sabato 1 ottobre 2005

Arrivederci e grazie (forse)


www.fotosearch.it/ ART387/dbg018/


E arrivò, infine, il giorno dei saluti. “Odio” questi momenti. Se fosse possibile non berrei l’amaro calice, ma talvolta non solo si deve, ma è pure necessario. Nella circostanza odierna sarebbe stato imperdonabile defilarsi, oppure negarsi.


Così eccoli in fila, metaforica. Da lunedì prossimo cinque colleghi in meno. La deportazione è iniziata con le chiamate nominative. Due uomini e tre donne.


G., sposato, milanista, di sinistra (rifondarolo), detto “Mangiaferro” a causa di una diffusa carie dovuta allo sconsiderato sgranocchiamento di caramelle, cioccolatini e altri dolciumi assortiti. Abbiamo condiviso valutazioni politiche, di costume, anche sportive, pur non lavorando nello stesso reparto, ma il break del mattino serviva anche per questo. Spacciatore di vari cd e software. Mi riferisce del surreale colloquio avuto con il responsabile del personale.


L’individuo, che ignorava addirittura quanti fossero i dipendenti, lo intrattiene con un sermoncino volto a spiegare i motivi della sua epurazione (perché di questo si tratta). G. conosce le ragioni e lo invita ad entrare nel merito. L’individuo aggiunge ricchi premi e cotillons: corsi di inglese per riqualificare il personale “esuberante”. “Conosco l’inglese” puntualizza il collega. “Ma ce l’hai il patentino?” lo rimbecca il tagliatore di teste. “E perché per assistere telefonicamente il cliente occorre comunicargli che si ha il patentino?”. Passa oltre. “Poi ci saranno anche corsi di informatica”. “Il pc lo so accendere” precisa G. Ora, la sua risposta è paradossale, poiché egli gestisce almeno un paio di siti web (ad uno collaboro pure io con pezzi di notizie varie), ne cura, o curava, uno anche per un partecipante del “Grande fratello”. Si diletta di tv satellitare e, naturalmente, “craccava” le smart card che dispensava generosamente. Per tagliare corto, sottoscrive un modulo prestampato, si scusa per aver rubato lo stipendio, visto che lo hanno sopportato in tutti questi anni, saluta e se ne va.


M., vive con due genitori anziani e non in buona salute, ai quali ancora non ha rivelato nulla. Tifoso viola, compagno anche lui e rifondarolo. Detto “Rino”, contrazione di “rinoceronte” a causa del fisico tarchiato, più sviluppato in larghezza che in altezza che poggia su due tozze gambe. Ragazzo mite, con propri ritmi lavorativi, spesso confusionario, bersaglio preferito del capo reparto, ma refrattario ad ogni richiamo. “Forse per la dura pellaccia” era il commento più ricorrente. Si è molto riso e scherzato con lui. Commenti volanti sulle notizie più singolari ascoltate nei notiziari. Gran smanettone con la moto. Era visibilmente commosso stamattina e, quando all’inizio della giornata gli ho premuto più forte il braccio, lo ha avvertito e mi ha ringraziato per la comprensione e l’attenzione. Prima si andare via l’ho salutato abbracciandolo e si è schernito, perché era molto sudato. L’ho stretto, allora, perché non avrebbe potuto fregarmene di meno di quel dettaglio.


Lle tre colleghe erano assenti per motivi diversi. Mi dispiace per R. che mi era stata vicino in una tragica circostanza cinque anni fa e anche in precedenza. Sensibile, attenta, con un occhio di riguardo per un ristretto numero di maschietti ai quali preparava leccornie assortite, in occasione di Pasqua e Natale e noi apprezzavamo ripulendo i vassoi. Sposata, anche lei di sinistra, prossima alla pensione e con una figlia impegnata nel sociale, dopo la laurea.


Con P. e V. i rapporti sono sempre stati più leggeri, anche per differenti funzioni svolte. La prima, alla quale mancavano poche settimane alla pensione, era stata tra le prime ad iscriversi al sindacato. Una compagna pure lei, contrariamente a V., politicamente collocata all’altro estremo, ma più per vezzo che per convinzione ed esperienza. Le sue azioni erano in caduta libera da quando aveva coinvolto un mio caro collega in un’ingarbugliata vicenda di vendite piramidali. Vistosa nel fisico e nell’abbigliamento, le erano stati via via attribuiti, negli anni, presunti flirt. Comunque una femminilità militante e gratificante, che non indietreggiava di fronte alle battute che le riservavo.


La mattinata si dipana inseguendo questi ricordi, agganciando flash, fissando immagini, i primi miei giorni in azienda, soffocati peraltro dalla cappa di incertezza che tutto e tutti opprime, assieme ad uno sciacallaggio vigliacco ed inaudito sui nomi di altre persone. Voci prive di fondamento o, semplicemente, i diretti interessati smentiscono appositamente. Lo stillicidio non si esaurisce e proseguirà, implacabilmente, nei giorni a venire, dove ci saranno lacrime e stridor di denti.


L’uscita è liberatoria. Il volto della centralinista, assai graziosa, mi accompagna. Fatti pochi passi, non potendo più rientrare, le telefono e mi scuso per quel “ciao” così veloce e distratto. Lei aggiunge, rassicurante, che mi ha sorriso e già vale molto come saluto.


Una raffica improvvisa di vento mi asciuga quella lacrima impigliata nell’angolo dell’occhio. Sono spossato.

mercoledì 28 settembre 2005

L'autoassoluzione

http://www.bloggers.it/64akela24/itcommenti/vauro_giudici.jpg


Era impossibile resistere alla tentazione di non rilanciare anche qui il pezzo di Travaglio, postato nel blog www.vivamarcotravaglio.splinder.com Lo imponevano la strettissima attualità e la necessità di diffondere sempre più, sempre meglio, informazioni che in tv non passeranno mai. Per esempio a "Ballarò", terminato un'ora fa, sarebbe stata opportuna (ed esplosiva) la presenza di Marco Travaglio il quale, già solo leggendo la sua "bananas" odierna, avrebbe realizzato una sana informazione. Ma questo appartiene a "Telesogni".


Ego me absolvo


di Marco Travaglio


da “l’Unità” del 27 settembre 2005


Giustizia è fatta anche stavolta. E non sappiamo se siano più spiritosi i giudici quando scrivono che “il fatto non è più previsto dalla legge come reato”, o l’avv. on. prof pres. Gaetano Pecorella che esulta per la “sentenza giusta e attesa”. E’ una bella lotta. I codici prevedono la formula “il fatto non è previsto dalla legge come reato”:il “più” è una chicca, uno strepitoso svolazzo che condensa in tre lettere cinque anni di porcherie legislative mai viste prima nel mondo, e nemmeno in Italia. Il fatto era reato quando Berlusconi l’ha commesso, ma non lo è più da quando Berlusconi l’ha abolito. Il tutto con l’aiuto dell’amabile presidente della Commissione Giustizia, che è anche il suo avvocato: un avvocato talmente bravo che difende il cliente non solo nelle aule di giustizia, ma anche in quelle parlamentari. Ora questo mattatore della satira giudiziaria spiega che “non esistono leggi ad personam, ma soltanto leggi giuste: se il falso in bilancio non crea effetti nocivi di rilievo non merita di essere punito”. Pare quasi che il fatto fosse un capannone abusivo, eccesso di velocità, un divieto di sosta. Che cos‘è invece il ‘fatto” che “non costituisce più reato”? Un‘intera società con sede nelle isole del Canale,
la All Iberian
, sui cui conti
la Procura
di Milano ha dimostrato essere transitati dal 1989 al ‘96, un miliardo dì euro finalizzati a operazioni illecite come la corruzione di giudici tramite l’apposito Previti, operazioni finanziarie proibite (finanziamento di prestanomi per mascherare le reali proprietà di Telecinco in Spagna e di Telepiù in Italia) e finanziamenti a partiti e uomini politici tra i quali primeggia Bettino Craxi (21 miliardi sul conto personale Northern Holding). Sulla mega-stecca a Craxi, proprio negli anni 1990-’91, nel pieno della legge Mammì, c’è già una sentenza definitiva della Cassazione, che dichiara colpevoli sia Berlusconi sia Craxi (reato accertato ma prescritto nel 1999). Questo il fatto che, ad avviso del gentile Pecorella, “non crea effetti nocivi e non merita di essere punito “. Resta da capire perché, se erano così regolari quelle operazioni non furono compiute in Italia alla luce del sole e registrate sui bilanci Fininvest, ma furono affidate alla All Iberian che non compariva nei libri contabili, anzi Berlusconi giurò e spergiurò di non averla mai sentita nominare (“Vi pare che uno col mio senso estetico chiamerebbe una sua società con quel nome?”).
Sarebbe bastato poco, per arrivare alla condanna: la denuncia di un azionista contro gli amministratori che gli hanno mentito. Ma, come dice Piercamillo Davigo, dichiarare punibile il falso in bilancio a querela del socio è come dichiarare punibile il furto a querela del ladro. Di solito è l’azionista che trucca o fa truccare i bilanci. Soprattutto in Fininvest, dove l’unico azionista ai tempi del fatto era Berlusconi. L‘idea che si denunciasse per farsi condannare era azzardata. Lui non si denuncia. Lui si assolve. Il pm Francesco Greco aveva chiesto la prescrizione del reato, ma giustamente i giudici hanno preferito l’altra formula: il fatto non è più reato perché l’imputato l’ha depenalizzato. Si è assolto per legge. E un vero peccato che l’autoassoluzione, istituto inedito nel resto del mondo, non sia alla portata di tutti. Sarebbe divertente introdursi a Villa San Martino, a Villa
La Certosa
e a Villa Bermuda per svaligiarne il prelibato contenuto, poi candidarsi al Parlamento e lì depenalizzare il furto con scasso perché “non crea effetti nocivi di qualche rilievo e non merita di essere punito “. Dopodichè, una volta assolti perché il fatto non è più reato, felicitarsi per “la sentenza giusta e attesa” O, come han detto in coro i berluscones, perché “si fa finalmente strada la verità”. O, come ha osservato Scajola, perché “viene demolito un altro mattone del castello accusatorio”. O, come ha notato un giurista del calibro di Landolfi, “è la fine del linciaggio”.


Resta un mistero perché
mai Pecorella
si sia battuto come un leone per scongiurare la prescrizione e strappare l’assoluzione con quella bella formula. Il suo illustre cliente, infatti, ha già ottenuto sei prescrizioni per altrettanti reati accertati (gli ultimi due, per fatti senza “effetti nocivi”come la corruzione del giudice Squillante e un falsetto in bilancio da 1550 miliardi di lire nascosti su 64 società offshore e sottratti al fisco), grazie al gentile omaggio delle attenuanti generiche. E tutte e sei le volte gli avvocati esultarono per la sua “assoluzione” Forse l’ottimo Pecorella ha finalmente scoperto la differenza fra assoluzione e prescrizione. E poi dicono che i processi non servono.


martedì 27 settembre 2005

L'e-mail "imbufalita"

E’ utile avere tra i propri preferiti il sito di Paolo Attivissimo come prevenzione e informazione. Conoscitore e indagatore della Rete, Attivissimo si apprezza per un tipo particolare di indagine che è poi il motivo stesso del consiglio. Vediamo perché.


Per alcuni giorni non ho scaricato la posta e così si sono accumulate varie comunicazioni. Alcune attese, altre interessanti, mescolate con la solita spam che riesce a passare nonostante i filtri. Dopo la consueta e opportuna cernita, un paio di e-mail hanno catturato la mia attenzione. Entrambe diffondevano un appello per la più classica delle catene di sant’Antonio. La prima proveniva da un nominativo sconosciuto e l’ho eliminata senza neppure soffermarmi a leggerla, anche solo per curiosità. Mentre la seconda era stata inoltrata da una cara amica, logicamente inconsapevole e del tutto in buona fede, anche perché queste lettere sono proprio strutturate per colpire l’attenzione, coinvolgere le persone, facendo leva sui sentimenti e sul senso di colpa che potrebbe manifestarsi se non si collaborasse.



“Oggetto: Leucemia - Per favore leggete di seguito. Se la cestinerete. davvero non avete cuore.


Salve, sono un padre di 29 anni. Io e mia moglie abbiamo avuto una vita meravigliosa. Dio ci ha voluto benedire con una bellissima bambina. Il nome di nostra figlia è Rachele. Ed ha 10 anni.


Poco tempo fa i dottori hanno rilevato un cancro al cervello e nel suo piccolo corpo. C'è una sola via per salvarla. operare. Purtroppo, noi non abbiamo denaro sufficiente per far fronte al costo. AOL e ZDNET hanno acconsentito per aiutarci.


L'unico modo con il quale loro possono aiutarci è questo: Io invio questa e-mail a voi e voi inviatela ad altre persone. AOL rileverà la traccia di questa e-mail e calcolerà quante persone la riceveranno.


Ogni persona che aprirà questa e-mail e la invierà ad altre 3 persone ci donerà 32 centesimi .


Per favore aiutateci.


George Arlington


In gergo viene definita “bufala” e la cosa migliore che si può fare, se si vuol bene alla persona che, lo ripeto, inconsapevolmente l’ha girata, è quella di spedirle una lettera di smentita, rassicurandola nello stesso tempo e invitandola a diffondere il contro appello, la contro-bufala insomma. Si tratterà di un servizio molto utile.


Questo, infine, è il link per conoscere lo sviluppo di questa e-mail, le sue varianti, gli aggiornamenti intervenuti nel tempo e le “mostruose mutazioni” che costituiscono un vero e proprio attentato ai sentimenti.



http://www.attivissimo.net/antibufala/george_arlington/george_arlington.htm


venerdì 23 settembre 2005

Razza pinocchio

http://imag.ciudadanosnonac.org


Giulio Tremonti scrisse quest’articolo per il Corriere della Sera del 25 settembre ‘91. Il manifesto lo ripubblicò il 14 luglio del ‘94 e lo ripropone oggi (19 luglio 2002) che il condono fiscale riappare in un decreto legge del governo di cui Tremonti è ministro dell’economia.





Il condono, un suicidio fiscale


In Sudamerica il condono fiscale si fa dopo il golpe. In Italia lo si fa prima delle elezioni, ma mutando i fattori il prodotto non cambia: il condono è comunque una forma di prelievo fuorilegge. Dunque, il governo starebbe per cedere: cedere con fermezza ma cedere. Non è neppure il caso di avviare una discussione sulla morale fiscale di un governo che fa ora ciò che appena ieri ha fermamente escluso perché immorale. E’ piuttosto il caso di passare oltre, per vedere se un condono fatto in questo modo ed in questo momento sia soltanto una scelta di cinismo fiscale, per tirare a campare, o qualcosa di più o di peggio: una scelta di suicidio fiscale. Ebbene, ragionando sulle evidenze è chiaro che si tratta di una scelta del secondo tipo. Per la massa enorme degli evasori le probabilità di essere verificati sono minime (lo dicono le Finanze), le conseguenti liti tributarie si possono tirare in lungo senza costo (lo dicono ancora le Finanze), infine i condoni sono cadenzati ogni decennio: ‘73, ‘82, ‘91. Vuol dire che il rapporto fiscale si basa su questa ragione pratica: farla franca, confusi tra milioni di evasori; farla lunga, coltivando con calma la lite; farla fuori, con poche lire di condono. A differenza che nel resto d’Europa non c’è più, con questo condono, certezza di tassazione con saltuari condoni, ma certezza di condoni con saltuaria tassazione.


In questo sistema smontato e rovesciato, in cui a dettare legge sono proprio i fatti fuorilegge, l’evasione e la furbizia, non bastano i correttivi tecnici che dovrebbero consentire al governo di cedere con fermezza; non bastano la messa a regime dei coefficienti per commercianti ed artigiani, l’abolizione del segreto bancario, la riforma dell’amministrazione. Quella di reintrodurre i coefficienti di redditività, per indurre commercianti ed artigiani a dichiarazioni verosimili, è una tesi a lungo sostenuta sul Corriere, tanto che il documento governativo non solo la realizza, ma usa queste stesse parole. Tuttavia lo fa con ritardo incolmabile; quella sui coefficienti doveva e poteva essere un’operazione iniziale e non terminale, passaggio di graduale risanamento, non posticcio alibi di condono.


Neppure l’eliminazione del segreto bancario è un passaggio risolutivo: che risulti, l’autorità giudiziaria non ha infatti mai negato l’accesso ai conti degli evasori. Solo che, a differenza della Guardia di Finanza, l’amministrazione finanziaria ne ha fatto un uso limitatissimo. Dunque, si tratta soprattutto di una norma-messaggio, messaggio comunque debole, rispetto a quello forte trasmesso con il condono.


La riforma dell’amministrazione finanziaria è infine, in questa fase, negativa. Nel 1971 si è fatta la riforma delle imposte, senza quella dell’amministrazione. Ora si fa il contrario ma così si finirà soltanto per accrescere la popolazione dei pubblici parassiti Senza contare che, attuata in un momento di crisi fiscale gravissima, così si destabilizza il fisco.


Dall’unità d’Italia manca il precedente di una politica tributaria come questa, una politica che è riuscita a fare due cose opposte: legittimare l’esplosione di spese coperte da entrate inventate, far cadere le entrate da autoliquidazione, che presuppongono una fiscalità autorevole e non ridicolizzata da continue improvvisazioni e contraddizioni. A questo punto una sola cosa è certa, che questo governo tira a campare, ma il prossimo scompare sotto il disastro della finanza pubblica.


lunedì 19 settembre 2005

Primo giorno


www.delfo.forli-cesena.it


“Oggi primo giorno di scuola. Passarono come un sogno quei tre mesi di vacanza in campagna! Mia madre mi condusse questa mattina alla Sezione Baretti a farmi inscrivere per la terza elementare: io pensavo alla campagna e andavo di mala voglia. Tutte le strade brulicavano di ragazzi; le due botteghe di libraio erano affollate di padri e di madri che compravano zaini, cartelle e quaderni, e davanti alla scuola s'accalcava tanta gente che il bidello e la guardia civica duravan fatica a tenere sgombra la porta...


Lo rividi con piacere quel grande camerone a terreno, con le porte delle sette classi, dove passai per tre anni quasi tutti i giorni. C'era folla, le maestre andavano e venivano. La mia maestra della prima superiore mi salutò di sulla porta della classe e mi disse: - Enrico, tu vai al piano di sopra, quest'anno; non ti vedrò nemmen più passare! - e mi guardò con tristezza...


Al pian terreno, dove s'eran già fatte le ripartizioni, c'erano dei bambini delle prime inferiori che non volevano entrare nella classe e s'impuntavano come somarelli, bisognava che li tirassero dentro a forza...


Il mio piccolo fratello fu messo nella classe della maestra Delcati; io dal maestro Perboni, su al primo piano. Alle dieci eravamo tutti in classe: cinquantaquattro: appena quindici o sedici dei miei compagni della seconda, fra i quali Derossi, quello che ha sempre il primo premio. Mi parve così piccola e triste la scuola pensando ai boschi, alle montagne dove passai l'estate!...


Io dicevo tra me: - Ecco il primo giorno. Ancora nove mesi. Quanti lavori, quanti esami mensili, quante fatiche! - Avevo proprio bisogno di trovar mia madre all'uscita e corsi a baciarle la mano. Essa mi disse: - Coraggio Enrico! Studieremo insieme. - E tornai a casa contento...”



Sono per forza di cose sfumati e in dissolvenza, i ricordi legati al mio primo giorno di scuola: 1° ottobre 1963 (nel romanzo di De Amicis è invece datato 17 ottobre) che riaffiorano in questo periodo mentre si completa il ritorno tra i banchi e ogni volta che passo davanti alla mia scuola. O meglio all’edificio, da anni trasformato in ufficio postale e ludoteca al piano terra; in biblioteca e sala convegni al primo piano.


Di quel tempo sono rimaste solo le mura esterne e le scale, quelle che certamente, con passo incerto e mille curiosità, salii quella mattina per entrare nella grande aula a pianterreno che avrebbe ospitato un numero elevato di alunni. Non cinquantaquattro naturalmente, ma almeno una trentina sì. Molti di quei bambini e di quelle bambine li conoscevo già, avendoli avuti per compagni di giochi alla scuola materna o asilo infantile. Altri avevano volti sconosciuti e anche atteggiamenti che, a quel tempo, mi apparvero insoliti.


Rammento anche la maestra, un donnone con un vocione severo e dai modi sbrigativi che, non so per quale motivo, trovò ospitalità preso una famiglia nello stesso condominio dove abitavo.


Non ebbi mai bisogno di suoi consigli extra scolastici. Infatti, andai in prima elementare sapendo già leggere e scrivere grazie al maestro Manzi e alla sua storica trasmissione: “Non è mai troppo tardi”. A pensarci, ora, dovette anche essere un anno piuttosto noioso, perché molto di quello che c’era da imparare io lo avevo appreso e non credo disponessi, allora, della pazienza necessaria per attendere pure i progressi degli altri.


Il libro “Cuore” lo ricevetti in regalo in seconda elementare, quando cambiai aula trasferendomi al primo piano e proprio lì, in quei luoghi, raffigurai mentalmente ogni episodio raccontato dal giovane Enrico.


Di sicuro mai avrei potuto immaginare che, molti anni dopo, ci sarebbe stato da ricordare, in modo assai meno suggestivo, un altro primo ottobre, un altro primo giorno, quello di cassa integrazione possibile seppure, mi auguro, poco probabile.



giovedì 15 settembre 2005

Comiche italiane

www.segnalidifumo.it  www.freccecche.it




di ALESSANDRO ROBECCHI


da "il manifesto" dell' 11 settembre



Non sarei così sicuro, come ostentatamente si mostrano tutti, sul fatto che la vicenda Fazio-Bankitalia danneggi l'immagine dell'Italia. Credo invece che presso i comici di tutto il mondo, gli scrittori satirici, i clown da circo, gli architetti di paradossi e persino tra gli esegeti più o meno interessati dei linguaggi del potere, stiamo guadagnando parecchi punti. Perché il paradosso di Palazzo Koch è davvero formidabile, e la parabola del banchiere di Alvito, pio e devoto come pochi, si avvia a diventare degna di narrazioni bibliche, di un'aneddotica che supera i confini delle banche, dell'economia, della politica, per diventare strabiliante metafora delle contorsioni del potere. Attenzione non della pochezza del potere, ma della «tantezza» del potere. Già, ecco la storia. Esiste un potere (il governatore di Bankitalia) che nessuno può cacciare e destituire, se non lui medesimo. Esiste un potere a cui si chiede - ormai quasi in ginocchio, implorandolo - di autoriformarsi, insomma di tagliarsi le palle da solo (scusate il francesismo), essendo tutti gli altri poteri inidonei a compiere il lavoretto di cesoie, sia pure con la sacrosanta anestesia. Il premier di un paese che chiede ai banchieri europei di cacciare il suo proprio banchiere centrale non può che far ridere. La risposta dei banchieri europei - prenditi le tue responsabilità e caccialo tu - è ancora più esilarante. Le proposte di cacciarlo tutti insieme, cioè di far fare al Parlamento quel che non vuole o non può fare il governo fa, se possibile, più ridere ancora, come se il paese intero concordasse il coro, uno, due, tre, coraggio tutti insieme: vattene! Il ministro dell'economia attuale, che sostituì quello creativo capace solo di far danni, che fa marameo al suo governo nazionale per sostenere i banchieri europei nel loro corale marameo è da antologia. Il Renato Brunetta che scarica Siniscalco e rivuole Tremonti fa ridere fino alle lacrime. Le centinaia di articoli della stampa economica mondiale che chiedono a Fazio di andarsene e che restano lettera morta e inascoltata, sono un altro potere forte che si dimostra debole e inutile. Un poterino locale e bifolco come
la Lega
, che non ha nemmeno il quattro per cento dei consensi - ma al quale è stata salvata una banchetta pellegrina e fallimentare - ottiene quel che vuole, cioè che tutti gli altri poteri risultino impotenti, mentre le sorti della banca centrale della settima (sesta? ottava? centoundicesima?) potenza economica mondiale rimangono appese a decisioni prese intorno al pentolone della polenta in qualche baita cisalpina. E non dimentichiamo il tassello ultimo, che vale da ciliegina sulla torta: Opus Dei, Vaticano, figlie suore dei Legionari di Cristo (occristo!) e cardinali amici. Dico: serve qualcos'altro per innalzarci alla grande sul gradino più alto di tutto il ridicolo del mondo? 
Ora, è possibile che nel ridicolo molti abbiano i loro torti e le loro ragioni. Ma si tratta di cose tecniche, di procedure, di prassi più o meno consolidate. Se si vede la questione da fuori, invece, dall'alto e dalla distanza siderale che separa le vite normali dei cittadini dalle alchimie delle segrete stanze del potere, la vicenda è strepitosamente avvincente come una pièce di teatro dell'assurdo. Vedere tutti quei poteri immensi e spaventosamente potenti che si arrabattano e si disperano nell'incapacità di cacciare un potente dovrebbe essere una lezione per tutti (e pure per il potere, se si degnasse ogni tanto di ascoltare qualche lezione). Ma soprattutto, vien da pensare, se la famosa Europa, il governo con la più grande maggioranza della storia italiana, l'opposizione che è ormai maggioranza nel paese, la stampa economica e finanziaria,
la Confindustria
, i sindacati, il ministro dell'economia, e altre centinaia e centinaia di poteri non riescono né con le buone né con le cattive a cacciare un potente, che vorrà dire? Che quel potente è troppo potente oppure che tutti gli altri poteri sono, alla fine, parecchio impotenti? La favola di Palazzo Koch e del pio uomo di Alvito continuerà ora per chissà quante puntate e conterrà chissà quanti colpi di scena, e il ridicolo si sommerà al ridicolo fino a esaurimento scorte. Dopotutto, in fondo in fondo, alla fine della fiera, non è esattamente questo, il potere?

martedì 13 settembre 2005

Parodia di un processo per stupro-2

blog.virgilio.it/infanziaviolata


L'indomani mattina, cioè oggi (26 agosto n.d.b.) il bravo Protection Officer si ripresenta al tribunale alle 10, come da orario annunciato, accidenti a lui e ai due anni e mezzo passati a Ginevra. Ovviamente non c'e' nessuno. Si sono persino dimenticati di mandare la convocazione al medico di MSF. Ci pensa il bravo Protection Officer che recapita la missiva e ritorna con il Field Coordinator francese, la dottoressa colombiana e il paramedico liberiano che ha riempito il certificato. Ancora non c'e' nessuno.


L'udienza comincia con un ritardo di soli 50 minuti sull'orario previsto. Si procede ad ascoltare la testimonianza del paramedico liberiano di MSF al quale viene richiesto di giurare su un libricino delle dimensioni di un bignami che apprendiamo essere
la Bibbia
(me la ricordavo più grande l'ultima volta che l'ho vista, ma forse ero io che ero piccolo, mah). Dopo aver baciato il testo sacro, il paramedico conferma il contenuto del certificato da lui riempito.


A quel punto, la difesa gioca il suo asso e mette alle corde il teste sfruttando il fatto che il giochino del dito non ha provocato sangue. Il PM incassa il colpo. L'accusa rincara la dose e sfodera citazioni da alcuni testi giuridici incartapecoriti, tra i quali, la chiave di volta dell'udienza, un passo della Genesi in cui si parla di stupro. Il bravo Protection Officer trasecola:
la Genesi
?? Quella di Adamo ed Eva?? O cazzo sacro, siamo a posto. Il Field Coordinator di MSF suda, sorride nervoso ma e' preoccupato per il suo collega in difficoltà, la dottoressa colombiana di MSF mi guarda interdetta e sembra dirmi: "No, yo no la traje' la coca".
La Genesi.


La mossa vincente della difesa e' la definizione di stupro contenuta nella Genesi. Va beh che anche la donna l'ha creata l'onnipotente, però pensavo che la definizione di certe porcate l'avesse lasciata agli esseri umani. Che avrebbe detto Previti se fosse stato condannato in base a un versetto del vangelo secondo Giovanni? E quale poi? "Non sappia la sinistra quel che fa la tua destra?" (in realtà non so se dica esattamente così, ne' tanto meno se sia secondo Giovanni, ma fa lo stesso, vero?).


Intanto il giudice infierisce sul teste col risultato di mandarlo in confusione totale. Allora minaccia di incarcerarlo per spergiuro e gli infligge un'ammenda di 100 dollari liberiani (poco meno di 2 dollari americani). Il bravo Protection Officer trattiene Francois che nel frattempo ha mandato qualcuno a comprargli un kalasnjikov al mercatino sull'altro lato della strada e sta armeggiando attorno al caricatore. Dopodichè, il bravo Protection Officer va dal giudice e con tono affabile gli dice che forse c'e' un malinteso e che il paramedico non ha fatto nulla di male.


I sottotitoli nella versione italiana recitano: "Razza di coglione rugoso, avete fatto un casino della madonna con le domande più cazzute dell'anno lunare e ve la pigliate con questo povero cristo?". Il giudice spara una martellata isterica sulla scrivania che ormai comincia a lacrimare e richiama indietro il paramedico dicendo che sarà clemente. Francois ripone il kalasnjikov. La dottoressa colombiana ripone il sacchetto di coca.


A quel punto, il giudice, vinto dalla retorica scoppiettante del difensore, ma soprattutto schiacciato dalla valenza giuridica della parola d'iddio, dichiara che l'indiziato non può essere perseguito per stupro. Il difensore perde il controllo e fa ampi gesti con le mani che vogliono dire "E' fatta" o forse "Te l'ho messo in culo io stavolta, PM dei miei coglioni", o forse "Cazzo, mi si ripropone il serpente allo spiedo di ieri sera". Il PM rimane seduto composto. Non russa.


Il giudice, che si sta arrotolando intorno a una lunga frase che pare preludere all'assoluzione, con il bravo Protection Officer che nel frattempo si e' impadronito del kalasnjikov di MSF e si sta chiedendo come mai facciano le impugnature così lunghe e sottili e con un buco in cima, all'improvviso pronuncia un sonoro "però!" (but!) seguito da una breve pausa teatrale che catalizza l'attenzione della platea. Questo deve aver appreso la professione guardando “Forum”. "Alla luce del rapporto medico e della testimonianza della bimba appare evidente che qualcosa e' successo". Tutti trattengono il respiro. Il che non e' neanche male, dato l'odore di sudore che aleggia nell'aria. E questo qualcosa, continua il Perry Mason dell'Africa occidentale, il Matlock della foresta pluviale, e' sufficiente per qualificare il reato di tentato stupro!


Il bravo Protection Officer capisce che quella e' la canna del kalasnjikov e non l'impugnatura ma ormai e' ora di riporre l'attrezzo. Il giudice si e' salvato in corner. Con i minuti di recupero, magari si riesce a portare a casa un buon risultato. E infatti il giudice dispone la carcerazione del soggetto e il suo trasferimento alla corte superiore di Sanniquellie, la capitale della contea, responsabile per giudicare crimini di questa e altra gravità che vanno dall'omicidio, alla strage, fino ai sacrifici umani e alle scoreggie sui minivan iperaffollati che percorrono le piste della contea.


La martellata che si abbatte sulla scrivania fa gemere di dolore quest'ultima in maniera percettibile agli uditi più sensibili, sopravvissuti agli schianti precedenti. La seduta e' tolta. Il ritorno si giocherà a Sanniquellie in data da destinarsi.