giovedì 21 maggio 2009

L'abusivo di Palazzo Chigi






Si susseguono avvenimenti e situazioni meritevoli di attenzione e condivisione. Subito il fatto del giorno, vale a dire la trasformazione del papi del consiglio in grande corruttore, cosa che già prima era percepita come tale dalle persone più avvedute e refrattarie alla lobotomizzazione. Da ieri è pure acclarata con una sentenza.


Mi ha entusiasmato la prima pagina de “l’Unità” che ha interpretato lo stato d’animo di una parte della popolazione, compreso il mio ovviamente, con una richiesta – quella delle dimissioni -talmente ovvia che non dovrebbe neppure sorprendere. Ma che i potenti mezzi radiotelevisivi hanno provveduto ad oscurare. O forse ero io ad essere distratto. Capita.


Ovviamente il primo pezzo è della direttrice de “l’Unità” la superlativa Concita De Gregorio, a seguire Marco Travaglio, of course e quindi un commento di Federico Geremicca, con alcune annotazioni interessanti, diverso tuttavia nei toni dai pezzi che lo precedono, collocandosi in posizione quasi di “terzietà”, ma giungendo inevitabilmente alla conclusione più sacrosanta.


 


 


 



Il filo rosso di


Concita De gregorio


 


l’Unità


19/05/2009






I due pesi della legge


Un corruttore. No: non di minorenni. Oggi non parliamo di quello. Di falsi testimoni pagati per mentire: questo dice la sentenza Berlusconi-Mills, cinquecento pagine di documenti interni alla Fininvest firmati da manager del gruppo che provano come il capo del governo abbia pagato 600mila dollari un suo ex consulente, un tipo che gli aveva appena costruito 64 società off shore utili a occultare patrimoni all'estero, David Mills. 600mila dollari per garantirsi l'impunità nei processi a suo carico. «La mia testimonianza aveva tenuto mister B. fuori da un mare di guai nei quali l'avrei gettato se solo avessi detto tutto quello che sapevo. 600mila dollari furono messi a mia disposizione». Ecco, queste le parole esatte scritte nero su bianco in una lettera di Mills al suo commercialista. Quindi sappiamo ora ufficialmente due cose che in via informale sapevamo già: che Papi - qui chiamato Mister B. - compra (paga, promuove, nomina, estingue i debiti: dipende) favori e silenzi e a cosa serva esattamente il lodo Alfano. Sul primo punto: la tentazione di corrompere col denaro e con le lusinghe del potere deve essere molto forte per chi disponga di enormi quantità di denaro. Non irresistibile, naturalmente, ma in tempi deboli: forte. La tentazione tende a fare l'uomo ladro. È questa la ragione per cui, in generale, sarebbe preferibile che chi governa un paese fosse persona sobria e non dedita a fasti imperiali. Va inoltre osservato che per corrompere bisogna trovare sul proprio cammino sempre e solo persone che si lasciano comprare. Accade spesso ma non sempre, resta un margine di rischio e sovente, quando non si riesce a zittire col denaro, gridare al complotto risulta poco credibile e inutile. Più semplice sarebbe sottoporsi alle regole comuni, quelle che valgono per tutti. Alla tentazione che rende ladri esiste un antidoto certo: il rispetto della legge. Ecco qua il secondo punto, a cosa serva il lodo Alfano. Approvato in 25 giorni come primo atto di questo governo il lodo Alfano dice che tutti rispondono alla legge dei loro reati tranne alcuni. Berlusconi, per esempio, no. Nelle pagine interne spieghiamo esattamente quali siano le regole - della concorrenza, del mercato, dei principi liberali - violate dal Presidente del Consiglio solo per quel che riguarda questo ultimo processo.

Il lodo Alfano dice che l'immunità «opera per l'intera durata della carica o della funzione e non è reiterabile, salvo il caso di nuova nomina nel corso della stessa legislatura né si applica in caso di successiva investitura in altra delle cariche o delle funzioni». Poiché il prossimo presidente della Repubblica lo eleggeranno le nuove Camere e non queste bisogna dunque chiedersi subito che cosa succederà nei prossimi mesi: come farà il premier a mantenere l'immunità quando terminerà il suo mandato? Pensa di essere nominato al Colle come nel Grande Fratello? Di essere eletto presidente della Repubblica con televoto? Difficile. Vorrà cambiare la Costituzione, piuttosto. Le domande oggi non sono dieci ma una, quella di Claudia Fusani: perché non si fa processare? Dovrebbe dimettersi, come ha fatto ieri lo speaker dei Comuni a Londra, e affrontare il processo. Continuerà a urlare e minacciare e non lo farà. Però dovrebbe.





 


Le leggi «à la carte» e il libro paga del Grande Corruttore


Nelle carte dei giudici certificata la realtà degli ultimi 15 anni: dalla GdF «ammansita» sui libri contabili Mediaset passando per il Lodo-Mondadori. E la cortina delle (sue) televisioni


 


L’analisi


MARCO TRAVAGLIO


 


«Beati quelli che, pur non avendo visto, crederanno». Lo dice Gesù all’apostolo Tommaso, che ha

dovuto infilare la mano nella piaga del costato per credere nella resurrezione. Il processo Berlusconi-Mills (noto a tutti, grazie a un’informazione serva, solo come il «processo Mills»: si diceva il corrotto, ma non il corruttore) non ha nulla di spirituale né di trascendente. È una sporca storia di corruzione, il paradigma del modus operandi di Silvio Berlusconi, presidente del Consiglio della Repubblica Italiana. Un grande corruttore che ha sempre comprato tutto e tutti, avendo sempre avuto la fortuna di incontrare gente comprabile. Il suo gruppo comprava la Guardia di Finanza perché chiudesse gli occhi sui libri contabili taroccati. Comprava politici, da Craxi in giù, in cambio di leggi à la carte. Comprava giudici, da Vittorio Metta in giù, per vincere cause civili perdute in partenza, come quella che scippò la Mondadori a De Benedetti per regalarla al Cavaliere. Pagava persino la mafia, per motivi facilmente immaginabili. Per sapere tutto questo non era necessario attendere la sentenza di ieri: bastavano tutte le altre, emesse negli ultimi 15 anni nella beata indifferenza della quasi totalità della stampa e della totalità della televisione, per non parlare della cosiddetta opposizione. Ora il Tribunale di Milano ci informa che il Cavaliere comprò con 600 mila dollari anche un falso testimone, il suo ex consulente inglese David Mackenzie Mills (che gli aveva costruito un sistema di 64 società offshore), per garantirsi «l’impunità e i profitti» nei processi GdF e All Iberian. Il tutto nel 1998-99, quando era già travestito da politico, aveva già guidato un governo e si accingeva a guidarne altri due. Ma anche questo si sapeva da anni. O meglio: lo sapeva chiunque volesse o potesse conoscere le carte del processo. La sentenza doveva semplicemente sanzionare una condotta già assodata. Perché uno dei due protagonisti, David Mills, aveva confessato tutto al suo commercialista Bob Drennan, in una lettera che pensava sarebbe rimasta top secret: «La mia testimonianza (non ho mentito ma ho superato curve pericolose, per dirla in modo delicato) aveva tenuto Mr B. fuori da un mare di guai nei quali l’avrei gettato se solo avessi detto tutto quello che sapevo. Nel 1999 mi fu detto che avrei ricevuto dei soldi. 600mila dollari furono messi in un hedge fund. A mia disposizione».


Purtroppo per lui (e per«Mr B.»), Drennan lo denunciò al fisco inglese, così la lettera finì sul tavolo dei pm milanesi. Interrogato, Mills confessò che era tutto vero, salvo poi ritrattare con una tragicomica retromarcia. La sentenza di ieri conferma un fatto notorio: il nostro premier è, per l’ennesima volta, un corruttore, per giunta impunito per legge. Ha comprato un testimone in cambio di una falsa testimonianza. Un reato commesso per occultarne altri, a loro volta commessi per nasconderne altri ancora. Ora che è di nuovo al governo, per garantirsi l’impunità non ha più bisogno di corrompere nessuno: gli basta violare la Costituzione con leggi come la Alfano, approvata e promulgata nell’indifferenza di chi avrebbe dovuto contrastarla e respingerla. La stessa indifferenza, salvo rare eccezioni, ieri ha accolto un verdetto che in qualunque altro paese avrebbe portato su due piedi all’impeachment. Lo stesso silenzio di Mills. Che però, almeno, si faceva pagare bene.


l’Unità


MERCOLEDÌ


20 MAGGIO


2009


 





Prigionieri dei processi del premier


           


FEDERICO GEREMICCA


E adesso, purtroppo, si può affermare che quel che fino a ieri era solo una deduzione logica (se esiste un corrotto, esisterà pure un corruttore!) da oggi è una circostanza giudiziariamente accertata: l’avvocato David Mills, condannato a 4 anni e 6 mesi per corruzione in atti giudiziari, agì «da falso testimone per consentire a Silvio Berlusconi e al gruppo Fininvest l’impunità dalle accuse o, almeno, il mantenimento degli ingenti profitti realizzati».


È questo, infatti, quel che scrivono i giudici milanesi nelle motivazioni della sentenza di condanna emessa nel febbraio scorso nei confronti dell’avvocato Mills: una sentenza - ora è possibile affermarlo - che avrebbe colpito anche Berlusconi, se la sua posizione non fosse stata stralciata dal processo dopo l’approvazione del cosiddetto lodo Alfano (legge varata nel luglio scorso e che impedisce di portare in giudizio le quattro più alte cariche dello Stato durante il loro mandato).


Dicevamo «purtroppo»: e non soltanto perché le motivazioni della sentenza milanese non sono certo tra quegli avvenimenti capaci di inorgoglire un Paese (e perfino - crediamo - gli elettori di Silvio Berlusconi).


Ma anche perché quel che è andato in scena, dal momento in cui quelle motivazioni sono state rese pubbliche, corrisponde a un copione già assai noto. E, potremmo aggiungere, tristemente noto: da una parte il premier che definisce scandalosa la sentenza, attacca i giudici e avverte che «quando avrò tempo andrò a riferire in Parlamento e vedrete cosa dirò»; dall’altra le opposizioni che, con accenti diversi (si va dall’accusa al premier di piduismo alla più ragionevole richiesta di rinunciare allo «schermo» del lodo Alfano), tornano a cavalcare un già sperimentato «antiberlusconismo giudiziario», provando a modificare il corso delle cose in vista del voto del 6 e 7 giugno. Nulla di particolarmente edificante, insomma. E sarà pure retorico aggiungerlo: ma davvero nulla di edificante, proprio nel momento in cui è di ben altro clima che il Paese avrebbe bisogno. D’altra parte, non c’è nulla di cui ci si possa sorprendere. È da quindici anni esatti, dalla «discesa in campo» di Silvio Berlusconi (1994), che cittadini, commentatori, forze politiche, intellettuali e chi più ne ha più ne metta, si azzuffano intorno ai processi istruiti nei confronti del Cavaliere. Quindici anni di condanne, assoluzioni, appelli e prescrizioni che hanno reso venefica l’aria nel Paese. Le opposizioni ci hanno naturalmente messo del loro, in ragione dei toni apocalittici e degli argomenti (per altro rivelatisi elettoralmente improduttivi) che hanno spesso usato; ma non può esservi alcun dubbio intorno al fatto che la responsabilità maggiore gravi sul presidente del Consiglio, in virtù di una scelta che fu fin dall’inizio definita sciagurata: e la scelta - come spesso sottolineato in passato - è quella di aver deciso di difendersi «dai» processi, piuttosto che «nei» processi.


È tutto questo - intendiamo il comportamento dell’uno e la propaganda degli altri - che in fondo ha reso tutti noi, il Paese insomma, prigionieri dei processi di Berlusconi: prigioniera la politica in senso lato, l’informazione nel suo complesso, prigioniero il Cavaliere - naturalmente - e perfino le opposizioni. Che hanno ormai da anni come cartina di tornasole della propria identità, e come fattore spartiacque per alleanze e rotture, proprio il giudizio e l’intensità della polemica nei confronti di Berlusconi. E tutto ciò, nonostante sia ormai quasi matematicamente dimostrato che inchieste e sentenze rafforzano elettoralmente il premier, capace di compattare e motivare i suoi sostenitori con la tesi «c’è un complotto di giudici e comunisti contro di me».


Per questo, in realtà, la rituale difesa che il centrodestra ha fatto ieri di Berlusconi («Giustizia a orologeria in vista delle elezioni») appare poco sentita, oltre che offensiva nei confronti dei giudici. Piuttosto, è un altro meccanismo a orologeria che si è messo in moto da ieri e che deve - questo sì - preoccupare davvero: ci riferiamo all’intervento che il presidente del Consiglio ha intenzione di svolgere di fronte alle Camere. Ci pensi bene, il premier, prima di andare nelle aule del Parlamento e muovere da lì il suo j’accuse nei confronti di un organo costituzionale; eviti di aprire nuove crisi, come quelle già troppe volte sfiorate col Capo dello Stato; fornisca al Paese la sua versione dei fatti con il necessario senso di responsabilità. Insomma, non dia vita a nuovi scontri. Ne sia certo: il Paese apprezzerebbe assai di più.


 


www.lastampa.it (20 maggio 2009)


 

giovedì 14 maggio 2009

Il lato B.




Due sono le città: L’Aquila e Napoli. Due le emergenze o tragedie, attuali e rimosse (apparentemente): terremoto e rifiuti. Ma unico il collante: le balle, o meglio le ecoballe del papi del consiglio, accuratamente diffuse nella modesta Italia di questi tempi oscuri, lungo quel buio tunnel imboccato da almeno due (anche qui) decenni: l’avvento delle tv commerciali e la discesa in campo di un buffone autoproclamatosi imperatore. O forse è più esatto definirlo sultano, viste le numerose interlocutrici che giacciono con lui.


Stanno dunque accadendo alcune cose, in queste due città, percorse dal filo rosso dello strumentale utilizzo di eventi a scopo propagandistico, dallo strombazzante e fastidioso Verbo unico, reiterato in ogni ambito possibile, laddove esistono canali di comunicazione e l’imbroglio può scivolare via. Diffondersi e assumere la cifra finale della verità.


Ma ci sono anche i canali alternativi e scavando scavando si scova e si apprende. Grazie a Miss Kappa, battagliera blogger abruzzese, che ha perduto tutto, tranne la dignità e che scrive dal cuore di una città devastata, è possibile conoscere l’altra faccia della tragedia che ha cambiato l’esistenza di migliaia di persone. È possibile disporre della controinformazione sul terremoto di aprile. Queste che propongo sono le sue ultime testimonianze, in ordine di tempo. Una voce di dentro, appassionata e commovente.


E poi c’è un video che squarcia il velo di mistero calato sui rifiuti napoletani, svelando un interrogativo, anche inquietante, che i più avveduti, quelli non narcotizzati dai fumi di Hardcore, si erano posto: ma la “munnezza” di Napoli è davvero scomparsa per il prodigio del papi del consiglio? Le immagini parlano da sole, come si usa dire in questi casi. E guardandole ho sentito la puzza. Non dei rifiuti, ma della menzogna.


 


martedì 12 maggio 2009


Noi, terremotati


Prendo spunto dalle pertinentissime domande che Alessandro MT mi ha rivolto nel commento al precedente post per aggiornarvi sulla condizione di noi terremotati aquilani. Mi ero persa nel dolore per la mia città distrutta e tralasciavo di informarvi su quanto il Governo sta facendo per noi. Gli sfollati di L'Aquila e comuni e frazioni interessati dal terremoto sono circa 65.000. I dati ufficiali parlano di più 35.000 allocati nelle tendopoli. Le rimanenti persone si dividono fra quelli alloggiati presso le strutture ricettive della costa, dei quali non esistono dati annunciati,che sono per la maggior parte impiegati statali, insegnanti e rappresentanti della borghesia locale, e coloro che hanno provveduto personalmente alla propria sistemazione. Nelle tendopoli, dove sono collocate nella maggior parte persone anziane e stranieri, la situazione è drammatica. E questo a poco più di un mese dall'evento. Bertolaso ha detto chiaramente che non sono previsti alloggi alternativi fino ad ottobre inoltrato, quando i moduli abitativi non provvisori saranno approntati nelle aeree ritenute antisismiche,che a tutt'oggi non sono state ancora espropriate. Le tende sono caldissime durante il giorno, si raggiungono anche i 40 gradi, e fredde durante la notte. Le condizioni igieniche sono precarissime. Il cattivo odore è insostenibile. Sono in atto epidemie di dissenteria e bronchiti e polmoniti. Mosche, zecche e ratti sono in attesa di disinfestazione. Di container o case in legno fornite dallo Stato non se ne parla. In pratica, non esistono. In città, dopo pochi giorni dal sisma distruttivo, sono apparse numerose case in legno, poste in mostra da ditte locali e non, per essere vendute. Molti le stanno acquistando. Ma questo può farlo unicamente chi dispone di un terreno dove allocarle. E, ovviamente, del danaro per acquistarle. Non mi risulta che nel comune di L'Aquila esistano zone messe a disposizione dall'amministrazione a tale scopo . A tutto ciò va aggiunta la situazione disperata di quanti, commercianti ed artigiani e liberi professionisti, hanno perso il lavoro. Tra questi mi colloco anche io. I famosi 800 euro mensili ,tanto sbandierati dai politici venuti in passerella elettorale, non trovano riscontro alcuno in decreti reali. Chi non usufruisce delle tendopoli o degli alloggi sulla costa può inoltrare domanda al Comune per avere un risarcimento pari a 100 euro al mese, 200 per gli ultrasessantacinquenni. L'impiegata del comune, alla quale ho consegnato la mia domanda redatta su un foglio di carta volante, ché l'amministrazione non dispone di computer, mi ha detto che non si parlerà di avere tale indennizzo prima di settembre, viste le condizioni nelle quali versa la macchina burocratica comunale. Le case agibili, per le quali però il Sindaco non ha ancora fornito decreto di rientro, sono quasi il 50 per cento di quelle relazionate. Il 50 per cento di quelle che non si trovano in zona rossa. La zona rossa rappresenta, aldilà del bel nome evocativo, i centri storici di L'Aquila, Onna, Paganica,San Gregorio e Tempera che sono totalmente inagibili. Gli abitanti di queste zone sono oltre 16.000. Me compresa. I moduli abitativi annunciati da Bertolaso non potranno ospitare più di 13.000 persone. Appare chiaro, innanzitutto, che gli sfollati assistiti nelle tendopoli non possono trascorrere l'estate e parte dell'autunno in condizioni tanto precarie. E appare altrettanto chiaro che i nuovi disoccupati senza più beni al sole non possono sopravvivere privi di introiti di alcun genere. Quando arriverà l'inverno, coloro che saranno senza casa moriranno di freddo. Qui si scende anche a 15 gradi sotto lo zero. Questa la nostra situazione. Unica soddisfazione è stata, domenica, giorno della festa della mamma, la presenza delle deputate Gabriella Carlucci, Alessandra Mussolini e Paola Pelino, giunte sin qui a portare la loro solidarietà morale. La chicca è stata Maria Grazia Cucinotta che si pavoneggiava davanti ai riflettori,prima e dopo aver coperto l'abbondante scollatura con una maglietta bianca inneggiante alle mamme aquilane. Non è poco. Mica pizza e fichi.


 


 


mercoledì 13 maggio 2009


Alla sera



Post serale, post intimo. Di quelli per gli amici, gli amici che ti capiscono. E ti perdonano. Sempre, alla sera, accadeva anche nella mia prima vita, mi assale la malinconia. E' inevitabile. Prima la gestivo. Devo cercare di gestirla anche ora. Il container è piccolo, intimo, direi con ironia. Peppe ha preso una brutta bronchite ed è febbricitante. Si lamenta nel sonno. Spero che l'antibiotico faccia effetto. In questo spazio ristrettissimo ho cercato di ricreare un'idea di casa. Ho la mia scrivania che, all'uopo, funge da cucina e piano di lavoro, un armadietto, un letto da una piazza e mezza e un comodino che ospita il televisore, e mensole piene di ceste e scatole.Ci sono anche degli oggetti che mi ricordano la mia casa. Quella che non tornerà mai più. Non so se mi piacciono ancora. Credo di no. Dopo aver provato l'inferno della pioggia, del fango e del freddo, il container sembra un piccolo paradiso. Da giorni, molti, mi chiedo perchè non riesco ad allontanarmi da questo luogo. Dalla mia terra. Dalla mia gente.Un periodo fuori, anche breve, potrebbe farmi bene. Lo so. Ma non ce la faccio. Una calamita mi trattiene qui. Una calamita che è fatta di dolore. E di senso del dovere, che sento mi reclama qui. E poi il lutto non ti fa desiderare la normalità. Quella normalità che troverei altrove mi spaventa. Non posso viverla. Non posso vedere le cose di prima con gli occhi di ora. Occhi diversi. Di una donna diversa. Il lutto è profondo, ma lentamente mi sto facendo una ragione dell'accaduto. Ne sto prendendo atto. E so che devo fare dei progetti, per sopravvivere. Vi accennavo ad un'idea maturata qualche giorno fa. Voglio tornare a lavorare e voglio avere una casa. Non posso aspettare le promesse del Governo. Mi sentirei un'imbecille. Inutile. E temo che sarei anche disillusa. Quindi voglio trovare un pezzetto di terra, anche in questa area industriale, dove costruire, con le mie stesse mani un laboratorio ed una casa. Voglio una casa di legno, leggera. Che, se cade, non fa male. Una casa molto diversa da quella che avevo. Una casa povera, quale io sono ora. Ma mia. E bella. Oh, sapete, è il mio lavoro, so fare anche case belle con materiali poverissimi, riciclati. Ho già il progetto in mente. L'ho costruito, tassello dopo tassello, nelle mie notti insonni. Voglio una casa dove poter ospitare gli amici, dove portare la mia mamma a stare con me, dove tornare a vivere. E a ridere. Mi sembra il tema di Lorenzo,nove anni, bambino terremotato. Forse questi sono solo sogni irrealizzabili, ma sognare mi è sempre piaciuto.Vi lascio, prima che le lacrime mi oscurino totalmente lo schermo del pc. Questo è stato solo un sfogo. 'Notte......


Buttato giù da Anna alle ore 21.34


 


 


http://blog.libero.it/joiyce/view.php...




Una squadra di attivisti di Legambiente è riuscita a compiere un sopralluogo a Ferrandelle, una località che si trova tra i comuni di Casal di Principe, Santa Maria La Fossa e Grazzanise. Ecco le immagini e il servizio che documentano come i rifiuti scomparsi dalle città della Campania siano tenuti 'sotto sorveglianza' in una grande discarica a cielo aperto, in un'area completamente recintata. L'area, dichiarata sito di interesse strategico nazionale e strettamente vigilata, era stata confiscata al boss Francesco Schiavone, detto Sandokan. Doveva diventare una fattoria, invece è stata requisita dal Commissario straordinario per i rifiuti. E ora ospita, secondo le stime di Legambiente, almeno un milione di metri cubi di rifiuti indifferenziati.

di RAFFAELE SARDO. (13 maggio 2009)


 


http://www.youtube.com/watch?v=q2QEQinSj1g





lunedì 11 maggio 2009

Quella sporca decina

















“Dormivano tranquilli nei loro letti Lino Businco, Lidio Cipriani, Arturo Donaggio, Leone Franzi, Guido Landra, Nicola Pende, Marcello Ricci, Franco Savorgnan, Sabato Visco ed Edoardo Zavattari, quando il primo treno per Auschwitz partiva dalla stazione Tiburtina con il suo carico di uomini, donne, bambini da loro indicati come impuri di sangue e di pensiero, perciò da eliminare. Altri treni partirono nella notte, sempre di più, per i campi del non ritorno, e loro dormivano nei loro letti tranquilli. Continuarono a dormire nei loro letti mentre migliaia di innocenti venivano tirati fuori dai propri e deportati, non per una fatale perversità della storia ma per effetto dell’odio da loro predicato.


Nessuno li dimentichi. Nessuno si scordi mai di ciò che impersonarono nella storia del razzismo italiano Lino Businco, Lidio Cipriani, Arturo Donaggio, Leone Franzi, Guido Landra, Nicola Pende, Marcello Ricci, Franco Savorgnan, Sabato Visco ed Edoardo Zavattari.


Volevano dimostrare che esistono esseri inferiori. E ci riuscirono, in prima persona. Perché lo furono.


I figli non devono scontare le colpe dei padri, è vero. Ma nemmeno si devono assolvere i padri per non dispiacere ai figli. Ricordino perciò i discendenti dei dieci che se dovessero essere oggi giudicati nella logica sancita dal Manifesto dei loro padri, anziché in quella della società civile in cui hanno la fortuna di vivere, sarebbero necessariamente (ingiustamente) condannati. Poiché la logica delle dottrine dai loro padri sottoscritte prevedeva che figli e discendenti dovessero scontare la colpa degli avi, che non era cancellabile perché colpa di razza, colpa di un cognome, colpa di appartenenza a una stirpe, quindi comune a ciascun membro della famiglia negli anni a venire.

Per fortuna di tutti — a cominciare dai figli dei dieci — questa follia è oggi rigettata dalla storia. Ma non dimentichiamo i nomi di coloro che di questa follia furono promotori e mentori.


Si chiamavano Lino Businco, Lidio Cipriani, Arturo Donaggio, Leone Franzi, Guido Landra, Nicola Pende, Marcello Ricci, Franco Savorgnan, Sabato Visco ed Edoardo Zavattari”.


Cuomo, Franco. I dieci. Milano: Baldini Castoldi Dalai Editore, 2005.

venerdì 8 maggio 2009

L'idiota perversione








Una compagine governativa si qualifica per le scelte che compie. L’attuale, quella guidata dal papi del consiglio, ha scelto il profilo peggiore, preferendo i giochi di guerra, contrari alla Costituzione, alle esigenze reali di persone già private di speranza, costrette a pietire ogni cosa e vittime anche della disgrazia di avere un pupazzo a governare, circondato dai ciambellani. 


E mai che s’intacchino le spese militari, forse per il timore di impedire in questo modo al ministro La Russa di poter giocare con carri armati e soldatini. Poi ci scappa il morto, una ragazzina, come in Afghanistan dove ancora non si è capito bene a quale missione di pace (ah l’adulterazione delle parole!) stiamo partecipando. Fondi per l’Abruzzo no, ma per gli F35 sì, a profusione.












Terremoto, la bufala dei fondi


La previsione di ottenere da nuovi giochi 500 milioni di euro l'anno, già a partire dal 2009, contenuta nel decreto legge Abruzzo, non convince i tecnici del Servizio Studi del Senato. «La previsione di una crescita del volume di entrate per l'anno in corso identica (500 milioni di euro) a quella prevista a regime per gli anni successivi - si legge nel dossier di Palazzo Madama - potrebbe risultare coeteris paribus in qualche modo problematica, alla luce degli inevitabili ritardi temporali legati alla tempistica necessaria per dare attuazione alle disposizioni previste, ossia considerando che il decreto interviene ormai a fine aprile e che i relativi decreti dirigenziali andranno adottati entro i successivi 60 giorni».


Qualche dubbio al decreto lo ha espresso anche il presidente di Confindustria Emma Marcegaglia. Nel decreto varato dal governo per la ricostruzione post-terremoto «bisogna capire quali sono i soldi realmente spendibili subito» ha detto al termine dell'incontro avuto oggi all'Aquila alla Dompè, una delle aziende leader nella ricerca farmaceutica e tra la più colpite dal sisma. «Anche dagli incontri con gli imprenditori - ha aggiunto la Marcegaglia - è uscita l'esigenza di fare presto e di avere la possibilità di ricostruire con tempestività». Tra le iniziative messe in cantiere da Confindustria c'è la richiesta di «ottenere una zona franca con forti defiscalizzazioni per le imprese che già sono qui e per quelle che eventualmente verranno».


«Noi vogliamo votare il decreto per il terremoto in Abruzzo ma così com'è non va bene. Sembra un terremoto di serie 'B' e i sindaci vengono considerati dei meri esecutori» ha invece affermato Pier Luigi Bersani, intervistato da Repubblica Tv, in merito al provvedimento varato dal governo per fronteggiare l'emergenza terremoto in Abruzzo. «L'Aquila, purtroppo, è ridotta a un drammatico palcoscenico di esternazioni. Nei terremoti precedenti - ricorda Bersani - chi aveva perso la casa veniva rimborsato per il 100%. Qui c'è tutto un marchingegno con cui non ci si arriva al 100%, neanche lontanamente. Poi c'è un meccanismo di governance inedito: i sindaci sono semplici esecutori».


Intanto, i tecnici di Palazzo Madama, facendo riferimento alla norma in materia contenuta nel decreto legge terremoto, hanno fatto poi notare che il rinvio delle elezioni amministrative nelle zone colpite dall'Abruzzo sembra «disposto per i soli Comuni siti nella provincia dell'Aquila». C'è da considerare che alcuni dei Comuni colpiti dal sisma sono fuori da questa provincia. Per questi Comuni, comunque interessati dal terremoto e siti in altre province della regione, «non sembrerebbe poter operare  il rinvio delle elezioni».


http://www.unita.it/news/84480/terremoto_la_bufala_dei_fondi  (5 maggio 2009)


 


 


APERTURA   |   di Giorgio Salvetti - INVIATO A CAMERI (NOVARA)


reportage - NELLA BASE DOVE SARANNO ASSEMBLATI I CACCIA F-35 UN AFFARE DI GUERRA


Cameri OSCURA


 


Novara non è in Abruzzo. Ecco dove lo Stato preferisce spendere 15 miliardi di euro per finanziare le industrie belliche e per infilarsi in un affare tutto americano. Alla faccia della crisi e della ricostruzione delle zone terremotate. L'opposizione, sull'attenti, risponde «Signorsì»


È la risposta definitiva? Sì. Le commissioni di camera e senato l'8 aprile scorso hanno dato parere favorevole al progetto Jsf. 15 miliardi di euro per assemblare e acquistare caccia bombardieri americani. Altro che terremotati e fondi per uscire dalla crisi. L'Italia preferisce finanziare l'industria bellica e prepararsi a bombardare paesi stranieri alla faccia dell'articolo 11 della Costituzione. L'opposizione? Non esiste. Il Pd in commissione si è limitato a non partecipare al voto e solo la senatrice Negri (Pd) ha optato per l'astensione. Contrari? Nessuno. Il Pd si agita per risparmiare qualche milione di euro e far votare il referendum lo stesso giorno delle europee, ma non dice una parola contro l'acquisto miliardario di aerei da guerra. Non c'è da stupirsi: furono propri i governi del centrosinistra a infilare l'Italia nell'affare militare più grande del secolo, e ora, cornuti e mazziati, è il centrodestra a concludere con successo la partita.


Per un pugno di dollari


Il progetto Jsf (Joint Strike Fighter) ha preso il volo nel 1996. Il costo iniziale previsto solo per sviluppare il programma era di 25 miliardi di dollari. In 12 anni la cifra è raddoppiata. Si tratta della realizzazione di circa 6000 caccia bombardieri F-35 Lightning II, velivoli supersonici, in grado di eludere l'intercettazione radar, in grado di levarsi in volo da portaerei e concepiti per bombardamenti terra-aria. Insomma perfetti per andare a bombardare paesi lontani. Gli Usa ne acquisteranno circa 2.500 entro il 2034. Gli altri saranno venduti all'estero. Solo nell'ultimo anno la spesa per i nuovi caccia è aumentata di 23 miliardi, troppi in tempo di crisi globale, tanto che la corte dei conti americana ha avanzato riserve sul progetto. Tutti questi soldi vanno dalle casse dello Stato alla Lockheed Martin di Fort Woth in Texas. Il primo F-35 è uscito dalla fabbrica nel 2006. I partner stranieri del progetto contribuiscono per 4,8 miliardi di dollari. Con percentuali diverse. L'unico partner di primo livello è la Gran Bretagna che finanzia l'operazione per il 10%. Italia e Olanda con il 5% sono partner di secondo livello. Seguono con l'1% Canada, Turchia, Australia, Norvegia e Danimarca, per pochi milioni partecipano anche Israele e Singapore che saranno acquirenti privilegiati dei nuovi caccia.


Non siamo mica gli americani


Nel 1996 fu il ministro della difesa del Governo Prodi, l'ex democristiano Andreatta, a far valere i propri contatti oltreoceano per inserire l'Italia nel progetto Jsf. L'Italia in cambio del proprio appoggio politico e economico avrebbe avuto commesse sostanziose per le proprie industrie militari, Alenia-Finmeccanica su tutte. E si sarebbe presa l'onere e l'onore di ospitare nell'aeroporto militare di Cameri (Novara), la linea di montaggio finale (Faco) più grande al di fuori degli Usa, in pratica uno stabilimento per l'assemblaggio delle parti del F-35. Con un indotto che coinvolge 40 siti industriali in tutto lo stivale. Solo per entrare nell'affare, l'Italia ha sborsato un miliardo di euro, 600 milioni servono per costruire il Faco a Cameri e 12,8 miliardi saranno spesi in rate da un miliardo all'anno fino al 2026 per acquistare 131 F-35 che dovrebbero sostituire i «vecchi» Tornado. I lavori a Cameri inizieranno entro la fine del 2009, lo stabilimento entrerà in funzione nel 2012, e i primi aerei dovrebbero essere pronti a decollare nel 2013. All'inizio un singolo F-35 costava 45 milioni di euro, già oggi il costo è di 91 milioni (+45%) e nei prossimi anni è destinato a decollare. La scelta italiana è stata ratificata dal parlamento nel 1998 sotto il governo D'Alema e nel 2002 con Berlusconi, si è conclusa con la firma a Washington del sottosegretario alla difesa Forcieri (Ds). Dopo il parere favorevole della commissione difesa dell'8 aprile scorso non ci sono più ostacoli.


Cameri oscura


Un vecchio aereo come monumento, un piazzale vuoto, un cancello e chilometri di filo spinato che squarciano il parco del Ticino. L'aeroporto di Cameri ha un profilo basso, nulla di appariscente, eppure occupa un'area molto vasta. A pochi chilometri c'è la caserma Babini, la seconda più grande base per superficie dell'esercito italiano, che fornisce uomini e mezzi alla vicina base Nato di Solbiate Olona sull'altra sponda del Ticino, a due passi dall'aeroporto della Malpensa. Dovrebbe essere un parco e invece è una grande zona militare. Nei boschi si possono vedere le tracce dei cingolati dei carrarmati attraversate dalle lepri. Al di là del muro dell'aeroporto si intravedono i capannoni delle industrie aeronautiche e uno stabilimento nuovo quasi terminato. Si tratta dell'edificio per la manutenzione degli Eurofighters, un altro aereo da guerra, un intercettore di progettazione europea. Quando un anno fa il primo Eurofighters è atterrato a Cameri, si è fatta festa con gli alti gradi dell'esercito. L'aeroporto ha quasi cento anni. Passò dalla cavalleria all'aeronautica ai tempi della prima guerra mondiale. Fino a 15 anni fa serviva alla manutenzione dei Tornado, poi è entrato in letargo. Ora sta per rinascere. Anche se è molto comodo darlo per morto. La popolazione locale lo va a visitare come fosse un parco per famiglie, ci vanno le scuole in gita, si fanno feste di primavera per vedere i jet, in questi giorni sono attesi i soci Coop che per 13 euro vanno a farsi un giretto nella base in tempo di pace. Eppure da Cameri sono partiti i soldati per la prima guerra del Golfo e la Taurinense diretta in Afghanistan. Nessuno sa, o vuole dire, quale sia precisamente lo stato giuridico dell'aeroporto, quanto appartenga all'Italia, quanto alla Nato, quanto ai privati. Non è chiaro neppure quante persone ci lavorano, si dice circa 2000. Con il progetto Jsf, Cameri in pochi anni compie un vero e proprio giro della morte, dallo stato di quiescenza a stazione di manutenzione degli Eurofighters, fino a base di assemblaggio degli F-35. Che ci guadagnano i cittadini di Novara e dintorni? Si è straparlato di 10 mila nuovi posti di lavoro. Ma non è così, persino l'esercito ammette che a Cameri, nel momento di massimo sviluppo, si raggiungeranno forse 600 posti di lavoro, in arrivo da fuori Novara (dall'Alenia di Napoli e Torino).


Affari di guerra


Alenia Aeronautica (Finmeccanica) incasserà dallo Stato per gli F-35 722 milioni di euro, Piaggio 88 milioni, l'Oto Melara 141 milioni, la Aermacchi 11 milioni e mezzo. In tutto le ditte italiane che parteciperanno al banchetto sono 29. Un settore, quello bellico, non certo in crisi che non richiede di ulteriori aiutini miliardari dello Stato. Se nel 1995 le armi non tiravano, ora è un vero boom, la riconversione è al contrario. Le industrie belliche italiane nel 2008 hanno guadagnano 4,3 miliardi di euro (+222%) e lo stato italiano è l'ottavo al mondo per spesa in armamenti. Dunque, scarsa ricaduta occupazionale, altissime spese pubbliche e enormi incassi per i privati, per dotarsi di caccia d'attacco americani. L'Italia, in quanto partner di secondo livello, non avrà neppure accesso ai segreti tecnologici delle armi che assembla. Sarà suddita una volta di più degli Stati Uniti, tanto che francesi e tedeschi non hanno nessuna intenzione di far parte dell'operazione che scontenta anche la lobby degli intercettori Eurofigthers di costruzione europea. L'Italia ha già speso 7 miliardi di euro per questi caccia e ora già vuole gli F-35 americani. Un'operazione che lascia molti dubbi anche a militaristi nazionalisti e europei.


Meglio la paniscia?


«Nouvelle cousine? No, meglio la paniscia!». Novara è tappezzata da manifesti enormi. Accanto alla scritta leghistoide (la paniscia è un minestrone tipico di Novara) c'è il faccione del presidente uscente della provincia di Novara, Sergio Vedovato (Pd). Un signore che si ricandida alla Provincia dopo aver revocato la delega alla pace all'assessore Marina Fiore (Pdci), colpevole di essersi pronunciata contro gli F-35. I vendoliani del Prc appoggiano il presidente, i ferreriani li seguono. La Cgil traccheggia, qualche singolo dice no ma le segreterie non si pronunciano: il lavoro prima di tutto, anche se è una promessa che non verrà mantenuta e anche se si producono armi micidiali. La regione della presidente Bresso (Pd) tace e acconsente, il comune di Novara a guida Lega-Pdl è entusiasta.


In questo quadro resistono due gruppi di cittadini volenterosi: l'Assemblea No-F35 e la Tavola per la pace che ha incassato l'appoggio del mondo cattolico illuminato, ma ha man mano perso gli interlocutori politici. Nella precedente legislatura aveva raccolto cento firme di parlamentari contrari, ora non ha ricevuto alcuna risposta: non c'è più nessuno disposto a guidare una delegazione che ispezioni l'aeroporto. E i novaresi? Non siamo a Vicenza, l'aeroporto di Cameri non sconvolge il panorama ed è ben integrato, non siamo di fronte a un protesta locale a difesa del proprio territorio (nimbi), è una protesta sanamente antimilitarista. E forse per questo non è ancora decollata. Il 30 maggio a Novara si terrà una manifestazione nazionale, le adesioni sono già numerose. Speriamo che il no agli F-35 prenda il volo.


il manifesto (22 aprile 2009)


 

martedì 5 maggio 2009

Il branco di sciacalli



Sono stati sufficienti trenta giorni per andare a vedere il grande bluff, attuato dall’inacidita compagnia di imbroglioni che fa capo al papi del consiglio. Tutto virtuale: le promesse, le speranze, l’interessamento, la solidarietà, l’impegno in prima persona, gli sms, le dirette e le lacrime in studio, gli emilio vespa e i bruno fede, perché i soldi son desideri come i sogni che si dissolvono all’alba. Adesso, quando carta canta ci si accorge che la melodia è stonata, che gli strumenti non sono stati accordati, lo spartito non corrisponde più a ciò che si sta suonando.


Trenta giorni possono bastare per smascherare i bugiardoni istituzionali e gettare nello sconforto persone che dopo aver perduto tutto, sono state espropriate anche della loro dignità. Un’informazione che fosse completamente libera e non parzialmente (come è in realtà) conquisterebbe un ruolo di primo piano in questa circostanza. Il giornalismo televisivo, quello a cui faccio sempre riferimento, perché forma l’opinione pubblica, assieme alle trasmissioni d’intrattenimento, potrebbe montare un super blob con le immagini e il sonoro di un mese fa (e dei giorni a seguire) con le passerelle indefesse e pornografiche del pupazzo del consiglio, accostando poi le notizie di oggi e dei prossimi giorni.


Non servirebbe neppure il commento, anche solo didascalico, perché tutto è accaduto sotto i nostri occhi e a meno di uno stato di lobotomizzazione avanzata (come peraltro ho ben ragione di temere) si potrebbero capire molte cose. Sarebbe improbabile negare l’evidenza, accusare di manipolazioni e truci inganni.


La lettera che segue l’ha scritta la dott.ssa Rosella Graziani, cittadina di L’Aquila; attualmente ospite del padre, insieme alla sua famiglia, in Paglieta (CH) e ha trovato ospitalità sul sito corriere.it del 3 maggio 2009. 


È necessario aggiungere altro?


Per conoscere, poi, com’è la quotidianità del dopo terremoto mi fa piacere segnalare il blog, umanissimo e commovente, di Miss Kappa che vale più di tante scempiaggini ascoltate in trenta giorni.


 


Il grande inganno del dopo terremoto





Mai nella storia dei terremoti italiani avevamo assistito ad un’ingiustizia tanto grande e ad un tale cumulo di menzogne che ha ricoperto L’Aquila più di quanto non abbiano fatto le macerie, come è accaduto in occasione del devastante terremoto che l’ha colpita e nel quale, nel giro di una trentina di secondi, tanta gente ha perso tutto, affetti, amicizie, casa, e molti anche il lavoro, per non parlare dei monumenti che rendevano unica la città.


Mai in tutta la storia della nostra Repubblica è stato negato ai cittadini il risarcimento integrale dei guasti dei terremoti, per la prima casa. Ma questa regola sempre rispettata (come, ad esempio, nel Friuli e in Umbria), non vale per l’Abruzzo. Da un primo esame del Decreto legge n. 39 saltano agli occhi queste particolarità: all’art. 3 non si parla di una cifra specifica, ma nella relazione tecnica allegata si indica la somma di € 150.000,00 quale tetto massimo spettante ai singoli cittadini per la prima casa. Orbene, la cifra che sarà poi effettivamente riconosciuta a ciascuno degli aventi diritto, per un terzo dovrà essere coperta con un mutuo a tasso agevolato a carico del cittadino, e per un altro terzo dovrà essere anticipata, sempre dal cittadino, che potrà recuperarlo nell’arco di 22 anni non pagando le imposte, mentre lo stato interviene con denaro liquido solo per l’ultimo terzo.


Sennonché la caratteristica dell’Aquila e degli altri comuni colpiti è quella di centri storici di particolare valore, costituiti da un grandissimo numero di edifici antichi e pregevoli, 320 dei quali, di proprietà privata, sono sottoposti a vincolo da parte della Soprintendenza. Ci sono poi altri 800 edifici pubblici, qualificati di interesse storico, archeologico e artistico. Ora, come è possibile che un privato possa farsi carico della ricostruzione o del restauro di un edificio vincolato o semplicemente di pregio, accollandosi il 66% della spesa? Si comprende allora come il Decreto legge n. 39, se resterà nelle sue linee essenziali così come è stato concepito, costituirà l’atto di morte di una città e di tutti gli altri centri terremotati, che resteranno nei decenni avvenire cumuli di macerie e di edifici spettrali, cadenti e abbandonati.


Ma nel decreto n. 39 c’è anche di peggio: all’art. 3, comma 1 , lettera c, si dispone che se un immobile, gravato da un mutuo, è andato distrutto, la Società Fintecna, a richiesta del privato cittadino. si accollerà il mutuo nei limiti del contributo che al predetto è stato riconosciuto, ma diverrà proprietaria di quel che resta dell’immobile. Se però il mutuo supera il contributo riconosciuto, la conseguenza parrebbe essere, dall’esame della norma, che il cittadino dovrà continuare a pagare la parte residua del mutuo: insomma non avrà più la casa ma continuerà a pagare il mutuo. Il rischio è che la città vada per gran parte nelle mani della Fintecna. Ma se, come è facile prevedere, il cittadino non riesce, col contributo e con il mutuo a tasso agevolato, a coprire l’intera spesa per il restauro o la ricostruzione (rispettando, si spera, le norme antisismiche), dovrà contrarre un ulteriore mutuo, a tasso di mercato, con la banche. Insomma quello delineato dal decreto n. 39 è un meccanismo infernale che consegnerà una città nelle mani di banche, finanziarie e usurai.


L’ultima perla del decreto: dopo aver dichiarato la città “zona franca”, lo Stato non rinuncia a pretendere da quegli sventurati cittadini che si faranno carico della ricostruzione, il pagamento dell’IVA al 20% ( art. 3, comma 1°, lettera d). Ecco cosa miravano a coprire le tante “passerelle” e sceneggiate e come fosse interessata l’esaltazione della dignità degli abruzzesi, “forti e gentili”.

giovedì 30 aprile 2009

Il ballista










La notizia la diede un telespettatore che stava seguendo, alcune settimane fa, il meritorio programma “Ambiente Italia” e per questo di improbabile collocazione: il sabato alle 14:50 su RaiTre. Telefonò alla redazione torinese e informò che ad Acerra, dopo la straripante inaugurazione del termovalorizzatore, l’impianto non era in funzione. La grancassa, il maxischermo, il pulsantone schiacciato dall’ homo ridens, fiancheggiato da Bertolaso, tutto finto, solo ad uso e consumo delle telecamere e approvvigionamento degli incensatori in servizio permanente effettivo. Come per la spazzatura, come per il terremoto adesso (poveri abruzzesi con doppia disgrazia incorporata), l’uomo è un gran dispensatore di balle che distribuisce con prodigalità. Non è innocuo, ma rappresenta un pericolo immanente per la stabilità democratica. E, assieme a lui, sono corresponsabili di questo tutti quei milioni di miei connazionali (ahimè) che lo hanno votato, permettendo così all’Italia un’esposizione impudica ai lazzi e agli sberleffi del mondo. Eppure basterebbe seguire l’esempio della “signora Veronica”, come ha definito la moglie (lo è ancora?) B. tessera P2 n° 1816, basterebbe che uno solo si alzasse ed esclamasse: “Il re è nudo”. Forse potrebbe essere l’inizio della (sua) fine.


 


ACERRA

Il bluff del premier: l'inceneritore non è mai partito


Francesca Pilla


NAPOLI




Il presidente Silvio Berlusconi è uno che mantiene le sue promesse. In più di una conferenza a Napoli aveva, infatti, ripetuto che l'inceneritore di Acerra avrebbe inquinato quanto tre macchine di media cilindrata, e fino a questo momento bisogna dargli atto di essere dalla parte della ragione: l'impianto consuma anche meno, visto che é praticamente spento. Gli interruttori sarebbero bloccati dal 27 marzo, appena il giorno dopo la sua inaugurazione in pompa magna, quando il premier, con mezzo esecutivo al seguito, ha puntato le telecamere sui rifiuti che entravano nei forni. Questo almeno è quanto denunciano i comitati contro l'inceneritore e la Rete campana rifiuti e ambiente.


«Non che la cosa ci dispiaccia, ribadiamo che l'ecomostro non deve partire - spiega l'avvocato Tommaso Esposito - ma è la prova di quello che abbiamo sempre detto: è stata solo una grande operazione mediatica, non c'erano le condizioni per avviare l'impianto che tra l'altro è tecnologicamente vetusto e non rispetta le 27 prescrizioni richieste anni addietro dalla commissione ambiente del senato». Effettivamente cliccando sul sito dell'Osservatorio ambientale (www.emergenzarifiuticampania.it), dove il team ufficiale della presidenza del consiglio monitora i livelli di inquinamento dell'impianto, dalle 3 live cam puntate 24 ore su 24, sull'ingresso, sull'avanfossa, sui camini, sembra tutto spento. Inoltre sul sito dell'Arpac (www.arpacampania.it), i dati sulle emissioni di materiali inquinanti nei pozzi d'acqua, del suolo, dell'aria, che dovrebbero essere aggiornati quotidianamente, sono fermi al 26 marzo. Il sottosegretario Guido Bertolaso ha inviato una lettera a ogni famiglia di Acerra e di San Felice al Cancello, datata 31 marzo 2009, in cui informava la cittadinanza che dalla settimana prima il termovalorizzatore era entrato in funzione. «Una lettera - continua Esposito - in cui saluta con un "cordialmente vostro" e in cui compare anche la firma del responsabile della cooperativa Partenope, l'A2A, che gestisce l'impianto, non garantisce e non tranquillizza nessuno. Anzi noi sappiamo addirittura che per il momento ad Acerra non si produce energia elettrica e che, come previsto dal contratto, non sarà possibile farlo fino al prossimo dicembre. Appare dunque evidente che l'accensione dei forni è stata solo un momento di propaganda».


Dalla struttura del commissario straordinario di governo però hanno la loro versione dei fatti: «L'impianto funziona - dice al telefono un portavoce di Bertolaso - e stiamo procedendo spediti, esattamente come indicato più di una volta pubblicamente e con i nostri comunicati. Abbiamo sempre specificato, infatti, che il termovalorizzatore sarebbe entrato a regime non prima dell'estate, e che in questo periodo avremmo semplicemente continuato a testare la prima linea, e come avviene in questi giorni anche la seconda e la terza». Ma perché allora inaugurare Acerra prima di metterla in funzione? «E' stata presa questa decisione - precisa il protavoce - per l'alto valore simbolico della struttura e anche per non inficiare il rapporto di fiducia con i cittadini che avrebbero visto entrare i rifiuti nell'impianto senza essere avvisati».


Dalla Rete campana però restano sulle loro posizioni: «Se è simbolico avviare un impianto - incalza Mario Avoletta - allora vuol dire che non è necessario a uscire dalla crisi. D'altra parte dalla struttura del sottosegretario non hanno mai risposto alla nostra richiesta di un incontro pubblico, in cui esperti internazionali, che hanno partecipato al meeting mondiale Zerowaste 2009 tenuto a Napoli, sarebbero disposti a esporre, gratuitamente, un piano alternativo che non prevede discariche né inceneritori». I comitati dunque non mollano e anzi sono pronti con un'altra iniziativa partita in tutto il paese tramite l'Associazione diritto al futuro e le reti nazionali rifiuti zero: «Chiediamo legalmente e individualmente - spiega Esposito - di recuperare quanto indebitamente percepito, tramite bolletta Enel, per finanziare i Cip6». Gli attivisti infatti denunciano come l'Italia abbia male applicato la direttiva dell'Ue sulle fonti rinnovabili, facendo rientrare anche i petrolieri e gli inceneritori negli incentivi, che rappresentano circa il 7% delle fatture pagate dai cittadini.


il manifesto (25 aprile 2009)


 




Intervista a Michele Buonomo


«In autunno torneranno  i rifiuti nelle strade»


Il presidente di Lega Ambiente in Campania: l’emergenza non è superata. Ad Acerra serve tempo per avviare l’impianto e le discariche si riempiono


EDUARDO DI BLASI


 


Michele Buonomo, presidente di Legambiente Campania, non ha dubbi sul perchè l’inceneritore di Acerra sia di là dall’essere messo in funzione: «A parte la complessità per l’avvio di un inceneritore, quello di Acerra è particolare perchè è progettato per una mole enorme di rifiuti e quindi ci vuole un lungo periodo di messa alla prova prima di farlo partire».


E gli altri tre o quattro impianti che devono essere costruiti in Campania?


«Quello che sembrava di più facile realizzazione e per il quale già c’erano stati dei finanziamenti per l’infrastrutturazione per le vie d’accesso, è quello di Salerno. Il sindaco della città Vincenzo De Luca era stato nominato commissario per la sua costruzione. Poi il governo ha poi rallentato la pratica, puntando sulla “provincializzazione” del ciclo dei rifiuti. Per cui tutta l’impiantistica sarebbe oggi in capo alla Provincia. Il corto circuito, per adesso, ha bloccato tutto».


Semmai l’empasse amministrativo dovesse sbloccarsi, quanto tempo si dovrà attendere?


«I tempi canonici, se non ci fossero altri intoppi, sono di almeno quattro anni per entrare a regime».

Resta sempre il problema del contributo Cip6, criticato dall’Europa...


«Nessun imprenditore avveduto si imbarcherebbe in una situazione del genere considerato che nella nostra regione, come confermato oggi dall’assessore regionale all’Ambiente Walter Ganapini, esiste un’evasione sulla tassa dei rifiuti che arriva al 70%. Perchè l’inceneritore o lo paghi con le tasse cittadine oppure lo paghi con il Cip6».


E il terzo inceneritore?


«È quello di Napoli...».


Che però non si sa ancora dove si debba collocare...


«Non si è trovata una localizzazione. Si parla di Napoli Est. Certo a Napoli non è operazione facile immaginare, progettare, realizzare e mettere in gestione un inceneritore. Quindi diciamo che al momento ci sta solo questo inceneritore, fantomatico nell’avvio e nel funzionamento, di Acerra».


Manca quello di Santa Maria La Fossa...


«Quello presenta ulteriori problemi di gestione del territorio, difficile pensare che parta alle condizioni date».


Se gli inceneritori non ci sono, dove vanno i rifiuti prodotti ogni giorno in Campania?


«Il destino è quello di sempre: le di- scariche. Ma poiché le discariche hanno questo limite fisico che si riempiono, allora siamo sempre con la fibrillazione».


Ma le discariche che ci sono adesso, Sant’Arcangelo Trimonte, Ariano Irpino e Chiaiano, quanto tempo ci vuole prima che si riempiano?


«Stando così le cose rischiano di riempirsi nel giro di pochi mesi».


Entro l’autunno?


«Tutti temono che con l’autunno possa tornare pure la fase critica dell’emergenza con l’immondizia di nuovo per strada. Perchè, sia chiaro, l’emergenza non è mai stata superata. E stata risolta momentaneamente la fase critica, ma senza misure strutturali».


La Campania conta anche oltre duecento comuni «ricicloni»: come se la passano in questa «fine emergenza»?

«Malissimo: da una parte rischiano di perdere i 300 milioni Ue per via di una procedura di infrazione comunitaria. Dall’altra sono ancora costretti a portare la frazione organica della propria differenziata in Sicilia, a costi che arrivano fino a 300 euro a tonnellata».


Ma come è possibile che in tutta questa «risoluzione» dell’emergenza succeda ancora questo?


«Perchè non si sono costruiti gli impianti di compostaggio».


Quanto tempo ci vuole per costruire un impianto di compostaggio?


«Richiederebbe 10-12 mesi, in una situazione di emergenza si potrebbe fare anche in 8-10 mesi, però ci sono anche strutture già esistenti, e i vecchi Cdr che potrebbero essere attrezzati in tempi più rapidi...».


E perchè non succede?


«Perché al momento non si sa chi fa cosa. Perchè gli impianti di compostaggio sarebbero in capo alla Regione che ha però problemi ad avviarli non avendo poteri specifici e quindi deve pescare solo nel proprio bilancio e nelle risorse comunitarie. Quelle che, tra l’altro, rischiano di essere bloccate».


l’Unità (28 aprile 2009)