10 giorni a meno 12 gradi) solo per riuscire a ottenere un loro diritto prima del baratro del licenziamento: la cassa integrazione straordinaria per 70 persone che oggi vivono con un assegno di 700 euro. La loro azienda sorge proprio a metà strada tra Arcore e la nuova reggia settecentesca di Villa Gernetto. “Durante i nostri giorni di presidio vedevamo sfrecciare le auto blu della scorta di Berlusconi – racconta Angelo Caprotti. Quante volte abbiamo pensato che almeno si fermasse. Perché avremmo avuto molte cose da dirgli”. È un fiume in piena Angelo. È quasi impossibile fermare il suo racconto davvero paradossale pensando che la Yamaha aveva bilanci in attivo o di come il comune di Lesmo avesse persino regalato una strada e un’area per i parcheggi (in cambio della salvaguardia occupazionale) a questa multinazionale che invece da un giorno all’altro ha deciso di trasferire la produzione all’estero. Sono in molti a chiedersi che cosa abbia fatto il presidente del Consiglio per evitare tutto ciò; colui che viene considerato il cittadino più potente in questa zona d’Italia definita il quarto polo industriale d’Europa con un’impresa ogni 11 abitanti. Dove oggi però le fabbrichette sono in ginocchio: 30 mila posti a rischio tanto per intenderci.


Angelo Caprotti ha 51 anni e si sente senza futuro. Lui e la moglie lavoravano alla Yamaha. Sei mesi fa hanno perso l’unico figlio 21enne. “Cosa mi rimane dopo che abbiamo anche perso il lavoro? Berlusconi mi vuole spiegare cosa ce ne facciamo noi operai senza stipendio dell’Università del pensiero Liberale?”. Angelo non capisce come il governo non sia in grado di opporsi alle scelte aziendali di chiudere e trasferire come se niente fosse le imprese. Qualche mese fa, ad esempio, un artigiano del legno di Nova Milanese si è tagliato le vene dopo aver consegnato la disperazione a un bigliettino lasciato alla famiglia: “Non ce la faccio più”. E dopo poco un piccolo imprenditore di Ronco Briantino - settore delle slot machine - si era impiccato per sfuggire agli usurai. Sull’orlo di una crisi di nervi, oltre agli operai quindi ci sono anche tanti piccoli imprenditori. La Brianza, regno del manifatturiero, è arrivata all’appuntamento con la crisi dopo le delocalizzazioni nei paesi low cost che ogni giorno infliggono ferite. Il chimico, ad esempio: 72 i marchi in difficoltà, anche qui si tratta di multinazionali, Rhodia, Uquifa. Segue il tessile con 67 imprese, Frette e Cabor in cima alla lista. Non si salva nemmeno il legno con le 52 ditte che frenano. Sulle barricate i lavoratori con reddito dimezzato dalla cassa integrazione. A tutto ciò è interessante però aggiungere la testimonianza di Moreno Rezzano della Fiom Cgil di Lesmo che racconta come durante un presidio di lavoratori al mercato di Macherio alcuni passanti rivolgendosi ai manifestanti chiedessero: “Ma perché protestate? La tv dice che la crisi è finita. Si vede che non avete altro di meglio da fare”. Che dire? Ci sarebbe molto da dire. Di certo quello che le televisioni di Silvio Berlusconi non raccontano.


(10 febbraio 2010)


 


 


 

lunedì 8 febbraio 2010

La rivincita di Lucignolo






APERTURA

Somari per sempre

Il governo dà il via libera alla «riforma» delle scuole superiori voluta dai ministri Gelmini e Tremonti: forti riduzioni degli orari e taglio di 17 mila cattedre, a partire dal prossimo anno. Gli studenti dovranno scegliere il loro futuro a 13 anni. Istituti tecnici declassati a scuole di serie B. L'opposizione e i sindacati: sarà «caos epocale»

(5 febbraio 2010)











Il sonoro raglio della somara unica si è levato alto nel cielo per proclamare: “Riforma epocale”. Fanno a gara, questi cosiddetti ministri, per chi le spara più grosse e se almeno per Gondolo Brunetta esiste la possibilità che l’acqua alta a Venezia faccia giustizia, per la somara unica, supercattolica e che per questo ha consumato di certo almeno un rapporto prematrimoniale, sposandosi quindi a posteriori con un divorziato, in cosa si può sperare? Che se dovesse andare a visitare una scuola (ma ci va?) si verifichi un cedimento strutturale, cosa sempre probabile, ma non auspicabile, perché coinvolgerebbe persone innocenti?


Lo vada a spiegare a quei presidi che si trovano in enorme difficoltà, per l’ordinario funzionamento degli istituti che dirigono, quanto di epocale ci sia nella sua riforma, quando mancano soldi per il materiale didattico, per la carta, per l’inchiostro per stampanti e fax. Vada a spiegare quanto sia epocale l’intervento a quelle famiglie chiamate a contribuire direttamente per mandare avanti la scuola portando gessi, libri e - non può stupire - anche la carta igienica.

Mancano soldi per poter fare anche le cose più elementari, tutto tagliato comprese le supplenze, come alla scuola media Aldo Moro di Frosinone dove erano state garantite fino al termine dello scorso mese. Mentre alla scuola media Rolandino-Pepoli di Bologna il contributo volontario, ormai una prassi da anni negli istituti scolastici, di 50 euro viene destinato, detratta la cifra di 7 euro per l’assicurazione, quasi tutto interamente per coprire le spese per le pulizie, che in questo caso non sono state appaltate all’esterno e per carta igienica, carta per asciugarsi le mani, manutenzione di computer e laboratori. Poi chi può porta da casa gessi e libri per la biblioteca, come ha raccontato un dirigente scolastico. In alcuni licei romani, invece, per coprire le spese di gestione si chiedono fino a 100 euro.


La spieghi, la somara unica, l’epocalità della riforma che prevede la cancellazione della geografia, riducendone di fatto l’insegnamento con la decurtazione di ore nei licei, prevedendone frammenti negli istituti professionali e tecnici. Per non parlare della storia dell’arte che cesserà di essere insegnata quasi dappertutto. Il che per un paese che dovrebbe o potrebbe vivere di turismo costituisce un paradosso totalmente idiota. Come chi ha ideato la “riforma epocale”.













lunedì 1 febbraio 2010

Il grande vecchio







http://www.lafeltrinelli.it/products/9788807171826/Annus_horribilis/Giorgio_Bocca.html?















Confesso che ho provato tenerezza ascoltando e, soprattutto vedendo Giorgio Bocca, sabato sera intervistato da Fabio Fazio a “Che tempo che fa”. Una tenerezza provocata da questo “grande vecchio” del giornalismo italiano, combattente partigiano e poi nella professione, indomito, autorevole, visibilmente indebolito fisicamente (basti confrontare l’intervista andata in onda poco più di un anno fa), ma integro nella capacità di analizzare la situazione, lucidamente e realisticamente pessimista, ormai disilluso fino a definire la guerra di liberazione dal fascismo come una “grande illusione”, perchè ha prodotto gli avvilenti risultati che abbiamo sotto gli occhi.


Poi sfoglio “L’espresso” che mi è appena arrivato, dopo il superbo Altan

c’è la sua rubrica dove trovo un’efficace testimonianza nella rubrica settimanale “L’antitaliano”. E penso che la tempra di quest’uomo sia davvero eccezionale, per riuscire ancora a produrre la civile indignazione di cui la metà degli italiani non trova traccia nella parte politica che teoricamente dovrebbe rappresentarli. Così la fustigazione verbale di questo “grande vecchio” rimane come vox clamantis nel deserto intellettuale dell’Italia narcotizzata dal papi, nazione squallida produttrice di pseudo valori, pornografia culturale. Eppure resiste ancora, Giorgio Bocca e lunga vita gli venga riservata.

















Il paese che piace a Silvio


di Giorgio Bocca


Non sopporta le regole della democrazia parlamentare dettate dalla Costituzione e vuole farsi uno Stato a sua misura e comodo


 


Dalla sua stanza dell'ospedale San Raffaele, da lui finanziato per deviare da Milano 2 - suo investimento edilizio - le rotte aeree in partenza da Linate, Silvio Berlusconi, ferito al volto da uno psicolabile, che essendo tale ha usato per arma un modellino in polvere di marmo del Duomo, ha ripetuto agli amici: "Ma perché mi odiano tanto?". Domanda che solo un grande sovversivo, solo uno che fa di continuo l'elogio della pazzia, del superamento del modesto buon senso, convinto di poter andare oltre il possibile, oltre il normale e il lecito può porsi nel momento in cui la risposta dovrebbe essergli chiarissima: mi odiano perché non sopporto le regole della democrazia parlamentare dettate dalla Costituzione, perché voglio farmi uno Stato a mia misura e comodo.


E a sua imitazione, a suo eco, il Popolo della Libertà, come lo ha chiamato, accusa indignato, accorato la metà degli italiani a cui la democrazia parlamentare dei controlli e delle garanzie va bene, va meglio della democrazia autoritaria e del simil-fascismo che rialza la testa nel mondo.


Perché mi odiano tanto? Si stenta a credere che se lo chieda davvero. Lo avversano, cercano di resistergli per una ragione diremmo storica: per sfuggire al destino, alla condanna di essere uno Stato, un popolo incapace di essere libero, sempre in preda alle tirannie. Non è il solo, nel 'bel paese ch'Appennin parte e 'l mar circonda e l'Alpe'; come osservò Prezzolini il fascismo è stato una manifestazione di una nostra tendenza perenne, "autobiografia della nazione", diceva Gobetti, "adattamento alla storia e alla cultura del popolo" aggiungeva il Cuoco o, per citare Prezzolini, "gli italiani sono negati alla democrazia. Olandesi, svizzeri, inglesi, americani sono nati democratici. Noi autoritari e faziosi. Che l'italiano sia un popolo democratico è una assurdità".


Già, ma proprio per questa eterna assurdità agli italiani della Repubblica nata dalla Resistenza è sembrato un miracolo, una svolta prodigiosa essere arrivati a una Costituzione che prevede i controlli e sancisce i diritti.


Berlusconi si chiede perché è tanto odiato? Perché la metà degli italiani, e forse più della metà, lo ha visto nei 16 e passa anni della sua avventura politica sempre intento a svuotare e colpire, a disprezzare questa democrazia: non sopporta le sue regole, sempre alla testa del partito del fare che produce, che intraprende, ma se i giudici lo fermano quando varca il confine del lecito, li accusa di invidia e di odio, tipiche accuse generiche di chi vuol fare ciò che gli comoda.


Non a caso Berlusconi si è rifiutato per 16 anni di partecipare alle commemorazioni della Resistenza, non a caso ha sdoganato i fascisti, non a caso si è alleato con il separatismo antirisorgimentale della Lega, non a caso ha sdoganato i peggiori dittatori superstiti, sempre anteponendo i buoni affari ai buoni principi.


E si chiede perché è odiato da quanti hanno voluto, hanno sperato, hanno tentato di fare dell'Italia un paese dove la legge è uguale per tutti, dove gli oppositori non sono ipso facto 'comunisti assassini', dove chi si oppone alle forme risorgenti di fascismo non è ipso facto un seminatore di odio, un infame, un traditore?


C'è il pericolo di un ritorno del fascismo? La storia è imprevedibile, ma la possibilità è innegabile. Basta constatare come il delitto di un pazzo è stato sufficiente a rovesciare le parti, a mettere a prudente silenzio gli oppositori, sotto accusa i difensori della democrazia.


(4 febbraio 2010)