lunedì 12 dicembre 2005

La strage fascista


http://digilander.libero.it/infoprc/pinelli_file/image011.gif 


Milano buia come la sera del 12 dicembre 1969, la sera della strage di piazza Fontana non la posso dimenticare. Allora abitavo in via Bagutta a quattrocento metri da piazza Fontana e dalla Banca dell´Agricoltura, la banca della strage. Milano in una caligine da Malebolge, da palude Stigia. E in quel buio arriva una telefonata da Pietra il direttore del Giorno. I direttori non ti chiedono mai se hai sentito, visto, saputo. Loro devono fare il giornale e ordinano: "Vai a vedere a piazza Fontana e poi vieni a scrivere il pezzo al giornale". Non era un bel vedere quello di piazza Fontana, non si poteva entrare nella sala terrena della banca dove una bomba aveva fatto strage, c´era solo da sentire l´odore acre di bruciato e di sangue, c´era da udire gli ululati delle autoambulanze, le grida di quelli che correvano sollevando le barelle, il buio pesto attorno ai fari bianchi, alle lampade rosse, rotanti, allo scempio dei corpi, ai getti d´acqua delle autopompe. C´era da vedere la cosa schifosa che è la strategia della tensione di cui una burocrazia cinica e sorniona è complice. Il gioco sta facendosi durissimo, a forza di simulare la guerra sociale la guerra è arrivata. In una Milano immersa in una caligine da Malebolge cominciarono gli anni del mistero. Un servizio segreto che impareremo a chiamare deviato, ma deviato da che nessuno può dirlo, ha messo Milano di fronte al misfatto. Andai al giornale a scrivere il pezzo e scrissi quello che era chiaro agli occhi di chiunque: la strage di piazza Fontana era una strage di Stato, per dire fatta da apparati statali che avremmo imparato a chiamarli deviati, un modo per dire: sono noti a una parte dello Stato, sono aiutati e coperti da una parte dello Stato ma diciamo che sono deviati. Così chi deve capire cosa vuol dire una bomba in una banca al centro di Milano mentre sta dilagando l´inverno caldo delle lotte operaie, capisce e si regola. Quella sera scrissi che la strage di piazza Fontana era una strage di Stato con tranquilla certezza senza tirare a indovinare. Mi chiamò Pietra, che aveva letto le cartelle una dopo l´altra, appena scritte. "Ma secondo te le bombe, qui a Milano e a Roma chi le ha messe?". "I carabinieri" risposi. Volevo dire quelli dei servizi segreti o delle trame nere, non i caramba, i ghisa, i celerini, insomma i poliziotti arruolati nelle campagne povere del Sud che vanno a farsi pestare in piazza. "Tu dici?" fece lui. "Il prefetto Mazza è convinto che siano stati gli anarchici". Ma chiamo il fattorino e mando il pezzo in tipografia senza correggere una virgola. Si diceva di lui che era stato assieme a Cefis nel Sim, il servizio segreto dell´esercito. Aveva un sorriso strano, fra cautela e intesa.




http://www.arcabari.it/images/image4.jpg


 


Durante la guerra partigiana non aveva mai portato armi ma comandava una divisione garibaldina essendo un deciso anticomunista. Il 25 aprile del ‘45 quando al comando generale partigiano decisero di mandare il colonnello Audisio a giustiziare Mussolini e i gerarchi fermò un amico che si era mosso per aggregarsi alla spedizione. Ma non era uomo del doppio gioco, era soltanto uno che la sapeva lunga sulla politica e che ci sapeva navigare. Uno che sapeva come vanno le cose di questo mondo. Io invece in quel mondo mi muovevo con poca sapienza e poca prudenza, trascinato dalla passione politica e sorretto da quella convinzione di onnipotenza, di quasi immortalità che la guerra partigiana mi aveva lasciato in corpo. Convinto di stare dalla parte della verità, dalla parte giusta. Le buone ragioni non mancavano. Non era credibile che quei quattro gatti senza protezioni e senza soldi dei circoli anarchici avessero potuto organizzare ed eseguire attentati simultanei a Milano e a Roma nella banca e all´Altare della Patria. C´era la contestazione studentesca e c´era la rabbia operaia ma la risposta del terrore appariva sproporzionata. Sapevamo poco o niente della guerra fredda della violenza e della rozzezza degli opposti apparati polizieschi, della Nato come del patto di Varsavia. Ma dovevamo stare a quella scuola brutale di politica, dovevamo starci anche obtorto collo anche se ci sembrava impossibile che alti funzionari dello Stato fossero complici di delitti contro lo Stato, che un prefetto, un questore, un generale rendessero falsa testimonianza, dirottassero le indagini, facessero esplodere la bomba rimasta intatta alla Banca Commerciale per cancellare le prove e proteggere chi ce le aveva messe. La politica diventava misterica, sfuggente, incomprensibile. Un governo moderato che conosceva la nostra sudditanza dall´apparato atlantico si piegava a coprire le trame dei servizi, lasciava che gli scontri di classe fossero condizionati dalle bombe. Ma anche la risposta giovanile, le pulsioni rivoluzionarie, anche il gioco della rivoluzione invece di disvelare la congiura dei potenti la annodava, diffondeva la psicosi di un imminente golpe fascista, di destra, che fu la matrice del terrorismo. L´intolleranza si diffondeva, chi non era intollerante passava o per un debole o per un vile, per uno che tirava a campare. Riaffiorava la cultura del pressappoco, del fascismo che non è fascismo, del marxismo di chi non ha mai letto Marx. Tutto sembrava lecito e tutto sopportabile, come se a tutti fosse venuta una di quelle febbri maligne che non ti uccidono ma ti fanno impazzire, una di quelle febbri che non sai come curare, che da un giorno all´altro dovrebbero passare invece tirano avanti per anni. Bisogna stare al gioco e non è facile.




http://www.socialpress.it/IMG/pzzaFontana_deton.jpg




Un 25 aprile di quegli anni la preside di una scuola mi chiede se posso dir due parole ai suoi alunni. La scuola è alla Barona, un quartiere del sud Milano che sembra un suburbio africano, la commemorazione si tiene in un cinematografo, le scolaresche sono già entrate, il lancio delle bucce di mandarini, di castagne secche e di cartacce sembra però tollerabile, attacco la mia orazione piccola, e arriva subito la buriana. I ragazzi della Barona sono quasi tutti immigrati, non sanno nulla della Resistenza e comunque non gliene importa niente, mi lasciano parlare per due minuti, poi si alzano, urlano, lanciano quel che gli capita sottomano, gridano "vaffanculo nonno", in un pandemonio di inferno. La preside mi prende per un braccio e mi porta in salvo. Ma non è imbarazzata, ha l´aria di pensare che è andata bene così. Non avevamo previsto le bombe e non è stato possibile dare una mano a scoprire i colpevoli. Lo Stato complice cancellava le prove, deviava i sospetti ma anche noi ci perdevamo fra le false notizie, le indiscrezioni pilotate, gli scoop che ci arrivavano dall´Ufficio Affari riservati diretto da un poliziotto gastronomo che si prendeva gioco di noi. Lavoravamo, cercavamo in un turbine di "notizie del diavolo", ci avventuravamo nel sottobosco dei finti misteri, dei mitomani, prendevamo per buone a volte le invenzioni dei chiacchieroni e dei fabbricanti di finte congiure. Un grande giornalista come Indro Montanelli che era anche persona civile e cortese perdeva il ben dell´intelletto accusando Camilla Cederna e Giulia Maria Crespi la proprietaria del Corriere della Sera di trame politico-erotiche con Mario Capanna e veniva preso sul serio dai carabinieri che perquisivano le ville della Crespi. E scambiare una Crespi per una sovversiva era davvero il segno della massima confusione. Ma ci furono anche i morti come Pinelli, i perseguitati come Valpreda, ci fu anche una sporca storia che non ha giovato a nessuno.



"Quando Milano piombò nel buio di Piazza Fontana" di Giorgio Bocca da "la Repubblica" del 5 maggio 2005




http://www.socialpress.it/IMG/tav019.jpg


venerdì 9 dicembre 2005

La gelatina natalizia


http://www.bananiele.it/forestanera/fn65.jpg



Qui lo dico e qui non lo nego. La melassa appiccicosa di ipocrita e festosa allegria, tracimante da tv, radio, quotidiani, internet e qualunque altro mezzo di comunicazione, compreso il passaparola, è ormai insopportabile. Anzi con il passare dei giorni, come è inevitabile, sta assumendo dimensioni di autentica violenza nei confronti di chi non può sottrarsi, anche se cerca accuratamente di non incappare nella pornografia natalizia.


Avevo annotato, su un post-it, che il 4 ottobre alle 20:35, per poi ripetersi due ore più tardi, era passato su RaiTre il primo spot sulle “decorazioni natalizie che colpiscono al cuore”.  Adesso la misura è ormai in eccesso, con i soliti gestori di telefonia mobile ossessivamente presenti a tutte le ore. Ma l’onda più grossa ha cominciato a montare proprio da ieri.


Penso che i cattolici, per esempio, dovrebbero - sempre cristianamente, intendiamoci - irritarsi per la devastazione pagana che viene operata. Non esistono più le festività religiose in quanto tali, semmai esistono date che segnano l’inizio di un ponte, di un esodo, di una gita fuori porta oppure dell’avvio della corsa agli acquisti, come appunto è da ieri.


Come se non bastasse, a tutto questo ciarpame, si è aggiunto un oggetto trash che potrebbe diventare di culto, come i famigerati nani da giardino: il babbo natale rampicante.


Appesi ad una grondaia, pendenti da un albero, piazzati davanti al portone o infilati su un cancello, stanno spuntando come funghi questi bruttissimi pupazzi arrampicati su una scala. Quale ne sia il senso lo ignoro, ma credo che altro significato non abbia se non quello di una coazione a ripetere e scimmiottare una presunta moda generatasi nel pianeta della stupidità.


Povero babbo natale! E’ così in bolletta da avergli requisito slitta e renne e forse per sfuggire ai suoi persecutori si ritrova così abbarbicato: un uomo in fuga. Povero babbo natale ridicolizzato in un negozio come ho visto, proprio ieri e che come umano non avrei voluto vedere: le commesse alla cassa costrette, devo immaginare, a indossare giacca e pantaloni rossi, bordati di pelo sintetico bianco. E cappuccio, naturalmente. Mi sono vergognato per loro, ma ne ho pure provato profonda pena e istintiva solidarietà.

martedì 6 dicembre 2005

La valle dell' eden


http://www.legambientevalsusa.it/Images/notav.gif


Mi hanno riferito che, durante la notte scorsa, la polizia è intervenuta pesantemente per sgomberare il presidio pacifico allestito in Val di Susa. Per incompatibilità orarie non ho ancora potuto vedere nessuna immagine. Ma non mi è difficile credere alle manganellate pesanti dei celerini. In questo modo, guidati in cabina di regia da Fini, avevano già esibito i muscoli al G8 di Genova, all’esordio del nuovo governo di destra (centro).


E proprio stamattina mi è arrivata, dopo una serie interminabile di “forward”, questa lettera che pubblico (con tutte le cautele del caso, s'intende, anche se è firmata). Diario in edicola dedica l’inchiesta di copertina alla Val di Susa, una carissima blogger (e amica), autorevole e seria come harmonia aveva già postato qualche giorno fa sull’argomento.


Mi aggiungo anch’io a tutti coloro che sono interamente dalla parte dei valsusini. Questo blog è NoTAV al 100%.


"Scrivo queste poche (spero) righe con l’unica intenzione di portare a conoscenza una situazione che la maggior parte dei media cerca di tener nascosta. Da diversi anni è in corso in Val di Susa una manovra di resistenza organizzata contro la linea ad alta velocità ferroviaria Torino-Lione (TAV). Quello che fanno credere i media è che gli oppositori siano pochi e comunque motivati solamente dal fatto che “gli passa il treno sotto casa”. Nella manifestazione di giugno scorso c’erano 30.000 persone (in tutta
la Val
di Susa ci sono 50.000 abitanti) Non posso di certo smentire questa motivazione, ma in realtà i motivi veri (che vengono metodicamente nascosti dai media) sono ben altri.


1. La tratta Torino—Lione è completamente inutile: nella Val Susa esiste già una linea ferroviaria, sottoutilizzata, in grado di reggere il traffico richiesto (considerando i tassi di crescita) almeno fino al 2050.


2. La linea in costruzione è esclusivamente merci. Non si avrebbe alcun vantaggio in termini di tempo per la percorrenza da Torino a Lione. I treni passeggeri comunque continuerebbero a transitare nella linea storica con i tempi di percorrenza attuali.


3. Nel tratto montano (e quindi da Torino alla Francia), comunque non sarebbe una tratta ad alta velocità, perchè la conformazione del terreno (montano) non la rende possibile.


4. L’amianto sotto al Musinè c’è veramente (è già ampiamente dimostrato), e nei progetti non c’è il minimo accenno ad un piano di messa in sicurezza dell’amianto estratto (è previsto semplicemente uno stoccaggio in valle a cielo libero), che con i frequenti venti della Val di Susa verrebbe distribuito e respirato in tutta la cintura ovest di Torino ed in Torino stessa. Le malattie causate dalla respirazione di anche solo 1 fibra di amianto vengono diagnosticate 15 anni dopo l’inalazione. Dal momento della diagnosi la mortalità è del 100%, ed il tempo di vita medio è di 9 mesi.


5. Il corridoio 5 (tratta Lisbona—Kiev) di cui questa tratta sarebbe parte fondamentale non esiste: da Trieste verso est l’opera è bloccata in tutti i suoi aspetti.


6. Finanziariamente è un disastro annunciato: perchè vada in attivo, nella tratta dovrebbe passare un treno merci ogni 3 minuti, 24 ore al giorno. Per questo motivo, al momento nessun privato si è impegnato finanziariamente, banche e fondazioni comprese. La tratta è costosissima, ed i soldi non ci sono: è notizia recente che nella finanziaria di questi giorni sono stati tagliati quasi tutti i fondi per le grandi opere. Gli unici soldi su cui si regge l’opera sono i finanziamenti europei.


7. Se dovessi elencare tutte le implicazioni legali del ministro Lunardi (mi spiace, ma non riesco proprio a dare dell’onorevole ad una persona del genere) questo documento diventerebbe troppo lungo. Dico solo che l’appalto per la costruzione del tunnel di 52 Km (7,5 miliardi di euro) è stato vinto da una ditta francese che l’ha subappaltato alla francese RockSoil, di proprietà della moglie. Forse ora è più chiaro e motivato perchè nelle proteste dei valsusini sono presenti sempre, in prima fila, tutti i sindaci e le istituzioni di tutti i paesi della Valle, indipendentemente dal partito politico di appartenenza.


Il CIPE, incaricato di distribuire i fondi italiani, ha già eliminato la tratta Torino—Lione dalle opere da finanziare dallo stato italiano (nonostante quanto riferito dai media). L’unico obiettivo di chi
la TAV
la vuole fare è quello di agganciare la pioggia di finanziamenti europei per le grandi opere; per far questo, devono entro fine anno poter dire che i lavori sono iniziati.


Lunedì 1 novembre ho partecipato al blocco dei lavori a Mompantero: in 500 persone (saremmo stati molti di più, ma alla maggior parte delle persone è stato impedito di raggiungere i luoghi della protesta, militarizzando Susa) abbiamo bloccato senza alcuna violenza per un giorno intero 1200 demotivati esponenti delle forze dell’ordine. La notizia che i siti siano poi stati presi in possesso dalle forze dell’ordine in nottata (quando non c’era più nessuno ad opporsi e verificare) sembrerebbe falsa, alcune persone hanno verificato il giorno successivo che i siti erano ancora sgombri.


La questione NoTAV non è una questione di sinistra o destra: l’opposizione è trasversale, ed ogni persona di buon senso che sia informata sul problema non ha


difficoltà a capire le nostre ragioni. Il problema è che la voce dei NoTav viene puntualmente soffocata dai media, per la grande quantità dei finanziamenti europei in gioco.


Personalmente penso che anche i più accesi interessati questo lo sappiano benissimo, e dell’opera non gli importi proprio nulla. L’unica loro preoccupazione è farsi rigirare nelle loro casse i soldoni europei.


Non chiedo a chi legge questo messaggio di crederci ciecamente, ovviamente può essere inteso come propaganda di parte, ma di informarsi anche da altre fonti indipendenti. Purtroppo il quotidiano
La Stampa
ed il telegiornale regionale di RaiTre sono le fonti di informazione che si sono rivelati più corrotti e di parte, non solo nei commenti alle notizie ma anche nel continuo riportare notizie false.


Qualche anno fa è venuta una troupe di Report diversi giorni in valle a fare un servizio sul problema. Risultato: il servizio non è mai andato in onda ed il giornalista è stato quasi licenziato.


Il mio intento non è solo di convincervi sulle nostre ragioni, ma prevalentemente di informarvi. Se credete che le informazioni di questo messaggio siano false, vi invito a verificarle. Penso che poi la convinzione venga da sola".




lunedì 5 dicembre 2005

Pericoloso delirio



http://www.satira.biz/satira/vignette/vignette2.htm#




Il ridicolo faccione dell’ometto, ospite ormai pro-tempore di Palazzo Chigi, spicca nei manifesti 6x3 rassicurando gli italiani che “stiamo mantenendo gli impegni” per poi minacciare : ...”e andiamo avanti!”. Ormai l’unico contrasto da opporre a questo principe della satira super partes, nel senso di inavvicinabile anche dai migliori artisti del settore, è quello di riderci sopra, sperando che proprio da un’omerica risata vengano sepolti lui e i suoi megafoni. Ancora una volta in rete ho trovato questi versi, purtroppo anch’essi di autore ignoto. Consoliamoci.




Qui comincia la lettura
della splendida avventura
di quel Silvio Berlusconi
che, ricchissimo, a milioni,
ha promesso agli italiani
un magnifico domani,
quando a tutti disse un dì:
"Fo tutt'io, ghe pensi mi!".
Arrivò a menar la danza
dopo lunga militanza.
Fu bravissimo studente,
latin lover molto ardente,

come figlio fu ideale,
fu un marito eccezionale,
con due mogli, due famiglie,
con due figli e con tre figlie.
Fu cantante per diletto,
venditore del Folletto,
piduista, muratore,
artigiano e costruttore.
Fu operaio, contadino,
architetto del giardino,
del lavoro cavaliere,
re del video, paroliere.
Fu imputato, allenatore,
grande comunicatore,
dei potenti vero amico,
della terra l'ombelico.
E alla fin, con grande acuto,
molto in alto si è seduto.
Firmò subito un 'contratto'
agli ingenui molto adatto:
"Sono cinque gli obiettivi:
delinquenti inoffensivi,
ponti, strade, costruzioni,
incrementi alle pensioni,
per il fisco meno tasse,
più lavoro per le masse.
Ne realizzo solo tre?
Me ne vo, credete a me!".
Dopo un anno dal 'contratto'
ha gridato: "Tutto fatto!",
ma, statista dilettante,
le ha sbagliate tutte quante

e, fra un viaggio e due processi
fatto ha solo i suoi interessi.
Come andò saper potrai
se con calma leggerai.



 


domenica 4 dicembre 2005

Punti di vista


Venerdì 2 dicembre sciopero generale di otto ore dei metalmeccanici per pretendere (a questo punto) il rinnovo del contratto di lavoro scaduto da oltre un anno e manifestazione nazionale a Roma. Come inevitabilmente accade in questi casi solito contrasto di numeri con l’ormai famosa Questura della capitale. Guerra di cifre, viene sempre definita negli sbrigativi commenti, come se pure delle cose astratte fossero sempre in guerra in questo mondo capovolto. Ho trovato sul web questo raccontino, anonimo e lo aggiungo qui. Per sorriderci sopra. Sulle puntuali (e talvolta ridicole) discordanze, non certo sulle sacrosante rivendicazioni dei lavoratori metalmeccanici.





Il gran balletto delle cifre della questura nella storia.


- Un giovedì sera dell'anno 33 d.c. Gesù e gli Apostoli si ritrovano per l'ultima cena.
Seduti attorno alla tavola ci sono 13 persone secondo gli organizzatori, mentre secondo la questura di Roma i commensali non sono più di 5.


- Il 5 maggio 1860 Garibaldi salpa da Quarto a capo di un corpo di volontari. I partecipanti sono 1000 secondo gli organizzatori, mentre per la questura di Roma sono solo 300.
- Una mattina di fine '800 alcuni trentini entrano a Trento trotterellando. Secondo gli organizzatori i suddetti trentini sono 33, secondo la questura di Roma invece sono solamente 13.
- Fra il 18 e il 22 marzo 1848 aspri combattimenti contro l'invasore austriaco hanno luogo per le strade del capoluogo lombardo. Secondo gli organizzatori le giornate di Milano sono 5, la questura di Roma stima invece che le scaramucce non siano durate più di un paio d'ore.
- Una sera di marzo del 1929 alcuni gatti si mettono in fila per sei col resto di due. Secondo gli organizzatori i gatti sono 44, la questura di Roma stima invece in non più di 16 il numero dei felini.
- Tanti e tanti anni fa Alì Babà entra in conflitto con un gruppo di ladroni. Il numero dei ladroni è di 40 secondo gli organizzatori, ma di soli 9 secondo la questura di Roma.
- Durante l'Esodo, il profeta Mosè riceve le tavole della legge. Secondo l'Organizzatore i comandamenti intagliati nella pietra sono 10, mentre per la questura di Roma i precetti non sono più di due.
- Tra le due guerre mondiali una coppia di prolifici dalmata mette al mondo una grande cucciolata. Secondo gli organizzatori la carica dei cuccioli è composta da 101 unità, mentre per la questura di Roma non sono più di 58.


- Nell'ottobre del 1492 il navigatore Colombo veleggia verso le coste dell'America a bordo di un naviglio. Secondo gli organizzatori si tratta di 3 caravelle, ma per la questura di Roma la barca è una sola e per di più guidata da uno scafista.


- All'apice dell'età degli eroi Ercole affronta una serie di epiche fatiche. Per gli organizzatori della performance le fatiche sono 12, mentre per la questura di Roma l'eroe non si è mai mosso dal letto perché non c'aveva voglia di fare un *Censured*.

giovedì 1 dicembre 2005

La paura in casa


Sostiene Pizzi (Antonio Pizzi, procuratore della Repubblica a Monza su “
La Stampa
del 27 novembre) che: “Ormai siamo in presenza di quella che definisco la ‘Società parallela’. Sono immigrati clandestini, gente sconosciuta, senza nome e senza volto. Una ‘Società parallela’ che ricorre alla violenza per sfregio, per una sorta di rivincita nei confronti della nostra società”. Colpevole di “non riconoscere i diritti e di non consentire di realizzare progetti di vita”. Risultato, “i sistemi sociali non reggono”.


Sostiene Lutring (Luciano Lutring, rapinatore imprendibile degli anni ’60, definito “il solista del mitra”) che ai suoi tempi “nella Milano delle Topolino, non esistevano queste cose. Ma allora la ‘mala’ aveva una sua morale, un suo codice, era controllata dall’interno. Ora c’è troppa droga e troppi clandestini. Vedono che quelle rapine avvengono, pensano siano facili e vanno”.


Sostiene Ruotolo (Sandro Ruotolo, giornalista di spicco del Tg3, punta di diamante nella squadra di Santoro, sandroruotolo.splinder.com è il suo blog) che: “Questo della sicurezza e' un tema che non deve essere sottovalutato. Berlusconi ha vinto le elezioni sulla paura dei cittadini, mentre una certa sinistra ha snobbato la questione. Ma è proprio sulla legalità che, invece, si misura la capacità di governo delle forze attualmente all'opposizione.  A leggere i dati sulle rapine nelle ville emerge che nei primi sei mesi del 2005 sono state 166 contro le 317 dell'intero 2004 e le 257 del 2003. (erano state aggiungo – sempre riprendendo da “
La Stampa
” - 274 nel 2002. 282 nel 2001 e 323 nel 2000). “Rispondere all'esigenza di sicurezza da parte dei cittadini non è né di destra né di sinistra. Sbagliano coloro che ‘giustificano’... “Nel mezzogiorno d'Italia” gli è capitato di trovare “in certi intellettuali, in certi esponenti politici una sorta di miopia: ‘bisogna individuare nel malessere sociale la devianza’. E che c'entra? Se uno viola la legge va perseguito. Punto e basta. Poi e' la politica che deve dare risposte sociali al declino di intere aree del nostro Paese. Ci sono migliaia e migliaia di disoccupati, di lavoratori che vivono al di sotto della soglia di povertà e non per questo rubano e commettono reati”.


Sostiene Ferrero (Ernesto Ferrero, saggista e romanziere torinese, sempre sul quotidiano di domenica scorsa) che “Le aggressioni che ci spaventano e di cui soffriamo sono forse speculari al vuoto delle nostre società, alla caduta dei valori, all’assenza di progetti, alla nostra atonia morale, al nostro rimuovere tutto ciò che è dolore, sofferenza, fatica, paura, perché non è trendy, non è moderno, non è rock. Perché non sappiamo più fare i conti con noi stessi fino in fondo.


I modelli che attraverso la volgarità televisiva offriamo ai nostri figli, prima ancora che ai nuovi barbari (il successo che non costa niente, i soldi facili, il lusso virtuale degli spot pubblicitari, ecc.) contengono nel loro Dna il suggerimento a provare con le scorciatoie della violenza e della frode, che sono una tentazione sempre più diffusa anche per chi barbaro crede di non essere. il «provarci» paga quasi sempre e in ogni caso se va male costa pochissimo. I delitti grandi, piccoli e minimi che tutti i giorni abbiamo sotto gli occhi e che rimangono per lo più senza castigo, per via di una sciagurata cultura del lassismo e del perdonismo )quella «pornografia del perdono» di cui parlava Giuseppe Pontiggia), generano un’insicurezza diffusa che è anche peggio della paura da aggressione. Perché nasce dal dubbio angosciante che non esistano più regole del gioco condivise, che vincono sempre i più forti e i più scaltri, l’eterna Italia dei furbi e dei disonesti, come diceva Bobbio. Il vero nemico ce l’abbiamo in casa, e siamo noi.”.


Io sto con l’ordine e la legalità, con il rispetto delle regole per tutti, senza indulgere in ipocrisie, in giustificazionismi. Sto con Ruotolo, che di inchieste sulla criminalità organizzata ne ha compiute, quando scrive ciò che ho evidenziato, non nascondendo il dubbio, peraltro risolto dallo stesso giornalista, che se al Sud non si registra un’attività florida di bande nomadi dedite all’assalto delle ville, ciò è dovuto alla presenza indubbiamente più capillare (purtroppo) della mafia che, così, diventa automaticamente l’Antistato per il controllo del territorio, in grado dunque di garantire i parametri minimi di sicurezza. La deriva è così completa.


Destra o sinistra che sia chi governerà il Paese è con il gravoso problema della sicurezza e della legalità che dovrà confrontarsi. Senza sconti per nessuno.


 

lunedì 28 novembre 2005

Donne


http://www.filosofico.net/venerebotticelli.jpg


BIELLA - Undici anni fa l'aveva violentata; oggi l'ha uccisa. Debora Rizzato, la venticinquenne trovata morta nel parcheggio della fabbrica dove lavorava a Trivero (Biella), è stata uccisa dallo stesso aguzzino che l'aveva violentata nel '94, quando aveva appena 14 anni. Un incubo durato undici anni, tra minacce e terrore, concluso stamani con una coltellata. L'assassino è fuggito sull'auto della sua vittima: istituiti posti di blocco, diffusa ai commissariati e alle stazioni dei carabinieri la foto del maniaco. Si chiama Emiliano Santangelo; ha 32 anni ed abita a Carema, un comune di 750 anime a Nord della provincia di Torino. Nel '94 era finito in prigione ma, dopo tre anni, era stato scarcerato e, con la libertà, aveva ricominciato a perseguitare la sua vittima. La minacciava di morte: voleva che ritirasse le denunce. (22 novembre 2005)


BOLOGNA - Carabinieri e magistratura hanno lanciato un appello per cercare testimoni che possano aiutare ad individuare l'uomo che mercoledì sera, nella periferia di Bologna, ha aggredito e violentato una donna di 30 anni in un giardino condominiale. Il responsabile sarebbe uno straniero, dai tratti somatici forse di origine pakistana o bengalese, anch'egli sui 30 anni. La telecamera di un vicino distributore di benzina ha ripreso l'indifferenza degli automobilisti che hanno visto l'uomo costringere la sua vittima attraversare la strada. Sul video si distinguono le due sagome: l'uomo trascina la ragazza cingendole la vita con un braccio mentre transitano due auto e due camper, ma nessuno si ferma. (25 novembre)


BOLOGNA - E' stato condannato a sette anni e due mesi di reclusione con rito abbreviato il diciassettenne marocchino che, insieme a un connazionale di 20 anni, il pomeriggio del 18 giugno stuprò una ragazzina di 15 anni che passeggiava con il suo fidanzatino nel parco di Villa Spada, a pochi passi dal centro storico di Bologna. La brutale aggressione avvenne in pieno giorno sotto la minaccia di un coltello puntato alla gola della vittima e col fidanzatino immobilizzato e costretto ad assistere senza poter far nulla. Eppure, come per la violenza avvenuta mercoledì sera alla periferia della città, nessuno si accorse di nulla. (26 novembre). Tutte le notizie sono state tratte da repubblica.it


Non so se faccia più schifo l’indifferenza oppure lo stupro, ma di tratta di segnali che fotografano sempre più nitidamente una società incancrenita e in dissolvenza. Coacervo di disattenzioni colpevolissime, vuoti legislativi sempre emergenti a posteriori e mai durante il dibattimento, come se l’attenzione dovesse esserci solo per norme “ad personam” e non per leggi che tutelino la persona e la sua dignità. Comincio, ormai, ad essere discretamente nauseato da tutto questo, infastidito dalle chiacchiere pornografiche, da quel ciarpame portato in video ad ogni ora, da discussioni ormai vuote di contenuto, compiacimenti ad effetto con le donne, poi, ridotte a “quote rosa”, in proporzione di 1 a 4 magari. Private, oltre che della libertà di poter girare come, dove e con chi vogliono, anche della loro autodeterminazione con l’assalto insistito alla legge 194. Soggetti deboli in un contesto maschilista, paternalistico, violento nelle forme, nei contenuti e nell’esasperante proposta di corpi ostentati sui calendari.


Trovo sul web un palliativo a tutto ciò, una personale dedica al mondo femminile che il Talmud ebraico racchiude e che lascio qui come parzialissima compensazione del danno.


“State molto attenti a far piangere una donna,
che poi Dio conta le sue lacrime!
La donna è uscita dalla costola dell’uomo,
non dai piedi perché dovesse essere pestata,
né dalla testa per essere superiore,
ma dal fianco per essere uguale....
un po’ più in basso del braccio per essere protetta
e dal lato del cuore per essere Amata”.