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E arrivò, infine, il giorno dei saluti. “Odio” questi momenti. Se fosse possibile non berrei l’amaro calice, ma talvolta non solo si deve, ma è pure necessario. Nella circostanza odierna sarebbe stato imperdonabile defilarsi, oppure negarsi.
Così eccoli in fila, metaforica. Da lunedì prossimo cinque colleghi in meno. La deportazione è iniziata con le chiamate nominative. Due uomini e tre donne.
G., sposato, milanista, di sinistra (rifondarolo), detto “Mangiaferro” a causa di una diffusa carie dovuta allo sconsiderato sgranocchiamento di caramelle, cioccolatini e altri dolciumi assortiti. Abbiamo condiviso valutazioni politiche, di costume, anche sportive, pur non lavorando nello stesso reparto, ma il break del mattino serviva anche per questo. Spacciatore di vari cd e software. Mi riferisce del surreale colloquio avuto con il responsabile del personale.
L’individuo, che ignorava addirittura quanti fossero i dipendenti, lo intrattiene con un sermoncino volto a spiegare i motivi della sua epurazione (perché di questo si tratta). G. conosce le ragioni e lo invita ad entrare nel merito. L’individuo aggiunge ricchi premi e cotillons: corsi di inglese per riqualificare il personale “esuberante”. “Conosco l’inglese” puntualizza il collega. “Ma ce l’hai il patentino?” lo rimbecca il tagliatore di teste. “E perché per assistere telefonicamente il cliente occorre comunicargli che si ha il patentino?”. Passa oltre. “Poi ci saranno anche corsi di informatica”. “Il pc lo so accendere” precisa G. Ora, la sua risposta è paradossale, poiché egli gestisce almeno un paio di siti web (ad uno collaboro pure io con pezzi di notizie varie), ne cura, o curava, uno anche per un partecipante del “Grande fratello”. Si diletta di tv satellitare e, naturalmente, “craccava” le smart card che dispensava generosamente. Per tagliare corto, sottoscrive un modulo prestampato, si scusa per aver rubato lo stipendio, visto che lo hanno sopportato in tutti questi anni, saluta e se ne va.
M., vive con due genitori anziani e non in buona salute, ai quali ancora non ha rivelato nulla. Tifoso viola, compagno anche lui e rifondarolo. Detto “Rino”, contrazione di “rinoceronte” a causa del fisico tarchiato, più sviluppato in larghezza che in altezza che poggia su due tozze gambe. Ragazzo mite, con propri ritmi lavorativi, spesso confusionario, bersaglio preferito del capo reparto, ma refrattario ad ogni richiamo. “Forse per la dura pellaccia” era il commento più ricorrente. Si è molto riso e scherzato con lui. Commenti volanti sulle notizie più singolari ascoltate nei notiziari. Gran smanettone con la moto. Era visibilmente commosso stamattina e, quando all’inizio della giornata gli ho premuto più forte il braccio, lo ha avvertito e mi ha ringraziato per la comprensione e l’attenzione. Prima si andare via l’ho salutato abbracciandolo e si è schernito, perché era molto sudato. L’ho stretto, allora, perché non avrebbe potuto fregarmene di meno di quel dettaglio.
Lle tre colleghe erano assenti per motivi diversi. Mi dispiace per R. che mi era stata vicino in una tragica circostanza cinque anni fa e anche in precedenza. Sensibile, attenta, con un occhio di riguardo per un ristretto numero di maschietti ai quali preparava leccornie assortite, in occasione di Pasqua e Natale e noi apprezzavamo ripulendo i vassoi. Sposata, anche lei di sinistra, prossima alla pensione e con una figlia impegnata nel sociale, dopo la laurea.
Con P. e V. i rapporti sono sempre stati più leggeri, anche per differenti funzioni svolte. La prima, alla quale mancavano poche settimane alla pensione, era stata tra le prime ad iscriversi al sindacato. Una compagna pure lei, contrariamente a V., politicamente collocata all’altro estremo, ma più per vezzo che per convinzione ed esperienza. Le sue azioni erano in caduta libera da quando aveva coinvolto un mio caro collega in un’ingarbugliata vicenda di vendite piramidali. Vistosa nel fisico e nell’abbigliamento, le erano stati via via attribuiti, negli anni, presunti flirt. Comunque una femminilità militante e gratificante, che non indietreggiava di fronte alle battute che le riservavo.
La mattinata si dipana inseguendo questi ricordi, agganciando flash, fissando immagini, i primi miei giorni in azienda, soffocati peraltro dalla cappa di incertezza che tutto e tutti opprime, assieme ad uno sciacallaggio vigliacco ed inaudito sui nomi di altre persone. Voci prive di fondamento o, semplicemente, i diretti interessati smentiscono appositamente. Lo stillicidio non si esaurisce e proseguirà, implacabilmente, nei giorni a venire, dove ci saranno lacrime e stridor di denti.
L’uscita è liberatoria. Il volto della centralinista, assai graziosa, mi accompagna. Fatti pochi passi, non potendo più rientrare, le telefono e mi scuso per quel “ciao” così veloce e distratto. Lei aggiunge, rassicurante, che mi ha sorriso e già vale molto come saluto.
Una raffica improvvisa di vento mi asciuga quella lacrima impigliata nell’angolo dell’occhio. Sono spossato.