domenica 18 febbraio 2007

Piazza grande

 


S'ode a destra


Truffa alla vicentina


Bruno Ugolini


www.unita.it 17 febbraio 2007


Ha ragione Mario Borghezio, noto esponente della Lega Nord. Ha accusato di "controinformazione" il canale televisivo La Sette che stava trasmettendo in diretta la manifestazione di Vicenza.


Milioni di telespettatori hanno potuto così sapere in diretta che quel che stavano vedendo non era vero. Era una registrazione, una specie di Blob messo insieme con vecchie sequenze strappate ad altre trasmissioni. Nella realtà invece, come tanti avevano annunciato da giorni, da settimane, la città veneta è stata messa a ferro e fuoco. Andrea Palladio ha sussultato nella tomba, di fronte a quella invasione di barbari che non si accontentavano di mangiare i gatti rimasti per le strade.


È stato un susseguirsi di scontri, di violenze, di cariche, di lacrimogeni, di passamontagna. Un’orgia d’antimericanesimo esasperato. Un revival in piena regola degli anni 70. E invece quella rete televisiva, addetta alla controinformazione, ha mostrato una folla ordinata e festante, quasi fosse tutta soggiogata da un inesistente e massiccio servizio d´ordine della Cgil. Con alla testa addirittura dei bambini. Con assurdi e impossibili striscioni scritti addirittura in veneto. Una vergognosa messa in scena, opera di qualche regista comunista.


Meno male che Borghezio esiste. E che la truffa è stata denunciata. Ora molti possono tirare un sospiro di sollievo: Vicenza dimostra che avevamo ragione: Il brigatismo si annida attorno alla base da raddoppiare, e magari anche sui coefficienti previdenziali e perfino nei dintorni della Legge Trenta. Per non parlare dei Pacs o Dico che siano.



 



 


venerdì 16 febbraio 2007

Pecunia non olet


Informazioni di guerra in tempo di pace. Mi rendo conto che si tratta ancora di un lungo post, anzi questa volta doppio, come un whisky, però ha il vantaggio di non provocare danni, quanto aggiungere informazioni antibelliche, mentre infuriano più che mai le polemiche (e gli auspici di sventura) ad ogni livello. La7 seguirà in diretta il corteo di sabato prossimo a partire dalle ore 15.


Le spese di guerra, elevatissime, sottraggono risorse alle vere esigenze della popolazione che sono: sanità, pensioni, stipendi e salari inadeguati per le fasce più deboli, come è sempre stato del resto. Né poteva un governo, fintamente di centrosinistra, invertire questa tendenza e mostrare quella discontinuità più volte invocata. Gli amerikani sono grandi “amici” proprio quando fanno queste proposte indecenti e l’Italia ne resta succube, scendiletto vita natural durante, mentre sulla sponda d’oltretevere si viene commissariati dal Vaticano. Persiste la sovranità limitata e, quanto sembra, ci stanno pure bene lorsignori. Nonostante Ustica, il Cermis e l’omicidio di Nicola Calipari, tutti rigorosamente made in Usa.


Al via il fulmine di guerra. Dal Pentagono su ali italiane


Il governo sigla l'accordo per produrre i micidiali bombardieri F-35: reagiscono vescovi, società civile e parlamentari. Primo appuntamento a Vicenza il 17 febbraio per impedirne la produzione a Novara. Discontinuità. L'Italia firma a Washington l'intesa per il caccia F-35


Emanuele Giordana*


il manifesto 8 febbraio 2007


Il Sottosegretario alla Difesa Lorenzo Forcieri firma al Pentagono il protocollo d'intesa su produzione, supporto e sviluppo del caccia Joint Strike Fighter noto come Jsf o F-35. Sigle che sembrano innocue ma che in Italia hanno già scatenato una bufera, prima ancora che Forcieri apponesse la sua firma a nome del governo.

Il tam tam data dal 1998 con la stesura di un primo memorandum tra governo italiano e americano. Poi, mentre si alternavano i governi, si è andata costruendo - ricordano alla Rete italiana per il disarmo - la tappa decisiva del giungo scorso che ha visto il generale Leonardo Tricarico, capo di Stato Maggiore dell'aeronautica, sottoscrivere il programma. Ieri la firma del rappresentante del governo che fa «volare» i Jsf anche in Italia. Gli F-35 sono caccia di ultima generazione che possono portare anche ordigni nucleari. Armi micidiali insomma. Che potranno essere prodotte anche in Italia, in provincia di Novara. Ma benché la cosa si sapesse da tempo e si stesse per arrivare alla firma, in realtà, tutto è passato piuttosto inosservato. Ci hanno pensato due vescovi a dare la ribalta alla vicenda. Sul sito di Pax Christi Fernando Charrier, vescovo di Alessandria e Tommaso Valentinetti, arcivescovo di Pescara e presidente di Pax Christi Italia, hanno scritto un comunicato che, dietro le parole soft, parla chiaro. Citano la dottrina sociale della chiesa, il Concilio Vaticano II e anche il pontefice, per «riaffermare, come comunità cristiana, la necessità di opporsi alla produzione e alla commercializzazione di strumenti concepiti per la guerra...» e criticano il possibile «avvio dell'assemblaggio finale di velivoli da combattimento da effettuarsi nel sito aeronautico di Cameri», provincia di Novara, dove i membri del «Tavolo di lavoro contro gli F-35» hanno già aderito alla manifestazione in programma a Vicenza il prossimo 17 febbraio contro l'ampliamento della base Usa. Si parlerà anche degli F-35.


Per i presuli la produzione di armamenti non si può «considerare alla stregua di quella di beni economici qualsiasi» e si chiedono «quale cammino di pace sarà mai possibile se si continua a investire nella produzione di armi e nella ricerca applicata a svilupparne di nuove?». Anche don Albino Bizzotto dei Beati costruttori di pace ha qualcosa da aggiungere: «Noto che il mondo cambia ma i governi sembrano non accorgersi di quel che pensa la gente. Non si vede mai un segnale se non qualche ritocco e si va avanti sulle logiche di sempre. Mi accontenterei - conclude - che si rispettasse la lettera della Costituzione». In un momento difficile delle relazioni transatlantiche, Forcieri ne ha ieri evidenziato la tenuta proprio grazie all'accordo sugli F-35. E' proprio quello che non piace alla Campagna Sbilanciamoci! «Una tempistica migliore non poteva esserci, non sono passate neanche 24 ore dal vertice di maggioranza sulla politica estera, concluso con un pieno sostegno alla politica estera e di difesa del governo - dice Giulio Marcon - che un altro strappo viene fatto dall'esecutivo». Eppure, ricorda Massimo Paolicelli, nel suo programma «l'Unione si era impegnata a sostenere una politica che consenta la riduzione delle spese per armamenti» mentre «il progetto del JSF affossa la cooperazione europea e fa esplodere le spese militari». Forcieri però assicura che «notevoli saranno i ritorni industriali e occupazionali del progetto. In termini economici e finanziari l'acquisizione dei velivoli comporterà per l'Italia un impegno stimato in circa 11 miliardi di US$, a fronte del quale si mira a ritorni industriali in misura pari al 100% e a incrementi occupazionali proporzionali ai volumi in gioco. Per la sola produzione delle ali del velivolo, già a partire dal 2008 e fino al 2014 - precisa il sottosegretario - si prevedono attività che potrebbero sviluppare un volume di risorse dirette crescenti fino a circa 2000 posti di lavoro, con un esteso coinvolgimento di piccole e medie imprese».

Ma non tutti hanno questa certezza. Severino Galante (Pdci) chiede in un'interrogazione al ministro della Difesa «come sia possibile che i costi unitari dei velivoli rimangano uguali a quelli stabiliti inizialmente e come sia possibile che gli aumenti siano assorbiti unicamente dagli Usa» e vuole dunque sapere «quali siano i termini effettivi dell'accordo...e quelli relativi al trasferimento delle tecnologie tra la Lockheed Martin e le aziende italiane impegnate nel progetto». Domande sui costi che si fa anche il senatore del Prc Francesco Martone «e sui quali forse la Corte dei conti dovrebbe pronunciarsi come ha fatto quella olandese (che ha bocciato il governo ndr)». Ma Martone va più in là. «Deve essere ben chiaro che questi sono caccia in grado di portare ordigni nucleari». Fino a prova contraria il nostro esercito non dovrebbe averne bisogno.


*Lettera22


F-35 Lightning


Dovremo versare un miliardo di dollari


3° memorandum Il primo nel 1998 firmato dal governo D'Alema, il secondo, nel 2002 dal governo Berlusconi


Manlio Dinucci


il manifesto 8 febbraio 2007


Con il memorandum d'intesa, firmato ieri al Pentagono dal sottosegretario di stato per la difesa Giovanni Forcieri (Ds), l'Italia si è assunta ulteriori impegni nel programma del caccia statunitense Joint Strike Fighter, guidato dalla Lockheed Martin. E' il terzo memorandum d'intesa: il primo venne firmato il 23 dicembre 1998, durante il governo D'Alema; il secondo, il 24 giugno 2002 durante il governo Berlusconi. Un caso esemplare di convergenza bipartisan, che ha portato l'Italia a partecipare alla realizzazione di questo caccia, ribattezzato F-35 Lightning (fulmine), definito da Forcieri «il più grande e tecnologicamente più evoluto programma della storia dell'aviazione».

«Questo dovrebbe essere considerato un aereo italoamericano», ha dichiarato orgoglioso il sottosegretario alla commissione difesa della camera lo scorso 16 gennaio. Le ali vengono infatti realizzate in Italia, su disegno e progettazione in parte sviluppati da oltre cento ingegneri di Alenia aeronautica. L'Italia è nel programma come partner di secondo livello, dopo Usa e Gran Bretagna al primo: il tricolore compare quindi al terzo posto sulla fusoliera del caccia che, lo scorso 15 dicembre, ha compiuto in Texas il volo inaugurale. Volerà quindi su ali italiane l'F-35 Lightning che, sottolinea il Pentagono, «come un fulmine colpirà il nemico con forza distruttiva e inaspettatamente».

Una volta testati i prototipi, nel 2008 inizierà la produzione delle tre varianti del caccia: la prima a decollo e atterraggio convenzionali, la seconda per le portaerei, la terza a decollo corto e verticale. Usa e Gran Bretagna ne acquisteranno complessivamente circa 2.600. L'F-35 Lightning è infatti un caccia multiruolo, concepito per tutte le missioni di attacco. L'Italia, ha confermato il sottosegretario Forcieri, ne acquisterà 131 per la marina e l'aeronautica, che saranno così dotate di «uno strumento idoneo ad assolvere ai rispettivi ruoli in modo completo, efficace e, possibilmente, con il minimo impegno finanziario». Sull'efficacia di questo aereo quale strumento di guerra, non ci sono dubbi. Ve ne sono, invece, sul «minimo impegno finanziario».

Per partecipare al programma, l'Italia si è impegnata a versare un miliardo di dollari (oltre 900 milioni di euro). Si aggiungerà a questo il costo degli aerei, quantificato da Forcieri in 45-55 milioni di euro per velivolo a seconda delle versioni. L'acquisizione dei velivoli - si specifica nel comunicato stampa emesso ieri dopo la firma del memorandum d'intesa - «comporterà per l'Italia un impegno stimato in circa 11 miliardi di dollari». Forcieri ignora però che il costo di tutti i sistemi d'arma aumenta in continuazione. La promessa che l'Italia potrà acquistare i caccia «a costi consolidati e definiti» è quindi fallace. Forcieri promette però che vi saranno «ritorni industriali pari al 100%». Le società italiane - Avio, Piaggio, Galileo avionica, Oto Melara e altre - hanno ottenuto contratti per 191 milioni di dollari e ulteriori impegni per 827 per un totale di oltre un miliardo di dollari. Sono stati raggiunti accordi per la costituzione in Italia di una seconda linea di assemblaggio finale e di collaudo del caccia, probabilmente nell'aeroporto di Cameri (Novara).


Il sottosegretario Forcieri lo presenta dunque come un grande affare per l'Italia. Tace però su un particolare: i miliardi dei contratti per l'F-35 Lightning entreranno nelle casse delle aziende private, mentre i miliardi per lo sviluppo e l'acquisto dei caccia usciranno dalle casse pubbliche. Si aggiungono a questi circa 7 miliardi di euro per acquistare 121 Eurofighter Typhoon, il caccia europeo che l'Italia sta costruendo (insieme a Gran Bretagna, Germania e Spagna) mentre allo stesso tempo partecipa alla realizzazione del caccia statunitense, concorrente di quello europeo.

Nel comunicato, il sottosegretario afferma che la partecipazione dell'Italia alla realizzazione dell'F-35 Lightning, «segno tangibile dell'importanza della cooperazione transatlantica», creerà fino a 10mila posti di lavoro, distribuiti per il 40% nel nord e per il 60% nel centro/sud. Il progetto del caccia coinvolge in Italia già 12 regioni e circa 40 siti industriali. E, una volta attivata la linea di assemblaggio e collaudo, tale area si allargherà: la Lockheed Martin punta infatti a una produzione di oltre 4.500 F-35 Lightning. Una bella prospettiva di sviluppo e di crescita dell'occupazione, quella di puntare su uno dei più micidiali sistemi d'arma, che «come un fulmine colpirà il nemico con forza distruttiva e inaspettatamente» nel quadro della strategia statunitense della «guerra preventiva», a cui l'Italia viene sempre più legata. A chi spera di trovare lavoro in questo modo non resta che dire: finché c'è guerra c'è speranza.


 

giovedì 15 febbraio 2007

L'affare italiano delle villette Usa


Italia a stelle e strisce Come gli americani si espandono. E chi ci guadagna

Chi si nasconde dietro il progetto di costruzione di oltre mille villette per i militari di Sigonella nel comune di Lentini, in Sicilia? Una società vicentina che fa affari con gli statunitensi, la Maltauro. E un potente editore catanese, Mario Ciancio Sanfilippo. Al comune un voto bipartisan


Angelo Mastrandrea


il manifesto 27 gennaio 2007


Una questione urbanistica, direbbe qualcuno. Ma soprattutto un grande affare. Per gli italiani, o almeno per alcuni. Forse anche per gli americani, se verrà smentito quello che, di fronte alla polemica politica montante, due giorni orsono si è affannato a spiegare il portavoce (italiano) della base (americana) di Sigonella, Alberto Lunetta: «Non c'è, in generale, alcun piano per la costruzione di nuove unità abitative militari a Sigonella, e quindi neppure a Lentini». Quel che pare vero è che, «in generale», non ci sia alcun accordo formalizzato per spostare da Mineo a Lentini settemila militari con i loro familiari. Quel che è invece sicuro è che il consiglio comunale della cittadina del siracusano ha approvato, in maniera assolutamente bipartisan e senza alcun voto contrario, una variante al Piano regolatore che prevede la trasformazione di due aree da «agricole» a «edificabili» per consentire la realizzazione di un «complesso insediativo chiuso ad uso collettivo destinato alla esclusiva residenza temporanea dei militari americani della base Sigonella Us Navy». Come a Vicenza, l'urbanistica prevale sulla politica forse perché alla politica è superfluo chiedere un'approvazione che si dà per scontata. Come a Vicenza, il progetto compiuto arriva prima degli accordi formali. Ma questa volta siamo in Sicilia.

E' il 16 ottobre quando arriva il via libera definitivo, ma per capire meglio la portata del grande affare bisogna fare un passo indietro e spiegare come in meno di un anno e con due amministrazioni contrapposte la lottizzazione abbia potuto procedere spedita come in tempi di governi forti e maggioranze compatte. E soprattutto tenere d'occhio i protagonisti. Che portano i nomi di un'impresa vicentina, la Maltauro, che potrebbe entrare anche nell'appalto per la costruzione della nuova base Usa in Veneto. E di Mario Ciancio Sanfilippo, monopolista dell'informazione catanese, editore-direttore del quotidiano La Sicilia nonché delle due principali tv locali ed ex vicepresidente della Federazione degli editori. Un potente che qui si mostra in un'altra veste, quella di ricco proprietario terriero e imprenditore.


Ma partiamo dal progetto, diviso in due lotti. Il primo prevede «n.1000 villette a schiera unifamiliari a piano terra e primo piano, con annesso verde privato e parcheggi», nonché scuole, strade, negozi, centri sportivi e quant'altro serve per la nascita di un'ordinata cittadella di cinquemila abitanti distribuita su 145 mila mq. Con l'unica particolarità di essere blindata e presidiata all'accesso da alcune guardiole «per il presidio di controllo e sicurezza». Laddove oggi c'è un cancello e la scritta «cavaliere Sanfilippo». Idem per il secondo lotto, solo un po' più piccolo: 50 mila mq per 1.800 abitanti. L'importo previsto per i lavori è di 300 milioni di euro. La durata fissata in 36 mesi. Previsto l'impiego di una quarantina tra tecnici e geometri e di svariate centinaia di operai suddivisi in quattro o cinque ditte subappaltatrici. Chi ci andrà ad abitare lo spiega il sindaco Alfio Mangiameli, della Margherita: si tratta del trasferimento degli alloggi occupati a Mineo, dovuto al fatto che «Lentini è più vicina alla base di Sigonella». Dunque, un mero spostamento logistico che «porterà solo vantaggi per le casse comunali: basti pensare che dall'Ici arriveranno oltre 500 mila euro ogni anno».

Nulla, insomma, che giustifichi la procedura d'«urgenza» con cui il comune ha affrontato la pratica. Evidentemente non la pensava così, lo scorso febbraio, l'allora sindaco Sebastiano «Nello» Neri, ex deputato di An trasmigrato nelle fila del Mpa di Lombardo e ripescato alla camera nelle elezioni di aprile. Accade infatti che l'entusiasta primo cittadino, «appresa l'importante rilevanza sociale» del progetto, disponga che «il provvedimento venga istruito con urgenza». Detto fatto, nel giro di poco lo prendono alla lettera, nell'ordine, il Genio civile, l'Asl, la Soprintendenza e la Commissione consiliare urbanistica. Tutti pareri favorevoli e senza alcun dubbio, nonostante l'area si trovi in una zona doppiamente vincolata, per il paesaggio e per i ritrovamenti archeologici. L'unico a fare qualche osservazione dissenziente è il locale Centro studi territoriale Ddisa. Che però non ha alcun potere di fermare nulla. I Verdi si oppongono ma non hanno consiglieri comunali, Rifondazione anche ma ne ha uno solo e per giunta si astiene insieme a due diessini. E così il 18 aprile 2006 viene approvata in prima convocazione, nessuna discussione e stragrande maggioranza la variante al Piano regolatore. In cambio la società Scirumi srl, proprietaria dei terreni, si dichiara «disponibile» alla realizzazione di alcune opere per il paese, come una strada per il lago di Lentini e il completamento di opere di urbanizzazione per un quartiere. E' quello che a molti appare come un compenso per un sì così veloce, visto che analoghe lottizzazioni erano già state tentate nel '99 e nel 2002, con giunte di centrosinistra, ed erano entrambe naufragate. Ma non tutto va per il verso giusto. Il Centro studi, con i Verdi e un giornale on line, Girodivite, montano una campagna contro l'arrivo degli americani. L'opposizione finalmente si oppone, la delibera viene bloccata e tutto è rinviato al dopo-elezioni. Vince il centrosinistra ma servirà a poco, perché a ottobre il voto si ripete, è di nuovo bipartisan e il progetto viene riapprovato. A guadagnarci è ancora una volta la Scirumi. E qui arriviamo all'ultimo punto dell'affare. Forse il più importante. Chi c'è dietro la società che gestirà l'intera partita? Il principale azionista è la Maltauro spa di Vicenza. Una società gradita agli americani per aver già lavorato al progetto Aviano 2000. Poi c'è la Cappellina srl, che appartiene in parti uguali a familiari di Mario Ciancio Sanfilippo. Che a sua volta è proprietario degli agrumeti su cui sorgerà il lotto A. E così dalle arance agli hamburger il passo è più breve del previsto.



È ormai in atto il fuoco di sbarramento psicologico per la manifestazione di sabato. L’isteria si propaga e, casualmente s’intende, sono arrivati gli arresti in grande stile degli adepti delle ennesime Brigate Rosse. Difficile non vedere un rapporto causa-effetto e, soprattutto, facilissimo propinarlo alla maggioranza silenziosa. E infatti...


Base Usa, l'allarme di Amato

"Attenti al corteo di Vicenza"

Sinistra radicale: "Sbaglia"

Il ministro alla Camera: "Potrebbero saldarsi spezzoni di ostilità contro la polizia". Il prefetto: "Possibili momenti di fortissima tensione. Scuole chiuse". Rutelli: "Le eventuali violenze saranno represse severamente". Prodi: "Non voglio tensioni". Le critiche di Prc, Verdi e Pdci  www.repubblica.it 14 febbraio


Rutelli: «A Vicenza useremo la severità»


«Confido che non vi sarà alcun disordine, ma se ci fosse deve essere represso»


Amato: rischi per il corteo Il vicepremier sulla manifestazione di sabato: «Rigore, intransigenza e fermezza nei confronti della violenza». Gianni e Cento: «Non ci andremo» Il prefetto: chiuse tutte le scuole www.corriere.it 14 febbraio


Vicenza, Rutelli: «Disordini repressi con severità»


Altolà di Prodi sulla manifestazione di Vicenza contro il raddoppio della base Usa: «Il governo non manifesta contro se stesso». Amato lancia l'allarme: «Pericoli per le forze dell'ordine», facendo insorgere la sinistra dell'Unione: «Nessun legame con le Br». E Rutelli: «Disordini repressi con severità». Il prefetto chiude le scuole. www.unita.it 14 febbraio


(AGI) VICENZA: PARISI, SONO CERTO PREVARRA' MODALITA 'CIVILE


(AGI) - Roma, 14 feb. - "Io credo che la distinzione sulla presenza di ministri o sottosegretari non basti": lo ha detto il ministro della difesa Arturo Parisi, parlando della manifestazione di Vicenza del 17 prossimo contro l'ampliamento della base militare statunitense, ospite a L'Infedele, la trasmissione condotta da Gad Lerner su La7. "Io so che nel corteo si incontrano umori e istanze e parole d'ordine diverse. So anche - ha proseguito il ministro della difesa - che nel corteo e' rappresentata inoltre una preoccupazione che ha la capacita' di proporsi in modo civile e misurato: confido, sono sicuro anzi, che prevarra' questa volonta' e modalita' di rappresentarsi. Questo non impedisce che ci sia una vigilanza, anzi sono sicuro che gli stessi organizzatori della manifestazione se ne faranno carico". "Io ho auspicato che prevalga tra le voci quella responsabile e misurata, ma non posso dimenticare che dentro la manifestazione esistono anche altre voci. Esistono delle obiezioni presenti dentro la manifestazione con cui e' doveroso confrontarsi".


 


lunedì 12 febbraio 2007

E non se ne vogliono andare


Basi Usa: il vizio militare di una grande democrazia


risponde SERGIO ROMANO


Corriere della Sera 4 aprile 2005


“La rete di basi americane che ormai circonda l’emisfero settentrionale è di rilevante importanza politica oltre che militare. Alcune, realizzate negli ultimi anni impongono nuovi scenari ai Paesi interessati e danno una nuova dimensione alla superpotenza Usa, Eppure di tutto ciò si parla poco.


Da un dispaccio dell’Associated Press da Kabul, pubblicato sulla stampa americana negli scorsi giorni, abbiamo appreso che gli Stati Uniti stanno spendendo 83 milioni di dollari per rinnovare e attrezzare due grandi basi afghane: quella di Bagram, che i sovietici usarono sino al loro ritiro nel 1988, e l’aeroporto di Kandahar nel Sud del Paese. Quando ha visitato Kabul il segretario di Stato Condoleezza Rice ha detto che a Washington non è stato ancora deciso quanto durerà la presenza del contingente americano in Afghanistan. Ma è probabile che gli Stati Uniti non abbiano alcuna intenzione di abbandonare, anche dopo l’evacuazione delle truppe, le due basi afghane. Ed è altrettanto probabile che non intendano rinunciare, qualsiasi cosa accada nei rispettivi Paesi, a mantenere basi in Iraq, Qatar, Arabia Saudita, Uzbekistan, Kirghizistan e, forse, a una presenza leggera in Georgia.


Quelle che ho elencato sono soltanto le ultime arrivate nel lungo catalogo delle installazioni militari americane disseminate nel mondo. Credo che non sarebbe giusto definire l’America «militarista», nel senso che la parola ebbe prima della Grande guerra quando venne spesso utilizzata per definire i regimi politici della Germania guglielmina e dell’Austria asburgica. E’ una grande democrazia dove un presidente (Harry Truman) non esitò a esigere le dimissioni di un famoso generale, Douglas McArthur, allorché questi, all’epoca della guerra di Corea, fece dichiarazioni che furono considerate una inammissibile invasione di campo. Ma è certamente un Paese dove i militari si sono spesso candidati alla Casa Bianca e Theodore Roosevelt divenne vicepresidente nel 1900 anche grazie al piglio guerresco con cui aveva dato l’assalto a una collina cubana durante la guerra ispanoamericana del 1898.


Proprio a Cuba, del resto, si manifestò la predilezione degli Stati Uniti per le basi militari in territorio straniero. Nel 1903 s’installarono a Guantanamo e più tardi, approfittando della Seconda guerra mondiale formalizzarono la loro presenza con un contratto d’affitto che divenne più tardi, ai fini pratici, atto di proprietà. Nello stesso periodo (1940) Franklin D. Roosevelt fornì alla Gran Bretagna le navi e gli aerei di cui aveva bisogno per combattere la Germania, ma scambiò 50 cacciatorpediniere contro alcune basi britanniche sul continente americano. Dopo la fine della Seconda guerra mondiale l’America allargò il sistema delle basi all’Europa continentale, al Giappone, all’oceano Indiano e all’oceano Pacifico. Dopo la fine della guerra fredda s’installò nei Paesi del Golfo Persico, nella penisola balcanica e, più recentemente, in quelli che ho elencato all’inizio della mia risposta. Esistono basi logistiche, basi missilistiche, basi aeroportuali, basi per sommergibili nucleari, basi ospedaliere (come quella tedesca di Landstuhl dove sono stati trasportati e curati i feriti della campagna irachena) e stazioni attrezzate per l’intercettazione satellitare delle comunicazioni. Alcune di queste installazioni appartengono alla Nato e altre sono esclusivamente americane.


Ma quasi tutte sono, di fatto, capitolazioni americane, enclave statunitensi in territorio straniero dove, come abbiamo constatato nel caso del Cermis, la legge vigente è quella degli Stati Uniti.


Nella maggior parte dei casi gli americani non hanno alcuna intenzione di andarsene. Ma può accadere che un Paese, anche a costo di aprire una crisi nei suoi rapporti con l’America, congedi i suoi ospiti americani. E’ successo nel 1966 quando il generale de Gaulle, tornato al potere otto anni prima, annunciò che la Francia sarebbe uscita dall’organizzazione militare del Patto Atlantico e chiuse le basi della Nato in territorio francese”.


È questa la settimana dell’importante manifestazione di sabato 17 a Vicenza contro il raddoppio dell’aeroporto militare Dal Molin per farne la base statunitense più grande d’Europa, una vera e propria portaerei destinata ad uso di guerra, come ormai va di moda fin da quando il cow boy texano si insediò alla Casa Bianca. Il grande popolo della pace che affluirà a Vicenza urlerà il No totale a questo progetto, scellerato, di eterna belligeranza. E dovrà essere ascoltato, perché conterà molto più di un’imprecisata pacca sulle spalle con cui il ranchero di Arcore gratificò il suo omologo americano.


È avvilente come l’Unione voglia mantenere questo improbabile patto, balbettando pretestuosi motivi e mostrando semmai preoccupazione per l’ìmpatto ambientale. È umiliante che un governo di centrosinistra continui a ripetere le stesse stupidaggini di quello, già pessimo, che lo ha preceduto. È sconcertante che quegli stessi “amici” americani tutto pretendano e nulla concedano, in nome della verità e della giustizia, come per esempio il caso dell’omicidio di Nicola Calipari. Ed è infine irritante che questo nostro Paese continui a rivendicare, quasi fosse motivo di orgoglio, una sovranità limitata, restando succube degli Stati Uniti e accettando il commissariamento del Vaticano. Sicuri che sulla scheda elettorale ci fosse scritto Prodi e non Ruini?


Ho scelto questa risposta fornita da Sergio Romano, ad un lettore, perché reputo interessante la ricostruzione storica (ad opera di un moderato) del vizietto americano. Il mondo, dopo gli scenari delineati, è profondamente cambiato, anzi si può giustamente osservare che si tratta di una mutazione in fieri, eppure i rimasugli della guerra fredda, Nato compresa, vengono costantemente lucidati come gioielli di famiglia e laddove si blatera stucchevolmente di riformismo ci si adopera, di converso, con alacrità a tutelare un conservatorismo ormai anacronistico e fuori stagione. Sia esso la fedeltà al Patto atlantico, come le deliranti e inaccettabili intromissioni di Ratzinger e soci nella vita politica e sociale dello stato italiano.

Le insopportabili interferenze


L’inesauribile tentativo di cercare di capire cosa sia diventato questo Paese, sempre più a sovranità limitata, mi ha condotto ad un articolo, pubblicato su “Liberazione”, che ho trovato esemplare per chiarezza e lucidità espositiva. Altrettanto chiaro, fino a sfociare nell’arrogante insofferenza, tipica da quelle parti, l’editoriale non firmato, dell’Avvenire di un paio di giorni prima. Provvidenziale e assai opportuno, infine, il commento domenicale di Eugenio Scalfari. Il tutto potrà essere letto a colazione, pausa caffè e pranzo, secondo gli usi e i costumi.


Washington (Rice) e Vaticano (Ruini) vogliono silurare il governo Prodi


Offensiva convergente delle due ”Grandi Potenze”. Condoleeza non gradisce la politica estera dell’Italia e non si accontenta di Vicenza - L’ambasciatore Usa insolentisce D’Alema. Monsignor Ruini, con toni da Pio IX, pretende la testa dell’ex-amico Prodi che considera un traditore


Rina Gagliardi


Liberazione 8 febbraio 2007


Il disegno è chiaro e passa per un patto di ferro tra due grandi poteri: il Vaticano e il governo americano. Per capirci: Sua eminenza il cardinale Camillo Ruini e Condoleeza Rice faranno di tutto, da qui ai prossimi due mesi, per far cadere il governo Prodi. Al quale, ad ogni modo, hanno già palesemente “dichiarato guerra”. Questa “informazione” o, se preferite, questa tesi circola da vari giorni nei palazzi della politica - una sorta di allarmato tam tam, sostenuto da figure diverse e tutte credibili, cioè nient’affatto dedite alla fantapolitica e per nulla afflitte dalla sindrome del “Grande Complotto”. E dunque? Dunque, noi non possiamo garantirvi che si tratti di una notizia certa, o di una verità politica dimostrata. Non dubitiamo invece della sua credibilità. Proviamo perciò ad analizzarla attraverso le cronache di queste giornate, e qualche spunto di riflessione.


Politica estera. Che stia calando il grande freddo tra Italia e Stati Uniti d’America, e che nel mirino di Washington sia finito soprattutto il ministro degli Esteri, Massimo D’Alema, è ormai sotto gli occhi di tutti. I tempi del “bye bye Condy” sembrano appartenere ad un’atra stagione, quando il governo americano è sembrato incassare con relativo fair play il ritiro dall’Iraq e l’iniziativa sul Libano: due scelte che certo non sono mai particolarmente piaciute all’amministrazione di Washington, ma che forse, lì per lì, sono state considerate lo “scotto” necessario da pagare al nuovo governo appena insediato, e all’affermazione di una strategia almeno dotata dell’apparenza del multilateralismo. Via via, nel corso dei mesi, la politica estera italiana ha assunto agli occhi nordamericani un pericoloso e crescente livello di autonomia, sia per il suo marcato europeismo, sia per la sua posizione “filoaraba”, sia, anche, per quella che sin da luglio è stata percepita come una scelta di disimpegno (di disimpegno militare) dal fronte afghano.


Non è certo un caso che Prodi non abbia a tutt’oggi messo in calendario, come è tradizione dei presidenti del Consiglio italiani, un viaggio nella capitale americana. Per quanto nessuno possa mettere in dubbio la sua collocazione, o i suoi sentimenti, occidentali, anzi occidentalissimi, per quanto egli abbia deciso di autorità il raddoppio della base Usa di Vicenza, Prodi resta per gli americani un politico di profilo europeo. Un leader poco affidabile. Un alleato che ha in testa più gli accordi con la Cina che non la realizzazione di un rapporto di fedele soggezione agli Stati Uniti. Non è da escludere che, avvertendo attorno a se questo clima di sfiducia, il nostro premier abbia deciso, sul Dal Molin, di compiere un vero e proprio “gesto di ubbidienza”, coartando una parte importante della sua coalizione proprio allo scopo di rassicurare il segretario di Stato e di guadagnarsi un gallone di affidabilità. Ma in tutta evidenza a Condoleeza Rice questo gesto non è bastato: pochi giorni dopo, la risposta è stata la lettera a “Repubblica” dei sei ambasciatori amici degli Usa, una interferenza sulla sovranità nazionale italiana così smaccata e pesante da non avere precedenti.


A sua volta, la replica del ministro degli Esteri non ha molti precedenti, per la sua secchezza e per il suo tono: D’Alema, forse, sa che si sono esauriti tutti i margini del bon ton. Gli Stati Uniti pretendono non il semplice rifinanziamento della missione italiana a Kabul, non una nuda e cruda conferma, ma il suo congruo rafforzamento, in vista della annunciata offensiva di primavera dei taliban e in vista di una guerra nella quale si giocano la loro residua credibilità. La partita, come si capisce, è tutta politica - ma anche molto simbolica. E quello che Washington pensa di D’Alema l’ha detto a chiare lettere, ieri sul “Corriere della Sera”, l’ex ambasciatore Secchia: ha detto che D’Alema è un uomo che «non capisce dove sono i suoi amici», che è segnato dalla sua storia nella sinistra radicale, che «se fosse per lui oggi ci sarebbe ancora l’Unione Sovietica». Quando mai un ex diplomatico, peraltro molto vicino al presidente Bush, ha parlato con tanta violenza di un membro eminente del governo di un paese amico?


“I Pacs”. Anche questo è un fronte più che pubblico. Le autorità vaticane hanno da settimane scatenato non una campagna, ma una crociata, contro la moderatissima proposta sulle unioni civili prospettata con una mozione alla Camera. Ci si sono messi tutti, dalle prediche domenicali di Ratzinger, ai cardinali con gli incubi di Satana. Fino al “non possumus” del giornale dei vescovi, che ha il sinistro sapore del sillabo di Pio IX e del peggior clericalismo neotemporalistico: come se avesse senso oggi dettare allo Stato italiano le leggi che può fare e quelle che non può fare. Dunque, i pacs, se così si può dire, sono anche un cavallo ruffiano, uno strumento, un pretesto: il cardinal Ruini, che gestisce in toto la politica della chiesa cattolica, mira in realtà a sgambettare il governo Prodi e l’Unione, ai suoi occhi così zeppi di laicisti e di comunisti. E’ noto che Sua eminenza, tanto legato a Prodi d’aver celebrato il suo matrimonio, considerò la sua discesa in campo, nel ’96, a capo di uno schieramento di centrosinistra, un vero e proprio tradimento. Che abbia deciso di fargliela pagare, anche sul piano personale? Mancano solo tre mesi al pensionamento del cardinale e alla nomina del nuovo presidente della Cei (si dice, speriamo sia vero, che sarà più pastore e meno intrigante). Il tempo stringe, perciò sale a mille la pressione sui politici e parlamentari cattolici, perciò i teodem alzano i toni, anzi strillano, come hanno fatto ieri, annunciando il loro “non possumus”, che va dai pacs alla messa in discussione del testamento biologico.


“Conclusione provvisoria”. La cronaca quotidiana forse non conferma il sospetto del Grande Complotto, ma di sicuro accredita l’inasprimento dell’offensiva vaticana e nordamericana contro il governo dell’Unione. Un’aggressività che si produce in contemporanea e che sfrutta tutte le contraddizioni che sono già presenti nella coalizione e concorre a produrne di nuove. Una coincidenza? Forse. Quel che è sicuro, è che sembra essere tornati ai tempi dell’ambasciatrice Luce e del pontificato di Pio XII e che, oltreoceano e oltretevere, si vorrebbe terremotare il quadro politico ben oltre le speranze e le volontà dello stesso Berlusconi (una crisi di governo in tempi rapidi, magari nuove elezioni, non convengono oggi al Cavaliere: metterebbero comunque in pole position il suo ex alleato Casini). Invece, logorare l’Unione, anzi frantumarla e seppellirla, cacciare Prodi e D’Alema, andare ad un anno e mezzo o due di governo neocentrista, riformare la legge elettorale nel senso indicato dai referendari, ovvero nel senso di recidere per la sinistra radicale e per Rifondazione comunista ogni vera possibilità di rappresentanza, inaugurare, insomma, la terza Repubblica: ecco il programma che, chissà, Camillo può avere spiegato a Condy, e che comunque va realizzato ora, non tra un anno. Non passerà, ne siamo sicuri. Ma, se il cardinale ce lo consente, è davvero diabolico.


CIRCA LA BOZZA SULLE UNIONI DI FATTO


Il perché del nostro leale "non possumus"


Avvenire 6 febbraio 2007


Il lavorìo su un possibile disegno di legge del governo in materia di unioni di fatto sembra dunque arrivato ad una svolta. Le anticipazioni di stampa - soprattutto quella assai particolareggiata fornita sabato scorso da "Repubblica" - tenderebbero a confermare che ormai ci siamo. In realtà, però, a quanto è dato di capire, non ci siamo affatto. L'impianto della bozza normativa fatta circolare induce infatti a ritenere che ciò che era stato solennemente escluso, la creazione di un modello simil-familiare, è in realtà quello che si va alacremente predisponendo. Era possibile domandarsi quali soluzioni potessero essere adottate per dare attuazione a quel capitolo del programma dell'Unione (qui senza l'Udeur) che prevede il «riconoscimento giuridico di diritti, prerogative e facoltà delle persone che fanno parte delle unioni di fatto». Formula questa che - secondo logica - individua come oggetto del riconoscimento che si vuole introdurre i diritti dei singoli e non la convivenza in quanto tale. Ne deriva che qualsiasi modello di registrazione, certificazione o attestazione della convivenza, ad esempio di tipo anagrafico, alla quale venisse collegata l'attribuzione di diritti e di doveri dei soggetti che ne fanno parte, sarebbe del tutto gratuita, e finirebbe per riconoscere legalmente una realtà di tipo para-familiare, determinandola anzi come un nuovo status.


Ebbene, tutto ciò che qui si paventa, lo troviamo nella bozza messa abilmente in circolazione per saggiare l'opinione pubblica. È infatti l'articolo 1 a dare subito il là in senso para-matrimoniale al testo. In primo luogo, introduce il "rito" della dichiarazione di convivenza e della conseguente "annotazione" nell'anagrafe comunale e fa discendere da questo passaggio l'attribuzione di diritti e di doveri ai conviventi. Si delinea, insomma, un processo nel quale l'anagrafe diventa lo strumento non di un puro e semplice accertamento, ma dell'attribuzione di uno status giuridicamente rilevante. Inoltre lo stesso articolo va a specificare - cosa assolutamente non dovuta - a quale titolo la convivenza si instaura, ossia delimitando le convivenze oggetto della normativa a quelle tra «due persone maggiorenni» legate da «vincoli affettivi». Le unioni di fatto con finalità assistenziali o solidaristiche non sono neanche considerate. E, stando ad altre anticipazioni di stampa, sarebbero addirittura escluse esplicitamente quelle tra fratelli e sorelle o tra parenti in linea retta.


Se a qualcuno queste sembrano questioni di lana caprina, si ricreda. Un conto è riconoscere alcuni diritti a persone che hanno dato liberamente origine a una situazione di fatto che rimane tale, e tutt'altro è dare a tale condizione una rilevanza giuridica che ne fa, appunto, la fonte di diritti e doveri assai simili a quelli previsti per la famiglia fondata sul matrimonio.


Sulla base di una costruzione giuridica, si riconoscerebbe così tutta una serie di diritti - in materia di successione, di pensione di reversibilità, di obbligo di prestazione di alimenti, di dovere di reciproca assistenza e solidarietà - che non a caso l'ordinamento italiano prevede solo e soltanto in relazione allo status familiare e al valore di assoluta preminenza a questo riconosciuto dalla Costituzione e dalle leggi. E il risultato sarebbe quello di porre in modo forzoso e inevitabilmente sconvolgente su un piano analogo la programmatica stabilità della famiglia definita nell'articolo 29 della nostra Carta fondamentale e la condizione liberamente altra delle scelte di mera convivenza. Un'operazione spericolata da un punto di vista giuridico e ancora di più per significato e impatto sociale.


È questo il cuore del problema. Creare, sia pure in forma involuta e indiretta, un modello alternativo e spurio di famiglia significa indebolire e mortificare l'istituto coniugale e familiare «nella sua unicità irripetibile» (Benedetto XVI, domenica scorsa): l'esperienza, realizzata in una serie di Paesi, questo sgradevole nesso dimostra in modo incontrovertibile. E significa agire in oggettivo e azzardato contrasto con il favor riconosciuto alla famiglia fondata sul matrimonio dalla Costituzione repubblicana e da una tradizione culturale e giuridica bimillenaria.


Per questi motivi, se il testo che in queste ore circola come indiscrezione fosse sostanzialmente confermato, noi per lealtà dobbiamo fin d'ora dire il nostro "non possumus". Che non è in alcun modo un gesto di arroganza, piuttosto è la consapevolezza di ciò che dobbiamo - per servizio di amore - al nostro Paese. L'indicazione franca e disarmata di uno spartiacque che inevitabilmente peserà sul futuro della politica italiana.


Quei patti dimenticati tra Stato e Chiesa


EUGENIO SCALFARI


la Repubblica 11 febbraio 2007


Nella giornata di ieri la Chiesa è passata al contrattacco, guidata dal Papa in persona a rinforzo del "non possumus" emanato dalla Conferenza episcopale. Benedetto XVI, con riferimento specifico ai temi della bioetica e al disegno di legge approvato dal Consiglio dei ministri sulle convivenze di fatto, ha detto che c'è da pensare "che ci siano dei periodi in cui l'essere umano non esista veramente" Addirittura! Accenti simili non si erano più uditi da quando i bersaglieri di La Marmora entrarono dalla breccia di Porta Pia mettendo fine al potere elettorale e la nobiltà clericale chiuse i portoni dei suoi palazzi sconfessando la nascita dell'Italia unita e di Roma capitale.


Dev'essere accaduto qualche cosa di molto più grave a ferire la sensibilità e gli interessi della Chiesa del riconoscimento di alcuni diritti che regolarizzano le coppie di fatto ben più timidamente di quanto già non sia avvenuto in tutt'Europa, dalla Spagna all'Olanda e dalla Francia alla Germania. Che cosa è dunque accaduto?


È accaduto che quel cautissimo atto di governo, che porta la firma d'un premier cattolicissimo ed è stato redatto da un cattolicissimo ministro, ha posto un paletto al neo-temporalismo della Santa Sede, alle sue crescenti interferenze nella legislazione e addirittura nell'articolazione delle norme di legge che il Parlamento voterà nelle prossime settimane.


È accaduto che al "non possumus" dei vescovi italiani è stato opposto il "possumus" dei gruppi parlamentari del centrosinistra e in particolare dei parlamentari cattolici della Margherita, che hanno rivendicato la loro responsabile autonomia laica e - insieme - la loro costante appartenenza ai valori del cristianesimo.


Viene in mente il rifiuto di Alcide De Gasperi all'operazione Sturzo di stampo clerico-fascista, sponsorizzata da papa Pacelli e dai Comitati civici. Da allora il leader della Dc non fu più ricevuto, neppure in udienza privata, da Pio XII, il che non gli impedì di reggere le sorti del governo nazionale senza mai venir meno ai suoi sentimenti di appartenenza cattolica e ai suoi doveri verso il paese e verso la Costituzione.


Questo preoccupa Benedetto XVI e i vescovi italiani: che i cattolici democratici, messi con le spalle al muro dall'intransigenza ruiniana, abbiano rifiutato di essere passiva cinghia di trasmissione ponendo così un argine alla clericalizzazione delle istituzioni.


Non li preoccupa né Diliberto né Pecoraro Scanio né Rifondazione comunista, bensì i Franceschini, i Letta, le Bindi, gli Scoppola e, soprattutto, Romano Prodi che va a messa e frequenta i sacramenti tutte le domeniche. Si ritrovano - i vescovi - in compagnia del paganesimo berlusconiano con il rischio di un neo-temporalismo profumato alla cipria del Bagaglino anziché all'incenso delle basiliche.


Si dice - talvolta l'ho detto anch'io - che il potere politico è debole. Ha un pensiero debole. Inclina al compromesso. Si vorrebbe una politica che scelga senza se e senza ma. E poiché i se e i ma abbondano, se ne conclude che la politica non fa il dover suo e le si contrappone il deposito dei valori della religione, alimentati dall'intransigenza della fede.


Ma si è mai vista nella storia una politica senza compromessi? La politica si nutre di compromessi, procede per sintesi, non si ferma mai ad una tesi intransigente o ad un'intransigente antitesi, salvo in regimi di dittatura o, peggio, di totalitarismo.


I regimi liberali e ancor più quelli liberal-democratici amministrano organismi complessi, interessi plurimi e spesso contrapposti. Debbono pertanto rappresentarli tutti superandone i particolarismi, includendo e non escludendo, trovando il denominatore comune.


Il pensiero debole della politica coincide con compromessi deboli e privi di obiettivi forti. E in quei casi debbono essere vigorosamente criticati. La politica è l'arte del possibile, quindi del dialogo e dell'accordo al più alto livello possibile. Cavour voleva fare un grande Piemonte nel 1857 e si accordò con la Francia di Napoleone III. Poi l'obiettivo cambiò e divenne assai più ambizioso: volle fare l'Italia. Si alleò con Garibaldi, con Ricasoli, con Minghetti e con l'Inghilterra. Si sarebbe alleato anche col diavolo se fosse servito.


Quale politica non fa compromessi? Perfino Cesare li fece. Perfino Napoleone. Hitler no, non li fece. Voleva sterminare gli ebrei e li sterminò. Voleva conquistare tutta l'Europa e c'era quasi riuscito se non ci fosse stato Pearl Harbor e se Roosevelt non si fosse alleato con Stalin. Ma Hitler non era un politico, era un pazzo criminale. Antipolitico per eccellenza.


Anche la Chiesa ha fatto compromessi. Perfino con Hitler. Con Mussolini. Con Franco. Con Breznev. Con Jaruzelski. Con Gorbaciov. Tutte le volte che le è convenuto ha stipulato concordati. Non è forse un compromesso il concordato? Si patteggia, si dà e si prende.


La fede non fa compromessi. Ma la fede riguarda la coscienza individuale, non le organizzazioni che l'amministrano. La Chiesa e la sua gerarchia sono il corpo che riveste la fede. Talvolta il corpo esprime e realizza l'anima, talaltra la rinserra nei suoi corposi interessi mondani. Questo è sempre stato il rapporto tra la gerarchia dei presbiteri e la comunità dei fedeli. Lo scontro tra il modernismo e il Vaticano ebbe proprio questa motivazione. Finì con la persecuzione dei modernisti della quale c'è traccia evidente perfino nel Concordato del '29. Il cristianesimo diffuso dalla predicazione degli apostoli è la religione dell'amore. Ma non sempre.


È singolare che nel dibattito in corso tra il Vaticano e il governo italiano nessuno (salvo i radicali) abbia menzionato il Concordato. Come se non esistesse più. Come se fosse caduto in desuetudine. Come se non fosse stato recepito nella Costituzione del 1947.


Infatti è caduto in desuetudine. O meglio: sta in piedi soltanto a tutela dei benefici che ne riceve la Chiesa. I limiti che la Chiesa ha pattuito con lo Stato sono stati invece superati.


Il deputato Capezzone, tanto per dire, si è stupito l'altro ieri perché si aspettava che il governo protestasse con la Santa Sede per l'irritualità compiuta dalla Cei con l'irruzione palese e anticoncordataria compiuta nei confronti del potere legislativo, così come il governo aveva ritenuto irrituale l'intervento dei sei ambasciatori che ci invitavano perentoriamente a restare in Afghanistan senza se e senza ma.


Ha ragione Capezzone. Ma ha ragione anche il governo. Il Vaticano in Italia è infinitamente più forte degli ambasciatori dei sei paesi alleati. È più forte come potere temporale. Pretende di dirigere le coscienze dei fedeli anche - anzi soprattutto - quando rivestano cariche ministeriali o siano membri del Parlamento. Chiede, anzi pretende obbedienza.


Ho letto l'intervista di Rosy Bindi su Repubblica di ieri. Dice: "Abbiamo scritto una legge giusta che tutela i più deboli, riconosce diritti alle persone discriminate, non crea nessuna figura giuridica che possa attentare alla famiglia. L'insegnamento cattolico parla di valore della giustizia, di pace, di libertà personale, di accoglienza perfino dell'errore. Di carità e di misericordia... Un politico non deve sentirsi referente di nessuno. Il mio referente è il Paese e la mia coscienza cattolica".


Ebbene, questo è il punto che per i vescovi italiani ha l'effetto d'un panno rosso davanti a un toro infuriato: il fatto che il laicato cattolico democratico abbia come riferimento la Costituzione e la propria coscienza cattolica e sulla base di questi due riferimenti fondamentali arrivi a conclusioni difformi da quelle della gerarchia ecclesiastica. La considera una ribellione perché ha perso la nozione esatta della parola Ecclesia. Che non distingue tra presbiteri e fedeli. Ecclesia è la comunità cristiana, è comunione partecipata perché tutti prendono il corpo eucaristico del Cristo, tutti nello stesso momento e alla stessa mensa. La grazia non passa attraverso l'intermediazione dei presbiteri, ma il Signore la dispensa direttamente ai fedeli che credono in lui e da lui prescelti.


Il neo-temporalismo è il contrario di tutto ciò. Non a caso Paolo VI ritenne la fine del temporalismo "un fausto evento per la Chiesa". Ma in realtà a partire dal pontificato di papa Wojtyla fino ad oggi la Chiesa sta devitalizzando i contenuti più significativi del Concilio Vaticano II e i due pontificati di Giovanni XXIII e di Paolo VI. L'ha scritto a chiare lettere Pietro Scoppola nel suo articolo di tre giorni fa su Repubblica.


Questo è il senso dell'operazione in corso, di cui il disegno di legge sulle convivenze non è che il pretesto.


Si dice che il pensiero laico sia debole. Capisco perché lo si dice: i laici (qui intesi come laici non credenti) non hanno né papi né cardinali né vescovi né preti. Ciascuno parla per sé e rappresenta solo se stesso. Per fortuna.


Non significa che un pensiero laico non esista e neppure che sia debole. Al contrario è forte, è lucido, è coerente alle sue premesse e nella sua dialettica con i clerici. Basta aver letto i più recenti prodotti di questo pensiero pubblicati questa settimana dal nostro giornale: l'articolo di Ezio Mauro e quello di Gustavo Zagrebelsky a proposito del "non possumus" episcopale.


I laici sono favorevoli allo spazio pubblico che spetta alla Chiesa, per ampio e crescente che sia, e ascoltano la sua parola con interesse traendone elementi di positiva riflessione e di rispettosa accoglienza quando ve ne siano, contestando elementi di intolleranza e tentazioni teocratiche che spesso, purtroppo, vi sono.


I laici non sono anticlericali, anche se l'episcopato italiano sta facendo il possibile per farceli diventare. Ma i laici hanno come solo punto di riferimento il patto costituzionale. Su quel patto si fonda la Repubblica italiana e in esso ciascuno trova le radici della sua identità.


Perciò mi stupisco molto di coloro che sarebbero pronti ad accettare i patti di convivenza purché limitati agli eterosessuali. La Costituzione vieta in modo esplicito che la legislazione possa introdurre norme discriminanti nei confronti dei cittadini per ragioni di etnia, di religione, di sesso. Un regime di convivenza che discriminasse gli omosessuali cadrebbe ovviamente sotto la scure della Corte costituzionale e, prima ancora, sotto quella del Capo dello Stato secondo i poteri e le modalità che gli sono attribuiti.


Quindi tutto è molto chiaro. I laici vogliono il rispetto della Costituzione e di conseguenza anche del Concordato. Qualcuno, prima o poi, chiederà alla Corte se il Concordato sia ancora in vigore o sia gravemente leso. E qualora lo fosse, quali siano gli strumenti atti a recuperarne il rispetto o a proclamarne la decadenza per doveroso recesso della parte lesa.


 


 


 


 


 

giovedì 8 febbraio 2007

Prove di rimozione


L'ANTITALIANO


L'intransigenza maestra di vita


di Giorgio Bocca


L’espresso 6 novembre 2006


La revisione della storia è una funzione culturale indispensabile, ma forse lo è di più e prima la conoscenza della storia


Un lettore di un giornale di destra che mi ha visto in televisione oppormi al revisionismo storico giunto alla diffamazione della Resistenza dice che gli ho fatto l'impressione di un ayatollah, fanatico e intransigente. Lo ringrazio per l'intransigenza che è una delle virtù politiche e umane apprese nella Resistenza di Giustizia e libertà. Il fascismo piaceva agli italiani, forse piace tuttora, perché era intransigente a parole, ma permissivista, complice dei nostri vizi nei fatti. È per questo che si sente puzza di fascismo perenne nella retorica permissivista della Repubblica per cui chiunque faccia il suo dovere è un eroe, qualsiasi morto va applaudito al passar del feretro, anche il mercenario che faceva la guerra per soldi al servizio di coloro che con la guerra fanno affari, salutato da fanfare e capi di Stato dolenti. Ci siamo abituati nella Resistenza ai morti insepolti, che un nemico feroce lasciava appesi al cappio della impiccagione o in qualche fossa comune. Diffidavamo anche dei funerali familiari. Il nemico feroce li usava per fotografare i presenti. La democrazia non è intransigente come le dittature, ma una democrazia che non sappia difendersi ha breve vita. E quando una democrazia come la nostra è fondata sulla Resistenza e sul patto resistenziale che esclude il ritorno del fascismo, coloro che stanno nelle 'stanze alte' dello Stato devono intervenire in difesa dello Stato e non di chi ne minaccia l'esistenza. La differenza fra un'opinione pubblica democratica e una filo-fascista, filo-autoritaria non è una questione di vaghe idee come si ama far credere, ma di seri comportamenti, di rispetto delle leggi e non della loro violazione sistematica. Assistiamo a una fioritura di fascisti inconsapevoli o fascisticamente tracotanti: uomini politici che essendo a capo del governo invitano i cittadini a non pagare le tasse e a non accettare le decisioni della magistratura, a definire i giudici assassini e i giornalisti onesti terroristi, sindaci che pur sapendo che l'apologia di fascismo è un reato vogliono intitolare una via a Pavolini, il capo delle brigate nere, la teppaglia arruolata dal fascismo morente: l'esercito nero che, venuta meno la protezione dei tedeschi, si sciolse, scappò, non ebbe il coraggio di opporsi a quella insurrezione che non fu una bugia, ma liberò le città e presentò agli alleati vincitori un paese che poteva autogovernarsi, che meritava di rientrare fra le nazioni civili, che ricostruiva il paese distrutto, che arrivava a un più civile rapporto fra le classi sociali. È a questo patrimonio di sacrifici e di opere dobbiamo rinunciare, questi meriti dobbiamo abbandonare alla diffamazione solo perché è di moda parlar male dei padri, diffamando quella grande occasione dai diffamatori perduta, quella occasione di mostrarci al mondo come un paese coraggioso e civile? Il revisionismo è accettabile anche come menzogna? Guardavo un servizio sull'attentato di via Rasella di una televisione, manco a dirlo revisionista: sosteneva che i partigiani avevano attaccato una colonna di pacifici altoatesini, bravi figli di mamma capitati per caso nella Roma della Resistenza. In realtà trattavasi del famigerato battaglione Bozen, specializzato nella repressione di partigiani, più nazista dei nazisti. Manca solo che le stragi di Marzabotto come di sant'Anna di Stazzema siano rievocate come delle liete scampagnate delle brave SS del colonnello Reder. La revisione della storia è una funzione culturale indispensabile, ma forse lo è di più, e prima, la conoscenza della storia: sapere, anche se a grandi linee, come è avvenuto che l'Italia sia diventato uno Stato unico e indivisibile.


Non fa mai male ricordare certe cose e ribadire determinati concetti in un periodo molto triste su cui stanno calando le lunghe ombre della notte. Nelle curve degli stadi, tanto per restare nei dintorni dei recenti e luttuosi avvenimenti, teorie e armamentario fascista si sono espansi in maniera preoccupante. Alcuni dei teppisti catanesi arrestati facevano riferimento a Forza Nuova, un gruppo che ha trovato ospitalità nella cosiddetta Casa delle Libertà. Mafia e fascismo si sono intrecciati in Sicilia, cosicché la bella isola sta affondando con tutte le sue risorse intellettuali e ambientali.

domenica 4 febbraio 2007

Ultimo stadio


CATANIA 2 FEBBRAIO 2007


Il pallone appeso al chiodo



Quello che segue (siamo nel 1996) è il resoconto di un’ordinaria domenica vissuta nella curva di uno stadio, nella fattispecie l’Olimpico di Roma. Viene svelato un mondo a parte, senza legge, dove accade di tutto senza che la polizia possa intervenire. In questa terra di nessuno suscita semplicemente ilarità l’idea dei posti numerati e chi indica nei biglietti nominativi una delle soluzioni per restituire dignità di luogo civile ad uno stadio calcistico, dovrebbe fare un discorso a parte per le curve. Purtroppo. E, magari, non dico sperimentare, ma informarsi.


Chi scrive ha frequentato, in passato per alcuni anni, la curva di uno stadio italiano, ha conosciuto persone interessanti e intrecciato amicizie. Sembra trascorsa un’epoca, perché so che adesso sarebbe impensabile trovare lo stesso clima, parzialmente vivibile, di allora. Ogni rapporto è saltato, ragioni di portafoglio sopra il cuore hanno stravolto qualunque rituale e disintegrato un senso di solidarietà percepibile.


Sesso, droga & football


Una domenica allo stadio dietro le «quinte» del tifo ultrà. Ecco cosa succede nei labirinti di marmo della curva Sud dell’Olimpico durante una tranquilla partita di campionato: tra fumo, slogan e saluti fascisti spunta il sesso a pagamento, la «normalità» di una prostituzione, spesso minorile, vissuta tra un gol e l’altro. L’impunità dei capi tifosi e gli equilibri difficili di una delle curve più calde del nostro calcio.


Paolo Foschi


L’Unità 17 febbraio 1996


ROMA. È domenica pomeriggio, manca poco meno di un’ora, all’inizio di Roma-Cremonese. La curva Sud dello stadio Olimpico, da sempre roccaforte degli ultrà giallorossi, è già piena per metà, nonostante il freddo che ti gela le ossa. Quasi tutti ragazzini. E di gente ne arriva di continuo. Qualche striscione già campeggia, qua e là sugli spalti. Oltre ai soliti esclusivamente sportivi, quelli del tifo «antico», ce ne sono altri di ispirazione politica: inneggiano a non meglio identificati gruppi come Ordine romano e Fronte romano, che evocano inequivocabilmente la simbologia fascista. Nelle scale d’accesso alle gradinate, fra i tanti venditori di sciarpe e magliette giallorosse, c’è un posto dove è possibile acquistare tetre felpe tutte nere, con la scritta Orrore e fedeltà in caratteri gotici, sormontata da un gladio sguainato.


Terra di nessuno. Ci avviamo verso il settore laterale della curva, quello dalla parte della tribuna Monte Mario. Si passa attraverso il cancello numero 18, nel settore denominato A-B-C-L. È la zona più «calda» della curva più «calda». Sopra il boccaporto che immette sugli spalti dalle scale, si radunano i Boys, uno dei gruppi organizzati di ultrà. Una sorta di terra di nessuno, questa parte dello stadio. Non ci sono poliziotti, qui, i celerini sono tutti all’entrata centrale, pronti ad intervenire solo se succede qualcosa di grave. I Boys già appostati sono quasi tutti ragazzini, adolescenti o poco più. La gente tosta, i capi, per intenderci, arriverà più tardi, pochi minuti prima dell’inizio della partita. Loro, i capi ultrà, hanno altro da fare: vanno in giro liberamente per lo stadio, poco importa se qualcuno ha anche precedenti penali... possono passare impunemente da una tribuna all’altra.


Mentre il resto dello stadio resta quasi vuoto (Roma-Cremonese non è certo una partita di cartello), la curva Sud si riempie. Compare una bandiera del disciolto gruppo di estrema destra Movimento politico: sventolerà per tutto l’incontro, in risposta ad una bandiera col Che Guevara esposta per pochi minuti durante un incontro precedente, prima che l’audace «provocatore» fosse stato convinto a suon di ceffoni a far sparire il vessillo. Aspettiamo l’inizio della partita proprio sotto lo striscione dei Boys. È qui - se le informazioni che abbiamo avuto sono giuste - che da qualche tempo è stato organizzato un giro di prostituzione da stadio. Ed è a pochi metri da qui, proprio all’uscita delle scale, che - sempre a quanto si dice -  si può comprare «fumo» a profusione. Del resto, da quando abbiamo messo piede in curva, siamo circondati da ragazzi che rollano e aspirano le proprie canne. E l’odore acre arriva forte, a zaffate, ogni qualvolta il vento gira.


Siamo in una posizione nodale dei «traffici» dello stadio. Non resta che aspettare. Inizia la partita, l’ambiente si scalda. La gente è in piedi, urla, applaude, inveisce ora contro l’arbitro, ora contro i giocatori della Cremonese, ora contro i romanisti che non segnano. Proprio alle nostre spalle, nelle scale d’accesso agli spalti, ci sono tre ragazzine. Giovani, giovanissime. Potrebbero avere 15, 16 anni, al massimo una ventina. Da lì non possono vedere quel che succede in campo. Sono vestite alla moda, il look è quello delle ragazze che frequentano lo stadio, due sono truccatissime, la terza per niente, tutt’e tre indossano dei jeans chiari: una ha un giubotto in pelle modello Schott, biondina, coi lineamenti aggraziati; un’altra, una moretta coi capelli cortissimi ingelatinati, si perde in un «bomber» di due taglie più grande di lei, al collo ha una sciarpa giallo-rossa; la terza, minuta minuta, sembra la più giovane, è coperta da una giacchetta di renna, faccia acqua e sapone. Tre ragazze norrnalissime. Parlottano fra loro, poggiate con le spalle al muro.


Passa qualche minuto, la partita è appena iniziata. Un giovanotto anche lui in divisa da stadio (bomber, capelli rasati con doppio taglio, stile naziskin, immancabile sciarpa al collo), si fa largo verso le scale, un po’ a spintoni. S’avvicina alle ragazze, abborda la biondina e scende, imboccando un corridoio cieco a destra. Dove ci sono solo i bagni maschili. Null’altro. Passa qualche minuto. E il ragazzo saltando i gradini due a due torna su. Per tuffarsi di nuovo nella bolgia che segue la partita. Qualche attimo dopo, con più calma, anche la biondina torna al suo posto. Sulle scale. La scena si ripete. Scende un signore di mezza età, scompare nel corridoio con la moretta. E via così. Seguendo il «traffico» con la coda dell’occhio, contiamo almeno una decina di persone, in un quarto d’ora. Decidiamo di scendere e vedere meglio che cosa succede. Davanti a noi c’è un giovanotto che parla con la ragazza acqua e sapone e la moretta, poi va via con la prima. La moretta volge lo sguardo verso di noi. lnterrogativamente. Esitiamo, a metà delle scale. Troppo. Perché quasi subito appare un gigante con la faccia da bambino (avrà al massimo diciott’anni, proprio ad esagerare), ma i modi da duro, alla vita è cinto da una bandiera della Roma arrotolata; con lui c’è un piccoletto avvolto in una sciarpa giallorossa e i capelli a spazzola. »Che caz... fai? Se voi anna’ colle ragazzine, devi paga’, scegli chi te piace, caccia i soldi e te la porti ar cesso. Sennò, vaff... e gira al largo». L’invito eloquente è del minaccioso piccoletto. L’altro resta lì in silenzio.


Occhi indifferenti. Colti di sorpresa dall’improvvisa materializzazione dei due ragazzi-protettori, che prima chissà dove stavano nascosti a controllare, senza ribattere nulla, ci allontaniamo. Scendendo le scale, per dare un’occhiata agli altri due ingressi della curva, passiamo davanti al corridoio cieco (alla nostra destra), quello dove scompaiono le ragazzine coi loro clienti. In quel momento esce un giovanotto. Sarà seguito dalla biondina di lì a poco. Sulla nostra sinistra, a pochi metri, c’è invece il bancone di uno dei bar interni. Ci sono due donne e un uomo che aspettano la ressa dell’intervallo. E sembrano totalmente indifferenti a ciò che accade sotto i loro occhi.


Prima di uscire dal tunnel delle scale, sulla sinistra c’è un ragazzo poggiato al muro. Se ne sta lì tutto solo, con un giubbotto americano, i jeans, un cappello calato sulla fronte e le mani in tasca. Dall’arena dello stadio arrivano i cori, le ovazioni e tutto quanto il resto. Ma lui sembra non farci caso. Forse è il venditore di «fumo» di cui si parla. Azzardiamo: «C’hai roba?». «Tutto quello che ti serve...», risponde, aggiungendo: «che cosa vuoi?». «Fumo..., per una canna», replichiamo noi. E lui: «Ma che cosa? E quanto vuoi spendere?». Noi: «Mah, è lo stesso, fai tu...». E lui: «Stronzo», scappando via di corsa come un fulmine, pensando magari di avere a che fare con un poliziotto in borghese.


Per riguadagnare gli spalti, passiamo dall’ingresso centrale della curva. Qui, la situazione è diversa. L’aria è assai più tranquilla. Davanti al boccaporto ci sono una quindicina di poliziotti. E non si notano «movimenti». Riscendiamo. E accediamo agli spalti stavolta dal terzo ingresso, quello che immette nella curva dalla parte della tribuna Tevere. Qui non si vedono agenti di polizia in divisa. Ma tutto sembra tranquillo.


I clienti si susseguono. All’inizio del secondo tempo, torniamo sotto lo striscione dei Boys. Lo scenario alle nostre spalle è identico a prima. Le tre ragazzine sono sempre lì. E i clienti si susseguono. Non si vedono i due ragazzi che qualche manciata di minuti prima ci avevano cacciati via. Ma sicuramente anche loro sono ancora lì. Appostati chissà dove per controllare, non visti, che tutto funzioni senza «problemi». Poco prima della fine della partita, quando la gente già inizia a sfollare, le tre ragazzine scompaiono. Anche per loro la domenica allo stadio è finita.