mercoledì 17 marzo 2010

L'oscuramento




Le lunghe ali del regime stanno oscurando, poco per volta, tutti gli spazi dove poter esercitare la libertà di parola. Accade così che, in piena campagna elettorale, l’informazione politica venga relegata solo negli spazi istituzionali (dell’emittente pubblica, ovvio) vale a dire i telegiornali, dove il controllo dei partiti, di quelli di maggioranza segnatamente, può esercitarsi con relativa facilità.
Grazie al divario digitale, ancora esistente, la censura potrà avere successo e buona parte di connazionali dispone già ora di notizie approssimative, superficiali e magari confezionate appositamente per le circostanze.
Peccato per gli apprendisti del Grande Fratello, quello orwelliano, che la Rete non sia controllabile, peccato perché lo sputtanamento è dietro l’angolo. Sempre. Peccato, però, che di questa opportunità non possa (o non voglia) giovarsene la Rai, o almeno quei settori che garantiscono un pensiero diverso. Peccato, perché a rovistare negli archivi, tra filmati e carta stampata, si riuscirebbe a trovare molto materiale interessante per la diffusione anche ad uso e consumo di quella maggioranza silenziosa, oscillante tra “Franza o Spagna purchè se magna”.
Provo a fornirne un esempio illuminante con questo post multiplo. Soltanto le date aiutano a distinguere e orientarsi, altrimenti gli articoli sembrerebbero essere di questo periodo. Anzi, in talune circostanze diventano quasi profetici. La forza delle immagini, poi.
Già il Bossi, nella breve clip audio-video, rappresenta una degna introduzione. Era il tempo in cui la Lega dava anche del mafioso al papi, senza preoccuparsi dell’opportunità politica. “La Padania” attaccava con virulenza l’attuale capo del Governo e Spatuzza era sconosciuto. Chi accusa “il Fatto Quotidiano” oggi di essere un megafono delle Procure (una bestialità che solo un Cicchitto con cappuccio d’ordinanza può partorire), evidentemente non ricorda il contenuto degli articoli che, nel 1998, giorno dopo giorno, l’organo leghista proponeva. Poi è sopraggiunta la normalizzazione, a tal punto perfezionata che, di quegli articoli, non esiste più traccia negli archivi. Apparentemente. Basta saper cercare.
Dunque torniamo indietro con gli anni, al 1994. Il disastro stava cominciando. Il papi era sceso in campo da un paio di mesi, aveva vinto le elezioni e non si era perso tempo a far prigionieri. Facilissimo con dirigenti Rai genuflessi da mesi che avevano subito intercettato il nuovo vento che spirava e si erano adeguati. A tal punto da anticipare i desideri del sovrano. È interessante notare come, nell’episodio raccontato da Concita De Gregorio, il papi neppure intervenne.
Un salto temporale di otto anni e nel 2002 accadde un episodio gravissimo e paradossale: il papi si autocensurò. Di stranezze dette e fatte quest’omino ci ha sommerso, ma l’autocensura costituì un capitolo nuovo e assolutamente inaspettato. Neppure il mai troppo rimpianto “settimanale di resistenza umana” Cuore avrebbe potuto confezionarci uno di quei titoli superlativi.
La realtà surclassa la satira e quando questo avviene significa che il regime si sta ormai infilando in ogni interstizio. Ci sarebbe stato già da allarmarsi, da reagire e invece…
Il commento di Curzio Maltese è eccellente, ma ugualmente interessanti sono i filmati che riproducono quel Blob così discusso, anzi censurato.
Peccato che si sia la Rete. Ancora.





LA RAI CENSURA BLOB. ”ATTACCA BERLUSCONI”.
 
ROMA- Pesante censura, sospensione - come a scuola - di Marco Giusti e Enrico Ghezzi, i soliti indisciplinati della rete Tre, i soliti provocatori di Blob che spesso esagerano e questa volta, allarga le braccia il direttore generale della Rai, hanno passato il limite e se la sono presa, accidenti, con Silvio Berlusconi. È per colpa di uno di quei montaggi audio-video che già fecero imbestialire il cronista all'epoca craxiano Onofrio Pirrotta ("ma che bella faccia di cazzo", commentava su un suo primo piano la voce di Gassman) e che nella versione Berlusconi fa quest'effetto: faccia di Berlusconi, voce fuori campo che in romanesco dice “Ah cencio, vedi d' annà affanculo...” . Per Pirrotta nessuno si mosse, per Berlusconi Locatelli ha aperto un'istruttoria durata due mesi.
Ghezzi e Giusti gli hanno spiegato che l'audio era uno spezzone dell' “Intervista'”di Fellini, è intervenuto a difenderli il direttore di rete Angelo Guglielmi, c'è stato ed è agli atti un carteggio ampio, polifonico, a tratti surreale. Argomenta in una delle lettere Locatelli: "Quel 'cencio' , per come è pronunciato e per il fatto di essere parola di due sillabe, si presta ad essere confuso con 'Silvio' ". Infine la decisione: sospesi dal lavoro per dieci giorni, con lettera firmata dal direttore generale e già protocollata. Ci sarà un ricorso dei puniti, ma intanto il segnale è forte e chiaro.
Attenti, composti, il direttore vigila e vi guarda. Non è tempo di scherzare. Più veloce della luce la Rai cambia - ha cambiato rotta. Prima ancora che "gli osservatori" inebetiti da anni di vicende fanfan-forlaniane capiscano e classifichino quel che succede in viale Mazzini ecco che già i professori sono come per incanto e per vitale istinto in sintonia, in cordiale accordo, in ottima intesa con il governo prossimo venturo. Complice a volte l'amicizia personale (di Locatelli con Berlusconi, di Demattè con Bossi) la tenaglia degli accordi si stringe, la nuova maggioranza di destra diventa interlocutore possibile. La Rai - per ora - resta. Con la benedizione di Carlo Scognamiglio, ex bocconiano che l'ex rettore della Bocconi Demattè può chiamare Carlino, e con il provvisorio assenso di Irene Pivetti la settimana Rai si chiude in scioltezza, e forse persino in allegria.
Claudio Demattè torna come ogni venerdì pomeriggio a Milano dopo aver incontrato i nuovi presidenti delle Camere. Gli uffici stampa li definiscono "incontri lunghi e molto cordiali". Non due parole freddine e formali, insomma. Scognamiglio gli ha assicurato (e ha poi ripetuto ai giornalisti) che questo consiglio Rai durerà fino alla riforma della legge sulla tv, "prima si cambia la legge poi si fa il nuovo consiglio", dunque sei mesi, anche un anno di quiete. La Pivetti non ha chiesto ancora le "dimissioni immediate" che pretendeva poche ore prima di essere eletta presidente della Camera, ed è già molto. In più si è mostrata molto interessata alla questione dei conti. Ottimi, riconoscono ora persino i dirigenti dell'Adrai spodestati dal nuovo cda: conti eccellenti, il risanamento funziona. "Sul piano economico la gestione Demattè è inattaccabile", ripete e accredita a ogni pie' sospinto l' ufficio stampa Rai, ed è questa la chiave della nuova linea.
Sul piano economico la Rai è inattaccabile, e sul piano politico? Lì bisognerà dare qualche bacchettata, qualche energica dimostrazione di un nuovo rigore. Eccessi di sinistrismo? Correggeremo. Con garbo, senza che si possa dire che c' è persecuzione o censura. Il caso Ghezzi-Giusti è esemplare anche perché sembra un intervento '”politico” e forse per il consiglio è bene che lo sembri, ma in effetti non lo è, è una vicenda nata due mesi fa quando le elezioni erano ancora lontane, sarebbe probabilmente morto come una faccenda di attacchi incrociati aziendali se non servisse, ora, usarlo come spot della ritrovata severità. "Non si poteva fare diversamente", dice un dirigente che ha avuto la pratica sul tavolo: "Del resto Blob era già stato richiamato molte volte, in tempi recentissimi per violazione delle regole è costato all'azienda due multe del Garante per l'editoria, una da 30 e una da 90 milioni".
Per la cronaca: il Blob censurato è del 10 febbraio, prima dei quaranta giorni di silenzio preelettorale imposti dalla legge. All'epoca Ghezzi era a Berlino, al Festival. Due buoni motivi (il momento precoce e l'assenza dell'inventore del programma) per considerare l'episodio peccato veniale, e archiviare. Non risulta, tra l'altro, che Berlusconi abbia protestato. Non c' è stato ricorso, insomma, la pratica è nata d'ufficio e d'ufficio poteva morire. Invece fra equivoci e scambi di lettere l'istruttoria va avanti e, guarda un po' , vien fuori ora: ora che il prossimo governo deve decidere che fare della Rai, se rinnovare o no il decreto che finanzia il risanamento e intanto copre il buco, se e come cambiare la legge sulle tv, se vendere regionalizzare trasformare in pay tv o cedere uno due, tutti i canali. Per i “professori” l'operazione di riallineamento a destra è concentrica e complessa, e non è detto che tutti la condividano.
Elvira Sellerio, per esempio, tentenna. Il piano funziona così. Primo pilastro sono i conti, il piano triennale "che porterà all'attivo nel '96", giurano in azienda, e sul quale nemmeno Ombretta Fumagalli Carulli, probabile ministro delle Poste, ha più niente da dire. La seconda colonna sono le garanzie politiche: trovare l'intesa con Lega e Forza Italia, che tanto Fini e Storace parlano ma i consiglieri della Rai sanno che è un gioco delle parti, i missini vanno avanti a urlare, gli alleati restano un passo indietro a tessere la tela. Poi i rapporti interni: con il sindacato dissidente dei Cento, quelli che contestavano l'Usigrai del "comunista Giulietti", e che Locatelli e Demattè prima ignoravano, oggi ricevono e ascoltano. Con i dirigenti già socialisti e democristiani emarginati agli esordi del nuovo corso e ora accomunati ai professori bonificatori dal comune pericolo di essere bonificati.
Infine qualche dettaglio e qualche segnale. Le bacchettate alla satira troppo a sinistra, il blocco dei contratti con i giornalisti “esterni” - quelli come Riotta, Deaglio, Vigorelli, Bonacina, forse anche Barbato - che ha già messo in moto qualche polemica "assenza per malattia" e che comunque significa divieto oggi e per sempre: divieto per chi ha beneficiato finora e per chi potrebbe beneficiare domani. E mentre riemergono dal passato i nomi di Sodano, Vespa, Selva, candidati via via a dirigere tutta la Rai una rete o un tg, si riaffaccia a dar pagelle anche Pasquarelli ex direttore di fede forlaniana che ha scritto un libro - "Rai, addio" - dove fra l'altro si scusa con Gianfranco Funari per non averlo riassunto, lo riconosce geniale e dice "oggi, se potessi, lo riprenderei subito in Rai". Corsi e ricorsi. Pirrotta, vittima socialista di Blob, si può trovare a RaiTre, rubriche culturali. Giusti e Ghezzi fanno intuire che, se la cosa non si risolvesse con tante scuse, potrebbero anche lasciare Blob e andarsene. Nessuno sa immaginare dove.
CONCITA DE GREGORIO

(23 aprile 1994)

 






Saccà blocca il Berlusconi-blob. Rutelli: censura gravissima
ROMA- Già lunedì notte, Agostino Saccà si era fatto sentire con Paolo Ruffini, direttore di RaiTre. Il secondo Blob consecutivo, tutto dedicato ai tic di Berlusconi, non era piaciuto al direttore generale della Rai, che martedì ha fatto anche di più. Con una lettera, ha bloccato il terzo Blob berlusconiano. Dice Ruffini: «Eseguo l'ordine di fermare la puntata, ma senza condividerlo. Saccà controlla la coerenza tra i programmi e la linea editoriale che il consiglio fissa per la Rai. Così dice la legge. Ma gli ho fatto presente, da subito, che mancavano i presupposti per un atto simile». Un atto di «inaudita gravità» commenta il leader della Margherita Rutelli, che traccia un bilancio «desolante» del vertice della Rai. «Tra errori gestionali e censure politiche, questo consiglio sta trascinando la tv di Stato nella crisi più grave da almeno 10 anni». Quindi Rutelli si appella ai presidenti di Camera e Senato e ai capi stessi del Polo: «Chi ha a cuore il futuro della Rai ora deve intervenire».
La tentazione ci sarebbe. Ampi settori del Polo cominciano a dubitare delle capacità di questo vertice. Proprio il clima di sfiducia, secondo Gentiloni della Margherita, spiega molte cose: «La censura che Saccà infligge a Blob è un indizio di debolezza. Gli attuali capi della Rai sono al capolinea e mostrano i muscoli, in un disperato istinto di sopravvivenza». Il problema è che troppi programmi cominciano a subire il «furore» dell'attacco polista, confuso e dunque «più pericoloso». Giulietti e Falomi dei Ds stilano l' elenco dei "caduti": «Prima Luttazzi, poi Biagi e Santoro, ora anche Blob». «Di tutto questo», annunciano i verdi Pecoraro Scanio e Paolo Cento, «il vertice della televisione di Stato dovrà riferire in Parlamento, davanti alla commissione di Vigilanza». Da Franco Giordano di Rifondazione arriva la solidarietà agli autori del programma, mentre Natale, segretario del principale sindacato dei giornalisti Rai, parla di «colpo all'originalità del palinsesto». Siamo alla «censura», secondo il consigliere Rai Donzelli».
«Censura», dice Agostino Saccà, «è una parola che non accetto. In una sola settimana RaiTre avrebbe messo in onda 40 minuti di satira a bersaglio unico: Berlusconi. Davvero troppo: questi attacchi, invece di colpire il premier, l'avrebbe avvantaggiato facendone una vittima. Mi accusano di vietare la satira? È un genere importante, certo. Chi governa, poi, deve pagare lo scotto della popolarità ed è più esposto. Ma la satira andrebbe fatta su tutto e tutti, non a senso unico». Il forzista Barelli ricorda che Blob aveva in calendario addirittura sei puntate contro il Cavaliere, «un’offesa alla maggioranza degli italiani che ha votato la Casa delle libertà. Non è stata fermata una trasmissione libera, ma un putricidio che offendeva il Paese».
ALDO FONTANAROSA
(10 ottobre 2002)  

 
 


 
La censura della Rai si abbatte anche su Blob
 
GLI ammiratori del Blob notturno dedicato a Silvio Berlusconi si domandavano da giorni non se ma quando sarebbe arrivata l'inevitabile censura al programma, sia pure di nicchia (alle 23,30 su RaiTre), da parte dei vertici berluscones della Rai. La risposta e la censura sono arrivate puntuali, alla vigilia della terza puntata, prevista per lunedì e mai andata in onda. In un breve e davvero satirico comunicato, il direttore generale di viale Mazzini, Agostino Saccà, ordina la sospensione del programma in quanto «satira di parte», senza par condicio.
Alla censura di ogni voce critica o soltanto indipendente nella Rai di Berlusconi siamo ormai abituati, dopo la soppressione di Enzo Biagi e Michele Santoro. Ma l'idea che Berlusconi, attraverso il fido Saccà, censuri addirittura se stesso è nuova. È curioso e significativo che lo stesso direttore generale della Rai consideri «satira», per offensiva oltre ogni limite, la semplice messa in fila di frasi celebri del presidente del Consiglio. L'operazione più eversiva dei due primi (e ultimi) Blob-Silvio è stata infatti la riproposizione integrale, senza tagli o commenti, del famoso «Contratto con gli italiani» firmato negli studi di Bruno Vespa. L'effetto era esilarante. Come fu esilarante, mesi fa la replica, durante il defunto Sciuscià di Santoro, di un'invettiva di Umberto Bossi contro il «mafioso di Arcore». E come sarebbe divertente, «satirico», riproporre il celeberrimo messaggio berlusconiano della «discesa in campo», grondante gratitudine e ammirazione per i magistrati di Mani Pulite che avevano liberato il Paese da una «classe dirigente corrotta e mediocre». Magari affiancato all'elogio della prima repubblica recitato dallo stesso premier in occasione dell'omaggio al cassiere socialista Moroni.
Sono operazioni che Blob fa spesso e, al contrario di quanto sostiene Saccà, «a 360 gradi». Pochi giorni prima aveva trasmesso, sempre senza commenti o accostamenti maliziosi, la visione di Massimo D'Alema sull'Ulivo. Quella del '96, s'intende. Poi ognuno trae le conclusioni che crede. Nell'Italia dei berluscones non soltanto è sgradita e bandita dagli spazi pubblici ogni forma di satira e di critica al governo, ma è censurato anche il semplice uso della memoria. Come nei veri regimi, che considerano la memoria collettiva il peggior nemico. Stalin faceva ritoccare le fotografie. Qui si limitano a oscurare l'archivio delle immagini. Il Berlusconi del 2002 può sopravvivere soltanto oscurando per sempre il Berlusconi del '94 e perfino del 2001. Il Bossi del 2002 interviene sulla sua rete per proibire la rievocazione del Bossi del '98.
Va da sé che nessuno, nella Rai di questi anni, ha mai osato riproporre un filmato di Fini in pellegrinaggio a Predappio, anche se parliamo degli anni Novanta e non del primo dopoguerra. In tempi più recenti, un giornalista Rai cui venisse in mente di mettere in fila un anno di dichiarazioni e previsioni dell'infallibile ministro Tremonti, verrebbe licenziato alla velocità della luce. Nell'Italia di oggi, l'esercizio della memoria è l'atto più sovversivo che si possa compiere. Questa censura infatti verrà dimenticata in fretta, come le precedenti. L'Italia considera sempre più «normale» chiudere un programma per ordine del premier e padrone dell'etere, si tratti di Luttazzi, Biagi, Santoro o Blob. In fondo, considera «normale» anche nominare senatore a vita Mike Bongiorno, nel giorno in cui il Nobel premia un altro scienziato costretto a scappare all'estero. Segno che oltre la discussa «fuga dei cervelli», siamo in presenza di una generalizzata fuga dal cervello.
Rutelli ieri ha protestato con forza, ma la reazione dell'opposizione è stata finora frenata dalla convinzione che in fondo «questi temi non interessano alla gente». È certo che invece il controllo dei media interessa sempre molto a Berlusconi, che oggi come nel '94 ne ha fatto, insieme alla giustizia, l'unica vera direttiva di governo. Grazie alle televisioni ha vinto, grazie alle televisioni pensa di continuare a governare, nonostante il disastro economico e la pessima qualità della nuova classe dirigente.
Il berlusconismo muove del resto dall'idea che, per dirla con l'Hobsbawn del "Secolo Breve", «è chiaro a tutti che alla fine del secolo i media sono una componente della vita pubblica più importante dei partiti e dei sistemi elettorali». Oddio, magari non a tutti. Per esempio non è chiaro all'opposizione italiana. E neppure ai tanti commentatori e sociologi che si domandano come mai la perdita di consenso della destra non si traduca in crescita di consenso per l'Ulivo, escogitando raffinate teorie. Senza mai prendere in considerazione il dato concreto e banale che negli ultimi due anni lo spazio dell'opposizione, sui media nazionali, tv e giornali, si è ridotto alla metà. Se Hobsbawn (e Berlusconi) hanno ragione, oggi un moderno regime non ha bisogno di chiudere con la forza le sezioni dei partiti. Per mantenere il potere basta chiudere gli spazi critici dei media. In Italia, siamo a buon punto.
CURZIO MALTESE
(10 ottobre 2002)    
 
 

 


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