martedì 13 settembre 2005

Parodia di un processo per stupro

www.cineforum.bz.it


Lo ha definito “uno sfogo un po’ ironico dopo 16 mesi di permanenza in questo strano pianeta” L. è un amico conosciuto in un blog due anni fa, quando lavorava a Ginevra con UNHCR, l'ufficio dell'Alto Commissario delle Nazioni Unite per i Rifugiati (ACNUR e' l'acronimo in italiano). Il suo titolo – come mi racconta – “e' Protection Officer, ruolo cardine in un'organizzazione il cui mandato e' quello di garantire international protection ai rifugiati”. In sostanza si occupa di “verificare che i diritti fondamentali dei rifugiati, sanciti dalla Convenzione di Ginevra sullo stato dei rifugiati del 1951 e successivi strumenti, siano rispettati dal paese ospitante. Si tratta anche di assicurare la distribuzione di assistenza umanitaria e di mettere in atto misure che ne favoriscano il più possibile la pacifica integrazione nella società”, accertando, infine, “che le autorità locali garantiscano il rispetto dei diritti umani fondamentali”.


Dalla Liberia ha trasmesso a un gruppo di amici una lunga e drammatica testimonianza, sotto certi aspetti cruenta e ironica, come appunto l’ha classificata. Dopo aver ottenuto da lui una sorta di liberatoria la rigiro in questo spazio integralmente, vale a dire senza alcun tipo di aggiunta o correzione da parte mia, neppure per attenuare la coloritura del linguaggio. L. è persona di alto profilo che sperimenta in presa diretta cosa significhi vivere in quella parte del mondo perennemente in via di sviluppo, dove l’abbruttimento morale, esasperato dalle condizioni di vita, conduce verso una desolante deriva. Lo sottolineo per troncare alla radice considerazioni di tipo razzistico che sarebbero, riferite a L., un ossimoro.


Si tratta, infine, di un post che, a causa della lunghezza, ho diviso in due parti. La seconda l’aggiungerò nel pomeriggio odierno.


E scusate il ritardo.


"Oggi (25 agosto n.d.b.) ho assistito per la prima volta a un processo in Liberia. Per la verità, e' la prima volta che ho assistito a un processo, se si escludono svariate puntate di “Un giorno in Pretura”, alcuni annetti fa, quando ancora stavo in Italia.


Sabato scorso, un rifugiato del campo di Saclepea ha pensato bene, previa offerta di una banana (il frutto, niente ironie prego) per ingraziarsi la vittima, di ravanare con le dita dentro una bimba di sei anni. Mi hanno chiamato verso le 19.30 che già mi stavo preparando per andare a cena da MSF per dirmi che la folla voleva sbucciare e mangiarsi il suddetto. Ci siamo precipitati al campo per calmare le acque, mandare la bimba alla clinica di MSF e scortare il tizio alla polizia. L'esame medico ha confermato il fatto, surrogato anche dalla testimonianza molto precisa della bimba.


Finalmente, ieri mattina, un po’ oltre le 72 ore canoniche previste per la carcerazione preventiva, ma, si sa, gli orologi qui non e' che funzionino gran che, il soggetto compare davanti al GIP di Saclepea per l'udienza preliminare. Da bravo Protection Officer mi tocca essere li' per assicurarmi che all'indiziato sia garantito un processo più o meno equo.


La parte lesa e' presente e il giudice pensa bene di intimarle di sedersi sulla panca in prima fila, da sola, accanto al gentiluomo che qualche sera prima si era preso con lei qualche libertà di troppo. Primo sussulto del bravo Protection Officer: "Ma che cazzo fate?", sbotta in italiano ma con tono sufficientemente seccato per farsi capire. Il giudice lo guarda sorpreso, allorché il bravo Protection Officer articola il concetto facendo presente che magari non era il caso che la bimba sedesse sola e soprattutto a stretto contatto con il tipo. “Eh già”, dice il giudice che scemo non e' e autorizza quindi i genitori a sedersi sulla stessa panca costringendo tutti a “sandwicciarsi” in maniera indegna.


Il giudice procede da bravo a informare l'indiziato di aver diritto a un avvocato come prevede la costituzione della repubblica della Liberia. Mi lancia uno sguardo interrogativo, gli rispondo con un leggero cenno compiaciuto del capo del tipo: "Bravo ciccio, era il minimo che potessi fare, mortacci tua". Ora, trovare un avvocato a Saclepea, per giunta senza preavviso, e' come trovare un leghista che paga le tasse in provincia di Varese. Ci sono solo i due che stavano già litigando in un angolo su chi avrebbe fatto il PM e chi gli avrebbe aperto i codici. I due si guardano, ghignano mostrando ampie caverne tra gli incisivi ingialliti e si mettono d'accordo come i ragazzini che giocano a guardie e ladri.


Intanto, alla faccia della privacy, il pubblico si ammassa alla porta e alle finestre della stamberga che ospita il tribunale per vedere quella a cui hanno infilato le dita e quello che ha infilato le dita. Questa volta, lo sguardo misto tra il supplichevole e il minaccioso del bravo Protection Officer si scontra contro la naturale indifferenza del giudice che, non pare affatto disturbato dalla presenza di tanti curiosi e dall'odore di sudore che corrode le narici.


Iniziano subito le schermaglie tra accusa e difesa che paiono aver preso tremendamente sul serio i rispettivi ruoli. Con un inglese orrendamente deformato da un formalismo esasperato e dal terribile accento liberiano che scivola tra le caverne degli incisivi ingialliti dibattono su cosa sia da considerarsi stupro. Il difensore sostiene che, siccome l'indiziato non ha usato il pisellone, lo stupro non sussiste, al massimo si può parlare di molestie. Il PM ribatte che l'uso del pisellone non e' necessario per determinare lo stupro. Il bravo Protection Officer annuisce con discrezione come a dire: "Ragazzi, non facciamo scherzi. Un dito infilato in una bimba di 6 anni e' stupro, non ci son cazzi".


Il giudice da ragione al PM e procede con l'interrogatorio della bimba che, contrariamente alle aspettative, con la sua vocina sottile, senza tentennamenti racconta quello che le era successo il sabato precedente. Il difensore vuole sapere da lei se il tizio le ha fatto qualcosa col pisellone. Il bravo Protection Officer lo fulmina con uno sguardo da apartheid. Il PM obietta. Il giudice accoglie l'obiezione e quasi manda affanculo il difensore che bestemmia qualcosa nel dialetto locale. Il PM ride. Anche il giudice sghignazza. Il pubblico, che aveva già ghignato ogni volta che si nominavano pisellone e patatina, segue a ruota. Il bravo Protection Officer, a disagio, si immagina a capo di un drappello di Boeri nel Sudafrica della seconda metà dell'800 di passaggio in un villaggio di Zulu ribelli.


Nel frattempo, nessuno si e' preso la briga di tradurre in yakuba per indiziato e parte lesa il dibattimento. Quella che avrebbe dovuto fare da interprete se ne sta in piedi accanto alla panca, gettando occhiate imploranti verso i rappresentanti della comunità dei rifugiati che siedono in fondo alla sala, a due metri da lei, con l'aria di un bambino che non sa la parte alla recita di fine anno: "Ma che devo di'? Che ce sto affa' qui? Che stanno a ddi'?". Il bravo Protection Officer s'incazza e chiede una pausa per permettere all'avvocato difensore in collaborazione con un po' di gente del posto di fare una specie di riassunto per spiegare all'indiziato che cazzo sta succedendo. Il giudice comprensivo accetta. La pausa dura quasi 40 minuti, di cui solo 2 sono utilizzati per spiegare al tipo che e' abbastanza nella merda.


Al rientro del giudice, il bravo Protection Officer, che ha ormai scaldato il cucchiaino e preparato la siringa, sta cercando la vena giusta. La ripresa del dibattimento lo costringe a mollare tutto. Dopo pochi minuti, durante i quali ha battuto col martello di legno sul tavolo una dozzina di volte, facendo sobbalzare tutti e provocando attacchi di prurito isterico a una dozzina di persone, un anziano entra trafelato pretendendo di parlare subito col giudice. La risposta del giudice, urlata indecentemente, viene coperta dal battere fragoroso del martello sulla scrivania che comincia a mostrare crepe evidenti.


Tradotta dal dialetto Ghio all'italiano deve essere suonata più o meno così: "Vecchiaccio del cazzo, ti faccio sbudellare e farcire come un maiale selvatico se non ti togli di qui veloce come una scoreggia!". Lo deduco dall'agilità con cui il vecchio, un po' male in arnese, salta il gradino e schizza fuori tra le risate del pubblico ormai completamente catturato dalla sceneggiata che si sta svolgendo sotto i loro occhi.


Il PM produce il certificato medico rilasciato dalla clinica di MSF. Nessuno ci capisce un cazzo. Tutti concordano che sia meglio convocare il mattino dopo il medico che l'ha compilato. Il giudice e' d'accordo e sospende la seduta vibrando una terrificante martellata sulla scrivania ormai pericolante.


La seduta, che doveva cominciare alle 10 ma che ha avuto inizio alle 10.30, si conclude alle 13.45. Qualcuno fa capire all'indiziato che deve rientrare nella sua comoda cella 50x30 (centimetri). La folla si disperde".


 

mercoledì 7 settembre 2005

Una piccola storia tricolore

R. e A. si sono sposati il 2 giugno 2003. R. è un collega al quale mi uniscono non solo la prossimità degli uffici, ma anche il comune sentire. Immancabile è il commento sintetico sui fatti quotidiani da lui filtrati attraverso l’ironia e la demolizione dei luoghi comuni.


Tuttavia, da un po’ di tempo, un rovello lo tormenta ed è inevitabile che me ne renda partecipe. Ha infatti appreso che dal 2004 è stata promossa un’iniziativa dal Capo dello Stato relativa alla festa della Repubblica e al tricolore. R. saprebbe bene, come buona parte dei cittadini, quale uso fare della bandiera italiana. Non è un leghista, ha rispetto per le istituzioni, ma il cruccio per non rientrare nel piano, più ci pensa e maggiormente cresce. Ne parla anche a lungo con la moglie, mi accenna qualcosa, infine si decide e scrive:


“Egregio Presidente della Repubblica, Le scriviamo queste poche righe per esprimerLe tutta la nostra approvazione per
la Sua
iniziativa legata alla festa della Repubblica. Abbiamo infatti saputo che dall’anno 2004 alle coppie che si sposano il 2 giugno viene donato il tricolore.


Pensiamo che tale omaggio sia un gesto molto educativo, ad alto contenuto patriottico, con cui sensibilizzare i giovani, specialmente in questi anni così tormentati dove il valore della vita sembra essere meno forte di quello del recente passato. Anche noi, sposi il 2 giugno 2003, ci sentiremmo pregiati ed onorati di ricevere e custodire tale segno.


RingraziandoLa anticipatamente, ci scusiamo per averLa distolta dalle Sue primarie attività, certamente più importanti ed impegnative e l’occasione ci è gradita per porgerLe cordiali saluti.”.


Nell’epoca di Internet le comunicazioni viaggiano veloci per e-mail e così accade anche per questa lettera, dal sapore romantico, che richiama alla mente certi racconti mensili del libro “Cuore”. E mentre sul Web viaggia questa speranza inizia anche la fiduciosa attesa, contrappuntata quasi quotidianamente, dal suo personale monitoraggio sulle giornate del presidente Ciampi. R. ne diventa sfegatato supporter, quasi intravedendo nelle sue mosse un segnale beneaugurante.


La suggestione, si sa, talvolta distorce ed amplifica una situazione, ma perché mai disilludere un amico? Partecipo, quasi con affetto, a questa sua attesa. dissimulo le personali perplessità sulla bontà dei contatti tra cittadino ed istituzioni (e quale istituzione poi!) e provo a condividere con lui l’aspettativa (indeterminata) che si è creata.


Alla fine di luglio le immagini televisive diffondono un Ciampi, che sguazza nelle acque della Sardegna, dove ha iniziato le sue vacanze. E’ naturale pensare a quella lettera galleggiante su qualche scrivania, ma infondo speranza a R.. “Dopo tutto – osservo – adesso sai che è in ferie e al ritorno si occuperà degli arretrati”. Ma non è facile persuadere qualcuno della propria mancata convinzione.


Qualche giorno più tardi, invece, la felicità precede il suo rientro pomeridiano. “Un pacco, un pacco! – si agita estasiato – in fondo alle scale”. Così racconta, con una certa emozione, che l’ha subito prelevato e trasportato in casa, dove ha letto incredulo il nome del mittente e poi ha srotolato la bandiera italiana leggendo, ne sono certo commosso, alla moglie, la breve lettera di accompagnamento, datata 1° agosto e firmata dalla responsabile dell’Ufficio per la stampa e l’informazione della segreteria generale della Presidenza della Repubblica.


“ Gentili R. e A., rispondo alla cortese lettera del 19 luglio u.s. che il Presidente Ciampi ha letto volentieri e che ha molto apprezzato.


Sono molto lieta di esaudire il Vostro desiderio. Troverete, insieme con questa mia, una speciale edizione del Tricolore nazionale, che Vi affido insieme agli auguri più fervidi di ogni bene e un saluto tanto cordiale”.


Per sciogliere la melassa di unità nazionale, ho provato a prenotare la bandiera per il prossimo Mondiale di calcio, che si svolgerà in Germania nel 2006, ma una sua bruciante occhiata è stata eloquente. Sono però riuscito a strappare la promessa che se l’Italia... Sì, insomma (taccio per scaramanzia) allora la esporrà al balcone.

domenica 4 settembre 2005

Repetita juvant

. www.krancic.it


L'articolo (una piccola chicca) che qui riposto, traendolo dall'altro mio blog: www.vivamarcotravaglio.splinder.com, ben si presta ad un utile ripasso del nostro recente "come eravamo", visto che il soggetto protagonista è ancora a piede libero. Lo scrisse Corrado Augias su “
la Repubblica
” del 29 giugno 1991.


Ha senso raccontare quello che sto per raccontare? O attribuisco importanza simbolica a un episodio che in realtà non la possiede? Lascio al lettore il giudizio. Domenica sera verso le 22,15, nel solito ristorante alle spalle della direzione socialista, i camerieri sono entrati in agitazione, e i clienti con loro. Trattandosi di un locale frequentato da habitués d’alto rango, tutti avevano capito quello che stava per succedere. L’unica incognita era chi esattamente fosse la personalità che stava per scendere. Questione di pochi minuti. Si trattava del ministro degli Esteri, Gianni De Michelis, accompagnato da alcuni amici e amiche, una decina di persone in tutto, che entra per cenare col suo passo svelto, ravviandosi i lunghi capelli, lo sguardo saettante dietro gli occhiali.


Il ministro e i suoi commensali hanno preso posto e poiché la serata era molto calda, il ministro s’è subito messo in maniche di camicia. A un tavolo della saletta antistante si sono piazzati quattro uomini della scorta. Altri due si sono seduti dietro l’ingresso. I primi hanno cenato, questi ultimi no. Il pasto è cominciato in un’atmosfera gaia fatta di risate femminili, di commenti maschili. Il ministro contrariamente al suo solito parlava tutto sommato poco. Forse era solo stanco, sembrava più che altro concentrato sul cibo e attento alle chiacchiere che, come in ogni tavolata del mondo, s’intrecciavano fitte intorno al commensale più importante in un discreto acciottolio di stoviglie, nel solito andirivieni di cibi e di bottiglie.


Attorno al tavolo più donne che uomini, alcune di loro carine. Un paio in minigonna, una tutta in rosso, abito molto mini, molto aderente, quasi strizzato addosso. Sul tavolo, tocco finale, un telefonino. Ho riferito questa scena tutto sommato semplice, perché nonostante 1’assoluta innocenza dell’insieme, da quella tavolata si sprigionava un’atmosfera sgradevole, anzi decisamente irritante. Sedevo in vista della tavolata del ministro e tuttavia separato dalla vetrata che taglia in due il ristorante. Nel relativo silenzio della mia parte sala, non pienissima, ho colto due brevi commenti, niente più che due battute, che sono poi all’origine di questo articolo. La prima frase, secca e feroce, è stata: “I nuovi fascisti”. La seconda: “Quindici persone in tutto compresa la scorta, chissà chi paga il conto”. Risposta: “Lo paghi tu, scemo”.


Personalmente sono convinto della sostanziale ingiustizia e improprietà di quei due commenti pronunciati a mezza voce in un misto di divertimento mondano e di rabbia. Vale la pena di riferirli solo perché, qualche domenica fa, c’è stato un *referendum che ha dimostrato fino a che punto è arrivata l’intolleranza della gente comune verso scene di quel tipo. Un’intolleranza, una sazietà, che chiunque di noi aveva sentito e continuamente avverte nell’aria, e che invece ai leader del partito socialista, a cominciare dal suo segretario, era completamente sfuggita.


Se il ministro Gianni De Michelis leggerà questa nota, probabilmente si chiederà: ma insomma che cosa vogliono da me? Forse che uno, solo perché è ministro, non può andare al ristorante con alcuni collaboratori e collaboratrici? E cenare insieme a loro? Come può fare chiunque altro? A cominciare dai giornalisti?


E’ sempre molto difficile, per chi agisce in buona fede, capire perché un proprio comportamento risulta agli altri, magari a torto, fastidioso o scandaloso. Sicuramente il ministro De Michelis non ha minimamente pensato che lo spettacolo della sua tavolata sembrava un set del film: ” Il portaborse” pronto ad essere girato, compresa una controfigura dai capelli molto disordinati, il viso segnato dalla barba e dalla stanchezza, al suo posto. Le ragazze del tavolo sicuramente non erano consapevoli di apparire, nei loro attillati abitucci estivi, nell’evidente smania di mettersi in mostra, persone di pasta inferiore a quella che sicuramente darà forma alla realtà delle loro vite. I signori del tavolo, certamente impegnati per l’intera giornata su questioni della più grande importanza, rifiuterebbero con ogni ragione la spregiativa qualifica di portaborse. Eppure quella era l’impressione. Lo sconosciuto cliente del ristorante che ha borbottato:” I nuovi fascisti”, ha sbagliato il giudizio politico ma ha colto l’apparenza delle cose. Giudicando in base alla sola apparenza, nulla distingueva quel tavolo da quello di un gerarca del ventennio. Dicono che Galeazzo Ciano tenesse quasi quotidianamente una mensa di quel tipo, formata proprio allo stesso modo più donne che uomini al ristorante dell’ Hotel Ambasciatori di via Veneto.


E’ accaduto che il degrado del sistema e delle istituzioni politiche, l’universale disistima che circonda coloro che lo incarnano, hanno fatto prevalere l’apparenza sulla sostanza delle cose e, tra le apparenze, quelle peggiori. Poiché la professione della politica, come ogni mestiere svolto davanti al pubblico, vive anche di apparenza, i commenti salaci dei clienti di quel ristorante, per ingiusti e sbagliati che fossero, devono essere presi e riferiti per ciò che sono: un minimo campione statistico di uno stato d’ animo generalizzato, come i risultati dell’ultimo referendum dimostrano. Dal che si può ricavare la moralità conclusiva che, stando così le cose, è meglio che il ministro De Michelis le sue cene le consumi in luoghi più discreti e protetti. Sarà un’ingiustizia ma se i tempi sono quello che sono è anche colpa sua, quindi si adegui.


*Riduzione preferenze Camera dei Deputati 9 giugno 1991

 




 




 




 



venerdì 2 settembre 2005

Odissea

www.bonalumi.it


Questa mattina un quotidiano locale ha bruciato la concorrenza sbattendo la notizia in prima pagina, così nel giro di un’ora tutti in azienda lo sapevano. L’immagine di una vergine che abbia perduto la sua virtù è stata la prima a irrompere. Adesso tutti sanno e, cadute le vesti, la giovane offre le sue nudità, non più pudica, alla morbosa curiosità di chiunque. Forse perché l’azienda è stata sempre riservata, aliena dalla pubblicità (che solo negli ultimi anni ha cominciato a rincorrere tramite le sponsorizzazioni) al punto che lo stabilimento non porta nessuna insegna identificativa di fronte o sul tetto. All’ingresso si trova una targa, modesta nelle dimensioni, che conferma che sì, la ditta è proprio lì.


Ecco perché la diffusione pubblica di una notizia che, comunque, privata non poteva restare per molto tempo, ha percorso come un fremito tutta la comunità aziendale, simile al vento che increspa il mare. “Adesso è proprio vero” - sembravano confermare le reazioni di alcuni -  perché ne parleranno in tv, durante i notiziari regionali (come infatti è avvenuto). E domani ci sarà la prima pagina locale, nostro malgrado, quasi additati alla pubblica opinione come untori? O mentecatti? Oppure sfigati? Persino commiserevoli?


Si lavora, in questi giorni, più alacremente che mai, quasi a voler esorcizzare lo spettro che incombe, come se l’operosità mostrata possa costituire un certificato per assicurarsi la permanenza. E dai discorsi, dai capannelli spontanei che germogliano, è stata bandita ogni altra argomentazione. I volti si fissano interrogativamente, ogni parola è ponderata oppure esasperata. Ci si aggrappa ad ulteriori, presunte anticipazioni, alle novità da chi sa, vero o falso che sia l’estemporaneo portavoce. Così emerge che, il trasferimento di un impiegato da un reparto (quello da smantellare) ad un altro, attuato con tempestiva solerzia, sia puntellato da una robusta raccomandazione di ferro (addirittura) e diventa, perciò, di fatto intangibile. E’ stato messo in salvo con l’acquisito status.


Arriva poi un altro che ci tiene a far saper che dei dirigenti attualmente a libro paga, ne saranno falciati (i termini sono cruenti) nove. Mormorio di approvazione. Apostrofando un dipendente che passa c’è chi, ancora più macabro, lo indica come un “candidato all’obitorio”, intendendo dire che è in cima alla strampalata lista di epurazione che sta elaborando.


Uno dei ragazzi che lavora nel reparto più “caldo” e si era sposato due mesi fa, potrebbe essere omaggiato da un regalo di nozze ritardato e inatteso. Un collega filosofeggia, per celia, che aveva  scommesso,  un po’ di tempo fa, se sarebbe morto prima il padre oppure l’azienda. Con il genitore (da alcuni mesi malato) la vertenza si è conclusa all’inizio delle ferie d’agosto. Ma, poi, confessa che, appunto la disgrazia, ammortizza il senso di disagio per la situazione lavorativa. Sfuma i contorni di ogni cosa, privandola di dettagli e, dunque, anche d’importanza. Lui dovrebbe “salvarsi”, comunque. Un altro si avvicina a me con gli occhi arrossati. Mi capita di vederne fin troppi, in questi giorni, mentre “si avvicina l’asciutto silenzio della resa” (Alfonso Gatto).


Passa il mio responsabile di funzione, chiede a noi se ci sono novità. Lui e gli altri omologhi saranno convocati a breve, dalla direzione, per spartirsi il pacchetto di risorse umane. A ciascuno il suo. A lui, forse, niente. Trattandosi del reparto “Assicurazione Qualità”, dovrebbe anzi incrementare la pattuglia ai suoi “ordini”, considerando che buona parte della produzione verrà esternalizzata (termine che aborro, confliggendo con la lingua italiana, ma è quello in voga) e dunque i controlli, funzionali ed estetici, cresceranno. Gli riportiamo il pensiero collettivo che non invidia la sua posizione, qualora dovesse scegliere e assomiglia tanto ad una captatio benevolentiae. Stravolti anche gli atteggiamenti.


Un lampo mi squarcia la mente: potrei aprire un blog. Il sobrio titolo è subito pronto: “Inkazzati”. Tanto per rendere l’idea. Poi il clangore si placa. E si sta come d’autunno sugli alberi le foglie.

martedì 30 agosto 2005

Prima e dopo

Tanto tuonò che piovve, anche se ancora non è diluvio, ma potrebbe diventare nubifragio. E’ stato come spalancare una porta, mettere il naso fuori ed essere investiti da un colpo di vento, che fa vacillare. Si vorrebbe rientrare, ma ormai non è più possibile. Sei dentro e devi restare.

Certo non è il massimo tornare al lavoro e trovarsi assaliti da un numero, veleno sottile che si insinua tra le persone, determina ora e caratterizzerà maggiormente, in futuro, atteggiamenti e comportamenti, influenzerà notevolmente i rapporti umani, velando amicizie, interrompendo sodalizi, in un mutamento costante e financo inarrestabile.

Dalla prossima settimana l’azienda attiverà tutte le procedure per la collocazione in cassa integrazione straordinaria, a zero ore per due anni, di 80 dipendenti. Nel giro di uno, massimo due mesi, questa sarà la nuova realtà.

Va subito precisato che il periodo richiesto è il massimo consentito, ma non necessariamente si prolungherà tanto. La determinazione imprenditoriale, oltre che la speranza, è quella di riassorbire tutti i lavoratori anche prima della scadenza. Non solo. Ma anche la quota dei dipendenti è stata volutamente gonfiata, perché verosimilmente si arriverà a 50-60 che rimane, comunque, una percentuale considerevole rispetto al numero (350) di addetti, almeno nella sede principale.

Le banche, con cui verranno rinegoziati i finanziamenti correnti, senza aprire nuove linee di credito, hanno accolto favorevolmente il piano di ristrutturazione presentato dai vertici aziendali. Nei prossimi mesi verranno immessi sul mercato nuovi prodotti, mentre si è arrivati alle ultime fasi per la conclusione di un contratto di 10 milioni di dollari. La strategia commerciale muterà e verranno coinvolte Provincia e Regione per definire corsi di riqualificazione per il personale, attualmente impegnato nei reparti che verranno ristrutturati, destinato alla cassa integrazione.

Fin qui la cronaca. E’ però doveroso aggiungere, come già prefiguravo in un post di un paio di mesi fa, credo, che personalmente non sarò coinvolto in questa rivoluzione copernicana.

Mai la ditta aveva fatto ricorso ad ammortizzatori sociali, al contrario si era trovata a rilevare, in passato, un paio di aziende in fallimento. Tuttavia, l’impressione è di uno stordimento. Perché, per quanto molto annunciata da voci che si rincorrevano da mesi, trovarsi adesso immerso in una realtà estranea, doversi destreggiare tra termini conosciuti attraverso quotidiani e notiziari, che riguardavano “altri”, determina uno stato di stupefazione più che di inquietudine. Toglie serenità, scava in profondità ed erode punti di riferimento, facendo germogliare quesiti.

Chissà come sarà lavorare in un’azienda che ha fatto ricorso alla cassa integrazione? In che modo si svilupperà la convivenza? Come muteranno i rapporti  tra colleghi, intendo quelli della “lista nera” e gli esclusi? Quale sarà lo stato d’animo prevalente ogni mattina? Ma, soprattutto, potranno spuntare finalmente lo spirito di corpo aziendale, la condivisione di situazioni, la partecipazione, tutti elementi finora gravemente carenti?

Tanti interrogativi, come è ovvio che sia, hanno sopraffatto un raccontino che avevo intenzione di proporre e che, invece, ho dovuto accantonare come la stretta attualità imponeva. Così è la vita.

venerdì 26 agosto 2005

Porceddu'



Si legge, come un gustoso gossip di fine estate, la testimonianza di una cameriera che ha lavorato a Villa Certosa e rivela l’ometto in intimità. Il pezzo che segue l’ha pubblicato il 22 agosto “l’Unità”. Il titolo del quotidiano, che aveva anticipato alcuni eloquenti passaggi nell’ormai mitica “striscia rossa” di apertura, era: “E la mattina, uno sculaccione a tutte...”. Gosford Park a villa Certosa. Io, per esigenza di massima sintesi, ne ho scelto un altro che vuol essere scherzoso, fondendo una delle più rinomate specialità culinarie sarde con lo sfizio mattutino della persona. Meglio precisare, perché non si sa mai.

 


“Diario di una cameriera, a villa Certosa. L’ha pubblicato il “Giornale di Sardegna” venerdì scorso, e ne esce un curioso ritratto del premier in pantofole. Anzi, senza pantofole. Scrive il giornale, a cui finora non è giunta nessuna smentita: «La prima colazione con il ciambellone, l’ossessione dell’ordine, il benvenuto con la barzelletta raccontata in milanese stretto e un curioso rito: “Quando il dottore arrivava veniva a salutarci una per una in cucina. E per ciascuna di noi c’era uno sculaccione: nulla di sconcio o volgare, per lui era una sorta di gesto scaramantico, beneaugurante “».

Il dottore è lui, il Cavaliere, il presidente del Consiglio dei ministri, Silvio Berlusconi. E chi parla è una signora della Gallura, il cui nome è taciuto, che ha lavorato come cameriera nella villa di Porto Rotondo per alcuni anni, a partire dal 1999. «Dai suoi ricordi - scrive il quotidiano sardo - emerge un profilo insolito, familiare del presidente del Consiglio e della moglie Veronica Lario, ritratti nell’intimità della magione in riva al mare di Punta Lada. Un Berlusconi sempre cordiale, accentratore al punto da seguire in prima persona anche lavori di poco conto nella proprietà, letteralmente adorato dai cortigiani della Certosa».

Già, perché la testimone non solo non è reticente, ma persino benevola, nonostante gli sculaccioni: «Sa farsi volere bene - dice - già dal primo momento. Quando arrivava per le vacanze, ci incontrava tutte in cucina. Prima la barzelletta in dialetto, ma la capiva solo lui e infatti nessuna di noi rideva. Poi lo sculaccione. Io arrivavo a lavorare alle otto ma lui era già in piedi da un pezzo, diceva sempre che non poteva permettersi di dormire troppo. Faceva colazione abbuffandosi con un ciambellone preparato da una pasticceria di Arzachena, poi usciva con i collaboratori a fare footing nel parco della villa». Al fisico tiene: «Passa ore nella sauna e a farsi massaggiare, ha sempre un sacco di creme e unguenti attorno. E al minimo dolorino, convoca subito Vito Frau, il dottore di fiducia».

Preciso, pignolo ma, per la signora, sono peccati veniali: proprio come i beneaguranti sculaccioni. «Una sera mi ricordo che a cena c’era Emilio Fede - prosegue la testimone - e quando il dottore è arrivato, ha iniziato a fissare con fastidio la mise en place. Secondo lui la riga della tovaglia non era perfettamente nel mezzo, ha voluto che si levasse tutto e si apparecchiasse di nuovo» E ancora: «In ogni stanza della Certosa ci sono un telefono e un paio di occhiali, una persona è incaricata di levare la polvere del cerone rimasta sulla cornetta quando lui parla: non la regge».

Idiosincrasie da ricchi. Che male c’è? Tanto più che «era sempre gentile ed educato, anche

quando intuivi il suo fastidio. Ad esempio, lo irritava il fatto che nel viale d’ingresso si depositassero le foglie cadute dagli alberi, le faceva levare subito. Gli piacciono gli oggetti in marmo, sa dove sono dislocati tutti quelli che ci sono nella villa e li sposta di persona se qualcuno non è al suo posto». Si abbuffa di ciambellone a colazione, ma a tavola è parco, più attento alla presentazione dei cibi che ai sapori: «Detesta aglio e cipolla, non ama le pietanze troppo saporite anche perché è sempre a dieta, ma adora il cioccolato e il gelato al pistacchio. Pranza sempre all’aperto, in tavoli ovali, sentivamo Apicella suonare mentre lui mangiava. Le cene erano trionfi di buffet e composizioni floreali, bada molto all’immagine».

E il vino? Lo beve nel calice personale: «Vetro di Murano e base in oro zecchino. Glielo portava Giuseppe, il cameriere di fiducia, su un vassoio, lui diceva che da quello il vino si gusta meglio»”.

 

 

 

 

 

 

mercoledì 24 agosto 2005

A tutta velocità


Foto tratta dal sito: www.fiat500mylove.it


Negli ultimi giorni, le immagini più ricorrenti nei telegiornali sono state quelle tradizionali (e francamente monocordi) del primo grande controesodo (espressione sobria), allietato – magari era proprio questa la notizia – dal maltempo. Così tutte le aperture sono state dedicate a tale fenomeno, con gli inviati (penso sempre si tratti di quelli che hanno colpe da espiare) a presidiare le sale della società Autostrade, per osservare i monitor che mostravano lunghe file di auto. Il clou nel prossimo fine settimana quando, assieme al secondo e ultimo (così è stato stabilito) controesodo, si aggiungerà la riapertura delle grandi fabbriche del Nord.


Non so se usi ancora adoperare questo termine impegnativo (certo meno riaprire le fabbriche), ma il binomio funziona, o funzionava, in ogni caso. La mestizia che sempre accompagna i filmati, accentuata dai commenti ad hoc, era resa ancora più visibile dal comunque insolito panorama, con la pioggia e il vento (e temperature in calo) che flagellavano le auto.


Primi anticipi di autunno, esordiva con neppure troppa cautela qualcuno perché, si sa, occorre sempre porsi un passo avanti a tutti. Anche al calendario. Da qui in poi a ruota libera e così ho potuto ascoltare una brillante giornalista, sempre tale anche se del tg regionale, che si faceva portavoce dei lamenti, descrivendo il ritorno a casa. Raccontava di famiglie, appena rientrate e con le valigie da svuotare, che dovevano essere subito pronte a riempire gli zaini dei figli per l’imminente inizio dell’anno scolastico. Perciò, in una domenica grigia e piovosa che aveva tenuto lontano dalle spiagge (ma non si era rientrati dalle vacanze?) era partita la corsa agli acquisti di ogni genere di materiale scolastico. Ma perché? Perché, mi chiedo, tutto sempre di corsa, come uno stupido modello di consumo impone?


Dopo aver corso per la partenza estiva, dopo aver corso, si può esser certi, per compiere il viaggio di ritorno, non si può neppure rifiatare, perché ancora una corsa, l’ennesima e quindi - tempo due mesi circa - ne scatterà un’altra, di corsa, ovviamente quella per i regali di Natale e, in mezzo, si susseguiranno l’inevitabile e virtuale dottore televisivo, quello sempre sorridente e in camice bianco con stetoscopio al collo, oppure nel taschino anteriore, che dispenserà amorevoli consigli su come fronteggiare l’influenza e quella sesquipedale* (mi perdoni la citazione l’immenso Giòanbrerafucarlo) sciocchezza, a cui i bambini vengono addomesticati fin dalla più tenera età, di Halloween, mentre ancora mi chiedo cosa si aspetti a celebrare anche da noi, anche in Italia dico, la festa del Ringraziamento, come Usa docet.


E sempre tutto in affanno, all’assalto (altra immagine molto ricorrente, specie con i grandi numeri) di qualunque cosa. Perché nulla deve sfuggire alla delirante voracità onnivora dell’epoca presente. Di corsa, già, ma dove?



 



*enorme, colossale, secondo il calciolinguaggio di Gianni Brera, un grande giornalista e scrittore sportivo, morto alcuni anni fa.