mercoledì 17 marzo 2010

L'oscuramento




Le lunghe ali del regime stanno oscurando, poco per volta, tutti gli spazi dove poter esercitare la libertà di parola. Accade così che, in piena campagna elettorale, l’informazione politica venga relegata solo negli spazi istituzionali (dell’emittente pubblica, ovvio) vale a dire i telegiornali, dove il controllo dei partiti, di quelli di maggioranza segnatamente, può esercitarsi con relativa facilità.
Grazie al divario digitale, ancora esistente, la censura potrà avere successo e buona parte di connazionali dispone già ora di notizie approssimative, superficiali e magari confezionate appositamente per le circostanze.
Peccato per gli apprendisti del Grande Fratello, quello orwelliano, che la Rete non sia controllabile, peccato perché lo sputtanamento è dietro l’angolo. Sempre. Peccato, però, che di questa opportunità non possa (o non voglia) giovarsene la Rai, o almeno quei settori che garantiscono un pensiero diverso. Peccato, perché a rovistare negli archivi, tra filmati e carta stampata, si riuscirebbe a trovare molto materiale interessante per la diffusione anche ad uso e consumo di quella maggioranza silenziosa, oscillante tra “Franza o Spagna purchè se magna”.
Provo a fornirne un esempio illuminante con questo post multiplo. Soltanto le date aiutano a distinguere e orientarsi, altrimenti gli articoli sembrerebbero essere di questo periodo. Anzi, in talune circostanze diventano quasi profetici. La forza delle immagini, poi.
Già il Bossi, nella breve clip audio-video, rappresenta una degna introduzione. Era il tempo in cui la Lega dava anche del mafioso al papi, senza preoccuparsi dell’opportunità politica. “La Padania” attaccava con virulenza l’attuale capo del Governo e Spatuzza era sconosciuto. Chi accusa “il Fatto Quotidiano” oggi di essere un megafono delle Procure (una bestialità che solo un Cicchitto con cappuccio d’ordinanza può partorire), evidentemente non ricorda il contenuto degli articoli che, nel 1998, giorno dopo giorno, l’organo leghista proponeva. Poi è sopraggiunta la normalizzazione, a tal punto perfezionata che, di quegli articoli, non esiste più traccia negli archivi. Apparentemente. Basta saper cercare.
Dunque torniamo indietro con gli anni, al 1994. Il disastro stava cominciando. Il papi era sceso in campo da un paio di mesi, aveva vinto le elezioni e non si era perso tempo a far prigionieri. Facilissimo con dirigenti Rai genuflessi da mesi che avevano subito intercettato il nuovo vento che spirava e si erano adeguati. A tal punto da anticipare i desideri del sovrano. È interessante notare come, nell’episodio raccontato da Concita De Gregorio, il papi neppure intervenne.
Un salto temporale di otto anni e nel 2002 accadde un episodio gravissimo e paradossale: il papi si autocensurò. Di stranezze dette e fatte quest’omino ci ha sommerso, ma l’autocensura costituì un capitolo nuovo e assolutamente inaspettato. Neppure il mai troppo rimpianto “settimanale di resistenza umana” Cuore avrebbe potuto confezionarci uno di quei titoli superlativi.
La realtà surclassa la satira e quando questo avviene significa che il regime si sta ormai infilando in ogni interstizio. Ci sarebbe stato già da allarmarsi, da reagire e invece…
Il commento di Curzio Maltese è eccellente, ma ugualmente interessanti sono i filmati che riproducono quel Blob così discusso, anzi censurato.
Peccato che si sia la Rete. Ancora.





LA RAI CENSURA BLOB. ”ATTACCA BERLUSCONI”.
 
ROMA- Pesante censura, sospensione - come a scuola - di Marco Giusti e Enrico Ghezzi, i soliti indisciplinati della rete Tre, i soliti provocatori di Blob che spesso esagerano e questa volta, allarga le braccia il direttore generale della Rai, hanno passato il limite e se la sono presa, accidenti, con Silvio Berlusconi. È per colpa di uno di quei montaggi audio-video che già fecero imbestialire il cronista all'epoca craxiano Onofrio Pirrotta ("ma che bella faccia di cazzo", commentava su un suo primo piano la voce di Gassman) e che nella versione Berlusconi fa quest'effetto: faccia di Berlusconi, voce fuori campo che in romanesco dice “Ah cencio, vedi d' annà affanculo...” . Per Pirrotta nessuno si mosse, per Berlusconi Locatelli ha aperto un'istruttoria durata due mesi.
Ghezzi e Giusti gli hanno spiegato che l'audio era uno spezzone dell' “Intervista'”di Fellini, è intervenuto a difenderli il direttore di rete Angelo Guglielmi, c'è stato ed è agli atti un carteggio ampio, polifonico, a tratti surreale. Argomenta in una delle lettere Locatelli: "Quel 'cencio' , per come è pronunciato e per il fatto di essere parola di due sillabe, si presta ad essere confuso con 'Silvio' ". Infine la decisione: sospesi dal lavoro per dieci giorni, con lettera firmata dal direttore generale e già protocollata. Ci sarà un ricorso dei puniti, ma intanto il segnale è forte e chiaro.
Attenti, composti, il direttore vigila e vi guarda. Non è tempo di scherzare. Più veloce della luce la Rai cambia - ha cambiato rotta. Prima ancora che "gli osservatori" inebetiti da anni di vicende fanfan-forlaniane capiscano e classifichino quel che succede in viale Mazzini ecco che già i professori sono come per incanto e per vitale istinto in sintonia, in cordiale accordo, in ottima intesa con il governo prossimo venturo. Complice a volte l'amicizia personale (di Locatelli con Berlusconi, di Demattè con Bossi) la tenaglia degli accordi si stringe, la nuova maggioranza di destra diventa interlocutore possibile. La Rai - per ora - resta. Con la benedizione di Carlo Scognamiglio, ex bocconiano che l'ex rettore della Bocconi Demattè può chiamare Carlino, e con il provvisorio assenso di Irene Pivetti la settimana Rai si chiude in scioltezza, e forse persino in allegria.
Claudio Demattè torna come ogni venerdì pomeriggio a Milano dopo aver incontrato i nuovi presidenti delle Camere. Gli uffici stampa li definiscono "incontri lunghi e molto cordiali". Non due parole freddine e formali, insomma. Scognamiglio gli ha assicurato (e ha poi ripetuto ai giornalisti) che questo consiglio Rai durerà fino alla riforma della legge sulla tv, "prima si cambia la legge poi si fa il nuovo consiglio", dunque sei mesi, anche un anno di quiete. La Pivetti non ha chiesto ancora le "dimissioni immediate" che pretendeva poche ore prima di essere eletta presidente della Camera, ed è già molto. In più si è mostrata molto interessata alla questione dei conti. Ottimi, riconoscono ora persino i dirigenti dell'Adrai spodestati dal nuovo cda: conti eccellenti, il risanamento funziona. "Sul piano economico la gestione Demattè è inattaccabile", ripete e accredita a ogni pie' sospinto l' ufficio stampa Rai, ed è questa la chiave della nuova linea.
Sul piano economico la Rai è inattaccabile, e sul piano politico? Lì bisognerà dare qualche bacchettata, qualche energica dimostrazione di un nuovo rigore. Eccessi di sinistrismo? Correggeremo. Con garbo, senza che si possa dire che c' è persecuzione o censura. Il caso Ghezzi-Giusti è esemplare anche perché sembra un intervento '”politico” e forse per il consiglio è bene che lo sembri, ma in effetti non lo è, è una vicenda nata due mesi fa quando le elezioni erano ancora lontane, sarebbe probabilmente morto come una faccenda di attacchi incrociati aziendali se non servisse, ora, usarlo come spot della ritrovata severità. "Non si poteva fare diversamente", dice un dirigente che ha avuto la pratica sul tavolo: "Del resto Blob era già stato richiamato molte volte, in tempi recentissimi per violazione delle regole è costato all'azienda due multe del Garante per l'editoria, una da 30 e una da 90 milioni".
Per la cronaca: il Blob censurato è del 10 febbraio, prima dei quaranta giorni di silenzio preelettorale imposti dalla legge. All'epoca Ghezzi era a Berlino, al Festival. Due buoni motivi (il momento precoce e l'assenza dell'inventore del programma) per considerare l'episodio peccato veniale, e archiviare. Non risulta, tra l'altro, che Berlusconi abbia protestato. Non c' è stato ricorso, insomma, la pratica è nata d'ufficio e d'ufficio poteva morire. Invece fra equivoci e scambi di lettere l'istruttoria va avanti e, guarda un po' , vien fuori ora: ora che il prossimo governo deve decidere che fare della Rai, se rinnovare o no il decreto che finanzia il risanamento e intanto copre il buco, se e come cambiare la legge sulle tv, se vendere regionalizzare trasformare in pay tv o cedere uno due, tutti i canali. Per i “professori” l'operazione di riallineamento a destra è concentrica e complessa, e non è detto che tutti la condividano.
Elvira Sellerio, per esempio, tentenna. Il piano funziona così. Primo pilastro sono i conti, il piano triennale "che porterà all'attivo nel '96", giurano in azienda, e sul quale nemmeno Ombretta Fumagalli Carulli, probabile ministro delle Poste, ha più niente da dire. La seconda colonna sono le garanzie politiche: trovare l'intesa con Lega e Forza Italia, che tanto Fini e Storace parlano ma i consiglieri della Rai sanno che è un gioco delle parti, i missini vanno avanti a urlare, gli alleati restano un passo indietro a tessere la tela. Poi i rapporti interni: con il sindacato dissidente dei Cento, quelli che contestavano l'Usigrai del "comunista Giulietti", e che Locatelli e Demattè prima ignoravano, oggi ricevono e ascoltano. Con i dirigenti già socialisti e democristiani emarginati agli esordi del nuovo corso e ora accomunati ai professori bonificatori dal comune pericolo di essere bonificati.
Infine qualche dettaglio e qualche segnale. Le bacchettate alla satira troppo a sinistra, il blocco dei contratti con i giornalisti “esterni” - quelli come Riotta, Deaglio, Vigorelli, Bonacina, forse anche Barbato - che ha già messo in moto qualche polemica "assenza per malattia" e che comunque significa divieto oggi e per sempre: divieto per chi ha beneficiato finora e per chi potrebbe beneficiare domani. E mentre riemergono dal passato i nomi di Sodano, Vespa, Selva, candidati via via a dirigere tutta la Rai una rete o un tg, si riaffaccia a dar pagelle anche Pasquarelli ex direttore di fede forlaniana che ha scritto un libro - "Rai, addio" - dove fra l'altro si scusa con Gianfranco Funari per non averlo riassunto, lo riconosce geniale e dice "oggi, se potessi, lo riprenderei subito in Rai". Corsi e ricorsi. Pirrotta, vittima socialista di Blob, si può trovare a RaiTre, rubriche culturali. Giusti e Ghezzi fanno intuire che, se la cosa non si risolvesse con tante scuse, potrebbero anche lasciare Blob e andarsene. Nessuno sa immaginare dove.
CONCITA DE GREGORIO

(23 aprile 1994)

 






Saccà blocca il Berlusconi-blob. Rutelli: censura gravissima
ROMA- Già lunedì notte, Agostino Saccà si era fatto sentire con Paolo Ruffini, direttore di RaiTre. Il secondo Blob consecutivo, tutto dedicato ai tic di Berlusconi, non era piaciuto al direttore generale della Rai, che martedì ha fatto anche di più. Con una lettera, ha bloccato il terzo Blob berlusconiano. Dice Ruffini: «Eseguo l'ordine di fermare la puntata, ma senza condividerlo. Saccà controlla la coerenza tra i programmi e la linea editoriale che il consiglio fissa per la Rai. Così dice la legge. Ma gli ho fatto presente, da subito, che mancavano i presupposti per un atto simile». Un atto di «inaudita gravità» commenta il leader della Margherita Rutelli, che traccia un bilancio «desolante» del vertice della Rai. «Tra errori gestionali e censure politiche, questo consiglio sta trascinando la tv di Stato nella crisi più grave da almeno 10 anni». Quindi Rutelli si appella ai presidenti di Camera e Senato e ai capi stessi del Polo: «Chi ha a cuore il futuro della Rai ora deve intervenire».
La tentazione ci sarebbe. Ampi settori del Polo cominciano a dubitare delle capacità di questo vertice. Proprio il clima di sfiducia, secondo Gentiloni della Margherita, spiega molte cose: «La censura che Saccà infligge a Blob è un indizio di debolezza. Gli attuali capi della Rai sono al capolinea e mostrano i muscoli, in un disperato istinto di sopravvivenza». Il problema è che troppi programmi cominciano a subire il «furore» dell'attacco polista, confuso e dunque «più pericoloso». Giulietti e Falomi dei Ds stilano l' elenco dei "caduti": «Prima Luttazzi, poi Biagi e Santoro, ora anche Blob». «Di tutto questo», annunciano i verdi Pecoraro Scanio e Paolo Cento, «il vertice della televisione di Stato dovrà riferire in Parlamento, davanti alla commissione di Vigilanza». Da Franco Giordano di Rifondazione arriva la solidarietà agli autori del programma, mentre Natale, segretario del principale sindacato dei giornalisti Rai, parla di «colpo all'originalità del palinsesto». Siamo alla «censura», secondo il consigliere Rai Donzelli».
«Censura», dice Agostino Saccà, «è una parola che non accetto. In una sola settimana RaiTre avrebbe messo in onda 40 minuti di satira a bersaglio unico: Berlusconi. Davvero troppo: questi attacchi, invece di colpire il premier, l'avrebbe avvantaggiato facendone una vittima. Mi accusano di vietare la satira? È un genere importante, certo. Chi governa, poi, deve pagare lo scotto della popolarità ed è più esposto. Ma la satira andrebbe fatta su tutto e tutti, non a senso unico». Il forzista Barelli ricorda che Blob aveva in calendario addirittura sei puntate contro il Cavaliere, «un’offesa alla maggioranza degli italiani che ha votato la Casa delle libertà. Non è stata fermata una trasmissione libera, ma un putricidio che offendeva il Paese».
ALDO FONTANAROSA
(10 ottobre 2002)  

 
 


 
La censura della Rai si abbatte anche su Blob
 
GLI ammiratori del Blob notturno dedicato a Silvio Berlusconi si domandavano da giorni non se ma quando sarebbe arrivata l'inevitabile censura al programma, sia pure di nicchia (alle 23,30 su RaiTre), da parte dei vertici berluscones della Rai. La risposta e la censura sono arrivate puntuali, alla vigilia della terza puntata, prevista per lunedì e mai andata in onda. In un breve e davvero satirico comunicato, il direttore generale di viale Mazzini, Agostino Saccà, ordina la sospensione del programma in quanto «satira di parte», senza par condicio.
Alla censura di ogni voce critica o soltanto indipendente nella Rai di Berlusconi siamo ormai abituati, dopo la soppressione di Enzo Biagi e Michele Santoro. Ma l'idea che Berlusconi, attraverso il fido Saccà, censuri addirittura se stesso è nuova. È curioso e significativo che lo stesso direttore generale della Rai consideri «satira», per offensiva oltre ogni limite, la semplice messa in fila di frasi celebri del presidente del Consiglio. L'operazione più eversiva dei due primi (e ultimi) Blob-Silvio è stata infatti la riproposizione integrale, senza tagli o commenti, del famoso «Contratto con gli italiani» firmato negli studi di Bruno Vespa. L'effetto era esilarante. Come fu esilarante, mesi fa la replica, durante il defunto Sciuscià di Santoro, di un'invettiva di Umberto Bossi contro il «mafioso di Arcore». E come sarebbe divertente, «satirico», riproporre il celeberrimo messaggio berlusconiano della «discesa in campo», grondante gratitudine e ammirazione per i magistrati di Mani Pulite che avevano liberato il Paese da una «classe dirigente corrotta e mediocre». Magari affiancato all'elogio della prima repubblica recitato dallo stesso premier in occasione dell'omaggio al cassiere socialista Moroni.
Sono operazioni che Blob fa spesso e, al contrario di quanto sostiene Saccà, «a 360 gradi». Pochi giorni prima aveva trasmesso, sempre senza commenti o accostamenti maliziosi, la visione di Massimo D'Alema sull'Ulivo. Quella del '96, s'intende. Poi ognuno trae le conclusioni che crede. Nell'Italia dei berluscones non soltanto è sgradita e bandita dagli spazi pubblici ogni forma di satira e di critica al governo, ma è censurato anche il semplice uso della memoria. Come nei veri regimi, che considerano la memoria collettiva il peggior nemico. Stalin faceva ritoccare le fotografie. Qui si limitano a oscurare l'archivio delle immagini. Il Berlusconi del 2002 può sopravvivere soltanto oscurando per sempre il Berlusconi del '94 e perfino del 2001. Il Bossi del 2002 interviene sulla sua rete per proibire la rievocazione del Bossi del '98.
Va da sé che nessuno, nella Rai di questi anni, ha mai osato riproporre un filmato di Fini in pellegrinaggio a Predappio, anche se parliamo degli anni Novanta e non del primo dopoguerra. In tempi più recenti, un giornalista Rai cui venisse in mente di mettere in fila un anno di dichiarazioni e previsioni dell'infallibile ministro Tremonti, verrebbe licenziato alla velocità della luce. Nell'Italia di oggi, l'esercizio della memoria è l'atto più sovversivo che si possa compiere. Questa censura infatti verrà dimenticata in fretta, come le precedenti. L'Italia considera sempre più «normale» chiudere un programma per ordine del premier e padrone dell'etere, si tratti di Luttazzi, Biagi, Santoro o Blob. In fondo, considera «normale» anche nominare senatore a vita Mike Bongiorno, nel giorno in cui il Nobel premia un altro scienziato costretto a scappare all'estero. Segno che oltre la discussa «fuga dei cervelli», siamo in presenza di una generalizzata fuga dal cervello.
Rutelli ieri ha protestato con forza, ma la reazione dell'opposizione è stata finora frenata dalla convinzione che in fondo «questi temi non interessano alla gente». È certo che invece il controllo dei media interessa sempre molto a Berlusconi, che oggi come nel '94 ne ha fatto, insieme alla giustizia, l'unica vera direttiva di governo. Grazie alle televisioni ha vinto, grazie alle televisioni pensa di continuare a governare, nonostante il disastro economico e la pessima qualità della nuova classe dirigente.
Il berlusconismo muove del resto dall'idea che, per dirla con l'Hobsbawn del "Secolo Breve", «è chiaro a tutti che alla fine del secolo i media sono una componente della vita pubblica più importante dei partiti e dei sistemi elettorali». Oddio, magari non a tutti. Per esempio non è chiaro all'opposizione italiana. E neppure ai tanti commentatori e sociologi che si domandano come mai la perdita di consenso della destra non si traduca in crescita di consenso per l'Ulivo, escogitando raffinate teorie. Senza mai prendere in considerazione il dato concreto e banale che negli ultimi due anni lo spazio dell'opposizione, sui media nazionali, tv e giornali, si è ridotto alla metà. Se Hobsbawn (e Berlusconi) hanno ragione, oggi un moderno regime non ha bisogno di chiudere con la forza le sezioni dei partiti. Per mantenere il potere basta chiudere gli spazi critici dei media. In Italia, siamo a buon punto.
CURZIO MALTESE
(10 ottobre 2002)    
 
 

 


domenica 14 marzo 2010

La storia non si prescrive













9 novembre 2002



































Su “il Fatto Quotidiano” di venerdì scorso, Marco Travaglio ha scritto un lungo e interessante pezzo, sulle “37 porcate” – come le ha definite – varate dal papi e dalla sua cricca in questi 16 anni. Ho estrapolato la ex Cirielli, in virtù della quale non si potrà realizzare il sogno che le persone oneste hanno nel cuore, vale a dire il papi a San Vittore, perché mi pare significativa per gli effetti devastanti che ha prodotto. E anche perché mi è capitato tra le mani, nei giorni scorsi, un articolo pubblicato su “l’Unità” il 27 dicembre 2005. Credo che esemplificare ciò che accade in concreto, nell’ambito più quotidiano, sia utile per capire l’ostinazione nel denunciare l’arroganza del principe, per il quale è legge ciò che gli aggrada.

Una curiosa coincidenza è stata, però, quella di trovare sotto al pezzo di Wanda Marra, un articolo di Marco Travaglio, nella rubrica “Bananas”, che sembra scritto ieri e invece risale alla fine del 2005.
Da quella data ci sono stati solo regressi.

Però, per non farci troppo male nella conclusione domenicale, ripropongo il link alla famosa intervista a Berlinguer sulla “questione morale” e poi, tornando ai giorni nostri, l’entusiasmante discorso che Nichi Vendola ha tenuto ieri a Roma durante la manifestazione a favore della giustizia e della legalità. E guarda un po’ come siamo ridotti se occorre mobilitarsi e scendere in piazza per affermare due concetti che dovrebbero essere ovvii. Ma i colpi di coda di un regime che sta sbriciolandosi sono i più velenosi e forse dovremo tenercela cara la piazza, bella piazza, perché qualcosa sta per accadere. L’onda.




12. Ex Cirielli (2005). Il 29 novembre 2005 la Cdl vara la legge ex Cirielli (misconosciuta dal suo stesso proponente), che riduce la prescrizione per gli incensurati e trasforma in arresti domiciliari la detenzione per gli ultrasettantenni (Previti ha appena compiuto 70 anni, Berlusconi sta per compierli). La legge porta i reati prescritti da 100 a 150 mila all’anno, decima i capi di imputazione del processo Mediaset (la frode fiscale passa da 15 a 7 anni e mezzo) e annienta il processo Mills (la corruzione anche giudiziaria si prescrive non più in 15, ma in 10 anni). Marco Travaglio. Da “il Fatto Quotidiano” del 12 marzo 2010.

 

Ex Cirielli, la prescrizione dimezzata ha iniziato a fare le sue vittime

Dalle cronache locali dei quotidiani emergono storie paradossali con l’applicazione della nuova legge. Vediamone alcune

di Wanda Marra / Roma



Commercialisti truffaldini, contrabbandieri, aggressori, ricettatori, taroccatori di auto di lusso, farmacisti, venditori di medicine pericolose: è passato meno di un mese dall’approvazione della ex Cirielli (datata al 30 novembre scorso) e la lista di coloro che ne hanno tratto giovamento è già lunga. E moltissimi lo faranno in futuro. Mentre c’è anche chi ne ha fatto le spese. Vediamo.

A. P., ha 70 anni, ed è malato. Secondo la storia che racconta il 12 dicembre la cronaca di Milano di Repubblica, fino al ‘97 aveva una latteria con la moglie, poi un tumore alla laringe lo costringe a lasciare l’attività. Dopo 4 anni, riceve cartelle esattoriali per 50 milioni di vecchie lire: tasse mai pagate, secondo l’erario, che datano dal ‘94 al ‘96. Allora A.P. recupera le copie degli assegni dal commercialista che gli aveva sempre detto che tutto era a posto. Ma i soldi, in realtà, se li era incassati lui. Scatta la denuncia: truffa e appropriazione indebita aggravata. Il pm fissa la citazione in giudizio per il 12 dicembre, ma nel frattempo viene approvata la Salva Previti. La prescrizione prima decorreva dopo 15 anni, adesso dopo 7 e mezzo e il caso viene archiviato. A.P. dovrà pagare altri 25mila euro, oltre a quelli già intascati dal suo commercialista.

Dal piccolo truffatore, si passa ai grandi contrabbandieri: e così un colpo di spugna ha cancellato un maxi processo con 15 imputati, accusati di aver contrabbandato circa 200 tonnellate di sigarette. Come racconta la cronaca di La Spezia della Nazione del 14 dicembre è intervenuta la prescrizione: i fatti risalgono al 94, e se prima della ex Cirielli, il reato veniva prescritto dopo 15 anni, adesso questo succede dopo 7 anni, in caso di incensurati e 10 in quello di recidivi.

Per «sopravvenuti termini di prescrizione», sono stati prosciolti dal Tribunale di Orbetello cinque imputati, che 6 anni fa a Manciano avevano picchiato una persona con «oggetti atti a offendere» (cronaca di Grosseto della Nazione del 15 dicembre): con la precedente legislazione, il reato era prescrivibile in 10 anni che potevano diventare 15, ora ne sono bastati 6.

Prescritti sono stati anche i componenti di una banda che “taroccava’ auto di lusso: secondo quanto raccontato dalla cronaca di Milano del 15 dicembre, 30 persone che rubavano Bmw e Mercedes e poi, dopo aver modificato le targhe, i documenti, e i libretti di circolazione, le rivendevano, nel 97. Prima, i tempi di prescrizione erano di 15 anni per il falso, e di 20 per riciclaggio.

Rischia di risolversi con colpo di spugna, invece, il processo al primario di Chirurgia A del Sant’Anna, finito a processo con l’accusa di 8 differenti omicidi colposi commessi, secondo la Procura di Como, tra il 30 aprile 1999 e il novembre 2001 (Corriere di Como, 13 dicembre).

I reati sono prescritti in 7 anni e meno, e le prime prescrizioni scatterebbero a partire dall’ottobre del prossimo anno. Dunque. Il 17 gennaio si apre il processo, quando manca meno di un anno alla prescrizione di 3 degli 8 omicidi colposi contestati al chirurgo.

Tutti gli altri andrebbero a estinguersi entro i due anni e mezzo successivi. Così, la possibilità che finisca in nulla l’intero processo è reale, visto che l’accusa potrebbe chiedere una nuova superperizia sulle otto morti sospette, con stop di almeno 4 mesi. Non è ancora stata prescritta – ma il rischio è forte –la vicenda risalente al 1990- che riguarda il farmacista di Robilante, Umberto Piccitto e il fratello Francesco. I due sono accusati di associazione per delinquere e lesioni personali per aver fabbricato e commercializzato prodotti farmaceutici per combattere l’obesità, che in molte donne avevano provocato preoccupanti effetti collaterali (La Stampa, cronaca di Cuneo, 15 dicembre): hanno indagato diverse procure, e le inchieste sono poi confluite a Cuneo, dove le pillole venivano confezionate. C’è stata una prima udienza il 2 marzo, una il 6 luglio, e una nuova udienza è fissata per il prossimo 11 gennaio, con ampie possibilità che la vicenda finisca prescritta.




27 dicembre 2005

 

 



 


martedì 9 marzo 2010

L'inferno di Haiti






 







Lascio da parte le miserie morali di questa Italia, ripetutamente stuprata, perché poi c’è sempre di peggio nel mondo (e anche di meglio, per fortuna). Il TgTre è tornato con una sua troupe ad Haiti, due mesi dopo il catastrofico terremoto, testimoniando una parvenza di ripresa della vita, peraltro molto precaria dove già era disagevole vivere prima.

Un’annotazione, anche visiva, mi ha colpito. Molti ragazzi continuano a scavare sotto le macerie, dove si trova ancora un numero incalcolabile di morti, perché sperano di trovare addosso ai cadaveri soldi e oggetti preziosi, d’oro soprattutto. Ne parlava con molta tranquillità un giovane della capitale. E non ho potuto fare a meno di considerare in quale stato di decomposizione si possano trovare quei cadaveri, con tutte le conseguenze relative.

Il degrado totale, che ha ridotto esseri umani ad una condizione primordiale, è anche crudamente raccontato in un reportage, pubblicato su “La Stampa” alcuni giorni fa, che riprende testimonianze dirette dall’area caraibica. All’interno del testo vari link che rimandano alle fonti originarie.

Ad Haiti, intanto, si avvicina la stagione delle piogge e degli uragani. Non c’è pace a Port-au-Prince





















Haiti: crescono le violenze sessuali contro le donne nelle tendopoli



TESTO ORIGINALE DI LISA PARAVISINI, TRADUZIONE DI GAIA RESTA



Le notizie più inquietanti delle ultime settimane, tra il caos e l’instabilità dilaganti ad Haiti dopo il terremoto del 12 gennaio, riguardano il significativo aumento di aggressioni contro donne e bambine all’interno dei rifugi temporanei che oggi affollano il Paese. Le denunce di violenze e stupri contro le donne, ormai all’ordine del giorno in tutto il territorio, giungono in un momento di totale assenza di sicurezza nella regione.

Secondo alcuni resoconti, le donne sono dovute ricorrere a misure drastiche per proteggersi dalla violenza nelle tendopoli sorte dopo il terremoto. Parliamo di madri sveglie tutta la notte, che non riescono nemmeno ad andare in bagno o a prendere l'acqua, per paura che gli uomini ne stuprino le figlie mentre dormono. Alle ragazze più giovani è stato detto di indossare i jeans sotto i vestiti, per essere ulteriormente protette durante la notte.

Gli uomini del luogo si sono organizzati in gruppi per proteggere le donne e le bambine dei loro campi, dotandosi di armi artigianali per allontanare gli aggressori. Tanta paura è dovuta anche alla presenza di molti criminali fuggiti dalle prigioni locali dopo il terremoto, e non ancora catturati. Tuttavia, anche prima del devastante sisma, il tasso delle violenze sessuali ad Haiti era tra i più alti del mondo, secondo un rapporto di Amnesty International del 2008.

La storia della violenza sessuale ad Haiti è lunga e oscura. Lo stupro è stato riconosciuto come reato dalla legge haitiana solo nel 2005 e, in generale, ha sempre goduto di una certa impunità (come ribadiva ancora Amnesty International nel 2006). Difatti lo stupro è comunemente percepito come qualcosa che può accadere solo a una ragazza molto giovane o vergine. La normativa haitiana lo considera un "reato d'onore", facendo gravare, di conseguenza, un grande senso di vergogna sulla vittima. Nel 2004 durante il periodo precedente la fuga del presidente Jean Bertrand Aristide dal Paese, un momento di grande caos e sconvolgimento politico, le violenze sessuali e gli stupri erano particolarmente frequenti. Gli aggressori rimanevano impuniti e raramente venivano arrestati, anche quando erano identificati dalle vittime. Una donna ha dichiarato di essere andata in lacrime dalla polizia per denunciare lo stupro e, non solo di essere stata trattata con falsa preoccupazione, ma addirittura di essere stata portata fuori solo per essere nuovamente violentata dal poliziotto.

Taina Bien-Aime, direttore esecutivo di Equality Now, ha parlato su MediaGlobal (testata indipendente basata all'ONU e centrata sul 'Sud globale') dell’attuale situazione ad Haiti: "La cosa più straziante e scandalosa è che un minuto dopo il sisma, abbiamo temuto e previsto che si sarebbero verificati stupri e violenze sessuali. Quasi ogni giorno, vengono pubblicate storie di violenza sessuale e stupri nelle tendopoli o di come le donne temano di essere assalite da potenziali stupratori... Dbbiamo imparare dagli errori del passato rispetto alla tutela delle donne e delle bambine nei periodi di guerra o calamità naturali. Alle donne haitiane viene spesso insegnato a soffrire in silenzio, ma la comunità internazionale non deve considerare inevitabile l’incontrollata violenza sessuale nell’Haiti del post-terremoto. Abbiamo fatto dei rapidi controlli nei campi in cui stiamo lavorando, e ci siamo imbattuti in denunce, molto simili fra loro, di bambine e donne che sono state vittime di violenza proprio in quanto donne. C'è un urgente bisogno di adottare misure appropriate per garantire loro protezione."

Molte organizzazioni per lo sviluppo attualmente impegnate sul campo ad Haiti, stanno facendo tutto il possibile per proteggere donne e bambine dalla violenza. Solveig Routier, specialista in emergenze e tutela dei minori per Plan, ente internazionale per lo sviluppo centrato sui bambini, ha dichiarato su MediaGlobal: "Negli spazi a misura di bambino che Plan sta allestendo nelle tendopoli, sarà in vigore un sistema di monitoraggio, in modo che ogni episodio di violenza sessuale contro le donne e le bambine potrà essere denunciato in un ambiente sicuro. Il personale qualificato valuterà e fornirà il livello di sostegno psico-sociale necessario ad ogni singolo caso e, quando si riterrà necessario un intervento più articolato, Plan indirizzerà queste persone ai più adeguati centri di salute mentale della zona."

Nello stesso intervento su MediaGlobal, Routier ha spiegato che organizzazioni quali Plan sanno bene di dover offrire supporto nei campi-profughi e i loro comitati di gestione stanno approntando ulteriori meccanismi per prevenire la violenza di genere. Nelle sue parole: "Ciò significa migliorare l'illuminazione, e fornire latrine e bagni separati per le donne. Di vitale importanza è l’impiego nei campi-profughi di pattuglie di sicurezza per proteggere le bambine e le donne, soprattutto di notte. Tutto ciò comporta ovviamente il rafforzamento della collaborazione con la polizia e i sistemi di giustizia, così come con il servizio sanitario."

È estremamente importante che le organizzazioni di soccorso lavorino insieme per proteggere le donne da queste aggressioni. A questo riguardo, Bien-Aime ha sollecitato le Nazioni Unite e le altre maggiori agenzie internazionali di soccorso al fine di garantire che "le misure di prevenzione siano messe in atto sistematicamente, e non in maniera casuale, per proteggere le donne e le bambine dalla violenza sessuale e dallo stupro."

Maggiori dettagli in questo articolo su MediaGlobal.

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Testo originale: Threat of rape grows in Haitian tent camps, di Lisa Paravisini. Ripreso da Repeating Islands: spazio collettivo al femminile di riflessioni e notizie su arte, letteratura, cultura e attualità dell'area caraibica.

 

Pubblicato il 3 marzo 2010.







La foto 1 è di Unicef-Svezia, le foto 2 e 3 sono

Unicef-Italia.



domenica 7 marzo 2010

La forza delle idee









Dopo l’emotività, la riflessione. Dopo l’intensità drammatica delle ultime 24 ore, lo spazio per approfondire e capire meglio, anche se poi non necessita molto tempo per rendersi conto che, la cricca del papi, sta soffocando il Paese con un cappio sempre più stringente. “La situazione politica in Italia è grave ma non è seria” verrebbe da esclamare, citando Ennio Flaiano (da “Diario notturno”, 1956), però la capacità di sdrammatizzare è perduta di fronte allo scempio che accade sotto occhi impotenti.

Lo sfogo abbraccia così una folta rassegna stampa. A partire da Michele Serra, autore di un’amaca straordinariamente efficace, su “la Repubblica” di oggi e Robecchi su “il manifesto”, nella consueta rubrica settimanale, corrosiva quanto basta. Poi ci sono gli approfondimenti di grande qualità. Il professor Massimo Villone, su “il manifesto”, sempre di oggi, che spiega con molta chiarezza come il decreto-truffa sia anticostituzionale. Concita De Gregorio che suggerisce l’unico modo che in democrazia è valido (anche per conservarla questa democrazia), cioè il voto del 28 e 29 marzo per spazzarli e spiazzarli. L’editoriale, di ieri, di Ezio Mauro, quello odierno del Fundador Eugenio Scalfari e l’imprescindibile contributo di Barbara Spinelli a completare il tutto.

Qui siamo lontani anni-luce dal tanfo e dalla volgarità che si sprigionano da quella sentina che è il partito della libertà provvisoria. Non per molto spero. Perché verrà un giorno…









 

 











Avrei bisogno anche io di un «decreto interpretativo» che mi chiarisse, finalmente, perché ho sempre pagato le tasse. Perché passo con il verde e mi fermo con il rosso. Perché pago di tasca mia viaggi, case, automobili, alberghi. Perché non ho un corista vaticano di fiducia che mi fornisca il listino aggiornato delle mignotte o dei mignotti. Perché se un tribunale mi convoca (ai giornalisti capita) non ho legittimi impedimenti da opporre. Perché pago un garage per metterci la macchina invece di lasciarla sul marciapiede in divieto di sosta come la metà dei miei vicini di casa. Perché considero ovvio rilasciare fattura se nei negozi devo insistere per averela ricevuta fiscale. Perché devo spiegare a chi mi chiede sbalordito «ma le servela ricevuta?» che non è che serva a me, serve alla legge. Perché non ho mai condonare un fico secco. Perché non ho mai avuto capitali all’estero. Perché non ho un sottobanco, non ho sottofondi, non ho sottintesi, e se mi intercettano il peggio che possono dire è che sparo cazzate al telefono.

Io — insieme a qualche altro milione di italiani — sono l’incarnazione di un’anomalia. Rappresento l’inspiegabile. Dunque avrei bisogno di un decreto interpretativo ad personam che chiarisse perché sono così imbecille da credere ancora nelle leggi e nello Stato.

(7 marzo 2010)

 

 









 



 

Perché è incostituzionale

di Massimo Villone*

 

Alla fine, il misfatto si compie. Il governo con decreto-legge modifica le regole in corsa, e stravolge la competizione elettorale a vantaggio della propria parte.

Questo infatti è accaduto. È del tutto inconsistente lo schermo di una norma che si autodefinisce interpretativa. Anzitutto, a nulla vale argomentare che la decisione è lasciata ai giudici. Il problema non è chi deciderà applicando la norma, ma quale norma si dovrà applicare. Perché la norma sia davvero interpretativa, bisogna supporre che in una medesima disposizione preesistente in realtà convivano più potenzialità normative, e che il legislatore scelga tra i possibili e molteplici significati uno compiutamente già presente. Non a caso, una norma interpretativa viene a valle di contrasti giurisprudenziali, di dubbi applicativi, di incertezze evidenziate dall’esperienza. Nulla di questo è alla base dei pasticci degli ultimi giorni. Tutti assumono che vi sia stato pressapochismo da parte dei presentatori, o peggio. E allora cosa dobbiamo mai interpretare?

Emerge anche un dubbio sulla sussistenza dei presupposti di necessità ed urgenza ex art. 77 Cost. È in corso il procedimento elettorale. Sono state assunte decisioni, sono in atto impugnative davanti ai giudici competenti. Nessuno può sapere se sarà adottata una interpretazione o un’altra. E allora dov’è la necessità e l’urgenza di definire ex lege l’interpretazione corretta? Non è invece che si anticipa la certezza di una interpretazione sfavorevole? Ma in tal caso abbiamo un indizio evidente che non si tratta di norma interpretativa volta a chiarire, ma di norma nuova e modificativa di quella esistente.

Non si fermano qui le forzature e violazioni della Costituzione. Anzitutto, in materia costituzionale ed elettorale il decreto-legge è precluso. Lo stabilisce l’art. 72, comma 4, della Costituzione. È già dubbio che con decreto-legge si possa metter mano a marginali tecnicalità della competizione elettorale. Ma di sicuro non si può ricorrere al decreto per fissare l’interpretazione delle regole sulla presentazione delle liste. In nessun modo questa può considerarsi una marginale tecnicalità. Inevitabilmente, si incide sul voto, e questo senza dubbio preclude il ricorso al decreto. Dunque, la stessa definizione che il governo dà del proprio intervento in chiave di norma interpretativa evidenzia di per sé il contrasto con l’art. 72, quarto comma, della Costituzione.

Decisivo è poi che in materia elettorale la forma è sostanza. Il principio di fondo della competizione elettorale è la par condicio delle forze in campo. E il primo indispensabile presupposto perché tale par condicio vi sia è il rispetto assoluto delle regole. Cambiarle in corsa comporta inevitabilmente un vantaggio indebito per l’uno, un danno ingiusto per l’altro. E di sicuro incide – poco o molto non importa – sull’esito. Questo viola molteplici norme della Costituzione. Non solo, com’è ovvio, gli artt. 2 e 3, ma soprattutto l’art. 48 Cost., perché il voto dell’elettore è davvero eguale solo se l’offerta politica in ordine alla quale il diritto si esercita è stata avanzata nel pieno rispetto della par condicio. Ed anche l’art. 51 Cost., perché viene distorta la condizione di parità nell’accesso alla carica elettiva da parte dei candidati. Ancor più l’art. 49, perché si nega il diritto dei cittadini a partecipare “con metodo democratico” alla politica nazionale. Proprio in quel metodo troviamo un connotato indispensabile della partecipazione. Ed è per realizzare anzitutto il fine ultimo dell’art. 49 Cost. che si presentano liste e si compete per il consenso. Ma dov’è il metodo democratico se si usa la clava del decreto-legge per ribattere la palla nell’altra metà del campo? Cosa c’è di democratico se si ricorre alla forza della legge per cambiare le regole a proprio vantaggio, per cancellare gli effetti negativi dei propri errori politici, della propria incapacità di sedare la rissa di tutti contro tutti e formare per tempo le liste secondo quanto prescritto?

Un segnale drammaticamente negativo. Che intanto getta nella precarietà il risultato elettorale, perché rimarrà probabilmente possibile far valere i vizi davanti alla Corte costituzionale. Ma forse per un costituzionalista conta ancor più la prova – e non è certo la prima - che cede uno dei pilastri della Costituzione come armatura dei diritti e delle libertà. Non a caso nella Parte I della Costituzione è centrale la riserva di legge. Non a caso troviamo diritti e libertà presidiati da quella riserva. La ragione la vediamo nella legge come massima espressione di partecipazione democratica. Ma nella confusione politica e istituzionale del nostro tempo e nel bipolarismo coatto con la gruccia del maggioritario in cui viviamo la legge esprime i numeri, ma non la sostanza di una partecipazione democratica. Nella legge non ci siamo tutti, ma solo quelli che hanno i numeri utili nell’assemblea elettiva, magari per consenso gonfiato da un premio di maggioranza. Ancor più quando si tratta di decreti-legge.

Pensavamo di aver toccato il fondo con escort, cacicchi, amici, mogli o segretari particolari in corsa per un seggio. Non sapevamo ancora degli spuntini. Come anche avevamo già sentito di leggi-truffa in materia elettorale. Da oggi abbiamo anche il decreto-truffa.

Il manifesto

(7 marzo 2010)

 

*Professore Ordinario di Diritto Costituzionale presso la Facoltà di Giurisprudenza dell'Università degli Studi di Napoli "Federico II"

 





 







VOI SIETE QUI


Questione d’interpretazione

di Alessandro Robecchi

 

Prima di applicare il settimo comandamento, leggete bene il decreto interpretativo. Serve un decreto interpretativo per gli appalti in Abruzzo, per le belle scopate di palazzo Grazioli, per lo schiavismo a Rosarno, per i senatori del PdL eletti dalla ‘ndrangheta. Per il coro di Ratisbona e per i gay a tassametro del Vaticano. Per Maroni che dice “è stata data un’nterpretazione autentica della legge”, urge un decreto interpretativo che lo faccia sembrare una persona seria. Il decreto interpretativo che rende regolari i fuorigioco del Milan dovrà essere rapidissimo, mica si può restare allo stadio al freddo due giorni ad aspettare il Tar. Con un buon decreto interpretativo la bella Noemi avrebbe avuto 18 anni già a sedici e mezzo. Formalmente ineccepibile il decreto interpretativo con cui Minzolini ha trasformato un colpevole prescritto in un innocente. Un decreto interpretativo potrebbe far sembrare un golpe una specie di trionfo della democrazia, o trasformare la corruzione in soluzione all’emergenza.

Il disprezzo della legge, l’arroganza del più forte, la dittatura soft, la censura e i non allineati ridotti al silenzio, non c’è nulla che non possa risolversi con un decreto interpretativo. Probabile che il ministro della difesa di una democrazia occidentale, che comanda parà e carri armati, che si dice “disposto a tutto” non venga allontanato con vergogna soltanto grazie a un decreto interpretativo. Le nostre speranze, i nostri diritti, la nostra libertà, le nostre regole, le norme, i doveri, sono da oggi variabili, modificabili con decreto interpretativo, le nostre vite stesse sono interpretabili a seconda delle necessità del regime, il nostro futuro e la nostra dignità sono interpretabili a piacere e non servono nemmeno la forestale, i servizi segreti, l’aviazione, le camicie verdi, le ronde, il poliziotti del G8 di Genova. Una grande festa del decreto interpretativo si terrà ogni anno, basta una telefonata di Denis Verdini. Buffet a cura del genero di Gianni Letta. Napolitano firma. Avete mica un passaporto francese da prestarmi?

Il manifesto

(7 marzo 2010)

 

 

















Umiliati gli onesti




Il partito del fare e del malaffare, del fare un po' come gli pare - dell'abuso e del condono, del sopruso e del perdono, della cricca che sono - ha digrignato i denti e sfoderato braccia tese, ha minacciato mostrando la bava, «non ci fermeremo davanti a niente», poi ha fatto la voce sottile e il pianto da vittima quando del danno era artefice. Ha infine preteso, battendo i pugni, di cambiare le regole in corsa. Prima della Costituzione (articolo 72, nessun decreto in materia elettorale) ha infranto, gettandolo a terra tra risa di disprezzo, quel che resta del senso dello Stato. Ha insultato milioni di persone per bene che vivono ogni giorno nel rispetto delle regole pagandone il prezzo. Li ha - ci ha - resi ridicoli, sudditi a capo chino di un tiranno. Costoro, le persone per bene, sono furibonde ed hanno ragione: chi sta in fila a affoga tra le carte per un permesso di soggiorno, un'iscrizione a scuola, un concorso, un bollo scaduto, il rinnovo di un contratto, una concessione edilizia avrà da oggi la possibilità di sanare per decreto irregolarità burocratiche e ritardi? Certo che no. Eppure ciascuna di queste regole da rispettare corrisponde ad un diritto. Il diritto alla cittadinanza, all'istruzione, al lavoro, alla casa. Si potrà dire, da domani, che dovendo scegliere tra un ritardo nell'iscrizione a scuola e il diritto ad andarci prevale il secondo? No. Chi ritarda di mezz'ora sarà escluso. L'elasticità vale solo per chi può imporla con l'abuso. Dunque gli italiani onesti sono furenti: se fosse accaduto alla sinistra avremmo avuto un decreto del governo? Difficile. Pagheranno una multa i ritardatari come si paga la mora sulle bollette? Non sembra proprio. La regola vale per il deboli, l'arbitrio per i forti. Forse Milioni quello del panino è stato radiato dal Pdl per manifesta incompetenza? No, lo si è visto anzi in queste notti dalle parti di Palazzo Chigi. Dunque era un disegno, l'ennesima furbizia per alzare fumo? Che triste giorno, il 5 marzo. Un nuovo 8 settembre, scriveva ieri Alfredo Reichlin. «Fino a che punto siamo consapevoli che l'Italia è arrivata all'appuntamento con la storia?». Ecco, lo siamo?

Il presidente della Repubblica ha agito, si deduce dalle sue parole, secondo la logica del male minore: tra i due beni - il rispetto delle norme e il diritto dei cittadini a votare - ha scelto il secondo. Una scelta di quelle in cui si perde comunque. L'astuta truffa - il quesito del premier - era questo: o la democrazia o la legge. Ma la democrazia e la legge sono la stessa cosa, solo la banda di governo crede di no. Napolitano ha agito anche per timore delle conseguenze possibili: chiede che «tutti si rendano conto» dell'acuirsi di tensioni «non solo politiche ma istituzionali». Abbiamo titolato, l'altroieri, «Gulp di stato». Oggi possiamo dirlo in chiaro: colpo di stato, è questo il pericolo. Siamo sull'orlo e adesso tocca a noi. Spiazziamoli. Non sbagliamo la mira. Non cadiamo nel tranello, di nuovo, di assegnare ad altri - peggio che mai ad uno solo - compiti, colpe, responsabilità. La storia è nelle nostre mani e si cambia in un solo modo: non coi decreti ma col voto. Spiazziamoli, sì. Scendiamo in piazza e saremo noi a umiliarli: col voto delle persone oneste. Sono o no la maggioranza del Paese, annidate in tutti i partiti? Vediamo. Contiamole.

(7 marzo 2010)

           

 







 



OPINIONI


Il governo, la forma e la sostanza

BARBARA SPINELLI

 

Fa una certa impressione rileggere gli articoli che Norberto Bobbio scrisse nelle pagine di questo giornale, tra il 1994 e il 1996, sulla forza politica edificata da Berlusconi a seguito di Tangentopoli: sull’inconsistenza dei club e circoli da lui creati, sulla loro vacuità, sullo spregio delle forme, tanto fieramente vantato.

Sulla violenza protestante della sua ribellione a liturgie e convenzioni della democrazia rappresentativa, vorremmo aggiungere: una violenza di tipo russo, alla Bakunin, che ricorda la vastità informe (la gestaltlose Weite) criticata nel 1923 dal giurista Carl Schmitt.

Fa impressione rivedere quei testi perché molte storture sono le stesse. Non furono curate allora per il semplice fatto che erano ritenute virtù nuove, e adesso la stortura s’è estesa divenendo non solo questione di codice penale ma di riti elettorali prima trasgrediti, poi mal rappezzati con leggi ad hoc. Quel che Bobbio rimproverava ai club era in sostanza questo: il disdegno delle regole, tanto più indispensabili nel regime democratico, che al popolo affida un’amplissima sovranità.

E l’ideazione di una forza non solo dipendente da un’unica persona («Un partito a disciplina militare, anzi aziendale», così Dell’Utri nel novembre ’94), ma priva di statuti, progetti, chiarezza innanzitutto sui finanziamenti.

Bobbio era pienamente consapevole del discredito che la corruzione rivelata da Mani Pulite aveva inflitto ai partiti, annerendoli tutti mortalmente e rendendo ancor più pertinente il termine partitocrazia.

Tuttavia i partiti restavano essenziali per la democrazia, secondo lui, perché senza partiti il potere si fa opaco, arbitrario, imprevedibile. Il non-partito propagandato da Forza Italia minacciava d’essere un’accozzaglia senza storia, una «rete di gruppi semiclandestini»: incompatibile con la «visibilità del potere» che «distingue la democrazia dalle dittature» (Stampa, 3-7-94). La pura negazione (non-partito) non diceva nulla perché infinite sono le possibilità da essa racchiuse: «Se dico “non bianco” comprendo in queste parole tutti i colori possibili e immaginabili (...). La democrazia rifiuta il potere che si nasconde», dirà il filosofo in un’intervista a Giancarlo Bosetti nel 2001. Il non-bianco equivale all’amorfa vastità descritta da Schmitt.

Agli esordi anche i professionisti della politica erano invisi, e lo sono a tutt’oggi: gli uomini che si dedicano alla causa pubblica e ne vivono. Come nel film di Elia Kazan, meglio era scovare un Volto nella Folla, trasformarlo in talentuoso comunicatore, e la fabbrica del consenso partiva. Già nel 1957, Kazan crea il prototipo del manipolatore nichilista delle folle, eterno homo ridens, dandogli il nome di Lonesome Rhodes, il «Solitario» venuto dal nulla o meglio dalla galera. Di uomini così era fatto il non-partito escogitato da Mediaset, e lo è tuttora. Tuttora si avvale dei consigli di Previti, condannato definitivamente per corruzione in atti giudiziari. O di Verdini, indagato per corruzione.

Il politico di professione è considerato da costoro parassita, incapace di fare. La cerchia attorno a Berlusconi è piena di uomini che agiscono al riparo della politica e della legge: imprenditori o avvocati (soprattutto avvocati del Capo). Lo stesso Stato è sospettato, se non li serve: tanto che la sede del governo non è più Palazzo Chigi ma il domicilio del Capo a Palazzo Grazioli. Bobbio dà a questo fantasmatico potere il nome di partito personale di massa, e nel ’94 chiede al suo leader precisazioni: se il suo non è un partito cos’è, esattamente? Come s’è finanziato? Cosa farà per dare al proprio potere visibilità: dunque forme, regole rispettose del codice penale e di procedure elettorali che non avvantaggino i più forti o ricchi? Si vede in questi giorni come i riti, le sequenze formali, le procedure, siano sviliti e lisi.

Il disastro delle liste presentate tardi o malamente nel Lazio e in Lombardia conferma difetti congeniti, non sanati dal partito creato con Alleanza nazionale. All’origine: una politica al tempo stesso autoritaria e informe al punto di smottare di continuo come la terra semovente di Maierato in Calabria. Diciotto anni sono passati da Mani Pulite e i club di Mediaset hanno per questa via privatizzato la politica, screditandola agli occhi degli italiani e convincendo anch’essi che il privato è tutto, il pubblico niente. Si ascolti Verdini, sull’Espresso del 23 maggio 2008. All’obiezione sul conflitto d’interessi replica, ardimentoso: «Il conflitto d’interessi non interessa più a nessuno. Neanche a chi non ha votato il Cavaliere. Diamo cento euro in più nella busta paga, detassiamo gli straordinari, favoriamo i premi aziendali senza tassazione e poi vediamo. Alla fine, la gente fa i conti con la propria famiglia».

La famiglia, l’affare, il favore chiesto per figli, mogli, cognati: son tutte cose che vengono prima, e se farsi strada affatica ci si serve della politica come di una scatola d’utensili cui si attinge per proteggersi dalla legge e aggirarla. Dell’Utri lo ammette: «A me della politica non frega niente, io mi sono candidato per non finire in galera» (intervista a Beatrice Borromeo, il Fatto Quotidiano 10 febbraio 2010. La dichiarazione non è stata smentita né ha fatto rumore).

Bobbio disse ancora che il berlusconismo è «una sorta di autobiografia della nazione». Autobiografia non solo collettiva ma di ciascuno di noi: cittadini evasori, onesti, non per ultimo cittadini-giornalisti. Un giorno o l’altro dovremo domandarci ad esempio, nelle redazioni, come mai inondiamo i lettori di pagine di intercettazioni che nulla c’entrano con reati penalmente perseguibili. Come mai riceviamo dai giudici 20.000 pagine di telefonate, solo in parte cruciali. Se davvero si difende il diritto degli inquirenti a tutte le intercettazioni utili, per render visibili crimini e poteri nascosti, vale la meta mettere un muro fra le intercettazioni rilevanti e quelle concernenti il privato come le scelte sessuali, a meno che le prestazioni non avvengano in cambio di favori illeciti. Anche questo innalzare muri era pensiero dominante, in Bobbio. Citando Michael Walzer ripeteva: «Il liberalismo è un universo di “mura”, ciascuna delle quali crea una nuova libertà». Il lettore non capisce più nulla, alle prese con faldoni di intercettazioni, e rischia una nausea senza più indignazione.

Il disprezzo delle forme e delle leggi caratterizza ieri come oggi il berlusconismo (con l’eccezione di Fini, da qualche tempo) e sempre ha generato regimi carismatici autoritari. Fu l’estrema destra francese, negli Anni 30, ad anteporre il «Paese reale» (o sostanziale) al «Paese legale».

Anch’essa formò Leghe, non partiti. Il partito è una parte, non rappresenta un’interezza, per natura si dà un limite. Nella stessa trappola dell’informe cade oggi il governo, e il vecchio istinto del non-partito fa ritorno. Con disinvoltura ineguagliata Schifani, di fronte all’intrico delle liste, si augura «che venga garantito il diritto di voto a tutti e che la sostanza prevalga sulla forma». Augurio comprensibile il primo, pernicioso il secondo.

Il rigetto delle forme va di pari passo con il rifiuto della legalità, con il primato dato ai diritti privati o corporativi sugli obblighi comuni, con la separazione dei poteri. Si combina alla sfrontatezza con cui l’homo ridens di Kazan, sicuro com’è del proprio talento, si sente legibus solutus, sciolto dai vincoli delle leggi. Talmente sciolto che Berlusconi non esita a dichiarare, nel novembre 1994: «Chi è scelto dalla gente è come unto dal Signore». La Chiesa non ebbe mai alcunché da dire. Anche questa domanda, che Bobbio pose al Vaticano, resta senza risposta.

Tanta sicurezza può dare alla testa. Se ce ne fosse un po’ di meno, se non continuasse la pratica dei «gruppi semiclandestini», si potrebbe chiedere semplicemente scusa agli italiani e alle istituzioni, per la cialtrona gestione delle liste. Aiuterebbe. Ma forse, come scrive Gian Enrico Rusconi sulla Stampa, sognare non ci è dato.

(7 marzo 2010)

           









L'ABUSO DI POTERE



EZIO MAURO







Poiché «la sostanza deve prevalere sulla forma», secondo il nuovo comandamento costituzionale berlusconiano recitato dal presidente del Senato Schifani, il governo della Repubblica ha sanato ieri con una legge di comodo gli errori commessi dal Pdl, che avevano portato all'estromissione di Formigoni dalle elezioni in Lombardia e della lista berlusconiana a Roma.

Questo gesto unilaterale compiuto dalla maggioranza a tutela di se stessa può sembrare una prova di forza. È invece la conferma di un' atrofia politica di base e di vertice, che somma un vizio finale alle colpe iniziali, rivelando il vero volto che nei sistemi democratici assume la forza quando è senza politica, e fuori dalle regole che la disciplinano e la governano: l'abuso di potere.

Non c'è alcun dubbio che una competizione elettorale senza il principale partito è anomala, e il problema riguarda tutti i concorrenti (non solo gli esclusi), perché riguarda il sistema intero e il diritto dei cittadini di poter esercitare compiutamente la loro scelta, con tutte le parti in campo. Ma se il problema interpella tutti, le responsabilità di questa anomalia - che in forme diverse si è verificata a Roma e a Milano, con firme false e termini per la presentazione delle liste non rispettati - sono di qualcuno che ha un nome preciso: il Pdl. Non c'entra nulla il "comunismo", questa volta,e nemmeno c' entrano le "toghe rosse". È lo sfascio della destra che produce il suo disastro, perché quando la locomotiva della leadership non funziona più, e non produce politica, tutti i vagoni si arrestano, o deragliano senza guida.

Ora chi chiede a tutti i concorrenti di farsi carico del problema nato in Lombardia e nel Lazio, con un gesto di responsabilità politica condivisa nei confronti dell' avversario e del sistema, non ha mai nemmeno pensato di assumersi preliminarmente le sue responsabilità, ammettendo gli errori commessi, chiamandoli per nome, prendendosi la colpa. Non è venuto in mente al leader di dichiarare che si attendono le pronunce delle Corti d' Appello e dei Tar chiamati a dirimere con urgenza i due casi, e deputati a farlo, nella normalità democratica e istituzionale, e nella separazione dei poteri.

Nulla di tutto questo. Soltanto lo scarico delle responsabilità sugli altri, la tentazione della piazza, la forzatura al Quirinale, l' altra notte, con il Presidente Napolitano, nel tentativo di varare un decreto che intervenisse direttamente sulla normativa elettorale, riaprendo i termini ad uso e consumo esclusivo del partito berlusconiano. Quando il Capo dello Stato si è reso indisponibile a questa ipotesi, la minaccia immediata di due Consigli dei ministri, convocati e sconvocati tra la notte di giovedì e la mattinata di ieri. Una giornata in affanno, per il Premier, anche per il fermo "no" che ogni sua ipotesi di forzatura trovava da parte dell' opposizione, da Bersani a Di Pietro a Casini. Infine, l' abuso notturno del decreto, mascherato dalla forma "interpretativa", che va a leggere a posteriori nella mente del ministro le intenzioni di quando dettò le norme elettorali di procedura, ritagliando a piacere una soluzione su misura per gli errori commessi dalla destra a Roma e a Milano.

Le norme elettorali sono materia condivisa e indisponibile per una sola parte in causa, soprattutto quando opera a palese vantaggio di se stessa, sotto gli occhi di tutti, e per rimediare a quegli stessi suoi errori che violando le regole l' hanno penalizzata nella corsa al voto. Intervenire da soli, ex post, con norme retroattive, a meno di un mese dalla scadenza elettorale, scrivendo decreti che ricalcano clamorosamente gli sbagli commessi per cancellarli, è un precedente senza precedenti, che peserà nel futuro della Repubblica, così come pesa oggi nel logoramento delle normative, nella relativizzazione delle procedure, nella discrezionalità degli abusi, sanati a vantaggio del più forte. In una parola, questo abuso pesa sulla democrazia quotidiana che fissa la misura di se stessa - a tutela di ognuno - in passaggi procedurali che valgono per tutti.

Al Presidente del Consiglio non è nemmeno venuto in mente di consultare direttamente le opposizioni. Di chiedere un incontro congiunto con i suoi capi, di presentarsi dicendo semplicemente la verità, e cioè denunciando gli errori compiuti dal suo schieramento, assumendosene interamente la responsabilità come dovrebbe fare un vero leader, chiedendo se esiste la possibilità di un percorso condiviso di comune responsabilità per rendere la competizione completa e reale dovunque, nell' interesse primario dei cittadini elettori. Tutto questo, che dovrebbe essere un elementare dovere istituzionale e politico, è tuttavia inconcepibile per una leadership eroica e monumentale, che non ammette errori propri ma solo soprusi altrui, mentre prepara abusi quotidiani.

Quest'ultimo, con la falsa furbizia del decreto "interpretativo" (la legge da oggi si applica solo per gli avversari, mentre per noi stessi la si può "interpretare", accomodandola), completa culturalmente la lunga collana di leggi ad personam, che tutelano la sacralità intoccabile del leader, sottraendolo non solo alla giustizia ma all' uguaglianza con suoi concittadini. Anzi, è l' anello mancante, che collega la lunga serie di normative ad personam al sistema stesso, rendendolo in solido oggetto dell' arbitrio del potere: persino nelle regole più neutre, come quelle elettorali, scritte a garanzia soltanto e soprattutto della regolarità del momento supremo in cui si vota.

Nella concezione psicofisica del potere berlusconiano, la prova di forza rassicura il Premier, dandogli l' illusione di crearsi con le sue mani la sovranità stessa, fuori da ogni concerto con l' opposizione, da ogni limite di legge, da ogni controllo del Quirinale. Un' autorassicurazione che nasce dal prevalere della cosiddetta "democrazia sostanziale" rispetto a quella forma stessa della democrazia che sono le regole, la trasparenza e le procedure, vilipese a cavilli e burocrazia. Emerge dallo scontro, secondo il Premier, l' irriducibilità del potere supremo, che rompe ogni barriera di consuetudine e di norma se soltanto lo ostacolano, e non importa se la colpa è sua: anzi, da tutto ciò trae l' occasione di fondare un nuovo ordine di fatto, che basa sullo stato d' eccezione, fondamento vero della sovranità di destra.

Ma c'è, invece, qualcosa di crepuscolare e di notturno in questa leadership affannosa e affannata che usa la politica solo per derogare da norme che non sa interpretare nella regolarità istituzionale, mentre è costretta a piegarle su misura della sua necessità cogente e contingente, a misura di una miseria politica e istituzionale che forse non ha precedenti: e non può trovare complici. Le opposizioni, tutte, lo hanno capito. Molto semplicemente, un leader e uno schieramento che hanno bisogno di un abuso di potere in forma di decreto anche per poter continuare a fare politica, non possono avere un futuro.

(6 marzo 2010)

 

 









IL COMMENTO



Quel pasticciaccio di Palazzo Chigi un precedente contro le regole



di EUGENIO SCALFARI



 

Ci sono, nel decreto legge varato ieri notte dal governo, un pregio e una quantità di difetti. Ezio Mauro, nel suo editoriale di ieri ne ha già dato conto. Proseguirò sulla stessa strada da lui aperta e nelle considerazioni svolte dall'ex presidente della Corte Costituzionale, Valerio Onida. Ma c'è anche e soprattutto un indirizzo politico che emerge da quel decreto, che suscita grandissima preoccupazione.

Il pregio è d'aver dato al maggior partito di maggioranza e ai suoi candidati la possibilità di partecipare al voto regionale in Lombardia e nel Lazio, così da esercitare il diritto elettorale attivo e passivo. Quest'esigenza era stata sottolineata non solo dagli interessati ma anche dai partiti dell'opposizione. Bersani, Di Pietro, Casini, avevano dichiarato nei giorni scorsi di voler vincere disputando la loro eventuale vittoria "sul campo e non a tavolino". Il decreto consente che questo avvenga ed infatti avverrà se i tribunali amministrativi della Lombardia e del Lazio ne ravviseranno le condizioni sulla base del decreto già operativo nel momento in cui quei due tribunali si pronunceranno. Spetta infatti a loro - e non al decreto - stabilire se le prescrizioni previste saranno state correttamente adempiute.

I difetti - che meglio possono essere definiti vere e proprie prevaricazioni - sono molteplici. Alcuni di natura politica, altri di natura costituzionale. Cominciamo da questi ultimi. Esiste una legge del 1988 che vieta ogni decretazione in materia elettorale.

Ora è chiaro che un decreto interpretativo (come è stato definito quello di ieri) non può contravvenire ad una legge vigente e sostanzialmente abrogarla senza con ciò produrre un'innovazione. Cessa pertanto la natura interpretativa che risulta essere soltanto un'appiccicatura mistificante, e riappare invece un intervento che modifica anzi contraddice norme vigenti sulla stessa materia.

C'è un'altra questione assai delicata: l'intera materia elettorale riguardante le Regioni è di spettanza delle Regioni stesse. Le stesse leggi elettorali in materia di procedura differiscono in parecchi punti l'una d'altra. È quindi molto dubbio che il governo nazionale possa entrare con una sua interpretazione su leggi che non sono interamente di sua diretta spettanza. Interpretazioni di tal genere spetterebbero ai consigli regionali i quali tuttavia sono scaduti in attesa del rinnovo elettorale.

Su tutte queste questioni saranno certamente proposti ricorsi e quesiti alla Corte. Ove questa li accogliesse mi domando quale sarebbe la validità e gli esiti degli scrutini del 29 marzo. Il Presidente della Repubblica aveva giustamente definito "un pasticcio" la situazione venutasi a creare. Purtroppo il decreto di ieri non risolve affatto il pasticcio anzi per molti aspetti lo aggrava.

Quanto alla scorrettezza politica, la più grave riguarda la mancata condivisione della sanatoria decretata dal governo con le forze d'opposizione. Il Presidente della Repubblica ne aveva ripetutamente sottolineato l'opportunità ed anzi aveva condizionato ad esso ogni statuizione. Il suo rifiuto dell'altro ieri ad autorizzare un decreto che modificasse le procedure elettorali ad elezioni in corso era motivato anche da questo.

Non solo la condivisione è mancata ma il premier ed i suoi collaboratori senza eccezione alcuna hanno incolpato l'opposizione d'aver reso impossibile l'esercizio del diritto elettorale. In particolare questa responsabilità dell'opposizione si sarebbe verificata a Roma, dove militanti radicali e di altri partiti avrebbero fisicamente bloccato i rappresentanti della lista Pdl impedendo loro di varcare la soglia dell'ufficio elettorale del tribunale.

Questa circostanza, sulla quale i radicali hanno già sollevato denuncia di calunnia, dovrà comunque esser provata dinanzi al Tar del Lazio nell'udienza di domani. È comunque grave un'inversione così macroscopica delle responsabilità, sulla base della quale i colpevoli vengono condonati e gli innocenti puniti.



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Il presidente della Camera, Gianfranco Fini, ha definito il decreto del governo come "il male minore", distinguendosi ancora una volta con queste parole dalla linea di Berlusconi. Ma nel caso in questione Fini ha sbagliato per difetto. Il decreto interpretativo non è un male minore. È un male identico se non addirittura peggiore d'un decreto innovativo.

Anzitutto non si può dare un'interpretazione diversa e così estensiva ad una procedura elettorale con effetto retroattivo. L'interpretazione, se retroattiva, diventa infatti un vero e proprio condono ed un condono è quanto di più innovativo vi sia dal punto di vista legislativo.

Ma c'è di peggio. Poiché nel diritto pubblico un precedente produce una variante valida anche per il futuro, questo precedente potrà essere invocato d'ora in poi per condonare qualunque irregolarità procedurale a discrezione del governo. Non bastava il sistema delle ordinanze, immediatamente esecutive e sottratte ad ogni vaglio preventivo di costituzionalità; ad esso si aggiungerà d'ora in poi il decreto interpretativo facendo diventare norma l'aberrante principio che la sostanza prevale sempre sulla forma, come dichiarò pochi giorni fa il presidente del Senato, Schifani, dando espressione impudentemente esplicita ad un principio eversivo della legalità. Esiste nella nostra lingua la parola "sprocedato" per definire una persona scorretta che si comporta in modo contrario ai suoi doveri. La esse è privativa, sprocedato significa appunto "senza procedura".

E bene, stabilire la prevalenza della sostanza sulla forma in materia di procedura non ha altra conseguenza che legittimare l'illegalità permanente nella vita pubblica, o meglio: far coincidere la legalità con il volere del capo dell'esecutivo, cioè stabilire la legittimità dell'assolutismo.

Un decreto interpretativo con potere retroattivo realizza questo gravissimo precedente. Non a caso Berlusconi lo ha preteso facendo balenare ripetutamente la minaccia di sollevare dinanzi alla Corte costituzionale un conflitto di attribuzioni tra il governo e il Capo dello Stato. Gianni Letta è stato il "missus dominicus" di questo vero e proprio ultimatum e - a quanto si sa - l'ha fatto valere con inusitata decisione. Questi gentiluomini del Papa ci stanno dando molte sorprese da qualche giorno in qua sui più vari terreni. Un Letta in armatura e lanciato a passo di carica non l'avevamo ancora visto anche se da tempo sotto il suo guanto appariva sempre più spesso l'artiglio di ferro.

Male minore, presidente Fini? Purtroppo non sembra.



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Che fare? Chi ne ha titolo rappresenti al Tar i problemi che sono di sua competenza per quanto riguarda il giudizio di applicazione del decreto. (Il Tar lombardo ha già concesso a Formigoni la sospensiva dell'ordinanza dell'Ufficio elettorale e deciderà definitivamente nei prossimi giorni). E chi ha titolo sollevi i problemi di costituzionalità dinanzi alla Corte.

Le sortite "sprocedate" di Di Pietro nei confronti del presidente della Repubblica sono da respingere senza se e senza ma. Nella situazione data il Capo dello Stato è stato messo in condizioni di necessità e ha dovuto dare la precedenza all'esercizio del diritto elettorale, riuscendo anche a far togliere alcune disposizioni transitorie che riservavano l'applicazione del decreto alle sole Regioni di Lombardia e Lazio. Si sarebbe in quel caso creata una diseguaglianza tra gli elettori di fronte alla legge recando così un vulnus costituzionale di palese evidenza. Resta il pasticcio ed un precedente che accelera la trasformazione dello Stato dalle regole all'arbitrio del Sovrano. Gli elettori giudicheranno anzitutto i candidati e i programmi da essi sostenuti. Ma sarà bene che riflettano anche su questi aspetti politici di involuzione democratica. Non sarà un referendum pro o contro Berlusconi, ma certamente l'occasione per scegliere in favore di leggi valide per tutti o in favore delle "cricche" che hanno occupato le istituzioni usandole a favore dei loro privatissimi interessi. L'occasione per cambiare questo andazzo arriverà tra venti giorni. Errare è umano, ma perseverare nell'errore non lo sarebbe.

(7 marzo 2010)

 


sabato 6 marzo 2010

Il golpe








ITALIA


Vignetta tratta dal blog del Tafanus



Hanno fatto tutto di notte, come si conviene ai malfattori, non per vergogna chè questo è un concetto anacronistico e obsoleto. Perché loro sono quelli del fare (male), del fare (come gli pare), del dire (di fare) e poi non fanno, naturalmente.

Hanno completato tutto di notte, per rendere il risveglio agro come la vita, ormai condannata ad essere deturpata da questa cricca di candidati al carcere. Senza passare dal via, come a Monopoli.

Un golpe in piena regola: il papi e i suoi ascari hanno superato anche il sommo maestro, Licio Gelli che aveva allevato nella sua palestra sia B., tessera P2 1816 che Cicchitto, tessera P2 2232. Ieri notte erano dotati di compasso e indossavano il grembiulino d’ordinanza; l’insegnante ha creato allievi a sua immagine e somiglianza.

Il colpo mortale inferto alla Costituzione, alle leggi e  alle regole, provocherà conseguenze inimmaginabili. Al partito della libertà provvisoria chi ha rilasciato la licenza di violare le leggi? Chi gli ha conferito questa facoltà?

Occorre guardarsi intorno, non alla ricerca del nemico, ma dei concittadini da disprezzare sì, coloro – in tanti purtroppo - che, con un dissennato voto, hanno lasciato via libera a questa armata Brancaleone. Sono quelli che si raccolgono sotto lo slogan volgare del “Franza o Spagna purchè se magna”, quelli che si nutrono di soap, di telepromozioni, di calcio ad alta e bassa definizione, di programmi idioti, di tv spazzatura ormai assorbita in tale quantità da non avvertirne il fetore. Loro sì, invece, che puzzano.

Verranno travolti, prima o poi. Anche se adesso ci chiediamo, noi italiani onesti, immersi nel buio totale: “Sentinella, a che punto è la notte?” E ci rispondono che:  "È il regime, bellezza”.

Allora scaturisce un sogno dal cuore, che non è il papi a San Vittore (la ex Cirielli lo salva anche dal carcere), ma quello che ogni buon tifoso ha da sempre nella vita: vittoria nel derby con un autogol all’ultimo minuto. Che, tradotto , potrebbe essere: vittoria nel Lazio e in Lombardia con un solo voto di scarto. Anche se poi varerebbero, immantinente, un de-cretino per interpretare la volontà celata dietro quel voto, interpretazione ovviamente a vantaggio dei perdenti.

Si sorride amaramente, in una giornata nerissima, dove l’illegalità è stata legalizzata, l’arbitrio è diventato costituzionale e la Carta del 1948 riciclata (forse) nell’apposito contenitore.