domenica 12 ottobre 2008

Se questa è una donna







2008-10-11 18:33 Eluana: emorragia interna diffusa Curatrice: medici e padre d'accordo, nessuna trasfusione (ANSA) - MILANO, 11 OTT - Un'emorragia interna profusa sta compromettendo la situazione clinica di Eluana Englaro, la donna in coma dal 18 gennaio 1992. Lo conferma il prof. Defanti, suo medico curante. 'Siamo in una fase critica. Aspettiamo solo il progredire della situazione', dice l'avv. Alessio, curatrice speciale di Eluana, che, lasciando la casa di cura Beato Luigi Talamoni di Lecco, ha affermato: 'E' stato concordato di non fare trasfusioni. E non c'e' stato un rifiuto da parte del padre'.


 


È una vicenda penosa e straziante, quella di Eluana Englaro che ho cercato di racchiudere in questa serie di articoli. C’è anche un appello, lanciato su MicroMega, da parte del mondo cattolico. Firmiamo affinchè a questa donna sia concesso di riposare in pace, sottratta al clamore mediatico e all’ottusità di buona parte del mondo politico. Firmiamo, per quel che potrà servire, perché è necessario approvare una legge sul testamento biologico, affinché ciascuno di noi, nel pieno possesso delle facoltà mentali, possa lasciare istruzioni scritte su come si debba agire in circostanze simili.


Un argomento, come si usa dire, trasversale che però non porta voti, semmai ne fa perdere. Per tale motivo, al di là di generiche richieste, nessuna forza politica si decide ad affrontare il problema con la serietà necessaria e con il rispetto dovuto nei confronti di persone ormai ridotte allo stato larvale.


Il racconto di Giovanni Maria Pace, risale a otto anni fa e permette di considerare come si sia trattato di anni di sofferenza e inferno che dovevano essere risparmiati al padre Beppino e alla madre Saturna che si è “spenta”, stando accanto alla figlia. Adesso è malata di cancro.


Ma è la testimonianza di Piero Colaprico che colpisce e paralizza. Il giornalista de “la Repubblica” è stato nella stanza di Eluana e si fa fatica a leggere ogni riga del suo articolo, sicché arrivando alla fine del pezzo si è come sollevati, mentre in realtà il macigno della conoscenza dello stato di Eluana, di come è adesso, toglie il respiro e contrasta violentemente con quelle foto che ci sorridono da ogni articolo che la riguarda. Con quegli occhi luminosi e da anni spenti, inesistenti. Se è vero che essi sono lo specchio dell’anima, ebbene Eluana è senz’anima dal 18 gennaio 1992. Lasciamo, finalmente, che possa riposare in pace.


 


 


“Eluana Englaro si trova in stato vegetativo permanente dal 18 gennaio del 1992 quando rimase vittima di un grave incidente stradale. Eluana, all'epoca 20enne, verso le quattro di quella mattina si schiantò contro un muro nei pressi di Lecco. Lo schianto le procurò un fatale trauma cranico e la frattura alla seconda vertebra cervicale, una condanna alla paralisi totale. Per salvare la vita della ragazza, i medici dell'ospedale di Lecco, dove venne ricoverata, decisero di intubarla e le somministrarono i primi farmaci.


"Aspettiamo dodici mesi". Trascorse le prime 48 ore, Eluana non accenna a svegliarsi dal coma vegetativo. Ad aprile viene dimessa dalla rianimazione e trasferita in un altro reparto dell'ospedale di Lecco, dove è sottoposta a una serie di stimoli, nella speranza che possa "risvegliarsi". Il parere di diversi specialisti, consultati dal padre della ragazza, invitano ad aspettare quei dodici mesi che anche a livello internazionale vengono richiesti prima che si possa procedere con la sospensione dell’alimentazione e idratazione artificiali.


Corteccia cerebrale compromessa. Ma dopo 12 mesi la diagnosi definitiva e sicura per Eluana è di stato vegetativo permanente, ossia irreversibile. La regione di corteccia cerebrale compromessa dal trauma va incontro a una degenerazione definitiva compromettendone tutte le funzioni”.


la Repubblica (1 ottobre 2008)









Storia di Eluana in coma da 8 anni

MILANO - Ha gli occhi aperti ma non vede, il suo volto è privo di espressione, gli arti immobili. Eluana si trova in questo stato da otto anni, da quando un incidente d'auto le ha spento il cervello. Ora ne ha ventinove e i medici dicono che non si risveglierà. Si trova in "stato vegetativo", una condizione di vuoto assoluto, di assenza totale di sensazioni, sentimenti, dolore. Eluana vive perché un cannello nasogastrico introduce nel suo stomaco alimenti e liquidi, e soprattutto perché caritatevoli mani l'accudiscono giorno e notte. Non c'è speranza che torni tra noi, che esca dal limbo. Eluana è di forte costituzione potrebbe restare a lungo così, a meno che l'alimentazione artificiale non venga interrotta. Ma il tribunale non dà il permesso anche se a chiedere di porre fine alla triste condizione della ragazza è il padre, Beppino Englaro. La legge impedisce di interrompere la sofferenza dell'uomo e di sublimare nel lutto la perdita, di fatto già avvenuta, della figlia che le infermiere girano nel letto ogni due ore per evitare le piaghe.


Che cosa è successo al cervello di Eluana? "Il trauma ha causato l'interruzione dei collegamenti fra la corteccia cerebrale e i centri nervosi sottostanti", risponde Carlo Alberto Defanti, il neurologo di Niguarda che ha seguito la ragazza negli ultimi due anni. "È come se la corteccia, sede dei processi cognitivi, sia isolata dal mondo: non è più in grado di ricevere stimoli esterni né di comandare i muscoli del corpo. Il tronco cerebrale continua invece a funzionare, come dimostra il persistere della respirazione spontanea". Quello di Eluana, ragazza di Lecco ridotta a un vegetale, da evento medico è diventato caso giudiziario, che tocca corde sensibili e mette a nudo le contraddizioni della medicina moderna. Nel 1996, quando è ormai chiaro che la giovane non potrà riprendersi, il padre chiede l' interruzione dell'idratazione e della nutrizione. Ma i medici inorridiscono. Englaro si rivolge allora alla Consulta di bioetica e insieme con il gruppo laico di giuristi e scienziati elabora una strategia: diventare tutore della figlia e in tale veste rinnovare la richiesta di sospensione del trattamento, nell'interesse di Eluana. "L'idea - spiega l'avvocato Maria Cristina Morelli - è che una persona minorata non gode del diritto di esprimere il consenso informato alle cure che spetta a tutti i cittadini, e che tale sperequazione va colmata con la nomina, appunto, di un tutore. Il tutore integra come una protesi la mente obliterata di Eluana e compie per lei le scelte migliori, evitando la delega totale ai medici".


Il padre-tutore si rivolge dunque al tribunale di Lecco, che nel marzo '99 respinge la richiesta. Englaro impugna il decreto di fronte alla Corte d'appello di Milano, la quale accetta il principio della surrogazione ma - poiché non c'è accordo nel mondo scientifico e giuridico sul fatto che la nutrizione artificiale sia assimilabile a una terapia - nega il permesso di togliere il sondino. La tesi di Englaro è che insistere con gli alimenti configura una situazione di accanimento terapeutico, mentre i giudici sostengono che l'alimentazione artificiale non è atto terapeutico ma semplice assistenza, quindi non passibile di interruzione.


"La decisione - commenta il giudice Amedeo Santosuosso - contrasta con quella presa dai magistrati americani e inglesi nel caso, rispettivamente, di Nancy Cruzan del 1990 e di Tony Bland del 1993". La Camera dei Lord si è rifatta a un documento della British Medical Association che stabilisce che non ha senso, dopo un anno dell'accertamento dello stato vegetativo, insistere nel mantenere in vita il decerebrato. "Sarebbe interessante - continua Santosuosso, che oggi partecipa ad un incontro su Eluana organizzato all'Università degli Studi da Politeia e Zadig - che anche i medici italiani venissero allo scoperto. È al loro parere che occorre attenersi. Il dilemma origina da un’azione medica: lo stato vegetativo emerge da un tentativo di rianimazione condotto in condizioni estreme e fallito. Quando le rianimazioni non esistevano la gente moriva e basta". –


di GIOVANNI MARIA PACE




Il caso Eluana Englaro


"Lasciamo che Eluana riposi in pace". Un appello dal mondo cattolico


FIRMA L'APPELLO


"Pensando ad Eluana Englaro i nostri primi sentimenti sono di affettuosa amicizia e di solidarietà nei confronti della sua mamma e del suo papà. Esaminando invece la situazione che si è determinata e scrivendo dall'interno della nostra Chiesa cattolica, non possiamo che esprimere il nostro sconcerto e la nostra amarezza per quanto riguarda la posizione dei vertici ecclesiastici che contribuisce a suscitare un grande e inopportuno clamore mediatico intorno ad una persona crocifissa su un letto da sedici anni.


Ci sembra che la pietà sia dimenticata e che non ci sia serenità nell'esaminare la situazione di fatto, avendo come riferimento le parole di speranza del Vangelo. Dio è il signore della vita e della morte e ad ogni essere umano tocca affrontare la conclusione dell'esperienza terrena, che è solo una fase della vita, accompagnato da chi lo circonda con dolcezza e rispetto, verso il futuro di felicità che ci prefigura la nostra fede. Ci sembra invece che ci si accanisca nei confronti di Eluana e che non si rispettino le sue precedenti accertate dichiarazioni di volontà prima dell'incidente, secondo la testimonianza dei genitori e di altri, e che non si prenda atto della sua attuale perdita definitiva della coscienza.


Ci sembra che, in questa vicenda, si manifesti una concezione meccanicistica e materialista della vita che è ben diversa da quella fondata sui sentimenti e sui valori spirituali vissuti coscientemente che caratterizza la visione cristiana della persona umana. Non ci può essere contrapposizione tra "principi" e "fatto": il principio astratto della vita e il fatto di una "vita non vita". Anche la scolastica insegna che "contra factum non valet argumentum" che si potrebbe tradurre con: "i fatti sono incontrovertibili".


Ci sembra criticabile il consenso al conflitto formale (prima sollecitato e poi applaudito) che si è aperto, in modo del tutto inconsueto, tra il potere legislativo ed il potere giudiziario in relazione alle sentenze della Corte di Cassazione e della Corte d'Appello di Milano; questo consenso è la conseguenza di una mobilitazione propagandistica che ignora i principi dello Stato di diritto su cui si fonda la Costituzione repubblicana.


Ci sembra anche che l'impegno a difesa della vita non debba manifestarsi, principalmente o solo, sulle modalità del suo inizio e della sua fine naturale, ma con attenzione alla sua qualità e al percorso terreno di ogni donna e di ogni uomo. Così l'impegno dei cristiani e della Chiesa dovrebbe, anzitutto e soprattutto, prestare attenzione alla vita concreta dei tanti che fanno fatica a vivere e la cui esistenza vita è sempre a rischio o addirittura è violentemente interrotta.

Sarebbero quindi necessarie forti campagne di opinione, con le mobilitazioni conseguenti, oggi, qui, nel nostro paese, nelle nostre parrocchie, nelle nostre comunità religiose come nei movimenti, nelle associazioni e nelle comunità cristiane di base a favore di chi rischia gli infortuni sul lavoro, per i clandestini nel canale di Sicilia, per le donne che subiscono violenze, per quanti, militari o civili, soffrono in Iraq, in Afghanistan o in Georgia o sono coinvolti nelle tante guerre dimenticate sparse nel mondo, per chi vive nel Darfur o in Somalia, per i milioni di bambini che sono privi di assistenza e di istruzione.


Perché poi cercare di creare, nell'immaginario del nostro popolo, una contrapposizione tra l'identità "cattolica" che, da sola e sempre, difenderebbe la vita e quella "laica" che spregiudicatamente sarebbe disposta a facili cedimenti etici? I credenti, senza erigersi a maestri, potrebbero offrire a tutti la ricchezza della loro vita spirituale e della loro sensibilità morale per dialogare sui problemi della vita e della morte come si pongono ora e per cercare insieme le risposte delle istituzioni a problemi nuovi e complessi che la scienza pone oggi all'inizio del terzo millennio. Nel mondo cattolico sono ormai tanti quelli che condividono il punto di vista secondo cui l'identità del credente sta nelle parole di speranza, di misericordia e di vita della Parola di Dio e non nelle campagne o nelle crociate.


Lasciamo che Eluana vada in silenzio e in pace nel Regno della Vita. Per lei e per la sua famiglia."

Primi firmatari: Vittorio Bellavite, Milano; Paolo Farinella, Genova; Giancarla Codrignani, Bologna; Giovanni Avena, Roma; Grazia Villa, Como; Enzo Mazzi, Firenze; Teresa Ciccolini, Milano; Albino Bizzotto, Padova; Giovanni Sarubbi, Avellino; Lisa Clark, Firenze; Alberto Simoni, Pistoia; Rosa Siciliano, Bari; Giovanni Franzoni, Roma; Carla Pessina, Milano; Marcello Vigli, Roma; Andrea Gallo, Genova; Margherita Lazzati, Milano; Piero Montecucco, Voghera; Gustavo Gnavi, Ivrea; Domenico Basile, Lecco; Chiara Zoffoli, Lecco. Catti Cifatte,Genova.

(9 ottobre 2008)


 








Un giorno nella stanza di Eluana



LECCO - Eluana Englaro oggi ha i capelli corti. Dire che se ne sta a letto è già un mezzo inganno, perché, quando la si vede, quando la si osserva, si percepisce qualcosa che potrebbe essere anche la forza di gravità: qualcosa che non la lascia semplicemente adagiata tra le lenzuola, ma sembra risucchiarla giù, verso un altro luogo, mentre la ragazza, inerme in tutto, non può opporsi. Gli occhi, che nelle foto pubblicate dai giornali, sono spesso ironici e lucenti, colpiscono. Sono strabici, perché questa forza oscura e le ferite cerebrali hanno vinto i muscoli, ormai appannati. Anche le giunture sono anchilosate, lo si vede dai polsi che escono dalla camicia da notte candida.


Diteci com'è Eluana oggi, perché fate vedere le sue vecchie foto e non mostrate com'è adesso? Sono richieste anche legittime, quelle dei lettori nei blog e nei forum (non tutte, certo, perché in qualcuno si percepisce una curiosità che sconfina in un territorio meno nobile). Ma Eluana non è speciale. Se frequenti gli ospedali, sai che appartiene a una nuova umanità disgraziata, che si sta moltiplicando grazie ai progressi della medicina, quella degli esseri umani in stato vegetativo. Solo in Italia sono circa tremila persone e in qualche modo si assomigliano tutti: alternano momenti di veglia (stanno con gli occhi aperti) a momenti di sonno (stanno con gli occhi chiusi), emettono suoni, gemiti, sospiri senza alcuna attinenza con quanto accade intorno al loro capezzale. I neurologi sostengono che non esiste alcuna possibilità di entrare in contatto con loro, perché non reagiscono in maniera intelligente. Possono avere un soprassalto se c'è un rumore, o una smorfia se si fa loro del male, si tratta però di riflessi. Respirano da soli. Ma se su quegli occhi aperti si avvicina la punta di una matita, restano aperti: nessuna minaccia li muove o li chiude. Perciò la giornata di Eluana, intesa come giornata, non esiste: esiste il non-mondo di Eluana.


Oggi questa donna di 36 anni sta al secondo piano della clinica, in una stanza da sola, dove siamo entrati anche noi. Non raramente è in penombra, con suor Rosangela quasi sempre accanto a lei. Lo fa dal 7 aprile del 1994. Prima, per quasi due anni, Eluana, finita fuoristrada con l'auto, spedita d'urgenza in rianimazione, a poco più di vent'anni - tanti ne aveva - era stata ricoverata nel reparto di lungodegenza riabilitativa dell'ospedale di Sondrio. Risultati della rianimazione? Deprimenti. Ma «faremo il possibile», aveva promesso il primario di Sondrio. Le hanno in effetti tentate tutte. Anche in questo caso, miglioramenti pari allo zero.


Un giorno una compagna di scuola di Eluana è andata a trovarla proprio mentre la spostavano dal letto, usando un paranco: «Come se fosse un sacco di patate, lei che non voleva farsi mettere le mani addosso da nessuno». Lo shock è stato tale da tenere questa ragazza lontana dall'ospedale per un bel po' .


Ogni briciola di quella speranza invocata qualche settimana fa in una lettera fraterna anche dal cardinal Tettamanzi è sparita in fretta. E non da sola. Anche la mamma di Eluana, restando accanto alla figlia, «si è consumata». Non compare mai, nelle interviste o in pubblico, perché si è ammalata di cancro e sta malissimo. Papà Beppino le fa da scudo, come fa da scudo alla figlia. I medici gli avevano suggerito: «Pensa alla tua vita, per Eluana non puoi fare più nulla, ci pensiamo noi». Ma questi Englaro, a dispetto di tutto, erano e sono una famiglia unita: e il papà non ha mai mollato per pensare a sé stesso, perché «Eluana intendeva la vita come libertà di vivere, tra noi c'era come un patto di rispetto reciproco delle nostre volontà». Parlando della figlia, l' ha definita «un cristallo». I pezzi di quel cristallo, i cocci della fragilità di una creatura, forse potranno avere sepoltura grazie a un tribunale, o forse no. Al momento, accanto alla ragazza in questo stato «da 6082 giorni, 16 anni sette mesi e ventitré giorni», come scandisce il papà, ci sono i peluche, le sue foto al mare e sugli sci, i cassetti sono colmi di quegli abiti, di quella biancheria che la mamma esausta e piangente ha continuato a comprare, perché voleva che la figlia, bella, fosse bellissima.


La sua bellezza ancora traspare, una bellezza di porcellana, dove qualcuno scorge il soffio della vita, e qualcuno no: ne intravede solo il diafano ricordo, un fantasma traslucido. Ma d'altra parte, gli stessi medici, al papà che chiedeva lumi, non avevano risposto: «Non abbiamo risposte, non abbiamo soluzioni»? Sua figlia, gli avevano detto, è una «non-morta, con gravi handicap». Tutti, compresa e forse soprattutto la suora, e anche il professor Carlo Defanti, il neurologo che si è detto disponibile a staccare il sondino di questa sua paziente, hanno spiato la quotidianità di questa "non-morta". Mai un cenno, mai hanno percepito uno sguardo, mai una sensazione che qualche cosa della sua volontà, della sua energia sprizzasse all'esterno del guscio della pelle. E così non restano da fare che alcune cose pratiche.


C'è stato chi, nelle polemiche venate di crudeltà che caratterizzano questa vicenda umana, clinica e giuridica, si è spinto sino a dire che Eluana fa anche ginnastica. La situazione è, in sintesi, questa. Ogni pomeriggio alle 17 una sacca beige, con dentro un "pappone", un composto di nutrimenti e medicine, viene pompato, attraverso il sondino nasogastrico, direttamente nello stomaco di Eluana, che ha perso la capacità di deglutire, non potrebbe cioè essere imboccata. Questo pasto dura dodici ore. Poi viene sostituito dalla sacca dell'acqua, per l'idratazione. Per evitare le piaghe - e non se n'è mai formata una, tanto è efficiente l'amore di suor Rosangela - Eluana viene spostata dal letto. E qua non c'è il paranco, come nell'ospedale, e non ci sono infermieri che protestano per la fatica: questa religiosa con spalle da artigliere l'abbranca, circonda con le sue forme e la sua forza quel fragile essere dalla testa ciondolante, mette Eluana a sedere sulla carrozzella, per un paio d'ore circa. Quando non ci sono giornalisti e fotografi (sarebbe vietato fotografare e pubblicare chi è incapace di intendere e volere, ma non si sa mai), la trasporta nel piccolo giardino, con panchine di pietra e fiori profumati. Comunque, Eluana va sorvegliata a vista, perché se non è imbracata, può cadere in avanti.


Poi c' è la fisioterapia passiva, cioè «le mani altrui», un concetto che per Eluana equivaleva a una violenza, la toccano, la muovono, danno tono per quel che si può ai muscoli inerti come gomma. Succede anche tre volte al giorno, il tempo deve passare, le cure si devono eseguire. Ed è così che «la mamma si è consumata come una candela accanto alla figlia», lamentandosi perché «non l'hanno lasciata morire». Lo stesso papà Beppino, vincendo il pudore che tante volte lo frena, una volta ha detto al cronista che «Sati è morta dentro quando è morta Eluana, e poi è sopravvissuta a se stessa, distruggendosi».


Eluana, nel letto, senza fame, senza sete, senza riconoscenza, senza affetto (lo affermano i neurologi) resta ignara di questa battaglia e di questi dolori dei suoi amatissimi genitori, e pure dei tanti pensieri e delle emozioni che causa la sua tragedia. Il papà, invece, convinto, forse anche da socialista vecchia maniera, che «la sola libertà è dentro la società» non ha accettato quel concetto di «portatela a casa, la facciamo morire di nascosto». Ancora ieri ripeteva: «Da quello che si è creato clinicamente, solo clinicamente si può uscire».


dal nostro inviato PIERO COLAPRICO


la Repubblica (10 settembre 2008)



giovedì 9 ottobre 2008

La mangiabambini, Mariastella Gelmini

"Maria,

Stella d'Ignoranza.

Il governo è con te.

Tu sei benedetta

da Tremonti,

E benedetto

è il trucco

dei tuoi tagli.

Senta, Maria,

L'ira della scuola,

Che vuol negare

ai bambini,

Come a chi lavora,

Non le è permesso,

Né ora né mai

Di decidere così

La nostra sorte."


(tratto da un volantino diffuso il 6 ottobre davanti a Monte Citorio)










La Moratti? Era Disneyland a confronto!



La proposta di riforma del sistema di istruzione presentato nelle scorse settimane dal governo sta incontrando fortissima opposizione nella scuola e nella società.


Da quando è stato approvato il decreto 137, preceduto dalla legge 112 che preannunciava i devastanti tagli al bilancio della pubblica istruzione, migliaia di insegnanti e genitori, in tutte le parti d’Italia, si sono mobilitati per scongiurare l’avverarsi di un attacco senza precedenti al sistema educativo del nostro Paese.


Il governo vuole tagliare 8 miliardi di euro di finanziamenti all’istruzione, saranno chiuse 2000 scuole di piccoli comuni (121 solo in Emilia Romagna), i bambini e le bambine di tutta Italia rischiano di vedersi negare di fatto un sacrosanto diritto, cioè la pari opportunità di accesso all’istruzione sancito dalla nostra Costituzione, 87.000 posti di lavoro saranno cancellati, moltissimi precari resteranno senza lavoro (683 solo nella provincia di Parma) dopo aver investito denaro, energie, studi, esperienza ed aver contribuito per anni, ovviamente sperando in una stabilizzazione, al buon funzionamento della scuola.


In particolare, riteniamo indispensabile in questo momento soffermarci sull’intenzione del ministro Mariastella Gelmini di tornare al maestro unico alle elementari.


Questo provvedimento è senza dubbio quello maggiormente contestato, (dato OCSE perché colpisce il fiore all’occhiello della scuola italiana: la scuola elementare, oggi ritenuta fra le 5 migliori del mondo 2008).


Con la reintroduzione del maestro unico e la riduzione del tempo scuola a 24 ore settimanali, infatti, verranno definitivamente eliminate le esperienze dei Moduli (3 maestre su 2 classi, 30 ore settimanali) e soprattutto del Tempo Pieno (2 maestre per classe, 40 ore settimanali con 4-6 ore di compresenza). Nel decreto 137 non c’è traccia di un tempo scuola che vada oltre le 24 ore. Come possiamo fidarci delle promesse del ministro, che addirittura afferma che “il tempo pieno” sarà incrementato? Se l’obiettivo sono i risparmi, come sarà possibile tutto ciò? Si ritornerà probabilmente al vecchio doposcuola, un parcheggio a pagamento gestito da soggetti privati per chi ha i genitori che lavorano. Un servizio a richiesta che le famiglie dovranno pagare e che porterà certamente ad un grave scadimento di qualità nel tempo scuola per bambini e bambine.


Il ministro Gelmini presenta come nuovo un salto indietro di circa 50 anni, funzionale alla riduzione della spesa e alla concezione dell’istruzione come servizio a domanda e non come diritto.


Il disegno che ci si appresta a varare, dunque, al di là di qualsiasi considerazione di ordine psicopedagogico, didattico, sociale e culturale, è imposto dal ministro Tremonti e gioca a favore della progressiva trasformazione delle scuole pubbliche in fondazioni a gestione mista pubblico-privato. Un progetto che in Gran Bretagna è partito con le cosiddette Academies da circa 5 anni, con risultati molto deludenti quanto a preparazione degli studenti e con l’opposizione sempre crescente delle famiglie, delle comunità locali e degli insegnanti.


Rimaneggiando abilmente i sondaggi (secondo i quali oltre l’80% delle famiglie italiane esprime fiducia e giudizi positivi sulla qualità delle scuole del nostro Paese) ed i risultati delle classifiche internazionali (che come si diceva attestano la scuola elementare italiana su posizioni egregie), il ministro ha giocato abilmente sulla forza mediatica del revival.


Sostanzialmente, hanno espresso il loro consenso quanti ricordano con nostalgia gli anni della loro scuola elementare, senza nemmeno prendere in considerazione quanto siano cambiate le condizioni sociali rispetto ad alcuni decenni orsono.


A loro, e al ministro Gelmini che sostiene questa come la migliore soluzione per la scuola italiana, chiediamo di riflettere sulle seguenti questioni:


Quanti bambini componevano le classi delle scuole elementari del maestro unico?


Quanti bambini stranieri erano presenti, specie di recente o recentissima immigrazione?


Quanti bambini diversamente abili erano inseriti? Siete favorevoli al ritorno delle classi differenziali?


Quanti bambini avevano entrambi i genitori lavoratori e quanti non avevano nonni o zii disponibili a seguirli nel pomeriggio?


Come erano gestiti ed organizzati e da chi venivano pagati gli eventuali pomeriggi a scuola?


Quante discipline venivano affrontate? Ad esempio, rientravano nel piano di studi l’inglese, la musica, l’informatica, l’educazione motoria, stradale, ambientale?


Per quale recondita ragione si ritiene che per insegnare la religione cattolica si debbano avere specifiche competenze, mentre per insegnare tutto il resto no?


Quante uscite didattiche potevano essere effettuate e con quanti e quali accompagnatori?


Quanto era rilevante il disagio sociale?


Quanti di coloro che provenivano da condizioni sociali disagiate hanno proseguito il loro percorso di studi oltre la soglia della scuola media?


A quale ritmo e con quali richieste nei confronti dei maestri e delle giovani generazioni si muoveva la società?


Quanti paesi situati in zone disagiate o difficilmente raggiungibili vedranno sparire, con la chiusura delle loro scuole, il centro pulsante della loro vita comunitaria?


Ci piacerebbe domandare ai quarantenni e cinquantenni odierni di origine meridionale, migrati al nord in tenera età coi genitori in cerca di lavoro, se hanno un ricordo altrettanto idilliaco e piacevole della loro scuola elementare con la maestra unica e sapere quanti di loro hanno ottenuto un diploma o una laurea. Vorremmo ci dicessero se e quanto la maestra unica abbia potuto rispondere al loro spaesamento, alle loro esigenze relazionali ed emotive e quanto abbia saputo rispettare i loro tempi di apprendimento.


Quanto ha pesato sui consensi che sono giunti alla proposta avanzata dal ministro da parte dei genitori la mancanza di continuità didattica di cui soffrono drammaticamente le nostre scuole? Peccato che al problema del turn over di docenti (e anche alla loro eventuale scarsa preparazione) il ritorno al maestro unico non offra alcuna reale soluzione, anzi: cambiare continuamente docente o averne uno poco preparato, se esso è unico, sarà ancora più grave e penalizzante.


Si è tanto parlato di bullismo nelle scuole italiane, ma non si è detto che la nostra situazione è fra le meno allarmanti del mondo occidentale. Non si è ragionato sul fatto che una scuola come la nostra attuale scuola elementare, fondata su compresenze, condivisione, corresponsabilità, specializzazione, tempi distesi e relazione sostiene, approfondisce, potenzia ed educa docenti e alunni alla cooperazione e alla solidarietà invece che alla competizione e può avere un ruolo di fondamentale importanza nel prevenire fenomeni gravi come il bullismo e l’abbandono scolastico?


A quelle maestre che forse sono attratte dall’idea di tornare ad essere “regine incontrastate nella loro classe”, di non lavorare più al pomeriggio o gestire gli alunni in mensa e nel gioco, di poter spendere meno tempo ed energia a compilare una bella pagellina all’antica fatta di voti anziché di giudizi, di poter usare il “comportamento” come valida giustificazione dei loro fallimenti per potersi “liberare” senza problemi di chi è più debole e in difficoltà, chiediamo infine: avete riflettuto sul fatto che maestra unica significa maestra sola di fronte alle richieste sempre più pressanti che la società del XXI secolo avanza nei confronti della scuola?


di Roberta Roberti


(17 settembre 2008)


da www.retescuole.net


Roberta Roberti


La scuola siamo noi – Coordinamento Scuole Parma

mercoledì 8 ottobre 2008

Testimoni del tempo







Il cardinale Carlo Maria Martini è una nobile figura di uomo e di uomo di Chiesa, di altissimo profilo intellettuale, tra i maggiori biblista internazionali. Poteva diventare papa. Il cardinale Carlo Maria Martini è gravemente malato, da anni, del morbo di Parkinson. Lasciata a suo tempo Milano, per ritirarsi a Gerusalemme, è riapparso in pubblico alcuni giorni fa. Il “Corriere della Sera” ha riportato la sua testimonianza, commovente e da brividi.


In mezzo al letame del nostro quotidiano, tra rifiuti tossici di ogni genere, leggere le sue parole significa fare i conti con la realtà vera, fermandosi sulla soglia del mistero della morte. Un testimone esemplare del nostro tempo. E un altro osservatore contemporaneo di una Chiesa che non ti aspetti è Aldo Antonelli, parroco di Antrosano, piccolo comune della Marsica, autore recentemente di un’invettiva in grande stile contro l’omino B., tessera P2 n° 1816, che peraltro ha il buon gusto di non nominare mai.  


 


Il gesuita ammalato di Parkinson parla ai fedeli


Il cardinale Martini: sento la morte come imminente


MILANO - «Io, vedete, mi trovo a riflettere nel contesto di una morte imminente. Ormai sono già arrivato nell'ultima sala d'aspetto, o la penultima...». Il cardinale Carlo Maria Martini parla con un filo di voce ma sorride, «è stato un atto di audacia e anche di temerarietà chiamare a parlare una persona anziana che non sa se potrà esprimere bene le cose o tenersi in piedi», nell'auditorium dei gesuiti di San Fedele non vola una mosca e l'arcivescovo emerito di Milano prosegue sereno, è arrivato appoggiandosi a un bastone ma lo sguardo e il pensiero non vacillano. La sala è piena, si presenta il libro Paolo VI «uomo spirituale» (ed. Istituto Paolo VI-Studium), una raccolta di scritti martiniani su Montini curata dal teologo Marco Vergottini. E tanti sono rimasti fuori, l'attesa è grande per il «ritorno» del cardinale biblista a Milano, anche se da qualche mese «Padre Carlo» è tornato da Gerusalemme e risiede nella casa dei gesuiti a Gallarate. «Con i vostri tanti gesti di bontà, di amore, di ascolto, mi avete costruito come persona e quindi, arrivando alla fine della mia vita, sento che a voi devo moltissimo», sorride ai fedeli, quasi fosse un congedo. Gli ottantun anni, il Parkinson. E il tema della morte, quello che nel libro Martini chiama con espressione dantesca «il duro calle». Quando l'attore Ugo Pagliai legge «pensiero alla morte» di Paolo VI, «...mi piacerebbe, terminando, d'essere nella luce...», il cardinale ascolta con il volto affondato nelle mani aperte. «Se dovessi non lo scriverei così. È troppo bello, è meraviglioso, lirico», spiega Martini. «Come ho scritto nel libro, ritengo che il testo di Montini sia stato scritto anni prima, quando sentiva la morte incombente ma non imminente». Della sua morte, invece, il cardinale parla come «imminente». Ed è qui che ha accenti wittgensteiniani, il pensiero sul limite della vita diventa un'interrogazione sui limiti del linguaggio, «chi si trova in questa situazione, dovrebbe piuttosto sentirsi scarnificato nelle parole, e questo è per me un problema irrisolto: come descrivere una realtà tutta negativa con parole razionali che tuttavia, in quanto razionali, devono esprimere una esperienza positiva». «Dire» la morte. È una riflessione che nel cardinale si è fatta via via più urgente negli ultimi anni. L'anno scorso, nella basilica dei Getsemani a Gerusalemme, aveva salutato i pellegrini ambrosiani con una lectio vertiginosa sulla Passione e l' «angoscia» di Gesù, «i




n greco il termine è agonia e significa lotta, conflitto, tensione profonda». Martini non ama i discorsi facilmente consolatori, come sempre trova il modo di parlare «al credente e al non credente che è in ciascuno di noi» e guarda in faccia «il duro calle». Davanti all' «affidamento totale a Dio» di Montini, scrive nel libro, «mi sento assai carente. Io, per esempio, mi sono più volte lamentato col Signore perché morendo non ha tolto a noi la necessità di morire. Sarebbe stato così bello poter dire: Gesù ha affrontato la morte anche al nostro posto e morti potremmo andare in Paradiso per un sentiero fiorito». E invece «Dio ha voluto che passassimo per questo duro calle che è la morte ed entrassimo nell' oscurità che fa sempre un po' paura». Ma qui sta l' essenziale: «Mi sono riappacificato col pensiero di dover morire quando ho compreso che senza la morte non arriveremmo mai a fare un atto di piena fiducia in Dio. Di fatto in ogni scelta impegnativa noi abbiamo sempre delle "uscite di sicurezza". Invece la morte ci obbliga a fidarci totalmente di Dio». È l'insegnamento di Montini, «per me fu un po' come un padre». Perché ciò che ci attende dopo la morte «è un mistero» che richiede «un affidamento totale»: «Desideriamo essere con Gesù e questo nostro desiderio lo esprimiamo ad occhi chiusi, alla cieca, mettendoci in tutto nelle sue mani».


* La scheda. La vita. Carlo Maria Martini è nato 81 anni fa. Entrato nella Compagnia di Gesù nel ' 44, ha studiato alla scuola dei gesuiti di Torino, la sua città. Nel ' 52 è stato ordinato sacerdote. Il biblista Laureato in Teologia e in Scrittura, è stato rettore del Pontificio istituto biblico per nove




anni. Il cardinale Nominato arcivescovo di Milano nel dicembre '79 da Giovanni Paolo II, è stato ordinato vescovo nel gennaio successivo. Quattro anni dopo è stato elevato al rango di cardinale. Nel 2002 si è ritirato a Gerusalemme per dedicarsi alla preghiera e allo studio. Oggi risiede nella casa dei gesuiti di Gallarate. Il progressista È stato il candidato numero uno dei progressisti alla successione a Giovanni Paolo II e il profeta di un Concilio Vaticano III.


Gian Guido Vecchi


Corriere della Sera (3 ottobre 2008)


 





MINESTRONE TOSSICO


di don Aldo Antonelli


Ha usato la politica, prima tramite terzi poi scendendo in campo, per difendere e moltiplicare i propri interessi. Ora la uccide, la politica, per dare libero spazio al proprio protagonismo. Prima era semplicemente un ladro in libertà vigilata, ora è un ladro a piede libero.


Con le sue televisioni ha stuprato e violentato un popolo svuotandolo della sua anima, ha resettato la sua coscienza sui canoni volgari del denaro facile e del felice apparire, gli ha rubato la memoria storica e la capacità riflessiva vellicandone gli istinti da basso ventre fino a farne camera di risonanza delle sue ossessioni e delle sue droghe.


Ora questo popolo è diventato zerbino del suo impero, supporto alla sua anarchia e foglia di fico per le sue vergogne.


Prima per lui il popolo era un cavallo da domare , ora lo ha reso un asino da soma. Ha cooptato nel governo il razzismo bavoso della lega, la bulimia mercantilista della destra e l’interessata adulazione di avvocati, commercialisti, ragionieri e dipendenti di azienda (la sua) che, insieme, costituiscono un minestrone tossico da far paura.


Da oltre dieci anni vengono iniettate sul tessuto sociale italiano piccole dosi di disprezzo contro gli stranieri, i poveri, i rom, i nullatenenti, i diversi, i "comunisti", i "coloro-che-non-sono-dei-nostri" al punto di ritrovarci un paese tossico.


E senza vergogna ci si domanda se per caso noi italiani non siamo diventati razzisti...! Da anni vanno predicando a squarciagola il nuovo vangelo della salvezza: "più mercato e meno stato".


Hanno separato il danaro dal lavoro, hanno finanziarizzato il capitale, hanno ammazzato lo stato ed ora, di fronte al disastro, senza pudore alcuno, questa facce di culo (sì, perché facce di culo sono) fanno appello allo stato perché corra ai ripari.


In questi ultimi giorni vanno facendo i salti mortali per divorziare dai loro dogmi. Non li vedete?


Il tuttologo e logorroico Tremonti è tutto e il contrario di tutto: per il mercato e contro il mercato, global e antiglobal, clericale e anticlericale. C’è solo da accertarsi se sia "bi" o "trans".


Noi, da parte nostra, non ci facciamo prendere per il naso.


Ladro è chi ruba ma anche chi tiene il sacco.


Assassino chi uccide ma anche chi fa da palo.


Noi, non volendo essere né l’uno né l’altro, non reggiamo il sacco né facciamo da palo.


Aldo [don Antonelli]


(03.10.2008)


Tratto dal sito: http://www.lavocedifiore.org/SPIP/article.php3?id_article=3576

Foto di don Aldo dal blog:http://iltafano.typepad.com/il_tafano/page/2/

lunedì 6 ottobre 2008

Una nobile proposta







La proposta, partita da MicroMega alla fine di settembre, è quella di attribuire a Roberto Saviano il premio Nobel per la pace. A me pare un’eccellente idea che qui rilancio. A seguire la lunga e struggente “Lettera a Gomorra”, pubblicata su “la Repubblica” il 22 settembre scorso, un intervento vibrante e intenso, un grido di dolore e di accusa che dovrebbe autorizzare uno Stato vero a debellare il cancro delle mafie che infettano la nostra nazione. Perché è questo il vero problema della sicurezza in Italia: almeno tre regioni del Sud controllate dalla criminalità organizzata e altre che stanno per essere invase in modo sempre più capillare. Ma i giullari che compongono l’attuale classe dirigente sono ciechi, sordi e, all’occorrenza, anche muti: tutto in perfetto stile mafioso.


 



Cara MicroMega.net - Lettere alla redazione


Proponiamo Saviano per il Nobel per la pace


“Beati i popoli che non hanno bisogno di eroi”, scrisse a suo tempo Bertold Brecht. Giusto. Anzi, sacrosanto.


Ma la nostra nazione con diverse regioni, e zone, saldamente sotto il controllo delle cosche mafiose, di eroi ne ha bisogno come il pane. E’ inutile negarlo.

Giorgio Bocca nella sua rubrica settimanale su “l’espresso” scriveva qualche anno fa che l’Italia sta tacitamente ed inesorabilmente cedendo poco a poco il controllo dei suoi territori all’illegalità; fino a venti anni fa la linea di illegalità era “sotto Napoli” mentre oggi si può tranquillamente affermare che è “sotto Roma” che l’illegalità domina.


Ed in piena estensione del fenomeno dell’illegalità di stampo mafioso è uscito nel 2006 questa opera prima che è un potentissimo atto di denuncia contro le cosche camorristiche che insaguinano principalmente la Campania, sto parlando ovviamente di “Gomorra” di Roberto Saviano, ed. Mondadori.


Che questa denuncia giornalistica sia un atto di eroismo lo testimonia il fatto che questo coraggioso ragazzo del ’79 (avete letto bene, Roberto Saviano non ha ancora trent’anni) è costretto dall’uscita del suo libro a vivere perennemente sotto scorta, a non uscire di casa, a leggere quotidianamente le minacce di morte che appaiano sui muri della sua città.

Troppe le cose raccontate nel suo libro per “fargliela passare liscia”: i meccanismi della gestione del traffico di droga, l’assistenza/previdenza parallela istituita dalla camorra per i suoi affiliati, la gestione del mercato delle firme false, la gestione del traffico dei rifiuti tossici che da tutta Europa vengono smaltiti nelle campagne campane uccidendo con i tumori tutti i campani.

Personalmente però quello che mi fa più rabbia e mi porta a scrivere di “Gomorra” solo ora a due anni di distanza dalla sua uscita, è vedere che un ragazzo coraggioso come Saviano, venga attaccato in televisione da un ormai pseudo-giornalista come Emilio Fede usando gli stessi argomenti dei camorristi. Ovvero Fede rinfaccia a Saviano di aver “fatto i soldi” con il suo libro.


Ci sarebbe da ridere se questo ragazzo, non scontasse quotidianamente il prezzo del suo coraggio.

Ma che il primo difensore mediatico di Silvio Berlusconi, rinfacci a qualcun’altro dei (giusti) guadagni di un proprio libro, è roba da guinness dei primati dell’indecenza e della faccia di bronzo.

Per contrastare l’azione dei tanti Emilio Fede di questo paese cerco nel mio piccolo di rilanciare la proposta fatta al festivalettratura di Mantova da Domenico De Masi.

PROPONIAMO ROBERTO SAVIANO PER IL PREMIO NOBEL PER LA PACE.

Diamoc
i da fare, facciamo girare la voce, e rilanciamola in ogni situazione.

Il ragazzo se lo merita.


Alessandro Chiometti


 


 


Lettera a Gomorra tra killer e omertà


di ROBERTO SAVIANO





I responsabili hanno dei nomi. Hanno dei volti. Hanno persino un'anima. O forse no. Giuseppe Setola, Alessandro Cirillo*, Oreste Spagnuolo*, Giovanni Letizia*, Emilio di Caterino, Pietro Vargas stanno portando avanti una strategia militare violentissima. Sono autorizzati dal boss latitante Michele Zagaria e si nascondono intorno a Lago Patria. Tra di loro si sentiranno combattenti solitari, guerrieri che cercano di farla pagare a tutti, ultimi vendicatori di una delle più sventurate e feroci terre d'Europa. Se la racconteranno così. Ma Giuseppe Setola, Alessandro Cirillo, Oreste Spagnuolo, Giovanni Letizia, Emilio di Caterino e Pietro Vargas sono vigliacchi, in realtà: assassini senza alcun tipo di abilità militare. I responsabili hanno dei nomi. Hanno dei volti. Hanno persino un'anima. O forse no. Giuseppe Setola, Alessandro Cirillo, Oreste Spagnuolo, Giovanni Letizia, Emilio di Caterino, Pietro Vargas stanno portando avanti una strategia militare violentissima. Sono autorizzati dal boss latitante Michele Zagaria e si nascondono intorno a Lago Patria. Tra di loro si sentiranno combattenti solitari, guerrieri che cercano di farla pagare a tutti, ultimi vendicatori di una delle più sventurate e feroci terre d'Europa. Se la racconteranno così. Ma Giuseppe Setola, Alessandro Cirillo, Oreste Spagnuolo, Giovanni Letizia, Emilio di Caterino e Pietro Vargas sono vigliacchi, in realtà: assassini senza alcun tipo di abilità militare. Per ammazzare svuotano caricatori all'impazzata, per caricarsi si strafanno di cocaina e si gonfiano di Fernet Branca e vodka. Sparano a persone disarmate, colte all'improvviso o prese alle spalle. Non si sono mai confrontati con altri uomini armati. Dinnanzi a questi tremerebbero, e invece si sentono forti e sicuri uccidendo inermi, spesso anziani o ragazzi giovani. Ingannandoli e prendendoli alle spalle. E io mi chiedo: nella vostra terra, nella nostra terra sono ormai mesi e mesi che un manipolo di killer si aggira indisturbato massacrando soprattutto persone innocenti. Cinque, sei persone, sempre le stesse. Com'è possibile? Mi chiedo: ma questa terra come si vede, come si rappresenta a se stessa, come si immagina? Come ve la immaginate voi la vostra terra, il vostro paese? Come vi sentite quando andate al lavoro, passeggiate, fate l'amore? Vi ponete il problema, o vi basta dire, "così è sempre stato e sempre sarà così"? Davvero vi basta credere che nulla di ciò che accade dipende dal vostro impegno o dalla vostra indignazione? Che in fondo tutti hanno di che campare e quindi tanto vale vivere la propria vita quotidiana e nient'altro. Vi bastano queste risposte per farvi andare avanti? Vi basta dire "non faccio niente di male, sono una persona onesta" per farvi sentire innocenti? Lasciarvi passare le notizie sulla pelle e sull'anima. Tanto è sempre stato così, o no? O delegare ad associazioni, chiesa, militanti, giornalisti e altri il compito di denunciare vi rende tranquilli? Di una tranquillità che vi fa andare a letto magari non felici ma in pace? Vi basta veramente?


Questo gruppo di fuoco ha ucciso soprattutto innocenti. In qualsiasi altro paese la libertà d' azione di un simile branco di assassini avrebbe generato dibattiti, scontri politici, riflessioni. Invece qui si tratta solo di crimini connaturati a un territorio considerato una delle province del buco del culo d'Italia. E quindi gli inquirenti, i carabinieri e poliziotti, i quattro cronisti che seguono le vicende, restano soli. Neanche chi nel resto del paese legge un giornale, sa che questi killer usano sempre la stessa strategia: si fingono poliziotti. Hanno lampeggiante e paletta, dicono di essere della Dia o di dover fare un controllo di documenti. Ricorrono a un trucco da due soldi per ammazzare con più facilità. E vivono come bestie: tra masserie di bufale, case di periferia, garage.


Hanno ucciso sedici persone. La mattanza comincia il 2 maggio verso le sei del mattino in una masseria di bufale a Cancello Arnone. Ammazzano il padre del pentito Domenico Bidognetti, cugino ed ex fedelissimo di Cicciotto e' mezzanotte.


Umberto Bidognetti aveva 69 anni e in genere era accompagnato pure dal figlio di Mimì, che giusto quella mattina non era riuscito a tirarsi su dal letto per aiutare il nonno. Il 15 maggio uccidono a Baia Verde, frazione di Castel Volturno, il sessantacinquenne Domenico Noviello, titolare di una scuola guida. Domenico Noviello si era opposto al racket otto anni prima. Era stato sotto scorta, ma poi il ciclo di protezione era finito. Non sapeva di essere nel mirino, non se l'aspettava. Gli scaricano addosso 20 colpi mentre con la sua Panda sta andando a fare una sosta al bar prima di aprire l'autoscuola. La sua esecuzione era anche un messaggio alla Polizia che stava per celebrare la sua festa proprio a Casal di Principe, tre giorni dopo, e ancor più una chiara dichiarazione: può passare quasi un decennio ma i Casalesi non dimenticano. Prima ancora, il 13 maggio, distruggono con un incendio la fabbrica di materassi di Pietro Russo a Santa Maria Capua Vetere. È l'unico dei loro bersagli ad avere una scorta. Perché è stato l' unico che, con Tano Grasso, tentò di organizzare un fronte contro il racket in terra casalese. Poi, il 30 maggio, a Villaricca colpiscono alla pancia Francesca Carrino, una ragazza, venticinque anni, nipote di Anna Carrino, la ex compagna di Francesco Bidognetti, pentita. Era in casa con la madre e con la nonna, ma era stata lei ad aprire la porta ai killer che si spacciavano per agenti della Dia. Non passa nemmeno un giorno che a Casal di Principe, mentre dopo pranzo sta per andare al "Roxy bar", uccidono Michele Orsi, imprenditore dei rifiuti vicino al clan che, arrestato l'anno prima, aveva cominciato a collaborare con la magistratura svelando gli intrighi rifiuti-politica-camorra. È un omicidio eccellente che fa clamore, solleva polemiche, fa alzare la voce ai rappresentanti dello Stato. Ma non fa fermare i killer. L' 11 luglio uccidono al Lido "La Fiorente" di Varcaturo Raffaele Granata, 70 anni, gestore dello stabilimento balneare e padre del sindaco di Calvizzano. Anche lui paga per non avere anni prima ceduto alle volontà del clan. Il 4 agosto massacrano a Castel Volturno Ziber Dani e Arthur Kazani che stavano seduti ai tavoli all'aperto del "Bar Kubana" e, probabilmente, il 21 agosto Ramis Doda, venticinque anni, davanti al "Bar Freedom" di San Marcellino. Le vittime sono albanesi che arrotondavano con lo spaccio, ma avevano il permesso di soggiorno e lavoravano nei cantieri come muratori e imbianchini. Poi il 18 agosto aprono un fuoco indiscriminato contro la villetta di Teddy Egonwman, presidente dei nigeriani in Campania, che si batte da anni contro la prostituzione delle sue connazionali, ferendo gravemente lui, sua moglie Alice e altri tre amici. Tornano a San Marcellino il 12 settembre per uccidere Antonio Ciardullo ed Ernesto Fabozzi, massacrati mentre stavano facendo manutenzione ai camion della ditta di trasporti di cui il primo era titolare. Anche lui non aveva obbedito, e chi gli era accanto è stato ucciso perché testimone. Infine, il 18 settembre, trivellano prima Antonio Celiento, titolare di una sala giochi a Baia Verde, e un quarto d'ora dopo aprono un fuoco di 130 proiettili di pistole e kalashnikov contro gli africani riuniti dentro e davanti la sartoria "Ob Ob Exotic Fashion" di Castel Volturno. Muoiono Samuel Kwaku, 26 anni, e Alaj Ababa, del Togo; Cristopher Adams e Alex Geemes, 28 anni, liberiani; Kwame Yulius Francis, 31 anni, e Eric Yeboah, 25, ghanesi, mentre viene ricoverato con ferite gravi Joseph Ayimbora, 34 anni, anche lui del Ghana. Solo uno o due di loro avevano forse a che fare con la droga, gli altri erano lì per caso, lavoravano duro nei cantieri o dove capitava, e pure nella sartoria.


Sedici vittime in meno di sei mesi. Qualsiasi paese democratico con una situazione del genere avrebbe vacillato. Qui da noi, nonostante tutto, neanche se n'è parlato. Neanche si era a conoscenza da Roma in su di questa scia di sangue e di questo terrorismo, che non parla arabo, che non ha stelle a cinque punte, ma comanda e domina senza contrasto. Ammazzano chiunque si opponga. Ammazzano chiunque capiti sotto tiro, senza riguardi per nessuno. La lista dei morti potrebbe essere più lunga, molto più lunga. E per tutti questi mesi nessuno ha informato l'opinione pubblica che girava questa "paranza di fuoco". Paranza, come le barche che escono a pescare insieme in alto mare. Nessuno ne ha rivelato i nomi sino a quando non hanno fatto strage a Castel Volturno. Ma sono sempre gli stessi, usano sempre le stesse armi, anche se cercano di modificarle per trarre in inganno la scientifica, segno che ne hanno a disposizione poche. Non entrano in contatto con le famiglie, stanno rigorosamente fra di loro. Ogni tanto qualcuno li intravede nei bar di qualche paesone, dove si fermano per riempirsi d' alcol. E da sei mesi nessuno riesce ad acciuffarli.


Castel Volturno, territorio dove è avvenuta la maggior parte dei delitti, non è un luogo qualsiasi. Non è un quartiere degradato, un ghetto per reietti e sfruttati come se ne possono trovare anche altrove, anche se ormai certe sue zone somigliano più alle hometown dell'Africa che al luogo di turismo balneare per il quale erano state costruite le sue villette. Castel Volturno è il luogo dove i Coppola edificarono la più grande cittadella abusiva del mondo, il celebre Villaggio Coppola. Ottocentosessantatremila metri quadrati occupati col cemento. Che abusivamente presero il posto di una delle più grandi pinete marittime del Mediterraneo. Abusivo l'ospedale, abusiva la caserma dei carabinieri, abusive le poste. Tutto abusivo. Ci andarono ad abitare le famiglie dei soldati della Nato. Quando se ne andarono, il territorio cadde nell'abbandono più totale e divenne tutto feudo di Francesco Bidognetti e al tempo stesso territorio della mafia nigeriana. I nigeriani hanno una mafia potente con la quale ai Casalesi conveniva allearsi, il loro paese è diventato uno snodo nel traffico internazionale di cocaina e le organizzazioni nigeriane sono potentissime, capaci di investire soprattutto nei money transfer, i punti attraverso i quali tutti gli immigrati del mondo inviano i soldi a casa. Attraverso questi, i nigeriani controllano soldi e persone. Da Castel Volturno transita la coca africana diretta soprattutto in Inghilterra. Le tasse sul traffico che quindi il clan impone non sono soltanto il pizzo sullo spaccio al minuto, ma accordi di una sorta di joint venture. Ora però i nigeriani sono potenti, potentissimi. Così come lo è la mafia albanese, con la quale i Casalesi sono in affari. E il clan si sta slabbrando, teme di non essere più riconosciuto come chi comanda per primo e per ultimo sul territorio. Ed ecco che nei vuoti si insinuano gli uomini della paranza. Uccidono dei pesci piccoli albanesi come azione dimostrativa, fanno strage di africani - e fra questi nessuno viene dalla Nigeria - colpiscono gli ultimi anelli della catena di gerarchie etniche e criminali. Muoiono ragazzi onesti, ma come sempre, in questa terra, per morire non dev'esserci una ragione. E basta poco per essere diffamati. I ragazzi africani uccisi erano immediatamente tutti "trafficanti" come furono "camorristi" Giuseppe Rovescio e Vincenzo Natale, ammazzati a Villa Literno il 23 settembre 2003 perché erano fermi a prendere una birra vicino a Francesco Galoppo, affiliato del clan Bidognetti. Anche loro furono subito battezzati come criminali.


Non è la prima volta che si compie da quelle parti una mattanza di immigrati. Nel 1990 Augusto La Torre, boss di Mondragone, partì con i suoi fedelissimi alla volta di un bar che, pur gestito da italiani, era diventato un punto di incontro per lo spaccio degli africani. Tutto avveniva sempre lungo la statale Domitiana, a Pescopagano, pochi chilometri a nord di Castel Volturno, però già in territorio mondragonese. Uccisero sei persone, fra cui il gestore, e ne ferirono molte altre. Anche quello era stato il culmine di una serie di azioni contro gli stranieri, ma i Casalesi che pure approvavano le intimidazioni non gradirono la strage. La Torre dovette incassare critiche pesanti da parte di Francesco "Sandokan" Schiavone. Ma ora i tempi sono cambiati e permettono di lasciar esercitare una violenza indiscriminata a un gruppo di cocainomani armati.


Chiedo di nuovo alla mia terra che immagine abbia di sé. Lo chiedo anche a tutte quelle associazioni di donne e uomini che in grande silenzio qui lavorano e si impegnano. A quei pochi politici che riescono a rimanere credibili, che resistono alle tentazioni della collusione o della rinuncia a combattere il potere dei clan. A tutti coloro che fanno bene il loro lavoro, a tutti coloro che cercano di vivere onestamente, come in qualsiasi altra parte del mondo. A tutte queste persone. Che sono sempre di più, ma sono sempre più sole. Come vi immaginate questa terra? Se è vero, come disse Danilo Dolci, che ciascuno cresce solo se è sognato, voi come ve li sognate questi luoghi? Non c' è stata mai così tanta attenzione rivolta alle vostre terre e quel che vi è avvenuto e vi avviene. Eppure non sembra cambiato molto. I due boss che comandano continuano a comandare e ad essere liberi. Antonio Iovine e Michele Zagaria. Dodici anni di latitanza. Anche di loro si sa dove sono. Il primo è a San Cipriano d'Aversa, il secondo a Casapesenna. In un territorio grande come un fazzoletto di terra, possibile che non si riesca a scovarli? È storia antica quella dei latitanti ricercati in tutto il mondo e poi trovati proprio a casa loro. Ma è storia nuova che ormai ne abbiano parlato più e più volte giornali e tv, che politici di ogni colore abbiano promesso che li faranno arrestare. Ma intanto il tempo passa e nulla accade. E sono lì. Passeggiano, parlano, incontrano persone.


Ho visto che nella mia terra sono comparse scritte contro di me. Saviano merda. Saviano verme. E un'enorme bara con il mio nome. E poi insulti, continue denigrazioni a partire dalla più ricorrente e banale: "Quello s'è fatto i soldi". Col mio lavoro di scrittore adesso riesco a vivere e, per fortuna, pagarmi gli avvocati. E loro? Loro che comandano imperi economici e si fanno costruire ville faraoniche in paesi dove non ci sono nemmeno le strade asfaltate? Loro che per lo smaltimento di rifiuti tossici sono riusciti in una sola operazione a incassare sino a 500 milioni di euro e hanno imbottito la nostra terra di veleni al punto tale di far lievitare fino al 24% certi tumori, e le malformazioni congenite fino all'84% per cento? Soldi veri che generano, secondo l'Osservatorio epidemiologico campano, una media di 7.172,5 morti per tumore all' anno in Campania. E ad arricchirsi sulle disgrazie di questa terra sarei io con le mie parole, o i carabinieri e i magistrati, i cronisti e tutti gli altri che con libri o film o in ogni altro modo continuano a denunciare? Com'è possibile che si crei un tale capovolgimento di prospettive? Com'è possibile che anche persone oneste si uniscano a questo coro? Pur conoscendo la mia terra, di fronte a tutto questo io rimango incredulo e sgomento e anche ferito al punto che fatico a trovare la mia voce. Perché il dolore porta ad ammutolire, perché l' ostilità porta a non sapere a chi parlare. E allora a chi devo rivolgermi, che cosa dico? Come faccio a dire alla mia terra di smettere di essere schiacciata tra l'arroganza dei forti e la codardia dei deboli? Oggi qui in questa stanza dove sono, ospite di chi mi protegge, è il mio compleanno. Penso a tutti i compleanni passati così, da quando ho la scorta, un po' nervoso, un po' triste e soprattutto solo. Penso che non potrò mai più passarne uno normale nella mia terra, che non potrò mai più metterci piede. Rimpiango come un malato senza speranze tutti i compleanni trascurati, snobbati perché è solo una data qualsiasi, e un altro anno ce ne sarà uno uguale. Ormai si è aperta una voragine nel tempo e nello spazio, una ferita che non potrà mai rimarginarsi. E penso pure e soprattutto a chi vive la mia stessa condizione e non ha come me il privilegio di scriverne e parlare a molti. Penso ad altri amici sotto scorta, Raffaele, Rosaria, Lirio, Tano, penso a Carmelina, la maestra di Mondragone che aveva denunciato il killer di un camorrista e che da allora vive sotto protezione, lontana, sola. Lasciata dal fidanzato che doveva sposare, giudicata dagli amici che si sentono schiacciati dal suo coraggio e dalla loro mediocrità. Perché non c'era stata solidarietà per il suo gesto, anzi, ci sono state critiche e abbandono. Lei ha solo seguito un richiamo della sua coscienza e ha dovuto barcamenarsi con il magro stipendio che le dà lo stato. Cos'ha fatto Carmelina, cos'hanno fatto altri come lei per avere la vita distrutta e sradicata, mentre i boss latitanti continuano a poter vivere protetti e rispettati nelle loro terre? E chiedo alla mia terra: che cosa ci rimane? Ditemelo. Galleggiare? Far finta di niente? Calpestare scale di ospedali lavate da cooperative di pulizie loro, ricevere nei serbatoi la benzina spillata da pompe di benzina loro? Vivere in case costruite da loro, bere il caffè della marca imposta da loro (ogni marca di caffè per essere venduta nei bar deve avere l'autorizzazione dei clan), cucinare nelle loro pentole (il clan Tavoletta gestiva produzione e vendita delle marche più prestigiose di pentole)? Mangiare il loro pane, la loro mozzarella, i loro ortaggi? Votare i loro politici che riescono, come dichiarano i pentiti, ad arrivare alle più alte cariche nazionali? Lavorare nei loro centri commerciali, costruiti per creare posti di lavoro e sudditanza dovuta al posto di lavoro, ma intanto non c'è perdita, perché gran parte dei negozi sono loro? Siete fieri di vivere nel territorio con i più grandi centri commerciali del mondo e insieme uno dei più alti tassi di povertà? Passare il tempo nei locali gestiti o autorizzati da loro? Sedervi al bar vicino ai loro figli, i figli dei loro avvocati, dei loro colletti bianchi? E trovarli simpatici e innocenti, tutto sommato persone gradevoli, perché loro in fondo sono solo ragazzi, che colpa hanno dei loro padri. E infatti non si tratta di stabilire colpe, ma di smettere di accettare e di subire sempre, smettere di pensare che almeno c'è ordine, che almeno c'è lavoro, e che basta non grattare, non alzare il velo, continuare ad andare avanti per la propria strada. Che basta fare questo e nella nostra terra si è già nel migliore dei mondi possibili, o magari no, ma nell'unico mondo possibile sicuramente.


Quanto ancora dobbiamo aspettare? Quanto ancora dobbiamo vedere i migliori emigrare e i rassegnati rimanere? Siete davvero sicuri che vada bene così? Che le serate che passate a corteggiarvi, a ridere, a litigare, a maledire il puzzo dei rifiuti bruciati, a scambiarvi quattro chiacchiere, possano bastare? Voi volete una vita semplice, normale, fatta di piccole cose, mentre intorno a voi c'è una guerra vera, mentre chi non subisce e denuncia e parla perde ogni cosa. Come abbiamo fatto a divenire così ciechi? Così asserviti e rassegnati, così piegati? Come è possibile che solo gli ultimi degli ultimi, gli africani di Castel Volturno che subiscono lo sfruttamento e la violenza dei clan italiani e di altri africani, abbiano saputo una volta tirare fuori più rabbia che paura e rassegnazione? Non posso credere che un sud così ricco di talenti e forze possa davvero accontentarsi solo di questo. La Calabria ha il Pil più basso d'Italia ma "Cosa Nuova", ossia la 'ndrangheta, fattura quanto e più di una intera manovra finanziaria italiana. Alitalia sarà in crisi, ma a Grazzanise, in un territorio marcio di camorra, si sta per costruire il più grande aeroporto italiano, il più vasto del Mediterraneo. Una terra condannata a far circolare enormi capitali senza avere uno straccio di sviluppo vero, e invece ha danaro, profitto, cemento che ha il sapore del saccheggio, non della crescita.


Non posso credere che riescano a resistere soltanto pochi individui eccezionali. Che la denuncia sia ormai solo il compito dei pochi singoli, preti, maestri, medici, i pochi politici onesti e gruppi che interpretano il ruolo della società civile. E il resto? Gli altri se ne stanno buoni e zitti, tramortiti dalla paura? La paura. L'alibi maggiore. Fa sentire tutti a posto perché è in suo nome che si tutelano la famiglia, gli affetti, la propria vita innocente, il proprio sacrosanto diritto a viverla e costruirla. Ma non avere più paura non sarebbe difficile. Basterebbe agire, ma non da soli. La paura va a braccetto con l'isolamento. Ogni volta che qualcuno si tira indietro crea altra paura, che crea ancora altra paura, in un crescendo esponenziale che immobilizza, erode, lentamente manda in rovina.


"Si può edificare la felicità del mondo sulle spalle di un unico bambino maltrattato?", domanda Ivan Karamazov a suo fratello Aljosa. Ma voi non volete un mondo perfetto, volete solo una vita tranquilla e semplice, una quotidianità accettabile, il calore di una famiglia. Accontentarvi di questo pensate che vi metta al riparo da ansie e dolori. E forse ci riuscite, riuscite a trovare una dimensione in cui trovate serenità. Ma a che prezzo? Se i vostri figli dovessero nascere malati o ammalarsi, se un'altra volta dovreste rivolgervi a un politico che in cambio di un voto vi darà un lavoro senza il quale anche i vostri piccoli sogni e progetti finirebbero nel vuoto, quando faticherete ad ottenere un mutuo per la vostra casa mentre i direttori delle stesse banche saranno sempre disponibili con chi comanda, quando vedrete tutto questo forse vi renderete conto che non c'è riparo, che non esiste nessun ambito protetto, e che l' atteggiamento che pensavate realistico e saggiamente disincantato vi ha appestato l'anima di un risentimento e rancore che toglie ogni gusto alla vostra vita. Perché se tutto ciò è triste la cosa ancora più triste è l'abitudine. Abituarsi che non ci sia null'altro da fare che rassegnarsi, arrangiarsi o andare via. Chiedo alla mia terra se riesce ancora ad immaginare di poter scegliere. Le chiedo se è in grado di compiere almeno quel primo gesto di libertà che sta nel riuscire a pensarsi diversa, pensarsi libera. Non rassegnarsi ad accettare come un destino naturale quel che è invece opera degli uomini.


Quegli uomini possono strapparti alla tua terra e al tuo passato, portarti via la serenità, impedirti di trovare una casa, scriverti insulti sulle pareti del tuo paese, possono fare il deserto intorno a te. Ma non possono estirpare quel che resta una certezza e, per questo, rimane pure una speranza. Che non è giusto, non è per niente naturale, far sottostare un territorio al dominio della violenza e dello sfruttamento senza limiti. E che non deve andare avanti così perché così è sempre stato. Anche perché non è vero che tutto è sempre uguale, ma è sempre peggio. Perché la devastazione cresce proporzionalmente con i loro affari, perché è irreversibile come la terra una volta per tutte appestata, perché non conosce limiti. Perché là fuori si aggirano sei killer abbrutiti e strafatti, con licenza di uccidere e non mandato, che non si fermano di fronte a nessuno. Perché sono loro l'immagine e somiglianza di ciò che regna oggi su queste terre e di quel che le attende domani, dopodomani, nel futuro. Bisogna trovare la forza di cambiare. Ora, o mai più.


Copyright 2008 by Roberto Saviano Published by arrangement of Roberto Santachiara Literary Agency.



* I tre sono stati arrestati nei giorni scorsi per la strage di Castel Volturno.