lunedì 12 marzo 2012

Articolo 18 - dieci anni fa

22 marzo 2002








Nel nome del padre, del figlio e della Cgil
di Enrico Deaglio
22 marzo 2002

Articolo 18 da Diario

Un colloquio con Sergio Cofferati: «Gli italiani hanno la sensazione che il governo stia togliendo loro qualcosa»

«Si tende, qualche volta, a dimenticare in fretta. Per esempio, molte persone credono che nel 1994 il governo Berlusconi sia caduto per l’opposizione dei sindacati al progetto di riforma delle pensioni. Ma non andò così: nella notte tra il 30 novembre e il primo dicembre, sindacati e governo concordarono di stralciare dalla legge finanziaria la riforma delle pensioni e quindi venne revocato lo sciopero generale programmato per il giorno dopo, 2 dicembre. Il governo Berlusconi cadde dieci giorni dopo, perché la Lega di Bossi gli tolse l’appoggio. Voglio dire, con questo, che il sindacato firmò un buon accordo, che ha dato i suoi frutti negli anni successivi e che è ancora valido oggi».
Sergio Cofferati da Cremona, 54 anni, detto «il cinese», segretario generale della Cgil (5,5 milioni di iscritti paganti la tessera), alla vigilia della più grande manifestazione sindacale della storia italiana, è la persona più è la persona più tranquilla che si possa immaginare, ma ci tiene a dire che lui, nella sua vita sindacale, alla fine gli accordi li fa. E poi il sindacato li rispetta. Seduto al tavolo del suo ufficio comunica con apparente distacco il bollettino dei trasporti: parlando dei 59 treni speciali prenotati ricorda che per l’ultima giornata del Giubileo 2000 furono quaranta.«Poi naturalmente ci sono i pullman, che stiamo cercando in Austria e in Slovenia;
tutti quelli che verranno in auto o in camper. Poi i pullmini, quelli da dieci posti. E infine la partecipazione della città di Roma, che immagino sarà alta. Sarà una bella giornata, una festa dei diritti. Di quelli conquistati dai nostri padri, di quelli conquistati dalla nostra generazione, di quelli che vogliamo trasmettere ai figli. Sarà una manifestazione molto “europea’’. E, se il governo vorrà calpestare questi diritti, ci sarà uno sciopero generale». Fa una pausa: «Di otto ore. A me piacerebbe che fosse una giornata del silenzio. Tutto fermo, tutto silenzioso».
Sergio Cofferati non è cambiato, le stesse cose le diceva già due mesi fa, quando veniva dipinto come «il signor no», l’Arthur Scargill italiano, il «residuato ideologico», il «sindacalista che cerca la carriera politica», la persona da cui la sinistra moderna farebbe bene a stare alla larga. Curiosamente, in soli due mesi – e stando fermo – mezzo mondo gli è venuto incontro e l’agenda politica del Paese adesso ruota intorno ai temi che la sua iniziativa ha fissato. Come ha fatto?
«Non ci siamo lasciati impressionare e abbiamo ragionato. Ancora prima dell’articolo 18. Io mi ricordo i primi incontri con il governo, quando noi della Cgil ci permettemmo di far presente che le stime di crescita economica presentate da Tremonti ci sembravano inattendibili. Poi venne l’11 settembre e apparve a tutti chiaro che il futuro non sarebbe stato roseo per nessuno. Persino Bush, il presidente della patria del liberismo, si rendeva conto che occorreva attuare misure anticicliche: sostegno alla domanda, interventi statali, tutele per i più deboli. A noi invece venivano a parlare di miracoli in arrivo. Una grande sorpresa poi scoprire che il governo, per la prima volta, non poneva come prioritario il problema del Mezzogiorno e anzi tagliava i finanziamenti agli interventi destinati a incentivare sviluppo, formazione, sicurezza, piani territoriali. Che sulla scuola si voleva regredire, mortificando e immiserendo la scuola pubblica nei confronti di quella privata. Che sul fisco la proposta di due sole aliquote non ha precedenti in nessuna parte del mondo e favorisce soltanto chi ha redditi che superano gli ottanta milioni l’anno; i redditi inferiori ci perdono. Che sulle pensioni, l’idea di sgravare le imprese dalla contribuzione sarà anche bella, ma svuota le casse dell’Inps, con il risultato che poi le prestazioni ai pensionati saranno ridotte».
Poi è arrivato l’articolo 18. Sergio Cofferati spiega: «Io ho una certa esperienza in questo campo, perché ho fatto per molti anni il sindacalista: francamente non ho mai visto un virtuoso processo che arrivi a un aumento dell’occupazione passando dai licenziamenti. Piuttosto ho sempre visto che chi vuole dare mano libera ai licenziamenti, vuole semplicemente licenziare. Già ora ci sono, scritti nei contratti, molte occasioni per gli imprenditori per procedere ai licenziamenti, individuali e collettivi. In questo caso il governo vuole aggiungere un’altra possibilità e dire che per legge si può licenziare chiunque senza dare spiegazioni. Io ti licenzio e non sono tenuto a dirti il perché. Certo, si dice che i ricorsi alla magistratura per il reintegro sono pochi, ma questo è un bene. Significa che l’articolo 18 è un deterrente».
«Io giro molto e incontro molte persone. Quando spiego di che cosa si sta parlando quando si parla di articolo 18, le persone capiscono. Ora leggo che il governo dice che noi della Cgil diciamo solo bugie e che loro faranno un’offensiva mediatica per spiegare che noi difendiamo i padri contro i figli. Non so come potranno essere convincenti, perché quando io spiego che la Cgil difende i diritti che i figli hanno avuto per le conquiste dei loro padri, mi capiscono. Mi auguro per loro che siano convincenti. Finora, pur avendo sei televisioni e un sacco di altri mezzi, non lo sono stati».
Dieci mesi fa l’Italia votava Berlusconi che non aveva fatto mistero di voler dare una bella botta al «sindacato dei comunisti», il cui mondo sembrava ridotto a una platea di pensionati, sommersi da una marea montante di individui legati allo Stato dalla sola partita Iva, pronti a scatenare la passione imprenditoriale per cui Dio onnipotente li aveva creati. Berlusconi aveva offerto molto: un po’ al popolo, con l’aumento delle pensioni minime a un milione, ma soprattutto alla Confindustria alla quale aveva garantito, per farla breve, che avrebbe pagato meno i salari, meno i contributi previdenziali, e meno tasse. Ho chiesto a Cofferati dove è andata a finire quella spinta, quella voglia di cambiamento, di libertà?
«È andata a finire che erano, per molta parte, delle promesse elettorali e basta. E poi è andata a finire che sempre più persone si accorgono che un mondo senza regole non è un mondo più libero: può diventare un mondo di persone più deboli e più sole. Quello che mi sembra di capire, parlando con molta gente in questi mesi, è che una sensazione diffusa sia diventata quella di un governo che non ti sta dando qualcosa, ma ti sta togliendo qualcosa. Che sta aggredendo i tuoi diritti. Ti dicono che vogliono andare verso una maggiore occupazione e intanto permettono di licenziarti più facilmente. Poi ti dicono che sarà più facile licenziare al sud che al nord. Poi ti dicono che vorrebbero di nuovo delle gabbie salariali, dopo aver messo delle gabbie di diritti. Io mi chiedo: come è possibile, che in un’Europa dei diritti, già sancita a Nizza, sia possibile in Italia avere due diversi regimi di licenziamento? E quando vado nel Mezzogiorno, trovo che mi fanno la stessa domanda». (Domanda: come trova il Mezzogiorno riguardo all’articolo 18? Risposta: Abbastanza furibondo).
Riflessione di un sindacalista che per anni ha firmato accordi con la Confindustria: «Io penso che l’attuale dirigenza di Confindustria sia la plastica dimostrazione delle difficoltà di molti industriali, con cui il governo ha scelto di legarsi, di affrontare l’Europa. Non la volevano, preferivano la svalutazione. Non la voleva, e non la vuole nemmeno ora, il governatore della Banca centrale. Non vogliono confrontarsi con la qualità, con la ricerca, preferiscono un costo del lavoro basso, la diminuzione delle tutele. Non vogliono l’allargamento dell’Europa ad est, perchè preferiscono un Est privo di diritti come destinazione delle loro merci. Posso dire? Non è una gran bella Confindustria, quella attuale».
Quando questo numero di Diario sarà in edicola, verso Roma, per la manifestazione indetta dalla Cgil saranno già in viaggio moltissime persone. Una piccola migrazione interna in tempi di pace, mentre grandi migrazioni di popoli si affacciano ai nostri confini. «Un’altra cosa che non capisco», dice Cofferati. «Ogni industriale sa che se vogliamo crescere economicamente, abbiamo bisogno di manodopera immigrata, perché con le nostre forze locali non ce la facciamo. Io trovo strano che ci siano industriali, nel Nordest ma non solo, che la mattina vanno all’ufficio di collocamento per cercare senegalesi o ghanesi e la sera manifestano contro l’immigrazione. Troverei molto più sensato mettersi intorno a un tavolo e tracciare progetti per un’immigrazione controllata, con diritti, con il diritto alla casa, alla formazione, al voto, per andare nel miglior modo possibile verso quella Italia multietnica alla quale necessariamente arriveremo».
Alla fine di questo colloquio, ho chiesto a Sergio Cofferati quale sarà il suo futuro. La domanda è naturalmente quella che gli pongono tutti, la risposta, studiata, è ironica: «Io sono un vasetto di yogurt, su cui è scritta la data di scadenza. La mia dice 29 giugno 2002, giorno in cui scade il mio mandato alla segreteria della Cgil».
Ho osservato che i temi della manifestazione del 23 marzo – non solo articolo 18, ma scuola pubblica, pensioni, fisco, mercato del lavoro, Europa – formano una specie di piattaforma politica per l’opposizione al governo Berlusconi e ha concordato. «Effettivamente è vero. La Cgil si muove da un punto di vista strettamente sindacale e il suo mestiere è quello di firmare accordi che tutelino e facciano avanzare i suoi iscritti, ma è vero che tutti questi temi sono politici. In tutto quello che osservo in questi mesi – i nuovi movimenti di cittadini, per esempio – vedo la richiesta di una rappresentanza politica, vedo e sento domande: mi auguro naturalmente che si trovino orecchie disposte ad ascoltarle. La mia impressione è che tutto questo livello di discussione, di dibattito, dimostri quanto l’Italia sia un paese molto vivo, molto reattivo, molto curioso. Noi italiani siamo abituati a chiedere molto e a me sembra che il clima di queste ultime settimane sia molto buono: in pratica tutti gli italiani stanno discutendo, stanno facendo i conti, parlano di pensioni e di salari. A me sembra molto importante che moltissime persone pensino ai loro diritti, a quelli che hanno conquistato e che non vogliano assolutamente perdere. Questo riguarda il posto di lavoro, la previdenza, l’assistenza sanitaria, ma si spinge oltre: a che cosa sarà l’Europa».
Ho chiesto: ha una intima soddisfazione per essere l’artefice della più grande manifestazione popolare che si sta preparando in Italia? Sergio Cofferati non ha risposto direttamente, ma ha ricordato che l’inizio di questa storia – il famoso articolo 18 – veniva definito «una questione marginale». Accusato di essere «ideologico», Cofferati pensa che «molto ideologici» siano i suoi interlocutori governativi. «Si definiscono molto moderni, ma non lo sono. Il loro è un programma antico, che non ha mai funzionato».
Alla fine Cofferati si distende sulla sedia: «In realtà, io penso che un grande sindacato confederale, solido, responsabile, faccia del bene a tutti. Dividere è una sciocchezza. Pensare di avere vita più facile con interlocutori divisi è un’altra sciocchezza. Porta alla solitudine, alla pena».
Dove vanno gli yogurt quando scadono?

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