sabato 12 marzo 2011

Di sana e robusta Costituzione


Oggi, 12 marzo, si celebra la difesa della Costituzione che è rimasta, ormai, una delle poche, ma solide certezze, cui ancorarsi per non essere travolti dai liquami di demenzialità, soprattutto legaiola, che scorrono lungo l'intero territorio italiano, aprendo quindi la strada all'eversione dell'associazione a delinquere definita “governo”.

Capita così che, volendo celebrare a modo mio, trovi un commento di notevole spessore culturale scritto da Salvatore Settis e pubblicato da “la Repubblica” il 24 agosto scorso. Il periodo mi aveva impedito di apprezzarlo e mi rifaccio. Ma non basta, perché come le ciliegie, un pezzo tira l'altro e quelli citati dall'illustre professore vanno ad incrementare questo post.

L'argomento, quello dei beni comuni che stanno provando a sottrarci con il falsissimo pretesto di un presunto federalismo, è di quelli molto seri ed importanti. Ne scrivono ottimamente sia Rodotà che Galli Della Loggia, confermando così che anche in estate l'intelligenza non va in ferie e la cultura, questa sconosciuta nelle osterie legaiole, tutte un fumare di peti e rutti, va di gran moda sempre. Ho letto tutto con piacere.



 



La Costituzione e i beni pubblici



SALVATORE SETTIS



Nel duro scontro fra interessi privati e bene comune dei cittadini, c'è un dato da cui partire: il più robusto schieramento italiano è il "partito della Costituzione". Lo mostra l'eloquenza dei numeri: nelle elezioni del 2008, il maggior partito italiano (il Pdl) ebbe 13.629.464 voti, pari al 37,3% dei voti espressi; nel referendum del 2006, la riforma costituzionale varata dal centro-destra fu bocciata da 15.791.293 italiani (il 61,3% dei voti espressi). La percentuale dei votanti fu assai diversa nei due casi (52,3% nel 2006, 80,4% nel 2008), ma quel che conta (anzi, conta ancor di più) è il dato in cifra assoluta: a difesa della Costituzione, contro una riforma che somiglia anche troppo all'insussistente "Costituzione materiale" invocata dall'onorevole Bianconi contro il Capo dello Stato, votarono allora oltre due milioni di cittadini più degli elettori Pdl di due anni dopo. Come ha osservato il Presidente emerito Scalfaro, i vincitori del referendum del 2006 non seppero trarre le conseguenze di quel risultato, ma è oggi il momento di ricordarsene. Oggi, mentre il Paese è in preda a una schizofrenia di cui gli osservatori stranieri sembrano accorgersi molto più di noi.

Il tema dei beni pubblici, che Rodotà ha affrontato in queste pagine il 10 agosto, è un' ottima cartina di tornasole: nella stessa Italia nascono oggi da un lato avanzatissime proposte, dall'altro sgangherate devoluzioni. L' Accademia dei Lincei ha appena pubblicato un bel volume (a cura di Ugo Mattei, Edoardo Reviglio e Stefano Rodotà) sui
Beni pubblici dal governo democratico dell'economia alla riforma del Codice Civile. Sono gli atti di un convegno (aprile 2008) sui lavori della Commissione Rodotà sui Beni Pubblici, che ha lavorato dal giugno 2007 al febbraio 2008. Dato che lo statuto dei beni pubblici è «disperso in mille rivoli, in classificazioni formalistiche del Codice Civile, nonché in una miriade di leggi e leggine speciali», quella Commissione provò a metter ordine, usando come guida i valori della Costituzione, poiché «il regime giuridico dei beni pubblici costituisce il fondamento economico e culturale più importante per la realizzazione del disegno di società contenuto nella Costituzione stessa» (le citazioni da U. Mattei). Sono state così individuate alcune categorie fondamentali, a cominciare dai beni comuni, «che si sottraggono alla logica proprietaria tanto pubblica quanto privata, per mettere al centro una dimensione collettiva di fruizione diretta di lungo periodo» e dai beni ad appartenenza pubblica necessaria, «che appartengono alla stessa essenza di uno Stato sovrano». Vi sono poi i beni pubblici sociali, «fortemente finalizzati, attraverso un vincolo di scopo, agli aspetti misti e sociali del nostro disegno costituzionale», e i beni pubblici fruttiferi, sostanzialmente disponibili, ma con «un caveat generale, molto importante»: questi beni «fanno pur sempre parte del patrimonio per così dire "liquido" di tutti noi». Tutti i cittadini italiani «sono titolari pro quota di beni pubblici», onde eventuali alienazioni comportano garanzie e compensazioni per tutti i titolari di tale portafoglio collettivo di proprietà.

In luogo di questa concezione dei beni pubblici, che rispetta la Costituzione e l' interesse dei cittadini come collettività e come singoli, si è avviato un processo diametralmente opposto, che sotto l' etichetta di "federalismo demaniale" borseggia il portafoglio proprietario della cittadinanza (e di ciascuno di noi), e lo ridistribuisce a Regioni ed enti locali, utilizzandolo come una sorta di salvadanaio di terracotta, da fare a pezzi per prelevarne ogni spicciolo e gettarlo al vento. In base alla legge Calderoli, lo Stato cede 19.005 unità del proprio demanio, per un valore nominale di oltre tre miliardi. Passano a Comuni, Province e Regioni beni del demanio idrico e marittimo, caserme e aeroporti, catene montuose, e così via. Il trasferimento comporta che una parte di questi beni diventerà immediatamente disponibile alla vendita. Un'altra porzione passerà invece al demanio degli enti locali e delle Regioni, cioè resterà inalienabile sulla carta: ma la stessa legge prevede una forma strisciante di privatizzazione, e cioè il versamento gratuito di beni pubblici (anche demaniali) in fondi immobiliari di proprietà privata (purché i privati versino nello stesso fondo beni di proprietà equivalente). Si capisce così come mai il monte Cristallo sia stato valutato 259.459 euro, e le intere Dolomiti 866.294 euro (
Il Gazzettino, 4 agosto 2010): perché sono destinate a fondi immobiliari, in cui i privati verseranno proprietà di valore "equivalente" onde assumerne il pieno controllo. Fu dunque per questo che quasi 700.000 italiani d' ogni provincia (età media 25 anni) morirono sul fronte della I guerra mondiale.

Il "federalismo demaniale" è stato reclamizzato dal presidente della Regione Veneto Zaia come la «restituzione ai legittimi proprietari» di beni indebitamente sottratti da uno Stato-ladrone: un argomento che ha convinto l' "opposizione", tanto è vero che l'Idv ha votato a favore, il Pd si è astenuto. Tanta concordia non è dovuta a distrazione: evidentemente non solo a destra si condivide il disegno di utilizzare i beni pubblici, come dice la legge Calderoli, «anche alienandoli per produrre ricchezza a beneficio della collettività territoriale », cioè non di tutti gli Italiani, nel cui portafoglio proprietario quei beni erano fino a ieri. "Produrre ricchezza" vuol dire svendere, visto lo stato disastrato delle finanze locali (la manovra Tremonti 2010 ha tagliato a Regioni ed enti locali altri 15 miliardi nel triennio), e visto che secondo leggi recenti i Comuni devono allegare al bilancio ogni anno un «piano di alienazioni immobiliari». Come ha scritto efficacemente Galli della Loggia (
Corriere della Sera, 2 agosto), «fino ad oggi gli italiani potevano pensare di essere, in quanto tali, padroni del proprio Paese. Ora non più. Dobbiamo aspettarci la rovina definitiva del paesaggio e del patrimonio naturalistico del nostro Paese, la sua totale mercificazione-cementificazione». Contro queste ed altre schizofrenie che viviamo, contro quello che si scrive "federalismo" e si legge "secessione", contro la strategia perdente di inseguire la Lega sul suo terreno, la Costituzione è il massimo baluardo. La Costituzione scritta, quella che quasi sedici milioni di italiani difesero nel 2006 col loro voto. La sola Costituzione esistente, quella di cui il Presidente della Repubblica è e deve essere garante supremo.

(24 agosto 2010)







Se il mondo perde il senso del bene comune



STEFANO RODOTÀ



Pochi giorni fa l'Assemblea generale delle Nazioni Unite ha approvato una risoluzione che riconosce l'accesso all'acqua come diritto fondamentale di ogni persona. L' anno scorso il Parlamento europeo ha parlato di un diritto fondamentale di accesso ad Internet. Apparentemente lontane, queste due importanti prese di posizione di grandi istituzioni internazionali si muovono sullo stesso terreno, quello dei beni comuni, attribuiscono il rango di diritti fondamentali all'accesso di tutti a beni essenziali per la sopravvivenza (l' acqua) e per garantire eguaglianza e libero sviluppo della personalità (la conoscenza).

Nell'ottobre del 1847, quattro mesi prima della pubblicazione del
Manifesto dei comunisti, Alexis de Tocqueville gettava uno sguardo presago sul futuro, e scriveva: «Ben presto la lotta politica si svolgerà tra coloro che possiedono e coloro che non possiedono: il grande campo di battaglia sarà la proprietà». Quella lotta è continuata ininterrotta e il campo di battaglia, che per Tocqueville era sostanzialmente quello della proprietà terriera, si è progressivamente dilatato. Oggi sono appunto i beni comuni - dall'acqua all'aria, alla conoscenza, ai patrimoni culturali e ambientali - al centro di un conflitto davvero planetario, di cui ci parlano le cronache, confermandone la natura direttamente politica, e che non si lascia racchiudere nello schema tradizionale del rapporto tra proprietà pubblica e proprietà privata.

Tra India e Pakistan è in corso una guerra dell'acqua; in Italia la questione dell'acqua è divenuta ineludibile dopo che un milione e quattrocentomila persone hanno firmato la richiesta di un referendum; il parlamento islandese ha deciso che Internet debba essere il luogo di una libertà totale, uno sterminato spazio comune dove sia legittimo rendere pubblici anche documenti coperti dal segreto. Il tema dei beni comuni segna davvero il nostro tempo, e non può essere affrontato senza una riflessione culturale e politica.

Un misero esempio italiano di questi giorni ci mostra l'inadeguatezza degli schemi tradizionali e i rischi che si corrono. Da poco dichiarate dall'Unesco patrimonio dell'umanità, le Dolomiti sono oggetto di una mortificante contabilità, che sarebbe ridicola se dietro di essa non si scorgesse lo sciagurato "federalismo demaniale" che, trasferendo agli enti locali beni importantissimi, mette questi beni nella condizione di poter essere più agevolmente destinati a usi mercantili o privatizzati o comunque destinati "a far quadrare i conti". E proprio questa eventualità mostra la debolezza dell'argomento, usato per l'acqua, secondo il quale basta che un bene rimanga in mano a un soggetto pubblico perché venga salvaguardato. Non è questione di etichette. È la natura del bene a dover essere presa in considerazione, la sua attitudine a soddisfare bisogni collettivi e a rendere possibile l' attuazione di diritti fondamentali. I beni comuni sono "a titolarità diffusa", appartengono a tutti e a nessuno, nel senso che tutti devono poter accedere ad essi e nessuno può vantare pretese esclusive. Devono essere amministrati muovendo dal principio di solidarietà. Incorporano la dimensione del futuro, e quindi devono essere governati anche nell'interesse delle generazioni che verranno. In questo senso sono davvero "patrimonio dell'umanità".

Nel pensare il mondo, e le sue dinamiche, non possiamo sottrarci alla "ragionevole follia" dei beni comuni. Questo ossimoro, che dà il titolo a un bel libro di Franco Cassano, rivela un compito propriamente politico, perché mette in evidenza il nesso che si è ormai stabilito tra beni comuni e diritti del cittadino. Un bene come l'acqua non può essere considerato una merce che deve produrre profitto. E la conoscenza non può essere oggetto di "chiusure" proprietarie, ripetendo nel tempo nostro la vicenda che, tra Seicento e Settecento, in Inghilterra portò a recintare le terre coltivabili, sottraendole al godimento comune e affidandole a singoli proprietari. Per giustificare quella vicenda lontana si è usato l'argomento della crescita della produttività della terra. Ma oggi il nuovo, sterminato territorio comune, rappresentato dalla conoscenza raggiungibile attraverso Internet, non può divenire l'oggetto di uno smisurato desiderio che vuole trasformarlo da risorsa illimitata in risorsa scarsa, con chiusure progressive, consentendo l'accesso solo a chi è disposto ed è in condizione di pagare. La conoscenza da bene comune a merce globale?

Così i beni comuni ci parlano dell'irriducibilità del mondo alla logica del mercato, indicano un limite, illuminano un aspetto nuovo della sostenibilità: che non è solo quella imposta dai rischi del consumo scriteriato dei beni naturali (aria, acqua, ambiente), ma pure quella legata alla necessità di contrastare la sottrazione alle persone delle opportunità offerte dall'innovazione scientifica e tecnologica. Si avvererebbe altrimenti la profezia secondo la quale "la tecnologia apre le porte, il capitale le chiude". E, se tutto deve rispondere esclusivamente alla razionalità economica, l'effetto ben può essere quello di "un' erosione delle basi morali della società", come ha scritto Carlo Donolo.

In questo orizzonte più largo compaiono parole scomparse o neglette. Il
bene comune, di cui s'erano perdute le tracce nella furia dei particolarismi e nell'estrema individualizzazione degli interessi, s' incarna nella pluralità dei beni comuni. Poiché questi beni si sottraggono alla logica dell'uso esclusivo e, al contrario, rendono evidente che la loro caratteristica è quella della condivisione, si manifesta con nuova forza il legame sociale, la possibilità di iniziative collettive di cui Internet fornisce continue testimonianze.

Il
futuro, cancellato dallo sguardo corto del breve periodo, ci è imposto dalla necessità di garantire ai beni comuni la permanenza nel tempo. Ritorna, in forme che lo rendono ineludibile, il tema dell'eguaglianza, perché i beni comuni non tollerano le discriminazioni nell'accesso se non a prezzo di una drammatica caduta in divisioni che disegnano davvero una società castale, dove ritorna la cittadinanza censitaria, visto che beni fondamentali per la vita, come la stessa salute, sono più o meno accessibili a seconda delle disponibilità finanziarie di ciascuno. Intorno ai beni comuni si propone così la questione della democrazia e della dotazione di diritti d' ogni persona.

Spostando lo sguardo sui beni comuni, dunque, non siamo soltanto obbligati a misurarci con problemi interamente nuovi. Dobbiamo sottoporre a revisione critica principi e categorie dei passato. Dobbiamo rileggere in un contesto così mutato la stessa Costituzione, quando stabilisce che la proprietà dev'essere resa "accessibile a tutti" e quando, nell'articolo 43, indica una sorta di terza via tra proprietà pubblica e privata.

Qui è l'ineludibile agenda civile e politica non di un solo paese, ma di tutti coloro che vogliono affrontare con consapevolezza e cultura adeguate le questioni concrete che ci circondano.

(
10 agosto 2010)





 



A decidere che cosa fare di Dolomiti, fiumi e isole saranno i consigli comunali



Italiani senza Italia



Ci si accorgerà che il potere centrale dà maggiori garanzie di onestà ed efficacia



Ernesto Galli Della Loggia



Tra le tante anomalie italiane c'è anche quella che siamo riusciti a inventarci una destra di governo che salvo lodevoli eccezioni si mostra ostile, o al più indifferente, alla dimensione dello Stato nazionale. A cominciare dalla sua componente più essenziale e concreta: il territorio. Intendo il territorio nei suoi aspetti generali riguardanti il paesaggio, cioè l' insieme dei caratteri geomorfologici, i fiumi, le coste, le montagne della Penisola. Fino a oggi gli italiani potevano pensare di essere, in quanto tali, padroni del proprio Paese. Ora non più.

Fino a oggi un siciliano poteva legittimamente essere convinto che le Dolomiti erano per così dire anche sue, così come un piemontese era autorizzato a credere la stessa cosa, chessò, delle pendici dell'Etna o dell'Isola delle Femmine. Mi piace credere che la proclamazione da parte della nostra Carta costituzionale della Repubblica come «una e indivisibile» significasse anche questo: che tutta l'Italia era di tutti gli italiani. Così come di tutti erano gli edifici di pubblica utilità costruiti sul suo suolo (porti, fari, caserme, ecc.). Demanio significava fino a oggi esattamente questo tipo di proprietà, idealmente indivisa. Della quale, naturalmente, poteva disporre solo lo Stato, cioè solo il potere politico centrale, alla cui definizione concorrono per l' appunto tutti i cittadini. Ma ormai tutto ciò, come dicevo, sta per appartenere al passato. Ormai, in base al federalismo fiscale - che ha fatto l' altro giorno un altro passo avanti con la pubblicazione dell'elenco degli oltre dodicimila «luoghi» dismessi dallo Stato - le Dolomiti, i fari, pezzi della collina di Superga, tratti di fiumi e di torrenti, isole e isolotti, interi tratti di coste e tutto ciò che vi è edificato sopra sono sul punto di uscire dall'ambito dell'amministrazione statale per passare agli enti locali.

A decidere dunque che cosa farne - se vendere questo o quel pezzo di montagna a un privato per costruirvi una discoteca o un grande albergo, se affittare le rive di un fiume a un club del golf, se invece aprirvi una cava di ghiaia e così via - saranno d' ora in poi i consigli comunali, provinciali o regionali. O meglio: le rispettive giunte e assessorati. Sappiamo per esperienza che cosa allora dobbiamo aspettarci: la rovina definitiva del paesaggio e del patrimonio naturalistico del nostro Paese, la sua totale mercificazione-cementificazione. Come accaduto altre mille volte in passato, infatti, élite politiche e amministrazioni locali - anche al Nord, con buona pace dei leghisti - faranno a gara nello stravolgere e distruggere il nuovo patrimonio acquisito sotto la spinta coalizzata degli interessi privati forti e insieme delle minute richieste dei loro elettori, delle invincibili tentazioni tangentizie o magari, nel caso migliore, dei progetti più strampalati.

Ci si accorgerà a quel punto di come nei fatti, in questo come in molti altri campi, il potere centrale e le sue amministrazioni diano ben maggiori garanzie d'onestà e d'efficacia di qualunque altro: sia perché comunque gestiti da un personale più capace e selezionato, sia perché più sottoposti al controllo dei media e perciò dell'opinione pubblica. Ma a quel punto sarà troppo tardi. A quel punto, infatti, l' Italia non ci sarà davvero più perché anche dal punto di vista fisico essa sarà virtualmente sparita. E insieme saranno svaniti i valori ambientali e culturali che per secoli essa ha rappresentato.

(2 agosto 2010)



 



 



 










lunedì 7 marzo 2011

I gheddasconi



Il compagno di merende del papi spara sul suo popolo e ciò provoca ripugnanza, assieme all'altrettanto repellente disgusto per l'agevole voltafaccia in cui si sono distinti il papi, naturalmente, con l'ineffabile ed impalpabile ministro degli Esteri che prova a fare la faccia cattiva. C'è evidentemente qualcosa che mi sfugge, c'è qualcosa che non riesco a capire. Forse è stato riconosciuto l'errore commesso con la firma di quello sciagurato trattato “di amicizia, partenariato e cooperazione con la Grande Giamahiria araba libica popolare socialista” ? Oppure si è condannato apertamente quel sanguinario regime? L'opposizione ha tappezzato di manifesti con il servile baciamano del papi la penisola? Sarebbe risultato più producente di un'inutile raccolta di firme.

Ciò che però maggiormente mi irrita è la ritrovata verginità dei complici del buffone libico, favorita dall'accondiscendenza di chi invece avrebbe dovuto (e potuto) inchiodarli spietatamente alle gravissime responsabilità. Ma in nome di un'assurda realpolitik non si insiste più di tanto e il papi ne esce paradossalmente rafforzato.



Stralcio da un articolo de “la Repubblica” del 30 agosto 2010, non un secolo fa.



 



LA VISITA



 



Gheddafi, spettacolo e polemiche



Frattini: "Critiche senza senso"



 



Incontro di mezz'ora tra il Colonnello e Berlusconi. Il ministro degli Esteri: "Chi critica non conosce politica e interessi d'Italia". La Padania titola: "L'Europa sia cristiana". Seconda lezione a 200 ragazze: "L'Islam è l'ultima religione"



 



ROMA - (…) Qui, prima di assistere al Carosello storico dell'Arma del reggimento dei carabinieri a cavallo, il leader libico ha preso la parola per un lungo intervento: ''Saluto il grande coraggio del mio grande amico Silvio Berlusconi", ha detto, ringraziando l'Italia per la condanna del colonialismo e per il coraggio dimostrato ammettendo gli errori del passato. "Non vogliamo commettere lo stesso errore un'altra volta - ha detto ancora - vogliamo amicizia e collaborazione e che il Mar Mediterraneo sia un mare di pace". Gheddafi ha anche parlato del problema dell'immigrazione: ''Per fermare l'immigrazione clandestina - ha concluso il leader libico - la Libia, sostenuta dall'Italia, chiede all'Europa, che un domani, davanti a milioni di immigrati che avanzano potrebbe diventare Africa, almeno 5 miliardi di euro all'anno''.



Prima di Gheddafi, Silvio Berlusconi aveva rivolto un breve saluto al leader libico, ricordando che "tutti dovrebbero rallegrarsi" della nuova amicizia tra Italia e Libia sancita dal Trattato di Bengasi e sottolineando che chi critica i rapporti di amicizia tra lui e Muammar Gheddafi "appartiene al passato, è prigioniero di schemi superati".



(…) Dopo i festeggiamenti, una cena offerta da Berlusconi al leader libico. Con la presenza di tanti i big dell'economia al ricevimento.



Nel tardo pomeriggio, in un incontro durato circa mezz'ora, il presidente del Consiglio e il leader libico avevano affrontato temi come immigrazione, infrastrutture ed energia. Un incontro che si è tenuto nella tenda del leader libico e a cui ha partecipato anche il ministro degli Esteri, Franco Frattini. L'immancabile tenda che accompagna il Colonnello in tutti i suoi viaggi è stata montata in giornata nella residenza dell'ambasciatore. ''I colloqui sono andati bene. Abbiamo parlato anche di economia internazionale e di come uscire dalla crisi'', ha detto Frattini al termine dell'incontro. Il ministro degli Esteri ha criticato, poi, le polemiche sollevate dall'opposizione per la visita del leader libico: "È gente che non conosce affatto né la politica estera né gli interessi dell'Italia - ha detto -. Gheddafi è un leader importante per tutto il Medio Oriente, e noi - ha aggiunto Frattini - da questa opposizione non ci aspettiamo niente". (…)



 



Mi chiedo, ingenuamente, come mai non sia stata posta alcuna domanda a questi avventurieri su tali dissennate dichiarazioni, eppure basterebbe così poco nell'era del web 2.0. Ma visto che è questa anche un'era di smemoratezze ecco un ottimo commento di Francesco Merlo, sempre su “la Repubblica” del 30 agosto 2010.



 



Gheddafi, un circo che ci umilia



 



Nessun'altra diplomazia occidentale tollera e incoraggia gli eccessi pittoreschi di un dittatorello e degrada la propria capitale a circo. Ci dispiace anche per il presidente del Consiglio, la cui maschera italiana si sovrappone ormai a quella libica, indistinguibili nel pittoresco, nell'eccesso, nella vanità, nel farsi soggiogare dalle donne che pensano di dominare



di FRANCESCO MERLO



ANCHE ieri c'era il picchetto in alta uniforme ai piedi della scaletta dalla quale sono scese due amazzoni nerborute e in mezzo a loro, come nell'avanspettacolo, l'omino tozzo e inadeguato, la caricatura del feroce Saladino. Scortato appunto da massaie rurali nel ruolo di mammifere in assetto di guerra. E va bene che alla fine ci si abitua a tutto, anche alla pagliacciata islamico-beduina che Gheddafi mette in scena ogni volta che viene a Roma, ma ancora ci umilia e davvero ci fa soffrire vedere quel reparto d'onore e sentire quelle fanfare patriottiche e osservare il nostro povero ministro degli Esteri ridotto al ruolo del servo di scena che si aggira tra le quinte, pronto ad aggiustare i pennacchi ai cavalli berberi o a slacciare un bottone alle pettorute o a dare l'ultimo tocco di brillantina al primo attore.



È vero che ormai Roma, specie quella sonnolente di fine estate, accoglie Gheddafi come uno spettacolo del Sistina, con i trecento puledri che sembrano selezionati da Garinei e Giovannini, la tenda, la grottesca auto bianca, le divise che ricordano i vigili urbani azzimati a festa, e tutta la solita paccottiglia sempre uguale e sempre più noiosa ma, proprio perché ripetuta e consacrata, sempre più umiliante per il Paese, per i nostri carabinieri, per le istituzioni e per le grandi aziende, private e pubbliche, che pur legittimamente vogliono fare i loro affari con la Libia.



Nessun'altra diplomazia occidentale tollera e incoraggia gli eccessi pittoreschi di un dittatorello e degrada la propria capitale a circo. Ci dispiace - e lo diciamo sinceramente - anche per il presidente del Consiglio, la cui maschera italiana si sovrappone ormai a quella libica, indistinguibili nel pittoresco, nell'eccesso, nella vanità, nel vagheggiare l'epica dell'immortalità, nel farsi soggiogare dalle donne che pensano di dominare.



Di nuovo ieri Gheddafi si è esibito davanti a 500 ragazze, reclutate da un'agenzia di hostess, che hanno ascoltato i suoi gorgoglii gutturali tradotti da un interprete, le solite banalità sulla teologia e sulla libertà delle donne in Libia, il Corano regalato proprio come Berlusconi regala "L'amore vince sempre sull'odio", quel libro agiografico e sepolcrale edito da Mondadori. È fuffa senza interesse anche per gli islamici ma è roba confezionata per andare in onda nella televisione di Tripoli. Il capotribù vuol far credere alla sua gente di avere sedotto, nientemeno, le donne italiane e di averle folgorate recitando il messaggio del profeta. Addirittura, con la regia dell'amico Berlusconi, tre di queste donne ieri si sono subito convertite, a gloria della mascolinità petrolchimica libica: "Italiane, convertitevi. Venite a Tripoli e sposate i miei uomini".



E di nuovo ci mortifica tutta questa organizzazione, il cerimoniale approntato dalla nostra diplomazia, con Gheddafi serio ed assorto che suggella la fulminea conversione di tre italiane libere e belle: un gesto di compunzione, gli occhi chiusi per un attimo, il capo piegato come un officiante sul calice. "L'Islam deve diventare la religione di tutta l'Europa" ha osato dire nella capitale del cattolicesimo, mentre l'Europa (con l'America) si mobilita per salvare la vita di una donna che rischia la lapidazione per avere fatto un figlio fuori dal matrimonio. Certo, l'Islam non è tutto fanatismo ma nello sguardo di Gheddafi c'è condensata la sua lunga vita di dittatore, di stratega del terrorismo, di tiranno che dal 1° settembre del 1969 opprime il suo popolo.



Ebbene, è a lui che oggi Berlusconi di nuovo bacerà la mano, come ha già fatto a Tripoli. Berlusconi, lasciandosi andare con i suoi amici fidati, ha più volte detto di invidiare Muammar perché comanda e non ha lacci, non combatte con il giornalismo del proprio paese, non ha bisogno di fare leggi ad personam ma gli basta un solo editto tribale, non ha né Fini né Napolitano, non ha neppure bisogno di pagare le donne... È vero che gli esperti di Orientalistica sostengono che la tribù in Libia è matriarcale e che dunque la moglie di Gheddafi sarebbe la generalessa del colonnello, ma questo Berlusconi non lo sa, la sua Orientalistica è ferma a quella dell'avanspettacolo, al revival di Petrolini: "Vieni con Abdul che ti faccio vedere il tukul".



E infatti ogni volta che Berlusconi va a Tripoli Gheddafi fa di tutto per stupirlo con gli effetti speciali del potere assoluto, gli fa indossare la galabìa e lo fa assistere alle parate militari delle amazzoni, organizza il caravanserraglio di Mercedes piene di farina, orzo e datteri da distribuire agli affamati recitando il ruolo del salvatore, proprio come Berlusconi all'Aquila... E ha pure imposto nei passaporti libici la foto di Berlusconi. Se lo porta nel deserto di notte per mostrargli la magia del freddo glaciale, tutti e due ad aspettare l'alba e il sole che torni ad arroventare la tenda. E ogni volta alla tv libica il viso di Berlusconi diventa in dissolvenza il viso di Gheddafi, e va in onda Berlusconi contrito nel museo degli orrori commessi dagli italiani, e c'è sempre il solito Frattini accovacciato fuori dalla tenda ad aspettare, aspettare, aspettare. E poi il tramonto, la luna...



Gheddafi a Roma fa quello che vuole non soltanto in cambio delle galere e dei campi di concentramento dove la polizia libica trattiene gli africani che vorrebbero fuggire verso l'Italia, e non solo perché i due fanno affari privati, come da tempo sospetta la stampa internazionale, e ora anche italiana. Il punto è che Berlusconi gli mette a disposizione tutto quello di cui ha bisogno l'eccentricità beduina perché con Gheddafi ha un patto antropologico. È una somiglianza tra capi che la storia conosce già, sono identità che finiscono con il confondersi: Trujllo e Franco, Pinochet e Videla, Ceausescu ed Enver Hoxha, Pol Pot e Kim il Sung... Non è l'ideologia a renderli somiglianti ma l'idea del potere, quello stesso che oggi lega Berlusconi e Gheddafi, Berlusconi e Chavez, Berlusconi e Putin. Ecco cosa offende e degrada l'Italia: l'Asse internazionale della Satrapia.



(30 agosto 2010)



 



Il giorno dopo altre dichiarazioni, altre ridicole ostentazioni di superiorità di chi conosce, eccome, la politica estera.



 



Gheddafi, messaggio alla Ue “5 miliardi per bloccare gli immigrati



 



ROMA - (...) Ma prima del gran finale, il saluto di Mohammar Gheddafi a Silvio Berlusconi, «al suo coraggio, e al coraggioso popolo italiano che ha saputo riconoscere gli errori del passato, ha chiesto scusa alla Libia per gli errori del fascismo, non dell'Italia attuale». (…) Sono le dieci di sera quando davanti ai carabinieri schierati nella caserma di Tor di Quinto arrivano i discorsi ufficiali. Inizia Berlusconi, difende la sua linea, quella dell'accordo totale con Tripoli: «La firma dell' accordo del 2008 ha segnato un momento storico per i nostri due Paesi, abbiamo inaugurato una nuova era fra Italia e Libia, chiusa una ferita». Il premier ricorda che nel pomeriggio con Gheddafi ha inaugurato una mostra sul passato fra Italia e Libia. Un' esposizione in cui ci sono anche foto delle violenze italiane durante l'occupazione: «È significativo che la celebrazione di questa sera si tenga qui, in una caserma dei carabinieri», dice il premier, «significa che davvero abbiamo voltato pagina, che il passato è consegnato agli archivi e ai libri fotografici». Berlusconi elenca poi i fatti che sono sull'altro piatto della bilancia dell' accordo con cui l' Italia ha chiesto scusa a Tripoli e si impegna a pagare 5 miliardi di dollari in 25 anni: «È stato approvato il tracciato dell' autostrada costiera di 1700 chilometri che verrà realizzata da imprese italiane. Grazie alla Libia è stato possibile contrastare la tratta dei clandestini fra Africa e Europa che era in mano alla criminalità organizzata: chi non lo capisce appartiene al passato, noi vogliamo guardare al futuro». Prima di perdersi nelle evoluzioni di un discorso interminabile, Gheddafi esordisce con un ringraziamento forte agli italiani: «Vi ringrazio cari amici italiani per il vostro coraggio, avete riconosciuto gli errori del passato. L' Italia di oggi è un Paese civile, è l'Italia che ha abbattuto il regime fascista e giustiziato Mussolini, mentre Hitler è stato costretto al suicidio e non è stato ucciso dal suo popolo. Il popolo libico dice che deve essere l' Italia ad avere un seggio alle Nazioni Unite, non altri Paesi». Poi il passaggio sull'Europa che deve pagare per fermare l' immigrazione: «La Libia, sostenuta dall'Italia, chiede all' Europa almeno 5 miliardi di euro all'anno: è nell'interesse dell' Europa, che altrimenti un domani, davanti a milioni di immigrati che avanzano, potrebbe diventare Africa». Ultimo passaggio della geopolitica gheddafiana, quello sul Mediterraneo mare di pace, «da cui devono uscire le flotte dei Paesi non rivieraschi», ovvero la flotta americana.



Nel pomeriggio, in privato, Berlusconi aveva anticipato a Gheddafi tutti i sensi della sua amicizia: nella mezz'ora con al fianco Franco Frattini, il presidente del Consiglio aveva affrontato il tema della crisi economica mondiale, quello della riforma dell'Onu (che poi Gheddafi ha ripreso nel discorso ai carabinieri), l'impegno affinché Italia e Libia facciano qualcosa insieme in Africa e - unico tema nazionale - il contratto della SelexFinmeccanica per un sistema di controllo delle frontiere meridionali della Libia. (…)



VINCENZO NIGRO



(31 agosto 2010)



 



Ma il pezzo forte è quest'ultimo, le ragioni del portafoglio, che hanno avviluppato in un legame di amorosi sensi i due compagni di merende. E' ovvio che il papi non poteva disturbarlo, così come è altrettanto ovvio che gli affari precedono qualunque valutazione etica e persino di opportunità.



Ribadisco lo schifo per i parametri che definiscono il mondo, la nausea per i vari protagonisti al peggio delle loro infamie, ma che almeno cadesse l'ipocrisia, si evitassero i miseri toni retorici e, soprattutto, le disinvolte e disinibite piroette con cui, come per magia, ci si affranca dalle amicizie interessate che stanno declinando, per predicare poi coerenza, il tutto con assoluta imperturbabilità. Certo che se Gheddafi dovesse restare al potere...



 



Un business da 40 miliardi per la Berlusconi-Gheddafi Spa



 



Grazie agli investimenti di Tripoli, il Cavaliere si è consolidato nei salotti buoni della finanza italiana. Il Colonnello è uscito dal suo storico isolamento ed ora società del suo Paese accedono alla City di Londra



di ETTORE LIVINI



Non solo tende beduine, caroselli di cavalli berberi e sfilate di soldatesse-amazzoni. La Berlusconi-Gheddafi Spa, a due anni dalla fondazione, è uscita da tempo dal folklore. L'oggetto sociale d'esordio - la chiusura delle ferite del colonialismo - è stato rapidamente archiviato all'atto della firma del Trattato d'amicizia bilaterale nel 2008.

L'Italia ha garantito 5 miliardi in 20 anni alla Libia e Tripoli ha bloccato (a modo suo) il flusso di immigrati verso la Sicilia. Poi - snobbando i dubbi degli 007 Usa e dei "parrucconi" come Freedom House che considerano il Paese africano una delle dieci peggiori dittature al mondo - sono cominciati i veri affari. Un pirotecnico giro d'operazioni gestite in prima persona dai due leader e da un piccolo esercito di fedelissimi ("gli imprenditori sono i soldati della nostra epoca", dice il Colonnello) che ha già mosso in 24 mesi quasi 40 miliardi di euro e che rischia di cambiare - non è difficile immaginare in che direzione - gli equilibri della finanza e dell'industria di casa nostra.



La premiata ditta Gheddasconi ha una caratteristica tutta sua. Gli affari diretti tra i due sono pochissimi. Anzi, solo uno: Fininvest e Lafitrade, uno dei bracci finanziari di Gheddafi, hanno entrambe una quota in Quinta Communications, la società di produzione cinematografica di Tarak Ben Ammar, l'imprenditore franco-tunisino tra i principali fautori dell'asse Arcore-Tripoli. Il grosso del business si fa per altre strade. Il Colonnello ha messo sul piatto un po' del suo tesoretto personale (i 65 miliardi di liquidità di petrodollari accumulati negli ultimi anni). Il Cavaliere gli ha spalancato le porte dell'Italia Spa, sdoganando la Libia sui mercati internazionali ma pilotandone gli investimenti ad uso e consumo dei propri interessi, politici e imprenditoriali, nel Belpaese.

In due anni Gheddafi è diventato il primo azionista della prima banca italiana (Unicredit) con una quota vicina al 7% (valore quasi 2,5 miliardi) e grazie allo storico 7,5% che controlla nella Juventus è il quinto singolo investitore per dimensioni a Piazza Affari. Le finanziarie di Tripoli hanno studiato il dossier Telecom, puntano a Terna, Finmeccanica, Impregilo e Generali. Palazzo Grazioli, nell'ambito del do ut des di questa realpolitik mediterranea, ha dato l'ok all'ingresso di Tripoli con l'1% nell'Eni ("puntiamo al 5-10%", ha precisato l'ambasciatore Hafed Gaddur). E la Libia ha allungato di 25 anni le concessioni del cane a sei zampe in cambio di 28 miliardi di investimenti.



Il Cavaliere tira le fila, consiglia e gongola. L'ingresso del Colonnello in Unicredit - oltre che a innescare i mal di pancia leghisti - è il cavallo di Troia per conquistare i vecchi "salotti buoni" tricolori, la stanza dei bottoni che controlla Telecom, Rcs - vale a dire il Corriere della Sera - e le Generali. Il momento per l'affondo è propizio. Il Biscione ha già piazzato le sue pedine negli snodi chiave: Fininvest e Mediolanum hanno il 5,5% di Mediobanca, crocevia di tutta la galassia. Tra i soci di Piazzetta Cuccia - con un pool di azionisti francesi accreditati del 10-15% - c'è il fido Ben Ammar. E gli ultimi due tasselli sono andati a posto in questi mesi. Lo sbarco di Tripoli a Piazza Cordusio, primo azionista di Mediobanca, stringe la tenaglia dall'alto. E a chiuderla dal basso ci pensa Cesare Geronzi, presidente delle Generali i cui ottimi rapporti con il Colonnello (e con il premier) - se mai ce ne fosse stato bisogno - sono stati confermati dalla difesa d'ufficio di entrambi al Meeting di Rimini. Niente di nuovo sotto il sole: l'assicuratore di Marino ha sdoganato Tripoli anni fa accogliendola nel patto di Banca di Roma (poi Capitalia) assieme a Fininvest. E ancor prima ha imbarcato la Libia in banca Ubae, guidata allora da Mario Barone, uomo vicino a quel Giulio Andreotti che solo un mese con il suo mensile 30 giorni ha pubblicato un volume sui discorsi pronunciati da Gheddafi nella sua ultima visita italiana.

Il puzzle adesso è quasi completo. Il Cavaliere ha in mano il controllo di industria e finanza pubbliche. E ora, grazie all'asse con Ben Ammar e Geronzi e ai soldi di Gheddafi (sommati alla debolezza delle vecchie dinastie imprenditoriali tricolori), può blindare quella privata estendendo la sua influenza su tlc, editoria e - Bossi permettendo - sulle ricchissime casseforti delle banche e delle Generali.



L'asse con il Colonnello gli regala però un'altra opportunità d'oro: quella di distribuire le carte delle commesse a Tripoli garantite dall'attivismo dell'efficientissimo tandem, immortalato ora a imperitura memoria sul frontespizio dei passaporti libici. Ansaldo Sts (per il segnalamento ferroviario) e Finmeccanica (elicotteri) hanno incassato due maxi-ordini. I big delle costruzioni si sono messi in fila per gli appalti sulla nuova autostrada libica da 1.700 chilometri (valore 2,3 miliardi) affidata in base agli accordi bilaterali ad aziende tricolori. In questi mesi hanno attraversato il Mediterraneo pure l'Istituto europeo di oncologia e Italcementi mentre Impregilo ha consolidato con una commessa da 260 milioni la sua già solida posizione nel Paese nordafricano dove con 150 miliardi di investimenti infrastrutturali nei prossimi sei anni la torta - previo via libera della Gheddasconi Spa - è abbastanza grande per tutti.



Anche Gheddafi, come ovvio, ha il suo dividendo. L'Italia è il cavallo di Troia per portare la Libia fuori dall'isolamento nell'era in cui la liquidità, come dimostra il salvataggio delle banche Usa da parte dei fondi sovrani arabi, non ha più bandiere. Missione compiuta se è vero che persino a Londra - grazie a un'operazione di diplomazia sotterranea guardata con sospetto a Washington - l'abbinata politica-affari ha dato risultati insperati: la Gran Bretagna ha liberato un anno fa Abdelbaset Al Megrahi, l'ex 007 libico condannato per l'attentato di Lockerbie e il Colonnello ha dato subito l'ok alle trivellazioni Bp nel golfo della Sirte. Nessuno poi ha battuto ciglio nella City quando Tripoli ha rilevato il 3% della Pearson (editore del Financial Times) e fondato lungo il Tamigi un hedge fund. O quando il numero uno della London School of Economics è entrato tra gli advisor della Libian Investment Authority a fianco del banchiere Nat Rothschild e a Marco Tronchetti Provera.



Pecunia non olet. E anche l'(ex) dittatore Gheddafi non è più un appestato per le cancellerie internazionali. Il premier greco Georgios Papandreou è sbarcato qui per cercare aiuti. La Russia di Putin - altro alleato di ferro dell'asse Gheddafi-Berlusconi - si è aggiudicata fior di commesse a Tripoli come le aziende turche di Erdogan, altra new entry in questo magmatico melting pot geopolitico tenuto insieme, più che dagli ideali e dalla storia, dal collante solidissimo del denaro.



(28 agosto 2010)


giovedì 24 febbraio 2011

Fratelli di sangue






Viene la morte e ha gli occhi di Gheddafi. Le sue mani grondano sangue, il papi le bacia senza ritegno alcuno.

Mentre si consuma nell'afasia della famosa Comunità internazionale il genocidio di un popolo, mentre la maggiore preoccupazione sono gli affari che andranno in fumo, molto più dei diritti umani che hanno trovato in Libia il loro cimitero, è importante riproporre l'immagine-simbolo che sta facendo il giro del web. Perché il papi è complice dell'orrenda macelleria a cielo aperto, è complice delle migliaia di fosse comuni che andranno a riempirsi. Perciò dovrebbe presentarsi in Parlamento, ripudiare il suo amico e poi dimettersi, assieme all'associazione a delinquere, definita “governo” che guida. Anche se non è l'unico colpevole. Perché esiste un maledetto trattato di amicizia tra Italia e Libia che, di fatto, ci assimila al sanguinario dittatore libico e rende conniventi la maggior parte dei parlamentari.



Ma vediamo in cosa è primatista l'Italia.

Fonte: www.dirittiglobali.it



“L’Italia non solo è uno dei principali partner commerciali della Libia, ma è il maggiore esportatore europeo di armamenti al regime di Gheddafi. I Rapporti dell’Unione europea sulle esportazioni di materiali e sistemi militari (qui l'ultimo rapporto e un'analisi) certificano che nel biennio 2008-2009 l’Italia ha autorizzato alle proprie ditte l’invio di armamenti alla Libia per oltre 205 milioni di euro che ricoprono più di un terzo (il 34,5%) di tutte le autorizzazioni rilasciate dall’UE (circa 595 milioni di euro)”. Poi continua qui.

 



Ma è utile ricordare anche ciò che accadeva pochi mesi fa, alla fine di agosto. Utilissimo ausilio per la memoria le dichiarazioni surreali diffuse nella circostanza. L'ostentazione di un rapporto privilegiato, l'irrisione verso coloro che criticavano perchè legati al passato. A Roma si celebrava con il buffone libico la modernità.

L'articolo è tratto da "la Repubblica".





Gheddafi, spettacolo e polemiche



Frattini: "Critiche senza senso"



Incontro di mezz'ora tra il Colonnello e Berlusconi. Il ministro degli Esteri: "Chi critica non conosce politica e interessi d'Italia". La Padania titola: "L'Europa sia cristiana". Seconda lezione a 200 ragazze: "L'Islam è l'ultima religione"



ROMA - Una giornata intensa e decisamente varia quella vissuta oggi dal leader libico Muammar Gheddafi. Dopo aver impartito la seconda lezione a 200 ragazze e aver incontrato il premier Berlusconi, in serata ha partecipato ai festeggiamenti per l'anniversario del Trattato di amicizia tra Libia e Italia organizzati nella caserma 'Salvo D'Acquisto'. Qui, prima di assistere al Carosello storico dell'Arma del reggimento dei carabinieri a cavallo, il leader libico ha preso la parola per un lungo intervento: ''Saluto il grande coraggio del mio grande amico Silvio Berlusconi", ha detto, ringraziando l'Italia per la condanna del colonialismo e per il coraggio dimostrato ammettendo gli errori del passato. "Non vogliamo commettere lo stesso errore un'altra volta - ha detto ancora - vogliamo amicizia e collaborazione e che il Mar Mediterraneo sia un mare di pace". Gheddafi ha anche parlato del problema dell'immigrazione: ''Per fermare l'immigrazione clandestina - ha concluso il leader libico - la Libia, sostenuta dall'Italia, chiede all'Europa, che un domani, davanti a milioni di immigrati che avanzano potrebbe diventare Africa, almeno 5 miliardi di euro all'anno''.



Prima di Gheddafi, Silvio Berlusconi aveva rivolto un breve saluto al leader libico, ricordando che "tutti dovrebbero rallegrarsi" della nuova amicizia tra Italia e Libia sancita dal Trattato di Bengasi e sottolineando che chi critica i rapporti di amicizia tra lui e Muammar Gheddafi "appartiene al passato, è prigioniero di schemi superati". (...). Qui la prosecuzione.

 



Esiste poi uno stupidario inarrivabile e che adesso non fa più ridere, ma inchioda i parolai saccenti ad un ruolo che hanno rivendicato con arroganza, tacitando gli altri.



Stupidario


Dittatore ti amerò



a cura di Alessandro Capriccioli



Ecco un breve sunto della politica estera del nostro Paese nelle dichiarazioni di Berlusconi, Frattini e altri



(21 febbraio 2011)



Scegliersi gli amici, 1

«Io sono legato da amicizia vera con il presidente egiziano Mubarak, con il presidente libico Gheddafi e con il presidente della Tunisia Ben Ali». (Silvio Berlusconi, 23 dicembre 2010)



Scegliersi gli amici, 2

«In questi quindici anni io ho avuto modo di incontrare più volte Gheddafi e di legarmi a lui da una vera e profonda amicizia: al leader riconosco una grande saggezza». (Silvio Berlusconi, 11 giugno 2009)



Il mio modello

«Gheddafi è una persona intelligentissima, altrimenti non sarebbe al potere 40 anni». (Silvio Berlusconi, 12 giugno 2009)



Simpatica canaglia

«Sono il primo a dire che la Libia può essere imbarazzante sul piano dei diritti umani, ma in passato quante volte abbiamo avuto rapporti con dittature ben più serie?» (Gaetano Quagliariello, 31 agosto 2010)



L'è minga un terun

«Gheddafi è importante perché si propone come rappresentante di tutti i paesi africani, E dalla Libia che passano tutti gli immigrati per venire in Italia, ed è per questo che abbiamo trovato un accordo con lui». (Umberto Bossi, 8 giugno 2010)



Do not disturb

«Non ho sentito Gheddafi. La situazione è in evoluzione e quindi non mi permetto di disturbare nessuno». (Silvio Berlusconi, 19 febbraio 2011)



Vederci lontano, 1

«Speriamo che il presidente Mubarak continui, come ha sempre fatto, a governare il suo paese con saggezza e con lungimiranza: il mondo considera l'Egitto un punto di riferimento per il processo di pace che non può venire meno». (Franco Frattini, 26 gennaio 2001)



Vederci lontano, 2

«E' importante che Hosni Mubarak resti in carica finché non sarà stata impostata la transizione». (Franco Frattini, 6 febbraio 2011)



Vederci lontano, 3

«Confido e credo che tutti gli occidentali pensino la stessa cosa: che ci possa essere in Egitto una transizione ad un sistema più democratico senza rotture con un presidente come Mubarak che da tutto l'occidente, Stati Uniti in testa, E'stato sempre considerato l'uomo pi?ù saggio ed un punto di riferimento preciso per tutto il Medio oriente». (Silvio Berlusconi, 4 febbraio 2011)



Che porti sfiga?

«Credo si debbano sostenere con forza i governi di quei Paesi, dal Marocco all'Egitto, nei quali ci sono re o capi di Stato che hanno costruito regimi laici tenendo alla larga il fondamentalismo». (Franco Frattini, 17 gennaio 2011)



Il bielopartito dell'amore

«L'amore del popolo bielorusso per il presidente Aleksandr Lukashenko si vede dai risultati elettorali che sono sotto gli occhi di tutti». (Silvio Berlusconi, 30 novembre 2009)



Tipo nell'89 a Tienanmen

«Il governo cinese? Apprezzo la loro politica dell'armonia. (Silvio Berlusconi, 6 luglio 2009)



Bastava il pensiero

«Medvedev e Putin sono un dono di Dio per il vostro Paese». (Silvio Berlusconi, 11 settembre 2010)



Fonte: http://espresso.repubblica.it/dettaglio/dittatore-ti-amero/2145064



Il trattato di amicizia, mai citato durante le trasmissioni che ho potuto seguire si trova qui e a seguire l'esito delle votazioni alla Camera e al Senato che lo hanno ratificato. Per questo ha totalmente ragione Emma Bonino, intervistata ieri dal Tg 3.



http://www.rai.tv/dl/RaiTV/programmi/media/ContentItem-f251a28f-d918-49d7-87d1-a69a768c676b-tg3.html



Riporto il preambolo e l'attenzione, per esempio, sull'articolo 4 o sull'articolo 6, nonchè sulla leggerezza che ha guidato gli estensori e i firmatari. Che poi si può sintetizzare ricorrendo ai sempiterni latini per i quali: pecunia non olet.



24 October 2008



Trattato di amicizia, partenariato e cooperazione tra la Repubblica Italiana e la Grande Giamahiria Araba Libica Popolare Socialista



PREAMBOLO

La Repubblica Italiana e la Grande Giamahiria Araba Libica Popolare Socialista, qui di seguito denominati “le Parti", consapevoli dei profondi legami di amicizia tra i rispettivi popoli e del comune patrimonio storico e culturale; decise ad operare per il rafforzamento della pace, della sicurezza e della stabilita, in particolare nella regione del Mediterraneo;

impegnate, rispettivamente, nell'ambito dell'Unione Europea e dell'Unione Africana nella costruzione di forme di cooperazione ed integrazione, in grado dì favorire l'affermazione della pace, la crescita economica e sociale e la tutela dell'ambiente;

ricordando l'importante contributo dell'Italia al fine del superamento del periodo dell'embargo nei confronti della Grande Giamahiria; tenendo conto delle importanti iniziative già realizzate dall'Italia in attuazione delle precedenti intese bilaterali;

esprimendo la reciproca volontà di continuare a collaborare nella ricerca, con modalità che saranno concordate tra le Parti, riguardante i cittadini libici allontanati coercitivamente dalla Libia in epoca coloniale; ritenendo di chiudere definitivamente il doloroso "capitolo del passato", per il quale l'Italia ha già espresso, nel Comunicato Congiunto del 1998, il proprio rammarico per le sofferenze arrecate al popolo libico a seguito della colonizzazione italiana, con la soluzione di tutti i contenziosi bilaterali e sottolineando la ferma volontà di costruire una nuova fase delle relazioni bilaterali, basata sul rispetto reciproco, la pari dignità, la piena collaborazione e su un rapporto pienamente paritario e bilanciato;

esprimendo, pertanto, l'intenzione di fare del presente Trattato il quadro giuridico di riferimento per sviluppare un rapporto bilaterale "speciale e privilegiata", caratterizzato da un forte ed ampio partenariato politico, economico e in tutti i restanti settori della collaborazione; hanno convenuto quanto segue:



Capo I



PRINCIPI GENERALI



Articolo 4

Non ingerenza negli affari interni


1. Le Parti si astengono da qualunque forma di ingerenza diretta o indiretta negli affari interni o esterni che rientrino nella giurisdizione dell'altra Parte, attenendosi allo spirito di buon vicinato.

2. Nel rispetto dei principi della legalità internazionale, l'Italia non userà, ne permetterà l'uso dei propri territori in qualsiasi atto ostile contro la Libia e la Libia non userà, né permetterà, l'uso dei propri territori in qualsiasi atto ostile contro l'Italia.




Articolo 6

Rispetto dei diritti umani e delle libertà fondamentali


Le Parti, di comune accordo, agiscono conformemente alle rispettive legislazioni, agli obiettivi e ai principi della Carta delle Nazioni Unite e della Dichiarazione Universale dei Diritti dell'Uomo.



 


Altre fonti: http://parlamento.openpolis.it/votazione/25181 Votazione alla Camera


http://parlamento.openpolis.it/votazione/25597 Votazione al senato



http://anidridecarbonica.wordpress.com/2010/08/31/trattato-amicizia-italia-libia-berlusconi-gheddafi/


domenica 20 febbraio 2011

Un ritorno tutto nuovo



Pago il pedaggio a sorella influenza e devo rassegnarmi, ma almeno dispongo del pc e...

Meglio riavvolgere il nastro delle ultime settimane per tornare ad un'altra domenica, quella del 9 gennaio, la prima trascorsa a casa del 2011. Ma anche una prima volta disastrosa, soprattutto pensando allo stato d'animo.

Rientrato il giorno prima, dopo aver provveduto a cancellare le tracce di una bella vacanza (disfare valigie, impostare lavatrici, accantonare i doni ricevuti) e ripreso contatto con la realtà e il calendario, soprattutto, che segnalava il ritorno al lavoro, penso che almeno un diversivo posso concedermelo. Perciò con tutta calma vado nella postazione informatica, cioè davanti al desk e premo il pulsante.

Bastano pochi minuti per procurarmi un brivido: la clessidra lampeggia sul monitor, rumori insoliti provengono dal case. Provo a fare finta di nulla e riavvio. In genere funziona, ma questa volta no. Identica situazione. Panico e sconforto, perché a differenza del passato adesso non posso più rivolgermi a quelli che erano colleghi. I tempi sono cambiati. Comunque un tentativo lo faccio alle 12:45 di una domenica già tormentata, inviando un sms alla persona che in genere mi assisteva. Non avendo più contatti da tempo esordisco con qualcosa del genere: “Come stai? Spero bene non come il mio pc”. Invio, ma poco convinto. Il cellulare tace, nel silenzio disperato ed irritante.

Inizia così un'attesa, in realtà scarsamente fiduciosa. Avrà ricevuto? Avrà letto? Come avrà reagito? Le amarezze si trascinano nel pomeriggio. In serata mi faccio più ardito: compongo il numero di casa, ma la risposta è disarmante: il nome che faccio è sconosciuto. Rispedisco lo stesso sms, stessa attesa e medesima conclusione. Allora provo con un altro collega, potrebbe avere notizie più aggiornate, come il numero. Anche con lui rapporti ormai inesistenti, ma se butti là qualche banalità si supera l'eventuale imbarazzo. E a me serve per arrivare al dunque. Annoto il numero che mi viene fornito e che avevo a suo tempo trascritto erroneamente, il cellulare è rimasto inalterato. Allora chissà perché non mi ha risposto. Ma nel frattempo si è fatto tardi e non mi pare il caso di tentare.

Riprovo il giorno dopo con una mail a cui segue la risposta che, più o meno, avevo paventato. Mi conferma, soprattutto, che in effetti i tempi sono cambiati e devo rivolgermi altrove, aggiungendo in un'estensione del passato che fu, il nome di un tecnico.

Affretto i tempi, porto l'illustre malato a destinazione e purtroppo il verdetto è sfavorevole, forse peggio di quanto ipotizzato. Salviamo tutti i dati su un supporto esterno, posta compresa. Poi ha via libera per procedere. Il fine settimana è dedicato all'acquisto di un nuovo computer, perché non posso conoscere i tempi necessari per la non certa riparazione e inoltre è impensabile restare privo di pc per un periodo indeterminato. Per incoraggiarmi, considero che comunque avevo da tempo l'intenzione di scegliere un notebook, da affiancare al desktop, magari da appoggiare in soggiorno con un router piazzato nel punto giusto.

La scelta si rivela indovinata, perché il vecchio pc è tornato in mio possesso solo un paio di giorni fa e nel frattempo ho familiarizzato con il nuovo sistema operativo Seven, mi sono adeguato piacevolmente alla nuova postazione che mi offre nuove e diverse opportunità, mentre il lavoro maggiore deriverà dall'esigenza di confrontare i dati, eliminare i numerosi file ormai obsoleti e approfondire l'uso e la conoscenza di Thunderbird, che ormai ho scelto per gestire la posta elettronica (meglio, molto meglio di OE) e anche di Open Office. Infatti tra le sorprese di Seven l'incompatibilità con Office 2003, perché solo Office 2010 è accettato (e non è installato di base, guarda un po'!), mentre Open Office legge ogni tipo di file ed è perfettamente compatibile.

Per non far torto al desktop dovrò dedicargli però rinnovate attenzioni. Di fatto mi ritrovo un pc potenziato, con il raddoppio della Ram e una nuova scheda madre, Office 2010, una serie di programmi indispensabili e la possibilità di collegare lo scanner (di cui faccio un discreto uso) e altre periferiche, mentre il portatile può ben supportare le chiavette Usb.

Ma perché mi sono dilungato in questa narrazione? Per spiegare l'assenza da questo blog, riempita in modo approssimativo da sporadici post che però non rappresentano la mia volontà di vivere il rapporto con lettori e commentatori. Da adesso mi auguro che la presenza sia costante, così come il contatto con coloro che sono (erano?) abituati a seguirmi.

Tralascio, perciò, le considerazioni sui rapporti con le persone, sulla fiducia negli altri, forse perché - come si usa dire – tutto è bene quel che finisce bene e che, in fondo, mi ritrovo una dotazione potenziata che forse, solo forse, ipotizzavo.

Certo che avere il notebook sempre a portata di mano costituisce una tentazione irresistibile: in pratica non te ne staccheresti mai, ma dopo le prime serate che si concludevano non prima dell'una, le due di notte, ho dovuto convenire che forse non era il caso di proseguire con queste dosi così forti. Così dopo aver placato l'astinenza forzata, mi sono imposto ritmi più “umani”. E adesso l'influenza con tentazioni pericolose: stare al calduccio nel letto con il pc accanto, ma so che saprò resistere.


giovedì 20 gennaio 2011

Il re nudo

Mala tempora currunt. Meglio raccontare una favola che però è attualissima nella disgustosa e repellente realtà.





I vestiti nuovi dell'imperatore


Fiaba di Hans Christian Andersen



Molti anni fa viveva un imperatore che amava tanto avere sempre bellissimi vestiti nuovi da usare tutti i suoi soldi per vestirsi elegantemente. Non si curava dei suoi soldati né di andare a teatro o di passeggiare nel bosco, se non per sfoggiare i vestiti nuovi. Possedeva un vestito per ogni ora del giorno e come di solito si dice che un re è al consiglio, così di lui si diceva sempre: «E nello spogliatoio!».

Nella grande città in cui abitava ci si divertiva molto; ogni giorno giungevano molti stranieri e una volta arrivarono due impostori: si fecero passare per tessitori e sostennero di saper tessere la stoffa più bella che mai si potesse immaginare. Non solo i colori e il disegno erano straordinariamente belli, ma i vestiti che si facevano con quella stoffa avevano lo strano potere di diventare invisibili agli uomini che non erano all'altezza della loro carica e a quelli molto stupidi.

"Sono proprio dei bei vestiti!" pensò l'imperatore. "Con questi potrei scoprire chi nel mio regno non è all'altezza dell'incarico che ha, e riconoscere gli stupidi dagli intelligenti. Sì, questa stoffa dev'essere immediatamente tessuta per me!" e diede ai due truffatori molti soldi, affinché potessero cominciare a lavorare.

Questi montarono due telai e fecero fìnta di lavorare, ma non avevano proprio nulla sul telaio. Senza scrupoli chiesero la seta più bella e l'oro più prezioso, ne riempirono le borse e lavorarono con i telai vuoti fino a notte tarda.

"Mi piacerebbe sapere come proseguono i lavori per la stoffa" pensò l'imperatore, ma in verità si sentiva un po' agitato al pensiero che gli stupidi o chi non era adatto al suo incarico non potessero vedere la stoffa. Naturalmente non temeva per se stesso; tuttavia preferì mandare prima un altro a vedere come le cose proseguivano. Tutti in città sapevano che straordinario potere avesse quella stoffa e tutti erano ansiosi di scoprire quanto stupido o incompetente fosse il loro vicino.

"Manderò il mio vecchio bravo ministro dai tessitori" pensò l'imperatore "lui potrà certo vedere meglio degli altri come sta venendo la stoffa, dato che ha buon senso e non c'è nessuno migliore di lui nel fare il suo lavoro."

Il vecchio ministro entrò nel salone dove i due truffatori stavano lavorando con i due telai vuoti. "Dio mi protegga!" pensò, e spalancò gli occhi "non riesco a vedere niente!" Ma non lo disse.

Entrambi i truffatori lo pregarono di avvicinarsi di più e chiesero se i colori e il disegno non erano belli. Intanto indicavano i telai vuoti e il povero ministro continuò a sgranare gli occhi, ma non potè dir nulla, perché non c'era nulla. "Signore!" pensò "forse sono stupido? Non l'ho mai pensato ma non si sa mai. Forse non sono adatto al mio incarico? Non posso raccontare che non riesco a vedere la stoffa!"

«Ebbene, lei non dice nulla!» esclamò uno dei tessitori.

«È splendida! Bellissima!» disse il vecchio ministro guardando attraverso gli occhiali. «Che disegni e che colori! Sì, sì, dirò all'imperatore che mi piacciono moltissimo!»

«Ne siamo molto felici!» dissero i due tessitori, e cominciarono a nominare i vari colori e lo splendido disegno. Il vecchio ministro ascoltò attentamente per poter dire lo stesso una volta tornato dall'imperatore, e così infatti fece.

Gli imbroglioni richiesero altri soldi, seta e oro, necessari per tessere. Ma si misero tutto in tasca; sul telaio non giunse mai nulla, e loro continuarono a tessere sui telai vuoti.

L'imperatore inviò poco dopo un altro onesto funzionario per vedere come proseguivano i lavori, e quanto mancava prima che il tessuto fosse pronto. A lui successe quello che era capitato al ministro; guardò con attenzione, ma non c'era nulla da vedere se non i telai vuoti, e difatti non vide nulla.

«Non è una bella stoffa?» chiesero i due truffatori, spiegando e mostrando il bel disegno che non c'era affatto.

"Stupido non sono" pensò il funzionario "è dunque la carica che ho che non è adatta a me? Mi sembra strano! Comunque nessuno deve accorgersene!" e così lodò la stoffa che non vedeva e li rassicurò sulla gioia che i colori e il magnifico disegno gli procuravano. «Sì, è proprio magnifica» riferì poi all'imperatore.

Tutti in città parlavano di quella magnifica stoffa.

L'imperatore volle vederla personalmente mentre ancora era sul telaio. Con un gruppo di uomini scelti, tra cui anche i due funzionari che già erano stati a vederla, si recò dai furbi truffatori che stavano tessendo con grande impegno, ma senza filo.

«Non è magnifique?» esclamarono i due bravi funzionari. «Sua Maestà guardi che disegno, che colori!» e indicarono il telaio vuoto, pensando che gli altri potessero vedere la stoffa.

"Come sarebbe!" pensò l'imperatore. "Io non vedo nulla! È terribile! sono forse stupido? o non sono degno di essere imperatore? È la cosa più terribile che mi possa capitare". «Oh, è bellissima!» esclamò «ha la mia piena approvazione!» e ammirava, osservandolo soddisfatto, il telaio vuoto; non voleva dire che non ci vedeva niente. Tutto il suo seguito guardò con attenzione, e non scoprì nulla di più; tutti dissero ugualmente all'imperatore: «È bellissima» e gli consigliarono di farsi un vestito con quella nuova meravigliosa stoffa e di indossarlo per la prima volta al corteo che doveva avvenire tra breve. «E' magnifìque, bellissima, excellente » esclamarono l'uno con l'altro, e si rallegrarono molto delle loro parole. L'imperatore consegnò ai truffatori la Croce di Cavaliere da appendere all'occhiello, e il titolo di Nobili Tessitori.

Tutta la notte che precedette il corteo i truffatori restarono alzati con sedici candele accese. Così la gente poteva vedere che avevano da fare per preparare il nuovo vestito dell'imperatore. Finsero di togliere la stoffa dal telaio, tagliarono l'aria con grosse forbici e cucirono con ago senza filo, infine annunciarono: «Ora il vestito è pronto.»

Giunse l'imperatore in persona con i suoi illustri cavalieri, e i due imbroglioni sollevarono un braccio come se tenessero qualcosa e dissero: «Questi sono i calzoni; e poi la giacca - e infine il mantello!» e così via. «La stoffa è leggera come una tela di ragno! si potrebbe quasi credere di non aver niente addosso, ma e proprio questo il suo pregio!».

«Sì» confermarono tutti i cavalieri, anche se non potevano vedere nulla, dato che non c'era nulla.

«Vuole Sua Maestà Imperiale degnarsi ora di spogliarsi?» dissero i truffatori «così le metteremo i nuovi abiti proprio qui davanti allo specchio.» L'imperatore si svestì e i truffatori fìnsero di porgergli le varie parti del nuovo vestito, che stavano terminando di cucire; lo presero per la vita come se gli dovessero legare qualcosa ben stretto, era lo strascico, e l'imperatore si rigirava davanti allo specchio.

«Come le sta bene! come le dona!» dissero tutti. «Che disegno! che colori! È un abito preziosissimo!»

«Qui fuori sono arrivati i portatori del baldacchino che dovrà essere tenuto sopra Sua Maestà durante il corteo!» annunciò il Gran Maestro del Cerimoniale.

«Sì, anch'io sono pronto» rispose l'imperatore. «Mi sta proprio bene, vero?» E si rigirò ancora una volta davanti allo specchio, come se contemplasse la sua tenuta.

I ciambellani che dovevano reggere lo strascico finsero di afferrarlo da terra e si avviarono tenendo l'aria, dato che non potevano far capire che non vedevano niente.

E così l'imperatore aprì il corteo sotto il bel baldacchino e la gente che era per strada o alla finestra diceva: «Che meraviglia i nuovi vestiti dell'imperatore! Che splendido strascico porta! Come gli stanno bene!». Nessuno voleva far capire che non vedeva niente, perché altrimenti avrebbe dimostrato di essere stupido o di non essere all'altezza del suo incarico. Nessuno dei vestiti dell'imperatore aveva mai avuto una tale successo.

«Ma non ha niente addosso!» disse un bambino. «Signore sentite la voce dell'innocenza!» replicò il padre, e ognuno sussurrava all'altro quel che il bambino aveva detto.

«Non ha niente addosso! C'è un bambino che dice che non ha niente addosso!»

«Non ha proprio niente addosso!» gridava alla fine tutta la gente. E l'imperatore, rabbrividì perché sapeva che avevano ragione, ma pensò: "Ormai devo restare fino alla fine". E così si raddrizzò ancora più fiero e i ciambellani lo seguirono reggendo lo strascico che non c'era.



FINE