giovedì 24 febbraio 2011

Fratelli di sangue






Viene la morte e ha gli occhi di Gheddafi. Le sue mani grondano sangue, il papi le bacia senza ritegno alcuno.

Mentre si consuma nell'afasia della famosa Comunità internazionale il genocidio di un popolo, mentre la maggiore preoccupazione sono gli affari che andranno in fumo, molto più dei diritti umani che hanno trovato in Libia il loro cimitero, è importante riproporre l'immagine-simbolo che sta facendo il giro del web. Perché il papi è complice dell'orrenda macelleria a cielo aperto, è complice delle migliaia di fosse comuni che andranno a riempirsi. Perciò dovrebbe presentarsi in Parlamento, ripudiare il suo amico e poi dimettersi, assieme all'associazione a delinquere, definita “governo” che guida. Anche se non è l'unico colpevole. Perché esiste un maledetto trattato di amicizia tra Italia e Libia che, di fatto, ci assimila al sanguinario dittatore libico e rende conniventi la maggior parte dei parlamentari.



Ma vediamo in cosa è primatista l'Italia.

Fonte: www.dirittiglobali.it



“L’Italia non solo è uno dei principali partner commerciali della Libia, ma è il maggiore esportatore europeo di armamenti al regime di Gheddafi. I Rapporti dell’Unione europea sulle esportazioni di materiali e sistemi militari (qui l'ultimo rapporto e un'analisi) certificano che nel biennio 2008-2009 l’Italia ha autorizzato alle proprie ditte l’invio di armamenti alla Libia per oltre 205 milioni di euro che ricoprono più di un terzo (il 34,5%) di tutte le autorizzazioni rilasciate dall’UE (circa 595 milioni di euro)”. Poi continua qui.

 



Ma è utile ricordare anche ciò che accadeva pochi mesi fa, alla fine di agosto. Utilissimo ausilio per la memoria le dichiarazioni surreali diffuse nella circostanza. L'ostentazione di un rapporto privilegiato, l'irrisione verso coloro che criticavano perchè legati al passato. A Roma si celebrava con il buffone libico la modernità.

L'articolo è tratto da "la Repubblica".





Gheddafi, spettacolo e polemiche



Frattini: "Critiche senza senso"



Incontro di mezz'ora tra il Colonnello e Berlusconi. Il ministro degli Esteri: "Chi critica non conosce politica e interessi d'Italia". La Padania titola: "L'Europa sia cristiana". Seconda lezione a 200 ragazze: "L'Islam è l'ultima religione"



ROMA - Una giornata intensa e decisamente varia quella vissuta oggi dal leader libico Muammar Gheddafi. Dopo aver impartito la seconda lezione a 200 ragazze e aver incontrato il premier Berlusconi, in serata ha partecipato ai festeggiamenti per l'anniversario del Trattato di amicizia tra Libia e Italia organizzati nella caserma 'Salvo D'Acquisto'. Qui, prima di assistere al Carosello storico dell'Arma del reggimento dei carabinieri a cavallo, il leader libico ha preso la parola per un lungo intervento: ''Saluto il grande coraggio del mio grande amico Silvio Berlusconi", ha detto, ringraziando l'Italia per la condanna del colonialismo e per il coraggio dimostrato ammettendo gli errori del passato. "Non vogliamo commettere lo stesso errore un'altra volta - ha detto ancora - vogliamo amicizia e collaborazione e che il Mar Mediterraneo sia un mare di pace". Gheddafi ha anche parlato del problema dell'immigrazione: ''Per fermare l'immigrazione clandestina - ha concluso il leader libico - la Libia, sostenuta dall'Italia, chiede all'Europa, che un domani, davanti a milioni di immigrati che avanzano potrebbe diventare Africa, almeno 5 miliardi di euro all'anno''.



Prima di Gheddafi, Silvio Berlusconi aveva rivolto un breve saluto al leader libico, ricordando che "tutti dovrebbero rallegrarsi" della nuova amicizia tra Italia e Libia sancita dal Trattato di Bengasi e sottolineando che chi critica i rapporti di amicizia tra lui e Muammar Gheddafi "appartiene al passato, è prigioniero di schemi superati". (...). Qui la prosecuzione.

 



Esiste poi uno stupidario inarrivabile e che adesso non fa più ridere, ma inchioda i parolai saccenti ad un ruolo che hanno rivendicato con arroganza, tacitando gli altri.



Stupidario


Dittatore ti amerò



a cura di Alessandro Capriccioli



Ecco un breve sunto della politica estera del nostro Paese nelle dichiarazioni di Berlusconi, Frattini e altri



(21 febbraio 2011)



Scegliersi gli amici, 1

«Io sono legato da amicizia vera con il presidente egiziano Mubarak, con il presidente libico Gheddafi e con il presidente della Tunisia Ben Ali». (Silvio Berlusconi, 23 dicembre 2010)



Scegliersi gli amici, 2

«In questi quindici anni io ho avuto modo di incontrare più volte Gheddafi e di legarmi a lui da una vera e profonda amicizia: al leader riconosco una grande saggezza». (Silvio Berlusconi, 11 giugno 2009)



Il mio modello

«Gheddafi è una persona intelligentissima, altrimenti non sarebbe al potere 40 anni». (Silvio Berlusconi, 12 giugno 2009)



Simpatica canaglia

«Sono il primo a dire che la Libia può essere imbarazzante sul piano dei diritti umani, ma in passato quante volte abbiamo avuto rapporti con dittature ben più serie?» (Gaetano Quagliariello, 31 agosto 2010)



L'è minga un terun

«Gheddafi è importante perché si propone come rappresentante di tutti i paesi africani, E dalla Libia che passano tutti gli immigrati per venire in Italia, ed è per questo che abbiamo trovato un accordo con lui». (Umberto Bossi, 8 giugno 2010)



Do not disturb

«Non ho sentito Gheddafi. La situazione è in evoluzione e quindi non mi permetto di disturbare nessuno». (Silvio Berlusconi, 19 febbraio 2011)



Vederci lontano, 1

«Speriamo che il presidente Mubarak continui, come ha sempre fatto, a governare il suo paese con saggezza e con lungimiranza: il mondo considera l'Egitto un punto di riferimento per il processo di pace che non può venire meno». (Franco Frattini, 26 gennaio 2001)



Vederci lontano, 2

«E' importante che Hosni Mubarak resti in carica finché non sarà stata impostata la transizione». (Franco Frattini, 6 febbraio 2011)



Vederci lontano, 3

«Confido e credo che tutti gli occidentali pensino la stessa cosa: che ci possa essere in Egitto una transizione ad un sistema più democratico senza rotture con un presidente come Mubarak che da tutto l'occidente, Stati Uniti in testa, E'stato sempre considerato l'uomo pi?ù saggio ed un punto di riferimento preciso per tutto il Medio oriente». (Silvio Berlusconi, 4 febbraio 2011)



Che porti sfiga?

«Credo si debbano sostenere con forza i governi di quei Paesi, dal Marocco all'Egitto, nei quali ci sono re o capi di Stato che hanno costruito regimi laici tenendo alla larga il fondamentalismo». (Franco Frattini, 17 gennaio 2011)



Il bielopartito dell'amore

«L'amore del popolo bielorusso per il presidente Aleksandr Lukashenko si vede dai risultati elettorali che sono sotto gli occhi di tutti». (Silvio Berlusconi, 30 novembre 2009)



Tipo nell'89 a Tienanmen

«Il governo cinese? Apprezzo la loro politica dell'armonia. (Silvio Berlusconi, 6 luglio 2009)



Bastava il pensiero

«Medvedev e Putin sono un dono di Dio per il vostro Paese». (Silvio Berlusconi, 11 settembre 2010)



Fonte: http://espresso.repubblica.it/dettaglio/dittatore-ti-amero/2145064



Il trattato di amicizia, mai citato durante le trasmissioni che ho potuto seguire si trova qui e a seguire l'esito delle votazioni alla Camera e al Senato che lo hanno ratificato. Per questo ha totalmente ragione Emma Bonino, intervistata ieri dal Tg 3.



http://www.rai.tv/dl/RaiTV/programmi/media/ContentItem-f251a28f-d918-49d7-87d1-a69a768c676b-tg3.html



Riporto il preambolo e l'attenzione, per esempio, sull'articolo 4 o sull'articolo 6, nonchè sulla leggerezza che ha guidato gli estensori e i firmatari. Che poi si può sintetizzare ricorrendo ai sempiterni latini per i quali: pecunia non olet.



24 October 2008



Trattato di amicizia, partenariato e cooperazione tra la Repubblica Italiana e la Grande Giamahiria Araba Libica Popolare Socialista



PREAMBOLO

La Repubblica Italiana e la Grande Giamahiria Araba Libica Popolare Socialista, qui di seguito denominati “le Parti", consapevoli dei profondi legami di amicizia tra i rispettivi popoli e del comune patrimonio storico e culturale; decise ad operare per il rafforzamento della pace, della sicurezza e della stabilita, in particolare nella regione del Mediterraneo;

impegnate, rispettivamente, nell'ambito dell'Unione Europea e dell'Unione Africana nella costruzione di forme di cooperazione ed integrazione, in grado dì favorire l'affermazione della pace, la crescita economica e sociale e la tutela dell'ambiente;

ricordando l'importante contributo dell'Italia al fine del superamento del periodo dell'embargo nei confronti della Grande Giamahiria; tenendo conto delle importanti iniziative già realizzate dall'Italia in attuazione delle precedenti intese bilaterali;

esprimendo la reciproca volontà di continuare a collaborare nella ricerca, con modalità che saranno concordate tra le Parti, riguardante i cittadini libici allontanati coercitivamente dalla Libia in epoca coloniale; ritenendo di chiudere definitivamente il doloroso "capitolo del passato", per il quale l'Italia ha già espresso, nel Comunicato Congiunto del 1998, il proprio rammarico per le sofferenze arrecate al popolo libico a seguito della colonizzazione italiana, con la soluzione di tutti i contenziosi bilaterali e sottolineando la ferma volontà di costruire una nuova fase delle relazioni bilaterali, basata sul rispetto reciproco, la pari dignità, la piena collaborazione e su un rapporto pienamente paritario e bilanciato;

esprimendo, pertanto, l'intenzione di fare del presente Trattato il quadro giuridico di riferimento per sviluppare un rapporto bilaterale "speciale e privilegiata", caratterizzato da un forte ed ampio partenariato politico, economico e in tutti i restanti settori della collaborazione; hanno convenuto quanto segue:



Capo I



PRINCIPI GENERALI



Articolo 4

Non ingerenza negli affari interni


1. Le Parti si astengono da qualunque forma di ingerenza diretta o indiretta negli affari interni o esterni che rientrino nella giurisdizione dell'altra Parte, attenendosi allo spirito di buon vicinato.

2. Nel rispetto dei principi della legalità internazionale, l'Italia non userà, ne permetterà l'uso dei propri territori in qualsiasi atto ostile contro la Libia e la Libia non userà, né permetterà, l'uso dei propri territori in qualsiasi atto ostile contro l'Italia.




Articolo 6

Rispetto dei diritti umani e delle libertà fondamentali


Le Parti, di comune accordo, agiscono conformemente alle rispettive legislazioni, agli obiettivi e ai principi della Carta delle Nazioni Unite e della Dichiarazione Universale dei Diritti dell'Uomo.



 


Altre fonti: http://parlamento.openpolis.it/votazione/25181 Votazione alla Camera


http://parlamento.openpolis.it/votazione/25597 Votazione al senato



http://anidridecarbonica.wordpress.com/2010/08/31/trattato-amicizia-italia-libia-berlusconi-gheddafi/


domenica 20 febbraio 2011

Un ritorno tutto nuovo



Pago il pedaggio a sorella influenza e devo rassegnarmi, ma almeno dispongo del pc e...

Meglio riavvolgere il nastro delle ultime settimane per tornare ad un'altra domenica, quella del 9 gennaio, la prima trascorsa a casa del 2011. Ma anche una prima volta disastrosa, soprattutto pensando allo stato d'animo.

Rientrato il giorno prima, dopo aver provveduto a cancellare le tracce di una bella vacanza (disfare valigie, impostare lavatrici, accantonare i doni ricevuti) e ripreso contatto con la realtà e il calendario, soprattutto, che segnalava il ritorno al lavoro, penso che almeno un diversivo posso concedermelo. Perciò con tutta calma vado nella postazione informatica, cioè davanti al desk e premo il pulsante.

Bastano pochi minuti per procurarmi un brivido: la clessidra lampeggia sul monitor, rumori insoliti provengono dal case. Provo a fare finta di nulla e riavvio. In genere funziona, ma questa volta no. Identica situazione. Panico e sconforto, perché a differenza del passato adesso non posso più rivolgermi a quelli che erano colleghi. I tempi sono cambiati. Comunque un tentativo lo faccio alle 12:45 di una domenica già tormentata, inviando un sms alla persona che in genere mi assisteva. Non avendo più contatti da tempo esordisco con qualcosa del genere: “Come stai? Spero bene non come il mio pc”. Invio, ma poco convinto. Il cellulare tace, nel silenzio disperato ed irritante.

Inizia così un'attesa, in realtà scarsamente fiduciosa. Avrà ricevuto? Avrà letto? Come avrà reagito? Le amarezze si trascinano nel pomeriggio. In serata mi faccio più ardito: compongo il numero di casa, ma la risposta è disarmante: il nome che faccio è sconosciuto. Rispedisco lo stesso sms, stessa attesa e medesima conclusione. Allora provo con un altro collega, potrebbe avere notizie più aggiornate, come il numero. Anche con lui rapporti ormai inesistenti, ma se butti là qualche banalità si supera l'eventuale imbarazzo. E a me serve per arrivare al dunque. Annoto il numero che mi viene fornito e che avevo a suo tempo trascritto erroneamente, il cellulare è rimasto inalterato. Allora chissà perché non mi ha risposto. Ma nel frattempo si è fatto tardi e non mi pare il caso di tentare.

Riprovo il giorno dopo con una mail a cui segue la risposta che, più o meno, avevo paventato. Mi conferma, soprattutto, che in effetti i tempi sono cambiati e devo rivolgermi altrove, aggiungendo in un'estensione del passato che fu, il nome di un tecnico.

Affretto i tempi, porto l'illustre malato a destinazione e purtroppo il verdetto è sfavorevole, forse peggio di quanto ipotizzato. Salviamo tutti i dati su un supporto esterno, posta compresa. Poi ha via libera per procedere. Il fine settimana è dedicato all'acquisto di un nuovo computer, perché non posso conoscere i tempi necessari per la non certa riparazione e inoltre è impensabile restare privo di pc per un periodo indeterminato. Per incoraggiarmi, considero che comunque avevo da tempo l'intenzione di scegliere un notebook, da affiancare al desktop, magari da appoggiare in soggiorno con un router piazzato nel punto giusto.

La scelta si rivela indovinata, perché il vecchio pc è tornato in mio possesso solo un paio di giorni fa e nel frattempo ho familiarizzato con il nuovo sistema operativo Seven, mi sono adeguato piacevolmente alla nuova postazione che mi offre nuove e diverse opportunità, mentre il lavoro maggiore deriverà dall'esigenza di confrontare i dati, eliminare i numerosi file ormai obsoleti e approfondire l'uso e la conoscenza di Thunderbird, che ormai ho scelto per gestire la posta elettronica (meglio, molto meglio di OE) e anche di Open Office. Infatti tra le sorprese di Seven l'incompatibilità con Office 2003, perché solo Office 2010 è accettato (e non è installato di base, guarda un po'!), mentre Open Office legge ogni tipo di file ed è perfettamente compatibile.

Per non far torto al desktop dovrò dedicargli però rinnovate attenzioni. Di fatto mi ritrovo un pc potenziato, con il raddoppio della Ram e una nuova scheda madre, Office 2010, una serie di programmi indispensabili e la possibilità di collegare lo scanner (di cui faccio un discreto uso) e altre periferiche, mentre il portatile può ben supportare le chiavette Usb.

Ma perché mi sono dilungato in questa narrazione? Per spiegare l'assenza da questo blog, riempita in modo approssimativo da sporadici post che però non rappresentano la mia volontà di vivere il rapporto con lettori e commentatori. Da adesso mi auguro che la presenza sia costante, così come il contatto con coloro che sono (erano?) abituati a seguirmi.

Tralascio, perciò, le considerazioni sui rapporti con le persone, sulla fiducia negli altri, forse perché - come si usa dire – tutto è bene quel che finisce bene e che, in fondo, mi ritrovo una dotazione potenziata che forse, solo forse, ipotizzavo.

Certo che avere il notebook sempre a portata di mano costituisce una tentazione irresistibile: in pratica non te ne staccheresti mai, ma dopo le prime serate che si concludevano non prima dell'una, le due di notte, ho dovuto convenire che forse non era il caso di proseguire con queste dosi così forti. Così dopo aver placato l'astinenza forzata, mi sono imposto ritmi più “umani”. E adesso l'influenza con tentazioni pericolose: stare al calduccio nel letto con il pc accanto, ma so che saprò resistere.


giovedì 20 gennaio 2011

Il re nudo

Mala tempora currunt. Meglio raccontare una favola che però è attualissima nella disgustosa e repellente realtà.





I vestiti nuovi dell'imperatore


Fiaba di Hans Christian Andersen



Molti anni fa viveva un imperatore che amava tanto avere sempre bellissimi vestiti nuovi da usare tutti i suoi soldi per vestirsi elegantemente. Non si curava dei suoi soldati né di andare a teatro o di passeggiare nel bosco, se non per sfoggiare i vestiti nuovi. Possedeva un vestito per ogni ora del giorno e come di solito si dice che un re è al consiglio, così di lui si diceva sempre: «E nello spogliatoio!».

Nella grande città in cui abitava ci si divertiva molto; ogni giorno giungevano molti stranieri e una volta arrivarono due impostori: si fecero passare per tessitori e sostennero di saper tessere la stoffa più bella che mai si potesse immaginare. Non solo i colori e il disegno erano straordinariamente belli, ma i vestiti che si facevano con quella stoffa avevano lo strano potere di diventare invisibili agli uomini che non erano all'altezza della loro carica e a quelli molto stupidi.

"Sono proprio dei bei vestiti!" pensò l'imperatore. "Con questi potrei scoprire chi nel mio regno non è all'altezza dell'incarico che ha, e riconoscere gli stupidi dagli intelligenti. Sì, questa stoffa dev'essere immediatamente tessuta per me!" e diede ai due truffatori molti soldi, affinché potessero cominciare a lavorare.

Questi montarono due telai e fecero fìnta di lavorare, ma non avevano proprio nulla sul telaio. Senza scrupoli chiesero la seta più bella e l'oro più prezioso, ne riempirono le borse e lavorarono con i telai vuoti fino a notte tarda.

"Mi piacerebbe sapere come proseguono i lavori per la stoffa" pensò l'imperatore, ma in verità si sentiva un po' agitato al pensiero che gli stupidi o chi non era adatto al suo incarico non potessero vedere la stoffa. Naturalmente non temeva per se stesso; tuttavia preferì mandare prima un altro a vedere come le cose proseguivano. Tutti in città sapevano che straordinario potere avesse quella stoffa e tutti erano ansiosi di scoprire quanto stupido o incompetente fosse il loro vicino.

"Manderò il mio vecchio bravo ministro dai tessitori" pensò l'imperatore "lui potrà certo vedere meglio degli altri come sta venendo la stoffa, dato che ha buon senso e non c'è nessuno migliore di lui nel fare il suo lavoro."

Il vecchio ministro entrò nel salone dove i due truffatori stavano lavorando con i due telai vuoti. "Dio mi protegga!" pensò, e spalancò gli occhi "non riesco a vedere niente!" Ma non lo disse.

Entrambi i truffatori lo pregarono di avvicinarsi di più e chiesero se i colori e il disegno non erano belli. Intanto indicavano i telai vuoti e il povero ministro continuò a sgranare gli occhi, ma non potè dir nulla, perché non c'era nulla. "Signore!" pensò "forse sono stupido? Non l'ho mai pensato ma non si sa mai. Forse non sono adatto al mio incarico? Non posso raccontare che non riesco a vedere la stoffa!"

«Ebbene, lei non dice nulla!» esclamò uno dei tessitori.

«È splendida! Bellissima!» disse il vecchio ministro guardando attraverso gli occhiali. «Che disegni e che colori! Sì, sì, dirò all'imperatore che mi piacciono moltissimo!»

«Ne siamo molto felici!» dissero i due tessitori, e cominciarono a nominare i vari colori e lo splendido disegno. Il vecchio ministro ascoltò attentamente per poter dire lo stesso una volta tornato dall'imperatore, e così infatti fece.

Gli imbroglioni richiesero altri soldi, seta e oro, necessari per tessere. Ma si misero tutto in tasca; sul telaio non giunse mai nulla, e loro continuarono a tessere sui telai vuoti.

L'imperatore inviò poco dopo un altro onesto funzionario per vedere come proseguivano i lavori, e quanto mancava prima che il tessuto fosse pronto. A lui successe quello che era capitato al ministro; guardò con attenzione, ma non c'era nulla da vedere se non i telai vuoti, e difatti non vide nulla.

«Non è una bella stoffa?» chiesero i due truffatori, spiegando e mostrando il bel disegno che non c'era affatto.

"Stupido non sono" pensò il funzionario "è dunque la carica che ho che non è adatta a me? Mi sembra strano! Comunque nessuno deve accorgersene!" e così lodò la stoffa che non vedeva e li rassicurò sulla gioia che i colori e il magnifico disegno gli procuravano. «Sì, è proprio magnifica» riferì poi all'imperatore.

Tutti in città parlavano di quella magnifica stoffa.

L'imperatore volle vederla personalmente mentre ancora era sul telaio. Con un gruppo di uomini scelti, tra cui anche i due funzionari che già erano stati a vederla, si recò dai furbi truffatori che stavano tessendo con grande impegno, ma senza filo.

«Non è magnifique?» esclamarono i due bravi funzionari. «Sua Maestà guardi che disegno, che colori!» e indicarono il telaio vuoto, pensando che gli altri potessero vedere la stoffa.

"Come sarebbe!" pensò l'imperatore. "Io non vedo nulla! È terribile! sono forse stupido? o non sono degno di essere imperatore? È la cosa più terribile che mi possa capitare". «Oh, è bellissima!» esclamò «ha la mia piena approvazione!» e ammirava, osservandolo soddisfatto, il telaio vuoto; non voleva dire che non ci vedeva niente. Tutto il suo seguito guardò con attenzione, e non scoprì nulla di più; tutti dissero ugualmente all'imperatore: «È bellissima» e gli consigliarono di farsi un vestito con quella nuova meravigliosa stoffa e di indossarlo per la prima volta al corteo che doveva avvenire tra breve. «E' magnifìque, bellissima, excellente » esclamarono l'uno con l'altro, e si rallegrarono molto delle loro parole. L'imperatore consegnò ai truffatori la Croce di Cavaliere da appendere all'occhiello, e il titolo di Nobili Tessitori.

Tutta la notte che precedette il corteo i truffatori restarono alzati con sedici candele accese. Così la gente poteva vedere che avevano da fare per preparare il nuovo vestito dell'imperatore. Finsero di togliere la stoffa dal telaio, tagliarono l'aria con grosse forbici e cucirono con ago senza filo, infine annunciarono: «Ora il vestito è pronto.»

Giunse l'imperatore in persona con i suoi illustri cavalieri, e i due imbroglioni sollevarono un braccio come se tenessero qualcosa e dissero: «Questi sono i calzoni; e poi la giacca - e infine il mantello!» e così via. «La stoffa è leggera come una tela di ragno! si potrebbe quasi credere di non aver niente addosso, ma e proprio questo il suo pregio!».

«Sì» confermarono tutti i cavalieri, anche se non potevano vedere nulla, dato che non c'era nulla.

«Vuole Sua Maestà Imperiale degnarsi ora di spogliarsi?» dissero i truffatori «così le metteremo i nuovi abiti proprio qui davanti allo specchio.» L'imperatore si svestì e i truffatori fìnsero di porgergli le varie parti del nuovo vestito, che stavano terminando di cucire; lo presero per la vita come se gli dovessero legare qualcosa ben stretto, era lo strascico, e l'imperatore si rigirava davanti allo specchio.

«Come le sta bene! come le dona!» dissero tutti. «Che disegno! che colori! È un abito preziosissimo!»

«Qui fuori sono arrivati i portatori del baldacchino che dovrà essere tenuto sopra Sua Maestà durante il corteo!» annunciò il Gran Maestro del Cerimoniale.

«Sì, anch'io sono pronto» rispose l'imperatore. «Mi sta proprio bene, vero?» E si rigirò ancora una volta davanti allo specchio, come se contemplasse la sua tenuta.

I ciambellani che dovevano reggere lo strascico finsero di afferrarlo da terra e si avviarono tenendo l'aria, dato che non potevano far capire che non vedevano niente.

E così l'imperatore aprì il corteo sotto il bel baldacchino e la gente che era per strada o alla finestra diceva: «Che meraviglia i nuovi vestiti dell'imperatore! Che splendido strascico porta! Come gli stanno bene!». Nessuno voleva far capire che non vedeva niente, perché altrimenti avrebbe dimostrato di essere stupido o di non essere all'altezza del suo incarico. Nessuno dei vestiti dell'imperatore aveva mai avuto una tale successo.

«Ma non ha niente addosso!» disse un bambino. «Signore sentite la voce dell'innocenza!» replicò il padre, e ognuno sussurrava all'altro quel che il bambino aveva detto.

«Non ha niente addosso! C'è un bambino che dice che non ha niente addosso!»

«Non ha proprio niente addosso!» gridava alla fine tutta la gente. E l'imperatore, rabbrividì perché sapeva che avevano ragione, ma pensò: "Ormai devo restare fino alla fine". E così si raddrizzò ancora più fiero e i ciambellani lo seguirono reggendo lo strascico che non c'era.



FINE


venerdì 31 dicembre 2010

Decennio che va, decennio che viene

Elenco delle cose e delle idee abbandonate nel decennio passato e che abbandoneremo nel decennio prossimo futuro.



Le videocassette,

le agenzie di viaggio,

la separazione tra vita lavorativa e vita privata,

l’oblio,

le librerie,

l’orologio da polso,

le linee erotiche,

le cartine geografiche,

la chiamata telefonica,

gli annunci sui giornali,

le connessioni dial-up,

l’enciclopedia,

il Cd,

la linea fissa,

le pellicole,

le pagine gialle,

i cataloghi,

il fax.

i fili (grazie al wireless).

Ho preso lo spunto da qui,
mentre il pretesto era quello di lasciare gli auguri per un 2011 che non si annuncia certo sereno. Ma spero di sbagliare alla grande.

martedì 21 dicembre 2010

Il Grande Vecio





Si è spento consumato dal tumore, in silenzio, come una candela che dopo aver illuminato il buio con la sua fiammella tremolante, si accorcia fino ad estinguersi. Enzo Bearzot è morto questa mattina a Milano.

Per caso mi trovavo sul sito repubblica.it quando c'è stato l'aggiornamento che mi ha provocato un colpo al cuore, quello che ha conservato intatto il ricordo di una notte estiva tra le più straordinarie che possa ricordare. Quando il calcio, quel calcio che non c'è più come oggi il "vecio", era capace di regalare emozioni intense, di sedurre come neppure una donna potrebbe e saprebbe fare.

Correva l'11 luglio 1982, il giorno dopo sarei dovuto partire per un lavoro stagionale, ma quella notte la volli vivere tutta intera. Rividi quella finale mondiale tre volte: prima con gli amici, poi nella piazza dove si stava festeggiando e trasmettendo su schermo gigante (i primi esperimenti) la ripetizione della gara e, infine a casa, quando la tv stava ritrasmettendo, ancora una volta, Italia-Germania.

Il mattino dopo, di buon'ora, saccheggiai l'edicola acquistando una copia di tutti i quotidiani disponibili. Preparai i bagagli per la partenza tra un resoconto e l'altro, già sapendo che sarebbe stata storia quella che stavo vivendo. Nella stazione di arrivo, tardo pomeriggio del 12 luglio, mi fermai davanti ad un chiosco ormai quasi vuoto, da dove raccattai un paio di testate residue, per completare la collezione.

Una ricognizione adesso dolorosa, impregnata di struggente malinconia e non nascondo che ho dovuto stringere forte gli occhi per non essere sopraffatto dall'emozione, quella che solo la morte di un uomo giusto è capace di provocare. Intervistato da Gianni Mura, tre anni fa in occasione del suo ottantesimo compleanno, che gli chiese - tra l'altro - come avrebbe voluto essere ricordato, così Enzo Bearzot rispose alla domanda conclusiva: "Come una persona perbene". Per questo lo piango.

Che la terra gli sia lieve.




Per ricordare Bearzot ho scelto un brano, tratto dal suo libro.



Come un’orchestra jazz

Quando penso ai miei azzurri mi viene facile il paragone con un complesso musicale, con un’orchestra di jazz. Sarà perchè a me piace il jazz, un tipo di musica che nasce dalla sofferenza, che deve essere eseguita con una intensa partecipazione emotiva, col cuore. Sarà perché sono un po’ fissato nel preferire una squadra vista come complesso affiatato e compatto piuttosto che un insieme di campioni, siano pure ammirevoli e talentosi. Il calcio non è diverso dalla musica, anche in campo contano l’affiatamento e il cuore, l’estro e la grinta: al momento giusto ci sta bene un «assolo», ma lo spartito devono conoscerlo bene tutti quelli dell’orchestra e alla fine gli applausi (o i fischi) vanno divisi fra tutti, in parti uguali.

A me tocca fare il direttore d’orchestra. Non so dire se ho le qualità giuste per un ruolo tanto delicato, posso solo dire che ce la metto tutta. Perché il calcio è una musica che mi suona sempre nelle vene e riesce a farmi sentire giovane, anche adesso che ho quasi sessant’anni, e mi piace fare il nonno, non troppo burbero, col mio nipotino Rodolfo. A quelli che ogni tanto mi chiedono se continuerò ad allenare la Nazionale, se resterò ancora a lungo in panchina o accetterò altri incarichi in azzurro o altrove, non so rispondere.

Posso solo dire che il calcio, con il Mundial o senza, fa ormai parte di me: e che nel mio lavoro posso accettare tante cose, anche spiacevoli, ma non sopporterò mai di modificare le mie caratteristiche naturali, il mio modo d’essere. Mi rendo conto, per come sono fatto, convinto sino alla testardaggine, di rischiare spesso l’isolamento: forse mi è indispensabile, forse è inevitabile, soprattutto quando si avvicina un appuntamento delicato come un Mondiale. Forse mi piacerebbe essere isolato senza essere solo: è possibile?

(pagg. 115-116)




Bearzot, Enzo. Il calcio mundial. 1. ed. Milano: Arnoldo Mondadori Editore, aprile 1986.



Qui
, invece, una biografia accurata con adeguato corredo fotografico.