lunedì 11 giugno 2007

La campanella stonata


In illo tempore… L’ultimo giorno di scuola veniva vissuto festosamente, con l'impaziente attesa del suono della campanella, con la frenesia che derivava dalle vacanze alle porte e la consapevolezza di un positivo anno scolastico. Una miscela di gioia e rammarico per i compagni che si lasciavano, assieme al sollievo per le interrogazioni che concedevano una lunga tregua (in illo tempore durava tre mesi e mezzo). Era, insomma, una giornata normale, intendo priva di eccessi e stonature. Rastrello dalla montagna incenerita dei ricordi (diari cartacei effettivamente bruciati: una ferita insanabile ed un gesto irresponsabile da neo-maggiorenne) un flash che illuminò la conclusione di un anno scolastico (era il 1969), e che, per singolare coincidenza, rappresentò pure l’incipit del primo quaderno di confidenze. Al termine delle lezioni mi avventai verso il professore di religione per strappare da lui le confessioni agognate sull’esito degli scrutini. Ma il sacerdote, fedele al mantenimento di ogni segreto anche extra moenia, nulla volle rivelarmi. Più che altro si trattava di una mera civetteria. Di essere stato promosso lo sapevo già, ma a pesare erano i voti che componevano poi la famosa media da confermare. Di lì a qualche giorno tutto sarebbe stato disvelato e l’appuntamento fissato all’anno successivo, quello degli esami.


La stupidissima realtà di questi giorni propone invece la decerebrata consuetudine, ormai vigente da alcuni anni, dei lanci di ogni oggetto verso tutto e tutti, di abbigliamenti con pinne e occhiali, non in omaggio ad una delle più celebri canzoni estive, ma per affrontare adeguatamente attrezzati le inevitabili secchiate d’acqua. Poi immancabile c’è YouTube e allora l’idiozia diventa tiranna e sembra contaminare la popolazione scolastica. Un paio di tipi, che hanno piazzato un gadget fra le orecchie, scorazzano con le moto nelle aule di un istituto ragusano fieri della loro inventiva per finire sul web, altri gettano libri dalle finestre (questo spiega il desolante primato negativo nella lettura di tutto ciò che non sia quotidiano sportivo o periodico da sciampiste), oppure attrezzature scolastiche e quant’altro possa capitargli far le mani: barbarica celebrazione di un rituale che certo non esorcizza la deflagrante imbecillità.


Ma una nota di speranza, anche un pessimista reale come me, può lasciarla. In ufficio, nel mio reparto, hanno concluso le loro ultime tre settimane scolastiche, con uno stage aziendale, due ragazzi (Alessandro e Paolo) e due ragazze (Claudia e Simona) che nascevano nell’anno della rivolta di Piazza Tien An Men e della caduta del Muro. Giovanissimi, dunque, ma di una compostezza e di un’educazione da lasciare piacevolmente sorpresi. Due di loro, tra l’altro, inizieranno il prossimo anno di scuola all’estero dove per un mese lavoreranno in aziende che si occupano di comunicazione e pubblicità. Un viaggio-premio per il rendimento tra i banchi. Claudia e Simona, spazzata via l’iniziale e comprensibile timidezza e abrogato il “lei” che avevano logicamente cominciato ad utilizzare, sono apparse tenerissime nel raccontarsi poco alla volta: dai rapporti in famiglia ai gusti musicali, ai romanticissimi rossori se si accennava ai loro amichetti del cuore. Al ruolo dei professori, sovente inadeguato, tanto da far passare la voglia di studiare. Una tentazione, più che altro, essendo le migliori nella loro classe. Alessandro e Paolo sono stati attenti alle spiegazioni, dinamici, volenterosi. Dal primo, in particolare, ho appreso casualmente che aveva l’automobile e che l’aveva usata qualche mattina per venire in ufficio, quando in genere i suoi coetanei non vedono l’ora di renderlo pubblico, magari ostentando la classe A della Mercedes. Germi di speranza, ondate di freschezza.

sabato 9 giugno 2007

Irricevibile!


E’ uno degli intellettuali più seguiti degli Usa e del mondo, innovatore radicale sia della linguistica che dell’impegno sociale. Noam Chomsky si legge con piacere e appagamento dell’animo per la lucidità e incisività delle sue posizioni. In omaggio alla visita coloniale dell’amerikano riporto questo intervento pubblicato da “il manifesto” il 30 maggio 2007. Bush è una persona ignobile, coloro che fiancheggiano la sua delirante dottrina sono ignobili e il no, fermo e irremovibile di fronte alla militarizzazione del territorio italiano, il Dal Molin a Vicenza per esempio, è espresso con convinzione, assieme all’auspicio che sia vicino il giorno in cui l’America democratica riuscirà ad imporsi su questa di oggi guerrafondaia e cialtrona. Peggio non potrà essere.


Lo Scudo in Europa è una mossa di guerra


Noam Chomsky


il manifesto (30 maggio 2007)


L’installazione di un sistema di difesa missilistica in Europa orientale è praticamente una dichiarazione cli guerra. Provate a immaginare come reagirebbe l’America se la Russia, la Cina, l’Iran o qualunque potenza straniera osasse anche solo pensare di collocare un sistema di difesa missilistica sui confini degli Stati uniti o nelle loro vicinanze, o addirittura portasse avanti questo piano. In tali inimmaginabili circostanze, una violenta reazione americana sarebbe non solo quasi certa, ma anche comprensibile, per ragioni semplici e chiare. E’ universalmente noto che la difesa missilistica è un’arma di primo colpo. Autorevoli analisti militari americani la descrivono così: «Non solo uno scudo, ma un’abilitazione all’azione». Essa «faciliterà un’applicazione più efficace della potenza militare degli Stati uniti all’estero». «Isolando il paese dalle rappresaglie, la difesa missilistica garantirà la capacità e la disponibilità degli Stati uniti a “modellare” l’ambiente in altre parti del mondo». La difesa missilistica non serve a proteggere l’America. E’ uno strumento per il dominio globale». «La difesa missilistica serve a conservare la capacità americana cli esercitare il potere all’estero. Non riguarda la difesa; è un’arma di offesa ed è per questo che ne abbiamo bisogno». Tutte queste citazioni vengono da autorevoli fonti liberali appartenenti alla tendenza dominante, che vorrebbero sviluppare il sistema e collocarlo agli estremi limiti del dominio globale degli Stati uniti. La logica è semplice e facile da capire: un sistema di difesa missilistica funzionante informa i potenziali obiettivi che «vi attaccheremo se ci va e voi non sarete in grado di rispondere, quindi non potrete impedircelo». Stanno vendendo il sistema agli europei come una difesa contro i missili iraniani. Se anche l’Iran avesse armi nucleari e missili a lunga gittata, le probabilità che le usi per attaccare l’Europa sono inferiori a quelle che l’Europa venga colpita da un asteroide. Se dunque si trattasse davvero di difesa, la Repubblica Ceca dovrebbe installare un sistema per difendersi dagli asteroidi. Se l’Iran desse anche il minimo segno di voler fare una simile mossa, il paese verrebbe vaporizzato. Il sistema è davvero puntato contro l’Iran, ma come arma di primo colpo. Fa parte delle crescenti minacce americane di attaccare l’Iran, minacce che costituiscono di per sé una grave violazione della Carta delle Nazioni unite, sebbene questo tema non emerga. Quando Mikhail Gorbaciov permise alla Germania unita di far parte di un’alleanza militare ostile, accettò una grave minaccia alla sicurezza della Russia, per ragioni troppo note per rivederle ora. In cambio il governo degli Stati uniti si impegnò a non allargare la Nato a est. Questo impegno è stato violato qualche anno più tardi, suscitando pochi commenti in Occidente, ma aumentando il pericolo di uno scontro militare. La cosiddetta difesa missilistica aumenta il rischio che scoppi una guerra. La «difesa» consiste nell’aumentare le minacce di aggressione in Medio Oriente, con conseguenze incalcolabili, e il pericolo di una guerra nucleare definitiva. Oltre mezzo secolo fa, Bertrand Russel e Alfred Einstein lanciarono un appello ai popoli del mondo perché affrontassero il fatto che ci troviamo di fronte a una scelta «netta, terribile e inevitabile: Dobbiamo porre fine alla razza umana, o l’umanità è disposta a rinunciare alla guerra?». Accettare il cosiddetto «sistema di difesa missilistica» colloca la scelta a favore della fine della razza umana in un futuro non troppo distante.

venerdì 8 giugno 2007

Yankee, go home!


Sta per arrivare. E’ dietro la porta e venerdì 8 giugno verrà accolto con tutti gli onori. L’uomo-canaglia per antonomasia fa visita ad una delle sue colonie e si laverà la coscienza visitando la Comunità di Sant’Egidio. L’amerikano George W. Bush sconvolgerà la vita dei romani giungendo in una città blindata (scuole chiuse addirittura). Di lui non si avvertiva la necessità. Ho così pensato di salutarlo a modo mio con questo articolo di Danilo Zolo che, seppur scritto tre anni e mezzo fa, non ha perduto la freschezza dell’attualità. I morti Usa hanno superato quota 3500, il cow boy si è incapricciato dello scudo spaziale, tanto per rendere più distensivo il clima. Quest’uomo sarà in mezzo a noi. Una pernacchia virtuale non gliela leva nessuno, accompagnata dal cordiale invito del titolo.  


USA-IRAQ

Processare il nemico


DANILO ZOLO


il manifesto (24 dicembre 2003)  


Il significato profondo dei Tribunali militari di Norimberga e di Tokyo, istituiti dalle potenze vincitrici del secondo conflitto mondiale contro i criminali di guerra tedeschi e giapponesi, non fu quello di «fare giustizia». Fare giustizia significa tentare di interrompere la sequenza politica della divisione, dell’odio e dello spargimento del sangue per decostruire il conflitto e tentare di esorcizzarlo attraverso l’uso di mezzi giudiziari. La giustizia, in questo senso, si oppone alla faziosità della politica perché è la ricerca di uno spazio dì imparzialità, è il ricorso a principi giuridici capaci di dirimere e neutralizzare il conflitto. Se la metafora della politica è la spada, quella della giustizia è la bilancia. Per questo c’è chi ritiene che l’istituzione di tribunali speciali a conclusione di una guerra - internazionale o civile- può essere il primo passo verso la pace, non diversamente dalla amnistia, classico strumento di pacificazione della memoria collettiva e di inibizione della vendetta generalizzata.


I processi internazionali di Norimberga e di Tokyo - è stato il massimo giurista del secolo scorso a sostenerlo, Hans Kelsen - hanno stravolto l’idea di giustizia, annullandone ogni distinzione rispetto alla politica e alla guerra. Sono stati una resa dei conti, il regolamento delle pendenze, la vendetta dei vincitori sui vinti. E’ stata una parodia giudiziaria con una letale valenza simbolica. Essere sconfitti e uccisi in guerra è cosa normale e persino onorevole. Ma essere giustiziati dopo essere stati sottoposti alla giurisdizione del nemico è una sconfitta irreparabile, è la degradazione estrema della propria dignità e identità. Hedley Bull, Bert Röling e Hannah Arendt hanno condiviso questo rifiuto della «giustizia politica» e della sua manichea contrapposizione della moralità dei vincitori alla malvagità degli sconfitti.


Oggi gli Stati uniti, potenza occupante dei territori dello stato iracheno, stanno allestendo un processo contro Saddam Hussein, che nel frattempo tengono prigioniero, esibiscono come una vittima sacrificale e sottopongono a pesantissimi interrogatori, in flagrante violazione di una serie di Convenzioni internazionali, a cominciare da quelle di Ginevra del 1949. Di più, per bocca del loro presidente Bush, fervido sostenitore della pena di morte, raccomandano l’applicazione della «pena estrema» contro il dittatore. Ritorna dunque lo spettro di Norimberga - al quale non pochi osservatori occidentali si richiamano come a un modello da imitare - e ritorna la logica della stigmatizzazione, della vendetta e del sopruso. In questo caso il sopruso è di proporzioni conclamate.


Gli Stati uniti, con la complicità della Gran Bretagna e di altri paesi occidentali, inclusa l’Italia, occupano militarmente l’Iraq in palese violazione della Carta delle Nazioni unite e del diritto internazionale generale. Alla luce del diritto gli occupanti meriterebbero sanzioni severissime e tuttavia accade esattamente il contrario. Sono gli aggressori a erigersi a giudici degli aggrediti in nome di valori universali - la libertà. la democrazia, il rispetto della vita - che essi hanno sistematicamente calpestato. E si richiamano al diritto nonostante il loro rifiuto di sottomettersi alla giurisdizione della Corte penale internazionale che è stata istituita proprio a difesa di questi valori


Per opera de! «proconsole» Paul Bremer e con la complicità dell’Iraqi Governing CounciL da essi istituito, gli Stati uniti hanno frettolosamente addestrato un certo numero di giudici iracheni che dovrebbero dar vita ad un Tribunale speciale, composto di cinque membri, incaricato di giudicare Saddam Hussein e altri esponenti del suo regime. Si tratta di una procedura illegale per una lunga serie di ragioni perché gli Stati uniti detengono illegalmente Saddam Hussein, perché il Governing Council è privo di ogni legittimità politica, sia internazionale che interna, perché l’istituzione di un tribunale speciale per volontà delle forze occupanti è illegale, perché il tribunale non offrirebbe le minime garanzie di autonomia nei confronti della potenza occupante e di imparzialità verso l’accusato, e infine perché, rebus sic stantibus, mancano le norme di diritto positivo iracheno sulla base delle quali giudicare i crimini dell’ex-dittatore. L’anomia giuridica e il vuoto di potere legittimo provocati dalla guerra sono tali che il processo finirebbe in una teatralizzazione propagandistica con il solo scopo di coprire i misfatti dei vincitori, di disumanizzare l’immagine del nemico e di legittimare nei suoi confronti, in quanto nemico dell’umanità, comportamenti ostili sino all’estrema disumanità.


Un’esigenza minima di legalità internazionale esigerebbe l’immediata consegna di Saddam Hussein a una autorità internazionale neutrale, sotto l’egida delle Nazioni unite, e la sua custodia in condizioni di dignitosa detenzione preventiva. Al momento opportuno potrebbe essere decisa la sua consegna alle autorità irachene che la richiedano, a condizione che queste autorità siano del tutto emancipate dalla occupazione straniera e siano democraticamente sostenute dalla maggioranza della popolazione. E a condizione che, nel caso che l’ex dittatore venga sottoposto a processo, sia esclusa la sanzione capitale, una sanzione che i tre Tribunali internazionali penali oggi operanti hanno abolito. L’assassinio rituale di Saddam Hussein offrirebbe un contributo non alla pacificazione dell’Iraq ma alla causa dell’odio e del terrore.

mercoledì 6 giugno 2007

I cattivi maestri


Considero Curzio Maltese uno dei migliori commentatori sulla piazza. La rubrica che tiene su “Il Venerdì “di Repubblica offre sempre prospettive interessanti su argomenti che contrassegnano l’attualità. Non necessariamente in linea con l’omologazione di massa. Di lui “invidio” la capacità di saper esprimere sensazioni e malesseri comuni molto meglio di come potrei fare io, ma questa “invidia” buona è ormai congeniale perchè non riesco proprio a sottrarmi al fascino della capacità di scrittura e ne resto sempre ammaliato. Vale per i bravi giornalisti (ce ne sono ancora) come per alcuni bloggers capaci ogni volta di regalare emozioni nuove.


Contromano


di CURZIO MALTESE


La legalità insegnata a tutti (gli altri)


IL VENERDI (25 maggio 2007)


L’idea che la legalità serva soprattutto a tutelare i più deboli, come dice ora anche Piero Fassino, non è una delle più recenti scoperte della storia dell’umanità. In fondo, sono passati venticinque secoli da quando Socrate ha illustrato per primo il concetto. Ma per la politica e il costume nazionali si tratta senza dubbio di una conquista recente, almeno sul piano filosofico. Ora bisogna metterla in pratica. Due sono le strade. La prima, la più ovvia, è di considerare la legalità un valore riservato agli stranieri. È grazie a loro, infatti, che l’Italia sta riscoprendo l’importanza di rispettare le leggi. Si tratta insomma di convincere gli immigrati a diventare rispettosi e ligi alle regole dell’ordine, dotati di un alto senso civico, capaci di indignarsi di fronte all’ingiustizia o alle scorciatoie furbastre, insomma di trasformarsi in quel modello di cittadino cui larga parte dei locali, noi italiani, guarda con un misto di disprezzo e irrisione. Si può procedere con le buone o con le cattive. Ma vista l’impossibilità della società italiana di applicare qualsiasi forma di «tolleranza zero», a parte forse il divieto di fumare nei locali pubblici, è realistico pensare più che altro a un’azione culturale. A cominciare, s’intende, dalla scuola. Si potrebbero così organizzare corsi di educazione civica limitati ai figli d’immigrati per istruirli al rispetto della Costituzione e dei codici penali e civili. Mentre i ragazzini italiani nelle aule accanto, che potremmo chiamare «classi della libertà», potranno serenamente continuare a giocare con il telefonino e a picchiare a sangue i più piccoli e deboli. Naturalmente, bisogna pensare anche agli adulti. Sulle coste meridionali sarebbe bene istituire task force della legalità, utilizzando per esempio i molti magistrati ricusati, o trasferiti, o messi comunque in condizioni di non svolgere il proprio lavoro, in modo da chiarire subito agli immigrati appena sbarcati il quadro legislativo del nostro Paese. Un aiuto senz’altro prezioso per potersi inserire poi al meglio nella realtà sociale della Locride o di Palermo o Brindisi. Una battaglia culturale di queste dimensione non può prescindere dai media. Un’ipotesi da valutare è la creazione di canali televisivi destinati agli stranieri per propagandare i valori etici e civili. Senza impedire che il servizio pubblico continui a celebrare ogni sera il successo sociale di ladri e assassini, delinquenti politici e bancarottieri, mafiosi e collusi. Insomma, è fondamentale non fargli capire dove sono capitati. L’altra strada è far rispettare la legge, uguale per tutti, italiani e stranieri. Ma qui sorge un problema di conflitto d’interessi.


Nota a margine. La vera distinzione da fare è tra persone che commettono reati e persone che li subiscono. Le prime vanno perseguite, giudicate e condannate, le seconde tutelate e risarcite. Altre differenziazioni sono pretestuose, motivo solo di chiacchiere da bar e sostanzioso contributo all’incapacità di capire. Gioca pesantemente sporco anche buona parte dell’informazione, visto che quando a commettere un’illegalità è un italiano non si precisa certo la nazionalità, mentre quando il delinquente è straniero si sottolinea questo dato. Una volta si ripeteva che la notizia vera non è il cane che morde l’uomo, ma viceversa. Oggi la vera notizia potrebbe essere, per esempio: “Coppia di coniugi padani massacra la famiglia di un tunisino”. Certo non arroventerebbe l’atmosfera, ma rispetterebbe la verità dei fatti. Vi pare poco?  


 


 

domenica 3 giugno 2007

L'amico ritrovato


Era già da tempo che manifestava segnali di squilibrio, negli ultimi mesi, poi, il suo atteggiamento era diventato insopportabile e la mia insofferenza cresceva. Ogni giorno (o quasi) mi chiedevo il motivo dell’accanimento nei suoi confronti. Sembrava quasi che volessi indurlo a più miti pretese, talvolta lo scongiuravo perché non poteva piantarmi in asso proprio in quel momento e che, in fondo, il guaio più grosso lo aveva già combinato lasciandomi sconcertato. Certo ero riuscito a recuperare, almeno parzialmente, però evitavo di aprire, pur accorgendomi che mancava la fluidità e, in fondo, anche la tranquillità. Ogni sessione trascinava con sé apprensione, fatte le dovute proporzioni è chiaro, ma almeno mantenere intatta la piccola oasi che cercavo di preservare non era poi una pretesa esagerata e fuori dalle regole. Ma ormai non era più il tempo delle congetture, delle ipotesi, perfino del dialogo (figuriamoci, lui che lo detesta), bisognava agire, in modo drastico e senza più tentennamenti. Di rovinarsi ancora le giornate, avvilendomi per i flop ed esasperandomi senza alcun beneficio non era proprio più il caso. Ma, una volta uscito, sarebbe poi tornato? E dopo quanto tempo lo avrei rivisto? E poi tutte le confidenze che aveva raccolto… Tremavo al solo pensiero che se le lasciasse svanire. Però ormai non potevo più aspettare ed era necessario cogliere l’attimo. Così, nonostante due giornate positive e consecutive (un record viste le magre più recenti) fissare un appuntamento e avere una data certa è stata la soluzione migliore. Anzi: la Soluzione. Lui, l’altro insomma, si era offerto con piacere ed entusiasmo e se agiva così evidentemente poteva permetterselo. Tra il tempo di pensare e quello di agire è intercorso un amen e dieci giorni fa è accaduto che… Abbia consegnato nelle esperte mani di un collega il mio computer. Era giovedì mattina e pensavo, già sperando, di poterlo riportare a casa per il fine settimana.


Qui si racconta una storia, piccola, di uomini e di macchine e di come i primi siano ancora i più forti, ma anche amici, una patente che ci tengo moltissimo ad attribuire essendo una virtù od una qualità rare di questi tempi.


Esposto il caso, con dovizia di particolari, ho lasciato i due a confronto e mi sono ritirato nella mia stanza, in attesa del primo verdetto. Speravo che non fosse necessario smontarlo, semmai una ripulitura disinfestando i virus che non mancano mai e poi il ritorno a casa, in giornata. Puro delirio per chi si definisce “pessimista reale”.


A metà mattinata andavo a raccogliere le prime informazioni che non erano proprio incoraggianti. Sì, va bene i virus che più scansioni provvedevano ad eliminare, va bene (si fa per dire) un disco fisso tendente all’obesità, però c’era dell’altro e allora mettere a nudo il suo contenuto diventava inevitabile. Il primo passo per valutare e diagnosticare. Ventolina che girava lentamente: sostituita. Grasso in altre parti, pulizia della polvere, ma ronzii allarmanti. E quel mouse che si bloccava, poi uno, due, dieci reset (come facevo a casa ormai in balia dell’apparato). Nel pomeriggio andrà meglio, consegna a domicilio prima di cena. Neppure telefonavo per timore di una risposta negativa. Infatti nessuna consegna e il desiderio di essere subito in ufficio il giorno dopo. Lui, l’augusto paziente, era ormai ridotto alla stregua di un ferrovecchio e il monitor mi accoglieva con un’incoraggiante schermata blu: il fine settimana si stava approssimando con nubi scure all’orizzonte. La conferma al congedo. Il monitor era trasmutato: da blu in nero. Il pc neppure si accendeva più. Buio oltre il computer. Le ipotesi che s’inseguivano erano inquietanti: bios, una flash corrotta, la scheda madre. Bye bye, arrivederci a lunedì. Già, ma cosa avrei trovato?


Un fine settimana tirato proprio via, vissuto nell’incertezza. Va bene che si trattava di una macchina, ma aveva solo tre anni il pc e non è certo questo il momento più adatto per pensare ad un acquisto. La fortuna è cieca si ripete, aggiungendo poi che la vista di un’aquila è appannaggio della sfiga, Nulla di nuovo sotto il sole, però quando capita a te non è certo consolante. Non lo è mai.


Il dì di festa dunque termina e l’approccio alla nuova settimana lavorativa (a proposito: tra quattro mesi scade la Cigs e il futuro è nelle mani solo degli dei, perchè qui gli uomini sono deficitari e irresponsabili e il termine “mobilità” non sembra più campato per aria) è comprensibilmente salutato con piacere, ma anche avvolto da mille interrogativi.


Lo vedo subito che nell’”ambulatorio” è già presente il collega, ma noto anche che il paziente è cambiato. Forse vuol dire che… Resto, invece ,senza parole. Il mio pc è ormai fuori uso. Le hanno provate tutte, coinvolgendo anche colleghi di un altro reparto, “ma l’anomalia che riguardava un componente della scheda madre, forse già uscito di fabbrica fallato, era irreparabile e così ti dò il mio, tanto ormai non ho più tempo per accenderlo”. Il suo computer, con caratteristiche analoghe al mio, passava di mano, me lo cedeva dopo aver speso tre giorni per venire a capo di una situazione che temeva così grave.


Di fronte ad un atto di generosità, non dovuto per altro nella fattispecie, si resta inebetiti e in grado di non pronunciare parole se non quelle di circostanza. Mi rassicurava, invece, sul fatto che non dovevo sentirmi in debito e che, soprattutto, dovevo accettare, anche perché lo stava già predisponendo. Al vecchio disco fisso, quello che custodiva tutti i dati, ne aveva aggiunto un altro su cui aveva reinstallato il sistema operativo dopo aver trasferito ogni files. Nient’altro aveva toccato. Sarebbe spettato a me, per esempio, importare la posta, perché lui per la massima discrezione non aveva voluto neppure provare quella che è un’operazione non difficile anche per i profani, delicata sì, ma che avviene in automatico. Il restyling si concludeva nella mattinata successiva e così riportavo a casa un pc, in pratica rinnovato e integro nei documenti, potenziato, che a me, però, sembrava leggero, mentre recuperavo la serenità perduta e quel carico di  ferro  non si avvertiva.


Un paio di considerazioni che questa piccola vicenda suggerisce. Si può ancora vivere senza computer? Sì, cercando di pensarci il meno possibile, per esempio e confidando che in seguito ce l’avrai. Eppure basta poco, un accenno, un dato, un indirizzo e subito si scopre quanto sia fragile questo compromesso. Di Internet si parla ad ogni pie’ sospinto, un indirizzo e-mail non si nega mai a nessuno, i riferimenti al mondo virtuale sono presenti anche nelle letture o nei discorsi più innocui. E poi il pensiero. La mente vagava nella blogosfera alla ricerca di ipotetici approdi. Mi scorrevano i nomi delle persone: vere, reali, simil virtuali, virtuali. Consideravo anche che, per alcuni rapporti, la posta elettronica rappresenta l’unico collegamento possibile, senza la mia rubrica virtuale non potrei comunicare con parecchi, figuriamoci approdare nei blog. E allora la risposta va un po’ corretta: si può vivere senza a patto di considerare il pc soltanto una macchina da scrivere più sofisticata, ma è questo un uso talmente riduttivo e ormai perfino improponibile. Ecco perché qualche giorno senza produce allarme e il timore di perdere dati importanti (soprattutto se non si fa un backup periodico) genera una vera e propria angoscia.


La seconda annotazione riguarda il senso e il valore dell’amicizia. Ora trovare una persona che dedichi tre giorni al pc, senza nulla pretendere in cambio, continuando anche a seguire la propria attività e che, non contenta di ciò, perché ormai era una sfida tra uomo e macchina, ceda il proprio strumento quasi a titolo di risarcimento è una bella dimostrazione di quanto profonda sia l’attenzione verso le esigenze altrui, di come si possa dimostrare all’atto pratico la stima che si nutre e quanto mi faccia bene e conforti un atteggiamento del genere, proprio mentre la fiducia verso gli altri (le persone della vita reale) accusa molti colpi a salve, se non proprio a vuoto.


E adesso alla ricerca del tempo perduto nella blogosfera, alla ricerca della posta smarrita, perché in fondo da lì ero partito.

martedì 22 maggio 2007

Le attese


Non ho resistito molto alla tentazione di suddividere il mio microcosmo in buoni e cattivi. Dove i secondi sono coloro che, potendolo fare, non mi stanno fornendo alcun aiuto, dimostrano un totale disinteresse, mascherato dall’ipocrisia di facciata (c’è ancora chi mi fa le condoglianze, perchè mi vede solo adesso e naturalmente non è così) e neppure riescono a rimediare con lo straccio di una telefonata. Svaniti, dissolti come nebbia al sole, quasi che il contatto con chi è stato sfiorato dalla morte possa essere contagioso e dunque meglio rimanere lontani.


Il “cattivo” è stato, per esempio, colui che credevo amico e che ha risposto ad una mia richiesta spiegandomi che: “come tu ben sai” (e perchè dovrei saperlo?) “il mio curriculum non prevede ancora questo servizio. Ti consiglio di consultare un’agenzia”. O ancora chi promette, appare convincente e poi si defila, rimanda, non arriva a nessuna conclusione concreta. Chi fissa appuntamenti e poi, davanti alla richiesta esplicita di lavoro, prende tempo, indirizza altrove, proclama la modesta entità della propria azienda e poi “c’è la crisi” che, qualunque sia la contingenza, ci sta sempre bene: basta la parola. Come stamattina quando un tale ha scoperto, durante un colloquio, che avevamo frequentato lo stesso istituto superiore (ma lui alcuni anni prima) e dunque si poteva giustamente divagare parlando di vecchi e, credo, ormai defunti insegnanti. Ci sono poi coloro per i quali non è successo niente e d’altra parte è trascorso “ormai” un mese,come se il dolore fosse a tempo determinato, alla stregua di tanti moderni contratti di lavoro: dopo il periodo indicato non resta più niente.


I “cattivi”  per antonomasia sono e sono stati coloro che consolavano asserendo: “Ti sono vicino”. Cosa cazzo significa questa frase se vicino non c’è nessuno? Essere vicino: quando? Quando è il momento delle prefiche e dei pianti (strano, ma non ho pianto)? Quando non ci si può proprio esimere dall’esserci e allora si ritiene di completare l’opera con la classica ciliegina su una torta amarissima? Una stonata marcia funebre. Che tristezza, che squallore il comportamento umano! E quante delusioni sto ricevendo! Sugli altri, tranne rarissime eccezioni, è meglio non fare proprio affidamento, perché nel momento del bisogno non ci saranno.


Tra i "buoni" annovero quell’amica che mi ha scritto: “So che significa. I primi giorni sono di bufera” e parlava per esperienza personale, condividendo il dolore con questo tipo di presenza. Oppure un’altra cara amica che considerava come “la discrezione alle volte costa, il pensiero per te è gratis”. E un’altra, assai lontana, che mi aveva telefonato subito dopo aver appreso la notizia, aggiungeva poi in un messaggio che sperava di non avermi messo in imbarazzo, “ma quando ho letto d’istinto volevo sentirti. Non potrò esser fisicamente vicino a te, ma il mio pensiero non mancherà”. Una super buona, qualche giorno più tardi mi ha coinvolto in una visita guidata ad una chiesetta (interesse artistico) e poi mi ha inserito in un’altra serie di iniziative nel fine settimana, aggregandomi nel suo gruppo, senza nessun preliminare, senza alcuna sottolineatura: “Io vado lì, sei dei nostri? Ti passo a prendere alle 16:00”. Paradossalmente tra i buoni annovero una parte delle amicizie virtuali che, sia in privato che in pubblico, hanno voluto far sentire la loro voce. Come una cara persona che non frequento molto, pur essendo tra i “preferiti” e che invece ha saputo incoraggiarmi così: “Un passo dopo l'altro ce la farai, così come ce l'ho fatta io e tantissime, infinite, altre persone”. Perché poi è questo, in fondo, il senso di tutto ciò, vale a dire rendersi conto che la vita intorno ha proseguito il suo fluire e che  da questa deviazione, solo momentanea, si dovrà in seguito, progressivamente (appunto un passo dopo l’altro) rientrare, facendosi dapprima trascinare dalla corrente e quindi riacquistando gradualmente autonomia, reimpossessandosi della pratica del quotidiano, dopo che il vento avrà eroso la persona come le rocce  del Grand Canyon, togliendo via il superfluo, ciò che non è più importante. Forse come quelle rocce devo affrontare il vento e lasciare che levighi il mio animo. E mi modifichi.


Alcune sere fa mi sono casualmente imbattuto, su La7, in un programma (“Exit”) condotto dalla cinguettante (e sempre indossante tre taglie in meno) Ilaria D’Amico, dove si trattava l’argomento più appropriato per il mio momento: “Il caro estinto”. Qui oltre a parlare dei costi di un funerale (a proposito, quando accadrà richiedete la visione del catalogo con i prezzi, perché i preventivi sono totalmente incontrollabili), scorrevano le immagini del cimitero Monumentale di Milano dove non ha cittadinanza la livella declamata dal grande Totò. Tra le famiglie altolocate che hanno contrassegnato la storia della capitale lombarda, esiste una gara ad esibirlo più grosso il mausoleo. Dai Pirelli ai Rizzoli, dai Motta, ai Moratti è una stomachevole esibizione della potenza del denaro anche nella fase estrema della vita che pure per lor signori finisce.


Non sono credente, o meglio non lo sono più dal 25 ottobre 2000, però aggiungo un brano meraviglioso di don Tonino Bello che un amico, attore e speaker, ha scelto come lettura al termine della funzione, su mia richiesta. Può essere utile per rifletterci sopra. Io avrò tutto il tempo (per adesso mi sento invulnerabile di fronte alla morte) per tornarci sopra. Se necessario. Se sarà il caso. Lo lascio qui, perché per adesso non mi serve.


Il parcheggio del Calvario


Collocazione provvisoria.


Nel Duomo vecchio di Molfetta c’è un grande crocifisso di terracotta. L’ha donato, qualche anno fa, uno scultore del luogo. Il parroco, in attesa di sistemano definitivamente, l’ha addossato alla parete della sagrestia e vi ha apposto un cartoncino con la scritta: collocazione provvisoria. La scritta, che in un primo momento avevo scambiato come intitolazione dell’opera, mi è parsa provvidenzialmente ispirata, al punto che ho pregato il parroco di non rimuovere per nessuna ragione il crocifisso di li, da quella parete nuda, da quella posizione precaria, con quel cartoncino ingiallito. Collocazione provvisoria. Penso che non ci sia formula migliore per definire la croce. La mia, la tua croce, non solo quella di Cristo. Coraggio, allora, tu che soffri inchiodato su una carrozzella. Animo, tu che provi i morsi della solitudine. Abbi fiducia, tu che bevi al calice amaro dell’abbandono. Non ti disperare, madre dolcissima, che hai partorito un figlio focomelico. Non imprecare, sorella, che ti vedi distruggere giorno dopo giorno da un male che non perdona. Asciugati le lacrime, fratello, che sei stato pugnalato alle spalle da coloro che ritenevi tuoi amici. Non angosciarti, tu che per un tracollo improvviso vedi i tuoi beni pignorati, i tuoi progetti in frantumi, le tue fatiche distrutte. Non tirare i remi in barca, tu che sei stanco di lottare e hai accumulato delusioni a non finire. Non abbatterti, fratello povero, che non sei calcolato da nessuno, che non sei creduto dalla gente e che, invece del pane, sei costretto a ingoiare bocconi di amarezza. Non avvilirti, amico sfortunato, che nella vita hai visto partire tanti bastimenti, e tu sei rimasto sempre a terra. Coraggio. La tua croce, anche se durasse tutta la vita, è sempre « collocazione provvisoria ». Il Calvario, dove essa è piantata, non è zona residenziale. E il terreno di questa collina, dove si consuma la tua sofferenza, non si venderà mai come suolo edificatorio. Anche il Vangelo ci invita a considerare la provvisorietà della croce. C’è una frase immensa, che riassume la tragedia del creato al momento della morte di Cristo. « Da mezzogiorno fino alle tre del pomeriggio, si fece buio su tutta la terra ». Forse è la frase più scura di tutta la Bibbia. Per me è una delle più luminose. Proprio per quelle riduzioni di orario che stringono, come due paletti invalicabili, il tempo in cui è concesso al buio di infierire sulla terra. Da mezzogiorno alle tre del pomeriggio. Ecco le sponde che delimitano il fiume delle lacrime umane. Ecco le saracinesche che comprimono in spazi circoscritti tutti i rantoli della terra. Ecco le barriere entro cui si consumano tutte le agonie dei figli dell’uomo. Da mezzogiorno alle tre del pomeriggio. Solo allora è consentita la sosta sul Golgota. Al di fuori di quell’orario, c’è divieto assoluto di parcheggio. Dopo tre ore, ci sarà la rimozione forzata di tutte le croci. Una permanenza più lunga sarà considerata abusiva anche da Dio. Coraggio, fratello che soffri. C’è anche per te una deposizione dalla croce. C’è anche per te una pietà sovrumana. Ecco già una mano forata che schioda dal legno la tua. Ecco un volto amico, intriso di sangue e coronato di spine, che sfiora con un bacio la tua fronte febbricitante. Ecco un grembo dolcissimo di donna che ti avvolge di tenerezza. Tra quelle braccia materne si svelerà, finalmente, tutto il mistero di un dolore che ora ti sembra un assurdo. Coraggio. Mancano pochi istanti alle tre del tuo pomeriggio. Tra poco, il buio cederà il posto alla luce, la terra riacquisterà i suoi colori verginali e il sole della Pasqua irromperà tra le nuvole in fuga.

domenica 13 maggio 2007

La terra lieve


Quel pomeriggio del 18 aprile 2007 dovevo assolutamente scrivere un post. Si trattava di una necessità impellente, sotto la spinta dell’inquietudine che stava erodendo la friabile e fittizia tranquillità fin dal giorno precedente. Era già pronto il titolo, anzi la scelta si allargava a due. “In limine mortis” esprimeva in modo perentorio lo stato d’animo del momento. Ne fotografava ogni sfumatura, zoomando sui dettagli, anche quelli che non si volevano ammettere di fronte all’evidenza. Il secondo poteva essere: “Ultimi giorni?” con quel punto interrogativo aggiunto ad una tragica percezione, per stemperarne la terribilità e lasciare socchiusa la porta alla speranza.


Ma il cervello elettronico, come faceva da tempo, si rifiutava di assecondarmi. Il cervello umano stava invece inerpicandosi, con sorprendente facilità, lungo tortuosi tornanti, analogamente a quegli “stormi d’uccelli neri com’esuli pensieri nel vespero migrar”.


Poi un’accelerazione inattesa e sconvolgente per la sua repentinità. Alle 21.52 tutto si era compiuto. Mio padre mi aveva lasciato senza essere in grado di spiegare perchè. Non aveva avuto neppure la possibilità di uscire, per qualche istante, dal torpore prolungato di quel pomeriggio per salutarmi (in fondo avevamo vissuto tanti anni assieme).


Solo. Ero rimasto solo.


La brutalità della morte reca anche con sé, purtroppo, una sequenza di problemi pratici che relegano il dolore ad altri momenti, differendone l’elaborazione. E assieme ai problemi pratici, che sono poi segnatamente economici (la cassa integrazione, per esempio, continua) si aggiungono le agghiaccianti preoccupazioni per il futuro. Con la vita, la mia vita, la vita di chi è rimasto, che approda ad una rivoluzione epocale con la quasi certezza - a 50 anni - di ricominciare tutto privo di motivazioni, spente dall’allentamento prima e dalla diluizione poi di quella tensione emotiva (sebbene ammantata in buona parte d’ipocrisia) che mi aveva sorretto nelle ore successive.


Una parentesi troppo bella per essere vera e dunque irripetibile (temo) con una presenza momentanea accanto, sembrava confortare e rinvigorire l’agire quotidiano.


Poi l’apertura della busta fatale, otto giorni fa, che conteneva le ultime volontà assieme all’esatta e spietata sensazione che da lì si sono generati i germi del cambiamento e della mutazione radicale di comportamenti, dando l’addio alle piccole e quiete certezze del quotidiano. Lavoro da trovare che sia stabile e non precario, per fronteggiare una sopravvivenza difficile.


E il tempo che incalza, stravolge, soffoca e scandisce ritmi tanto diversi quanto inquietanti.