martedì 11 maggio 2010

Ė la stampa, bellezza - 1




La Grecia e l’Italia, l’esercizio della memoria, un ometto suscettibile e rancoroso. La sintesi della personale rassegna stampa è racchiusa in questi confini.
Barbara Spinelli, su “La Stampa” confeziona un commento con i fiocchi, analizzando l’attuale situazione greca al di fuori della stereotipizzata iconografia che accompagna le riflessioni sulla tragedia economica e sociale che non caratterizza solo la penisola ellenica, ma anche le peripatetiche sorti italiche.
Due i link all’interno del suo articolo. Se trovare il primo collegamento è stato semplice, non altrettanto per il secondo che riguarda un’intervista d’annata (siamo nel 1998) al giudice Gherardo Colombo. Presente certamente in cartaceo nel personale archivio (ma dovrei scartabellare parecchio), ho invece faticato non poco per trovare la fonte originale, vale a dire il pezzo pubblicato sul “Corriere della Sera”. Ci sono siti che la citano, altri che la riportano integralmente, ma poiché mi fido solo di me stesso e sono un po’ sospettoso su eventuali rimaneggiamenti altrui, sono andato ad abbeverarmi alla fonte, vale a dire all’archivio del quotidiano milanese. Se condivido articoli devono essere conformi all’originale o rimandare ad esso. Nella circostanza ho anche deciso di pubblicare integralmente l’intervista di Giuseppe D’Avanzo.
Le parole di Colombo, magistrato di punta di Mani Pulite, che già all’epoca suscitarono il tradizionale vespaio di polemiche, risuonano attualissime anche dodici anni dopo. Il vizio della memoria, insomma, va coltivato più che mai. Meglio essere recidivi. Oppure fare ammenda del passato, come dimostra l’ex Presidente della Repubblica Ciampi nell’intervista a “La Stampa”, quando riconosce il grave errore commesso allargando l’area euro. Ma è il mercato, bellezza, sono le delocalizzazioni e l’incremento spropositato dei profitti dei ricchi o dei ladri fiscali (chè non c’è differenza).
E poi il video di Ascanio Celestini, moderno menestrello che con il suo fantastico apologo ha provocato l’ennesimo rigurgito censorio al papi, proprio mentre è impegnato con Veronica sul milione più milione meno da concedere. Quando si dice: “piove sul bagnato”.
Buona lettura e serena incazzatura.

Atene e Roma società del ricatto
BARBARA SPINELLI
 
Ci vorranno non mesi ma anni, perché la Grecia trovi la forza, in se stessa, di assumere il fardello molto pesante di sacrifici che il primo ministro George Papandreou ha presentato giovedì alle camere. Molti demoni dovrà combattere, molte tribolazioni le si accamperanno davanti man mano che si snoderà la via stretta del risanamento, e in cuor loro i greci l’hanno appreso, in queste settimane di prova: non sono tutti esterni, i demoni; non vengono tutti dal mercato o dalle agenzie di rating le minacce, i sospetti, gli assalti. I mali della Grecia sono in massima parte interni: sono parte della sua storia, dell’uso che è stato fatto di essa, delle memorie paralizzanti che l’impacchettano. Se la resistenza ad accettare la nuova austerità è così vasta, se il coraggio di Papandreou fatica a imporsi, è perché dietro di lui c’è un paese smagato, disunito, radicalmente sfiduciato.
È una sfiducia che ha radici antiche e che risale all’impero ottomano, ma che non ha vissuto una catarsi nel dopoguerra. Lo Stato non ha tratto vigore dalla resistenza al nazifascismo, supinamente ha accettato per decenni di essere una guarnigione della Nato, ha consentito alla dilatazione di un potere militare abnorme: un potere che gli Stati Uniti hanno sfruttato a piacimento, nella guerra fredda. Fin dal dopoguerra Washington ha appoggiato costantemente le destre, non esitando a distruggere le energie della Resistenza e ad appoggiare la dittatura dei colonnelli fra il ’67 e il ’74. L’ingresso greco in Europa e nell’Euro non ha coinciso con uno Stato redento, e oggi i frutti avvelenati di quell’occasione mancata si toccano con mano. Nel giorno del grande esame  lo Stato in bancarottanon c’è quella che Leopardi chiama una società stretta, addomesticatrice di egoismi e interessi particolari. Sono scettici e disillusi soprattutto i giovani, che hanno visto degradarsi ai vertici il senso dello Stato, dilagare una corruzione senza limiti, estendersi l’impunità di politici e partiti complici nella difesa dello status quo.
I manifestanti ateniesi domandano questo, in sostanza: come fidarsi di uno Stato che non si è limitato a truccare bilanci ma ha tragicamente fallito la propria rigenerazione? Il direttore del quotidiano Kathimerini, Alexis Papachelas, afferma che per uscire dal marasma servono misure non solo economiche, ma politiche, civili. Quel che urge recuperare non è l’identità offesa della Nazione, come reclamano alcuni, ma la dirittura e l’equità dello Stato: «La sola vera cura è un emendamento costituzionale concordato fra i politici cheannulli l’immunità di cui godono ministri e parlamentari, la riduzione del numero dei parlamentari a 200, l’invio di farabutti ed evasori fiscali davanti alle corti o in carcere». Se la crisi vuol essere catarsi, devono emendarsi le scelte economiche ma anche le usanze della politica. Sullo stesso giornale, Nikos Xydakis chiede una «rinascita antropologica».
È il motivo per cui sono tante le somiglianze tra Grecia e Italia, e degne di esser studiate. Negli ultimi giorni si è parlato di un rischio Italia, oltre che spagnolo e portoghese: in genere a torto, per quanto riguarda la nostra economia, il risparmio delle famiglie, la salute delle banche, il deficit dello Stato. Finanziariamente, Roma non vacilla come Atene. È vero anche che la Resistenza non è stata svilita e soppressa con l’aiuto delle forze alleate, come nella guerra civile greca. Nella nostra storia antica e recente abbiamo potuto contare su uomini e istituzioni profondamente fedeli alla res publica, e non siamo stati tormentati, come in Grecia, da una casta militare potenzialmente sovversiva. Ma se si guarda alla fiducia che i cittadini hanno nell’imperio della legge e nella cosa pubblica, le affinità sono impressionanti. Esiste anche in Italia una fondamentale diffidenza verso lo Stato, la legge. Alcune regioni a Sud sono dominate da mafie che di tale miscredenza si nutrono da un secolo. Esiste a Nord e a Milano un disprezzo delle istituzioni pubbliche, del civismo, della legalità, non meno annoso e intenso. Anche qui lo sforzo di rinascere tarda a mobilitarsi. Tarda a nascere una destra autentica, che con Fini fabbrichi futuro e riempia il temibile vuoto. Tarda a sinistra un rapporto non intimidito con il conflitto.
Anche l’anniversario dell’unità d’Italia, lo prepariamo dolendoci più della scarsa identità comune che dell’incultura dello Stato. Si può certo vivacchiare senza cultura dello Stato, della legalità: sia i greci che gli italiani lo fanno da decenni. Ma quando arriva l’ora della prova, l’assenza di fiducia rischia di divenire un fatale cappio al collo per chi impone sacrifici. La gente semplicemente non segue, si sparpaglia, si scinde in mille corporazioni ingovernabili. Per aderire a sacrifici, la società deve pur sempre riconoscersi nello Stato risanatore: nella sua affidabilità, nella sua vocazione a mantenere la parola data, nella rettitudine dei suoi servitori. È la ragione per cui Daniel Cohn-Bendit, intervistato giovedì da la Repubblica, invita a riflettere sulla società e lo Stato ellenico, oltre che sull’economia: «Uno Stato in cui in Grecia non s’identifica nessuno o quasi nessuno. È sempre stato lo Stato degli altri, lo Stato dei ricchi e dei potenti, ognuno lo ha strumentalizzato per sé. È sempre apparso lo Stato dei corrotti, e la gente ha partecipato alla corruzione. Adesso bisogna cambiare tutto questo, ma ci vuole tempo».
Il deputato europeo ammira Papandreou, e critica chi confonde i manifestanti ateniesi con i pochi estremisti che il 5 maggio hanno provocato la morte di tre impiegati della Marfin Egnatia Bank. Il lettore, ascoltando queste parole, avrà legittimamente l’impressione di sentir narrata anche l’Italia: la nascita di uno Stato contaminato dalla corruzione fin dall’inizio della Repubblica, il peso esercitato da potentati esterni interessati all’esistenza di uno Stato parallelo e incontrollato, i patti stretti dalla politica con l’illegalità e la malavita, la magra incidenza che ha avuto Mani Pulite nell’ultimo ventennio, l’impunità dei politici, la magistratura sabotata. Non diversamente dalla Grecia, l’Italia è decaduta fra il dopoguerra e oggi perché piano piano si è creato, fra i partiti, un pericoloso consenso in difesa dello status quo: status quo fondato sulla svalutazione dello Stato, della legalità. Viene in mente, più che attuale, l’allarme lanciato il 22 febbraio ‘98 dal giudice Gherardo Colombo, in un’intervista a Giuseppe D’Avanzo sul Corriere: il male, disse, era in Italia la diffusa società del ricatto, non affermatasi di recente ma fin da quando gli americani, pur di esser facilitati nello sbarco in Sicilia, chiesero aiuto alla mafia.
È in quegli anni che «si è stabilito un rapporto di "quieto vivere" con questa organizzazione criminale, che ha caratterizzato decenni della nostra storia. (...) Il compromesso in Italia è stato sempre opaco e occulto. (...) Negli ultimi venti anni la storia della nostra Repubblica è una storia di accordi sottobanco e patti occulti». La democrazia degenera così, secondo l’ex magistrato di Mani Pulite: non a causa di una conflittualità troppo accesa e dai toni troppo alti, che sono anzi il suo sale. Le «nuove regole della Repubblica vanno organizzate non attorno al conflitto, ma attorno al compromesso». È quest’ultimo che va imbrigliato, assai più del conflitto.È straordinario come la crisi metta in luce proprio questa verità, apparentemente paradossale: se usciremo dalla crisi rinnovati, se sapremo radunare le forze in caso di tracolli, è perché avremo smosso gli opachi patti dello status quo. Non se difenderemo una democrazia fondata sulla discussione, la critica, il disvelarsi del nascosto e del sommerso. La crisi ha questo, di catartico. Porta alla luce difetti di fondo, politici e culturali più che finanziari. Suona il campanello: la ricreazione è finita. Dà nuovo senso ai tentativi di rigenerazione, anche quelli insabbiati e morti. La strada stretta consiste nel riconoscerlo.
(9 maggio 2010)




L' INTERVISTA / Il pm del Pool: " La strada dell' Italia verso la " normalità " ? Per ora vedo farsi avanti solo il vecchio "



" Le riforme ispirate dalla società del ricatto "



L'INTERVISTA/ Il pm del Pool: "La strada dell'Italia verso la "normalità"? Per ora vedo farsi avanti solo il vecchio" "Le riforme ispirate dalla società del ricatto" Gherardo Colombo: vogliono ridimensionare la magistratura per proseguire nei patti occulti "Le tendenze della bozza Boato sono sulla strada del ritorno al passato" "Non lanciamo messaggi: il nostro riferimento è la legge" "L'amnistia equivale a oblio: gli accordi sottobanco trovano forza nelle cose non scoperte"
 
MILANO - C'è in Italia una "società del ricatto" frutto degli opachi compromessi degli ultimi venti anni della Repubblica. Una "società" ben viva, ben vegeta, assai vivace. Per nulla convinta di dover cedere il passo. Al contrario, obbligata - per garantirsi il futuro - a riprendere in mano il "gioco" della politica. Il pubblico ministero Gherardo Colombo non parla con impeto. Sceglie le parole, lentissimamente, una dopo l'altra, torturandosi i capelli pazzamente scarruffati. Il suo ragionamento non è rassicurante: la Bicamerale è figlia di quella "società del ricatto", come la chiama. Il tentativo di riscrivere la seconda parte della Costituzione è la sola strada a disposizione di quella "società" per occultare il passato. La conclusione del magistrato inquieta: "La nuova Costituzione può avere come fondamento quel ricatto".
Gherardo Colombo occupa una stanza appartata nel lungo corridoio della Procura di Milano, lontano dall'elegante ufficio di Francesco Saverio Borrelli. Ogni angolo, nella sua stanza, e' intasato da faldoni giudiziari. Il pubblico ministero ha lo scrittoio assediato dalle "carte". Vi emerge a fatica soltanto il video del computer. La Bicamerale... "Se vuole parlare di Bicamerale bisogna fare un premessa...". Facciamo la premessa... "Le mie considerazioni non vogliono (come è ovvio) e non potrebbero (come è giusto) condizionare il lavoro del Parlamento nella riscrittura della seconda parte della Costituzione. Le mie sono soltanto osservazioni di carattere generale sul tema della giustizia e dei modi di amministrarla".
Premessa fatta. Cominciamo. I lavori "costituenti" del Parlamento sono lo sforzo di ridefinire, con il rapporto tra i diritti dei cittadini e i poteri dello Stato, un orizzonte di pacificazione nazionale indicando valori e modi da tutti condivisi. È il percorso che, per dirla con una fortunata espressione di D'Alema, dovrebbe guidare l'Italia verso la "normalità". Domanda: lei condivide le ragioni di questo tentativo? "Io credo che sia giusto preparare e costruire la "normalità". Pur tuttavia non bisogna dimenticare la storia recente e passata. La ricerca della pacificazione non deve ignorare l'esistenza del conflitto". Lei ritiene necessario il conflitto? "Ritengo necessario che si consideri il conflitto. Le spiego il perché. Io credo che una società moderna e complessa debba vivere cercando l'armonia, ma tenendo conto dell'esistenza di contrapposizioni e rendendole evidenti. La trasparenza del conflitto è il presupposto essenziale per il suo superamento. Conflitti tra opposti mondi di valori, di interessi e opposti modi di organizzare la società, lo Stato, la rappresentanza. Al contrario, nella "normalità" che ci viene agitata sotto gli occhi, io vedo farsi avanti non il nuovo, ma il vecchio. Meglio, l'antico. Non il conflitto trasparente, ma il compromesso opaco". Perché il compromesso, a suo avviso, è necessariamente opaco? La "politica non è il luogo delle cose desiderabili, ma di quelle fattibili" diceva Aldo Moro. La politica è, per definizione, l'arte del possibile e, quindi, del compromesso. "Il compromesso in Italia è stato sempre opaco e occulto. Le dico di più, negli ultimi venti anni la storia della nostra Repubblica è una storia di accordi sottobanco e patti occulti. L'Italia la si può raccontare a partire da una parola...". Una parola sola? Quale? "Ricatto". Ricatto? "Mi spiego con qualche esempio. Dallo sbarco degli alleati in Sicilia, e dalla scelta di coinvolgere la mafia per facilitarlo, si è stabilito un rapporto di "quieto vivere" con questa organizzazione criminale, che ha caratterizzato decenni della nostra storia. È stato un accordo necessariamente occulto. E ancora più occulto e opaco è stato necessariamente il suo perpetuarsi. Cosa ha potuto produrre se non il ricatto? Il ricatto dei poteri criminali sulla politica. Un altro esempio di quel modo di governare il Paese con il compromesso, e poi con il ricatto, è il "caso Cirillo". Ricorda? Una parte della Dc si accorda con la camorra di Raffaele Cutolo per la liberazione dell'assessore Ciro Cirillo concedendo, in cambio, l'accesso della criminalità alle risorse pubbliche della ricostruzione post - sismica. E potrei continuare: i fondi neri dell'Iri; la P2...". Ma lei parla di un passato ormai remoto. "Lei dice?". Lei dice di no? "Io dico di no. Situazioni attuali, sintomo della stessa logica, se ne potrebbero trovare a decine. Io dico che nel metabolismo politico - sociale del Paese ci sono ancora le tossine dei ricatti possibili e sono queste tossine che consigliano di organizzare le nuove regole della Repubblica non intorno al conflitto, ma intorno al compromesso. E un passaggio chiave di questa necessità della società politica è appunto la Bicamerale".
Lei mi sta dicendo, se non capisco male, che la Bicamerale è la strada obbligata per chi, partecipe degli illeciti di ieri, oggi è obbligato a scegliere l'accordo perché non può permettersi un conflitto che, con quel passato, sarebbe troppo rischioso? "È detto in modo un po' brutale, ma è quel che penso. Ecco perché, a mio avviso, la Bicamerale deve anche affrontare la questione della giustizia. È evidente, infatti, che oggi molti appartenenti al potere giudiziario non rispondono alle regole del compromesso, e se le regole non valgono per tutti è come se non esistessero". Dell'oggi parliamo subito dopo, ma anche nel più recente passato, perbacco, la magistratura non mi è sembrata estranea a quel sistema che lei chiama "del ricatto". Anzi credo che la magistratura sia stata uno degli snodi di quella strategia. "Ieri anche la magistratura, salve eccezioni rese inoffensive, ha fatto parte di quella società del ricatto che è stata (e purtroppo è ancora) l'Italia. Le inchieste erano aperte o rapidamente finivano nel nulla per sostenere il ricatto della politica. Ricorda cosa accadde a Sarcinelli, capo della vigilanza della Banca d'Italia, arrestato quando si opponeva al salvataggio di Michele Sindona? E ricorda come morì Giorgio Ambrosoli?". E oggi? A suo avviso, oggi la magistratura è estranea alla "società del ricatto", per usare la sua espressione? "Oggi la magistratura è meno inserita in quella società. Magari fa degli errori. Magari scivola in qualche sconfinamento. Magari c'è chi è ancora omologo a quel sistema. Per questo, credo, quella "società" minaccia la sua indipendenza. Il problema è tutto lì. La magistratura è una variabile non coerente con il sistema consociativo. Per questo infastidisce, preoccupa, inquieta. Potere diffuso per antonomasia, può rompere in qualsiasi punto e imprevedibilmente il patto del silenzio, della complicità consociativa che il ricatto consiglia. Ecco la necessità di ridimensionare l'indipendenza del magistrato. Una magistratura meno indipendente, o addirittura dipendente, non riuscirebbe più a svolgere il controllo di legalità che le e' proprio".
Le chiedo, ancora una volta in modo un po' brutale: lei crede che la bozza Boato che sarà discussa dal Parlamento abbia quest'obiettivo? "Questo non lo so, ma con franchezza posso dirle che il sistema di controllo dell'azione giudiziaria, ieri, passava attraverso le scelte dei capi dell'ufficio. La magistratura si è liberata da questo cappio e Mani Pulite è stata possibile". E domani? "Per domani le tendenze sono evidenti. L'aumento dei membri del Consiglio superiore nominati dal Parlamento, l'istituzione di un procuratore disciplinare (e cioè di controllo di ogni singolo magistrato) eletto dal Senato sono sulla strada di un ritorno al passato. Ovvero a un limitato esercizio di verifica dell'applicazione delle leggi. Diventerebbe problematica la possibilità di svelare le cause del ricatto. La strada da percorrere, a mio avviso, è un'altra: svelare tutti gli illeciti, indicare tutte le responsabilità. Solo così la nuova Costituzione non avrà come fondamento il ricatto. Solo così la società italiana potrà crescere tra trasparenti conflitti e non accompagnata da occulti accordi".
Lei parla di "ricatto", eppure avevamo ricavato l'impressione che Mani Pulite avesse disarticolato il sistema della corruzione... "Disarticolato? Vuole scherzare? Noi abbiamo appena inciso la superficie della crosta. Se avessimo disarticolato qualcosa, dinanzi alle difficoltà di vedere evase le nostre rogatorie internazionali, il ministro di Grazia e Giustizia si sarebbe mosso, avrebbe investito il suo collega degli Affari esteri. Il ministro degli Esteri avrebbe sollecitato i governi stranieri. E invece...". E invece? "È storia d'oggi. Dopo un anno di impasse, è la sortita del procuratore confederale Carla Del Ponte a smuovere qualcosa o almeno la promessa di qualcosa. No, ahimè, abbiamo toccato soltanto la superficie. Chi non è stato toccato dall'azione della magistratura e ha scheletri nell'armadio si sente non protetto, debole perché ricattabile. La società del ricatto trova la sua forza, appunto, su ciò che non e' stato scoperto".
C'e' chi accusa: Mani Pulite ha colpito soltanto una parte del sistema politico (Dc, Psi) non testando colpevolmente - per interesse, convenienza, appartenenza politica o culturale - le responsabilità di altri (Pci - Pds). C'è chi dirà: Colombo e, con Colombo il pool, invia un messaggio a D'Alema: "Attento, se passa la riforma verremo a cercare gli scheletri nel tuo armadio e sappiamo che ci sono". "Un discorso di questo genere si basa su una serie di premesse false. Per lo meno tre. Primo, che noi non abbiamo approfondito con la stessa attenzione tutte le responsabilità, da una parte e dall'altra. Secondo, che la Procura di Milano ha la possibilità di scegliere i temi e le persone da indagare indipendentemente dall'esistenza di una notizia di reato. Terzo, che non siamo indipendenti. Una volta si diceva da questa o quella forza politica. Oggi si dice dalla nostra voglia di potere, dai nostri interessi personali". Bene, è vero, le premesse di quell'accusa possono essere queste. Lei che risponde? "Che noi abbiamo approfondito tutte le responsabilità, da una parte e dall'altra, è dimostrabile anche documentalmente. Può muovere l'obiezione che le mie parole siano una minaccia solo chi pensa che noi abbiamo delle cose nel cassetto e le sviluppiamo o meno a seconda di quel che succede intorno. Via, la falsità delle premesse non consentirebbe di affrontare la critica e tuttavia qualche cosa voglio aggiungere". Aggiunga. "Il nostro riferimento esclusivo è la legge. Pensi quanti, quante volte, e con quali mezzi hanno tentato di dimostrare il contrario senza riuscirci. Le vicende e le soluzioni della Bicamerale, come di qualsiasi altra sede al di fuori di quella giudiziaria, non hanno la capacità di influire sul nostro lavoro. Voglio dire che tutto ciò è assolutamente indifferente rispetto all'amministrazione della giustizia".
Non le pare che l'amnistia possa essere una soluzione all'esigenza di rimuovere le cause del ricatto? In fondo, se il ricatto si basa sul timore della punizione degli illeciti commessi in passato, che cosa ci potrebbe essere di meglio adesso che evitare la loro punibilità attraverso un generalizzato provvedimento di clemenza? "Non credo che la forza del ricatto stia nel timore di essere puniti, quanto nella paura di essere scoperti. Per quanto si sia perso il senso dell'onore, i rapporti tra l'opinione pubblica continuano a funzionare con riferimento più alla responsabilità che alla punibilità. E allora le cose non cambierebbero molto, soprattutto in un Paese come il nostro dove la pena, salvi gli emarginati, è applicata eccezionalmente. Per dire, la maggioranza dei reati di cui ci occupiamo cadrà in prescrizione. L'amnistia equivale a oblio: produce occultamento del conflitto e diventa generatrice del ricatto. Se vuole, ricominciamo da capo". No, per carità, fermiamoci qui. Può bastare, grazie.
Giuseppe D’Avanzo
(22 febbraio 1998)




INTERVISTA
Ciampi: "Che errore allargare l'euro"
Parla l'ex capo dello Stato
                                                                 di MARCELLO SORGI
 
Presidente Ciampi, ma uno come lei che l’euro l’ha fatto con le sue mani, da ministro del Tesoro, poi da presidente del Consiglio e da Presidente della Repubblica, si aspettava una crisi così forte e improvvisa della moneta comune?
«Potrei risponderle di no, o almeno non di queste dimensioni. Ma se ripenso ai giorni in cui l’euro fu deciso, devo essere sincero: ci eravamo ripromessi, tutti quanti i rappresentanti dei Paesi dell’Unione Europea che avevano deciso di dar vita al sistema della moneta unica, di adoperarci per un più forte coordinamento delle politiche economiche dei governi. Avevamo la sensazione, chiarissima, che non sarebbe bastato il rispetto di ciascuno di noi per la disciplina che avevamo scelto, il famoso tre per cento del rapporto tra Pil e debito pubblico imposto da Maastricht. Occorreva anche continuare il lavoro comune per far sì che insieme con il comportamento virtuoso dei singoli, necessario per restare all’interno del sistema, si facesse strada una forma di collaborazione più intensa e continuativa, dalla quale l’Unione Europea nel suo complesso sarebbe uscita rafforzata».
Fino ad approdare a quell’unione politica, e federale, agli Stati Uniti d’Europa, che in quell’epoca era lecito sognare e che invece nel tempo si sono rivelati un obiettivo molto più difficile da raggiungere?
«L’auspicio era questo. Anche se a Bruxelles, quando l’euro fu varato, si parlava solo di moneta unica e di coordinamento delle politiche economiche. C’era un nesso evidente tra la decisione di entrare in un’epoca nuova, superando le difficoltà, e anche qualche diffidenza, che fino all’ultimo rischiavano di compromettere tutto, e l’impegno a fare in modo che il legame tra i diversi partners fondato sulla moneta unica si sviluppasse con comportamenti coerenti, dei quali tutti dovevano essere al contempo responsabili e garanti. È esattamente questo che è mancato o non è andato come si sperava. Ed è per questo che oggi ci troviamo a fronteggiare questa brutta crisi».
C'è qualcuno più colpevole degli altri? In altre parole, condivide ciò che dice chi, come il suo successore al ministero del Tesoro Visco, sostiene che la Grecia, al tavolo delle trattative, raccontò qualche balla, e qualcuno se n’era pure accorto, ma si decise di passarci sopra lo stesso?
«È vero che l’istruttoria fu molto severa per il primo gruppo di Paesi candidati, compresi noi italiani, che dovemmo fare una delle manovre più dure della storia dal Dopoguerra, per entrare nei requisiti richiesti dal sistema. E che invece al momento dell’allargamento ci fu meno severità: in questo senso, non solo la Grecia ma anche altri Paesi era chiaro che entravano firmando una serie di obblighi che dovevano rispettare e di tappe successive che nel tempo non hanno raggiunto. Proprio perché molti di noi dovettero affrontare sacrifici importanti, oggi dovremmo chiederci se sarebbe stato meglio non essere di manica larga. E se questa è la domanda, la risposta è senz’altro sì. Il rigore avrebbe dovuto essere lo stesso per tutti».
Sta dicendo che l’ampliamento del numero dei Paesi entrati nell’euro è stato un errore?
«Credo di sì. Sarebbe stato un rischio calcolato se, come le dicevo prima, insieme con l’euro fosse andato avanti il rafforzamento della collaborazione e del coordinamento in fatto di politiche economiche. Cosa che purtroppo non è avvenuta con le conseguenze che vediamo».
Presidente Ciampi, quanto pesa secondo lei il progressivo indebolimento della rete di rapporti tra i partners dell'Unione? Nei dodici anni di cui parliamo, dal ’98 ad oggi, è inutile nascondersi che l'Europa ha stentato: la Costituzione europea è nata male, è stata subito abbattuta dai referendum che dovevano ratificarla, e ha dovuto essere ridimensionata drasticamente. Il sentimento di coesione della Comunità, anche se è difficile misurarlo, sembra spesso travolto da egoismi e particolarità perfino sub-nazionali.
«Se parliamo di politica, non c'è dubbio che in campo europeo si siano fatti passi indietro. È duro ammetterlo, e lo faccio con amarezza. Ma l'Europa come obiettivo non può restare solo un sogno degli europeisti».
Quanto hanno giocato i rapporti personali tra uomini di governo, all'epoca eccellenti, e adesso, non sempre, e non solo per ciò che riguarda noi, meno buoni?
«Posso dirle com’erano i rapporti ai miei tempi. Alla fine di un percorso difficile come quello che avevamo fatto, ad esempio, con Theo Waigel e Hans Tietmeyer, i nostri autorevoli interlocutori tedeschi, c’era anche amicizia, oltre che rispetto. Con quelli di oggi non so. Ma al dunque, anche i partners più dubbiosi dovranno rendersi conto di non aver alcuna convenienza a tornare indietro».
Questo vale anche per l’euro?
«Certamente. Ed è la ragione per cui, malgrado tutto, sono ottimista».
Lei non crede che, batti e ribatti, oggi la Grecia, domani la Spagna e il Portogallo e dopodomani, Dio non voglia, l’Italia, la speculazione possa averla vinta?
«Non lo credo. La speculazione è un fatto che bisogna sempre aver presente. È come una scommessa: chi la fa, certo, spera di vincere, ma intanto guadagna già solo giocandola. Il sistema ha tutti gli strumenti per combattere la speculazione: tanto per cominciare, penso alla Bce. Ma anche i governi, guardi quel che sta accadendo, è come se tutto quel che è mancato finora, d’improvviso fosse diventato evidente. Anche i meno convinti, sanno che l’ingresso nell’euro ha significato per tutti un punto di non ritorno. Siamo come su un aereo che è appena decollato: l’unica cosa da non fare è cercare di riprendere terra. E se possibile, dobbiamo cercare di volare più alto».
(9 maggio 2010)


 







ASCANIO CELESTINI: “I POLITICI VIVONO IN UNA REALTÀ PARALLELA, PIENA DI PRIVILEGI”.
Il “cantastorie” finito nel mirino per il suo monologo sul premier
                                                    di Malcom Pagani
“La mia finalità non è far ridere. Non lo è mai stata. Non sono un comico, narro storie. Sul piccolo Paese e sul partito dei mafiosi mi ero già speso. Chi mi attacca è disattento, pensi che in 4 o 5 racconti sul tema, il piccolo presidente muore anche. È abbastanza semplice pensare all'Italia o a Berlusconi, ma in realtà io non immagino quei personaggi. Non li nomino mai. A me interessa parlare del potere in sé. Che poi Berlusconi e Fini recitino una parte, che l'opposizione sia quasi completamente assente e molte ambiti della Nazione conoscano la deriva, fa parte dei meccanismi del dominio”. Nonno carrettiere, nonna contadina. Padre restauratore, madre parrucchiera. Da sempre, Ascanio Celestini naviga felicemente dalla parte di un umile torto. L’aggressione al monologo inscenato da Serena Dandini, lo lascia indifferente. È sabato. Festa in famiglia. Moglie, figlia, normalità. 
Celestini, l'apologo morale su Tony corrotto e Tony mafioso, ha fatto arrabbiare Berlusconi.  Bersani, Fini, d'Alema, Berlusconi...
“Figure che non mi interessano. Fanno parte tutti di uno stesso copione. Zavattini consigliava agli sceneggiatori di prendere l'autobus per raccontare una storia, se stai nell'auto blu è chiaro che la tua unica preoccupazione sia aumentare lo stipendio di chi ti è vicino”.   
Sembravano furibondi...
Io credo che loro si stupiscano sinceramente quando qualcuno mette in discussione i loro privilegi perché non li considerano più neanche tali.Bisognerebbe rovesciare la loro vita completamente, con questo non sostengo che D'Alema non debba più andare in barca, ma forse un tram ogni tanto lo dovrebbe prendere”.
La politica si indigna perché è lontana dalla realtà?
“Prenda il caso Atesia, nonostante fosse un laboratorio di precarietà a cielo aperto e il più grande call center italiano, ha conosciuto solo indifferenza. Nessuno ha voluto metterci le mani. Non la politica, né i sindacati. Si sono affacciati soltanto quelli di base, persone normali considerate folli. Atesia è sulla Tuscolana. Scajola abita al Colosseo. Cosa vuole che gli freghi del destino di quelle persone?”. 
Lei ha un’estrazione popolare... 
“Ma non è necessario avere natali umili per calarsi nella realtà. Prenda la Resistenza. Molto ho imparato dalla lotta partigiana. Dall'incontro con persone di buona famiglia come Carla Capponi o Mario Fiorentini che abitavano a Roma, in pieno centro. Fiorentini, che parlava francese con la sua compagna che era alsaziana, a un certo si trovò armato nella periferia di Roma a Centocelle o al Mandrione”. 
Uno choc...  
“Scoprirono all'improvviso l'esistenza del popolo. I nostri politici a un incontro che disveli un ambito diverso, non pensano proprio. Quelli più informati conoscono i dati, qualcuno di sinistra in periferia è andato a raccogliere i voti. Ma in verità non sanno nulla. Hanno mai fatto i precari da Ikea? Hanno mai sudato da McDonald’s?”.  
Perché McDonald’s?
“Una mia amica che ci lavorava mi spiegava: 'Io devo fare sorrisi differenti a persone diverse. Bambini, anziani, immigrati. Me lo chiede il mio direttore’. Capisce come siamo messi?”.   
Balliamo sul Titanic? 
“Il vero rischio è che non ti ascolti nessuno. Puoi dire quello che vuoi, tanto domani si parla di altro. Si discute solo di ciò che è in agenda. Ma chi la gestisce, inevitabilmente decide tutto. Dei favori fatti a Scajola o delle inclinazioni personali di Marrazzo, mi importa zero. Io voglio sapere come procede la questione del nucleare. I problemi del Lazio sono la discarica di Malagrotta, l'aeroporto di Ciampino, chiuso nel '60 perché non reggeva un milione di presenze e poi riaperto, fino ai sette milioni di oggi. Non sono troppe? Ad Albano costruiscono un inceneritore e non hanno l'acqua potabile”.  
E i mezzi di comunicazione?  
Di alcuni politici si dice che sono comunicatori. No, sono solo ruffiani. Comunicare quando uno parla e l'altra ascolta per decenni non è comunicazione. Neanche dittatura che sarebbe una banalità, ma quando per 40 anni ascolti e basta, dire la tua non è più un'opzione percorribile.  
Se li tratta così, ne rade al suolo la vanità...  
“È sproporzionata ma è per questo che diventano interessanti. Si avvicinano ai prototipi del Re Sole. Di loro, paradossalmente abbiamo anche bisogno. Senza Re Sole non avremmo avuto la rivoluzione francese, né parlato di eguaglianza, libertà o fratellanza. Li dobbiamo pure ringraziare. Però quando vivi l'arroganza del potere nel tuo paese in modo così smaccato, fa impressione. Si tranquillizzino. In fondo, facciamo solo letteratura”.  
Per appianare i conflitti, si parla di anniversari. L’Unità d’Italia, ad esempio...    
“A Berlusconi è scappata la mano. Ha voluto elogiare i 150 anni della Repubblica. Sono gaffes inoffensive che però illuminano sulla reale conoscenza della storia. L'Italia è un paese molto particolare. Abbiamo avuto 150 anni di lotta armata, ma oggi ci presentano un quadretto comico: Mazzini, Cavour, Vittorio Emanuele e Garibaldi. Quattro persone che non sono mai state sedute insieme a un tavolo. Mazzini è morto da terrorista e in clandestinità. Una rivoluzione? Ma figurarsi, per quella ci vuole consapevolezza. Noi al massimo possiamo fare la guerra civile”.   
Il berlusconismo è un ventennio in minore?
“Enzensberger diceva che ai tempi della Seconda guerra mondiale non credeva di vivere in quell’epoca. Non dobbiamo cambiare Berlusconi, ma il nostro modo di fare le cose. Tra 30 o tra 300 anni, forse diranno che il decennio che stiamo  vivendo in fondo ce lo siamo cercati. Non credo che il paese sia stato sequestrato da qualcuno, ma abbandonato da qualcun altro”.   
Cosa ci ha fregati?  
“Il benessere. Acqua calda, frigoriferi, frullatori. Prenda la tv. È fascista per definizione. Mi fanno ridere quelli che dicono: ‘ho buttato la televisione’ senza capire che hanno gettato solo un oggetto. Per risalire dovremmo fare una seria analisi del nostro nazismo quotidiano. Abbiamo fatto finta che i treni per Auschwitz non passassero più, ma invece quelli camminano tutti i giorni. Passano nelle scarpe fatte da un bambino a un euro in India, attraverso il cibo che mangiamo. Ci hanno messo la lavatrice, spostato le tante Auschwitz contemporanee dall'altra parte del mondo e alla fine, stringendo, ci hanno bloccato. Chi è che vuole fare la rivoluzione se ha la possibilità di farsi una doccia?”. 
(9 Maggio 2010)
 
 


mercoledì 5 maggio 2010

Il nucleare targato B.




Mi riaffaccio con molta discrezione e viro sull’attualità. L’altra attualità, quella che mi riguarda, è tutt’altro che esaurita e suscita perplessità, oltre che amarezza ed inquietudine. Faccio finta di andare avanti, ma sono il primo a sapere che non è vero. Forse occorrerebbe diventare sul serio quello che non si è. Forse, se mi applicassi un po’, potrei conseguire qualche magro risultato, effimero e dunque inconcludente. Ci penserò. In fondo domani è un altro giorno e le cose attorno stanno cambiando a velocità impensabili.
Il papi è sempre protagonista, i servi che lo circondano sembrano aumentare e solo con una centrale nucleare ad Arcore e il Vaticano in Groenlandia, che non c’entra molto, ma risulta indigesto come il papi, potremo liberarcene.
Giovanni Valentini, su “la R
epubblica” di sabato scorso, ha scritto un pezzo interessante su come venga considerata la tv di Stato dal tesserato P2 (n° 1816). Lo condivido.


Se la Rai diventa una potenza atomica
Giovanni Valentini
 
 
Mentre il presidente della Commissione parlamentare di Vigilanza Sergio Zavoli dichiara che «la credibilità della Rai è crollata, perché non si rispettano autonomia e qualità», il presidente del Consiglio Silvio Berlusconi le infligge il colpo mortale annunciando una campagna pubblicitaria a favore dell´energia nucleare sulla tv di Stato a colpi di spot. Reduce dall´incontro con il suo amico Putin, ultimo esemplare di comunista autentico in circolazione, il nostro premier non esita così a dissipare l´autonomia residua della televisione pubblica, certificandone la subalternità strumentale alla politica del governo nell´indifferenza o addirittura con l´acquiescenza dei dirigenti di viale Mazzini.
Quello di Berlusconi è un ragionamento inquietante nella sua banale semplicità: il progetto del ministro Scajola - già, proprio quello degli 80 assegni "neri" per un valore di 900 mila euro utilizzati per pagare più della metà di una casa al Colosseo per la figlia - prevede di iniziare i lavori della prima centrale nucleare in Italia entro tre anni. Ma, avverte lo stesso presidente del Consiglio, «prima di individuare il luogo in cui realizzare una centrale nucleare, bisogna che cambi l´opinione pubblica italiana». Da qui, la fulminante idea degli spot sulle reti della Rai per «fare una vasta opera di convincimento».
L´energia, dunque, come un fustino da lavatrice o una confezione di pannolini. Paghi uno e prendi due. Magari con i punti fedeltà, i bollini premio o lo sconto convenienza. Una campagna pubblicitaria, più che di informazione e persuasione, che fa torto innanzitutto alla vera pubblicità, onesta, trasparente, corretta e veritiera. Come quelle per le creme miracolose che promettono di far crescere i capelli, i muscoli o il pene.
C´è tutta la cultura politica - si fa per dire - di Berlusconi in questo annuncio. Il presidente del Consiglio non chiede al servizio pubblico di dedicare alla questione energetica i talk show televisivi, i programmi di approfondimento, trasmissioni d´inchiesta o eventualmente di confronto e di dibattito. No, pretende d´imporre la logica della propaganda governativa, come ai tempi infausti del Minculpop, il Ministero della cultura popolare di marca fascista. Un lavaggio del cervello, insomma, a livello di massa.
La televisione pubblica come megafono del potere. La tv di Stato come tv di regime. La Rai come succursale o dépendance di Palazzo Chigi.
Si dirà, magari, che così è sempre stato. Ma francamente la degenerazione del servizio pubblico non era mai arrivata fino a questo punto di totale subalternità e asservimento alla politica. Tanto più che - ricordiamolo sempre - il capo del governo è anche il principale concorrente della Rai, il suo competitor diretto sul mercato degli ascolti e della pubblicità. E quindi, il maggior beneficiario della crisi che attanaglia l´azienda di viale Mazzini.
Il governo di un Paese civile e democratico non può, tuttavia, affrontare legittimamente una scelta fondamentale come quella energetica a colpi di spot, di slogan, di effetti speciali. Se fosse vero - come dice Berlusconi - che oggi il 54% degli italiani considera necessario il ritorno all´energia atomica, che cosa ne facciamo del restante 46%? Li esentiamo dal canone d´abbonamento alla Rai? Oppure, li dirottiamo tutti sulle reti Mediaset?
La questione in realtà è troppo seria e importante per essere risolta con una campagna pubblicitaria. Qui non si tratta di vendere un prodotto commerciale o di "piazzare" una merce. Si tratta piuttosto di discutere apertamente, dati e cifre alla mano, per confrontare pareri e opinioni diverse attraverso il contraddittorio più ampio. La decisione evidentemente non può essere rimessa al ministro Scajola, già troppo occupato a maneggiare assegni di provenienza quantomeno sospetta.
Nel 1987 fu un referendum abrogativo a respingere a larga maggioranza la scelta nucleare. Giusto o sbagliato che fosse quel responso, al momento rappresenta tuttora la volontà popolare. E per ribaltarla, occorre semmai una consultazione pubblica libera dalle suggestioni e dagli imbonimenti propagandistici del regime televisivo.
Ammesso che i lavori per la costruzione della prima centrale inizino davvero entro tre anni, ce ne vorranno almeno altri dieci per realizzarla. Nel frattempo, rischieremo di perdere la "chance" delle fonti rinnovabili, aggravando ulteriormente la nostra dipendenza energetica che vale per il petrolio, per il gas o per il carbone come pure per l´uranio. E intanto la Rai continuerà ad andare alla deriva, o naufragherà definitivamente, tra i diktat, gli spot e gli slogan governativi.
(1 maggio 2010)
 

 



lunedì 26 aprile 2010

Quattro passi tra le nuvole




Ma la nube è di destra o di sinistra? Nel dubbio io sto con la nube.
Avrei voluto già postare sull’argomento, gli articoli da condividere erano stati cercati (il  primo su suggerimento dell’amica kittymol77) e raccolti: solo per questo li propongo, sebbene fuori tempo, visto che l’emergenza di una settimana fa è, di fatto, risolta.
Frattanto una delicata situazione familiare e, dunque, anche personale si è interposta alla mia volontà, sovrapponendosi ad essa e, sostanzialmente, guidando le mie scelte e limitando la libertà di azione. Mentalmente sono da tutt’altra parte e la sporadicità degli ultimi tempi, qui nella blogosfera, rischia di diventare una costante. Di certo non potrò aggiornare con continuità, come in fondo sarebbe giusto e opportuno. Al massimo proporrò qualche articolo meritevole di attenzione e nulla più.
Questo al momento sono in grado di fare. E dare.
Tutto passa, come sempre accade nel bene e nel male, intanto però deve passare ed è la fase più delicata, quando cioè ci sei dentro, ne hai la piena consapevolezza e quello che deve passare si srotola poco per volta. Sono appena all’inizio.







Purificati da una nube
ANTONIO SCURATI


Una nube ci ha imprigionati, una nube ci renderà liberi. Siamo cresciuti sotto cieli malsani, percorsi da nubi venefiche. Alzando gli occhi al cielo, abbiamo imparato più a diffidare che a pregare, più a temere che a sperare. Dall’alto - come dal basso, del resto - non c’era da attendersi nulla di buono.
In principio, a incombere sul nostro futuro, fu la nube atomica, quella fungiforme che si levò sopra Hiroshima il 6 agosto del 1945. Dopo di allora, una lunga serie di nubi si sono addensate all’orizzonte delle nostre vite minacciando olocausti ambientali, estinzioni planetarie, sindromi respiratorie. Procedendo a memoria d’uomo, trovo la prime nube tossica della mia vita nei ricordi d’infanzia. Era l’estate del 1976 e alle porte di Milano, nella cittadina di Seveso, scoppiava il reattore di una fabbrica chimica. Un miasma si stendeva sul territorio circostante come una nebbia autunnale. Ma puzzava. Era diossina. Prima caddero gli insetti stecchiti, poi stramazzarono le rondini, poi i cani impazzirono, poi le mucche levarono muggiti strazianti, infine, toccò ai nocchieri dell’arca. «Ci avevano detto che non esisteva alcun pericolo», dichiareranno gli abitanti della zona evacuati con 15 giorni di ritardo.
Esattamente dieci anni più tardi, il 26 di aprile del 1986, un altro disastro vaporoso, un’altra evacuazione tardiva. Questa volta la nube era composta di materiali radioattivi fuoriusciti dal reattore di una centrale nucleare nella remota località di Cernobyl, ai confini tra Bielorussia ed Ucraina. Veniva di lontano ma giunse fino a noi. Avevo diciassette anni allora e, con la spavalderia della gioventù, assieme a un compagno di sbronze, la sfidammo addormentandoci ubriachi a Venezia sotto l’ala di bronzo del leone ai piedi del monumento a Manin proprio nella notte in cui i telegiornali ne annunciavano l’arrivo sulle nostre teste. La baldanza, l’incoscienza, non ci preservò, però, da una gran quantità di altre nubi, tutte più o meno maligne: gas di scarico, cortine fumogene, nubi di smog, nubi d’informazione e di disinformazione, vapori di benzina e vapori di nulla.
Siamo cresciuti così, nelle nostre città del benessere: sottoposti a un cielo gravato da miasmi, foriero di pestilenze vaporose, dove tutto è prodigio o funesto presagio. Proprio come nelle antiche città delle tragedie greche. Per la mia generazione, il privilegio di respirare liberi, a pieni polmoni, non è mai stato un diritto naturale, una gioia senza condizioni. Per noi, figli dell’estremo progresso, anche l’aria, soprattutto l’aria, è condizionata.
Eppure, guardando oggi le immagini di questa massa calda di gas formata da anidridi, idrogeni e vapori acquei, guardando i raggi del sole che, cosparsi di ceneri e aerosol, danno ai tramonti nordici colorazioni più intense, guardando dal satellite la scia marroncina stendersi sull’Europa, come sbavando da un vulcano islandese, guardando, soprattutto, la mappa del traffico aereo che si va cancellando da Nord a Sud, da Ovest a Est, immaginando questa nube boreale muoversi leggera a cinquemila metri d’altezza su cieli deserti, sorge in noi una chimera di quiete.
Certo, siamo consapevoli del grave danno economico, della crisi del traffico aereo, dei gravi rischi d’intossicazione, eppure si fa strada, irresistibile, una fantasia di azzeramento e rinascita. Fantastichiamo che, per un istante, lasciandoci tutti a terra, liberando i cieli sopra le nostre teste, la nube possa riportarci quel senso perduto della vita come qualcosa che può ricominciare da zero.
È la cosa di cui avremmo, forse, più bisogno. Una nube che faccia piazza pulita, dopo tante, troppe nubi che hanno ammorbato le nostre esistenze di asmatici immaginari.
(18 aprile 2010)








IL VULCANO D'ISLANDA
Un dio dispotico e la fragilità umana
di Francesco Cassano
 
 
Ieri il manifesto parlando della nuvola che si aggira minacciosa per l'Europa, come accadeva ad uno spettro di centocinquanta anni fa, titolava: «Apriti cielo». Diciamo subito che non c'è da preoccuparsi, il cielo si richiuderà, e tutti noi torneremo alle nostre abitudini. I giornali sussulteranno per altre notizie e l'annuncio dell'apocalisse prima passerà verso le pagine interne poi scomparirà. Riprenderanno i voli, ognuno di noi tornerà al suo stile di vita, ai suoi appuntamenti, ai suoi progetti. Eppure per alcuni giorni il vulcano islandese ci ha buttato in faccia la bruta verità, il fatto che viviamo su un piccolo pianeta periferico la cui formazione precede da millenni la formazione della vita e delle civiltà umane.
Ma questa verità sulla nostra reale condizione è, come si sa, insostenibile, come ci ha insegnato a suo tempo Giacomo Leopardi, che non a caso intitolò una delle sue Operette morali “Dialogo della Natura e di un Islandese”. In quel dialogo la Natura, rispondendo alle rimostranze dell'uomo, candidamente affermava: «Immaginavi tu forse che il mondo fosse fatto per causa vostra?»
In effetti l'uomo ha cercato a lungo di rimuovere o di proteggersi da questa «verità». La prima forma di protezione l'ha trovata nelle religioni, che a lungo gli hanno rinviato l'immagine che egli fosse prediletto da Dio e da lui posto al centro dell'Universo, oggetto filiale della sua cura e del suo controllo. Poi quando, con l'avvento della modernità, questi grandi racconti hanno incominciato a perdere la loro presa, una nuova forma del tutto moderna di protezione è stata offerta dall'incessante sviluppo della tecnica. Ciò che prima discendeva dalla benevolenza di un dio, adesso dipende dall'orgoglio umano, dalle scoperte e dalle applicazioni che nascono dal progresso. Attraverso la forza che deriva dalla sua intelligenza, l'uomo è riuscito a subordinare la natura ai suoi bisogni, a farne un momento del suo metabolismo (Marx) oppure un fondo di risorse a sua disposizione (Heidegger).

In altre parole è riuscito a diventare il padrone assoluto di un pianeta sul quale egli in realtà è solo un ospite di passaggio, ha mutato la propria condizione originaria, rovesciando la sua condizione di figlio di straordinarie combinazioni di processi naturali in padrone indiscutibile di essi. Intendiamoci: nessuno vuole sminuire il valore straordinario della tecnica, la lunga fila di vantaggi che essa è riuscita ad assicurare all'uomo, l'enorme miglioramento delle condizioni di vita che gli ha assicurato. E nessuno può mettere in correlazione diretta l'eruzione del vulcano con gli sviluppi della tecnologia. Del resto, si sa, i vulcani, con le loro eruzioni, hanno seminato morti e disastri anche quando l'uomo non aveva ancora dissestato il ciclo naturale.
La catastrofe che viene dai cieli islandesi è cosa diversa da quegli avvelenamenti del mare che sono stati prodotti dalla rottura di una piattaforma petrolifera o dal rovesciamento del carico di una nave. E la diversità del messaggio che arriva da questa eruzione non va trascurata. Con i loro improvvisi sommovimenti, i vulcani, come anche molti terremoti, sembrano solo ripetere a voce altissima agli uomini: «Voi non siete i padroni, ricordatevi che la natura è straordinariamente più forte di voi. Non illudetevi con sogni di potenza, voi umani rimanete sempre e soltanto una piccola forma di vita fragile e presuntuosa» in un universo che ignora la vostra esistenza e probabilmente, come dice sempre Leopardi, tornerà a chiudersi dopo il vostro passaggio, quando «un silenzio nuovo, e una quiete altissima, empieranno lo spazio immenso».
Ma si dirà: che cosa c'entra tutto questo con la politica? C'entra eccome, e ci si consenta di affidarci anche in conclusione all'autore che abbiamo più volte citato. Ogni vulcano è un dio dispotico e capriccioso, che ci rinvia, proprio come il Vesuvio di Leopardi, l'immagine di una natura matrigna e della nostra fragilità. Ma questa contrapposizione tra la nostra condizione e una natura che è indifferente ad essa, ci indica anche una prospettiva. L'unica risposta seria alla scoperta della nostra fragilità sarebbe quella di federarsi in «social catena», superando le divisioni e le contrapposizioni che hanno attraversato ed attraversano la storia. Il genere umano dovrebbe ritrovare, sotto la spinta di questa minaccia, la percezione del proprio bene comune, il comunismo necessario.
Ma non temano gli avversari del comunismo: tutto sta tornando alla normalità, ognuno di noi potrà abbandonare le riflessioni scomode e tornare al proprio progetto privato, prenotare voli, accorciare le distanze, riempire le agende, consumare in mille modi il pianeta, adagiarsi sulla confortante convinzione che la natura è sempre sotto il nostro controllo. Potremo tutti voltare la testa dall'altra parte, lasciare all'Islanda i suoi vulcani, rimuovendo disinvoltamente la circostanza che tutti stiamo edificando le nostre case proprio sulle falde di uno di essi.

(21 aprile 2010)







 


lunedì 19 aprile 2010

Nel paese l’Adro di bambini




Questo post si collega al precedente di cui è ideale prosecuzione. La deplorevole vicenda avvenuta ancora in un comune amministrato dai fascisti verdi (i legaioli), impregnata del razzismo più spregevole, perché rivolto contro i bambini, merita non solo l’approfondimento, ma la denuncia continua di ogni altro squallidissimo episodio analogo che si ripeterà, perché purtroppo in quello che era una volta il Bel Paese il livello di insofferenza, intolleranza e stupidità è sceso talmente in basso che rischia ormai di essere ritenuto la norma.
A seguire tre pezzi tratti da “il Fatto Quotidiano”, con una segnalazione particolare per l’articolo scritto da Dario Fo e Franca Rame. Poi un reportage de “il manifesto” sul luogo dell’infamia e la nota di Maria Novella Oppo su “l’Unità”. L’introduzione di Corrado Augias è parte integrante di queste considerazioni e il suo senso di estraneità verso questo Paese, per cosa è diventato, mi trova particolarmente d’accordo.


 
 

Il prezzo del pane


Elisabetta Reguitti
 

Rivolta contro l’imprenditore che ha pagato la mensa 'tagliata' dal sindaco leghista: "Nessuna buona azione rimarrà impunita"
Adro- "Nessuna buona azione rimarrà impunita". Saluta in questo modo Silvano Lancini dal citofono. "Non ho nulla da aggiungere al testo della lettera che avete pubblicato". Lui è l’imprenditore bresciano che ha deciso di saldare i conti delle famiglie morose della retta della mensa nella scuola elementare di Adro. Un bonifico annunciato da una lunga lettera in cui lui – che dichiara di aver votato Formigoni – ha deciso di fare un semplice gesto di generosità che rischia però di diventare un gesto di coraggio. Voleva rimanere innominato e sconosciuto ma così non è stato. Su Internet ieri girava la sua foto e il suo nome. Lancini è conosciuto in paese ma non conosce nessuna delle famiglie che beneficeranno della sua decisione. Decisione che ha scatenato un meccanismo di rivolta nella piccola località della Franciacorta in provincia di Brescia. Dove la gente pensa sia normale che "se non paghi non mangi".
Ville circondate da invalicabili muri di sasso, nuove costruzioni, piccole chiese e oratori, vigneti ordinati dove le zolle di terra sono perfette senza neppure un filo d’erba. Siamo in Franciacorta. Il paradiso del vino . L’ordine e il rigore prima di tutto. In un contesto sociale che però viaggia sempre più spesso su meccanismi di nepotismo che sfociano anche in favoritismo. Ma così da queste parti tutti sembrano contenti e soddisfatti. Detto questo, rimane il beneficio del dubbio perché un imprenditore, che compie il gesto di sborsare di tasca propria 10 mila euro per gente che non conosce e per giunta “forestiera”, decida di non parlare. Di non cercare visibilità sui giornali e nelle televisioni nazionali e magari pure un po’ di pubblicità per la sua azienda. Lui, un tempo insegnante di matematica nella stessa scuola dove prima di Pasqua agli alunni erano state consegnate delle buste chiuse nelle quali stava scritto che se le famiglie non avessero pagato il mercoledì successivo i bambini avrebbero saltato il pasto.
Un cinquantenne che dopo l’insegnamento si era buttato nell’informatica lavorando anche in Ibm e che ora è amministratore delegato di una società di software. Un signore sicuramente più che benestante. Che la solidarietà non vada firmata siamo tutti d’accordo. Ma forse c’è di più se un uomo vuole mantenere l’impegno a non parlare e tenere ferma la sua asticella del silenzio in zone del Paese “paladine dello spostare l’asticella dell’intolleranza di un passo all’anno” come scrive nel suo “manifesto” e che il Fatto Quotidiano ieri ha pubblicato integralmente. Il perché forse è da ricercare in quello che c’è. O, forse, quello che non c’è più. Per arrivare da Lancini si percorrono strade antiche trasformate nelle nuove, percorse da Suv guidati da signore che portano i propri piccoli alla partita del metà pomeriggio all’oratorio. Dove però i sacerdoti scuotono la testa schiudendo l’uscio della sacrestia bisbigliando di non avere niente da dire sulla vicenda del “salto del pasto”.
I politici qui hanno spiegato che bisogna avere paura degli stranieri. Ci sono ancora i manifesti della campagna elettorale in cui la Lega dichiara: “Tetto del 30% nelle scuole. Un’altra promessa mantenuta”. Ma Lancini nella sua lettera ragiona in modo diverso. Scrive che il sonno della ragione genera mostri. “Io sono per la legalità. Per tutti e per sempre. Per me quelli che non pagano sono tutti uguali, quando non pagano un pasto a scuola ma anche quando chiudono le aziende senza pagare i fornitori, i dipendenti o le banche. Anche quando girano con i macchinoni e non pagano tutte le tasse perché anche in quel caso qualcuno le paga per lui”. Perché un uomo di affari come Silvano Lancini non vuole pubblicità per la sua decisione? “Molto più dei soldi mi costerà il lavorio di diffamazione che come per altri casi verrà attivato da chi sa di avere la coda di paglia – continua la lettera di Lancini –. Mi consola il fatto che catturerà soltanto quelle persone che mi onorano del loro disprezzo”. E poi quella frase mandata per e-mail da un amico a Lancini: “Nessuna buona azione rimarrà impunita”.
(15 aprile 2010)


 

Adro, rivolta contro il benefattore dei bimbi
Elisabetta Reguitti
 


Nel paese del Bresciano le mamme contro il "pasto per tutti". In 200 scrivono al Comune per sostenere il sindaco leghista
Mamme in piazza per sostenere il sindaco che ha deciso di sospendere il pranzo ai bambini delle famiglie che non pagano la retta. Duecento genitori che scrivono annunciando che la mensa o la pagano tutti o tutti non la pagheranno. Il gesto di "saldare" le pendenze delle famiglie morose (ora sono 24 sulle 40 iniziali) fatto dall’imprenditore bresciano ha innescato proteste e una ancora più forte solidarietà al sindaco leghista di Adro Silvano Lancini, che guardacaso si chiama nello stesso identico modo del "rivoluzionario" benefattore. Segno forse che la politica dell’uno contro l’altro funziona.
Adro, 7 mila abitanti. Una sede leghista con una grande vetrata nella quale è appeso un enorme rosario. Adro, il paese in cui l’unica sala pubblica costa mille euro; così si evita di incentivare le eventuali riunioni pubbliche delle associazioni. Adro, dove il sindaco ha rinunciato al contributo regionale di oltre 50 mila euro per il bonus della casa (per tutti stranieri compresi) ma ha istituito un fondo comunale riservato soltanto per gli italiani.

Ma torniamo alla vicenda della mensa: molti bambini erano "colpevoli" di essere figli di genitori che non avevano pagato ciò che dovevano. Cifre che oscillavano dai 30 fino ad un massimo di 400 euro per un totale di ammanco di 16mila euro.
Come pensiero pasquale ai bambini vengono consegnate delle buste chiuse in cui i genitori vengono invitati a pagare. Diversamente, al rientro, ci sarebbe stato il "salto del pasto". Alcuni pagano altri no. Ma chi sono quelli che non pagano e soprattutto perché? Una domanda che l’amministrazione sembra non essersi posta. Di solito in questi casi ci sono assistenti sociali che cercano di capire le situazioni. Ad Adro no. E dunque: leghisti (magari in cassa integrazione) contro stranieri (magari pure loro in cassa integrazione). A queste latitudini sembra il mondo alla rovescia. Dove anche la Chiesa tace. Parlano magari le associazioni ma non i preti. Chi parla e cerca una soluzione è la Cgildi Brescia. Il neo-segretario Damiano Galletticrede che un sindacato debba unire anziché dividere e quindi propone, parla con il sindaco, scende in piazza cercando di fare qualcosa che serva. Qui il concetto che i bambini vengano prima di tutto sembra secondario. "Questi sono i frutti della politica di divisione della Lega. Genitori che fanno fatica a pagare la retta che anziché pretendere che il comune si occupi di loro attaccano gli altri".
I temi di cui parla la Cgilsono due e sono davvero semplici: il primo è attuare una seria valutazione di chi è in difficoltà da chi magari, invece, fa il "furbetto". Il secondo è più ampio e riguarda la sfera educativa. Considerare l’ora di pranzo (per i piccoli dell’asilo e delle elementari) inserita a pieno titolo nell’attività educativa e dunque meritevole di essere sostenuta anche dal piano economico delle istituzioni.
(15 aprile 2010)
 
 

Digiuno e castigo: scene dalla nuova Italia

Quei bambini puniti e umiliati: altro che Paese cristiano
di Dario Fo e Franca Rame
 

Qualche giorno fa, stando davanti al video e seguendo un telegiornale, Franca ed io siamo rimasti sconvolti. La cosa si è ripetuta anche nei giorni successivi. Siamo venuti a sapere che proprio qui, in Lombardia, in un complesso di scuole per l’infanzia, elementari e medie, ci sono dei bambini che al momento della distribuzione del cibo nella mensa si sono trovati con davanti un piatto, dentro al quale c’era un pezzo di pane, e un bicchiere d’acqua; mentre nel piatto degli altri bimbi c’era pastasciutta, e appresso formaggio e anche la frutta. Perché? Perché i genitori dei puniti non avevano pagato la retta, o anche solo erano in ritardo, e quindi i figlioli non avevano il diritto di mangiare! Digiuni per castigo dovevano restare! Pensiamo allo choc che devono aver provato questi ragazzini: fermi, davanti al panino, il bicchiere d’acqua; e gli altri che mangiavano. Sappiamo che alcuni fra i bambini, di quelli che avevano gli spaghetti, senza una parola ne hanno messo nel piatto vuoto dei compagni una o due forchettate.
Diciamo: una società che produce un dolore, una mortificazione, un’umiliazione di questo livello a dei ragazzini innocenti – ma che razza di società è? Che razza di valori ha nel corpo, nel cuore e nel cervello? Che cultura produce? Quale dimensione sociale? Ci siamo sentiti proprio male. E’ da ricordare che questi che inscenano spettacoli del genere sono gente nostra, della nostra razza. Sono loro che hanno ordinato di togliere il cibo ai bambini poveri, in quanto indegni dei vantaggi comuni. S’è saputo poi, che questi genitori non hanno mancato per strafottenza o per un atto di inciviltà, ma solo perché non avevano i denari per pagare la retta! E’ gente travolta dalla crisi, quasi tutti causa la perdita di un lavoro, e quindi senza paga, disoccupati. Ai gestori della cucina, ai gestori di questa economia e di questa scuola e del comune non importava niente. Importava: “Non paghi, non mangi”: anche se sei un bimbo devi soccombere, essere punito. Di colpo ci è venuto in mente Sant’Ambrogio.
Su di lui, il maggiore vescovo che la nostra città abbia avuto, abbiamo realizzato e messo in scena anche uno spettacolo al Piccolo Teatro di Milano, loStrehler. Siamo atei, ma abbiamo studiato profondamente la storia del cristianesimo. E abbiamo scoperto che Ambrogio possedeva un grande senso della collettività, che aveva preso parola, intervenendo con durezza al Senato di Milano, quando questa era stata eletta a Capitale dell’Impero d’Oriente e d’Occidente, portando avanti il diritto della dignità degli uomini: anche quando sono schiavi, anche quando sono privi di diritti.
Lui diceva: “Ricco signore, non t’accorgi che davanti alla tua porta c’è un uomo nudo, e tu sei tutto assorto a scegliere i marmi che dovranno ricoprire i muri. Quell’uomo chiede del pane e intanto il tuo cavallo mastica un morso d’oro. Tu vai in visibilio contemplando i tuoi arredi preziosi, e quell’uomo nudo trema di freddo di fronte a te e tu non lo degni di uno sguardo, non l’hai nemmeno riconosciuto. Sappi che ogni uomo affamato e senz’abito che viene alla tua porta è Gesù; ogni disperato è Gesù. E lo incontrerai il giorno in cui si chiuderà il tempo del mondo e lui, quello stesso uomo, verrà ad aprirti e ti chiederà: ‘Mi riconosci?’. “Voi, ricchi, dite: ‘C’è sempre tempo per pentirsi e pagare i debiti’. Ma non c’è peggior menzogna. Ricchi, non vi è nulla nella vostra attività di uomini che possa piacere a Dio. Anche se tenete appesa una croce sopra il letto e disponete di una cappella dove pregare soli e assistere alla messa. Voi vi stringete ai vostri beni, gridando ‘È mio!’. No, nulla è vostro su questa terra”. “Schiacciate le vostre regole di infamia e di ingiustizia. Ridate il diritto a chi non ne ha… il pane a chi non ne può masticare, impedito dalla vostra grettezza! Distribuitene, finché siete in tempo, ai disperati, ai derubati dalla vostra insolente avidità. Nessun lascito sostanzioso alla chiesa e al suo clero vi salverà”. “Vi dirò”, concludeva Ambrogio, “che non si può credere a un potere magnanimo, poiché chi lo possiede vuole tutto, anche le briciole. Perciò io sono per la comunità dei beni; io sono per l’uguaglianza fra uomini diversi. Perché solo il furto ha creato la proprietà privata”.
(15 aprile 2010)
 
 


Se il razzismo si siede a tavola
di Giorgio Salvetti - INVIATO A ADRO (BS)
 
Una giornata a Adro, il comune nel bresciano dove i cittadini insorgono contro il gesto di un benefattore che ha pagato la mensa ai bambini poveri e stranieri. Il sindaco leghista Oscar Lancini aveva ordinato alla scuola di non dare loro da mangiare a pranzo
Mor non vuole più andare a scuola. Ha sette anni, fa la prima elementare. È nato in Italia ma è nero come i suoi genitori senegalesi. Si nasconde per la vergogna. Guarda con gli occhi sbarrati i suoi compagni bianchi, le loro mamme che litigano con le mamme straniere davanti a giornalisti e telecamere. «Che succede?», chiede a suo padre. Omar, 42 anni, da 22 anni in Italia, operaio in cassa integrazione, alla fine gli ha dovuto rispondere: «Non abbiamo i soldi per la mensa della scuola e il sindaco non vuole che ti diano il pranzo». Mor ha la risposta pronta: «Allora io sto a casa». Adesso Mor potrà mangiare in mensa solo grazie al benefattore di destra, un imprenditore che non vuole essere nominato ma che ormai tutti hanno riconosciuto, che ha donato 10 mila euro al comune di Adro per saldare le rette che 40 famiglie, per lo più straniere, non riuscivano a pagare. Ma l'umiliazione che questi bambini hanno dovuto subire, non può essere ripagata. Sulla loro pelle il sindaco leghista Oscar Lancini da mesi gioca una battaglia ideologica e razzista. Settimana scorsa è arrivato al punto di ordinare che a scuola venisse negato il cibo ai bambini «morosi».
Gli abitanti di Adro, al posto di indignarsi e vergognarsi, lo votano in massa e lo appoggiano. Trenta mamme hanno deciso di fare uno «sciopero della mensa», e non pagare la retta per protesta. Per loro chi non ha pagato è solo un furbo, non un povero. E per di più straniero. L'offerta del generoso imprenditore è assistenzialismo che non risolve il problema: l'anno prossimo sarà tutto come prima. Le regole sono chiare: chi paga mangia, chi non paga mandi il figlio a scuola con un panino o se lo tenga a casa a pranzo. Caccia ai «morosi»

Mor vive in una casa di tre stanze al primo piano di una corte. Dorme in un lettone con sua sorella di tre anni e suo fratello di due anni. Il quarto fratello ha 8 mesi e dorme ai piedi del letto dei genitori. Il padre Omar lavora in una fonderia ma è in cassa integrazione da un anno. L'Inps gli paga 700 euro al mese, ma in ritardo. Non riesce a pagare nemmeno l'affitto di 400 euro, figuriamoci il pulmino e la mensa per il bambino: circa 3 euro al giorno per 5 giorni alla settimana. Tutti i suoi figli sono nati in Italia. La figlia di tre anni dovrebbe andare alla scuola materna ma lui non la manda perché non può permetterselo. Sul figlio grande però non ha dubbi: «Deve andare a scuola. Io ho lavorato una vita, ho versato i contributi e ho diritto ai servizi, specialmente ora che non sto lavorando - spiega - e invece il sindaco di Adro ha detto che a noi stranieri non vuole dare niente. Tante volte sono andato in comune. Non dico che mi deve dare tutto, che mi dia quello che può, ma niente no. Non lo accetto». Ha visto in tv i suoi compaesani dargli del furbo. «Io rispetto le regole, ho i documenti in regola, pago le tasse, quello che io ho dato allo Stato è dello Stato, non sono soldi del sindaco». Quando gli è arrivata a casa la lettera del comune che gli comunicava la sospensione della mensa ha deciso di tenere a casa suo figlio per due giorni, poi lo ha portato superando la vergogna. Suo figlio gli racconta che alcuni bambini italiani non lo salutano. «Anche a me succede la stessa cosa - spiega - alcuni italiani mi salutano, altri no. Questa è la nostra realtà e mio figlio deve imparare a farci i conti».
Un sindaco da Oscar
Mor però deve fare i conti anche con il sindaco leghista Oscar Lancini. Il «Sindaco da Oscar» - questo il suo slogan - è al secondo mandato, la prima volta è stato eletto con il 47%, la seconda con oltre il 60%. E la sua Lega alle regionali a Adro ha ottenuto il 70%. All'opposizione c'è Linfa, una lista civica che comprende anche i delusi di Forza Italia. Sono proprio loro ad essere stati contattati dal generoso imprenditore di destra.
Lancini si è fatto conoscere qualche anno fa quando si era inventato una taglia sui clandestini: 500 euro per ogni vigile che ne catturasse uno. In Franciacorta è un personaggio noto. Era proprietario con altri suoi famigliari della Elg (Eredi Lancini Giancarlo), una ditta di smaltimento di rifiuti. Il sindaco che lo ha preceduto fino al 2003, Paolo Barzani, raro esempio di repubblicano, racconta: «Ci sono stati tre processi, i primi due si sono risolti con l'assoluzione o con la prescrizione, il terzo è ancora in corso ma verrà prescritto. Lancini è arrivato al punto di nominare la parte civile per conto del comune in un processo contro la ditta di famiglia». Insomma, Lancini è uno che di legalità se ne intende. «La scuola materna pubblica e la mensa lui non la voleva, non voleva che fosse costruita - continua Barzani - Era arrivato a dire che non bisognava pagare le rette. E adesso sta ricostruendo le scuole in un'altra area per creare una zona residenziale in centro».
Arrivano i «nostri»

Davanti ai cancelli della scuola materna tre donne con il velo sono venute a prendere i loro figli. Jamila in Marocco era avvocato, qui fa la casalinga. Sua figlia vorrebbe tornare in Marocco perché li può giocare con gli altri bambini. Jamila non si ferma alla questione della mensa. «Ad Adro - sostiene - c'è una politica discriminatoria per gli stranieri su ogni questione». Ci mostra un volantino del comune - «Fondo integrativo comunale affitto: prima i nostri!» - dove si accusa «l'ingiusta erogazione del fondo affitti della Regione» che premierebbe gli stranieri, e annuncia un fondo solo per cittadini comunitari così come il bonus bebè.
Arriva un uomo bianco. Parli italiano? «Mia tant», risponde in bresciano. Ma Fatmir è kosovaro, anche lui in cassa integrazione. «Ho fatto il Pirellone a Milano - dice orgoglioso - ponteggi e ascensori». Suo figlio lo tiene a casa a mangiare perché non può permettersi la mensa. Suo moglie

aspetta da tempo l'assegno di maternità che non le arriva.
Duecento metri più in là, Romana Gandossi, 69 anni, della Spi Cgil, sta discutendo con due signore italiane. Romana è l'altra benefattrice di questa storia, insegna italiano ai bambini e agli adulti stranieri, è stata la prima a segnalare il problema alla Cgil di Brescia che segue da vicino la vicenda. Si è mossa sin da quando a novembre il sindaco aveva dato un bollino verde ai bambini che avevano pagato il pulmino e ordinava di far scendere gli altri. In questi giorni deve mediare, ascoltare, scarrozzare tutti, con a casa i tre nipotini. E in più, proprio come il generoso benefattore, deve prendersi le accuse delle mamme italiane. «State facendo politica strumentale - dice la meno esagitata - non bisognava fare questo casino. Nella lettere il benefattore ha detto che i nostri figli saranno tutti drogati in discoteca o davanti al Grande Fratello, non lo doveva dire. Se voleva dare i soldi poteva farlo in silenzio senza tanta pubblicità». Arriva un'altra signora con la figlia. «Non parlo, ho fretta», scappa. L'altra mamma, una ragazza giovane e alla moda, non si trattiene. «Quello lì non doveva pagare per quella gente, se no doveva pagare anche per me. L'anno prossimo chi paga? Lui non credo, e noi neanche. Tanto ai loro bambini davano da mangiare lo stesso. Questa è solo propaganda. E poi io non ci credo che questi non hanno i soldi, e comunque non è un problema mio».
(15 aprile 2010)
 
 
 









   FRONTE DEL VIDEO


Maria Novella Oppo



Sfortunati i poveri di Adro



La bellissima lettera del benefattore che ha pagato al Comune di Adro la mensa per i bambini lasciati senza mangiare, non è riuscita a toccare il cuore dei compaesani, ma ha toccato il loro portafoglio. Impressionanti le interviste alle mamme mandate in onda dal Tg3; soprattutto quella signora bionda truccata da velina che ha accennato con disprezzo a «quella gente lì», chiarendo poi che parlava degli extracomunitari. Ora, tutti i genitori che pagavano pretendono di essere sovvenzionati, perché, è chiaro, non sono mica fessi. E a dare loro ragione è intervenuto ieri mattina ad Omnibus anche il leghista Galli, che ha spiegato come, secondo lui, quello del paesino bresciano non sia affatto un episodio di razzismo, in quanto tra le famiglie non paganti ce n’erano anche di italiane. Una giustificazione che non giustifica niente, ma non lascia dubbi sul fatto che, secondo la Lega, non bisogna avere indulgenza verso la razza inferiore dei poveri.
(16 aprile 2010)
 

 


 


giovedì 15 aprile 2010

C'è chi dice no






In questo Paese, che sembra non avere più la speranza di risalire e rinsavire, c’è anche chi si oppone. Non si tratta di chi dovrebbe farlo a livello istituzionale e che ha calato ormai le fatidiche braghe: da quella parte lì meglio non guardare. Accade invece nel territorio dei fascisti verdi, quello popolato da cazzoni da bar come il cosiddetto ministro Calderoli, dove un anonimo cittadino dissente, si dissocia dall’ennesima porcata di un amministratore legaiolo e lo manda a dire, completando poi l’opera.
Accade nella bassa bresciana, ad Adro, dove alcuni giorni fa l’ordinanza del sindaco leghista ha vietato la mensa ai 40 bambini i cui genitori non avevano pagato per intero la retta scolastica. Siamo ai tempi dell’amore (malsano) verso i bambini…
Così ci ha pensato un comune cittadino a sanare una ferita, che comunque resterà, pagando l’arretrato e spiegando il motivo del suo gesto, clamoroso in un Paese all’incontrario, con una lettera che ho tratto da “il manifesto”. A seguire un’ampia citazione colta, l’intervista a George Steiner, autorevole intellettuale francese, rilasciata alcuni mesi fa a “la Repubblica”. Occorre riabituarsi a dire no, recuperando indignazione civile, senza mai affogare nel fatalismo o nel silenzio acquiescente. Il baratro è a un passo.



Io non ci sto


Sono figlio di un mezzadro che non aveva soldi ma un infinito patrimonio di dignità. Ho vissuto i miei primi anni di vita in una cascina come quella del film “L'albero degli zoccoli”. Ho studiato molto e oggi ho ancora intatto tutto il patrimonio di dignità e inoltre ho guadagnato i soldi per vivere bene.
È per questi motivi che ho deciso di rilevare il debito dei genitori di Adro che non pagano la mensa scolastica. A scanso di equivoci, premetto che: non sono "comunista". Alle ultime elezioni ho votato per Formigoni. Ciò non mi impedisce di avere amici di tutte le idee politiche. Gli chiedo sempre e solo la condivisione dei valori fondamentali e al primo posto il rispetto della persona. So perfettamente che fra le 40 famiglie alcune sono di furbetti che ne approfittano, ma di furbi ne conosco molti. Alcuni sono milionari e vogliono anche fare la morale agli altri. In questo caso, nel dubbio sto con i primi. Agli extracomunitari chiedo il rispetto dei nostri costumi e delle nostre leggi, chiedo con fermezza ed educazione cercando di essere il primo a rispettarle. E tirare in ballo i bambini non è compreso nell'educazione.
Ho sempre la preoccupazione di essere come quei signori che seduti in un bel ristorante se la prendono con gli extracomunitari. Peccato che la loro Mercedes sia appena stata lavata da un albanese e il cibo cucinato da un egiziano. Dimenticavo, la mamma è a casa assistita da una signora dell'Ucraina. Vedo attorno a me una preoccupante e crescente intolleranza verso chi ha di meno. Purtroppo ho l'insana abitudine di leggere e so bene che i campi di concentramento nazisti non sono nati dal nulla, prima ci sono stati anni di piccoli passi verso il baratro. In fondo in fondo chiedere di mettere una stella gialla sul braccio agli ebrei non era poi una cosa che faceva male. I miei compaesani si sono dimenticati in poco tempo da dove vengono. Mi vergogno che proprio il mio paese sia paladino di questo spostare l'asticella dell'intolleranza di un passo all'anno, prima con la taglia, poi con il rifiuto del sostegno regionale, poi con la mensa dei bambini, rna potrei portare molti altri casi.
Quando facevo le elementari alcuni miei compagni avevano il sostegno del patronato. Noi eravamo poveri, ma non ci siamo mai indignati. Ma dove sono i miei compaesani, ma come è possibile che non capiscano quello che sta avvenendo? Che non mi vengano a portare considerazioni "miserevoli". Anche il padrone del film di cui sopra aveva ragione. La pianta che il contadino aveva tagliato era la sua. Mica poteva metterla sempre lui la pianta per gli zoccoli. (E se non conoscono il film che se lo guardino...). Ma dove sono i miei sacerdoti? Sono forse disponibili a barattare la difesa del crocifisso con qualche etto di razzismo. Se esponiamo un bel rosario grande nella nostra casa, poi possiamo fare quello che vogliamo? Vorrei sentire i miei preti "urlare", scuotere l'animo della gente, dirci bene quali sono i valori, perché altrimenti penso che sono anche loro dentro il "commercio".
Ma dov'è il segretario del partito per cui ho votato e che si vuole chiamare "partito dell'amore". Ma dove sono i leader di quella Lega che vuole candidarsi a guidare l'Italia. So per certo che non sono tutti ottusi ma che non si nascondano dietro un dito, non facciano come coloro che negli anni 70 chiamavano i brigatisti "compagni che sbagliano". Ma dove sono i consiglieri e gli assessori di Adro? Se credono davvero nel federalismo, che ci diano le dichiarazioni dei redditi loro e delle famiglie negli ultimi 10 anni. Tanto per farci capire come pagano le belle cose e case. Non vorrei mai essere io a pagare anche per loro. Non vorrei che il loro reddito (o tenore di vita) venga dalle tasse del papà di uno di questi bambini che lavora in fonderia per 1.200 euro mese (regolari).
Ma dove sono i miei compaesani che non si domandano dove, come e quanti soldi spende l'amministrazione per non trovare i soldi per la mensa. Ma da dove vengono tutti i soldi che si muovono, e dove vanno? Ma quanto rendono (O quanto dovrebbero o potrebbero rendere) gli oneri dei 30000 metri cubi del laghetto Sala. E i 50000 metri della nuova area verde sopra il Santuario chi li paga? E se poi domani ci costruissero? E se il Santuario fosse tutto circondato da edifici? Va sempre bene tutto? Ma non hanno il dubbio che qualcuno voglia distrarre la loro attenzione per fini diversi. Non hanno il dubbio di essere usati? È già successo nella storia e anche in quella del nostro paese.
IL SONNO DELLA RAGIONE GENERA MOSTRI. Io sono per la legalità. Per tutti e per sempre. Per me quelli che non pagano sono tutti uguali, quando non pagano un pasto, ma anche quando chiudono le aziende senza pagare i fornitori o i dipendenti o le banche. Anche quando girano con i macchinoni e non pagano tutte le tasse, perché anche in quel caso qualcuno paga per loro. Sono come i genitori di quei bambini. Ma che almeno non pretendano di farci la morale e di insegnare la legalità perché tutti questi begli insegnamenti li stanno dando anche ai loro figli.
E CHI SEMINA VENTO, RACCOGLIE TEMPESTA! I 40 bambini che hanno ricevuto la lettera di sospensione servizio mensa, fra 20/30 anni vivranno nel nostro paese. L'età gioca a loro favore. Saranno quelli che ci verranno a cambiare il pannolone alla casa di riposo. Ma quel giorno siamo sicuri che si saranno dimenticati di oggi? E se non ce li volessero più cambiare? Non ditemi che verranno i nostri figli perché il senso di solidarietà glielo stiamo insegnando noi adesso. È anche per questo che non ci sto. Voglio urlare che io non ci sto. Ma per non urlare e basta ho deciso di fare un gesto che vorrà dire poco, ma vuole tentare di svegliare la coscienza dei miei compaesani. Ho versato quanto necessario a garantire il diritto all'uso della mensa per tutti i bambini, in modo da non creare rischi di dissesto finanziario per l'amministrazione.
In tal modo mi impegno a garantire tutta la copertura necessaria per l'anno scolastico 2009/2010. Quando i genitori potranno pagare, i soldi verranno versati in modo normale, se non potranno a vorranno pagare il costa della mensa residua resterà a mio totale carico. Ogni valutazione dei vari casi che dovessero crearsi è nella piena discrezione della responsabile del servizio mensa. Sono certo che almeno uno di quei bambini diventerà docente universitario o medico o imprenditore o infermiere e il suo solo rispetto varrà la spesa. Ne sono certo perché questi studieranno mentre i nostri figli faranno le notti in discoteca o a bearsi con i valori del "grande fratello".
Il mio gesto è simbolico perché non posso pagare per tutti o per sempre e comunque so benissimo che non risolvo certo i problemi di quelle famiglie. Mi basta sapere che per i miei amministratori, per i miei compaesani e molto di più per quei bambini sia chiaro che io non ci sto e non sono solo. Molto più dei soldi mi costerà il lavorìo di diffamazione che come per altri casi verrà attivato da chi sa di avere la coda di paglia. Mi consola il fatto che catturerà soltanto quelle persone che mi onoreranno del loro disprezzo. Posso sopportarlo. L'idea che fra 30 anni non mi cambino il pannolone invece mi atterrisce. Ci sono cose che non si possono comprare. La famosa carta di credito c'è ma solo per tutto il resto.
Un cittadino di Adro



(13 aprile 2010)
 
 


GEORGE STEINER. ABBIAMO DIMENTICATO L' IMPORTANZA DI DIRE NO



CAMBRIDGE. Nato a Parigi da genitori ebrei - di origine cèca il padre, viennese la madre - George Steiner è stato educato in tedesco, in francese, in inglese: lingue e mondi in cui si muove con agio. L'ambito dei suoi interessi (che spaziano dalla saggistica letteraria alla filosofia alla narrativa) è di impressionante vastità, e ancora più ammirevole è la capacità di filtrare la propria erudizione in una scrittura brillante e godibilissima. Con lui continuiamo la nostra ricognizione attorno alle parole-chiave indispensabili per affrontare le acque agitate del nostro tempo.
«Partirei da una delle parole più semplici e più corte del vocabolario: la parola "no". Abbiamo perso l' arte di dire "no". No alla brutalità della politica, no alla follia delle ingiustizie economiche che ci circondano, no all' invasione della burocrazia nella nostra vita quotidiana. No all' idea che si possano accettare come normali le guerre, la fame, la schiavitù infantile. C' è un bisogno enorme di tornare a pronunciare quella parola. E invece ne siamo incapaci. Mi creda, sono sgomento di fronte all' acquiescenza di tante persone per bene, trasformate in campioni di fatalismo. Che dichiarano apertamente il loro scetticismo in ordine all' inutilità della protesta, quasi che protestare fosse diventato imbarazzante. Ma le personalità più grandi del nostro tempo, i Nelson Mandela, i Vaclav Havel, non hanno mai provato questo tipo di imbarazzo. Purtroppo la famiglia e la scuola, per non parlare dell' intero sistema mediatico, inoculano sistematicamente tale virus. Ci predispongono al più totale conformismo. Per questo è fondamentale riabituarsi alla resistenza contro i falsi idoli del nostro tempo. A partire da quello principale: il denaro. Anzi, il fascismo del denaro».
Una definizione forte. A cosa allude?«Guardi, non trovo un termine più efficace per descrivere lo straripante dilagare di un potere altrettanto censorio e dispotico. Oggi tutto odora di denaro. E lo stesso potere politico è nelle sue mani. Voi in Italia ne sapete qualcosa. Il caso italiano è quello che in Europa desta maggiori preoccupazioni. Ma anche altre nazioni non sono indenni dal rischio di questa deriva. Le faccio un esempio concreto. Di recente abbiamo visto chiudere banche e fabbriche; abbiamo visto centinaia di migliaia di persone perdere il posto di lavoro e contemporaneamente abbiamo assistito al vergognoso spettacolo di manager che se andavano via con milioni di bonus. Non è un' assoluta oscenità? Mi sarei augurato che di fronte a tutto questo il "no" sarebbe salito forte dalle piazze e invece la solita, tristissima passività ha avuto il sopravvento».
A cosa attribuisce questo deficit di reattività? Al dilagare di "passioni tristi", per dirla con Spinoza?«Evidentemente l' individuo ha la sensazione di trovarsi di fronte a uno schieramento di forze anonime talmente potente, da bloccare qualunque reazione. Ma c'è anche un altro fattore, che non va dimenticato: la catastrofe delle ideologie novecentesche, a cominciare dal marxismo nelle sue varie applicazioni politiche, ha fatto terra bruciata dietro di sé. E il disastro non è soltanto politico, ma anche culturale. Tanto per capirci: l'Italia senza Gramsci è un paese amputato, irriconoscibile. Vede, quando io ero giovane si potevano ancora compiere quelli che io chiamo errori "creativi". Perché nella vita di un giovane è fondamentale poter sbagliare, per costruirsi una vita intensa e appassionata. Oggi non è più possibile. Ed è terribile pensare a un ragazzo di diciotto anni che si vede negato qualunque entusiasmo ideale, utopico».
Difficile poi meravigliarsi se le convinzioni stentano a farsi largo.«C' è un piccolo episodio che per me ha rappresentato un punto di non ritorno. Eravamo ai tempi della guerriglia in centro America. Con un gruppo di studenti il discorso si allargò alla guerra di Spagna. Chiesi loro se avrebbero mai compiuto scelte analoghe a quelle dei loro genitori, che avevano combattuto e magari erano morti per la libertà di quel paese. Il giorno dopo ricevetti una lettera così concepita: "Gentilissimo professor Steiner, nella nostra attuale situazione qualunque coinvolgimento in battaglie internazionali per la libertà ci vedrebbe inevitabilmente complici. Vuoi degli orrori comunisti, vuoi di quelli della Cia. Spiacenti, noi non ci faremo truffare ancora una volta". Se l' unico cruccio è di non essere truffato, dove trovi la forza per compiere un salto immaginativo? Per pensare a qualcosa più grande di te?».
Veniamo alla seconda parola. «"Privacy". Ormai non esiste aspetto della vita privata, anzi della più sacra intimità, che non venga esibito e reso pubblico. In tutti i campi è all'opera una pervasiva "industria della penetrazione"(che include la psicanalisi come la burocrazia, il sistema mediatico come le terapie mediche), volta a spogliare l'essere umano di questo inalienabile segreto personale. Mentre la vera forza di ciascuno è raccolta in ciò che può e deve tenere dentro di sé. Come ricordava Heidegger, nessuno può morire "al posto tuo". E la grandezza di ciascun uomo risiede nella capacità di affrontare in solitudine ogni passaggio delicato della propria esistenza: compresi i fallimenti, le malattie, le disgrazie. In un poema del 1912 Ezra Pound scriveva: "la discrezione sta scomparendo". Beh, quella intuizione si è definitivamente confermata, con danni enormi. E francamente non credo si possa tornare indietro».
Le prime due parole, "no" e "privacy", sono saldamente legate tra loro. Sono curioso di sapere qual è la terza. «Nell'uomo esiste un sentimento forse ancora più potente dell'amore e dell'odio: penso a quelle "passioni profonde", e spesso inspiegabili per un qualcosa che ai nostri occhi assume un valore supremo. Banalmente si parla di hobby, mentre invece è sul terreno della vera e propria passione che si gioca il nostro destino. In quello spazio libero e gratuito in cui ciascuno coltiva un intimo amore, senza negoziarlo né doverlo giustificare. Io ad esempio adoro il jazz, stare con il mio cane e andare per librerie antiquarie in cerca di antiche traduzioni dell'Iliade. Se qualcuno mi dice che sono modi sciocchi di passare il mio tempo, neppure rispondo. Perché sono convinto, al contrario, che essere presi per il collo da una passione, esserne posseduti, sia il dono più grande per un uomo. L'ho sempre detto ai miei studenti: coltivate le vostre eccentricità, ampliate gli spazi liberi del vostro spirito. Anche questo è un modo di dire "no" e preservare la "privacy"».
E forse è un modo di sfuggire al paradosso di una società che si dice individualista, mentre sopisce l'irriducibile singolarità di ciascuno?«Per uscire da questa trappola bisognerebbe tornare al concetto di persona. Esaltare la capacità di essere se stessi, di affermare un proprio, irrinunciabile stile di vita. Viviamo in un mondo in cui il valore dell'esistenza individuale pare dipendere unicamente dai riconoscimenti esterni. Io invece continuo a credere che una persona sia tale perché da sola, ogni mattina, si mette alla prova. Sapendo di andare incontro allo scacco, ma non arrendendosi ad esso. Nessuno l'ha detto meglio di Beckett: "fallire di nuovo, fallire meglio"».



FRANCO MARCOALDI


(5 novembre 2009)  
 

sabato 10 aprile 2010

L’essenza dell’assenza




Esistono piccoli gesti, che si scambiano le persone, che racchiudono un universo di sentimenti, più convincenti di mille discorsi, più avvincenti del miglior thriller mai pubblicato e che imprimono sulla quotidiana esistenza il vero senso, quello da cogliere subito per non disamorarsi della vita. E piccolo gesto era il suo, ripetuto più volte. Non faceva parte dei preliminari, che certo non racconterei qui, né era anticipo di lusinghiere promesse. Nulla di tutto questo, ma un gesto semplice, naturale, persino banale nel suo automatismo, però efficace, diretto al cuore. Esaltante. Capace di spazzare via oscuri presagi, in grado di alleviare inquietudini larvate, sotterranee che scavano senza sosta nell’anima e la debilitano. Un gesto rafforzativo che conservo nel luogo più profondo e che rievoco per convincermi che l’unione si rafforza, nonostante la distanza, la sporadicità degli incontri, la sofferenza anche – certo – per non averla accanto quando sarebbe giusto che ci fosse.
Quel gesto, fuggevole come un battito di ciglia, procura sensazioni appaganti e inebrianti. So che non lo ritroverei altrove: è unico e l’unicità è data dalla persona che ne è protagonista. Lei e non altre. Una sorta di marchio di fabbrica, il timbro posto sui giorni, pochi, in cui siamo stati insieme. Il ricordo è dolce e ancora carico di sensazioni. “Che bello vederti sereno e sorridente” mi ha scritto su Facebook un’amica di blog. E un’altra ha aggiunto: “Anche a me piace moltissimo questo tuo sorriso sereno! Sono davvero contenta di saperti felice”.
Le ringrazio ancora, ma il mio grazie va soprattutto alla donna che ha avuto il merito di rendermi “sereno e sorridente”. Non è cosa da poco.

Spiegata in questo modo l’assenza pasquale, resta da colmare il vuoto del precedente fine settimana, quello in cui sono stato confinato in una sezione elettorale come scrutatore. Mancavo da almeno cinque anni. Di certo la prima volta da blogger. Perciò avevo affidato a carta e penna, tra una scheda elettorale e l’altra, alcune annotazioni da un luogo privilegiato per osservare le persone, cercando di immaginare come vivano e cosa facciano. Questo è stato il risultato finale.

Trascino con me una bisaccia colma di interrogativi come la cornucopia della fortuna, dopo la domenica appena trascorsa a consegnare scheda e matita agli elettori.
Come si saranno formati un’opinione? Da dove hanno attinto le informazioni? Dove va quella giovane donna nel primo pomeriggio di festa? E se non fosse venuta qui al seggio dove sarebbe andata? E quella ragazzina, tale in apparenza, maggiorenne in realtà da almeno tre anni, cosa ci fa nella sezione elettorale a metà giornata? Quali sono i suoi svaghi, i suoi interessi?
Quale motivo spinge le persone a fare ordinatamente la fila per esercitare la democrazia? Come si sentono con quella scheda tra le mani? Riecheggiano le chiacchiere propagandistiche di poche ore prima? Cosa vedono in quei simboli? Cosa rappresentano per il disincanto o lo scetticismo dei più anziani? E per chi è al primo voto cosa significano? E, tornati a casa, ne parleranno ancora? Qual è stato il significato di questa giornata? Davvero si celebra la democrazia attraverso il diritto-dovere di voto? È ancora così alto e nobile questo concetto?
S’intrecciano piccole storie di grandi malattie. La dimensione ridotta dalla permanenza, non dalla gravità. Il tempo fugace di un racconto, di un aggiornamento, assieme alla tristezza. Tanta. Persone che non vedo da tempo e che stento talvolta a riconoscere. Se anziani avanzano traballando, certuni appoggiandosi ad un bastone quando manca una spalla amica. Cerco in volti scavati, tracce del ricordo di un tempo, sovente neppure molto lontano. La malattia della vecchiaia procede inesorabile. Ci sono poi giovani uomini, conosciuti da bambini e che non chiamo, nè saluto con calore per timore d’incorrere in un abbaglio.
Ecco due donne anziane, entrambe vedove – come denuncia la tessera elettorale – che arrivano insieme, scherzano, ridono, si fanno compagnia a vicenda.
Di prima mattina aveva fatto irruzione una coppia (lui e lei) di motociclisti, attrezzati di tutto punto, pronti ad una gita fuori porta, parecchio fuori porta visto che comunicano la meta. E tutti ad invidiarli, perché c’è il sole e insomma la giornata promette bene. Ma a colpirmi maggiormente tra i volti e i nomi, un ragazzo con acconciatura rasta che non passa inosservato. Alle lunghe treccine non faccio caso, però ad un curioso particolare sì, perché il documento di riconoscimento che esibisce è un tesserino del ministero della Difesa. E così, anche il giorno dopo, mi ritrovo a chiedermi che mestiere possa fare al ministero un tipo così, a meno che non sia un hacker istituzionalizzato. E allora tutto torna.

Durante lo scrutinio tornano anche l’annuncio su una scheda che :“Paolo ama Francesca”, in un’altra la sobrietà di mandare un “vaff. porci”, poi l’equanimità di chi, per non far torto a nessuno, regala una croce ad ogni simbolo. Così sono tutti contenti. Poi la ribalta è per i vinti e per i vincitori.