mercoledì 11 febbraio 2009

E pietà per chi resta









È giusto che s’imponga ora il tempo del silenzio e della riflessione. Perciò proporre il sermone del pastore valdese Sergio Manna serve a raggiungere questo scopo.


Nei tre video, invece, l’interessante intervento (integrale) del prestigioso teologo Hans Kung, anche lui domenica 8 febbraio alla trasmissione di Lucia Annunziata: “In ½ ora”, su Rai Tre.


 


1,29 E subito, usciti dalla sinagoga,


andarono nella casa di Simone e di Andrea


con Giacomo e Giovanni.


30 Ora, la suocera di Simone


giaceva febbricitante,


e subito gli parlano


riguardo a lei.


31 E avvicinatosi,


la rialzò


prendendole la mano;


la febbre la lasciò


ed essa cominciò a servirli.


Marco 1:29-31


 


Care sorelle e cari fratelli,


in questo breve episodio Marco ci racconta uno dei primi miracoli di Gesù.


Una donna è a letto afflitta dalla malattia. Gesù arriva, le prende la mano, la libera dalla febbre e la guarisce.


La donna è la suocera di Pietro che subito si alza e si mette a servirli.


C’è chi ha voluto fare una lettura malevola di questo miracolo.


Si tratterebbe di una guarigione maschilista, dettata da bassi bisogni primari.


Gesù e i suoi hanno fame e allora val la pena di guarire la suocera di Pietro, che altrimenti chi preparerà il pranzo?


Naturalmente fare una simile lettura vuol dire applicare categorie di pensiero moderne ad un racconto del I secolo.


In realtà, per la mentalità dell’epoca, quando c’erano ospiti di riguardo era considerato come un grande onore,  il poterli servire.


Era un privilegio farlo; un privilegio ed un onore che toccavano alla donna più anziana dellla casa.


E dunque, per la suocera di Pietro, l’essere ammalata proprio nel giorno in cui un famoso maestro era ospite in casa sua era sicuramente motivo di dispiacere.


Doveva pesarle molto il non poter esercitare l’onore e il privilegio che le spettava, di manifestare l’ospitalità a Gesù mediante il servizio che le competeva in quanto donna più anziana della casa.


E dunque, a bene vedere, Gesù nel guarirla rivela grande attenzione e sensibilità; le restituisce il suo ruolo, la sua posizione.


La guarigione che egli opera non ha soltanto un effetto fisico; ne ha anche uno di carattere sociale, perché reintegra la persona, le restituisce il suo status, la sua posizione, la sua funzione.


Non si tratta di un atto maschilista, ma di un’azione liberatrice che nasce dalla sensibilità e dall’attenzione ai bisogni della persona.


Ecco, qui c’è un punto importante che tocca anche l’attualità.


Essere sensibili e attenti ai bisogni delle persone e compiere gesti di liberazione.


Leggendo questa pagina del Vangelo non ho potuto fare a meno di pensare ad un’altra donna costretta a letto e impossibilitata a muoversi, per la quale però non sembra esserci alcuna guarigione possibile.


Mi riferisco a Eluana Englaro e al clamore suscitato dalla decisione della Corte d’Appello, confermata poi dalla Cassazione, di autorizzare l’interruzione dell’alimentazione forzata e degli altri supporti che la mantengono artificialmente in vita.


Eluana è in stato vegetativo permanente da 17 anni, inchiodata ad un letto, priva di coscienza, prigioniera di un corpo che è diventato il suo sarcofago.


Nel suo caso non sembra esserci alcuna possibilità di risveglio, di ritorno alla vita.


È vero che c’è anche ci esce dal coma. È vero che a Bologna esiste una Casa dei risvegli, dove vengono ricoverate persone in stato vegetativo permanente.


Ma se entro un anno tali persone non si risvegliano si rinuncia a seguirle, perché dopo un anno le speranze diventano troppo scarse.


Per Eluana di anni ne sono passati ben 17 e ciò che si sta prolungando nel suo caso non è la vita; semmai l’agonia.


Quale gesto liberatorio richiederebbero in questo caso l’attenzione e la sensibilità ai bisogni della persona?


I familiari di Eluana chiedono dal 1992 che l’alimentazione forzata venga interrotta affinché la loro figlia possa andarsene in pace.


Eluana stessa, prima dell’incidente che l’ha ridotta in quello stato, aveva chiaramente manifestato la volontà di non essere tenuta in vita artificialmente se le fosse accaduto qualcosa. L’aver visto un amico in coma l’aveva portata a quella decisione.


Il tribunale, dopo aver esaminato ogni cosa, ha dato finalmente ragione ad Eluana e ai suoi genitori.


Ma la chiesa cattolica e i politici che dipendono troppo dal voto di quest’ultima gridano allo scandalo e non si vergognano di pronunciare parole durissime contro il padre di Eluana e contro quanti intendono, nel rispetto della legge e dell’articolo 32 della Costituzione, rispettare l’autonomia e la volontà della persona.


Volano parole grosse: si parla di omicidio, di assassinio.


Beppino Englaro, un uomo consumato dal dolore, viene definito con arroganza come un padre snaturato.


E tutto questo nel nome di Dio.


Nessun rispetto per il dolore di quest’uomo e di sua moglie.


Nessun rispetto, nessuna sensibilità, nessuna attenzione ai bisogni della persona.


Autorevoli specialisti affermano che Eluana non soffrirà, perché le funzioni superiori del suo cervello sono intaccate e dunque non può provare né fame, né sete, né dolore; sensazioni che richiedono l’elaborazione della coscienza, cioè proprio ciò che manca a chi ha lesioni cerebrali come quelle di Eluana e si trova in stato vegetativo permanente.


Ma altri specialisti, messi in campo dall’associazione dei medici cattolici, insorgono e prospettano per Eluana una morte atroce: un farla morire di fame e di sete, quasi si trattasse di una persona perfettamente cosciente che viene chiusa in una stanza senza cibo né acqua fino alla morte.


Naturalmente non è così, ma evocare questo tipo di immagini fa certamente effetto sull’opinione pubblica.


A quanto pare anche il governo ha deciso di cavalcare l’onda e sembra intenzionato a impedire, tramite un decreto, ciò che un tribunale ha legittimamente autorizzato.


E in tutto questo si fa uso e abuso del nome di Dio.


Io ho la sensazione che in fondo a chi ha trasformato questa situazione dolorosa in una battaglia ideologica non importi nulla né di Dio né di Eluana.


E tuttavia voglio provare, soltanto per un momento, a credere alle tesi di chi sostiene che con la sospensione dell’alimentazione forzata e dell’idratazione artificiale Eluana soffrirà.


Questo vorrebbe dire che Eluana sarà cosciente di quello che le sta avvenendo.


Ma allora se sarà consapevole che sta morendo di fame e di sete, vorrà anche dire che è stata consapevole della propria condizione per tutti questi lunghissimi diciassette anni; consapevole di essere in un corpo che non può muoversi, che non può reagire, che non può comunicare in nessun modo con l’esterno, che non può manifestare emozioni, che non può controllare in alcun modo le proprie funzioni; un corpo divenuto come una sorta di sarcofago.  E in più con la consapevolezza di essere tenuta in quelle condizioni contro il proprio volere, avendo a suo tempo dichiarato apertamente di preferire la morte a tutto questo.


Sarebbe pazzesco!


Come vi sentireste voi se vi trovaste al posto di Eluana e se foste consapevoli di essere in quella situazione da 17 anni?


Vorreste forse rimanerci per altri 40 anni (come vorrebbero i sedicenti “paladini della vita”) o non preferireste piuttosto che quella tortura finisse, anche se si trattasse di morire di fame e di sete?


Cosa considerereste più atroce la morte o non piuttosto il prolungamento forzato della vita in quelle condizioni?


A ciascuno la sua risposta.  


Da credente evangelico io penso che in questi come in altri casi debba valere ciò che Gesù ha detto ai suoi discepoli, tanto in positivo quanto in negativo: “Fa agli altri ciò che vorresti fosse fatto a te”, “non fare agli altri ciò che non vorresti fosse fatto a te”.


Cosa vorremmo per noi stessi se ci trovassimo al posto di Eluana?


Il rispetto della nostra volontà o che la nostra volontà venga calpestata?


Se c’è una cosa che mi è diventata quanto mai chiara in questi giorni è la necessità assoluta che nel nostro paese si arrivi al più presto ad una legge seria sul testamento biologico, affinché casi come questo di Eluana (quale che sia il suo esito) non abbiano a ripetersi.


La gerarchia cattolica nel nostro paese appare come un blocco monolitico deciso a difendere la vita anche a costo di prolungare l’agonia di una persona fino all’inverosimile.


In Germania, invece, il cardinale Karl Lehmann, presidente della conferenza episcopale cattolica, insieme a Manfred Koch, presidente del consiglio delle chiese evangeliche tedesche, ha distribuito, un paio di mesi fa, nel duomo di Muenster, un esempio di testamento biologico che riconosce l’autodeterminazione della persona e il suo diritto di rifiutare tutte le procedure che non servono a migliorare la qualità della vita ma soltanto a dilazionare la morte.


Non si capisce perché Ratzinger e i suoi non possano prendere esempio dai loro colleghi tedeschi.


C’è ancora una cosa che mi lascia perplesso nell’atteggiamento di molti cattolici.


Tutto questo attaccamento alla vita, questo volerne impedire la fine naturale in ogni modo, mi sembra davvero in contraddizione con l’affermazione di credere nella resurrezione, in una vita oltre la vita, nell’esistenza del paradiso.


Tutto questo accanimento sul povero corpo di Eluana mi pare indegno da parte di persone che dicono di credere in un Dio misericordioso capace di liberare dalla sofferenza e accogliere chi muore nel suo regno.


Per vie naturali Eluana Englaro se ne sarebbe andata in pace già nel 1992; con metodi artificiali la sua vita è diventata un calvario per ben 17 anni.


L’agire del Signore Gesù Cristo è stato sempre caratterizzato dall’attenzione alla persona, ai suoi bisogni: un agire orientato alla liberazione.


E allora, da credente, mi chiedo (e vorrei chiedere a coloro che stanno manifestando fuori dalla clinica di Udine) cosa sarebbe davvero liberatorio per Eluana; cosa manifesterebbe davvero attenzione alla sua persona e ai suoi bisogni.


Ho iniziato riflettendo su Gesù che prende per mano la suocera di Pietro, la libera dalla febbre e l’aiuta ad alzarsi.


Voglio concludere ora con un’ immagine diversa ma simile.


M’immagino Cristo seduto ai piedi del letto di Eluana, che le prende la mano e finalmente la libera da quel corpo divenuto il sarcofago nel quale è stata prigioniera per gli ultimi 17 anni; immagino Gesù che la libera e l’aiuta ad alzarsi per portarla con sé e donarle finalmente pace e riposo in attesa della resurrezione.


Oggi accenderò una candela e la metterò davanti alla finestra del mio studio e questa sarà la mia preghiera. Spero possa essere anche la vostra.


AMEN


pastore Sergio Manna 


8 febbraio 2009

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