venerdì 16 marzo 2012

Articolo 18 - Molto Golden poco Lady

22 marzo 2002

Provaci ancora Kim
di Stefano Folli

Le calze Golden Lady sono diventate famose grazie a uno spot con la Basinger. Ma negli stabilimenti le operaie vivono una realtà molto meno patinata

«Golden Lady, I’m lost without you»: chi non ha in testa il jingle, dopo anni di martellante pubblicità in televisione? Proprio la pubblicità ha avuto un ruolo determinante nella costruzione del successo di Golden Lady, primo gruppo industriale in Italia nella produzione di calze e collant e ai vertici del settore in Europa: è la stessa azienda infatti a riconoscere che i massicci investimenti nella comunicazione sono stati un elemento chiave nella grande crescita, a partire dalla fortunata scelta di Kim Basinger come testimonial di una campagna di diversi anni fa. Così Nerino Grassi, fondatore di Golden Lady nel 1967, ha potuto mettere in piedi un colosso industriale, acquisendo man mano anche altri marchi storici di calze italiane, come Sisi e Omsa.
Una comunicazione imponente, dunque, che ha interessato diversi mezzi (tv, stampa, affissioni) e da pochi mesi si è ulteriormente rafforzata con la creazione di punti vendita esclusivi, i Golden Point, che stanno sorgendo nelle vie principali di molte città italiane. La grande attenzione alla comunicazione verso l’esterno non è però accompagnata da quella interna, tra la dirigenza dell’azienda e i circa 3.000 dipendenti che lavorano nei sei stabilimenti del gruppo – Golden Lady a Castiglione delle Stiviere e Solferino (Mn), Sisi a Valdobbiadene (Tv), Omsa a Faenza (Ra), Adrilon a Basciano (Te), Gissy a Gissi (Ch). In questo caso, le carenze comunicative sembrano molto diffuse. Provate a chiedere alle organizzazioni sindacali del settore tessile: impossibile, per i sindacati esterni, partecipare alle riunioni con i vertici aziendali. Ammesse solo le Rsu. E provate a chiedere a queste ultime se il loro ruolo è rispettato: trattative praticamente impossibili, dialogo negato, bisogna accettare quello che i manager decidono. Non è un caso che i sindacati lamentino che i salari negli stabilimenti Golden Lady sono i più bassi rispetto ai concorrenti del «distretto industriale della calza», la zona in provincia di Mantova in cui si concentrano i maggiori produttori di collant (per esempio si trovano qui, oltre da quelli del gruppo di Nerino Grassi, gli stabilimenti Filodoro, San Pellegrino, Levante).
Che la considerazione della Golden Lady per i propri operai non sia proprio quella ideale, lo si può ricavare da due racconti che possono sembrare surreali. Prima scena: rinnovo del contratto a Castiglione delle Stiviere, è il 1999. I dipendenti vanno uno a uno alla scrivania a firmare un accordo che non hanno neanche letto, ma che è stato solo spiegato dal direttore. Seconda scena: primi incontri per la discussione del nuovo contratto a Solferino. La direzione aziendale è seduta intorno al tavolo, i rappresentanti della Rsu sono costretti a restare in piedi. Forse, avranno pensato alla Golden Lady, abbiamo trovato il modo per accelerare trattative che generalmente si protraggono per ore.
A sentire gli operai, del resto, queste riunioni sembrano essere poco più di un ulteriore frammento della comunicazione istituzionale, con i dirigenti impegnati più a illustrare i risultati e le prospettive dell’azienda che ad ascoltare le richieste delle maestranze. Anche, come sta accadendo adesso, di fronte a un contratto scaduto almeno da sei mesi, in alcuni casi addirittura da più di un anno (a gennaio 2001). A Faenza, stabilimento Omsa, dopo avere ascoltato una relazione sull’andamento del mercato e sugli investimenti futuri (pubblicità, impianti, sviluppo dei punti vendita, differenziazione dei prodotti), i dipendenti hanno provato a dire che anche loro sono un patrimonio su cui investire. Si sono sentiti rispondere che dovrebbero ringraziare l’azienda perché li fa ancora lavorare e non dovrebbero pretendere nulla di più. Quanto al contratto scaduto, è già molto se si continua ad applicare quello. Insomma, anche i dipendenti dovrebbero intonare il famoso ritornello della pubblicità («Golden Lady, I’m lost without you») con un atteggiamento nei confronti del padrone a metà tra la gratitudine e la supplica.
Così si è arrivati, per la prima volta, a una manifestazione congiunta in tutti gli stabilimenti del gruppo (complice anche l’agitazione per il rinnovo del contratto nazionale del comparto tessile, certo, ma le relazioni interne hanno pesato in maniera decisiva). La data scelta per le due ore di sciopero è stata significativamente l’8 marzo: la grande maggioranza dei dipendenti è infatti rappresentata da donne, che lamentano anche discriminazioni specifiche. Un esempio è il premio di presenza, previsto nei contratti scaduti, che di certo non agevola lavoratrici che hanno anche responsabilità familiari. E lo sciopero è arrivato questa volta anche nello stabilimento principale, quello di Castiglione delle Stiviere. Era dagli anni Settanta, quando non c’era azienda che non fosse toccata dalle agitazioni, che non succedeva. Nel quartier generale del padrone, negli ultimi anni, è stato difficile far capire agli operai (da notare la presenza di un alto numero di stranieri, tra cui una
consistente comunità vietnamita che abita nelle case di Nerino Grassi) che i sindacati non possono essere considerati un impiccio, come sembrano pensare i dirigenti. Sulla vertenza, l’azienda non rilascia alcun commento.
C’è anche un altro particolare che preoccupa lavoratori e sindacati. Un vanto del gruppo Golden Lady era quello di produrre calze e collant (oltre alle nuove linee di abbigliamento intimo) interamente in Italia, senza utilizzo di lavoratori all’estero. Nei suoi stabilimenti esegue l’intero ciclo produttivo, dalla torcitura (la produzione del filo con cui poi vengono fatte le calze) al confezionamento, per poi distribuire i prodotti in tutta Europa. Ora ci sono segnali che anche questo stia cambiando: pare (ma anche su questo l’azienda si trincera dietro al silenzio) che sia stato aperto uno stabilimento in Serbia, che dall’inizio dell’anno sta mandando lavorati in Italia pronti per il confezionamento. Naturalmente questo provoca preoccupazione fra i lavoratori, consapevoli che il costo minore della manodopera all’estero potrebbe avere risvolti occupazionali in Italia, se questa strada venisse seguita. La preoccupazione, da un punto di vista quasi paradossale, è acuita dal fatto che il prodotto che arriva dalla Serbia (dicono le stesse operaie che lo hanno visto) è di buona qualità: la concorrenza potenziale con i prodotti made in Italy è quindi reale. È ancora presto per capire quali sono le intenzioni del gruppo, ma, come fanno notare i sindacati, è meglio chiarire subito le cose, prima che investimenti consistenti siano deliberati e il percorso tracciato diventi irreversibile.




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