martedì 13 settembre 2005

Parodia di un processo per stupro

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Lo ha definito “uno sfogo un po’ ironico dopo 16 mesi di permanenza in questo strano pianeta” L. è un amico conosciuto in un blog due anni fa, quando lavorava a Ginevra con UNHCR, l'ufficio dell'Alto Commissario delle Nazioni Unite per i Rifugiati (ACNUR e' l'acronimo in italiano). Il suo titolo – come mi racconta – “e' Protection Officer, ruolo cardine in un'organizzazione il cui mandato e' quello di garantire international protection ai rifugiati”. In sostanza si occupa di “verificare che i diritti fondamentali dei rifugiati, sanciti dalla Convenzione di Ginevra sullo stato dei rifugiati del 1951 e successivi strumenti, siano rispettati dal paese ospitante. Si tratta anche di assicurare la distribuzione di assistenza umanitaria e di mettere in atto misure che ne favoriscano il più possibile la pacifica integrazione nella società”, accertando, infine, “che le autorità locali garantiscano il rispetto dei diritti umani fondamentali”.


Dalla Liberia ha trasmesso a un gruppo di amici una lunga e drammatica testimonianza, sotto certi aspetti cruenta e ironica, come appunto l’ha classificata. Dopo aver ottenuto da lui una sorta di liberatoria la rigiro in questo spazio integralmente, vale a dire senza alcun tipo di aggiunta o correzione da parte mia, neppure per attenuare la coloritura del linguaggio. L. è persona di alto profilo che sperimenta in presa diretta cosa significhi vivere in quella parte del mondo perennemente in via di sviluppo, dove l’abbruttimento morale, esasperato dalle condizioni di vita, conduce verso una desolante deriva. Lo sottolineo per troncare alla radice considerazioni di tipo razzistico che sarebbero, riferite a L., un ossimoro.


Si tratta, infine, di un post che, a causa della lunghezza, ho diviso in due parti. La seconda l’aggiungerò nel pomeriggio odierno.


E scusate il ritardo.


"Oggi (25 agosto n.d.b.) ho assistito per la prima volta a un processo in Liberia. Per la verità, e' la prima volta che ho assistito a un processo, se si escludono svariate puntate di “Un giorno in Pretura”, alcuni annetti fa, quando ancora stavo in Italia.


Sabato scorso, un rifugiato del campo di Saclepea ha pensato bene, previa offerta di una banana (il frutto, niente ironie prego) per ingraziarsi la vittima, di ravanare con le dita dentro una bimba di sei anni. Mi hanno chiamato verso le 19.30 che già mi stavo preparando per andare a cena da MSF per dirmi che la folla voleva sbucciare e mangiarsi il suddetto. Ci siamo precipitati al campo per calmare le acque, mandare la bimba alla clinica di MSF e scortare il tizio alla polizia. L'esame medico ha confermato il fatto, surrogato anche dalla testimonianza molto precisa della bimba.


Finalmente, ieri mattina, un po’ oltre le 72 ore canoniche previste per la carcerazione preventiva, ma, si sa, gli orologi qui non e' che funzionino gran che, il soggetto compare davanti al GIP di Saclepea per l'udienza preliminare. Da bravo Protection Officer mi tocca essere li' per assicurarmi che all'indiziato sia garantito un processo più o meno equo.


La parte lesa e' presente e il giudice pensa bene di intimarle di sedersi sulla panca in prima fila, da sola, accanto al gentiluomo che qualche sera prima si era preso con lei qualche libertà di troppo. Primo sussulto del bravo Protection Officer: "Ma che cazzo fate?", sbotta in italiano ma con tono sufficientemente seccato per farsi capire. Il giudice lo guarda sorpreso, allorché il bravo Protection Officer articola il concetto facendo presente che magari non era il caso che la bimba sedesse sola e soprattutto a stretto contatto con il tipo. “Eh già”, dice il giudice che scemo non e' e autorizza quindi i genitori a sedersi sulla stessa panca costringendo tutti a “sandwicciarsi” in maniera indegna.


Il giudice procede da bravo a informare l'indiziato di aver diritto a un avvocato come prevede la costituzione della repubblica della Liberia. Mi lancia uno sguardo interrogativo, gli rispondo con un leggero cenno compiaciuto del capo del tipo: "Bravo ciccio, era il minimo che potessi fare, mortacci tua". Ora, trovare un avvocato a Saclepea, per giunta senza preavviso, e' come trovare un leghista che paga le tasse in provincia di Varese. Ci sono solo i due che stavano già litigando in un angolo su chi avrebbe fatto il PM e chi gli avrebbe aperto i codici. I due si guardano, ghignano mostrando ampie caverne tra gli incisivi ingialliti e si mettono d'accordo come i ragazzini che giocano a guardie e ladri.


Intanto, alla faccia della privacy, il pubblico si ammassa alla porta e alle finestre della stamberga che ospita il tribunale per vedere quella a cui hanno infilato le dita e quello che ha infilato le dita. Questa volta, lo sguardo misto tra il supplichevole e il minaccioso del bravo Protection Officer si scontra contro la naturale indifferenza del giudice che, non pare affatto disturbato dalla presenza di tanti curiosi e dall'odore di sudore che corrode le narici.


Iniziano subito le schermaglie tra accusa e difesa che paiono aver preso tremendamente sul serio i rispettivi ruoli. Con un inglese orrendamente deformato da un formalismo esasperato e dal terribile accento liberiano che scivola tra le caverne degli incisivi ingialliti dibattono su cosa sia da considerarsi stupro. Il difensore sostiene che, siccome l'indiziato non ha usato il pisellone, lo stupro non sussiste, al massimo si può parlare di molestie. Il PM ribatte che l'uso del pisellone non e' necessario per determinare lo stupro. Il bravo Protection Officer annuisce con discrezione come a dire: "Ragazzi, non facciamo scherzi. Un dito infilato in una bimba di 6 anni e' stupro, non ci son cazzi".


Il giudice da ragione al PM e procede con l'interrogatorio della bimba che, contrariamente alle aspettative, con la sua vocina sottile, senza tentennamenti racconta quello che le era successo il sabato precedente. Il difensore vuole sapere da lei se il tizio le ha fatto qualcosa col pisellone. Il bravo Protection Officer lo fulmina con uno sguardo da apartheid. Il PM obietta. Il giudice accoglie l'obiezione e quasi manda affanculo il difensore che bestemmia qualcosa nel dialetto locale. Il PM ride. Anche il giudice sghignazza. Il pubblico, che aveva già ghignato ogni volta che si nominavano pisellone e patatina, segue a ruota. Il bravo Protection Officer, a disagio, si immagina a capo di un drappello di Boeri nel Sudafrica della seconda metà dell'800 di passaggio in un villaggio di Zulu ribelli.


Nel frattempo, nessuno si e' preso la briga di tradurre in yakuba per indiziato e parte lesa il dibattimento. Quella che avrebbe dovuto fare da interprete se ne sta in piedi accanto alla panca, gettando occhiate imploranti verso i rappresentanti della comunità dei rifugiati che siedono in fondo alla sala, a due metri da lei, con l'aria di un bambino che non sa la parte alla recita di fine anno: "Ma che devo di'? Che ce sto affa' qui? Che stanno a ddi'?". Il bravo Protection Officer s'incazza e chiede una pausa per permettere all'avvocato difensore in collaborazione con un po' di gente del posto di fare una specie di riassunto per spiegare all'indiziato che cazzo sta succedendo. Il giudice comprensivo accetta. La pausa dura quasi 40 minuti, di cui solo 2 sono utilizzati per spiegare al tipo che e' abbastanza nella merda.


Al rientro del giudice, il bravo Protection Officer, che ha ormai scaldato il cucchiaino e preparato la siringa, sta cercando la vena giusta. La ripresa del dibattimento lo costringe a mollare tutto. Dopo pochi minuti, durante i quali ha battuto col martello di legno sul tavolo una dozzina di volte, facendo sobbalzare tutti e provocando attacchi di prurito isterico a una dozzina di persone, un anziano entra trafelato pretendendo di parlare subito col giudice. La risposta del giudice, urlata indecentemente, viene coperta dal battere fragoroso del martello sulla scrivania che comincia a mostrare crepe evidenti.


Tradotta dal dialetto Ghio all'italiano deve essere suonata più o meno così: "Vecchiaccio del cazzo, ti faccio sbudellare e farcire come un maiale selvatico se non ti togli di qui veloce come una scoreggia!". Lo deduco dall'agilità con cui il vecchio, un po' male in arnese, salta il gradino e schizza fuori tra le risate del pubblico ormai completamente catturato dalla sceneggiata che si sta svolgendo sotto i loro occhi.


Il PM produce il certificato medico rilasciato dalla clinica di MSF. Nessuno ci capisce un cazzo. Tutti concordano che sia meglio convocare il mattino dopo il medico che l'ha compilato. Il giudice e' d'accordo e sospende la seduta vibrando una terrificante martellata sulla scrivania ormai pericolante.


La seduta, che doveva cominciare alle 10 ma che ha avuto inizio alle 10.30, si conclude alle 13.45. Qualcuno fa capire all'indiziato che deve rientrare nella sua comoda cella 50x30 (centimetri). La folla si disperde".


 

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