domenica 7 marzo 2010

La forza delle idee









Dopo l’emotività, la riflessione. Dopo l’intensità drammatica delle ultime 24 ore, lo spazio per approfondire e capire meglio, anche se poi non necessita molto tempo per rendersi conto che, la cricca del papi, sta soffocando il Paese con un cappio sempre più stringente. “La situazione politica in Italia è grave ma non è seria” verrebbe da esclamare, citando Ennio Flaiano (da “Diario notturno”, 1956), però la capacità di sdrammatizzare è perduta di fronte allo scempio che accade sotto occhi impotenti.

Lo sfogo abbraccia così una folta rassegna stampa. A partire da Michele Serra, autore di un’amaca straordinariamente efficace, su “la Repubblica” di oggi e Robecchi su “il manifesto”, nella consueta rubrica settimanale, corrosiva quanto basta. Poi ci sono gli approfondimenti di grande qualità. Il professor Massimo Villone, su “il manifesto”, sempre di oggi, che spiega con molta chiarezza come il decreto-truffa sia anticostituzionale. Concita De Gregorio che suggerisce l’unico modo che in democrazia è valido (anche per conservarla questa democrazia), cioè il voto del 28 e 29 marzo per spazzarli e spiazzarli. L’editoriale, di ieri, di Ezio Mauro, quello odierno del Fundador Eugenio Scalfari e l’imprescindibile contributo di Barbara Spinelli a completare il tutto.

Qui siamo lontani anni-luce dal tanfo e dalla volgarità che si sprigionano da quella sentina che è il partito della libertà provvisoria. Non per molto spero. Perché verrà un giorno…









 

 











Avrei bisogno anche io di un «decreto interpretativo» che mi chiarisse, finalmente, perché ho sempre pagato le tasse. Perché passo con il verde e mi fermo con il rosso. Perché pago di tasca mia viaggi, case, automobili, alberghi. Perché non ho un corista vaticano di fiducia che mi fornisca il listino aggiornato delle mignotte o dei mignotti. Perché se un tribunale mi convoca (ai giornalisti capita) non ho legittimi impedimenti da opporre. Perché pago un garage per metterci la macchina invece di lasciarla sul marciapiede in divieto di sosta come la metà dei miei vicini di casa. Perché considero ovvio rilasciare fattura se nei negozi devo insistere per averela ricevuta fiscale. Perché devo spiegare a chi mi chiede sbalordito «ma le servela ricevuta?» che non è che serva a me, serve alla legge. Perché non ho mai condonare un fico secco. Perché non ho mai avuto capitali all’estero. Perché non ho un sottobanco, non ho sottofondi, non ho sottintesi, e se mi intercettano il peggio che possono dire è che sparo cazzate al telefono.

Io — insieme a qualche altro milione di italiani — sono l’incarnazione di un’anomalia. Rappresento l’inspiegabile. Dunque avrei bisogno di un decreto interpretativo ad personam che chiarisse perché sono così imbecille da credere ancora nelle leggi e nello Stato.

(7 marzo 2010)

 

 









 



 

Perché è incostituzionale

di Massimo Villone*

 

Alla fine, il misfatto si compie. Il governo con decreto-legge modifica le regole in corsa, e stravolge la competizione elettorale a vantaggio della propria parte.

Questo infatti è accaduto. È del tutto inconsistente lo schermo di una norma che si autodefinisce interpretativa. Anzitutto, a nulla vale argomentare che la decisione è lasciata ai giudici. Il problema non è chi deciderà applicando la norma, ma quale norma si dovrà applicare. Perché la norma sia davvero interpretativa, bisogna supporre che in una medesima disposizione preesistente in realtà convivano più potenzialità normative, e che il legislatore scelga tra i possibili e molteplici significati uno compiutamente già presente. Non a caso, una norma interpretativa viene a valle di contrasti giurisprudenziali, di dubbi applicativi, di incertezze evidenziate dall’esperienza. Nulla di questo è alla base dei pasticci degli ultimi giorni. Tutti assumono che vi sia stato pressapochismo da parte dei presentatori, o peggio. E allora cosa dobbiamo mai interpretare?

Emerge anche un dubbio sulla sussistenza dei presupposti di necessità ed urgenza ex art. 77 Cost. È in corso il procedimento elettorale. Sono state assunte decisioni, sono in atto impugnative davanti ai giudici competenti. Nessuno può sapere se sarà adottata una interpretazione o un’altra. E allora dov’è la necessità e l’urgenza di definire ex lege l’interpretazione corretta? Non è invece che si anticipa la certezza di una interpretazione sfavorevole? Ma in tal caso abbiamo un indizio evidente che non si tratta di norma interpretativa volta a chiarire, ma di norma nuova e modificativa di quella esistente.

Non si fermano qui le forzature e violazioni della Costituzione. Anzitutto, in materia costituzionale ed elettorale il decreto-legge è precluso. Lo stabilisce l’art. 72, comma 4, della Costituzione. È già dubbio che con decreto-legge si possa metter mano a marginali tecnicalità della competizione elettorale. Ma di sicuro non si può ricorrere al decreto per fissare l’interpretazione delle regole sulla presentazione delle liste. In nessun modo questa può considerarsi una marginale tecnicalità. Inevitabilmente, si incide sul voto, e questo senza dubbio preclude il ricorso al decreto. Dunque, la stessa definizione che il governo dà del proprio intervento in chiave di norma interpretativa evidenzia di per sé il contrasto con l’art. 72, quarto comma, della Costituzione.

Decisivo è poi che in materia elettorale la forma è sostanza. Il principio di fondo della competizione elettorale è la par condicio delle forze in campo. E il primo indispensabile presupposto perché tale par condicio vi sia è il rispetto assoluto delle regole. Cambiarle in corsa comporta inevitabilmente un vantaggio indebito per l’uno, un danno ingiusto per l’altro. E di sicuro incide – poco o molto non importa – sull’esito. Questo viola molteplici norme della Costituzione. Non solo, com’è ovvio, gli artt. 2 e 3, ma soprattutto l’art. 48 Cost., perché il voto dell’elettore è davvero eguale solo se l’offerta politica in ordine alla quale il diritto si esercita è stata avanzata nel pieno rispetto della par condicio. Ed anche l’art. 51 Cost., perché viene distorta la condizione di parità nell’accesso alla carica elettiva da parte dei candidati. Ancor più l’art. 49, perché si nega il diritto dei cittadini a partecipare “con metodo democratico” alla politica nazionale. Proprio in quel metodo troviamo un connotato indispensabile della partecipazione. Ed è per realizzare anzitutto il fine ultimo dell’art. 49 Cost. che si presentano liste e si compete per il consenso. Ma dov’è il metodo democratico se si usa la clava del decreto-legge per ribattere la palla nell’altra metà del campo? Cosa c’è di democratico se si ricorre alla forza della legge per cambiare le regole a proprio vantaggio, per cancellare gli effetti negativi dei propri errori politici, della propria incapacità di sedare la rissa di tutti contro tutti e formare per tempo le liste secondo quanto prescritto?

Un segnale drammaticamente negativo. Che intanto getta nella precarietà il risultato elettorale, perché rimarrà probabilmente possibile far valere i vizi davanti alla Corte costituzionale. Ma forse per un costituzionalista conta ancor più la prova – e non è certo la prima - che cede uno dei pilastri della Costituzione come armatura dei diritti e delle libertà. Non a caso nella Parte I della Costituzione è centrale la riserva di legge. Non a caso troviamo diritti e libertà presidiati da quella riserva. La ragione la vediamo nella legge come massima espressione di partecipazione democratica. Ma nella confusione politica e istituzionale del nostro tempo e nel bipolarismo coatto con la gruccia del maggioritario in cui viviamo la legge esprime i numeri, ma non la sostanza di una partecipazione democratica. Nella legge non ci siamo tutti, ma solo quelli che hanno i numeri utili nell’assemblea elettiva, magari per consenso gonfiato da un premio di maggioranza. Ancor più quando si tratta di decreti-legge.

Pensavamo di aver toccato il fondo con escort, cacicchi, amici, mogli o segretari particolari in corsa per un seggio. Non sapevamo ancora degli spuntini. Come anche avevamo già sentito di leggi-truffa in materia elettorale. Da oggi abbiamo anche il decreto-truffa.

Il manifesto

(7 marzo 2010)

 

*Professore Ordinario di Diritto Costituzionale presso la Facoltà di Giurisprudenza dell'Università degli Studi di Napoli "Federico II"

 





 







VOI SIETE QUI


Questione d’interpretazione

di Alessandro Robecchi

 

Prima di applicare il settimo comandamento, leggete bene il decreto interpretativo. Serve un decreto interpretativo per gli appalti in Abruzzo, per le belle scopate di palazzo Grazioli, per lo schiavismo a Rosarno, per i senatori del PdL eletti dalla ‘ndrangheta. Per il coro di Ratisbona e per i gay a tassametro del Vaticano. Per Maroni che dice “è stata data un’nterpretazione autentica della legge”, urge un decreto interpretativo che lo faccia sembrare una persona seria. Il decreto interpretativo che rende regolari i fuorigioco del Milan dovrà essere rapidissimo, mica si può restare allo stadio al freddo due giorni ad aspettare il Tar. Con un buon decreto interpretativo la bella Noemi avrebbe avuto 18 anni già a sedici e mezzo. Formalmente ineccepibile il decreto interpretativo con cui Minzolini ha trasformato un colpevole prescritto in un innocente. Un decreto interpretativo potrebbe far sembrare un golpe una specie di trionfo della democrazia, o trasformare la corruzione in soluzione all’emergenza.

Il disprezzo della legge, l’arroganza del più forte, la dittatura soft, la censura e i non allineati ridotti al silenzio, non c’è nulla che non possa risolversi con un decreto interpretativo. Probabile che il ministro della difesa di una democrazia occidentale, che comanda parà e carri armati, che si dice “disposto a tutto” non venga allontanato con vergogna soltanto grazie a un decreto interpretativo. Le nostre speranze, i nostri diritti, la nostra libertà, le nostre regole, le norme, i doveri, sono da oggi variabili, modificabili con decreto interpretativo, le nostre vite stesse sono interpretabili a seconda delle necessità del regime, il nostro futuro e la nostra dignità sono interpretabili a piacere e non servono nemmeno la forestale, i servizi segreti, l’aviazione, le camicie verdi, le ronde, il poliziotti del G8 di Genova. Una grande festa del decreto interpretativo si terrà ogni anno, basta una telefonata di Denis Verdini. Buffet a cura del genero di Gianni Letta. Napolitano firma. Avete mica un passaporto francese da prestarmi?

Il manifesto

(7 marzo 2010)

 

 

















Umiliati gli onesti




Il partito del fare e del malaffare, del fare un po' come gli pare - dell'abuso e del condono, del sopruso e del perdono, della cricca che sono - ha digrignato i denti e sfoderato braccia tese, ha minacciato mostrando la bava, «non ci fermeremo davanti a niente», poi ha fatto la voce sottile e il pianto da vittima quando del danno era artefice. Ha infine preteso, battendo i pugni, di cambiare le regole in corsa. Prima della Costituzione (articolo 72, nessun decreto in materia elettorale) ha infranto, gettandolo a terra tra risa di disprezzo, quel che resta del senso dello Stato. Ha insultato milioni di persone per bene che vivono ogni giorno nel rispetto delle regole pagandone il prezzo. Li ha - ci ha - resi ridicoli, sudditi a capo chino di un tiranno. Costoro, le persone per bene, sono furibonde ed hanno ragione: chi sta in fila a affoga tra le carte per un permesso di soggiorno, un'iscrizione a scuola, un concorso, un bollo scaduto, il rinnovo di un contratto, una concessione edilizia avrà da oggi la possibilità di sanare per decreto irregolarità burocratiche e ritardi? Certo che no. Eppure ciascuna di queste regole da rispettare corrisponde ad un diritto. Il diritto alla cittadinanza, all'istruzione, al lavoro, alla casa. Si potrà dire, da domani, che dovendo scegliere tra un ritardo nell'iscrizione a scuola e il diritto ad andarci prevale il secondo? No. Chi ritarda di mezz'ora sarà escluso. L'elasticità vale solo per chi può imporla con l'abuso. Dunque gli italiani onesti sono furenti: se fosse accaduto alla sinistra avremmo avuto un decreto del governo? Difficile. Pagheranno una multa i ritardatari come si paga la mora sulle bollette? Non sembra proprio. La regola vale per il deboli, l'arbitrio per i forti. Forse Milioni quello del panino è stato radiato dal Pdl per manifesta incompetenza? No, lo si è visto anzi in queste notti dalle parti di Palazzo Chigi. Dunque era un disegno, l'ennesima furbizia per alzare fumo? Che triste giorno, il 5 marzo. Un nuovo 8 settembre, scriveva ieri Alfredo Reichlin. «Fino a che punto siamo consapevoli che l'Italia è arrivata all'appuntamento con la storia?». Ecco, lo siamo?

Il presidente della Repubblica ha agito, si deduce dalle sue parole, secondo la logica del male minore: tra i due beni - il rispetto delle norme e il diritto dei cittadini a votare - ha scelto il secondo. Una scelta di quelle in cui si perde comunque. L'astuta truffa - il quesito del premier - era questo: o la democrazia o la legge. Ma la democrazia e la legge sono la stessa cosa, solo la banda di governo crede di no. Napolitano ha agito anche per timore delle conseguenze possibili: chiede che «tutti si rendano conto» dell'acuirsi di tensioni «non solo politiche ma istituzionali». Abbiamo titolato, l'altroieri, «Gulp di stato». Oggi possiamo dirlo in chiaro: colpo di stato, è questo il pericolo. Siamo sull'orlo e adesso tocca a noi. Spiazziamoli. Non sbagliamo la mira. Non cadiamo nel tranello, di nuovo, di assegnare ad altri - peggio che mai ad uno solo - compiti, colpe, responsabilità. La storia è nelle nostre mani e si cambia in un solo modo: non coi decreti ma col voto. Spiazziamoli, sì. Scendiamo in piazza e saremo noi a umiliarli: col voto delle persone oneste. Sono o no la maggioranza del Paese, annidate in tutti i partiti? Vediamo. Contiamole.

(7 marzo 2010)

           

 







 



OPINIONI


Il governo, la forma e la sostanza

BARBARA SPINELLI

 

Fa una certa impressione rileggere gli articoli che Norberto Bobbio scrisse nelle pagine di questo giornale, tra il 1994 e il 1996, sulla forza politica edificata da Berlusconi a seguito di Tangentopoli: sull’inconsistenza dei club e circoli da lui creati, sulla loro vacuità, sullo spregio delle forme, tanto fieramente vantato.

Sulla violenza protestante della sua ribellione a liturgie e convenzioni della democrazia rappresentativa, vorremmo aggiungere: una violenza di tipo russo, alla Bakunin, che ricorda la vastità informe (la gestaltlose Weite) criticata nel 1923 dal giurista Carl Schmitt.

Fa impressione rivedere quei testi perché molte storture sono le stesse. Non furono curate allora per il semplice fatto che erano ritenute virtù nuove, e adesso la stortura s’è estesa divenendo non solo questione di codice penale ma di riti elettorali prima trasgrediti, poi mal rappezzati con leggi ad hoc. Quel che Bobbio rimproverava ai club era in sostanza questo: il disdegno delle regole, tanto più indispensabili nel regime democratico, che al popolo affida un’amplissima sovranità.

E l’ideazione di una forza non solo dipendente da un’unica persona («Un partito a disciplina militare, anzi aziendale», così Dell’Utri nel novembre ’94), ma priva di statuti, progetti, chiarezza innanzitutto sui finanziamenti.

Bobbio era pienamente consapevole del discredito che la corruzione rivelata da Mani Pulite aveva inflitto ai partiti, annerendoli tutti mortalmente e rendendo ancor più pertinente il termine partitocrazia.

Tuttavia i partiti restavano essenziali per la democrazia, secondo lui, perché senza partiti il potere si fa opaco, arbitrario, imprevedibile. Il non-partito propagandato da Forza Italia minacciava d’essere un’accozzaglia senza storia, una «rete di gruppi semiclandestini»: incompatibile con la «visibilità del potere» che «distingue la democrazia dalle dittature» (Stampa, 3-7-94). La pura negazione (non-partito) non diceva nulla perché infinite sono le possibilità da essa racchiuse: «Se dico “non bianco” comprendo in queste parole tutti i colori possibili e immaginabili (...). La democrazia rifiuta il potere che si nasconde», dirà il filosofo in un’intervista a Giancarlo Bosetti nel 2001. Il non-bianco equivale all’amorfa vastità descritta da Schmitt.

Agli esordi anche i professionisti della politica erano invisi, e lo sono a tutt’oggi: gli uomini che si dedicano alla causa pubblica e ne vivono. Come nel film di Elia Kazan, meglio era scovare un Volto nella Folla, trasformarlo in talentuoso comunicatore, e la fabbrica del consenso partiva. Già nel 1957, Kazan crea il prototipo del manipolatore nichilista delle folle, eterno homo ridens, dandogli il nome di Lonesome Rhodes, il «Solitario» venuto dal nulla o meglio dalla galera. Di uomini così era fatto il non-partito escogitato da Mediaset, e lo è tuttora. Tuttora si avvale dei consigli di Previti, condannato definitivamente per corruzione in atti giudiziari. O di Verdini, indagato per corruzione.

Il politico di professione è considerato da costoro parassita, incapace di fare. La cerchia attorno a Berlusconi è piena di uomini che agiscono al riparo della politica e della legge: imprenditori o avvocati (soprattutto avvocati del Capo). Lo stesso Stato è sospettato, se non li serve: tanto che la sede del governo non è più Palazzo Chigi ma il domicilio del Capo a Palazzo Grazioli. Bobbio dà a questo fantasmatico potere il nome di partito personale di massa, e nel ’94 chiede al suo leader precisazioni: se il suo non è un partito cos’è, esattamente? Come s’è finanziato? Cosa farà per dare al proprio potere visibilità: dunque forme, regole rispettose del codice penale e di procedure elettorali che non avvantaggino i più forti o ricchi? Si vede in questi giorni come i riti, le sequenze formali, le procedure, siano sviliti e lisi.

Il disastro delle liste presentate tardi o malamente nel Lazio e in Lombardia conferma difetti congeniti, non sanati dal partito creato con Alleanza nazionale. All’origine: una politica al tempo stesso autoritaria e informe al punto di smottare di continuo come la terra semovente di Maierato in Calabria. Diciotto anni sono passati da Mani Pulite e i club di Mediaset hanno per questa via privatizzato la politica, screditandola agli occhi degli italiani e convincendo anch’essi che il privato è tutto, il pubblico niente. Si ascolti Verdini, sull’Espresso del 23 maggio 2008. All’obiezione sul conflitto d’interessi replica, ardimentoso: «Il conflitto d’interessi non interessa più a nessuno. Neanche a chi non ha votato il Cavaliere. Diamo cento euro in più nella busta paga, detassiamo gli straordinari, favoriamo i premi aziendali senza tassazione e poi vediamo. Alla fine, la gente fa i conti con la propria famiglia».

La famiglia, l’affare, il favore chiesto per figli, mogli, cognati: son tutte cose che vengono prima, e se farsi strada affatica ci si serve della politica come di una scatola d’utensili cui si attinge per proteggersi dalla legge e aggirarla. Dell’Utri lo ammette: «A me della politica non frega niente, io mi sono candidato per non finire in galera» (intervista a Beatrice Borromeo, il Fatto Quotidiano 10 febbraio 2010. La dichiarazione non è stata smentita né ha fatto rumore).

Bobbio disse ancora che il berlusconismo è «una sorta di autobiografia della nazione». Autobiografia non solo collettiva ma di ciascuno di noi: cittadini evasori, onesti, non per ultimo cittadini-giornalisti. Un giorno o l’altro dovremo domandarci ad esempio, nelle redazioni, come mai inondiamo i lettori di pagine di intercettazioni che nulla c’entrano con reati penalmente perseguibili. Come mai riceviamo dai giudici 20.000 pagine di telefonate, solo in parte cruciali. Se davvero si difende il diritto degli inquirenti a tutte le intercettazioni utili, per render visibili crimini e poteri nascosti, vale la meta mettere un muro fra le intercettazioni rilevanti e quelle concernenti il privato come le scelte sessuali, a meno che le prestazioni non avvengano in cambio di favori illeciti. Anche questo innalzare muri era pensiero dominante, in Bobbio. Citando Michael Walzer ripeteva: «Il liberalismo è un universo di “mura”, ciascuna delle quali crea una nuova libertà». Il lettore non capisce più nulla, alle prese con faldoni di intercettazioni, e rischia una nausea senza più indignazione.

Il disprezzo delle forme e delle leggi caratterizza ieri come oggi il berlusconismo (con l’eccezione di Fini, da qualche tempo) e sempre ha generato regimi carismatici autoritari. Fu l’estrema destra francese, negli Anni 30, ad anteporre il «Paese reale» (o sostanziale) al «Paese legale».

Anch’essa formò Leghe, non partiti. Il partito è una parte, non rappresenta un’interezza, per natura si dà un limite. Nella stessa trappola dell’informe cade oggi il governo, e il vecchio istinto del non-partito fa ritorno. Con disinvoltura ineguagliata Schifani, di fronte all’intrico delle liste, si augura «che venga garantito il diritto di voto a tutti e che la sostanza prevalga sulla forma». Augurio comprensibile il primo, pernicioso il secondo.

Il rigetto delle forme va di pari passo con il rifiuto della legalità, con il primato dato ai diritti privati o corporativi sugli obblighi comuni, con la separazione dei poteri. Si combina alla sfrontatezza con cui l’homo ridens di Kazan, sicuro com’è del proprio talento, si sente legibus solutus, sciolto dai vincoli delle leggi. Talmente sciolto che Berlusconi non esita a dichiarare, nel novembre 1994: «Chi è scelto dalla gente è come unto dal Signore». La Chiesa non ebbe mai alcunché da dire. Anche questa domanda, che Bobbio pose al Vaticano, resta senza risposta.

Tanta sicurezza può dare alla testa. Se ce ne fosse un po’ di meno, se non continuasse la pratica dei «gruppi semiclandestini», si potrebbe chiedere semplicemente scusa agli italiani e alle istituzioni, per la cialtrona gestione delle liste. Aiuterebbe. Ma forse, come scrive Gian Enrico Rusconi sulla Stampa, sognare non ci è dato.

(7 marzo 2010)

           









L'ABUSO DI POTERE



EZIO MAURO







Poiché «la sostanza deve prevalere sulla forma», secondo il nuovo comandamento costituzionale berlusconiano recitato dal presidente del Senato Schifani, il governo della Repubblica ha sanato ieri con una legge di comodo gli errori commessi dal Pdl, che avevano portato all'estromissione di Formigoni dalle elezioni in Lombardia e della lista berlusconiana a Roma.

Questo gesto unilaterale compiuto dalla maggioranza a tutela di se stessa può sembrare una prova di forza. È invece la conferma di un' atrofia politica di base e di vertice, che somma un vizio finale alle colpe iniziali, rivelando il vero volto che nei sistemi democratici assume la forza quando è senza politica, e fuori dalle regole che la disciplinano e la governano: l'abuso di potere.

Non c'è alcun dubbio che una competizione elettorale senza il principale partito è anomala, e il problema riguarda tutti i concorrenti (non solo gli esclusi), perché riguarda il sistema intero e il diritto dei cittadini di poter esercitare compiutamente la loro scelta, con tutte le parti in campo. Ma se il problema interpella tutti, le responsabilità di questa anomalia - che in forme diverse si è verificata a Roma e a Milano, con firme false e termini per la presentazione delle liste non rispettati - sono di qualcuno che ha un nome preciso: il Pdl. Non c'entra nulla il "comunismo", questa volta,e nemmeno c' entrano le "toghe rosse". È lo sfascio della destra che produce il suo disastro, perché quando la locomotiva della leadership non funziona più, e non produce politica, tutti i vagoni si arrestano, o deragliano senza guida.

Ora chi chiede a tutti i concorrenti di farsi carico del problema nato in Lombardia e nel Lazio, con un gesto di responsabilità politica condivisa nei confronti dell' avversario e del sistema, non ha mai nemmeno pensato di assumersi preliminarmente le sue responsabilità, ammettendo gli errori commessi, chiamandoli per nome, prendendosi la colpa. Non è venuto in mente al leader di dichiarare che si attendono le pronunce delle Corti d' Appello e dei Tar chiamati a dirimere con urgenza i due casi, e deputati a farlo, nella normalità democratica e istituzionale, e nella separazione dei poteri.

Nulla di tutto questo. Soltanto lo scarico delle responsabilità sugli altri, la tentazione della piazza, la forzatura al Quirinale, l' altra notte, con il Presidente Napolitano, nel tentativo di varare un decreto che intervenisse direttamente sulla normativa elettorale, riaprendo i termini ad uso e consumo esclusivo del partito berlusconiano. Quando il Capo dello Stato si è reso indisponibile a questa ipotesi, la minaccia immediata di due Consigli dei ministri, convocati e sconvocati tra la notte di giovedì e la mattinata di ieri. Una giornata in affanno, per il Premier, anche per il fermo "no" che ogni sua ipotesi di forzatura trovava da parte dell' opposizione, da Bersani a Di Pietro a Casini. Infine, l' abuso notturno del decreto, mascherato dalla forma "interpretativa", che va a leggere a posteriori nella mente del ministro le intenzioni di quando dettò le norme elettorali di procedura, ritagliando a piacere una soluzione su misura per gli errori commessi dalla destra a Roma e a Milano.

Le norme elettorali sono materia condivisa e indisponibile per una sola parte in causa, soprattutto quando opera a palese vantaggio di se stessa, sotto gli occhi di tutti, e per rimediare a quegli stessi suoi errori che violando le regole l' hanno penalizzata nella corsa al voto. Intervenire da soli, ex post, con norme retroattive, a meno di un mese dalla scadenza elettorale, scrivendo decreti che ricalcano clamorosamente gli sbagli commessi per cancellarli, è un precedente senza precedenti, che peserà nel futuro della Repubblica, così come pesa oggi nel logoramento delle normative, nella relativizzazione delle procedure, nella discrezionalità degli abusi, sanati a vantaggio del più forte. In una parola, questo abuso pesa sulla democrazia quotidiana che fissa la misura di se stessa - a tutela di ognuno - in passaggi procedurali che valgono per tutti.

Al Presidente del Consiglio non è nemmeno venuto in mente di consultare direttamente le opposizioni. Di chiedere un incontro congiunto con i suoi capi, di presentarsi dicendo semplicemente la verità, e cioè denunciando gli errori compiuti dal suo schieramento, assumendosene interamente la responsabilità come dovrebbe fare un vero leader, chiedendo se esiste la possibilità di un percorso condiviso di comune responsabilità per rendere la competizione completa e reale dovunque, nell' interesse primario dei cittadini elettori. Tutto questo, che dovrebbe essere un elementare dovere istituzionale e politico, è tuttavia inconcepibile per una leadership eroica e monumentale, che non ammette errori propri ma solo soprusi altrui, mentre prepara abusi quotidiani.

Quest'ultimo, con la falsa furbizia del decreto "interpretativo" (la legge da oggi si applica solo per gli avversari, mentre per noi stessi la si può "interpretare", accomodandola), completa culturalmente la lunga collana di leggi ad personam, che tutelano la sacralità intoccabile del leader, sottraendolo non solo alla giustizia ma all' uguaglianza con suoi concittadini. Anzi, è l' anello mancante, che collega la lunga serie di normative ad personam al sistema stesso, rendendolo in solido oggetto dell' arbitrio del potere: persino nelle regole più neutre, come quelle elettorali, scritte a garanzia soltanto e soprattutto della regolarità del momento supremo in cui si vota.

Nella concezione psicofisica del potere berlusconiano, la prova di forza rassicura il Premier, dandogli l' illusione di crearsi con le sue mani la sovranità stessa, fuori da ogni concerto con l' opposizione, da ogni limite di legge, da ogni controllo del Quirinale. Un' autorassicurazione che nasce dal prevalere della cosiddetta "democrazia sostanziale" rispetto a quella forma stessa della democrazia che sono le regole, la trasparenza e le procedure, vilipese a cavilli e burocrazia. Emerge dallo scontro, secondo il Premier, l' irriducibilità del potere supremo, che rompe ogni barriera di consuetudine e di norma se soltanto lo ostacolano, e non importa se la colpa è sua: anzi, da tutto ciò trae l' occasione di fondare un nuovo ordine di fatto, che basa sullo stato d' eccezione, fondamento vero della sovranità di destra.

Ma c'è, invece, qualcosa di crepuscolare e di notturno in questa leadership affannosa e affannata che usa la politica solo per derogare da norme che non sa interpretare nella regolarità istituzionale, mentre è costretta a piegarle su misura della sua necessità cogente e contingente, a misura di una miseria politica e istituzionale che forse non ha precedenti: e non può trovare complici. Le opposizioni, tutte, lo hanno capito. Molto semplicemente, un leader e uno schieramento che hanno bisogno di un abuso di potere in forma di decreto anche per poter continuare a fare politica, non possono avere un futuro.

(6 marzo 2010)

 

 









IL COMMENTO



Quel pasticciaccio di Palazzo Chigi un precedente contro le regole



di EUGENIO SCALFARI



 

Ci sono, nel decreto legge varato ieri notte dal governo, un pregio e una quantità di difetti. Ezio Mauro, nel suo editoriale di ieri ne ha già dato conto. Proseguirò sulla stessa strada da lui aperta e nelle considerazioni svolte dall'ex presidente della Corte Costituzionale, Valerio Onida. Ma c'è anche e soprattutto un indirizzo politico che emerge da quel decreto, che suscita grandissima preoccupazione.

Il pregio è d'aver dato al maggior partito di maggioranza e ai suoi candidati la possibilità di partecipare al voto regionale in Lombardia e nel Lazio, così da esercitare il diritto elettorale attivo e passivo. Quest'esigenza era stata sottolineata non solo dagli interessati ma anche dai partiti dell'opposizione. Bersani, Di Pietro, Casini, avevano dichiarato nei giorni scorsi di voler vincere disputando la loro eventuale vittoria "sul campo e non a tavolino". Il decreto consente che questo avvenga ed infatti avverrà se i tribunali amministrativi della Lombardia e del Lazio ne ravviseranno le condizioni sulla base del decreto già operativo nel momento in cui quei due tribunali si pronunceranno. Spetta infatti a loro - e non al decreto - stabilire se le prescrizioni previste saranno state correttamente adempiute.

I difetti - che meglio possono essere definiti vere e proprie prevaricazioni - sono molteplici. Alcuni di natura politica, altri di natura costituzionale. Cominciamo da questi ultimi. Esiste una legge del 1988 che vieta ogni decretazione in materia elettorale.

Ora è chiaro che un decreto interpretativo (come è stato definito quello di ieri) non può contravvenire ad una legge vigente e sostanzialmente abrogarla senza con ciò produrre un'innovazione. Cessa pertanto la natura interpretativa che risulta essere soltanto un'appiccicatura mistificante, e riappare invece un intervento che modifica anzi contraddice norme vigenti sulla stessa materia.

C'è un'altra questione assai delicata: l'intera materia elettorale riguardante le Regioni è di spettanza delle Regioni stesse. Le stesse leggi elettorali in materia di procedura differiscono in parecchi punti l'una d'altra. È quindi molto dubbio che il governo nazionale possa entrare con una sua interpretazione su leggi che non sono interamente di sua diretta spettanza. Interpretazioni di tal genere spetterebbero ai consigli regionali i quali tuttavia sono scaduti in attesa del rinnovo elettorale.

Su tutte queste questioni saranno certamente proposti ricorsi e quesiti alla Corte. Ove questa li accogliesse mi domando quale sarebbe la validità e gli esiti degli scrutini del 29 marzo. Il Presidente della Repubblica aveva giustamente definito "un pasticcio" la situazione venutasi a creare. Purtroppo il decreto di ieri non risolve affatto il pasticcio anzi per molti aspetti lo aggrava.

Quanto alla scorrettezza politica, la più grave riguarda la mancata condivisione della sanatoria decretata dal governo con le forze d'opposizione. Il Presidente della Repubblica ne aveva ripetutamente sottolineato l'opportunità ed anzi aveva condizionato ad esso ogni statuizione. Il suo rifiuto dell'altro ieri ad autorizzare un decreto che modificasse le procedure elettorali ad elezioni in corso era motivato anche da questo.

Non solo la condivisione è mancata ma il premier ed i suoi collaboratori senza eccezione alcuna hanno incolpato l'opposizione d'aver reso impossibile l'esercizio del diritto elettorale. In particolare questa responsabilità dell'opposizione si sarebbe verificata a Roma, dove militanti radicali e di altri partiti avrebbero fisicamente bloccato i rappresentanti della lista Pdl impedendo loro di varcare la soglia dell'ufficio elettorale del tribunale.

Questa circostanza, sulla quale i radicali hanno già sollevato denuncia di calunnia, dovrà comunque esser provata dinanzi al Tar del Lazio nell'udienza di domani. È comunque grave un'inversione così macroscopica delle responsabilità, sulla base della quale i colpevoli vengono condonati e gli innocenti puniti.



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Il presidente della Camera, Gianfranco Fini, ha definito il decreto del governo come "il male minore", distinguendosi ancora una volta con queste parole dalla linea di Berlusconi. Ma nel caso in questione Fini ha sbagliato per difetto. Il decreto interpretativo non è un male minore. È un male identico se non addirittura peggiore d'un decreto innovativo.

Anzitutto non si può dare un'interpretazione diversa e così estensiva ad una procedura elettorale con effetto retroattivo. L'interpretazione, se retroattiva, diventa infatti un vero e proprio condono ed un condono è quanto di più innovativo vi sia dal punto di vista legislativo.

Ma c'è di peggio. Poiché nel diritto pubblico un precedente produce una variante valida anche per il futuro, questo precedente potrà essere invocato d'ora in poi per condonare qualunque irregolarità procedurale a discrezione del governo. Non bastava il sistema delle ordinanze, immediatamente esecutive e sottratte ad ogni vaglio preventivo di costituzionalità; ad esso si aggiungerà d'ora in poi il decreto interpretativo facendo diventare norma l'aberrante principio che la sostanza prevale sempre sulla forma, come dichiarò pochi giorni fa il presidente del Senato, Schifani, dando espressione impudentemente esplicita ad un principio eversivo della legalità. Esiste nella nostra lingua la parola "sprocedato" per definire una persona scorretta che si comporta in modo contrario ai suoi doveri. La esse è privativa, sprocedato significa appunto "senza procedura".

E bene, stabilire la prevalenza della sostanza sulla forma in materia di procedura non ha altra conseguenza che legittimare l'illegalità permanente nella vita pubblica, o meglio: far coincidere la legalità con il volere del capo dell'esecutivo, cioè stabilire la legittimità dell'assolutismo.

Un decreto interpretativo con potere retroattivo realizza questo gravissimo precedente. Non a caso Berlusconi lo ha preteso facendo balenare ripetutamente la minaccia di sollevare dinanzi alla Corte costituzionale un conflitto di attribuzioni tra il governo e il Capo dello Stato. Gianni Letta è stato il "missus dominicus" di questo vero e proprio ultimatum e - a quanto si sa - l'ha fatto valere con inusitata decisione. Questi gentiluomini del Papa ci stanno dando molte sorprese da qualche giorno in qua sui più vari terreni. Un Letta in armatura e lanciato a passo di carica non l'avevamo ancora visto anche se da tempo sotto il suo guanto appariva sempre più spesso l'artiglio di ferro.

Male minore, presidente Fini? Purtroppo non sembra.



* * *

Che fare? Chi ne ha titolo rappresenti al Tar i problemi che sono di sua competenza per quanto riguarda il giudizio di applicazione del decreto. (Il Tar lombardo ha già concesso a Formigoni la sospensiva dell'ordinanza dell'Ufficio elettorale e deciderà definitivamente nei prossimi giorni). E chi ha titolo sollevi i problemi di costituzionalità dinanzi alla Corte.

Le sortite "sprocedate" di Di Pietro nei confronti del presidente della Repubblica sono da respingere senza se e senza ma. Nella situazione data il Capo dello Stato è stato messo in condizioni di necessità e ha dovuto dare la precedenza all'esercizio del diritto elettorale, riuscendo anche a far togliere alcune disposizioni transitorie che riservavano l'applicazione del decreto alle sole Regioni di Lombardia e Lazio. Si sarebbe in quel caso creata una diseguaglianza tra gli elettori di fronte alla legge recando così un vulnus costituzionale di palese evidenza. Resta il pasticcio ed un precedente che accelera la trasformazione dello Stato dalle regole all'arbitrio del Sovrano. Gli elettori giudicheranno anzitutto i candidati e i programmi da essi sostenuti. Ma sarà bene che riflettano anche su questi aspetti politici di involuzione democratica. Non sarà un referendum pro o contro Berlusconi, ma certamente l'occasione per scegliere in favore di leggi valide per tutti o in favore delle "cricche" che hanno occupato le istituzioni usandole a favore dei loro privatissimi interessi. L'occasione per cambiare questo andazzo arriverà tra venti giorni. Errare è umano, ma perseverare nell'errore non lo sarebbe.

(7 marzo 2010)

 


sabato 6 marzo 2010

Il golpe








ITALIA


Vignetta tratta dal blog del Tafanus



Hanno fatto tutto di notte, come si conviene ai malfattori, non per vergogna chè questo è un concetto anacronistico e obsoleto. Perché loro sono quelli del fare (male), del fare (come gli pare), del dire (di fare) e poi non fanno, naturalmente.

Hanno completato tutto di notte, per rendere il risveglio agro come la vita, ormai condannata ad essere deturpata da questa cricca di candidati al carcere. Senza passare dal via, come a Monopoli.

Un golpe in piena regola: il papi e i suoi ascari hanno superato anche il sommo maestro, Licio Gelli che aveva allevato nella sua palestra sia B., tessera P2 1816 che Cicchitto, tessera P2 2232. Ieri notte erano dotati di compasso e indossavano il grembiulino d’ordinanza; l’insegnante ha creato allievi a sua immagine e somiglianza.

Il colpo mortale inferto alla Costituzione, alle leggi e  alle regole, provocherà conseguenze inimmaginabili. Al partito della libertà provvisoria chi ha rilasciato la licenza di violare le leggi? Chi gli ha conferito questa facoltà?

Occorre guardarsi intorno, non alla ricerca del nemico, ma dei concittadini da disprezzare sì, coloro – in tanti purtroppo - che, con un dissennato voto, hanno lasciato via libera a questa armata Brancaleone. Sono quelli che si raccolgono sotto lo slogan volgare del “Franza o Spagna purchè se magna”, quelli che si nutrono di soap, di telepromozioni, di calcio ad alta e bassa definizione, di programmi idioti, di tv spazzatura ormai assorbita in tale quantità da non avvertirne il fetore. Loro sì, invece, che puzzano.

Verranno travolti, prima o poi. Anche se adesso ci chiediamo, noi italiani onesti, immersi nel buio totale: “Sentinella, a che punto è la notte?” E ci rispondono che:  "È il regime, bellezza”.

Allora scaturisce un sogno dal cuore, che non è il papi a San Vittore (la ex Cirielli lo salva anche dal carcere), ma quello che ogni buon tifoso ha da sempre nella vita: vittoria nel derby con un autogol all’ultimo minuto. Che, tradotto , potrebbe essere: vittoria nel Lazio e in Lombardia con un solo voto di scarto. Anche se poi varerebbero, immantinente, un de-cretino per interpretare la volontà celata dietro quel voto, interpretazione ovviamente a vantaggio dei perdenti.

Si sorride amaramente, in una giornata nerissima, dove l’illegalità è stata legalizzata, l’arbitrio è diventato costituzionale e la Carta del 1948 riciclata (forse) nell’apposito contenitore.


sabato 27 febbraio 2010

Tutta mia la città










Qui non servono parole, se non quelle necessarie per smentire le consuete bugie del papi e della sua cricca di servitori e trombettieri. A parlare sono, invece, immagini: dell’inchiesta (un’altra ottima prova di giornalismo) condotta dalla squadra di “Presa diretta”; dei cittadini aquilani che hanno deciso di forzare i tempi, di non indugiare più, di farsi carico della poderosa opera di rimozione dall’immaginario collettivo che il papi abbia compiuto l’ennesimo miracolo, come la vulgata del popolo della libertà provvisoria proclama. E poi ci sono i blog:




quello direi storico di MissKappa (da cui ho tratto l'ultimo video intitolato "Pezzi di città") che ho iniziato a seguire dopo il terremoto, gestito da una donna battagliera e libera e un altro scoperto da poco il cui autore, Federico D'Orazio,








un altro aquilano che vuol riprendere a volare, ha scritto una bella lettera aperta a Michele Santoro per rammaricarsi dell’occasione perduta da “Annozero”. La domenica successiva ci ha pensato Riccardo Iacona a compensare lo squilibrio di spazi e tempi.




Significative poi altre parole, quelle di Maria Luisa Busi, volto notissimo del Tg1, contestata con la sua troupe nel capoluogo abruzzese, dov’era arrivata per realizzare un reportage. La sua colpa? Quella di essere alle dipendenze di un direttore che scodinzola come neppure Bruno Vespa osò fare ai tempi del Caf.


"Quello che posso dire é che io sono qui per fare il mio lavoro onestamente e non posso rispondere, ovviamente, dell'informazione a livello generale che il Tg1 ha fatto nel corso di questi dieci mesi dal terremoto. Posso solo dire che quello che ho visto all'Aquila, in questi giorni con i miei occhi, è molto più grave di come talvolta è stato rappresentato: migliaia di persone sono ancora in albergo, le case non bastano e la ricostruzione non è partita".


Serve altro?















L’Aquila 10 mesi dopo. Le bugie (tante) e gli interventi (pochi) L’anticipazione


di Riccardo Iacona


 


È da ottobre che Presa diretta sta seguendo la ricostruzione all’Aquila e domani sera vi faremo vedere quello che abbiamo trovato e quello che abbiamo scoperto. Vi dico subito che il quadro non è per niente positivo. Del Progetto C.A.S.E. - le famose «case di Berlusconi» che abbiamo visto nelle decine di consegne in diretta televisiva, corredate di tutto quello che serve per riprendere a vivere, dalla lavastoviglie al televisore al plasma - a quasi un anno dal terremoto ne mancano ancora 250 da consegnare. Per quelle centinaia di persone che sono ancora in attesa che i lavori finiscano il famoso slogan «dalle tende alle case!» non ha funzionato. Presa diretta vi farà vedere anche quanto sono costate: dai 2400 ai 2700 euro a metro quadro, una fortuna! E infatti quasi tutto il miliardo di euro messo in campo dal governo per la prima emergenza se n’è andato per costruirle. Poi ci sono i soldi per mantenerle, che nessuno calcola mai. Il Comune dell’Aquila, che è praticamente senza un euro in cassa, dovrà sobbarcarsi le spese di gestione delle 19 new town volute dal governo, dagli autobus, alla raccolta dell’immondizia, oltre a tutte le spese di manutenzione ordinaria e straordinarie di case che sono state costruite in pochissimi mesi e che non sono proprio perfette.


Siamo entrati per esempio con le telecamere nelle case di Cese di Preturo, uno dei diciannove insediamenti che si trova a una quindicina di chilometri dal centro dell’Aquila. Il cantiere non era ancora terminato ma mano a mano che venivano finiti gli appartamenti venivano immediatamente consegnati: era novembre, l’inverno era già arrivato all’Aquila con le prime nevicate e c’era urgenza di tirare fuori la gente dalle tende, sì, perché anche questo abbiamo visto, la gente ancora nelle tende, con gli anziani e i bambini in pieno inverno. Abbiamo accompagnato dentro le nuove case queste persone stremate da sette mesi nelle tendopoli, con i bagni da campo, le docce da campo, la cucina da campo e lo spazio privato ridotto a quindici metri quadri di tenda, dove ci devi far entrare tutto, anche un simulacro di spazio dove far giocare i bambini. E li abbiamo visti piangere mentre prendevano possesso degli appartamenti. Ma poi ci sono venuti incontro quelli che già ci abitavano da qualche settimana e ci hanno fatto vedere il legno esterno non adeguatamente protetto. «Questi reggono un inverno e poi bisognerà passarci sopra qualcosa altrimenti con il freddo si spacca», mentre da una delle scale interne, per la mancanza di una copertura sul tetto scendeva una cascata d’acqua che entrava persino dentro gli appartamenti. È chiaro che ci vorranno ancora tanti soldi per mantenere le nuove case e mi domando da dove usciranno visto che il Comune è al verde. Poi mancano ancora 1500 tra MAP e MAR, quasi la metà di quelli previsti, per più di 3000 persone: sono i prefabbricati leggeri in legno, che la Protezione Civile sta facendo costruire in fretta e furia perché le case di Berlusconi non bastano. Ne ho visti anche su due piani, vere e proprie palazzine in legno, anche molto belle da vedere. Sono facili da costruire, da montare, sono antisismici al cento per cento, perfettamente coibentati ed ecocompatibili e dentro hanno tutto quello che c’è negli appartamenti delle case di Berlusconi. E soprattutto una volta terminato l’uso si buttano anche giù facilmente. Le case prefabbricate in legno costano un terzo di quelle del progetto C.A.S.E.: 700 euro a metro quadro contro i 2700 che sono costate le case di Berlusconi.


L’architetto Antonio Perrotti, dirigente della regione Abruzzo ha calcolato che se all’Aquila si fosse scelto di sistemare tutti gli sfollati in questi tipi di alloggi a quest’ora sarebbero già tutti dentro i MAP e i MAR, e si sarebbe speso la metà di quello che si è speso. E invece sono ancora 10.028 gli «aquilani perduti», dispersi tra gli alberghi della costa, negli appartamenti affittati, i più fortunati nelle seconde case. Ed è del tutto evidente che è dal loro ritorno che dipende il futuro dell’Aquila. E qui entriamo nel capitolo dolente della ricostruzione: a quasi un anno dal terremoto non è stata ancora emanata l’ordinanza per la ricostruzione del centro storico e a parte qualche puntellamento niente è stato fatto dentro la città dell’Aquila. Anche se sono centinaia, come vi faremo vedere, le abitazioni che con poca spesa sarebbero potute essere oggi abitabili. Per quanto riguarda invece le case che sono fuori della zona rossa, per colpa di ordinanze contraddittorie e di una farraginosa macchina burocratica, la gran parte dei cittadini sta ancora aspettando la risposta alle richieste di finanziamento e di fatto i lavori non sono ancora cominciati. Infine mancano i soldi per sostenere l’economia aquilana: non è stato varato un piano di sostegno al commercio e neanche alla piccola e media industria. La battaglia per far tornare le persone e tenerle attaccate alla loro città, la battaglia per far rivivere l’Aquila è ancora tutta da cominciare.


(20 febbraio 2010)


 

















IN CHE MANI SIAMO (lettera aperta a Michele Santoro)


 


 


Ci ho messo quattro giorni per prepararmi, e due per riprendermi dal colpo. Nel giorno di massima attenzione verso noi Aquilani, quando abbiamo rialzato la testa e sfondato le barriere del centro storico, c’erano tutti quelli che da 11 mesi a questa parte avrebbero dovuto esserci,e mancando invece ogni volta l’appuntamento. Quel giorno, nella rappresentanza RAI c’era quello che per me rappresentava la luce in fondo al tunnel: la troupe di Annozero. Eravamo pittoreschi, coi nostri cartelloni appesi, tutti con le telecamere e macchinette digitali per riprenderci da soli, abituati come siamo a fare tutto nell’oscuramento mediatico che ci sta soffocando. Eravamo incazzati. I ragazzi di Annozero, ci hanno notati,ed hanno voluto parlare con noi. Abbiamo programmato e realizzato con loro interviste durate ore, c’è chi ha condotto visite non autorizzate in zona rossa a rischio suo e della propria fedina penale. Lo abbiamo fatto tutti perché la cosa più importante è L’Aquila, ed in questi mesi abbiamo saputo rivedere, inconsapevolmente, priorità ritenute prima di un anno fa imprescindibili.


Ai ragazzi di Annozero, abbiamo raccontato i nostri fatti più privati, perché eravamo e siamo tutt’ora convinti che se non si vivono certe situazioni non le si può comprendere. Ma raccontarle nel più minimo dei dettagli può aiutare a farsi un’idea. Purtroppo, il risultato è stato sconsolante. La mannaia dell’opportunismo si è abbattuta su di noi, anche da chi non avrei mai creduto potesse farlo. L’Aquila, ad Annozero, si è ridotta ad un insulso collegamento dalla zona rossa, in un’area che per noi comuni mortali è inaccessibile, perché questo era il disegno previsto. Sfruttarla come scenografia, far immaginare un centro vuoto, disabitato, crollato. E proprio perché è davvero così, ci risulta incomprensibile la ragione che ha spinto ad escludere da questa rappresentazione pittorica, l’elemento più importante. NOI. Gli Aquilani. Gente che non ne può più di sentir dire cose sul conto della nostra città da chi non vi ha mai messo piede, né prima, né dopo il 6 Aprile.


Per fare un esempio, quando ero in studio ad Annozero, e rigorosamente tra quelli del pubblico non parlante, non ho idea di cosa mi abbia trattenuto: Il direttore Belpietro, ha enunciato con la nettezza di chi ha appena parlato con uno dei responsabili della Ricostruzione, che


il centro dell’Aquila andrà abbattuto e ricostruito con criteri antisismici”


Quella è stata la prima occasione in cui ho dimostrato a me stesso di essere una persona molto più civile di quanto credessi. Gli Aquilani, non vogliono più sentir paragonare le loro case, le Chiese, la città tutta ad un immenso paesaggio di cartone. Precario. Sia fatta una distinzione netta tra quello che precario era per speculazione edilizia, lucro personale e politico degli ultimi decenni, e tutto il resto della città. Non fare questa distinzione a quasi un anno dal terremoto è forse il segno più preoccupante di tutta la vicenda che ci riguarda. E dimostra che non c’è assolutamente nessuna volontà politica e giornalistica, tra quelle enunciate finora, di fare chiarezza e per una buona volta pulizia.


Si rischia oggi, di vedere un centro storico abbandonato a se stesso che dovrà essere ricostruito con il nostro finanziamento, visto che da Luglio pagheremo le tasse. E nemmeno di questo, nessuno che si scandalizzi, nessuno che si adoperi a costo della propria carriera politica o professionale, per condurre un ‘operazione di verità. Gli Aquilani giovedì scorso hanno visto la loro città dalla televisione, esclusi ad ogni livello dalla partecipazione a quello che, vanamente, avevamo creduto fosse il momento del nostro riscatto.


Per di più, ed è questa la nota più grave, una trasmissione di quasi tre ore si è limitata a dibattere delle intercettazioni già note dalla settimana prima, che noi tutti avevamo già letto dai giornali. Non una parola sulle ragioni vere che hanno spinto i magistrati ad iscrivere Guido Bertolaso nel registro degli indagati, ovvero l’ipotesi di corruzione. Più succoso, anche per Annozero, si è rivelato l’argomento dei presunti favori sessuali che coinvolgerebbero il capo della PC. Per argomenti di questa debolezza, abbiamo dovuto veder dedicate 3 ore di prima serata, con approfondimenti fino al più squallido dei dettagli.


L’Aquila, nella vicenda, aveva da offrire altro che il suo corpo colpito a morte.Argomenti forti, forse troppo persino per Santoro. Ne cito solo alcuni, per i quali pretendiamo da mesi (inascoltati) attenzione. Ricostruzione mai partita, quasi un miliardo di Euro buttato per assistere solo il 20% della popolazione colpita, pregiudicando seriamente la disponibilità finanziaria da dedicare alla VERA ricostruzione, appalti a dir poco gelatinosi in ogni aspetto di quanto fatto fino ad oggi: ponteggi, Progetto CASE, persino le coperture dei tetti in centro storico pare abbiano dei segreti inconfessabili.


E noi che speravamo si parlasse di questo, cose che abbiamo documentato alla troupe che è rimasta qui per tre giorni, sprecando il nostro tempo per fornire dati, suggerire storie degne di nota, cercare riscontri obiettivi a quanto raccontavamo loro…noi che sostanzialmente abbiamo fatto il loro lavoro, conducendo inchieste solitarie e sperando che volessero almeno raccontarne i risultati emersi, abbiamo fatto un’opera inutile.


C’era altro da fare per Annozero.


C’era da immaginare Bertolaso che si intratteneva in ambigui massaggi alla cervicale, c’era da immaginare mutandine brasiliane e preservativi, e calici di champagne.


Santoro, perché?


Santoro, lei avrebbe potuto far vedere cose davvero scandalose, che noi conosciamo,e lei ora,grazie a noi conosce. Ha preferito far immaginare cose infinitamente meno volgari di quelle che noi viviamo da un anno ormai a questa parte. Aspetto il risarcimento che mi ha promesso in studio, quando le ho detto la mia approfittando,a fine diretta, dell’ira dei ragazzi messinesi -venuti per parlare in trasmissione- e che non hanno trovato spazio per raccontare i loro scandali sulla PC. A L’Aquila ci sono molti, me compreso, desiderosi di confrontarsi alla pari (e non nei due minuti riservati al pubblico) con chi tra giornalisti, politici e prelati ha ancora voglia di difendere la facciata che nasconde gli scandali accaduti fino ad oggi a L’Aquila, sulla nostra pelle. Perché si inizi a dire la verità. Michele Santoro è disponibile a farlo?


Finche ciò non avverrà resteremo, tutti quì a L’Aquila, della nostra idea.


Continuando a domandarci alla sera, nelle nostre


case,


casette,


M.A.P.,


roulotte,


camper,


camere d’albergo


e letti di caserma:


in che mani siamo?


FEDERICO D’ORAZIO


(20 febbraio 2010)








 





 



 


 







martedì 23 febbraio 2010

L'ultima campanella







“In un paese civile dopo la messa in onda di “Presa diretta” ci sarebbero state reazioni infuocate in Parlamento (ma l’opposizione è andata al Festival di Sanremo), pressioni sul ministero, e magari qualcuno avrebbe provveduto a rifornire di gasolio la caldaia bloccata dai tagli indecenti”.


E invece nulla di tutto questo è accaduto, anzi la tv ha impiegato larga parte del suo tempo ad informarci sullo sventurato Morgan, sui guai del gastronomo che ha dichiarato di aver mangiato i gatti, fornendo pure la ricetta e che per questo è stato allontanato dalla trasmissione a cui partecipava. Tacendo, per carità di patria, sui pomeriggi dove la spazzatura mediatica tracima dal video (e che il buon “Blob” testimonia ogni sera).


Insomma se questo delirio di arroganza, idiozia e stupidità conferma come l’istruzione dovrebbe essere salvaguardata, la scuola invece ne esce a pezzi. Si pensi solo per un attimo a quali risultati si potrebbe piuttosto arrivare se s’invertissero spazi e tempi. Se nei pomeriggi italiani, per esempio dopo l’esemplare inchiesta condotta da Riccardo Iacona e dal suo staff, si fosse discusso di quelle immagini, di quelle testimonianze raccolte. Immaginato? Perché l’attimo è già passato e la conclusione è che non siamo, appunto, un paese civile. Una conferma in più, purtroppo.


Gli articoli che seguono sono dello stesso Iacona, prima e dopo la trasmissione, l’editoriale di Antonio Padellaro (il virgolettato è suo) e un altro pezzo de “il Fatto Quotidiano” a commento dell’ottima prova di giornalismo ammirata domenica 14 febbraio. Che si è poi ripetuta una settimana più tardi. Ma di questo parleremo successivamente.













«Presadiretta» sul disastro della scuola


di Riccardo Iacona


 


Pia Blandano preside dell’istituto comprensivo «Antonio Ugo» nel quartiere della Zisa di Palermo, una scuola dove ci sono elementari e medie, accoglie le telecamere di Presa diretta armata di un foglietto bianco e di una matita. E segna sul foglio i tanti «meno», dovuti ai tagli alle cattedre, con cui ha incominciato l’anno scolastico: «Quest’anno i ragazzi avranno meno due ore di inglese, meno un’ora di francese, meno un’ora di tecnologia, meno un’ora di informatica, meno un’ora d’arte, meno un’ora di musica, meno un’ora di educazione fisica». La scuola «Antonio Ugo» è in uno stato pietoso: fuori ci sono vecchie impalcature arrugginite mai tolte da quasi vent’anni, dentro, in corrispondenza dei tubi del riscaldamento, ci sono infiltrazioni d’acqua, su cui nessuno ha messo mano. Non si vernicia la scuola da anni e molte sono le porte sfondate. Mancano persino


le sedie. Dopo tanto la Provincia ne ha mandate un po’, ma troppo grandi. La preside le ha tenute lo stesso. I bambini fanno lezione con il cappotto e il cappellino di lana perché manca il riscaldamento in classe e a pranzo si portano il panino da casa perché non c’è la mensa. E siccome i tagli sono spalmati su tre anni «la situazione può solo peggiorare» ci dice la preside. A un anno e mezzo dalla riforma Gelmini la situazione della scuola pubblica che stasera vedrete su Raitre con Presa diretta è tutta sotto il segno «meno» dal Nord al Sud: nelle elementari dove persino il tempo pieno non si riesce più a garantire, nelle casse vuote degli istituti, dove mancano i soldi per il funzionamento ordinario e per pagare supplenti e insegnanti di sostegno, nell’organico di docenti e amministrativi che quest’anno ha visto la drammatica esclusione di migliaia di precari. «Non ci sarà nessun taglio alla scuola. Dalla sinistra messaggi falsi e inutili allarmismi», aveva detto Berlusconi nell’ottobre del 2008.


(14 febbraio 2010)


 








I tagli e i furti


di Antonio Padellaro


 


Guardando domenica sera su RaiTre l’impressionante “Presa diretta” di Riccardo Iacona, dedicata allo sfacelo della scuola italiana ci veniva in mente Tangentopoli.Ricordavamo, infatti, che una delle scintille che accesero l’incendio fu l’aver costretto una moltitudine di anziani spossati a lunghe file agli sportelli per pagare un balzello sanitario escogitato dall’allora ministro De Lorenzo. Dopo di allora gli arresti di Mani Pulite apparvero a molti come una legge del contrappasso rispetto a un potere intollerabilmente osceno e rapace. Poiché se alle ruberie della politica (ormai una sorta di tassa fissa) si aggiungono in sovrappiù piccole e grandi vessazioni, o si fanno vivere le persone in uno stato di mortificazione permanente e di abbandono, ecco che allora può succedere tutto. Di esseri umani esasperati Iacona ce ne ha mostrati davvero troppi. L’insegnante condannata alla disoccupazione che straccia il diploma di laurea. Il volto di pietra dei colleghi che hanno buttato una vita nei concorsi e nelle attese. La preside della scuola (pubblica) palermitana costretta a raccogliere “contributi volontari” tra le famiglie degli alunni per tirare avanti. Il grottesco pellegrinaggio degli studenti dell’istituto nautico messinese in cerca di aule. Ma l’immagine che non può essere sopportata è quella dei bimbi di un asilo, imbacuccati e tremanti, stipati dentro uno stanzone privo di riscaldamento. Che razza di gentaglia permette tutto ciò? Vorremmo conoscerli, vedere che faccia hanno questi “amministratori” della cosa pubblica e i loro degni funzionari. Del ministro della Pubblica istruzione neanche a parlarne. Il portavoce a cui ci siamo rivolti dopo aver attraversato la linea maginot di filtri e centralini vari non ha dato segni di vita. Si sa, costoro usano la televisione solo per pavoneggiarsi o per biascicare inutili comunicati. In un paese civile dopo la messa in onda di “Presa diretta” ci sarebbero state reazioni infuocate in Parlamento (ma l’opposizione è andata al Festival di Sanremo), pressioni sul ministero, e magari qualcuno avrebbe provveduto a rifornire di gasolio la caldaia bloccata dai tagli indecenti. Ecco appunto: i tagli. Come si fa a giustificare davanti ai cittadini una politica di risparmi che colpisce una spesa indispensabile come quella scolastica? Quando dalle inchieste della magistratura si apprende che la stessa cura parsimoniosa non si applica al monte tangenti che, secondo la Corte dei Conti, ci costa 60 miliardi l’anno. A tanto infatti ammonta la “tassa occulta” pagata dai contribuenti come pedaggio della corruzione dilagante. E con 60 miliardi quante scuole possono essere riscaldate? Quando lo capiranno che la gente non ne può più dei ladri e dei profittatori?


(16 febbraio 2010)


 




La passione che resta. Nonostante tutto...


Ho ricevuto mail da docenti che non si arrendono. «Vi prego a nome dei bimbi disabili, a nome dei precari, a nome delle famiglie: continuate a parlare


 


IL GIORNO DOPO


di  Riccardo Iacona


Non sto a dirvi quali danni sta arrecando ai bambini l’eliminazione delle compresenze, che non erano utilizzate per “passeggiare nei corridoi” ma per recuperare i bambini che avevano difficoltà di apprendimento...» – mi scrive Graziella, insegnante precaria di Palermo da 14 anni, il giorno dopo la messa in onda della puntata sulla scuola.


Poi ci scrive Giuseppina, che insegna a Torino nella scuola primaria “Don Milani” : «Si rendono conto i governanti che stanno sperimentando su materiale umano, che i ragazzi ed i giovani non sono documenti, che in caso di errore, possono essere riscritti e che le inadempienze e le superficialità provocano danni irreversibili?». Poi c’e’ Mariangela, docente di sostegno precaria che lavora nelle Marche: «Vi prego a nome dei bimbi disabili, a nome dei precari, a nome delle famiglie: continuate a parlare di scuola! Perché l’istruzione entra nei gangli della vita delle persone e le forma a tal punto da cambiare i connotati di una società!». Questa è la seconda volta che ci buttiamo con le telecamere di Presa diretta nel mondo della scuola e ancora una volta rimango stupito dalla passione che anima il lavoro nelle scuole pubbliche italiane. Passione vera e per questo accompagnata da una grande preoccupazione per quello che sta succedendo. Ed è in nome di questa passione che gli operatori la scuola la mandano avanti lo stesso, anche con pochi pennarelli e senza soldi nelle casse. «Il volontariato ormai è la nostra condizione quotidiana», – mi scrive Rossella un insegnante di filosofia e storia al liceo classico-linguistico di Lugo in provincia di Ravenna. «Cosa ci rimane? La nostra passione, quella stessa dedizione che porta un anonimo insegnante di provincia a guidare i propri alunni verso la vittoria alle olimpiadi di matematica senza strumenti e risorse. Non voglio neanche immaginare che cosa potrebbe fare se disponesse di qualche strumento in più!».


È talmente forte lo spirito di servizio che guida i professori come Rossella da non accorgersi che, a furia di tagli, la scuola gli sta sparendo sotto gli occhi. C’è infatti una soglia sotto la quale i tagli diventano uno spreco, perché «ammazzano» il servizio: quando in una scuola ho tagliato tutto il «tagliabile» – i soldi per i supplenti, il materiale didattico, i laboratori, una palestra degna di questo nome, gli insegnanti di sostegno e persino il riscaldamento – alla fine non c’è più la scuola. Sì, le teniamo aperte, ma il servizio che offrono è inaccettabile per un Paese del primo mondo come il nostro. I professori possono anche non accorgersene, i governanti no. Perché la posta in gioco è il futuro del paese, come ci ricorda Fernando che ha scritto la sua e-mail di getto, un minuto dopo la fine della messa in onda: «Un paese che non è in grado di garantire condizioni accettabili di studio ai suoi giovani è un paese fallito!».


(16 febbraio 2010)


 


 


ISTRUZIONE? Dopo la denuncia Tv di “Presa diretta”


Muri che cadono, bimbi al gelo. Soldi per tangenti, non per le scuole


SOPRAVVIVERE A SCUOLA


Al freddo, senza sedie e con l’intonaco che cade. Ecco la fotografia dell’abbandono


di Silvia D’Onghia


 


Beatrice ogni mattina porta a scuola sua figlia Federica, tre anni e mezzo. Scuola materna statale in un popolare quartiere romano. Classe “mista”: insieme bambini dai tre ai (quasi) cinque anni, con buona pace dei diversi livelli di apprendimento. All’inizio dell’anno, le maestre hanno chiesto a Beatrice e a tutte le altre mamme un “contributo” alle attività: matite, pennarelli, risme di carta, forbici, quaderni e l’ormai simbolica carta igienica. Le maestre sono soltanto due per 24 bambini: fanno i turni e, quando una delle due si ammala, i bambini vengono presi e smistati nelle altre classi (tra urla e strepiti). La classe di Federica è al piano terra di una struttura che ospita anche le elementari: all’interno dell’aula, oltre ai banchi e alle sedioline, anche una mini-cucina per bambini, qualche giocattolo e pochi libri. Le luci al neon sul soffitto si rompono spesso, ma passano mesi prima che la scuola abbia i soldi per mandare un elettricista a cambiarle. Così capita che Federica e gli altri 23 bambini rimangano quasi al buio. A Beatrice e agli altri genitori viene chiesto spesso di contribuire alle “spese vive ”: l’acquisto di libri o di oggetti utili alla didattica o gli spettacoli teatrali all’interno della scuola. Ma Beatrice sa di essere fortunata: Federica ha ottenuto il tempo pieno e, al di là di bicchiere e tovaglietta che si devono portare da casa, il pranzo è “offerto” dal ministro Gelmini. 42 euro al mese e passa la paura. Una condizione da privilegiati se si pensa al resto della scuola italiana. Come ha documentato “Presa diretta” domenica sera su RaiTre, la scuola italiana cade a pezzi. Altro che riforma.


La prossima settimana Legambiente presenterà i nuovi risultati di “Ecosistema scuola” per il 2010, ma – anche stando a quelli 2009 – l’esito è abbastanza catastrofico. Oltre la metà degli edifici, secondo i dati forniti da 95 amministrazioni comunali e 62 provinciali, ha più di 35 anni e ben il 38 per cento ha urgente necessità di manutenzione. Se questi dati si incrociano con quelli forniti da Cittadinanzattiva nel rapporto su sicurezza, qualità e comfort, il 54 per cento delle 106 scuole analizzate si trova in zone a rischio sismico, il 26 per cento a rischio idrogeologico, il 7 per cento a rischio industriale. E Legambiente sostiene che quasi nel 12 per cento degli istituti è certificata la presenza di amianto.


Per come sono messi gli immobili, è quasi un miracolo che nel 2008 ci siano stati “soltanto” 92.060 infortuni a studenti e 13.879 a insegnanti. Ovunque, sono caduti finestre (il 29 per cento non è integro), solai, tetti e controsoffitti: nel 17 per cento delle aule si sono verificati distacchi di intonaco, la difformità del pavimento arriva al 16 per cento, prese o interruttori rotti raggiungono il 29 per cento. Oltre la metà di armadi e librerie non è ancorato alle pareti. Certo, le prove di evacuazione si fanno ovunque, ma per quelle non servono i soldi del ministero. Riccardo Iacona ha documentato scuole senza riscaldamento (con bambini dell’asilo che tengono cappotti e cappelli in classe) e senza sedie, che, quando ci sono, sono quasi sempre danneggiate.


Per non parlare dell’igiene: mentre trionfano le campagne di prevenzione dell’influenza (mascherine e gel anti batterici quest’anno sono andati a ruba), gli studenti italiani non hanno né il sapone (che manca nel 60 per cento degli istituti presi in esame da Cittadinanzattiva), né la carta igienica (44 per cento) nei bagni. E, in seguito a una circolare ministeriale del dicembre scorso, i sindacati hanno denunciato il taglio del 25 per cento del personale addetto alle pulizie. Ovvero 2.500 persone. Meno lavoro, più sporcizia.


Certo le scuole non sono tutte così. Gli studenti di Prato, Biella e Terni sono fortunati: i loro edifici sono per lo più nuovi, sono dotati di certificazioni di sicurezza e sfruttano le energie rinnovabili. Alcune hanno addirittura sistemi di recupero delle acque piovane per l’impianto antincendio. Ma non diciamolo ai loro compagni messinesi o trevigiani, che magari l’acqua piovana ce l’hanno in classe, per le infiltrazioni dal soffitto fatiscente.


Di fronte a tutto questo il ministro Mariastella Gelmini, che nelle scorse settimane ha continuato a difendere la riforma che porta il suo nome, non parla. Ieri Il Fatto ha provato a realizzare un’intervista con lei, consapevole delle difficoltà di una donna agli ultimi mesi di gravidanza. Eppure dal ministero non è arrivata alcuna risposta, neanche un diniego. Ci è stato detto che la richiesta era stata inoltrata al portavoce del ministro, il quale ci avrebbe sicuramente fatto sapere qualcosa. Siamo ancora in attesa.


(16 febbraio 2010)