giovedì 11 giugno 2009

Il compagno Enrico Berlinguer













Era il 1984. Anche in quell’anno si votava, per la seconda volta, per il rinnovo del Parlamento europeo. E lui si trovava a Padova, il 7 giugno, a tenere uno degli ultimi comizi. Un discorso appassionato e drammatico nella sua conclusione.


Ho esitato prima di condividere il video, che pure è presente su YouTube, perché mi ha sempre angosciato il ricordo delle emozioni provate. Ma non sarebbe stato completo un post su Enrico Berlinguer, a venticinque anni dalla sua morte, senza queste immagini, privo del suo coinvolgente eloquio. In ogni caso è il modo migliore per celebrarne la memoria mai smarrita, almeno per quanto mi riguarda.


Ho scelto di aprire con la bella testimonianza di monsignor Bettazzi, che lo ricorda come un amico. A seguire il testo dell’intervista televisiva a “Mixer” rilasciata a Giovanni Minoli. Si tratta di una conversazione serena in cui si disvela anche il lato meno pubblico di Berlinguer, a tratti intimista, oserei dire. Molto tenera in alcuni passaggi. Sempre rivelatrice di una nobiltà d’animo che è una qualità sconosciuta alla “casta” di cui siamo oggi prigionieri.


Ma quell’intervista mi ha colpito anche per la data: esattamente un anno prima della sua morte. Non rappresenta certo il testamento politico di Berlinguer e tuttavia, letta a posteriori, considerando appunto la data, sono stato percorso da un brivido inquietante.


Onore al segretario del Partito comunista italiano Enrico Berlinguer.


 


IL RICORDO DI UN AMICO


«Una  mano aperta ai cattolici»


MONSIGNOR LUIGI BETTAZZI


Lon. Berlinguer è stato determinante nella mia vita, a motivo di quello scambio di lettere verso la fine degli anni Settanta. Capitò perfino che, sperdutomi sulle mie montagne durante un’escursione, un margaro, rintanato nella sua baita ed in collegamento con il mondo solo attraverso la radio, incredulo che io fossi il vescovo, si tranquillizzò solo quando seppe che mi chiamavo Bettazzi, commentando: «Ah! quello di Berlinguer!».


Aveva offerto la mano aperta ai cattolici prima delle elezioni del giugno 1976, assicurando che avrebbe rispettato le loro convinzioni e aprendosi alla collaborazione sui valori fondamentali del progresso e della solidarietà. Alle elezioni ottenne risultati notevoli (credo che fu la punta massima per il suo partito), anche nel territorio della mia diocesi. Ne presi atto e, per invitare anche i nuovi responsabili comunisti ad adeguarsi a quegli impegni, pensai alla Lettera aperta al Segretario nazionale del Pci, così come pochi mesi prima avevo scritto al nuovo segretario della Dc on. Zaccagnini. L’avevo fatto, dopo essermi consultato con qualche vescovo amico, per la stima che avevo sull’onestà e l’evidente intenzione di Berlinguer di porsi al servizio della Nazione, soprattutto della parte più debole e penalizzata che guardava con speranza al suo

partito.

Mi rispose con un biglietto, promettendo una risposta consistente passata l’estate. L’inserirsi nella vicenda Franzoni - con analoghe lettere aperte - forse bloccò quella risposta, che venne invece alla luce nell’ottobre 1977 quando, in previsione di un appoggio esterno del Pci al Governo di solidarietà, Berlinguer voleva tranquillizzare il mondo cattolico. Gentilmente mi fece giungere in anticipo di qualche giorno la lettera - quella che diventò famosa - attraverso l’on. Novelli, allora sindaco di Torino.


Mi fece poi sapere che avrebbe volentieri continuato il dialogo; ma le immediate precisazioni fatte nel mondo ecclesiale, che cioè io non avevo mandati della Chiesa per queste iniziative, mi suggerì di non creare equivoci. In realtà dopo qualche mese il Pci cancellò l’articolo 5 dello Statuto che obbligava i suoi membri ad essere marxisti, pur rilevando il compito che il marxismo aveva avuto nella storia del partito.


Da amici seppi che Berlinguer in quei giorni aveva sul tavolo il mio libro “Farsi uomo”, uscito da poco. Rimasi colpito dalla sua fine e pregai ancora per lui. Lo ricordo con simpatia. Credo che sia stato un “operatore di pace” non solo per il suo Partito, ma per l’Italia intera.


AVVENIMENTI 20 GIUGNO 1998






L’INTERVISTA A MIXER


«CRAXI? UN GIOCATORE DI POKER»


Intervista televisiva rilasciata a Giovanni Minoli conduttore di “Mixer” (11 giugno 1983)

Onorevole Berlinguer, in una battuta nota, l’onorevole Pajetta ha detto che lei, di nobile famiglia sarda, si è iscritto fin da ragazzo alla direzione del Pci. La considera una critica o un complimento?

«Un complimento, non del tutto vero, perché all’inizio della mia milizia comunista ho fatto il segretario di sezione».

Sempre parlando di potere, in televisione lei recentemente ha ammesso, sia pure con molta reticenza, che rifare il segretario del partito comunista, dopo dieci anni, le fa ancora piacere. Ecco, ma perché tanta reticenza nell’ammetterlo?

«Mi ha dato soddisfazione l’ampiezza del consenso con la quale sono stato designato».

Ma per lei cosa è il potere?

«Il potere è uno strumento insufficiente ma necessario per realizzare gli ideali in cui credo io e in cui credono i miei compagni».

Ma a lei cosa piace invece di più del potere?

«Mi piace la possibilità di far avanzare la realizzazione di questi ideali».

E di meno? La cosa che le dà più fastidio?

«Di meno, parlando non soltanto a titolo personale ma parlando come segretario del partito comunista, mi dispiace che il nostro potere sia ancora insufficiente, insufficiente per la realizzazione dei nostri obiettivi».

Senta onorevole Berlinguer, ma che differenza c’è tra l’austerità che predicava lei e il rigore invocato oggi dalla Confindustria e dalla Democrazia cristiana?

«Il punto fondamentale è chi paga, prevalentemente, le spese della fuoriuscita dalla crisi e del risollevamento economico e sociale del Paese. Da questo punto di vista noi rifiutiamo che a pagare siano i soliti, siano gli operai, siano le masse popolari; e riteniamo che, se sacrifici devono esserci, e tutti in misura proporzionale vi debbono contribuire, debbono servire a raggiungere determinati traguardi e non a far tornare indietro il Paese».

Ecco, però, a proposito di questo rigore, si dice che lei avrebbe in testa, per dopo le elezioni, quel governo diverso, composto da tecnici e personalità scelte fuori e dentro i partiti, una sorta dì governo del presidente, diciamo, al quale il Pci darebbe il suo sostegno. È vero o no?

«Abbiamo indicato dei criteri di formazione del governo diversi da quelli seguiti sinora, in base ai quali il presidente del Consiglio dovrebbe scegliere liberamente, e non attraverso le imposizioni e designazioni delle segreterie dei partiti, i ministri, fra uomini di partito e al di fuori del partito.Questo ritengo che sia un criterio valido per qualsiasi governo, compreso un governo di alternativa democratica».

Quindi, non c’è un’alternativa tra governo diverso e governo dell’alternativa?

«No, non mi pare. Perché il problema che abbiamo posto, ripeto, di criteri non più fondati sulla lottizzazione, sulla spartizione dei ministeri, deve riguardare qualsiasi governo, anche un governo che non sia di alternativa democratica».

In complesso, lei come giudica oggi la stampa italiana?

«Nella media, non inferiore, per certi aspetti superiore, per esempio per quanto riguarda la ricchezza dei notiziari politici, a quella di altri Paesi. Il difetto più importante...».

Troppo...

« ...no, non direi, perché mi pare che il popolo italiano conserva un interesse politico maggiore di quello che vi è nella maggior parte degli altri Paesi dello stesso occidente. Troppo, forse, nel senso che qualche volta prevale il commento sull’informazione».

Ecco, ma qual è il giornalista italiano che lei preferisce?

«Luigi Pintor, dal punto di vista delle qualità giornalistiche».


L’unico?

«No, lei mi ha detto quello che preferisco...».


E perché?

«Perché mi pare che abbia veramente la stoffa del giornalista di alta qualità».

Senta, onorevole Berlinguer, qual è l’ultimo romanzo che ha letto e che le è piaciuto?

«La “Cronaca diuna morte annunciata” di Garcia Marquez».


Perché le è piaciuto?

«Mi sembra una combinazione felicissima di poesia e di crudo realismo».

E l’ultimo film che ha visto e che le è piaciuto?

«L’ultimo è E.T.».

E perché le è piaciuto?

«È un film pieno di poesia, di fantasia e soprattutto è un film che mi pare faccia appello ai sentimenti migliori dell’infanzia».

Alla televisione, lei che programmi segue?

«I telegiornali, lo sport, qualche film».

Senta, ma lei pensa che l’arrivo delle televisioni private abbia migliorato o peggiorato, complessivamente, la qualità dei programmi proposti al pubblico?

«Dal punto di vista spettacolare, migliorato. Dal punto di vista culturale, non direi, o comunque non ancora».

Parliamo dell’evoluzione del suo modo di essere comunista. Nel ‘44 lei fu arrestato a Sassari per la rivolta del pane, e rischiò la pena di morte - leggo - “per insurrezione armata contro i poteri dello Stato, per devastazione e saccheggi, per detenzione di armi, associazione e propaganda sovversiva”. Era colpevole o innocente?

«Fui prosciolto in istruttoria per non avere commesso il fatto».

Ecco, ma allora era più giusto... voglio dire era più ingiusto quello Stato che, comunque, dopo tre mesi, l’ha processato e l’ha assolto, per non aver commesso il fatto, o lo Stato italiano di oggi che, più o meno per le stesse imputazioni tiene per esempio quelli del 7 aprile e tanti altri, come Negri e altri, da tanti anni in prigione senza giudicarli?

«Penso anch’io che sia un’assurdità questa detenzione così lunga».

Senta, Franco Piperno, I’ex leader di Potere operaio, qui a Mixer ha detto che l’elemento scatenante del terrorismo fu la politica del compromesso storico, nella versione diciamo tradizionale, perché impediva all’opposizione di avere il suo spazio. Lei cosa ne pensa?

«Penso che l’analisi sia sbagliata, ma confermi che uno dei bersagli del terrorismo era il Pci».

E il compromesso storico nel suo insieme...

«No, il Pci con tutta la sua politica e tutta la sua strategia realmente innovativa dell’assetto sociale e politico italiano».

È morto Moro, però, per il compromesso storico.

«È morto Moro, perché Moro era l’interlocutore più valido e più intelligente del Pci».

Senta, nel ‘76, a Giampaolo Pansa, il giornalista che la intervistava, lei disse di sentirsi più sicuro sotto l’ombrello della Nato. Lo pensa ancora?

«Sì, ma nel senso che precisai allora. Che, se l’Italia facesse parte del Patto di Varsavia, e non della Nato, evidentemente non potremmo realizzare il socialismo così come lo pensiamo noi. Ciò non vuoi dire che qui, sotto l’ombrello della Nato, nell’ambito dei Patto Atlantico, ci si voglia far realizzare il socialismo».

Onorevole Berlinguer, ma qual è il suo peggior difetto?


«Forse una certa spigolosità del carattere».

E la qualità a cui è più affezionato?

«Quella di essere rimasto fedele agli ideali della mia gioventù».

E la cosa che le dà più fastidio sentir dire di lei?

«Che sarei triste, perché non è vero».

Lei ha una famiglia di origini nobiliari e tradizioni massoniche. Ecco, in che rapporto è con queste tradizioni?

«Dell’origine nobiliare, non mi importa niente».

E delle tradizioni massoniche?

«Mio padre si iscrisse alla massoneria, mi pare, nel 1925-26, nel momento in cui la massoneria fu vietata dal fascismo».

Quindi, in funzione antifascista. E lei è massone?

«No, per carità».

Ma, se lo fosse, si meraviglierebbe a dirlo?

«Non lo sono. Quindi non riesco a mettermi nello stato d’animo di chi lo è».

Senta, ma il «grande maestro» della massoneria, Corona, a Nizza ha detto che non c’è incompatibilità Ira essere massone e essere comunisti. Vero?


«Secondo me c’è incompatibilità, perché essere iscritti alla massoneria significa addirittura giurare fedeltà ad un’associazione i cui interessi, i cui obiettivi possono entrare in conflitto, in contrasto con quelli del partito comunista, cioè di un’altra associazione alla quale si aderisce liberamente».

Onorevole Berlinguer, per lei cos’è più importante nella vita: la politica o la vita privata?

«La politica, però non la politica in senso generico, perché io non ho fatto la scelta della politica. Io ho fatto la scelta della lotta per la realizzazione degli ideali comunisti».

Ecco, ma la famiglia quanto conta nella sua vita, allora?

«Conta molto».

Lei ha quattro figli. A quanto del suo essere padre, e anche marito, ha rinunciato, per fare politica?

«A una parte, certamente. E me ne rammarico continuamente».


Non ha mai pensato che non ne valeva la pena proprio per davvero?

«Non valeva la pena di rinunciare? No, questo non l’ho mai pensato e spero di non pensarlo mai».

Se un suo figlio le dicesse: «Non sono comunista», lei come reagirebbe?

«Rispetterei il suo giudizio e la sua opinione».

Ma i suoi figli sono comunisti?

«Lo chieda a loro».

Lei non lo sa?

«No, io in genere non rispondo a domande che riguardano i miei familiari. Chi vuol saperne qualche cosa, chieda a loro».

Ma lei si sente tollerante, in casa, oppure autoritario? Cioè, ha un rapporto di che tipo?

«Cerco di essere comprensivo».

Onorevole Berlinguer, qual è l’uomo politico italiano, vivente, che lei stima di più?

«Pertini».

Perché?

«Mi pare che, a parte la sua... le sue doti personali, egli abbia costituito e costituisce tuttora un punto di riferimento e di fiducia fondamentale per le istituzioni democratiche».

Il
suo avversario politico più duro, ma più leale, incontrato nel corso della sua vita politica, lunga oramai. Chi è? Italiano, naturalmente.

«Un avversario leale è stato Zaccagnini».


Senta, lei come definirebbe Craxi? Una definizione breve.

«Un buon giocatore di poker».

E DeMita?

«De Mita: persona astuta, anche intelligente, ma un po’ imbonitore».

Fanfani?

«Fanfani: uomo di spirito, tanto che è riuscito a risorgere sempre dopo non poche sconfitte».

Senta, ma lei ha degli amici veri, che non siano comunisti?

«Sì, diversi».

mercoledì 10 giugno 2009

Un pais irregular










Ecco due fulminanti: “Buongiorno” che è la fortunata rubrica che Massimo Gramellini tiene su “La Stampa”.


Ho rispettato l’ordine cronologico nella pubblicazione, ma è il secondo pezzo che fotografa perfettamente, con il giusto stile, lieve però efficace, l’Italia del terzo Millennio. Un po’ si sorride. E un po’ no. E personalmente invidio, in senso buono, Gramellini e Michele Serra per i loro quotidiani distillati che rappresentano una forma di giornalismo, quelle delle rubriche di trenta righe, che apprezzo moltissimo. Sapessi scrivere dieci righe come loro mi basterebbe.


Poi pensando a parecchi anni fa, l’invidia benevola e il sorriso scompaiono, mentre la commozione prevale.


 


 


BUONGIORNO


Massimo Gramellini


La Stampa


9/6/2009


 


Dieci domande qualunque


           


1. Ma vi sembra normale che solo agli italiani non faccia effetto essere governati da chi condiziona il loro immaginario attraverso le televisioni?


 


2. Ma vi sembra normale che in tutte le interviste pre-elettorali la domanda più dura che gli hanno rivolto sia stata «ci dica»?


 


3. Ma vi sembra normale che i dirigenti del Pd siano tutti ex del Pci e della Democrazia cristiana?


 


4. Ma vi sembra normale che Clinton, Jospin, Schroeder, Blair e persino Gorbaciov facciano un altro lavoro da anni e loro invece insistano?


 


5. Ma vi sembra normale che Pdl e Pd abbiano perso milioni di voti e parlino solo di quelli persi dagli avversari?


 


6. Ma vi sembra normale che i verdi trionfino ovunque, mentre qui, appena ne vedi uno in faccia, viene voglia di tifare per l’effetto-serra?


 


7. Ma vi sembra normale che chi detesta Berlusconi voti Di Pietro, che è come dire: detesto il Bagaglino quindi vado a vedere Bombolo?


 


8. Ma vi sembra normale che l’Italia cristiana sia rappresentata in Europa da Magdi Cristiano Allam e Borghezio?


 


9. Ma vi sembra normale che tutti sputino addosso alla Casta e poi Mastella prenda ancora 112 mila voti di preferenza?


 


10. Ma vi sembro normale?


 


Ad almeno nove domande su dieci (compresa la numero 10) la mia risposta è no.


 




BUONGIORNO


Massimo Gramellini


La Stampa


8/6/2009


 


E' l'Italia, bellezza


           


Le elezioni di Noemi hanno celebrato ieri il loro evento culminante: il voto di Noemi. A Portici, una ragazza di diciotto anni coi lunghi capelli biondi e le lunghe unghie laccate di viola, ha indossato i suoi occhiali a 24 pollici e si è recata a votare per la prima volta.


Le facevano compagnia una mamma compiaciuta, un papà nervoso, un signore coi capelli bianchi che sbraitava a favore di telecamera, una vigilessa che la teneva per i polsi, vari poliziotti di scorta, l’amica minorenne che ha tentato di spacciarsi per rappresentante di una lista di destra, un cespuglio di fotografi in attesa da 19 ore, un presidente di seggio che al suo passaggio ha chiuso il seggio medesimo, diversi cittadini indignati per il favoritismo, altri rassegnati, molti invidiosi e alcuni imbarazzati (in realtà di questi non abbiamo notizia, ma ci piace almeno pensare che ci fossero).


C’era anche un’altra ragazza di diciotto anni con i lunghi capelli biondi, le lunghe unghie laccate di viola e gli occhiali a 24 pollici. Tutti hanno pensato fosse una sosia o comunque una berlusconiana velineggiante. Invece era la rappresentante di lista del Pd.

domenica 7 giugno 2009

Il re è nudo?






Nell’ultima giornata dedicata al voto (dalle 23:30 prepariamoci ai fuochi artificiali dei numeri in caduta libera e delle previsioni che vengono smentite, poco dopo, dalle cifre) capita quanto mai opportuna questa lunga riflessione di Alberto Asor Rosa pubblicata sulla prima pagina de “il manifesto” mercoledì scorso. Neppure a farlo apposta si assembla bene con le considerazioni espresse da Piero Ottone nel post precedente. Temo che, per rispondere alla domanda che conclude l’editoriale, debba necessariamente accadere una catastrofe per liberarci di questo buffone proclamatosi imperatore e della sua congrega i cui esponenti più meritevoli di disprezzo sono quelli elencati da Asor Rosa: somara unica Gelmini, Renatino Brunetta il mini-stro, la regina dei camionisti e dei meccanici Carfagna, il titolare del ministero della Guerra La Russa.


Sperando di potere tirare lo sciacquone presto, perché la puzza è insopportabile.


 


 


PRIMA PAGINA


EDITORIALE   |   di Alberto Asor Rosa


IL RIDICOLO NELLA STORIA


 


Penso che sarebbe opportuna una riflessione sul ruolo del ridicolo nella storia. Ridicolo: «Che suscita il riso, che induce a considerazioni derisorie e spregiative perché manca di ragionevolezza, di buon senso o di giudizio...; che espone al dileggio chi lo compie, lo mantiene o lo prova in quanto provocato da assurde convinzioni o privo di ragionevoli motivazioni...; sciocco, irragionevole, insensato, stolto» (Grande Dizionario della lingua italiana, detto il Battaglia, XVI).


Mi venivano in mente tutte queste considerazioni, e altre ancora, visionando mesi fa uno di quei bei documentari, ricchi di filmati d'epoca, che Nicola Caracciolo ha dedicato al Novecento italiano: e precisamente quel mazzetto di fotogrammi, destinato a durare una manciata di secondi, ma di straordinaria eloquenza (è il caso di dirlo), in cui Benito Mussolini, in fez, divisa e decorazioni, annunzia dal balcone di Palazzo Venezia a Roma la conquista dell'Impero: gli occhi spiritati, i pugni piantati sui fianchi, la mascella immarcescibile che, levata al cielo, ondeggia, tre o quattro volte avanti e indietro per asseverare alla folla, intensamente e persuasivamente, il pensiero appena espresso. Dio mio, ho pensato, come ha potuto questo osceno buffone, questo artistucolo da avanspettacolo, bandato con quelle volgari camuffature carnevalesche, sedurre per anni la grande maggioranza di una popolazione dal passato non del tutto inesperto e primitivo? Come, di fronte ad un tale spettacolo, la folla che gremiva la storica piazza, invece di acclamarlo forsennatamente, non lo ha liquidato all'istante con una colossale risata?


Altrettanto si potrebbe dire del suo più caro collega e amico, il forsennato tedesco Adolf Hitler: la cui oratoria alla nazione tedesca, dall'alto della tribuna notturna dello stadio di Norimberga, di fronte a migliaia di uomini schierati disciplinatamente nel quadrato «ordo» nazista (la «differenza tedesca»!), non può non imporci oggi la stessa domanda: come hanno potuto quell'isterico condizionamento, quella sorta di parossistica verve istrionica, quell'esibizione facciale-gestuale da saltimbanco, non suscitare la reazione che il ridicolo, - nelle sue molteplici forme di buffoneria, inverosimiglianza, dissennatezza - dovrebbe sempre suscitare? Ma su questo punto specifico - il ridicolo e la storia tedesca - tornerò più avanti.


Ora è inevitabile - me ne rendo conto - che il pensiero del lettore corra ai tempi nostri: i capelli finti, la bandana stretta, i tacchetti veri, le barzellette spinte, le corna dietro la testa di uno dei Primi Ministri più autorevoli d'Europa, le ossessioni sessuali, le storielle pruriginose, l'eloquio approssimativo e scarsamente italiano, l'interazione ossessiva della menzogna, il disprezzo urlato delle regole, le manie persecutorie, le battute alla vecchietta abruzzese terremotata: «vada, vada a nostre spese in uno degli alberghi della costa e si porti la crema solare!», l'esagerazione e l'irrealismo favolistico delle promesse, l'incultura esibita perfino nel modo di gestire e di vestirsi, il sorriso stereotipato e buffonesco, - insomma, tutto ciò che ci sta tutti i giorni sotto gli occhi dalla mattina alla sera, - compongono i tratti della figura più ridicola che la nostra contemporaneità abbia prodotto, il «ridicolo italiano» nella sua versione più alta e smaccata. Eppure non se ne ride: anzi, nel bene come nel male, la si prende fin troppo sul serio. 


Se il quadro è questo, si pongono alcune domande e/o questioni. Innanzi tutto: esistono evidentemente tipi diversi di ridicolo nella storia: da quello grottesco, imperial-reboante, di tipo fascistico, a quello funereo, anzi tendente al macabro, del nazismo, a quello commercial-mediatico dei nostri tempi italiani, variante piccolo-borghese emergente e arrampicatrice della categoria esaminata. Ma tutti hanno, come vedremo, qualcosa in comune. Naturalmente, il ridicolo non si limita alla figura del Capo, da cui tuttavia promana. Si pensi al carnevalesco corteggio dei gerarchi nazisti: a Göring! a Hesse! Si pensi al suo (innegabilmente più guittesco) corrispettivo italiano; Starace Segretario del Pnf! Si pensi all'oggi: Gelmini Ministro della Pubblica Istruzione! La Russa Ministro della Difesa! Carfagna Ministro delle Pari Opportunità! Brunetta Ministro!


Il ridicolo del Capo, usato notte e giorno come fondamentale strumento di captazione del consenso, s'allarga a macchia d'olio, si collega con il ridicolo embrionalmente già presente nelle profondità della società circostante, contamina in qualche caso anche l'opposizione (vi risparmio gli esempi possibili, per non allungare troppo il discorso, ma vi assicuro che ne ho). Poniamo un limite storico-politico alla nostra esposizione: mi pare assolutamente innegabile che il tipo, intellettuale o politico, che potremmo definire democratico o liberal democratico, generalmente si sottrae alla categoria e alla pratica del ridicolo. Non è ridicolo Giovanni Giolitti. Non sono ridicoli Aldo Moro ed Enrico Berlinguer: ovvero lo sono lo stretto necessario che serve loro ed assicurarsi il favore della gente (dunque il ridicolo è connaturato all'esercizio stesso della politica, di qualsiasi politica? Bella domanda: bisognerà tornarci su). Se mai, per una prevalente da parte loro ricusazione dell'esibizionismo attoriale e delle pratiche camuffative, essi sono o appaiono grigi. E infatti di questo loro grigiore li si accusa come di una colpa ed un limite da parte di coloro che scelgono, come pratica politica e culturale, l'esibizionismo e la scena: basti pensare alle offese invereconde lanciate contro uomini come Giolitti e Nitti da un altro grande, grandissimo «ridicoloso» («degno di derisione», ibid) del Novecento italiano, Gabriele d'Annunzio.


La domanda principale di questo ragionamento dovrebbe dunque, se non erro, essere questa: come mai quello che ragionevolmente, e in condizioni normali, avrebbe suscitato soltanto il riso, in certi momenti della storia europea del Novecento (ma fondamentalmente, ahimè, tedesca e italiana), è divenuto una componente essenziale del successo politico di un individuo e della catastrofe culturale che ne è seguita? (e viceversa, beninteso: più esattamente, il processo si muove contemporaneamente in ambedue le direzioni). C'è chi ha già provato a definire le dinamiche di questa che, al limite, va considerata una vera e propria perversione storico-sociale, un morbo dei popoli: e, si parva licet, ci azzardiamo a chiamarlo direttamente in causa. Thomas Mann ha avuto presente ab origine il carattere ridicolo e grottesco dell'esperimento nazista: per lui Hitler, il Grande Dittatore, è in realtà «un oscuro cialtrone», «un infame ossesso», «un brigante», l'«astuto sfruttatore di una crisi mondiale», un «cane rabbioso alla catena», un «artiglio da isterico stretto a pugno», un «infernale vagabondo» (noto di sfuggita: nulla di simile è mai uscito dalla penna d'un grande intellettuale italiano del tempo, ciò non basta a marcare indelebilmente caratteri e vocazioni delle due culture).


Ci sarebbe da aggiungere qualcosa, - per restare al passato -, a proposito di quello che i grandi comici, da Petrolini a Chaplin, hanno detto sull'impura, degradata comicità dei miserabili buffoni che tentarono di fare loro concorrenza, ma lo rimanderemo alla prossima puntata.

Per spiegare come questo spropositato e sovreccitato «ridicoloso» abbia potuto sedurre un popolo dalla grande cultura come quello tedesco, Mann ricorre a due ordini di motivazioni, che possono tornare utili anche a noi. Da una parte, c'è la crisi della democrazia: la sua incapacità a risolvere i problemi di quella società in quella determinata fase storica.


È questa incapacità che apre la strada, a livello di massa, alla perdita di ogni senso del ridicolo (cioè, in altri termini: ad ogni ragionevole percezione dei valori). Dall'altra, c'è quella che io definirei la degenerazione di massa della stessa opzione e logica democratica, il rovesciamento delle normali pratiche di consenso, regolate della legge, in una sorta d'esplosione d'istinti neobarbarici, che non è più in grado di distinguere la luce della ragione (anche in questo caso, come si vede, il processo si muove contemporaneamente nelle due direzioni, dall'alto al basso e dal basso all'alto). Ascoltiamo le parole lucidissime di Mann: «L'immensa ondata di barbarie eccentrica e di volgarità primitiva, plebeamente democratica, prodotto d'impressioni violente, sconcertanti e insieme stimolanti dei nervi, inebrianti, da cui è sopraffatta l'umanità» (da Appel and die Vernunft: ossia «Appello alla ragione», un titolo che è già un programma, tenendo conto che lo scritto apparve nell'ottobre 1930, quando i tedeschi avrebbero ancora potuto tenerne conto, e non lo fecero). Dunque, parafrasando, se ci riesce, si potrebbe dire: il ridicolo come strumento di seduzione politica è il segno infallibile dell'abbandono della tradizione e del campo democratici e dell'apertura di una nuova e inquietante fascia di esperienze che, dittatura o democrazia autoritaria che sia, tendono in un modo o nell'altro a travalicarli; la perdita del senso del ridicolo a livello di massa è la prova più certa della degenerazione di un popolo in un coacervo d'individui staccati, inebriati dal fascino di un qualsiasi, - sostanzialmente replicante anche se formalmente mutante, - «infame ossesso». Intendiamoci: il ridicolo è un po' come la puzza: non tutti l'avvertono nel medesimo istante, qualcuno mai. Cioè: per definizione (definizione culturale e politica) essere in grado di avvertirlo, - vale a dire quel che solitamente definiamo senso del ridicolo, - è un fatto di per sé elitario: è difficile che le masse lo trovino per conto proprio. Però quando le masse lo hanno perso totalmente questo vuole dire che le élites sono state totalmente sconfitte, e questo apre la strada all'egemonia del «buffone»: insomma, è sempre lo stesso discorso, anzi, lo stesso processo, che però risulta declinabile in vari modi.


Per ridere dei loro impareggiabili «ridicolosi» d'un tempo, tedeschi e italiani hanno avuto bisogno d'una terribile guerra, nel corso della quale gli orpelli sono caduti uno ad uno, le divise carnevalesche si sono lacerate e il ghigno nascosto dietro la maschera si è rivelato in tutta la sua terribilità: non si poteva ancora tornare a riderne, - come è accaduto solo più tardi, del tutto a posteriori, quando, a dire la verità, non ce n'era neanche più bisogno, - per il buon motivo che non c'era più niente da ridere. Quale catastrofe dobbiamo aspettarci (e augurarci) perché gli italiani riescano a ridere del «ridicoloso» che oggi li governa?


il manifesto (3 giugno 2009)


 


La vignetta di Vauro è del 16 aprile 2005


Antipapismo








Post di natura elettorale, anche se le votazioni sono già iniziate. Post che non manifesta l’intenzione di voto, essendo questa già nota (o intuita) da coloro che frequentano il blog. D’altra parte non costituiscono un mistero la mia integrale avversione e repulsione nei confronti del papi del consiglio e dei suoi scherani.


Tuttavia, mi sembra utile condividere alcuni articoli che ho trovato assai istruttivi. S’è lavorato un po’ d’archivio, chiaro, sebbene i pezzi mi siano capitati tra le mani proprio oggi (tranne l’ultimo, ovviamente) trasformandosi subito come cacio sui maccheroni.


Attenzione alle date, come sempre.


Piero Ottone provò alcuni anni fa a formulare una domanda che ha continuato ad arrovellare le menti razionali e che, nonostante il tempo trascorso, rimane senza una risposta plausibile o, almeno, confortante.


Il pezzo di Luigi Cancrini, per la rubrica “Diritti negati”, ha un titolo profetico (siamo nel 2006) che sta trovando una piena quanto avvilente e stupefacente attuazione. La risposta, alla lettera del direttivo di un’associazione, conferma come problemi in fieri siano ormai diventati insostenibili, aggravando situazioni di forte disagio. Casualmente era in corso anche in quel periodo una campagna elettorale.


Ho aggiunto anche l’editoriale di Eugenio Scalfari, anticipato di un giorno. Una dissertazione storica interessante, ma come appare chiaro anche dagli articoli che lo precedono, le esperienze sbagliate non si sono per nulla rivelate ammonitrici, in una sospensione spazio-temporale che non preannuncia nulla di buono.


Che si vada al voto, comunque. Ogni assente sarà colpevole, questa volta, di aver fiancheggiato il papi del consiglio, a proposito del quale ho allestito qui una photogallery per scuotere gli ignavi.


 


La politica e gli italiani creduloni


PIERO OTTONE


 


Questo non è un articolo su Berlusconi, ma sugli italiani, su noi italiani, dei quali si dice, purtroppo a ragione, che ci dividiamo nettamente in due campi, quelli pro e quelli contro, senza possibilità di comunicazione fra gli uni e gli altri.


Vorrei estrapolare, fra le tante pubbliche esibizioni del personaggio, tre momenti. Il primo riguarda la questione giudiziaria. Alla domanda se provi disagio per i suoi numerosi problemi con la giustizia, con lo strascico delle leggi fatte su misura per toglierlo dai guai, ha fornito per tutta risposta, quasi in letizia, il numero imponente di procedimenti giudiziari, di udienze processuali, di ispezioni e sequestri (centinaia, migliaia) a suo carico. Ogni altro essere umano, al suo posto, avrebbe provato imbarazzo per l' imponenza delle cifre: lui se ne è gloriato. (Mi chiedo che impressione avrà fatto all'estero quella risposta alla conferenza stampa, se qualche giornale straniero l'ha riferita tale e quale.)


Secondo momento: quello sull'editore liberale. Trovandosi di fronte un giornalista di Mediaset, quindi suo dipendente, ha colto l' occasione per proclamarsi editore, sì, ma editore liberale, anzi il più liberale che sia mai esistito, aggiungendo che nessun giornalista al mondo ha denunciato una sua intrusione o un suo intervento men che corretto; sebbene spesso i suoi giornali siano verso di lui "birichini". Prendiamo nota. E poi vorrei segnalare un terzo momento, quello riguardante la sua popolarità. In contraddizione con certi sondaggi, si è detto sicuro di essere molto popolare in Italia, e ha raccontato, fra i tanti esempi di simpatia, quel che gli capita quando entra in un negozio: subito la folla si assiepa sulla strada, e gli occorre tempo e fatica (ha precisato: una decina di minuti) per svincolarsi. Vorrei infine annotare, a futura memoria, una battuta su Piero Fassino, uno dei principali oppositori, del quale ha detto, per canzonarlo, che è magro da fare paura: gli avrebbe mandato un paio di panettoni, presumibilmente per farlo ingrassare.


Le dichiarazioni rese nei tre momenti sopra citati sfidano, evidentemente, ogni razionalità; diciamo pure ogni credibilità. Editore liberale: conosciamo tutti l'appoggio massiccio che gli hanno fornito i mezzi di informazione da lui controllati, le sue televisioni, i suoi giornali; quanto alla mancanza di lagnanze da parte di giornalisti del suo gruppo, mi chiedo che cosa ne avrà pensato Indro Montanelli, nell' aldilà, se lo ascoltava. Non convocò forse, l' editore Berlusconi, la redazione del Giornale, per chiedere il suo appoggio, scavalcando il direttore, appunto Montanelli? E poi i Biagi, i Santoro…


Quanto alla questione giudiziaria, fra i tanti capi d' accusa a suo carico può anche essercene qualcuno meno fondato degli altri: ma è possibile immaginare che siano tutti dovuti a persecuzione giudiziaria? E i capannelli davanti ai negozi, sulla pubblica via, certamente non dimostrano nulla: ogni personaggio pubblico, se va per strada, suscita curiosità. Infine, la battuta su Fassino: l' ho citata solo come esempio di stile, o di mancanza di stile, da parte di un presidente del Consiglio.


E allora, ecco la domanda che è al centro di questo articolo: come è possibile che tanti italiani, certamente onesti, certamente tutt' altro che stupidi, magari colti (magari colleghi in giornalismo), credano a quel che dice Berlusconi, lo prendano sul serio, anche quando le sue dichiarazioni sfidano ogni razionalità; come è possibile che si divertano, quando ascoltano le sue battute? Da tanto la domanda mi perseguita, e trovo difficile rispondere. Ho pensato in un primo tempo che il sostegno a Berlusconi fosse dovuto, semplicemente, ad avversione per la sinistra. Ma riconosco che il prendere per buone frasi come quelle che ho citato, con l' avversione verso la sinistra non ha niente che fare, a parte il fatto che la nostra sinistra, ormai, mi pare proprio che non possa più fare paura a nessuno.


E allora? Forse l' atteggiamento di chi crede a quelle affermazioni, di chi le prende per buone, può essere spiegato solo come un caso di fideismo: che è fiducia incondizionata in qualcuno o qualche cosa; una fiducia che corrisponde a una fede. Se questo è vero, si spiegano molte cose. Si spiega per esempio l' impossibilità di dialogo fra i due campi di cui dicevo all' inizio dell' articolo: non c' è dialogo fra fede e ragione. Il fedele non dà alcuna importanza all' evidenza dei fatti. Col fedele non si ragiona. A chi non crede, sembra strano che si possa credere; e così a chi non crede in Berlusconi sembra strano che il personaggio, con quei suoi modi, con quei suoi discorsi, con quelle sue battute, possa suscitare qualche cosa simile a una fede. Ma la fede, quando nasce, nasce in modo inatteso e misterioso. E' anche vero, d' altra parte, che in modo altrettanto misterioso si spegne, da un momento all' altro, in modo altrettanto inaspettato. Anche da questo dipendono, mi pare di capire, le nostre future sorti.


la Repubblica (5 gennaio 2003)  


 


 


DIRITTI NEGATI


LUIGI CANCRINI


 


La Repubblica delle Veline


Caro Cancrini, siamo in piena campagna elettorale, ed in questi giorni si ascoltano numerose proposte di legge e di riforma, che propongono soluzioni al problema del disagio psichico e delle forme più svariate con cui esso si manifesta: tossicodipendenza, psicopatie, sfruttamento minorile, tratta degli esseri umani e comportamenti adolescenziali a rischio. In considerazione del fatto che la recente “repubblica delle veline “, ha prodotto nella gente comune una pericolosa attitudine a vedere le tematiche sociali come problemi esclusivamente connessi alla sicurezza propria e dei propri congiunti, è indispensabile soffermarsi sul fatto che accanto a proposte di tipo riformista e a carattere scientifico quali la prevenzione, la formazione, il diritto alla psicoterapia ed il diritto di accesso alle risorse economiche da parte di chi si occupa in maniera rigorosa della relazione di aiuto ve ne siano altre di stampo prettamente populista. O no?


Direttivo «Libera.mente»- Fano


 


Trovo senz’albo convincente l’analisi alla base di questa lettera. L’idea per cui i cinque anni di governo Berlusconi hanno puntato tutto sulla tendenza a trasformare i problemi sociali in problemi di sicurezza per il cittadino “normale” che se ne vuole tenere lontano è un’idea confermata dai fatti. Vanno evidentemente in questa direzione le misure di sicurezza e carcere per i consumatori di droga e per i tossicodipendenti, l’aggravamento delle pene per i recidivi (quelli che, uscendo dal carcere, nessuno trovano che li aiuti a organizzare meglio la loro vita), violenze verbali (gettiamolo a mare!), giuridiche (la Bossi- Fini) e fisiche (l’insostenibile disumanità di tanti centri di accoglienza) nei confronti degli immigrati, rifiuto di un qualsiasi dialogo con gli omosessuali le cui richieste “metterebbero in crisi” l’istituto sacro della famiglia, aggressione sempre più idiota e più scoperta (la maglietta e il sorriso di Calderoli) all’Islam e il tentativo, per fortuna abortito, di chiudere di nuovo i pazienti psichiatrici in piccoli manicomi privati. Va in questa direzione, ugualmente, la legge che permette di sparare a chi attenta alla proprietà privata e la scelta politica di chi appoggia senza riserve, sulla stessa linea di “pensiero” la guerra preventiva di Bush e l’idea per cui il terrorismo non è l’espressione di un problema economico e politico con cui il mondo deve fare i conti ma solo la manifestazione più evidente di quello che si sta profilando come un attacco all’Occidente e alla Cristianità (come ci segnala quasi quotidianamente dall’alto della suo delirio di onnipotenza Marcello Pera).


Vale la pena di riflettere seriamente su quelle che sono le conseguenze più probabili di questo modo di affrontare i problemi della società in cui viviamo. Nei confronti delle persone percepite come pericolose per motivi che attengono a delle difficoltà più personali (i pazienti psichiatrici, la gran parte delle persone coinvolte nella piccola delinquenza e, in generale, i tossicodipendenti), l’effetto concreto è quello, perseguito con cura omissiva da Berlusconi e dai suoi, di un indebolimento progressivo dei servizi di cura attivi sul territorio (cui ogni giorno di più sono state negate risorse e personale) e di un poderoso impulso alla reclusione di tutti i devianti. Di cui non si dice (ancora?) che sono dei parassiti da eliminare come al tempo del nazismo (e del fascismo) ma di cui si cerca in ogni modo l’allontanamento e l’esclusione.


Più duri ancora e ancora più incivili, se possibile, gli effetti cercati nei confronti di chi viene percepito (o dipinto) come pericoloso per motivi più direttamente etnici, religiosi e sociali. La parola d’ordine di un’organizzazione dichiaratamente razzista come la Lega Nord sono diventate legge con la Bossi-Fini e pesano oggi drammaticamente sui programmi futuri della “Casa delle Libertà”. Producendo un aumento drammatico delle persone che vivono illegalmente in Italia, al di fuori di ogni controllo sulla disperazione loro e sullo sfruttamento che di essa viene fatto da chi applica in piccolo, pro domo sua i principi ispiratori di quel capitalismo selvaggio che tanto piace a chi ci governa. Ma dando un incremento terribile, soprattutto, a quella insicurezza reciproca e crescente del cittadino italiano e dell’immigrato da cui nascono la diffidenza prima e l’odio poi fra persone che il caso ha fatto nascere in paesi diversi e in contesti religiosi diversi. Dando un contributo non irrilevante, a mio avviso, a quella atmosfera di guerra in cui il mondo sta scivolando sempre di più in questo che doveva essere il nuovo millennio e che sempre più assomiglia, invece, ad un nuovo Medio Evo: caratterizzato, come quello, da uno scontro fra esponenti sordi e violenti di due civiltà contrapposte.


Di poche cose c’è necessità, in tempi cosi, come di un’azione del tipo di quello che associazioni come «Libera.mente» stanno portando avanti. Quella di cui abbiamo bisogno è una tutela piena della salute mentale. Di quelli che fanno fatica a vivere come dice efficacemente Lucio Babolin e che più facilmente degli altri stanno chiaramente ed esplicitamente male attraverso lo sviluppo pieno di servizi che sono spesso servizi di grande qualità per la passione e il coraggio di chi ci lavora ma che sono ancora terribilmente insufficienti se si rapporta la loro possibilità di azione alle esigenze reali di tutti quelli che del loro intervento avrebbero bisogno. Ma di quelli, anche, la cui salute mentale è insidiata dal veleno sottile dell’insofferenza e da quello, più pesante, dell’odio e dell’intolleranza. Persone che non chiedono aiuto ai servizi, purtroppo, perché non hanno nessuna consapevolezza (vero, ministro Calderoli?) della gravità delle loro psicopatologie.


Tanti anni fa, in Germania, un gruppo di pazzi criminali riuscì, suscitando intolleranza, odio e paura, a guadagnarsi un sostegno popolare quasi plebiscitario. Collaudata a quei livelli, la possibilità di utilizzare i problemi e le ingiustizie sociali ed economiche per criminalizzare tutti quelli che ne manifestano l’esistenza mantiene ancora oggi una spaventosa capacità eversiva. È toccato in questi anni ai leghisti e ai fascisti di soffiare su questo tipo di fuoco con la complicità sporca di chi, all’interno della Casa delle Libertà, voleva attirare voti facili e nascondere il deterioramento progressivo di uno stato sociale incompatibile con le ambizioni degli economisti neo-con alla Berlusconi. Tocca ora ai cittadini italiani dire di no con il voto a chi tenta di corrodere, seguendo questo tipo di propaganda e di strumentalizzazione politica, quelli che sono i valori di base di una società davvero democratica: il rispetto e l’ascolto dell’altro, la valorizzazione delle differenze e la solidarietà con quelli che fanno fatica a vivere. Quali che siano le manifestazioni della sua sofferenza, il colore della sua pelle, la religione a cui si ispira.


l’Unità (27 febbraio 2006)


 


L'EDITORIALE


Le anime belle di fronte alle urne


di EUGENIO SCALFARI


SCRIVO oggi e non domenica come è mia abitudine perché fin da oggi pomeriggio si comincerà a votare in Europa ed io voglio appunto parlare di questo voto.


L'argomento è già stato trattato molte volte e da tempo in tutti i giornali e in tutte le televisioni ed anche noi di Repubblica l'abbiamo esaminato ripetutamente, come e più degli altri. Sento dunque un rischio di sazietà verso un tema usurato da motivazioni contrapposte e ripetitive. Del resto a poche ore di distanza dall'apertura delle urne anche gli indecisi avranno fatto la loro scelta e difficilmente la cambieranno.


Infatti non è del colore del voto che voglio parlare. I miei lettori sanno come la penso e come voterò perché l'ho scritto in varie e recenti occasioni.


Non desidero dunque convincere nessuno ad imitare la mia scelta. Il mio tema di oggi è un altro. Voglio esaminare in che modo nella nostra storia gli italiani hanno usato la loro sovranità di elettori da quando il suffragio è stato esteso a tutti i cittadini di sesso maschile e poi, nell'Italia repubblicana, finalmente anche alle donne ed infine ai diciottenni abbassando la soglia della cosiddetta maggiore età.


Storicizziamo dunque la sovranità del popolo e vediamo nelle sue grandi linee quali ne sono state le idee e le forze dominanti.


 


Il suffragio universale maschile coincise nel 1919 con un sistema elettorale di tipo proporzionale; una proporzionale corretta in favore dei partiti quantitativamente più forti, che lasciava però a tutti i competitori ampi margini di rappresentanza.


Nelle elezioni del "Diciannove" (le prime dopo la fine della guerra mondiale del 1914-18) si affacciò sulla scena della politica italiana una forza nuova, quella dei cattolici riuniti attorno ad un sacerdote di grande carattere e di convinta fede religiosa: il Partito popolare di don Luigi Sturzo. Fu l'ingresso d'un nuovo protagonista la cui presenza ruppe gli schemi fino allora vigenti che avevano privilegiato le clientele liberali raccolte dalla destra nazionalista e salandrina e quelle democratiche che avevano in Giovanni Giolitti il loro leader parlamentare.


Il Partito socialista, massimalista con appena una spolverata di riformisti, stava all'opposizione in rappresentanza della parte politicizzata del proletariato.


Che tipo di Italia era quella?


Un paese traumatizzato da quattro anni di trincea, con un altissimo costo di morti, di mutilati, di sradicati; un paese che aveva però acquistato una certa coscienza dei propri diritti. In prevalenza contadino, in prevalenza analfabeta, in prevalenza fuori dalle istituzioni e dallo stato di diritto. Un paese in cui il popolo sovrano si limitava alla piccola borghesia degli impieghi e delle libere professioni, alla classe operaia del Nord, ai proprietari fondiari e ai mezzadri.


Il grosso della popolazione era fuori mercato, bracciantato con paghe di fame e prestiti ad usura, tracoma e colera nel Sud, pellagra e malaria nelle pianure del Nordest.


Ma gli ex combattenti della piccola borghesia erano agitati da sogni di rivincita e di dominio. Odiavano il Parlamento. Detestavano la politica. Vagheggiavano il superuomo e il D'Annunzio della trasgressione e dell'insurrezione fiumana.


Poi trovarono Mussolini.


 


Ricordo queste vicende perché contengono alcuni insegnamenti. I più anziani le rammentano per averne fatto esperienza, i più giovani ne hanno forse sentito parlare ma alla lontana e comunque non sembrano darvi alcuna importanza.


Sbagliano: i fatti di allora rivelano l'esistenza di alcune costanti storiche nella vita pubblica italiana. Si tratta di costanti antiche, cominciarono a manifestarsi con la Rivoluzione francese dell'Ottantanove, con il tricolore che diventò ben presto la bandiera-simbolo dell'Europa democratica e con i tre valori iscritti su quella bandiera: libertà eguaglianza fraternità.


Quei valori hanno avuto un'influenza positiva tutte le volte che sono stati portati avanti insieme ed invece un'influenza negativa quando soltanto uno di loro ha esercitato egemonia culturale e politica. La libertà, da sola, ha generato privilegi in favore dei più forti; l'eguaglianza, da sola, ha dovuto essere imposta con la forza (ma ciò in Italia non è mai avvenuto); la solidarietà, da sola, ha dato vita ad un'infausta politica assistenziale che ha dilapidato le risorse e indebolito la competitività e la libera concorrenza.


L'Italia non ha mai avuto una borghesia degna di questo nome perché i tre grandi valori della modernità non hanno mai avanzato insieme. Per la stessa ragione la laicità non ha mai raggiunto la sua pienezza e per la stessa ragione un vero Stato moderno, una compiuta democrazia, un'effettiva sovranità del popolo e un'autentica classe dirigente portatrice di interessi generali, non sono mai stati una realtà ma soltanto un sogno, un'ipotesi di lavoro sempre rinviata, una ricerca vana e frustrante, uno stato d'animo diffuso che ha alimentato la disistima delle istituzioni e l'analfabetismo politico.


Col passar degli anni questo analfabetismo è diventato drammatico. Il rifiuto della politica ne è la conseguenza più negativa. Gli italiani si sono convinti che la politica sia il male che corrode il paese. Perciò una larga parte dei nostri concittadini ha delegato la sua rappresentanza ad un giocoliere che ostenta il suo odio contro la politica e il suo qualunquismo congenito e festevole, all'ombra del quale sta nascendo un potere intrusivo, autoritario, concentrato nelle mani di un solo individuo.


 


L'analfabetismo politico degli italiani è molto diffuso tra quelli che parteggiano per la destra ma non risparmia la sinistra. Per certi aspetti anzi a sinistra questa assenza di educazione politica è uno dei suoi connotati, in particolare tra i sedicenti intellettuali che sono forse i più analfabeti di tutti.

Uno degli effetti più vistosi di questo fenomeno consiste nella ricerca di un partito da votare che corrisponda il più esattamente possibile alle proprie idee, convinzioni, gusti, simpatie. Ricerca vana poiché ciascuno di noi è un individuo, una mente, un deposito di pulsioni emotive non ripetibili. Le persone politicamente mature sanno che in un sistema democratico occorre raccogliere i consensi attorno alla forza politica che rappresenti il meno peggio nel panorama dei partiti in campo. La ricerca del meglio porta inevitabilmente al frazionamento, alla polverizzazione del voto, al moltiplicarsi dei simboli e di fatto alla rinuncia della sovranità popolare.


Aldo Schiavone ha scritto ieri che la polverizzazione del voto è frutto di un narcisismo patologico: per dimostrare la nobiltà e la purezza della propria scelta si getta nel secchio dei rifiuti la sovranità popolare. Non si tratta d'invocare il voto utile ma più semplicemente di predisporre un'alternativa efficace per sostituire il dominio dei propri avversari politici.


La destra sa qual è il suo avversario e fa massa contro di lui. La sinistra coltiva il culto della testimonianza, ma quando si trasferisce quel culto nell'azione politica il risultato è appunto la rinuncia ad una sovranità efficace per far posto al narcisismo dell'anima bella, pura e dura.



Pensare che questo scambio sia un'azione politica è un errore gravido purtroppo di conseguenze.

Fu compiuto lo stesso errore dai popolari di Sturzo nel 1921: rifiutarono sia l'alleanza con i socialisti sia quella con i liberaldemocratici pur di restare puri nel loro integrismo cattolico. Rifiuto analogo fecero i socialisti. Le conseguenze sono note, ma non mi sembra che si siano trasformate in una solida esperienza. Vedo, a destra e a sinistra, una sorta di sonno della ragione dal quale bisognerebbe sapersi risvegliare.


Post Scriptum. Anche in America la ragione si era addormentata dando spazio ai furori emotivi di George Bush. Dopo molti anni di letargo che hanno fatto degli Usa la potenza più odiata nel mondo, Barack Hussein Obama ha risvegliato la ragione facendo leva su una travolgente emotività carismatica.

Quanto sta accadendo nel mondo e nella straordinaria trasformazione dell'immagine dell'America ci insegna questo: per svegliare la ragione ci vuole un forte soprassalto emotivo, senza il quale l'emotività si volge a beneficio della demagogia.


Emozione razionale accresce la pienezza della democrazia, emozione demagogica le scava la fossa. Questo insegna Obama. L'insegnamento del giovane presidente afroamericano ci sia utile per la scelta che tra poche ore dovremo fare.


la Repubblica (6 giugno 2009)








giovedì 4 giugno 2009

Epistemologia dei sentimenti






Salutarsi e dirsi (arrivederci?) sotto un cielo di piombo, presago di pioggia imminente, è più triste del solito. La stazione in cui m’infilo rapidamente appare come un luogo più stomachevole di altri. Almeno il treno su cui salgo – già in attesa sul binario –  è più confortevole di quanto appaia all’esterno, anche se avendo prenotato on line il posto, precisando “finestrino”, mi ritrovo invece con uno spicchio di vetrata alle spalle e, accanto, il pannello del vagone. Senso di claustrofobia, di soffocamento, una metafora del mio stato d’animo.


Ascolto distrattamente l’intreccio di conversazioni che si rincorrono in uno scompartimento affollato da una colorata colonia di giovani donne. L’attenzione è altrove. Ai minuti che hanno preceduto la partenza, ai dialoghi, ai discorsi frammentati che hanno evidenziato la fragilità dei sentimenti. Mi scopro debole, sconcertato e poi amareggiato. Non dal distacco, non dal commiato, ma da certe parole che passano come carta abrasiva sul cuore.


La resistibilità dei sentimenti risucchiati da considerazioni pragmatiche, dove la realtà schianta la fantasia, dissolvendo il sogno con la crudezza degli argomenti.


La volatilità dei sentimenti sfibrati dall’evidenza, dal rifiuto inaspettato e perciò più cruento.


Le domande dei sentimenti, perché il percorso delle cose materiali, delle prospettive solide, si sovrappone e minimizza ciò che formalmente è astratto, ma possiede una forza in grado di catturare e unire le persone.


Sono state scritte pagine straordinarie sui sentimenti, sulla loro energia propulsiva (“L'amor che move il sole e l'altre stelle”), sulla loro capacità di mutare il corso delle cose, ma soprattutto la vita delle persone. Spesso s’ignora che possano esistere nella dimensione più limpida e cristallina, perchè nella natura umana si manifesta una loro adulterazione e non altro. Simulacro dei sentimenti.


Con amabilità c’era stato chi, in alcune circostanze, si era spinto a suggerirmi di modificare il nome di questo blog, perché ormai erano tornati a splendere i sentimenti. Naturalmente avevo, con altrettanta amabilità (e gioia) rifiutato, spiegando che il brand non poteva essere cambiato, anche se etichettava un prodotto diverso da quello originario. Credo fosse anche la prudenza che suggeriva di lasciare inalterata ogni cosa.


E intanto corre, corre la locomotiva lasciando indietro, forse, il mio futuro.