lunedì 21 luglio 2008

In morte di un eroe


Era domenica anche quel 19 luglio 1992. Una domenica calda, con le città semivuote come vuole la consuetudine. La strage di Via D’Amelio squarciò quel quadro, in fondo rassicurante e fu terribile.

Propongo qui
l'intervista rilasciata da Paolo Borsellino il 19 maggio 1992 (sessanta giorni prima dell’uccisione del magistrato e della sua scorta) ai giornalisti Jean Pierre Moscardo e Fabrizio Calvi. Mancavano quattro giorni all'attentato di Capaci in cui morirono Giovanni Falcone, la moglie Francesca Morvillo e gli agenti della scorta.  Sul sito scuola d’italiano ho trovato un interessante materiale integrativo e, per me, inedito. Ricordo la polemica che seguì la trasmissione dell’intervista (anche la data non corrisponde all'informazione di cui dispongo).

Nel blog www.vivamarcotravaglio.splinder.com posterò l’intervista che fece al magistrato Lanfranco Sposini e la prima parte della lectio magistralis che Paolo Borsellino tenne in una scuola superiore di Bassano del Grappa. Essendo molto lunga, questa “lezione” proseguirà nel blog www.ritaglidistamap.splinder.com.


Il 21 maggio 1992, due mesi prima di essere assassinato,  Paolo Borsellino ha concesso  al giornalista francese Fabrizio Calvi ed al regista Jean Pierre Moscardo un'intervista che ha suscitato grande clamore e scandalo.


Infatti questa intervista, interamente videoregistrata a casa del magistrato, non è mai stata trasmessa in televisione. Solo nel 1994 (due anni dopo la morte di Borsellino) il settimanale l'Espresso ne ha pubblicato il testo integrale. E solo nel 2000 il canale RaiNews 24 ne ha trasmesso una riduzione di 30 minuti (l'intervista originale durava 50 minuti).


La versione televisiva ha provocato reazioni agguerrite: nell'intervista si parla infatti di Vittorio Mangano, il mafioso che per diverso tempo ha lavorato alle dipendenze di Berlusconi come "stalliere", e si parla anche di altri personaggi molto vicini a Bellusconi come Dell'Utri e Rapisarda. In sostanza nell'intervista si parla di rapporti fra mafia, politica e grande industria.


Le reazioni di Berlusconi sono state naturalmente vivacissime e in conclusione si è parlato di una "manipolazione" dell'intervista televisiva.


Non è probabilmente corretto affermare che quella di RaiNews 24 sia una versione manipolata dell’intervista, ma certamente non è quella la versione integrale della stessa.


Proponiamo qui allora le due versioni: a sinistra il testo integrale (pubblicato dall'Espresso) e a destra quello ridotto (della versione televisiva). Gli studenti di italiano (e pure gli italiani) potranno trarre le loro conclusioni.


Tra queste centinaia di imputati ce n'è uno che ci interessa:

tale Vittorio Mangano, lei l'ha conosciuto?











«Si, Vittorio Mangano l’ho conosciuto anche in  periodo antecedente al maxiprocesso, e precisamente negli anni fra il'75 e l’80. Ricordo di avere istruito un procedimento che riguardava delle estorsioni fatte a carico di talune cliniche private palermitane e che presentavano una caratteristica particolare. Ai titolari di queste cliniche venivano inviati dei cartoni con una testa di cane mozzata. L'indagine fu particolarmente fortunata perché - attraverso dei numeri che sui cartoni usava mettere la casa produttrice - si riuscì rapidamente a individuare chi li aveva acquistati. Attraverso un'ispezione fatta in un giardino di una salumeria che risultava aver acquistato questi cartoni, in giardino ci scoprimmo sepolti i cani con la testa mozzata. Vittorio Mangano restò coinvolto in questa inchiesta perché venne accertata la sua presenza in quel periodo come ospite o qualcosa del genere - ora i miei ricordi si sono un po' affievoliti - di questa famiglia, che era stata autrice dell’estorsione.


Fu processato, non mi ricordo quale sia stato l'esito del procedimento, però fu questo il primo incontro processuale che io ebbi con Vittorio Mangano. Poi l'ho ritrovato nel maxiprocesso perché Vittorio Mangano fu indicato sia da Buscetta che da Contorno come uomo d'onore appartenente a Cosa Nostra».


<<Sì, Vittorio Mangano l'ho conosciuto anche in periodo antecedente al maxi-processo e precisamente negli anni fra il 1975 e il 1980, e ricordo di aver istruito un procedimento che riguardava delle estorsioni fatte a carico di talune cliniche private palermitane. Vittorio Mangano fu indicato sia da Buscetta che da Contorno come "uomo d'onore" appartenente a Cosa Nostra>>.










  

Uomo d'onore di che famiglia?












«L'uomo d'onore della famiglia di Pippo Calò, cioè di quel personaggio capo della famiglia di Porta Nuova, famiglia alla quale originariamente faceva parte lo stesso Buscetta. Si accertò che Vittorio Mangano - ma questo già risultava dal procedimento precedente che avevo istruito io, e risultava altresì dal cosiddetto "procedimento Spatola" [il boss Rosario Spatola, potente imprenditore edile, NDR] che Falcone aveva istruito negli anni immediatamente precedenti al maxiprocesso - che Mangano risiedeva abitualmente a Milano città da dove, come risultò da numerose intercettazioni telefoniche, costituiva un terminale dei traffici di droga che conducevano alle famiglie palermitane». <<L'uomo d'onore della famiglia di Pippo Calò, cioè di quel personaggio capo della famiglia di Porta Nuova, famiglia della quale originariamente faceva parte lo stesso Buscetta. Si accertò che Vittorio Mangano, ma questo già risultava dal procedimento precedente che avevo istruito io e risultava altresì da un procedimento cosiddetto procedimento Spatola, che Falcone aveva istruito negli anni immediatamente precedenti al maxi-processo, che Vittorio Mangano risiedeva abitualmente a Milano, città da dove come risultò da numerose intercettazioni telefoniche, costituiva un terminale del traffico di droga, di traffici di droga che conducevano le famiglie palermitane>>.










  

E questo Vittorio Mangano faceva traffico di droga a Milano?












«Il Mangano, di droga (Borsellino comincia a parlare, poi si corregge. NDR), Vittorio Mangano, se ci vogliamo limitare a quelle che furono le emergenze probatorie più importanti, risulta l’interlocutore di una telefonata intercorsa tra Milano e Palermo nel corso della quale lui, conversando con un altro personaggio delle famiglie mafiose palermitane, preannuncia o tratta l’arrivo di una partita di eroina chiamata alternativamente, seco do il linguaggio che si usa nelle intercettazioni telefoniche, “magliette” o “cavalli”. Il mangano è stato poi sottomesso a processo dibattimentale ed è stato poi condannato per questo traffico di droga. Credo che non venne condannato per associazione mafiosa – beh, sì per associazione semplice – riporta in primo grado una pena di 13 anni e 4 mesi di reclusione più 700 milioni di multa…La sentenza di Corte d’Appello confermò questa decisione di primo grado». <<Vittorio Mangano, se ci vogliamo limitare a quelle che furono le emergenze probatorie più importanti risulta l'interlocutore di una telefonata intercorsa fra Milano e Palermo, nel corso della quale lui, conversando con un altro personaggio mafioso delle famiglie palermitane, preannuncia o tratta l'arrivo di una partita di eroina chiamata alternativamente secondo il linguaggio convenzionale che si usa nelle intercettazioni telefoniche come magliette o cavalli>>.










 

Quando ha visto per la prima volta Mangano?












«La prima volta che l’ho visto anche fisicamente? Fra il ’70 e il ‘75».

Non c’è né la domanda, né la risposta.












  

Per interrogarlo?












«Si, per interrogarlo».

Non c’è né domanda, né risposta.












  

E dopo è stato arrestato?












«Fu arrestato fra i1 ‘70 e il '75. Fisicamente non ricordo il momento in cui l'ho visto nel corso del maxiprocesso, non ricordo neanche di averlo interrogato personalmente. Si tratta di ricordi che cominciano a essere un po' sbiaditi in considerazione del fatto che sono passati quasi 10 anni».

Non c’è né domanda, né risposta.












 

Dove è stato arrestato, a Milano o a Palermo?












«A Palermo la prima volta (è la risposta di Borsellino; ai giornalisti interessa capire in quale periodo il mafioso vivesse ad Arcore, NDR».

Non c’è né domanda, né risposta.












 

Quando, in che epoca?












«Fra il '75 e l'80, probabilmente fra il ‘75 e l’80».

Non c’è né domanda, né risposta.












 

Ma lui viveva già a Milano?












«Sicuramente era dimorante a Milano anche se risulta che lui stesso afferma di spostarsi frequentemente tra Milano e Palermo».

Non c’è né domanda, né risposta.












 

E si sa cosa faceva a Milano?












«A Milano credo che lui dichiarò di gestire un'agenzia, ippica o qualcosa del genere. Comunque che avesse questa passione dei cavalli risulta effettivamente la verità, perché anche nel processo, quello delle estorsioni di cui ho parlato, non ricordo a che proposito venivano fuori i cavalli. Effettivamente dei cavalli, non "cavalli" per mascherare il traffico di stupefacenti».

Non c’è né domanda, né risposta.












 

Ho capito. E a Milano non ha altre indicazioni sulla sua vita, su cosa faceva?













«Guardi: se avessi la possibilità di consultare gli atti del procedimento molti ricordi mi riaffiorerebbero...»



Non c’è né domanda, né risposta












 

Ma lui comunque era già uomo d'onore negli anni Settanta?












«...Buscetta lo conobbe già come uomo d'onore in un periodo in cui furono detenuti assieme a Palermo antecedente gli anni Ottanta, ritengo che Buscetta si riferisca proprio al periodo in cui Mangano fu detenuto a Palermo a causa di. quell’estorsione nel processo dei cani con la testa mozzata... Mangano negò in un primo momento che ci fosse stata questa possibilità d’incontro... ma tutti e due erano detenuti allUcciardone qualche anno prima o dopo il 77».

Non c’è né domanda, né risposta












 

Volete dire che era prima o dopo che Mangano aveva cominciato

a lavorare da Berlusconi? Non abbiamo la prova...












«Posso dire che sia Buscetta che Contorno non forniscono altri particolari circa il momento in cui Mangano sarebbe stato fatto uomo d’onore. Contorno, tuttavia – dopo aver affermato, in un primo tempo, di non conoscerlo – precisò successivamente di essersi ricordato, avendo visto una fotografia di questa persona, un presentazione avvenuta in un fondo di proprietà di Stefano Bontade (uno dei capi dei corleonesi. NDR)».

Non c’è né domanda, né risposta.












 

Mangano conosceva Bontade?












«Questo ritengo che risulti anche nella dichiarazione di Antonino Calderone [Borsellino poi indica un altro pentito ora morto, Stefano Calzetta, che avrebbe parlato a lungo dei rapporti tra Mangano e una delle famiglie di corso dei Mille, gli Zanca, NDR]...».

Non c’è né domanda, né risposta.












 

Un inquirente ci ha detto che al momento in cui Mangano lavorava a casa di Berlusconi c'è stato un sequestro, non a casa di Berlusconi però dì un invitato [Luigi D'Angerio, NDR] che usciva dalla casa di Berlusconi.












«Non sono a conoscenza di questo episodio».

Non c’è né domanda, né risposta.












 

Mangano è più o meno un pesce pilota, non so come si dice, un'avanguardia?












«Sì, le posso dire che era uno di quei personaggi che, ecco, erano i ponti, le “teste di ponte” dell'organizzazione mafiosa nel Nord Italia. Ce n’erano parecchi ma non moltissimi, almeno tra quelli individuati. Un altro personaggio che risiedeva a Milano, era uno dei Bono, [altri mafiosi coinvolti nell'inchiesta di San Valentino, NDR] credo Alfredo Bono che nonostante fosse capo della famiglia della Bolognetta, un paese vicino a Palermo, risiedeva abitualmente a Milano. Nel maxiprocesso in realtà Mangano non appare come uno degli imputati principali, non c'è dubbio comunque che... è un personaggio che suscitò parecchio interesse anche per questo suo ruolo un po’ diverso da quello attinente alla mafia militare, anche se le dichiarazioni di Calderone [nel'76 Calderone è ospite di Michele Greco quando arrivano Mangano e Rosario Riccobono per informare Greco di aver eliminato i responsabili di un sequestro di persona avvenuto, contro le regole della mafia, in Sicilia, NDR] lo indicano anche come uno che non disdegnava neanche questo ruolo militare all'interno dell'organizzazione mafiosa...». <<Sì, guardi le posso dire che era uno di quei personaggi che ecco erano i ponti, le teste di ponte dell'organizzazione mafiosa nel Nord – Italia>>.











 












 

Dunque Mangano era uno che poi torturava anche?












«Sì, secondo le dichiarazioni di Calderone».

Non c’è né domanda, né risposta.












 

Dunque quando Mangano parla di “cavalli” intendeva droga?












«Diceva "cavalli” e diceva “magliette”, talvolta». <<Si, tra l'altro questa tesi dei cavalli che vogliono dire droga, è una tesi che fu avanzata alla nostra ordinanza istruttoria e che poi fu accolta al dibattimento, tanto è che Mangano fu condannato al dibattimento del maxi processo per traffico di droga>>










 

Perché se ricordo bene c'è nella San Valentino un'intercettazione tra lui e Marcello Dell'Utri, in cui si parla di cavalli (dal rapporto Criminalpol: «Mangano parla con tale dott. Dell'Utri e dopo averlo salutato cordialmente gli chiede di Tony Tarantino. L'interlocutore risponde affermativamente... il Mangano riferisce allora a Dell'Utri che ha un affare da proporgli e che ha anche il cavallo" che fa per lui. Dell'Utri risponde che per il cavallo occorrono "piccioli' e lui non ne ha. Mangano gli dice di farseli dare dal suo amico "Silvio". Dell'Utri risponde che quello lì non "surra", [non c'entra, NDR]) ».












«Si, comunque non è la prima volta che viene utilizzata, probabilmente non si tratta della stessa intercettazione. Se mi consente di consultare [Borsellino guarda le sue carte, NDR). No, questa intercettazione è tra Mangano e uno della famiglia degli Inzerillo... Tra l'altro questa tesi dei cavalli che vogliono dire droga è una tesi che fu asseverata nella nostra ordinanza istruttoria e che poi fu accolta in dibattimento, tant'è che Mangano fu condannato». <<Beh, nella conversazione inserita nel maxi-processo, si parla di cavalli da consegnare in albergo, quindi non credo potesse trattarsi effettivamente di cavalli, se qualcuno mi deve recapitare due cavalli, me li recapita all'ippodromo o comunque al maneggio, non certamente dentro l'albergo>>.










 

E Dell'Utri non c'entra in questa storia?












«Dell’Utri non è stato imputato nel maxiprocesso, per quanto io ricordi. So che esistono indagini che lo riguardano e che riguardano insieme Mangano». <<Dell'Utri non è stato imputato del maxi processo per quanto io ne ricordi, so che esistono indagini che lo riguardano e che riguardano insieme Mangano>>.










 

A Palermo?












«Si. Credo che ci sia un’indagine che attualmente è a Palermo con il vecchio rito processuale nelle mani del giudice istruttore, ma non ne conosco i particolari». <<Si, credo che ci sia un'indagine che attualmente è a Palermo con il vecchio rito processuale nelle mani del giudice istruttore, ma non ne conosco i particolari>>.










 

Dell’Utri. Marcello Dell’Utri o Alberto Dell’Utri (Marcello e Alberto sono fratelli gemelli, Alberto è stato in carcere per il fallimento della Venchi Unica, oggi tutti e due sono dirigenti Fininvest. NDR)












Non ne conosco i particolari. Potrei consultare avendo preso qualche appunto (Borsellino guarda le carte. NDR), cioè si parla di Dell’Utri Marcello e Alberto, entrambi». <<Non ne conosco i particolari, potrei consultare avendo preso qualche appunto, cioè si parla di Dell'Utri Marcello e Alberto, di entrambi>>.










 

I fratelli?












«Sì». <<Sì>>.










 

Quelli della Publitalia, insomma?












«Sì». <<Sì>>.










 

E tornando a Mangano, le connessioni tra Mangano e Dell’Utri?












«Si tratta di atti processuali dei quali non mi sono personalmente occupato, quindi sui quali non potrei rivelare nulla»

Non c’è né domanda, né risposta.












 

Sì, ma in quella conversazione con Dell’Utri poteva trattarsi di cavalli?














«Nella conversazione inserita nel maxiprocesso, se non piglio errori, si parla di cavalli che dovevano essere mandati in un albergo 
(Borsellino sorride. NDR). Quindi non credo che potesse trattarsi effettivamente di cavalli. Se qualcuno mi deve recapitare due cavalli, me li recapita all’ippodromo, o comunque al maneggio. Non certamente dentro l’albergo».



Non c’è né domanda, né risposta












 

In un albergo. Dove?












«Oddio, i ricordi! Probabilmente si tratta del Plaza (l’albergo di Antonio Virgilio. NDR) di Milano».

Non c’è né domanda, né risposta.














Ah, oltretutto...












«Sì»

Non c’è né domanda, né risposta.












 

C'è una cosa che vorrei sapere. Secondo lei come

si sono conosciuti Mangano e Dell'Utri?












«Non mi dovete fare queste domande su Dell'Utri perché siccome non mi sono interessato io personalmente, so appena… dal punto di vista, diciamo, della mia professione, ne so pochissimo, conseguentemente quello che so io è quello che può risultare dai giornali, non è comunque una conoscenza professionale e sul punto non ho altri ricordi».

Non c’è né domanda, né risposta.












 

Sono di Palermo tutti e due...












«Non è una considerazione che induce alcuna conclusione... a Palermo gli uomini d’onore sfioravano le 2000 persone, secondo quanto ci racconta Calderone, quindi il fatto che fossero di Palermo tutti e due, non è detto che si conoscessero».

Non c’è né domanda, né risposta.












 

C'è un socio di Dell'Utri tale Filippo Rapisarda (i due hanno lavorato insieme; la telefonata intercettata di Dell'Utri e Mangano partiva da un'utenza di via Chiaravalle 7, a Milano, palazzo di Rapisarda. NDR) che dice che questo Dell'Utri gli è stato presentato da uno della famiglia di Stefano Bontade [i giornalisti si riferiscono a Gaetano Cinà che lo stesso Rapisarda ha ammesso di aver conosciuto con il boss dei corleonesi, Bontade. NDR]












«Beh, considerando che Mangano apparteneva alla famiglia dì Pippo Calò... Palermo è la città della Sicilia dove le famiglie mafiose erano le più numerose – almeno 2000 uomini d'onore con famiglie numerosissime - la famiglia di Stefano Bontade sembra che in certi periodi ne contasse almeno 200. E si trattava comunque di famiglie appartenenti a un'unica organizzazione, cioè Cosa Nostra, i cui membri in gran parte si conoscevano tutti e quindi è presumibile che questo Rapisarda riferisca una circostanza vera... So dell'esistenza di Rapisarda ma non me ne sono mai occupato personalmente» <<Palermo è la città della Sicilia dove le famiglie mafiose erano più numerose, si è parlato addirittura in un certo periodo almeno di duemila uomini d'onore con famiglie numerosissime, la famiglia di Stefano Bontade sembra che in un certo periodo ne contasse almeno 2000, si trattava comunque di famiglie appartenenti ad  una unica organizzazione, cioè Cosa Nostra, i cui membri in gran parte si conoscevano tutti, e quindi è presumibile che questo Rapisarda riferisca una circostanza vera>>.











 

Domanda che non compare sull’Espresso:


Lei di Rapisarda ne ha sentito parlare?












  <<So dell'esistenza di Rapisarda, ma non me ne sono mai occupato personalmente>>.










 

A Palermo c'è un giudice che se n'è occupato?












«Credo che attualmente se ne occupi .... ci sarebbe un'inchiesta aperta anche nei suoi confronti ... »

Non c’è né domanda, né risposta












 

A quanto pare Rapisarda e Dell'Utri erano in affari con Ciancimino, tramite un tale Alamia [Francesco Paolo Alamia, presidente dell'immobiliare Inirri e della Sofim, sede di Milano, ancora in via Chiaravalle 7. NDR]












«Che Alamia fosse in affari con Ciancimino è una circostanza da me conosciuta e che credo risulti anche da qualche processo che si è già celebrato. Per quanto riguarda DellUtri e Rapisarda non so fornirle particolari indicazioni trattandosi, ripeto sempre, di indagini di cui non mi sono occupato personalmente». <<Che Alamia fosse in affari con Ciancimino è una circostanza da me conosciuta e che credo risulti anche da qualche processo che si è già celebrato. Per quanto riguarda Rapisarda e Dell'Utri, non so fornirle particolari indicazioni, trattandosi ripeto sempre di indagini di cui non mi sono occupato personalmente>>.










 

Domanda che non compare sull’Espresso:


Non le sembra strano che certi personaggi, grossi industriali come Berlusconi, Dell'Utri, siano collegati a uomini d'onore tipo Vittorio Mangano?













La strage di via d'Amelio


<<All'inizio degli anni Settanta, Cosa Nostra cominciò a diventare un'impresa anch'essa, un'impresa nel senso che attraverso l'inserimento sempre più notevole, che ad un certo punto diventò addirittura monopolistico, nel traffico di sostanze stupefacenti , Cosa Nostra cominciò a gestire una massa enorme di capitali, una massa enorme di capitali, dei quali naturalmente cercò lo sbocco, cercò lo sbocco perchè questi capitali in parte venivano esportati o depositati all'estero e allora cosìsi spiega la vicinanza tra elementi di Cosa Nostra e certi finanzieri che si occupavano di questi movimenti di capitali>>.










 

Si è detto che Mangano ha lavorato per Berlusconi












«Non le saprei dire in proposito.. Anche se, dico, debbo far presente che come magistrato ho una certa ritrosia a dire le cose di cui non sono certo poiché ci sono addirittura... so che ci sono addirittura ancora delle indagini in corso in proposito, per le quali non conosco addirittura quali degli atti siano ormai conosciuti e ostensibili e quali debbano rimanere segreti. Questa vicenda che riguarderebbe i suoi rapporti con Berlusconi è una vicenda - che la ricordi o non la ricordi - comunque è una vicenda che non mi appartiene. Non sono io il magistrato che se ne occupa, quindi non mi sento autorizzato a dirle nulla». <<Non le saprei dire in proposito o anche se le debbo far presente che come magistrato ho una certa ritrosia a dire le cose di cui non sono certo, so che ci sono addirittura ancora delle indagini in corso in proposito, per le quali non conosco quale atti sono ormai conosciuti, ostensibili e quali debbono rimanere segreti, questa vicenda che riguarderebbe i suoi rapporti con Berlusconi, è una vicenda che la ricordi o non la ricordi, comunque è una vicenda che non mi appartiene, non sono io il Magistrato che se ne occupa quindi non mi sento autorizzato a dirle nulla>>.










 

Ma c'è un'inchiesta ancora aperta?












«So che c'è un'inchiesta ancora aperta». <<So che c'è un'inchiesta ancora aperta>>.










 

Su Mangano e Berlusconi? A Palermo?












«Su Mangano credo proprio di si, o comunque ci sono delle indagini istruttorie che riguardano rapporti di polizia concernenti anche Mangano». <<Sì>>.









 

Concernenti cosa?










«Questa parte dovrebbe essere richiesta... quindi non so se sono cose che si possono dire in questo momento».

Non c’è né domanda, né risposta.












 

Come uomo, non più come giudice, come giudica la fusione che abbiamo visto operarsi tra industriali al di sopra di ogni sospetto come Berlusconì e Dell'Utri e uomini d'onore di Cosa Nostra?

Cioè Cosa Nostra s'interessa all'industria, o com'è?













«A prescindere da ogni riferimento personale, perché ripeto dei riferimenti a questi nominativi che lei fa io non ho personalmente elementi da poter esprimere, ma considerando la faccenda nelle sue posizioni generali: allorché l'organizzazione mafiosa, la quale sino agli inizi degli anni Settanta aveva avuto una caratterizzazione di interessi prevalentemente agricoli o al più di sfruttamento di aree edificabili. All’inizio degli anni Settanta Cosa Nostra cominciò a diventare un'impresa anch'essa. Un’impresa nel senso che attraverso l'inserimento sempre più notevole, che a un certo punto diventò addirittura monopolistico, nel traffico di sostanze stupefacenti, Cosa Nostra cominciò a gestire una massa enorme di capitali. Una massa enorme di capitali dei quali, naturalmente, cercò lo sbocco. Cercò lo sbocco perché questi capitali in parte venivano esportati o depositati all'estero e allora così si spiega la vicinanza fra elementi di Cosa Nostra e certi finanzieri che si occupavano di questi movimenti di capitali, contestualmente Cosa Nostra cominciò a porsi il problema e ad effettuare investimenti. Naturalmente, per questa ragione, cominciò a seguire una via parallela e talvolta tangenziale all’industria operante anche nel Nord o a inserirsi in modo di poter utilizzare le capacità, quelle capacità imprenditoriali, al fine di far fruttificare questi capitali dei quali si erano trovati in possesso».



Non c’è né domanda, né risposta












 

Dunque lei dice che è normale che Cosa Nostra s'interessi a Berlusconi?












«E' normale il fatto che chi è titolare di grosse quantità di denaro cerca gli strumenti per potere questo denaro impiegare. Sia dal punto di vista del riciclaggio, sia dal punto di vista di far fruttare questo denaro. Naturalmente questa esigenza, questa necessità per la quale l'organizzazione criminale a un certo punto della sua storia si è trovata di fronte, è stata portata a una naturale ricerca degli strumenti industriali e degli strumenti commerciali per trovare uno sbocco a questi capitali e quindi non meraviglia affatto che, a un certo punto della sua storia, Cosa Nostra si è trovata in contatto con questi ambienti industriali». <<E’ normale che chi è titolare di grosse quantità di denaro cerchi gli strumenti per poter impiegare questo denaro, sia dal punto di vista del riciclaggio, sia dal punto di vista di far fruttare questo denaro>>










 

E uno come Mangano può essere l'elemento di connessione tra questi mondi?












«Ma, guardi, Mangano era una persona che già in epoca ormai diciamo databile abbondantemente da due decadi, era una persona che già operava a Milano, era inserita in qualche modo in un’attività commerciale. E' chiaro che era una delle persone, vorrei dire anche una delle poche persone di Cosa Nostra, in grado di gestire questi rapporti».

Non c’è né domanda, né risposta.












 

Però lui si occupava anche di traffico tre droga, l'abbiamo visto anche in sequestri di persona..












«Ma tutti questi mafiosi che in quegli anni - siamo probabilmente alla fine degli anni ‘60 e agli inizi degli anni ‘70 - appaiono a Milano, e fra questi non dimentichiamo c'è pure Luciano Liggio, cercarono di procurarsi quei capitali, che poi investirono negli stupefacenti, anche con il sequestro di persona».

Non c’è né domanda, né risposta.












 

E questa inchiesta quando finirà?












«Entro ottobre di quest'anno ... ».

Non c’è né domanda, né risposta.












 

Quando è chiusa, questi atti diventano pubblici?












«Certamente…».

Non c’è né domanda, né risposta.












 

Perché ci servono per un'inchiesta che stiamo cominciando

sui rapporti tra la grossa
industria...












«Passerà del tempo prima che ... ». 

Non c’è né domanda, né risposta.











 























lunedì 14 luglio 2008

Quell'altra metà del cielo nuvoloso



Mara, Sabina, Federica, Valentina, Hasana, Nadin: donne di cui si parla o si è parlato legate ad episodi tragici o grotteschi o umilianti. Non tutti ugualmente noti, per il buco nero sempre più largo dell’informazione.


Su Mara circola in rete una storpiatura del cognome neppure difficile da immaginare. Stando ai “si dice” il dicastero più indicato sarebbe stato quello della Comunicazione (orale) per i requisiti che stanno provocando sussulti nel Palazzo. Già l’anno scorso aveva cercato di giustificare il seggio parlamentare, organizzando un convegno anti Dico dove aveva così espresso il suo pensiero sulle coppie gay: «Pericolo di infiltrazione nelle famiglie» e neppure coppie, perché «non basta volersi bene», ma è necessario «poter procreare». E, ancora: «Gli omosessuali sono costituzionalmente sterili». Insomma una summa delle sciocchezze sulla materia. Che poi a sfasciare le famiglie sia ben altro è irrilevante. Sembra.


“Blob” l’ha mostrata nel suo timido splendore quando venne insignita del titolo di “Miss Cinema”, lei che si era presentata come una ragazza molto semplice. A proposito di “Blob”. Sabato sera ha regalato un’ottima puntata di informazione su Piazza Navona, mostrando gli interventi volutamente emarginati dalla maggior parte della stampa. Come quello orgogliosamente indignato di Moni Ovadia (da applausi) e la spiegazione data da Fiorella Mannoia sulla sua presenza: “Non posso aspettare ottobre per scendere in piazza”.


Vignetta di Vukic tratta da: vukicblog.blogspot.com e http://www.sabinaguzzanti.it/?q=area/satira



Sabina è stata la più bersagliata dalle critiche, rea di aver collocato il papa all’inferno (si tratta di una citazione illustre, peraltro e non risulta che Dante fosse un estremista girotondino), di aver eccepito sull’inadeguato ministero assegnato a Mara e di non aver usato perifrasi. Ma è la satira, signori e non può essere imbrigliata. E poi ad allontanare eventuali riserve contribuisce la sfilata quotidiana dei Gasparri, dei Cicchitto (tessera P2 n°2232) e scherani assortiti. Viva Sabina, dunque.


Resta da capire, passando a Federica, perché mai una giovane donna, carina, non sia libera di poter andare in vacanza con un’amica senza suscitare, da parte maschile, l’idea di essere preda, facile facile, perché di certo è una che ci sta (e non aspira neppure a diventare ministro). E resta da capire (ma si capisce benissimo) perchè ogni donna non sia libera di esprimere la propria volontà e manifestare il suo “no” anche se le effusioni diventano più ardite. Di voler porre un limite che l’uomo non accetta. Perché l’uomo si trova, ormai, talmente in difficoltà negli approcci con l’altro sesso che deve “strafarsi” di alcol e droga per trovare l’ardire, il coraggio di osare, senza tanti preamboli. E quando inizia vuol arrivare in fondo. Fino ad uccidere. Povera Federica, brutalizzata in vita e calpestata anche da morta con le perplessità sul suo stile di vita, con dubbi sulla sua condotta, perché magari l’avrà anche provocato e poi cosa ci faceva in giro a quell’ora di notte. Colpa sua, insomma. Se l’è cercata.


Peggio ancora è andata a Valentina, stuprata sette anni fa da tre italiani (ancora non andava di moda il rumeno) senza più riprendersi. Convivendo con questa bestia nel cuore che è cresciuta in modo progressivo e smisurato, fino a demolire le ultime difese e costringerla a cedere. Si è impiccata, Valentina, due giorni fa. Neppure cambiare città le era servito. Negli ultimi mesi anche lo studio la opprimeva. Aveva 29 anni. Non si era cercata nulla.


Hasana e Nadin, infine, sono due operaie marocchine che lavorano come “schiave” alla Star Recycling di Padova. Due giorni fa un blitz organizzato da Rifondazione comunista e Workers in action ha svelato una situazione allucinante e umiliante. Le donne, trattate come veri e propri rifiuti umani, immerse in un mare di sacchi di immondizia, dovevano separare i materiali da riciclare, sotto un caldo infernale e senza nessuna precauzione igienico-sanitaria. Ovviamente trattandosi di immigrate riusciva ancor più facile, per il padrone italiano, sfruttarle con una paga ben lontana da quanto scritto sulla carta. Un angolo assai somigliante alle zone più povere dell’Africa, quelle battute in lungo e in largo da padre Zanotelli in Kenya, per esempio, che non al ricco nord-est italiano.


Ieri “il manifesto” ci aveva fatto l’apertura, con una foto assai esplicita. Oggi ci è tornato sopra in ultima pagina. E tra sabato e domenica mi sono ascoltato almeno cinque edizioni di telegiornali, venendo informato sul viaggio in Australia del papa e sul semplice luogo (si fa per dire) in cui riposerà qualche giorno per riprendersi dalla fatica. Sul parto gemellare di una nota attrice, sullo stupidario che dal Palazzo prorompe, sulla cappa di caldo che non allenta la presa, sulle vacanze degli italiani messe a repentaglio dall’aumento del prezzo della benzina e altro ancora. Ma su Padova e sulla messa in schiavitù delle donne magrebine, in un mare di spazzatura, nessun accenno, neppure una “breve” in cronaca. In compenso è stato trovato un martello a Garlasco e così il giallo si ravviva. Anche qui, combinazione, una ragazza uccisa. Forse dal suo stesso fidanzato. Italiano.

venerdì 11 luglio 2008

La formazione dell'informazione



Tra le molte domande che spesso mi pongo ce n’è una che vellica, forse più di altre, la mia inesausta curiosità: «Come si formano le opinioni delle persone?». E non mi riferisco, naturalmente, ai bloggers che scorrazzano sul web e neppure ad altri impenitenti internauti, quanto a tutti coloro che attingono informazioni dai quotidiani (una minima parte) o, in prevalenza, dalla tv nelle sue molteplici diramazioni. Penso, nella fattispecie, ad un preciso identikit, a quella che definisco in senso assai lato “la brava gente”: non schierata, aliena da percorsi delimitati e precisi, sovrapponibile in gran parte a quella che veniva definita, un tempo, “la maggioranza silenziosa” che peraltro si esprimeva con chiari risultati nella cabina elettorale.

Mi chiedevo tutto questo leggendo (ma lo cito a titolo di esempio, perché va da sé che ci si potrebbe sbizzarrire) il “bonsai” scritto con la consueta stringata chiarezza (che invidio tantissimo) da Sebastiano Messina su la Repubblica un paio di settimane orsono. Perché di fronte ad una precisa lista di fatti, promesse da muratorino, piuttosto che da marinaio, attribuite al signor B. (tessera P2 n° 1816) in qualunque persona dotata di buon senso almeno un piccolo dubbio comincerebbe a germinare. Possibile, invece, che la maggior parte di quella, da me definita “la brava gente”, abbia subito danni così irreversibili dal ventennio (e passa) di tv commerciale da non sussultare, almeno un pochino, di fronte ad una tale sfrontatezza esibita e rivendicata?

Lo spunto, chiaramente, rappresenta solo un pretesto per allargare la domanda ad altre situazioni, ad altri scenari. Però senza necessariamente giungere ai massimi sistemi, com’è concepibile che le sciocchezze dispensate così a buon mercato siano state in grado di oscurare l’intelligenza o il buon senso comune? Spruzzi di “bonsai” un paio di volte alla settimana, conditi da frammenti di “Blob” serviti caldi caldi potrebbero costituire una buona terapia di base, ma quale medico li prescriverebbe? Intanto dalla rete…


11 luglio 2008 - 12:00

Testa di Bossi


Il figlio del Senatùr, Renzo, bocciato per la seconda volta alla maturità. Futuro in politica, per lui?


Una volta, passi. Si può maledire la sorte, dar la colpa all'emozione, ai professori brutti e cattivi. Ma la seconda? Eppure è proprio così: Bossi jr. è stato respinto di nuovo all'esame di maturità, dove aveva presentato una tesina sul federalismo, dal titolo «La valorizzazione romantica dell'appartenenza e delle identità». Insomma, al liceo scientifico «Bentivoglio» di Tradate non hanno usato riguardi per il leader della Lega e gli hanno di nuovo bocciato il figlio. Con tanti cari saluti al federalismo e a Carlo Cattaneo. Del resto papà Umberto non può lamentarsi più di tanto, considerato che organizzò una festa di laurea fasulla spacciandosi per medico, quando invece aveva abbandonato gli studi.


E sì che dopo il fallimento dell'anno scorso in un liceo di Varese, papà Umberto aveva spedito il figlio dai preti, all'istituto religioso privato di Tradate. Niente da fare. «La tesina è solo una parte dell'esame — dice al Corriere della Sera don Gaetano Caracciolo, rettore del «Bentivoglio» — e il ragazzo ha dovuto sostenere anche 3 prove scritte e un esame orale. Non ha seguito gli studi da noi, si è presentato da privatista; non so che tipo di preparazione abbia seguito ma purtroppo la somma di tutte le prove non ha raggiunto il punteggio di 60, il minimo per la promozione».


Del resto, importerà poi molto studiare e impegnarsi se tanto papà o qualche amico di babbo ti procurano un posto da portaborse al Parlamento europeo com'è già accaduto con Franco Bossi (il fratello del Senatùr) e Riccardo (il primogenito nato dal primo matrimonio), assunti con la qualifica di assistenti accreditati e con uno stipendio di 12.750 euro al mese? (Libero News)


BONSAI


PROMESSE NAPOLETANE


SEBASTIANO MESSINA


La straordinaria abilità di Berlusconi non consiste solo nel negare l'evidenza, ma nel far dimenticare le cose che lui stesso ha detto. Prendiamo la grana dei rifiuti, sulla quale lui fece metà della sua campagna elettorale. Il 4 aprile disse ai napoletani: «Io prendo davanti a voi un impegno: il posto di lavoro del presidente del Consiglio resterà qui finché non sarà concretamente avviata la soluzione del problema». Dieci giorni dopo dimezzò la promessa: «Verrò per tre giorni la settimana». Il 30 maggio la asciugò ancora: «Tornerò una volta la settimana». E magari l'avesse fatto: dei suoi 46 giorni di governo, finora ne ha passati a Napoli solo 3 (tre). Certo, ha tanti impegni: ma di sicuro quello con i napoletani non l'ha onorato. Suggeriremmo, per evitare lanci di pomodori, di approfittare del lodo Schifani-bis: sospendendo per legge, oltre ai processi da affrontare, anche le promesse da mantenere.


mercoledì 9 luglio 2008

Soldi in saldo



Avrei fatto volentieri a meno di un grave inconveniente tecnico che mi ha bloccato alla vigilia dello scorso fine settimana. Dovrò approfondire. Alla comprensibile irritazione si è aggiunta, poi, la beffarda considerazione che stavo appunto per pubblicare un post che è perciò rimasto nel cassetto virtuale. Per questo motivo lo propongo, anche se l’ho scritto venerdì 4 luglio.







Ho visto cose che voi… All’interno del supermercato ho visto cambiare sotto i miei occhi i cartellini dei prezzi di vari prodotti. La commessa che si occupava di questo moderno esercizio di prestidigitazione, vagamente truffaldino, procedeva con accuratezza e non si era accorta che stavo osservandola. Uno sguardo al vecchio prezzo, anticipando la sua mossa ed ecco che la magia si compiva: + 3 centesimi, + 5, in un caso anche +10. E i prodotti apparivano come nuovi, rigenerati dal tocco accrescitivo. Mi chiedevo se la ragazza avesse letto l’allucinante inchiesta, apparsa oggi su “la Repubblica”, che riguardava la “trasformazione” dei formaggi avariati in presunto cibo commestibile. Al confronto il mutamento da acqua in vino, ad opera del palestinese inutilmente venuto sulla terra (visto com’è ridotto questo mondo) appare esercizio da dilettante.

Con queste premesse far la spesa ormai equivale ad un impervio slalom tra i trabocchetti presenti sul mercato. Destreggiarsi tra le sempre più rare promozioni che, peraltro, offrono prezzi più alti rispetto alla promozione precedente dello stesso prodotto, diventa allucinante e l’inevitabile approdo alla cassa ammutolisce, mentre mentalmente si fà di conto tra quello che si ha in tasca e ciò che si spenderà. Se penso alla miserevole “carta del povero” che i farabutti al governo hanno inventato (poco più di un euro al giorno, mi vergognerei a doverla adoperare) mi viene da vomitare. Uscire dal negozio e provare un senso di liberazione sono tutt’uno. Anzi, più che di “liberazione” parlerei di “leggerezza”, perché con meno soldi in tasca si fa ritorno a casa. Alleggeriti appunto.

Vorrei conoscere chi ha sostenuto per primo (o prima) che un’efficace terapia antidepressiva consiste nel fare spesa (o volgarmente shopping), perché è tra le stronzate più grosse che mi sia mai capitato di ascoltare, che tiene il passo con i deliri dell’ometto B., tessera P2 n°1816 che straparla urbi et orbi, assecondato dai suoi scherani e dalla banda di ominidi al suo servizio permanente effettivo.

Ah, se non si fosse capito: sono appena tornato dal supermercato.