22 marzo 2002 |
Provaci
ancora Kim
di
Stefano Folli
Le
calze Golden Lady sono diventate famose grazie a uno spot con la
Basinger. Ma negli stabilimenti le operaie vivono una realtà molto
meno patinata
«Golden
Lady, I’m lost without you»: chi non ha in testa il jingle, dopo
anni di martellante pubblicità in televisione? Proprio la pubblicità
ha avuto un ruolo determinante nella costruzione del successo di
Golden Lady, primo gruppo industriale in Italia nella produzione di
calze e collant e ai vertici del settore in Europa: è la stessa
azienda infatti a riconoscere che i massicci investimenti nella
comunicazione sono stati un elemento chiave nella grande crescita, a
partire dalla fortunata scelta di Kim Basinger come testimonial di
una campagna di diversi anni fa. Così Nerino Grassi, fondatore di
Golden Lady nel 1967, ha potuto mettere in piedi un colosso
industriale, acquisendo man mano anche altri marchi storici di calze
italiane, come Sisi e Omsa.
Una
comunicazione imponente, dunque, che ha interessato diversi mezzi
(tv, stampa, affissioni) e da pochi mesi si è ulteriormente
rafforzata con la creazione di punti vendita esclusivi, i Golden
Point, che stanno sorgendo nelle vie principali di molte città
italiane. La grande attenzione alla comunicazione verso l’esterno
non è però accompagnata da quella interna, tra la dirigenza
dell’azienda e i circa 3.000 dipendenti che lavorano nei sei
stabilimenti del gruppo – Golden Lady a Castiglione delle Stiviere
e Solferino (Mn), Sisi a Valdobbiadene (Tv), Omsa a Faenza (Ra),
Adrilon a Basciano (Te), Gissy a Gissi (Ch). In questo caso, le
carenze comunicative sembrano molto diffuse. Provate a chiedere alle
organizzazioni sindacali del settore tessile: impossibile, per i
sindacati esterni, partecipare alle riunioni con i vertici aziendali.
Ammesse solo le Rsu. E provate a chiedere a queste ultime se il loro
ruolo è rispettato: trattative praticamente impossibili, dialogo
negato, bisogna accettare quello che i manager decidono. Non è un
caso che i sindacati lamentino che i salari negli stabilimenti Golden
Lady sono i più bassi rispetto ai concorrenti del «distretto
industriale della calza», la zona in provincia di Mantova in cui si
concentrano i maggiori produttori di collant (per esempio si trovano
qui, oltre da quelli del gruppo di Nerino Grassi, gli stabilimenti
Filodoro, San Pellegrino, Levante).
Che
la considerazione della Golden Lady per i propri operai non sia
proprio quella ideale, lo si può ricavare da due racconti che
possono sembrare surreali. Prima scena: rinnovo del contratto a
Castiglione delle Stiviere, è il 1999. I dipendenti vanno uno a uno
alla scrivania a firmare un accordo che non hanno neanche letto, ma
che è stato solo spiegato dal direttore. Seconda scena: primi
incontri per la discussione del nuovo contratto a Solferino. La
direzione aziendale è seduta intorno al tavolo, i rappresentanti
della Rsu sono costretti a restare in piedi. Forse, avranno pensato
alla Golden Lady, abbiamo trovato il modo per accelerare trattative
che generalmente si protraggono per ore.
A
sentire gli operai, del resto, queste riunioni sembrano essere poco
più di un ulteriore frammento della comunicazione istituzionale, con
i dirigenti impegnati più a illustrare i risultati e le prospettive
dell’azienda che ad ascoltare le richieste delle maestranze. Anche,
come sta accadendo adesso, di fronte a un contratto scaduto almeno da
sei mesi, in alcuni casi addirittura da più di un anno (a gennaio
2001). A Faenza, stabilimento Omsa, dopo avere ascoltato una
relazione sull’andamento del mercato e sugli investimenti futuri
(pubblicità, impianti, sviluppo dei punti vendita, differenziazione
dei prodotti), i dipendenti hanno provato a dire che anche loro sono
un patrimonio su cui investire. Si sono sentiti rispondere che
dovrebbero ringraziare l’azienda perché li fa ancora lavorare e
non dovrebbero pretendere nulla di più. Quanto al contratto scaduto,
è già molto se si continua ad applicare quello. Insomma, anche i
dipendenti dovrebbero intonare il famoso ritornello della pubblicità
(«Golden Lady, I’m lost without you») con un atteggiamento nei
confronti del padrone a metà tra la gratitudine e la supplica.
Così
si è arrivati, per la prima volta, a una manifestazione congiunta in
tutti gli stabilimenti del gruppo (complice anche l’agitazione per
il rinnovo del contratto nazionale del comparto tessile, certo, ma le
relazioni interne hanno pesato in maniera decisiva). La data scelta
per le due ore di sciopero è stata significativamente l’8 marzo:
la grande maggioranza dei dipendenti è infatti rappresentata da
donne, che lamentano anche discriminazioni specifiche. Un esempio è
il premio di presenza, previsto nei contratti scaduti, che di certo
non agevola lavoratrici che hanno anche responsabilità familiari. E
lo sciopero è arrivato questa volta anche nello stabilimento
principale, quello di Castiglione delle Stiviere. Era dagli anni
Settanta, quando non c’era azienda che non fosse toccata dalle
agitazioni, che non succedeva. Nel quartier generale del padrone,
negli ultimi anni, è stato difficile far capire agli operai (da
notare la presenza di un alto numero di stranieri, tra cui una
consistente
comunità vietnamita che abita nelle case di Nerino Grassi) che i
sindacati non possono essere considerati un impiccio, come sembrano
pensare i dirigenti. Sulla vertenza, l’azienda non rilascia alcun
commento.
C’è
anche un altro particolare che preoccupa lavoratori e sindacati. Un
vanto del gruppo Golden Lady era quello di produrre calze e collant
(oltre alle nuove linee di abbigliamento intimo) interamente in
Italia, senza utilizzo di lavoratori all’estero. Nei suoi
stabilimenti esegue l’intero ciclo produttivo, dalla torcitura (la
produzione del filo con cui poi vengono fatte le calze) al
confezionamento, per poi distribuire i prodotti in tutta Europa. Ora
ci sono segnali che anche questo stia cambiando: pare (ma anche su
questo l’azienda si trincera dietro al silenzio) che sia stato
aperto uno stabilimento in Serbia, che dall’inizio dell’anno sta
mandando lavorati in Italia pronti per il confezionamento.
Naturalmente questo provoca preoccupazione fra i lavoratori,
consapevoli che il costo minore della manodopera all’estero
potrebbe avere risvolti occupazionali in Italia, se questa strada
venisse seguita. La preoccupazione, da un punto di vista quasi
paradossale, è acuita dal fatto che il prodotto che arriva dalla
Serbia (dicono le stesse operaie che lo hanno visto) è di buona
qualità: la concorrenza potenziale con i prodotti made in Italy è
quindi reale. È ancora presto per capire quali sono le intenzioni
del gruppo, ma, come fanno notare i sindacati, è meglio chiarire
subito le cose, prima che investimenti consistenti siano deliberati e
il percorso tracciato diventi irreversibile.
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