sabato 15 dicembre 2012

I falsi problemi del mercato del lavoro


I falsi problemi del mercato del lavoro

Mario Sai

Il governo Monti motiva i suoi interventi di "riforma" (dalla previdenza al mercato del lavoro) con la necessità di affrontare la questione giovanile, che deriverebbe dalla netta separazione che si è venuta formando tra "garantiti" (i lavoratori sindacalizzati) e "non garantiti" (i giovani precari o i nuovi lavoratori autonomi). In questo contesto la questione dell'art. 18 viene considerata contemporaneamente "marginale" (interessa pochi casi) e "decisiva" (perché senza flessibilità in uscita non si creerebbero nuovi ingressi al lavoro).
Non sono vere né l'una, né l'altra cosa. I lavoratori privati protetti con il reintegro nel posto del lavoro in caso di licenziamenti senza giusta causa sono dieci milioni. La norma ha un'indubbia efficacia generale dimostrata proprio dallo scarso contenzioso che genera. Invece il processo di sostituzione giovani-anziani è in Italia in corso da tempo. Lo dimostra il tasso di occupazione delle persone tra i 60 e i 64 anni: e da noi è al 20 per cento contro una media europea del 30 per cento.
Dove ci sono più anziani al lavoro, come in Germania dove sono quasi il 40 per cento degli occupati, il tasso di disoccupazione si ferma al 5,5 per cento e quello giovanile è al 7,8 per cento, il più basso in Europa. In Italia l'espulsione dei lavoratori anziani va insieme con un tasso di disoccupazione alto (oltre il 9 per cento); l'aumento dei giovani disoccupati (al 31 per cento); un tasso di inattività femminile da record (il 48,9 per cento).
Lo sciopero generale proclamato dalla Cgil avrà tanta forza nel contrastare le politiche del Governo non solo se cresceranno le lotte unitarie nei luoghi di lavoro ma se si creerà anche un vasto fronte di mobilitazione politico-sociale e culturale fondato sul convincimento che la condizione di giovani e anziani, di subordinati e autonomi, di stabili e precari deriva da cause comuni e solo con un programma comune può essere affrontata.
L'Italia è un Paese senza un'idea di sviluppo, senza una politica industriale, senza un piano energetico. Mentre il Governo Berlusconi si trastullava con il nucleare, la Cina è diventata il primo produttore mondiale di infrastrutture per lo sviluppo sostenibile, dai pannelli fotovoltaici all'eolico.
I bassi salari concorrono, con il calo degli investimenti pubblici e dei consumi privati, alla contrazione del nostro mercato interno. La struttura produttiva è scarsamente innovativa: questa è la vera causa della perdita di competitività delle nostre merci e servizi sui mercati globali. Tutto ciò sta alla base della crescente separazione tra competenze formate dalla scuola e dall'università ed occasioni di lavoro sempre più segnate da scarso contenuto professionale e modesto riconoscimento salariale.
L'esplosione del lavoro autonomo è una risposta a questa contraddizione: l'Italia con oltre tre milioni e mezzo di lavoratori in proprio, di cui il 40 per cento è tra i 15 ed i 39 anni è al primo posto in Europa.
Il processo di svalorizzazione economica e sociale del lavoro colpisce tutti, partite Iva e salariati. Le imprese hanno la necessità di chiedere ai lavoratori, a cominciare dagli operai, più autonomia e responsabilità, più capacità di ideazione e di soluzione di problemi, per realizzare la total quality. Questa richiesta di "partecipazione" mette in crisi la capacità di governo dell'impresa per cui può essere concessa a gruppi limitati di dipendenti, quelli centrali per le sue strategie. Per gli altri deve valere l'obbedienza alla gerarchia, la precarietà, la dispersione nel mondo frantumato dell'indotto.
Le ridotte dimensioni delle imprese italiane sono derivate, proprio, dall'applicazione particolarmente intensa dell'organizzazione del lavoro toyotista, basata sulla esternalizzazione massiccia di parti dell'attività produttiva verso le piccole imprese. Se esse sono fattore di rallentamento della competitività del Paese, ciò non ha a che fare con il vincolo dell'art. 18. Il punto di arrivo di questo processo è una società senza mobilità sociale e senza speranza di futuro. Si è prodotto un blocco che può produrre pericolose distorsioni nel percorso di vita e nelle prospettive di lavoro delle nuove generazioni.
Oggi esiste un "welfare" familiare che sostiene i tanti che perdono lavoro, in larga misura garantito da un sistema pensionistico che, però, sta perdendo potere d'acquisto (lo Spi-Cgil calcola un 30 per cento in meno il 15 anni). L'80 per cento dei giovani con meno di trent'anni vive in famiglia e un 10 per cento vi rimane fino a quarantaquattro anni.
La trappola dell'assistenza crea perdita di identità e depressione; fa oscillare tra rabbia e opportunismo, su cui si impiantano culture consolatorie che proclamano il pieno diritto all'appagamento immediato e assoluto di ogni esigenza, a quel "godimento" che Massimo Recalcati analizza nemico del "desiderio" di cambiamento, che ha bisogno di tempo e di senso del limite. Soprattutto cresce la velenosa cultura neo-liberista del conflitto intergenerazionale, che punta a mettere sotto accusa le conquiste sociali del passato, presentando le generazioni anziane come garantite da privilegi non più sostenibili a danno di una condizione giovanile fatta di precarietà e marginalità.
Ad un Paese che si ribella il Governo tenta di rispondere mettendo, nell'applicazione di regole e tutele, di nuovo i lavoratori privati contro i lavoratori pubblici; i giovani neo-assunti contro gli anziani stabili. Non è nel mercato del lavoro che sta il problema, sta nella macchina dell'accumulazione e nel modo in cui sono disciplinati i rapporti di lavoro, creati i bisogni, destrutturate le relazioni sociali e creata la "falsa coscienza" che tiene individui e comunità separati in mondi paralleli senza un progetto comune di cambiamento.
Cresce, però, la consapevolezza di quanto il capitalismo sia incapace di valorizzarsi attraverso la produzione di quei beni e servizi che sono basilari per il benessere delle persone e di come, invece, siano necessari investimenti pubblici orientati da una programmazione economica partecipata ed un grande Piano del lavoro.

(19 aprile 2012)

Le radici dell' odio contro gli ebrei


Le radici dell' odio contro gli ebrei
Pietro Citati

Le origini dell'antisemitismo sono antichissime. Era già diffuso, lungo i paesi del Mediterraneo, nel quarto o terzo secolo avanti Cristo, quando ebbe luogo la prima emigrazione giudaica. Sugli ebrei circolavano leggende simili a quelle narrate dai cattolici sino alla fine del diciannovesimo secolo, e oggi ripetute dai musulmani. Persino Tacito, il più grande e severo tra gli storici, che non sapeva niente di Israele, raccontava che gli Ebrei - questa taeterrima gens, «pervicacemente superstiziosa», «odiata dagli dei» - venerava una testa d' asino. Un altro storico, Apione, diceva che nel loro Tempio compivano sacrifici rituali di stranieri, ingrassati a forza come Pollicino. Solo la menzogna è immortale. La spiegazione di questo antisemitismo è semplicissima.
Tra i popoli del Mediterraneo e del Medio Oriente, gli Ebrei erano (quasi) gli unici Monoteisti. Mentre gli altri popoli possedevano un pantheon colorato, che accoglieva sempre nuove figure, fuse e mescolate con quelle antiche, gli Ebrei avevano un solo Dio: unico, esclusivo, eternamente immutabile, che non nasceva come gli dei greci e non moriva come quelli egiziani. Questo Dio era possente e tremendo, e non poteva venire rappresentato con immagini umane o animali. Bisognava osservare la Legge, che egli aveva promulgato, i riti che aveva imposto, ed essere puri. Chi cercava di restare puro, doveva vivere separato: non condividere i pranzi con i vicini pagani, dove si mangiavano cibi che il rito proscriveva; e a volte nemmeno parlarne la lingua. Come dice Tacito, questi «misantropi» erano «separati a tavola». Nessuno straniero doveva entrare, pena la morte, nel Tempio di Gerusalemme. Nessun ebreo doveva venerare le statue degli altri dei o degli Imperatori, mentre i pagani veneravano sia Dioniso sia Osiride, sia Demetra sia Iside, Augusto, Nerone e Caligola. Così la vita degli Ebrei, per quanto attivi, mobili e curiosi (quali occhi chiari ed avidi spalancarono sul mondo!), era concentrata su un punto: quel Dio luminoso-oscuro, che si rivelò durante l'esodo tra le fiamme e le nuvole del cielo.
Mai un popolo portò sino a un punto così alto e profondo la passione religiosa: furibonda, ardente, meticolosa, capace di sottigliezze intellettuali meravigliosamente acute. Per questo, sebbene fossero le persone più tolleranti (come Filone d'Alessandria, vissuto al tempo di Cristo), furono anche i più fanatici: come gli Zeloti, che nel 66-70 d.C. difesero contro i Romani il Tempio di Gerusalemme. La passione religiosa dei cristiani e dei musulmani è, nel suo fondo, quasi completamente ebraica; e per questo alcuni di loro, oggi, odiano gli Ebrei. Si odiano soltanto i propri simili.
Molti parlano con sufficienza delle religioni politeistiche. Quale bellissimo cosmo era quello egiziano o greco, dove l'essenza divina si moltiplicava in migliaia di forme, il sacro veniva rappresentato in ogni figura, sia astratta sia animale sia umana; e dove cento rapporti legavano tra loro le divinità, fino a farci intravedere, dietro le differenze apparenti, la parola segreta di un solo Dio! Nel mondo greco, il fanatismo religioso era molto più raro che nei monoteismi ebreo, cristiano, ed islamico. Non c'è violenza peggiore di quella dell'imperatore cristiano Teodosio, che nell'anno 426 d.C. fece abbattere le bellissime colonne dei templi di Olimpia: il terremoto lo soccorse. Ora le colonne doriche e corinzie stanno a terra, tagliate come fettine d'arancia; e solo i pini, dolcemente smottati dalle vicine colline, le consolano in silenzio per le ferite della storia.
Proprio perché gli Ebrei vivevano separati, attraevano le immaginazioni dei popoli antichi. Molti stranieri portavano offerte votive e ordinavano sacrifici ai sacerdoti dell'immenso Tempio scintillante d'oro, due volte costruito, due volte distrutto: la seconda volta per sempre. Quale era il vero Dio d'Israele? Cosa accadeva nel Tempio di Gerusalemme, dove i pagani non potevano penetrare? Qual era il nome segreto di Jahwe, ignoto persino al suo popolo? Quando sarebbe venuto il Messia, il Cristo? Forse non ci fu evento che colpì le fantasie antiche come ciò che accadde nel 63 a.C.. Pompeo Magno entrò nel Tempio di Gerusalemme, penetrò sino al Santo dei Santi, la piccola stanza dove aleggiava lo Spirito di Dio, e dove solo il Sommo Sacerdote poteva insinuarsi una volta l'anno. Non scorse nulla. La stanza era completamente vuota. Dunque il cuore della religione giudaica era un bugigattolo pieno di ragni? Certo, alcuni Greci e Romani compresero che il Santo dei Santi era vuoto perché solo il Vuoto può alludere all'essenza inafferrabile e incomprensibile di Dio.
* * *
Nel primo secolo dopo Cristo, dall'ebraismo si distaccò, come un gracilissimo albero presto destinato a diventare una foresta rigogliosa, il Cristianesimo, questa eresia giudaica. Quasi tutto il Nuovo Testamento può essere commentato, come circa ottant'anni or sono hanno fatto due studiosi tedeschi, L. Strack e P. Billerbeck, con frasi che appartengono alla tradizione ebraica. L'Apocalisse di Giovanni è un testo giudaizzante scritto contro i Giudei. Certo, queste frasi non contengono mai l'affermazione che Gesù è il figlio di Dio incarnato (perché per gli Ebrei e l'Islam è scandaloso che Dio assuma un corpo umano); né che è morto e risorto (affermazione ancora più scandalosa). Queste furono le fondamenta della nostra fede. Per gli Ebrei, Gesù era soltanto un falso Messia: un Messia eretico; qualcuno di loro lo trovava "un uomo saggio"; qualche altro (non Pilato) lo fece uccidere. Una generazione più tardi, il sommo sacerdote sadduceo, Anano, ordinò di lapidare Giacomo, fratello di Gesù, capo della comunità giudeo-cristiana di Gerusalemme. Molti Farisei, ancora vicini ai giudeo-cristiani, non approvarono questa uccisione.
Oggi, colla nostra apparente tolleranza, condanniamo quei delitti religiosi: ma non posso dimenticare che quei morti innocenti si moltiplicarono durante venti secoli in milioni di morti ebrei (non conto quelli sterminati da Hitler). Purtroppo, la passione religiosa porta anche a questo. Malgrado ciò, è la migliore delle passioni: accende la fantasia, risveglia l'immaginazione, dà forza e movimento alle idee, costruisce edifici intellettuali, incanalando la follia umana. Nel secolo scorso, abbiamo visto che la pura passione politica - nazismo e comunismo - conduce ad Auschwitz e alla Kolyma: massacri incomparabili con qualsiasi pogrom.
Dopo la metà del secondo secolo dopo Cristo, Israele rinunciò (sebbene non completamente) a realizzare il regno di Dio in terra, qui ed ora: il più terribile dei desiderii. Cominciarono i secoli oscuri, nei quali la diaspora si moltiplicò in ogni direzione, perché gli Ebrei erano destinati a diventare il sale della terra. Israele accettò di porre il collo "sotto il gioco delle potenze terrene", come aveva detto Geremia. Israele visse bene, o relativamente bene, sotto il dominio dei Califfi e dei signori islamici, immerso nel profumo dell'Islam, come ha raccontato stupendamente Abraham B. Yehoshua in Viaggio alla fine del millennio (Einaudi). Gli Ebrei vissero male o malissimo sotto il dominio dei re, dei papi e dei sacerdoti cristiani, perseguitati per il deicidio che avevano commesso (e che avevano effettivamente commesso, senza saperlo): sfruttati, derubati, uccisi con la spada, sgozzati, bruciati, stuprati, costretti con la forza alla conversione. La causa principale di questa persecuzione sono i Vangeli, le Lettere di San Paolo, gli Atti degli Apostoli e soprattutto l'Apocalisse: testi fatalmente antisemiti, perché la nuova religione si liberava con violenza dalla antica Madre. La storia si ripeté quindici secoli dopo, tra luterani e cattolici.
Israele visse in segreto dal III al XVIII secolo, leggendo la Bibbia, interpretandola secondo la lettera, i simboli e le speculazioni numeriche, cercando testi arabi, cristiani e greci, creando grandiosi miti cosmogonici e teologici, come nel sedicesimo secolo la Cabala di IzchakLuria. Allora, gli ebrei immaginarono un doppio atto creativo da parte di Dio. In un primo momento, Egli si espande, si allarga, si apre, si manifesta, ispirato dalla forza dell'amore, gettando nello spazio la luce delle sue emanazioni, le dieci Sefirot. Questa luce è troppo sfolgorante, perché lo spazio possa sopportarla; e viene contenuta e fasciata in dieci "vasi". La sorte dell'universo resta in bilico per un istante. La forza della pura luce divina è così sovraeminente, così "tremenda e meravigliosa", che non sopporta adombramenti. I "vasi" delle sette Sefirot inferiori si frantumano sotto l'urto violentissimo della luce; e le scintille divine si sparpagliano in ogni angolo della futura creazione - negli uomini, ebrei o gentili, negli animali, nei laghi, nei ruscelli, nei fiumi, nei mari, nelle pietre, nelle erbe, nei cibi, nel Male. Le scintille divine sono dovunque: ma esiliate, degradate, avvilite, prigioniere delle potenze demoniache. Tutto viene macchiato, spezzato, frantumato. Tutto è desolazione e disperazione.
La Shechinà, il volto femminile di Dio, percorre esiliata le contrade dell'universo. Ora brilla soltanto di una debole, pallida, luce riflessa, come la "sacra luna": menomata, rimpicciolita, coperta d'ombra. Ora è una principessa che il padre e la madre hanno cacciato, senza colpa, dal regno: ora è una donna bellissima, che un pirata ha reso schiava; ora una vedova vestita di nero, che piange ai piedi del Muro di Gerusalemme; rapita, calunniata, esposta a tutte le debolezze umane. Avvolta in manti che le nascondono il viso, essa fugge, scompare, si nasconde - e sulla terra restano poche tracce: orme di passi, vesti abbandonate, fuscelli di paglia.
Durante uno dei suoi viaggi, un rabbi polacco arriva, verso il far della notte, in una piccola città dove non conosce nessuno. Non trova alloggio, fino a quando un conciatore lo conduce con sé, nel triste vicolo dei conciatori. Egli vorrebbe dire le preghiere della sera, ma l'odore della concia è così acuto che non riesce a pronunciare una sola parola. Esce e va alla scuola rabbinica, che tutti hanno già lasciato. Mentre prega a capo chino, comprende che anche la Shechinà è finita in esilio, abbandonata nel vicolo dei conciatori. Scoppia a piangere per l'afflizione, versa tutte le lacrime che la sofferenza e l'angoscia avevano raccolto nel suo cuore, finché cade a terra svenuto. Mentre giace esanime, la Shechinà gli appare nella sua gloria: una luce abbagliante in ventiquattro gradazioni di colori. "Sii forte, figlio mio", gli dice. "Grandi dolori ti attendono: ma non temere finché io sarò presso di te". Sebbene la gloria di Dio sia stata umiliata e ferita, essa splende come sempre. Le piccole scintille divine si sono diffuse in ogni luogo, come il lievito che penetra il pane. Tutto è diventato sacro.

* * *
Due secoli or sono, i ghetti si aprirono. Gli Ebrei vennero alla luce, ebbero un cognome, entrarono all'Università, scrissero, composero musica, studiarono la scienza e il diritto, insegnarono, diressero Banche, industrie e giornali. Fu l'esplosione più grandiosa della storia europea: una immensa vitalità e intelligenza percorsero all'improvviso le vene dei nostri paesi. Questa esplosione ha una sola analogia: quella dell'Islam, nel settimo, ottavo e nono secolo, quando gli Arabi conquistarono paesi, appresero il greco, studiarono le scienze, fabbricarono automi, costruirono moschee imitando le basiliche cristiane, assorbirono la eredità della religione zoroastriana, raccontarono al mondo le Mille e una notte. Quale forza trassero gli Ebrei da una vita vissuta, per diciotto secoli, sotto il segno dell'immaginazione religiosa e della intelligenza talmudica. La letteratura, la scienza e la psicologia del diciannovesimo e specialmente del ventesimo secolo sono, per metà, dovute ad ebrei, o a mezzi ebrei, nei quali la goccia del sangue giudeo dava nuovo vigore a quello cristiano.
Venuti dalla Russia, dalla Spagna, dalla Polonia, dal Medio Oriente, gli ebrei diventarono francesi, tedeschi, italiani, inglesi meglio dei francesi, dei tedeschi, degli italiani e degli inglesi. Con la loro straordinaria qualità di metamorfosi, diventarono come noi. Le sofferenze e i massacri erano dimenticati: non c'era più né Bibbia, né Shechinà vagabonda, né il suono delle trombe d'argento davanti al Tempio, né il nome segreto di Dio. Ricordo, per esempio, la famiglia di Simone Weil, completamente ebraica, dove c'era lo stesso profumo che nella casa di Proust: ma più antico e profondo, perché la famiglia della madre di Simone veniva dalla Galizia. C'era lo stesso sapore di Francia borghese: la buona cultura, l'agio nascosto, i bei modi eleganti, la finezza psicologica, la musica, l'arte della conversazione, la discrezione, la gaiezza sapientemente velata con la malinconia - come se soltanto il sangue ebraico potesse portare il genio della Francia borghese alla sua espressione più pura.
In questa entusiastica aderenza alla civiltà occidentale, gli Ebrei guadagnarono e persero molto. Qualcuno di loro, come Simone Weil, odiò (senza conoscerla) la propria eredità biblica. Qualcuno la ignorò completamente. Avevo un amico carissimo, Giorgio Bassani, che era vissuto a Ferrara, borghese ebreo tra borghesi cattolici, con appena un lieve ricordo di cucina giudaica e di candelabro dalle sette braccia. Molti anni fa, gli feci leggere un mio saggio su Nachman di Breslav, un narratore chassidico del diciottesimo secolo. Mi guardò coi suoi dolcissimi e durissimi occhi azzurri e mi disse: "Pietro, che cose strane hai raccontato!". Quasi soltanto Kafka comprese che qualsiasi sradicamento dalla tradizione si paga. Con ogni probabilità, anche noi, cristiani, lo pagheremo. Ma gli Ebrei lo pagarono troppo.
Nel diciannovesimo e nel ventesimo secolo, l'antisemitismo fu soprattutto borghese. I medici, gli ingegneri, gli scrittori, gli avvocati, i giornalisti, gli scienziati cattolici o protestanti erano invidiosi degli ebrei, perché erano più intelligenti e fantasiosi di loro. Non invano essi portavano, occultata nel sangue, la Bibbia. La borghesia europea dell'Ottocento fu, in buona parte, antisemita: perfino mio padre, il più mite tra gli uomini. Tutto questo ha condotto ad Auschwitz. Alle vecchie leggende e ai nuovi rancori, bastò aggiungere il genio criminale di un pittorucolo austriaco.
Tra le scoperte degli Ebrei, oltre alla Recherche, Il Castello, la psicoanalisi e la Teoria della relatività generale, ci fu anche la Rivoluzione Russa. Non voglio scoprire dappertutto segni genetici: ma forse, come molti hanno scritto, Lenin e Trockij avevano il desiderio nascosto di realizzare con la forza il regno di Dio in terra, come venti secoli prima i giudei Zeloti, ribelli contro Roma. Ma Stalin li espulse, li esiliò, li massacrò, li accusò di congiure immaginarie. Anche in Russia, paese dell'impossibile, gli Ebrei restarono separati, diversi, stranieri: anche là non appartenevano alla terra, della quale non hanno mai veramente fatto parte. Questa è, per noi, la loro benedizione.

* * *
Mi scuso di una breve appendice contemporanea. Ho letto che, a Oslo, i giurati del Premio Nobel per la pace avrebbero voluto togliere il premio a Peres, perché partecipa al governo Sharon. Arafat, assediato a Ramallah con la sua patata bollita al giorno, come Pinocchio con le pere e le bucce di pera nella casina di Geppetto, è invece degno di qualsiasi Premio. Mi pare giusto che coloro che danno i Premi e conferiscono la Gloria contendendo con l'eternità, si coprano di vergogna più di qualunque essere umano.
L'Europa del 2002 non sopporta che venga meno un suo luogo comune. Dopo Auschwitz, l'ebreo è la vittima: gasata nei campi di concentramento nazisti, morta di gelo tra i pini nani della Kolyma, sulla quale si possono piangere dolcissime lacrime sentimentali. Nulla è più commovente che una gita ad Auschwitz con una scolaresca, a cui insegnare ad essere buoni. Non si tollera che questo popolo di vittime predestinate abbia dei carri armati. Il massimo che gli si può concedere è andare al ristorante o al bar, ordinare una spremuta di pompelmo e persino un whisky, camminare per le strade di Gerusalemme o di Haifa, saltando per aria sotto le bombe dei kamikaze, questi nuovi Cristi che si immolano, come dice soavissimamente Giulio Andreotti, per la salvezza del genere umano.

(12 aprile 2002)

L'unità del Pd


L'unità del Pd

Matteo Bartocci

Bersani e il Pd non hanno nascosto le critiche ai referendum sul lavoro presentati in questi giorni. Per una volta, i democratici appaiono granitici, addirittura unanimi sull'Unità. Peccato si concentrino tutti sul metodo evitando accuratamente la sostanza. Cioè gli effetti nefasti della riforma Fornero per i lavoratori.
Ieri sul manifesto i primi operai licenziati con il nuovo articolo 18 hanno raccontato le loro storie. Guarda caso sono quasi tutti iscritti alla Fiom e tutti critici sulle condizioni di lavoro e di sicurezza in fabbrica. Altro che «motivi economici oggettivi».
Il primo argomento contrario avanzato da Bersani riguarda la forma: il referendum è sbagliato perché divide l'unità del (futuro?) centrosinistra e la compattezza dei sindacati nel mezzo della crisi più feroce degli ultimi decenni. Eppure la riforma Fornero non è stata affatto approvata da una maggioranza di centrosinistra ma da un voto trasversale Pd-Pdl-Udc chiesto da Bce-Fmi-Ue. È contro questo «mostro tricefalo» in Italia e in Europa, semmai, che il referendum agisce. Non contro il Pd ma contro il pensiero unico immortalato da Mario Monti con la sua ultima «gaffe» sullo statuto dei lavoratori distruttore di occupazione.
Il referendum non vuole affatto dividere il Pd dal mondo del lavoro ma al contrario, "salvarlo" da «Monti dopo Monti». È un referendum per i lavoratori di oggi e di domani. Che chiama il partito di Bersani a un po' di chiarezza. Non si spiegherebbe sennò perché alcuni dirigenti democratici, Sergio Cofferati in testa, siano a favore dei quesiti.
Un'altro argomento contrario, anche questo non di sostanza, è che i referendum si terrebbero nel 2014 e quindi sarebbero una «clava» contro eventuali migliorie del parlamento. Una tesi curiosa per chi in passato ha usato i referendum come «una pistola alla tempia della politica» per esempio in materia elettorale.
Questa maggioranza «Abc» ha sabotato prima e aggirato poi i quesiti sull'acqua approvati nel referendum di giugno ricevendone in cambio una limpida bocciatura da parte della Corte Costituzionale. Certo, se le firme contro l'art. 8 e il «nuovo art.18» saranno raccolte (e lo saranno), il parlamento avrà un anno di tempo per cambiare la riforma Fornero. Ma dovrà farlo presto e bene. Anche Berlusconi provò a sabotare il quesito anti-nucleare con un cavillo giuridico. Finì prigioniero delle sue macchinazioni e fu sconfitto dai cittadini.
La crisi dilaga, la disoccupazione cresce. Che si fa, si cambia la legge tra due anni accettando di vedere per strada centinaia se non migliaia di lavoratori «scomodi»? E poi, nel merito, il Pd è confuso. Per alcuni (per esempio l'ex ministro Damiano) il nuovo art. 18 va bene com'è. Per altri (per esempio Fassina e Orfini) è un compromesso che va verificato in un'indefinita trattativa tra le parti sociali. La politica scompare esattamente come afferma Monti contrariando Pd e Cgil quando scarica le relazioni industriali dai compiti del governo.
Terzo e ultimo. Le scomuniche preventive ai promotori emesse sulle pagine dell'Unità, un giornale che solitamente racconta tutto del dibattito interno al Pd. Tutto tranne che sul lavoro, dove il partito appare granitico come una volta e il giornale una linea Maginot tanto ferma quanto aggirabile.
Mercoledì scorso Guglielmo Epifani ha accusato i referendari di voler dividere «l'unità sociale di lavoratori, giovani, precari e pensionati». E c'è perfino chi, come il nostro amico e compagno Michele Prospero sull'Unità di giovedì, ha visto nei referendum «macabri squarci del governo Prodi nel 2008», un'iniziativa «populista», «spregiudicata», che «manipola la realtà per accaparrarsi qualche voto nei gazebo».
Si chiede Prospero, soprattutto, in quale «trappola» si sia voluta cacciare la sinistra alleandosi con Di Pietro. In quale trappola si è cacciato il Pd, verrebbe da dire, quando 4 anni fa considerava l'Idv l'unico alleato naturale e oggi si trova a esprimere un governo insieme a Sacconi e Gasparri. Dal «quotidiano fondato da Antonio Gramsci» ci si sarebbe aspettati un ragionamento diverso. Le vecchie bandiere non esistono più ma i vecchi vizi non si perdono mai.

(15 settembre 2012)

sabato 8 dicembre 2012

La Grecia siamo noi

La Grecia siamo noi

Guido Viale

A due anni dalla denuncia dello stato comatoso delle sue finanze (ma gli interessati, in Germania e alla Bce, lo sapevano da tempo: erano stati loro a nasconderlo) la Grecia, sotto la cura imposta dalla cosiddetta Troika (Bce, Commissione europea e Fmi) presenta l'aspetto di un paese bombardato: un'economia in dissesto; aziende chiuse; salari da fame; disoccupazione dilagante; file interminabili al collocamento e alle mense dei poveri; gente che fruga nei cassonetti; ospedali senza farmaci; altri licenziamenti in arrivo; tasse iperboliche sulla casa e sfratti; beni comuni in svendita. E ora anche una città in fiamme.
Ma a bombardare il paese non è stata la Luftwaffe, bensì il debito contratto e confermato dai suoi governanti di ieri e di oggi nell'interesse della finanza internazionale. Con la conseguenza che, a differenza di un paese uscito da una guerra, in Grecia non c'è in vista alcuna "ricostruzione", o "rinascita", "ripresa"; ma solo un fallimento ormai certo - e dato per certo da tutti gli economisti che l'avevano negato fino a pochi giorni o mesi fa - procrastinato solo per portare a termine il saccheggio del paese e, se possibile, il salvataggio delle banche che detengono quel debito; o di quelle che lo hanno assicurato. Le armi però c'entrano eccome.
All'origine di quel debito, oltre alla corruzione e all'evasione fiscale, ci sono le Olimpiadi del 2004 (costate oltre un decimo del Pil) e l'acquisto di armi, che la Grecia è costretta a comprare e pagare a Francia e Germania come contropartita della "benevolenza" europea, per importi annui che arrivano al 3 per cento del Pil.
Quattro fattori, armi (come F135), Grandi eventi (Olimpiadi o Expò, o Mondiali, o G8), evasione fiscale e corruzione che accomunano strettamente Grecia e Italia. Ma non solo.
Nel pacchetto, il quinto in due anni, delle misure imposte alla Grecia - liberalizzazioni di tariffe, mercati e lavoro, privatizzazioni dei servizi pubblici, blocco delle assunzioni, definanziamento di scuole, ospedali, Università, servizi sociali - c'è pari pari il programma del governo Monti (anch'esso cucinato da Bce e Commissione europea). La Grecia è solo un anno più avanti di noi sulla strada del disastro e Monti è il Papademos italico incaricato di accompagnarvi l'Italia spacciandosi per il suo salvatore e garantendone il saccheggio.
Aggiungi il patto di stabilità (Fiscal Compact) che impone di riportare il debito di entrambi i paesi, ormai chiaramente in recessione, al 60 per cento del PIL in regime di parità di bilancio, e avrete i termini di una politica senza ritorno imposta da una classe al potere senza un'idea di futuro che non sia la propria perpetuazione. Per loro contano solo i bilanci: tutto il resto crepi!
Quando l'Unione europea avrà tagliato gli ormeggi alla Grecia per abbandonarla alla deriva, avrà messo il vascello in condizioni di non poter più navigare per decine di anni.
Nessuno degli economisti entusiasti degli "sforzi" di Monti ha la minima idea di come si possano raggiungere gli obiettivi del Fiscal Compact. E allora? Il fatto è che per loro "non c'è alternativa"; perché non sanno immaginare un futuro diverso dal presente: all'Università non lo hanno studiato e non si sono dotati di strumenti per concepirlo (tranne che per le loro carriere). "Non esiste un piano B per la Grecia, ha detto Draghi. Ma nemmeno per l'Italia. Per questo Monti non è la soluzione, ma il problema.
Ma un "piano B" per l'Europa va messo a punto, e in fretta; perché quello "A" è un strada senza uscita; e non si fa politica, né opposizione, senza un'idea sul da farsi appena il contesto la renda plausibile. E quel momento potrebbe essere vicino, perché il mondo sta cambiando in fretta.
Ma l'Italia non è la Grecia, ripetono i supporter di Monti. E perché mai? Perché l'Italia ha un tessuto industriale robusto e perché è "troppo grande per fallire". Due tesi per lo meno parziali. Neanche la Grecia era priva di un tessuto industriale, anche se fragile, che le manovre deflattive imposte dalla Troika hanno mandato in pezzi. Una vicenda attraverso cui erano già passati anni fa - e per decenni - molti paesi dell'America Latina presi per la gola dal FMI.
Quanto all'Italia, un inventario dei danni prodotti dal ventennio berlusconiano, non solo sullo "spirito pubblico" - e non è poco - ma anche sul tessuto industriale non è ancora stato fatto. Ma accanto ad alcune medie imprese che si sono ristrutturate ed esportano, tre dei maggiori gruppi industriali (Fiat, Finmeccanica e Fincantieri) sono alle corde e nel tessuto industriale residuo chiude una fabbrica al giorno.
"Non si produce più niente" ripetono coloro che guardano la realtà senza lenti deformanti. Ma non è che tra un mese o tra un anno (o anche due) quelle fabbriche riapriranno, gli operai ritorneranno al loro posto di lavoro e le aziende riprenderanno a produrre come prima.
Un enorme patrimonio di esperienze, di professionalità, di knowhow, di attitudine all'innovazione e al lavoro di gruppo viene disperso e scompare per sempre. Né ci sono in vista iniziative imprenditoriali in grado di mettere al lavoro, avviandole dal nulla, nuove produzioni, nuovi addetti e risorse gestionali in grado di riempire quei vuoti.
E quanto agli investimenti stranieri, sono bloccati dall'articolo 18, dalla mancanza di infrastrutture come il Tav Torino Lione, dalle tasse troppo alte che nessuno paga, o dalla corruzione e dalla burocrazia che il governo Monti si è tirato in casa? BCE e governo Monti sono destinati a imprimere una accelerazione decisiva al lungo declino dell'economia italiana.
In secondo luogo, se l'Italia è troppo grande per fallire, è anche - come ci viene ripetuto spesso -"troppo grande per essere salvata". Qui sta la sua forza e la sua debolezza. La debolezza è quel continuo richiamo a fare "i compiti a casa" (un'espressione da deficienti) e a "cavarsela da sola" (sulla base, però, dei diktat di altri). Un compito impossibile, che i governi greci hanno già provato a svolgere nonostante la sua palese assurdità.
La forza sta nel fatto che se il governo Italiano non sarà in grado di azzerare il deficit e dimezzare il debito, o anche solo di rifinanziarlo, perché il suo PIL precipita, "salta" anche l'euro - il che, forse, è già stato messo in conto. O verrà messo in conto tra poco - ma salta anche, probabilmente, l'Unione europea e con essa l'economia di mezzo mondo. E forse anche quella dell'altra metà. Non siamo più negli anni '30, quando la partita si giocava tra cinque o sei Stati. Il circuito finanziario ha ormai coperto e avviluppato l'intero pianeta.
Un piano B per l'Europa deve innanzitutto evitare un default disordinato (come ormai viene chiamata la prossima bancarotta degli Stati a rischio di insolvenza; e non sono pochi) e promuovere un "concordato preventivo": cioè un accordo che dimezzi in modo selettivo i debiti pubblici che non possono essere ripagati o che ne sterilizzi (con una moratoria delle scadenze) una buona metà. Il che trasferirebbe l'insolvenza sulle banche, costringendo anche la BCE e gli Stati più forti e arroganti a correre in loro soccorso: con nazionalizzazioni, "bad bank" e separando finalmente il credito commerciale dal pozzo senza fondo degli investimenti speculativi. Quanti più saranno gli Stati a rischio che si impegnano su questa strada, tanta maggiore sarà la forza per imporla.
Certamente, sia che l'euro venga conservato, sia che si torni alle vecchie divise, il caos economico che incombe sul paese e sull'Europa è spaventoso; ma non minore di quello in cui ci sta trascinando il tentativo di rinviare giorno per giorno una resa dei conti. In tempi di crisi valutaria, ciò con cui bisognerà fare i conti, a livello nazionale e locale, saranno gli approvvigionamenti: innanzitutto quelli energetici e alimentari.
L'unica risorsa a cui attingere a piene mani nel giro di pochi mesi e pochi anni sono risparmio ed efficienza energetica. La condizione di paese bombardato apparirà allora in tutta evidenza: spente le luminarie che non servono per vedere ma per farsi vedere; auto ferme e mezzi pubblici strapieni (scarseggerà il carburante); orari cambiati per garantire il pieno utilizzo dei mezzi durante tutto l'arco della giornata; conversione in tempi rapidi - come all'inizio di una guerra - delle fabbriche compatibili con la produzione di impianti per le fonti rinnovabili o di cogenerazione, di mezzi di trasporto collettivi o condivisi a basso consumo; interventi sugli edifici per eliminarne la dispersione energetica. ecc. Giusto quello che si sarebbe dovuto fare - e ancora potrebbe essere fatto - in questi anni, con esiti economici certo migliori.
Lo stesso vale per l'approvvigionamento alimentare: occorrerà restituire a ogni territorio la sovranità alimentare con un'agricoltura meno dipendente dal petrolio e un'alimentazione meno dipendente da derrate importate: una operazione da mettere in cantiere con una nuova leva di giovani da avviare a un'attività ad alta intensità di innovazione e di lavoro che potrebbe cambiare l'aspetto del paese.
Analogamente occorrerà intervenire sul patrimonio edilizio inutilizzato, sul ciclo di vita dei materiali (risorse e rifiuti), su scuola, università, sanità con interventi che riducono gli sprechi e producono occupazione di qualità. Ma soprattutto ci vorrà una revisione generale degli acquisti quotidiani: spesa condivisa, rapporti diretti con il produttore e Km0 (i GAS), riduzione degli imballaggi e del superfluo, ricorso all'usato e alla riparazione e alla condivisione dei beni: tutti campi in cui il sostegno di un'amministrazione locale conta molto.
E tante altre cose simili su cui occorre riflettere: sono tutti interventi da concepire, programmare e gestire a livello locale - con la partecipazione diretta della cittadinanza attiva - che potranno essere agevolati anche da un circuito parallelo di monete garantite dalle autorità locali, come era avvenuto con successo in molti paesi occidentali - compresa la Germania nazista - durante la grande crisi degli anni '30.
Fantascienza? Forse; comunque un programma meno irrealistico dell'idea di affidare alla liberalizzazione dei servizi e dei rapporti di lavoro la ripresa di una crescita che sottragga l'Italia al cappio del debito; e magari anche alla crisi ambientale - ah! questa sconosciuta! - che investe il pianeta.

(17 febbraio 2012)


giovedì 19 luglio 2012

Paolo Borsellino - Una lezione magistrale



La lectio prosegue qui

Paolo Borsellino - 20 anni senza e sentirli /4



Paolo Borsellino - 20 anni senza e sentirli /3


Paolo Borsellino - 20 anni senza e sentirli /2

2 agosto 1992

Paolo Borsellino - 20 anni senza e sentirli

2 agosto 1992

lunedì 2 luglio 2012

Attentato al lavoro



L'ora della verità

Piergiovanni Alleva*

In primo luogo. Con l'approvazione del disegno Fornero di riforma del mercato del lavoro, è giunto per tutti - partiti, sindacati, operatori giuridici, sociali e culturali e per lo stesso Governo - il momento della verità. Infatti, con il sostanziale svuotamento dell'art.18 dello Statuto, si chiude una parabola che ha abbracciato quattro decenni all'insegna della garanzia della dignità del lavoro.
Con l'art.18 prevedente, in caso di licenziamento arbitrario, la reintegra nel posto di lavoro, il lavoratore poteva esercitare con tranquillità - durante il rapporto - tutti i suoi diritti, legali e contrattuali, perché la legge imponeva al datore di giustificare lui, a pena di annullamento, l'eventuale licenziamento che volesse intimargli,indipendentemente dalla possibilità del lavoratore di dare la difficilissima prova di una volontà di rappresaglia contro l'esercizio di quei diritti.
Ora l'art.18 come norma antiricatto è nella sostanza venuta meno e quindi si realizza il disegno di parte datoriale di poter contare su uno strumento sicuro di dominio, costituito dalla minaccia sempre incombente sul lavoratore di licenziamento, giustificato o meno.
Questo è il cuore del problema, che ormai conoscono tutti.
Di fatto il governo, dopo aver messo alla disperazione decine di migliaia di persone con la manomissione del sistema pensionistico, completa ora il lavoro sporco affidatogli «a tempo» dai ceti dominanti.
Anche i grandi sindacati, che avrebbero potuto, come in altre occasioni, bloccare questa micidiale controriforma con un'estesa e convinta mobilitazione e con un forte sciopero generale, questa volta - invece - non l'hanno promosso.
Anche il maggior partito progressista avrebbe potuto, specie dopo i risultati delle elezioni amministrative, semplicemente alzare un dito per bloccare questo sbilanciato provvedimento. Invece ha preferito diventare la nuova spalla su cui poggia l'arma della diseguaglianza e del ricatto occupazionale.
In secondo luogo. Da parte nostra, però, sarebbe ingiusto emettere così drastici e impietosi giudizi, senza darne una spiegazione scientifica e tecnica, corroborata da una esperienza operativa durata quaranta anni.
Per onorare questo obbligo, esponiamo di seguito uno schema di lettura della riforma Fornero, da cui risulta, anche oltre il suddetto «cuore del problema», una valutazione complessivamente negativa e penalizzante per il lavoro nelle varie forme dipendente.
1. La riforma è idealmente divisibile in tre parti, di cui quella centrale riguarda appunto la «flessibilità in uscita», ossia la riforma della disciplina dei licenziamenti. Essa riduce la possibilità di reintegra nel posto di lavoro a ipotesi del tutto marginali e generalizza invece, quale sanzione per i licenziamenti ingiusti, una semplice indennità economica di importo compreso tra 12 e 24 mensilità.
Che si tratti di un pauroso salto all'indietro, in definitiva l'ha riconosciuto anche il governo, che - proprio per questo - ha dichiarato di offrire «compensazioni» costituite dalle altre due parti della legge Fornero, dedicate rispettivamente alla riforma della «flessibilità in entrata», ossia alla limitazione e messa sotto controllo del precariato e alla riforma degli «ammortizzatori sociali», quali cassa integrazione, indennità di mobilità e di disoccupazione, che - si è detto - la nuova legge avrebbe migliorato, proprio in considerazione della maggior facilità di licenziamento accordata alle parti datoriali.
Ebbene, noi affermiamo - sfidando chiunque a sostenere il contrario - che proprio questa della «compensazione» è la menzogna più odiosa, perché sia sul versante della «flessibilità in entrata», sia su quello degli «ammortizzatori sociali», la legge Fornero è drasticamente peggiorativa rispetto alla normativa attuale.
Non temiamo di affermare, anzi, come non ci sia una sola norma che, al di là dell'apparenza, sia davvero «migliorativa». Ed è demoralizzante che la maggior forza politica progressista abbia avallato l'ingannevole interpretazione della «compensazione». Vediamo come stanno veramente le cose.
Nella «flessibilità in uscita» la riforma Fornero affronta quattro tipi di licenziamenti.
a) Nel licenziamento «discriminatorio» non cambia nulla, perché ben si sa che trattasi di figura solo teorica per l'eccessiva difficoltà della prova.
b) Nel licenziamento «disciplinare» - vero cuore della tematica - la possibilità di reintegra viene limitata a casi di scuola e ridotta a una sorta di foglia di fico. In sostanza, per aversi reintegra, occorrerebbe o che il datore si fosse inventato tutto o che avesse letto male il contratto collettivo, applicando il licenziamento dove doveva applicarsi una sanzione più lieve.
c) Nel licenziamento «per motivo oggettivo», la reintegra è limitata all'ipotesi di «manifesta insussistenza» del fatto addotto come motivo del licenziamento, applicandosi altrimenti la sola sanzione economica.
Torna alla mente, anche qui, l'immagine ipocritamente pudica della foglia di fico.
d) Nel licenziamento «per riduzione di personale» si sancisce il gravissimo arretramento che i vizi riguardanti la procedura sindacale di esubero non danno più luogo a reintegra, ma solo ad un'indennità economica.
2. Nella «flessibilità in entrata», il vantato giro di vite normativo sull'abuso dei contratti a progetto e sulle false partite iva con monocommittenza si riduce a riprendere risapute interpretazioni già acquisite in via giurisprudenziale, ma con un grosso arretramento con riguardo ai rapporti di consulenza a partita iva, perché la monocommittenza viene legata a indici empirici facilmente aggirabili. Ad esempio, l'aggiramento può essere realizzato con la previsione delle fatturazioni non a una sola società, ma a più società tra loro in qualche modo collegate.
Ma è sul contratto a termine e sul contratto di lavoro somministrato che la riforma Fornero ha dato, contrariamente alle promesse, briglia sciolta al precariato, prevedendo che possa essere privo di causale il primo contratto a termine della durata di ben 12 mesi e così anche anche il primo contratto di somministrazione. Contratto che anche in altri casi è stato esentato dall'obbligo della causale. Basterà dunque assemblare tra loro in maniera accorta i vari tipi contrattuali previsti, per realizzare quel precariato permanente di persone ultra ricattabili, che è il vero risultato - a parer nostro voluto - della riforma Fornero.
3. Nella parte relativa agli «ammortizzatori sociali» viene adottato un criterio di malthusianismo sociale. Infatti, al primo soffio di difficoltà le imprese potranno licenziare, perché non ci sarà più quella «cassa integrazione straordinaria» tradizionale che per la classe operaia italiana ha rappresentato sul piano collettivo una garanzia simile a quella dell'art.18 sul piano individuale.
Fosse stata vigente in passato la legge Fornero, non sarebbero oggi ancora aperte fabbriche come Fiat, Breda, Ansaldo, Finmeccanica, che sono riuscite a ristrutturarsi anche grazie alla cigs.
Per fortuna questa follia dovrebbe entrare in vigore solo nel 2016.
Infine. Ci permettiamo solo una considerazione finale, ricordando come l'art. 8 del dl 138/2011 fu un «colpo di coda» potenzialmente devastante che il governo Berlusconi riusci a fare passare, disponendo della maggioranza parlamentare.
Le forze di opposizione promisero correttamente l'abrogazione, alla prima occasione possibile, di quella folle previsione che consente di derogare ai contratti collettivi mediante contratti aziendali. Tuttavia la norma è ancora in vigore.
Che dire allora di questa riforma Fornero, tanto grave e pericolosa, che però tra qualche mese non avrà più genitori politici in attività?
Qualcuno adotterà allora come suo figlio il piccolo feroce mostro così rimasto orfano?
Sarebbe il caso già di pensare a una sua abrogazione anche referendaria - magari assieme all'altra mostruosità dell'art.8 - per iniziativa di lavoratori, cittadini, associazioni sociali e culturali ancora consapevoli dell'importanza per il nostro Paese di norme di salvaguardia della dignità del lavoro e di garanzia di civile convivenza. 
(26 giugno 2012









giovedì 31 maggio 2012

Giovanni Falcone - Ancora un ricordo




Logo di La Repubblica
28 maggio 1992





I questi giorni ho cercato invano di dimenticare l'ultima telefonata con Giovanni Falcone, il 31 gennaio di quest'anno, ma l'angoscia di quel ricordo è stata più forte di ogni tentativo di rimozione. Gli avevo telefonato, come quasi sempre prima di scrivere sui processi di Palermo , per verificare insieme dati di fatto e linee interpretative sul complesso universo dei rapporti tra mafia e giustizia.
L'occasione era stata la sentenza della prima sezione penale della Cassazione (quella volta non presieduta da Corrado Carnevale), che aveva finalmente riconosciuto le tesi di Falcone sulla struttura centralizzata delle cosche mafiose (la c.d. cupola) e dato legittimità alle dichiarazioni dei pentiti, da Buscetta a Mannoia. Rimase stupito della mia telefonata. Mi chiese: «Ma come, mi chiami ancora? Non sei anche tu contro la Superprocura?». C'era in quella domanda la sensazione di un profondo isolamento, di essere abbandonato, di non essere compreso. Gli dissi che per me continuava ad essere il giudice che era riuscito ad imbastire i grandi processi di mafia, a dare impulso al pool di Palermo, il giudice che simboleggiava la memoria storica ed il più grande patrimonio di conoscenza sul fenomeno mafioso, che la sua scelta ministeriale non toccava i nostri rapporti, e così ricominciammo a parlare come sempre.
L'angoscia che non riesco a togliermi di dosso sta negli interrogativi che continuo a pormi sui collegamenti tra il nuovo ruolo istituzionale di Falcone e la strage in cui ha perso la vita insieme alla moglie ed ai tre uomini della scorta. Certo, so benissimo che non c'è nessun rapporto tra le polemiche sulla Superprocura e la sua morte. Falcone era da anni perfettamente conscio che la sua vita era appesa ad un filo e da anni affrontava con grande senso di responsabilità e vigile attenzione la sua esistenza blindata. Qui si affollano altri ricordi più risalenti, come quando aveva risposto con dolce e stupita ironia alla mia offerta di sedersi ad un tavolino esterno sul Lungotevere, vicino al ministero della Giustizia, ovvero quando, alla mia proposta di viaggiare insieme in auto per raggiungere da Torino la sede di un convegno in Piemonte, mi aveva detto che non c'era motivo che corressi quel rischio.
Falcone era dunque in pericolo da almeno dieci anni, eppure continuo ad essere inseguito dalla sensazione che nella sua parabola giudiziaria, da giudice di prima linea a Palermo a uomo di punta del ministero della Giustizia e, poi, di candidato naturale per la carica di .procuratore nazionale antimafia, vada ricercata la causa ultima della sua morte. Qui affiora anche il rimpianto di non essere riuscito tempestivamente a spiegare che, malgrado le riserve istituzionali sulla Procura nazionale antimafia, una volta che il nuovo organismo era stato approvato dal Parlamento, a Giovanni Falcone non poteva essere negato il diritto - che per lui era anche un dovere esistenziale - di continuare su quella sponda la lotta alla mafia.
Credo che Falcone abbia lasciato il suo posto di prima linea perché si era reso conto che la profonda crisi di efficienza e di legittimazione degli uffici giudiziari siciliani gli aveva ormai precluso ogni spazio di azione. Non credo per stanchezza, perché la sua vita blindata è continuata eguale, a Roma come a Palermo. Può anche darsi che avesse raggiunto livelli di conoscenza sugli intrecci tra mafia e spezzoni del potere politico tali da convincerlo che la giustizia penale non era più lo strumento idoneo per combattere la penetrazione del potere mafioso. Da questa consapevolezza può essere derivata la convinzione che la mafia andava contrastata all'interno dello stesso potere politico ed istituzionale, e che a Roma, più che a Palermo, queste sue intuizioni avrebbero potuto trovare conferma, pur con tutte le compromissioni, anche a livello di immagine, che tale scelta avrebbe comportato. Se questi sono i motivi della sua parabola giudiziaria, è nel giusto chi vede nella matrice politica, e non solo in una vendetta mafiosa, le cause della sua morte.
Diviene anche comprensibile la rabbia esplosa a Palermo durante i funerali contro le istituzioni e gli uomini che le rappresentavano, ma ciascuno in questi giorni dovrebbe trovare la forza di affrontare da solo la propria sofferenza, senza rimanere prigioniero del vecchio gioco al massacro delle ritorsioni e dei reciproci addebiti di responsabilità. A Palermo le bare delle vittime della strage non erano ancora sottoterra che già si scatenava il copione sinistro delle ritorsioni tra u Ministro della Giustizia e il Csm.
Non è più il tempo delle devastanti faide istituzionali, ma ciascuno deve trovare la forza di presentarsi come uomo, di distaccarsi dallo stereotipo della carica ricoperta. A Giovanni Falcone, morto da uomo solo e forte, dobbiamo almeno dedicare questo ritorno ai più genuini e vitali valori umani, e dimostrare di avere capito che i livelli di sofferenza individuale sono talmente alti e generalizzati da essersi trasformati in un fiume in piena, capace di esprimere una grande forza collettiva. Paradossalmente, l'impotenza e la solitudine che sembrano stare dentro questo fiume di sofferenze individuali potrebbero diventare il tessuto di una nuova Resistenza, dietro cui si stanno radunando tutti coloro che cercano smarriti di capire quali siano le ragioni politiche della morte di Giovanni Falcone.
Domenica scorsa mi ha telefonato in lacrime la mamma di Emanuela Setti Carraro. Voleva raggiungere Palermo per dare l'ultimo saluto a Falcone ed a sua moglie, ma Prefettura e Carabinieri non hanno mosso un dito per assecondare questo desiderio di umana pietà. Nelle sue parole non c'era rabbia per la sordità burocratica degli apparati dello Stato e degli uomini che li rappresentano, ma tanto dolore; quella sofferenza che accomuna non solo l'esercito dei parenti delle vittime della mafia, ma ormai coinvolge centinaia di migliaia di persone. Quel fiume di sofferenze ci dà la speranza che il sacrificio del siciliano Giovanni Falcone sia riuscito a fare capire a tutti che il potere mafioso è il primo, il più grave problema nazionale e che l'angoscia per la sua morte si stia trasformando in una grande reazione popolare, al tempo stesso umana e politica, capace di dare forza ai settori sani delle istituzioni ed ai politici onesti.


mercoledì 23 maggio 2012

La strage di Capaci - il manifesto: prima pagina


La strage di Capaci - l'Unità 24 maggio 1992


Da Epoca 3 giugno 1992




Giovanni, cuore e cervello di Sicilia

SAVERIO LODATO

Da dieci anni scrivete di mafia e ancora non avete capito nulla. Non avete capito la cosa più importante. Quella che voi chiamate mafia, piovra, criminalità organizzata, «è Cosa Nostra». Ma come fate a non capire che se in questa Regione sono stati assassinati procuratori della Repubblica, dirigenti della Squadra mobile, comandanti dei carabinieri, segretari dei partiti, capi del governo, imprenditori, giornalisti, cittadini qualunque, tutto ciò è il risultato di una strategia ideata e messa a segno da una struttura verticistica e monolitica, che può avvalersi di una tradizione secolare e di rapporti fittamente intrecciati con interi pezzi della società siciliana. Un'ultima cosa: dovete ancora capire che per Cosa Nostra il controllo del territorio è lo strumento fondamentale per la ricerca del suo consenso.
Negli ultimi anni, Falcone (che avevo conosciuto appena giunto a Palermo da Trapani, alla fine degli anni Settanta, dunque un «Falcone che ancora non era diventato Falcone») sembrava sempre di più pignolo e monotematico. Come se ormai dicesse sempre la stessa cosa. Cosa Nostra - ripeteva anche nei colloqui privati - «è Cosa Nostra, tutto qui».
Conosceva segreti? Certamente tanti. Conosceva regole comportamentali, strutture di pensiero, conosceva l'humus in cui l'uomo d'onore si nutre sin da bambino nei vicoli della casba di Palermo o nelle casupole di Corleone? Certamente. Conosceva l'an-tropologia del mafioso quasi alla perfezione. Diversamente, come avrebbe fatto a piegare sino al pentimento, colonne mafiose come Buscetta o Contorno, Calderone o Marino Mannoia? Era questo il segreto Falcone: i grandi mafiosi quando decisero di voltare le spalle a Cosa Nostra si rivolsero proprio al nemico numero uno dell'organizzazione. È verissimo: i mafiosi avevano finalmente trovato in lui il volto di uno Stato italiano che dopo quarant'anni di complicità, compromissioni e silenzi, manifestava l'intenzione di fare in qualche modo sul serio. Ma non era solo questo. Falcone era palermitano, siciliano, palermitanissimo, verrebbe voglia di dire. Parlava linguaggi che non si parlano nel resto d'Italia. (e che spesso lo rendevano non soddisfacente sul piano della resa televisiva). Parlava il linguaggio degli sguardi, ad esempio. I silenzi, le pause, nelle sue schermaglie, interrogatori con gente poco propensa alla sintassi, ancorata istintivamente al silenzio anche quando inconsciamente avvertiva tutto l'impulso alla rottura di tabù secolari, diventavano quasi per incanto la chiave vincente per una «confessione clamorosa» o un «pentimento». Ho un ricordo personale, fra tanti che si affollano in queste ore alle prime notizie da Palermo, ma che forse può dire molto.
Era il settembre dell'89. Falcone, appena scampato all'agguato dell'Addaura, quando una cinquantina di candelotti di tritolo vennero scoperti appena in tempo, era venuto a cena a casa mia. Lui, in una serata per altro piacevolissima visto che l'uomo di storie ne sapeva davvero tante, non rinunciò ancora una volta a spiegare cosa fosse - secondo lui - Cosa Nostra. Ascoltiamolo: «Quando andai a New York (Falcone era già diventato Falcone) mi stancai presto del protocollo e delle visite organizzate. Chiesi di essere condotto a Brooklyn. Entrai in un bar zeppo di italo-americani. Piombò un silenzio assoluto. Gli avventori fecero ala al mio passaggio, mentre mi dirigevo verso il bancone. Gli uomini di scorta, con un attimo di indecisione, erano rimasti sulla soglia. Mi chiesi anch'io come uscire dall'imbarazzo. Mi diressi al bancone e rivolgendomi al barista dissi in palermitano molto stretto: “Mi rassi un café”. Si compì il miracolo. In quel locale tornò la vita, tutti ripresero a parlare e non fecero più caso alla mia presenza».
Oggi Falcone è stato assassinato. Con un agguato che dimostra - ancora una volta - una potenza militare micidiale. L'agguato dimostra due cose: 1) Cosa Nostra esiste e considerava apertissimo il suo conto personale. Una autentica vertenza (come si dice a Palermo), iniziata tanti anni fa quando Falcone, per la prima volta, e prima di tanti altri giudici, aveva davvero capito di che pasta fossero fatti gli uomini d'onore. 2) Falcone sapeva bene che il rapporto mafia-politica esiste, è strettissimo, ed è la condizione essenziale che consente, appunto, alla mafia, di non essere semplice gangsterismo, guerra per bande, criminalità organizzata, anche se di alto livello. Negli ultimi anni della sua attività volle dimenticare queste sue certezze sul rapporto mafia-politica? È molto probabile. Non dimentichiamo che a Palermo riuscì a totalizzare soltanto sconfitte, insuccessi personali, astio e antipatia da parte di molti dei suoi colleghi. Era andato a Roma? Non è bastato a salvarlo.
(24 maggio 1992)

La strage di Capaci - Gli agenti della scorta

Epoca 3 giugno 1992

La strage di Capaci - La Stampa: prima pagina


martedì 22 maggio 2012

La strage di Capaci - l'Unità: prima pagina



La strage di Capaci - Corriere della Sera: prima pagina


La strage di Capaci - la Repubblica: prima pagina


Capaci - Vent'anni dopo/10


Panorama 31 maggio 1992

Capaci - Vent'anni dopo/9

Panorama 31 maggio 1992

Capaci - Vent'anni dopo/8

31 maggio 1992


Capaci - Vent'anni dopo/7


Capaci - Vent'anni dopo/6

3 giugno 1992