giovedì 4 agosto 2011

La manovra criminale

FOGLIETTONE

di Alessandro Robecchi



VOI SIETE QUI


Una manovra con stile


Chiamiamo le cose con il loro nome: la manovra economica varata dal governo è senza ombra di dubbio una manovra di classe. E che classe, gente! Chissà se gli onorevoli indagati, tipo quel simpatico Milanese, si sono presentati a votare la manovra con al polso cinque o sei orologi da migliaia di euro. Ci vuole una certa classe per fare come quel Papa che qualcuno vorrebbe arrestare: qualche macchinone chiuso in garage, la Jaguar regalata all'amica, la fuoriserie lucida per correre a votare i tagli agli asili nido. Classe, gente, non c'è altra parola! E don Silvio, allora? Chiuso nel suo silenzio operoso potrà gioire del fatto che l'Italia non è la Grecia grazie soprattutto ai ticket sanitari e alla bastonatura dei bassi redditi. E, con una certa classe, potrà sorvolare il paese sui due nuovi superelicotteri da cinquanta milioncini della Presidenza del consiglio. Cadauno. O, se preferite, cadano tutti e due!, che sarebbe comprensibile preghiera. Ci vuole una certa classe per tagliare le agevolazioni fiscali alle famiglie più povere in misura doppia che a quelle più ricche. È commovente sapere che gente che vive di consulenze milionarie, che spende un miliardo di euro all'anno per andare a casa con l'autista, trovi il tempo per far pagare ai cittadini la visita al pronto soccorso. La classe non è acqua. E del resto è giusto che l'esempio venga dall'alto, che la classe dirigente e le massime autorità del governo mostrino sensibilità, moderazione nei costumi, propensione al risparmio. Tipo vivere gratis a casa di un amico come ha fatto il ministro dell'economia. Fatelo anche voi e non avrete gli aggravi previsti per i mutui. Ci vuole polso fermo per guidare un paese, ma anche un po' di stile non guasta, la forma è importante. Chissà come apprezzano gli otto milioni di italiani poveri. Diranno ammirati: però, che manovra di classe!

(17 luglio 2011)




 



EDITORIALE

di Guido Viale


SE A VOTARE SONO I MERCATI



«A votare sono stati i mercati». Credo di aver letto per la prima volta questa espressione, o qualcosa di simile, sul quotidiano La Repubblica nella prima metà degli anni '90. Meno di un anno dopo il fallimento della banca d'affari Barings - una delle più antiche e "rispettabili" del Regno Unito - aveva aperto uno squarcio sul mistero dei mercati che «votano». Lì per lì la colpa era stata data a un giovane e intraprendente impiegato della filiale di Singapore che, all'insaputa dei suoi dirigenti, aveva perso l'equivalente di un miliardo di euro operando allo scoperto sulla borsa di Tokyo. Poi, poco a poco, si era venuto a sapere che di quei "giochi" era al corrente tutto lo staff dirigente della banca. E quelli di molte altre banche, che facevano esattamente la stessa cosa, su altri titoli o su altre piazze.

Già allora c'erano dunque tutti gli elementi per capire alcune cose: primo, che quelle operazioni, e altre consimili, si dovevano impedire; ma nessuna delle maggioranze al governo dei principali paesi dell'Occidente lo volle fare. E nessuna delle forze di opposizione - politica, o sociale, o associativa, o culturale - ne aveva fatto, né ne avrebbe fatto in seguito, la sua bandiera.

Eppure - secondo punto - la questione era della massima importanza; perché se a votare sono «i mercati» (e che mercati!), è chiaro che il voto dei cittadini non conta più; e alla democrazia si sostituisce la dittatura della finanza.

Oggi siamo a una resa dei conti. La finanza globale, con il suo «voto», controlla ormai il mondo intero. Ma non controlla se stessa. Quello che succede non è il risultato di un lucido piano concordato a tavolino, ma l'effetto di un meccanismo cieco che si chiama accumulazione del capitale. L'accumulazione del capitale non ha paura delle crisi, anche di quelle che provocano gigantesche distruzioni di ricchezza, comprese le guerre. E infatti, le conseguenze delle misure prese per fare fronte alla crisi finanziaria sono l'equivalente di un bombardamento sulla popolazione, sui posti di lavoro, sui redditi, sulle strutture produttive, sulla residua integrità del territorio di un paese. L'importante è che dopo la crisi o la distruzione si ricominci; perché è il meccanismo, e non il risultato, quello che va salvato.

Questo è il modo in cui procede la "crescita"; invocarla per porre rimedio all'impasse attuale vuol dire sostenere una continua riproposizione di quel meccanismo.

La crisi attuale ci insegna dunque che la politica italiana - come quella di molti altri paesi europei - si fa in sede Ue; e che a farla è il «voto» dei mercati, cioè il capitale finanziario. Poi, che il voto dei cittadini non conta niente; i referendum hanno detto chiaramente che i cittadini italiani non vogliono le privatizzazioni: né dell'acqua né dei servizi pubblici locali; mentre la manovra appena approvata si regge su privatizzazioni destinate ad azzerare per sempre qualsiasi forma di federalismo (alla faccia della Lega), mettendo i servizi pubblici in mano alla finanza e relegando i sindaci al compito di gestire l'anagrafe e dare la caccia agli extracomunitari.

Ma non esistono neanche più i partiti. Quando sono in gioco questioni cruciali, la cosiddetta opposizione si rivela per quello che è: un mero puntello del Governo. Perché per loro, alle scelte del Governo - che non sono una «politica», essendo l'esatto contrario di quello che il Governo era andato sostenendo e promettendo fino a tre giorni fa - come alle scelte dell'Unione Europea - quali che siano; perché nessuno sa quali saranno - cioè ai diktat della finanza internazionale non c'è alternativa.

Nessuno prova più a proporre qualcosa, se non invocare generiche misure per la «crescita»; senza neanche più elencarle - tranne minuzie come l'abolizione degli Ordini professionali o quella delle Province, senza spiegare con che cosa sostituirle - perché ogni proposta potrebbe venir vanificata, da un giorno all'altro, da un nuovo sobbalzo dei mercati finanziari. Così Berlusconi e il suo Governo, tenuto in sella dai nuovi «responsabili», che si guardano bene dal chiamare alla mobilitazione contro queste misure - e se ne vantano - possono perpetuare le loro truffe e i loro imbrogli (da Bertolaso a Milanese, passando per Bisignani e compagnia - senza nemmeno intaccare il costo stratosferico dei propri e degli altrui parlamentari. Per non parlare di una vera patrimoniale: quella che Tremonti ha fatto per anni, al contrario, con i condoni e gli scudi fiscali.

La Grecia, come Stato, è già fallita; ormai lo riconoscono tutti. Non ha né avrà mai più la possibilità di fare fronte ai suoi debiti. Ma prima di dichiararla tale si vuole raschiare il barile fino al fondo: succhiare tutto quello che si può ancora estrarre dai redditi dei suoi cittadini e impadronirsi di tutti i servizi pubblici e i beni comuni di cui è ancora in possesso. Quello che l'Ue deve decidere è che cosa caricare sui redditi dei contribuenti, soprattutto tedeschi, ma non solo: se i costi dell'insolvenza della Grecia, per salvare le banche cariche di bond greci, oppure l'insolvenza delle banche che hanno quei bond. Ma il problema potrebbe ripresentarsi altrove; perché nel bel mezzo di questo dilemma il «contagio» si è trasmesso ad altri paesi già in bilico; e fermarlo adesso è molto più difficile e costoso: naturalmente per chi dovrà farsene carico, cioè i lavoratori e i disoccupati europei. Per di più in un contesto assai turbolento. Anche gli Stati Uniti sono sull'orlo del default. E neanche il governo cinese, loro principale creditore, se la passa più tanto bene; e potrebbe cominciare a presentargli il conto. Insomma, tutto lascia credere - ma ben pochi lo dicono, perché il problema è per ora quello di passare all'incasso di quanto si è già estorto - che questa manovra mostruosa non metterà affatto «al sicuro» i conti dello Stato italiano, come non erano «al sicuro» quando Tremonti ce lo assicurava una settimana, un mese, un anno o dieci anni fa. E che è sempre più probabile che il punto di approdo di questa deriva sia comunque il default; in un contesto internazionale in cui non saremmo certo i soli. Allora tanto vale arrivarci subito.

Sicuramente la minaccia di farlo potrebbe costringere l'Unione Europea a cambiare rotta, almeno per un po': assumendo o garantendo il debito di tutti i paesi membri e dando loro un po' di respiro. Ma per fare che? Il problema vero non è il debito, ma un meccanismo di «crescita» bloccato; che non riprenderà certo se banche e Stati europei avranno la possibilità di mettere sul mercato qualche decina di miliardi in più. Perché quei mercati sono in gran parte saturi e quelle produzioni e quegli investimenti non fanno «sviluppo» né occupazione, ma solo danni e violenza.

Valga per tutti il Tav Torino-Lione, che ormai si configura come niente altro che una truffa all'Unione Europea: tutti sanno che non verrà mai portato a termine; ma potrebbe tenere in vita per qualche anno i costruttori a cui il Sindaco di Torino e il Presidente del Piemonte hanno legato le loro fortune: a spese della popolazione della valle, che è un esempio vivente di democrazia partecipata; e dell'intero popolo italiano, ingannato (ma fino a quando?) con la favola della «modernizzazione» delle infrastrutture. Ma sono forse diversi il piano «Fabbrica Italia» di Marchionne, o il programma di incenerimento dei rifiuti in tutta Italia (proprio mentre si dimostra che la raccolta differenziata può arrivare all'80 per cento; e la riduzione fare anche di più), o i progetti edilizi sull'area dell'Expò milanese?

Certo, le cose giuste da fare non mancherebbero: dalla conversione energetica (efficienza e fonti rinnovabili) a quella agricola e alimentare; dalla mobilità sostenibile di persone e merci alla salvaguardia del territorio; dal potenziamento della ricerca - mirata ai temi della conversione ecologica - e dell'istruzione, di base e permanente, al potenziamento dei servizi pubblici locali come volano di un'economia centrata sui territori (cioè con rapporti più diretti tra produzione e mercati locali, in modo da sottrarsi - senza impossibili protezionismi - alla morsa di una concorrenza globale che distrugge le economie locali, crea disoccupazione e impone condizioni di lavoro inaccettabili); da una riforma della Pubblica amministrazione che metta in mano a chi ci lavora e chi la utilizza il compito di individuare le sacche di inefficienza e nuovi modi per assolvere ai propri compiti (l'opposto di quello che fa Brunetta, con i risultati che tutti vedono) a un reddito garantito che metta tutti in grado di trovare il modo di valorizzare al meglio le proprie capacità e i propri saperi.

Ma chi può fare tutto ciò, e altro ancora? Per ora nessuno. Ma è nella risposta di massa di tutti gli indignati d'Europa, se e nella misura in cui si svilupperà e riuscirà a imporsi, che si potranno creare gli embrioni di organizzazioni e di strutture di gestione alternative a quelle esistenti; in grado di imporre anche all'agenda politica dell'Unione Europea gli obiettivi di una politica che ci risollevi dal mondo di macerie in cui la sua governance ci sta precipitando.


(17 luglio 2011)





COMMENTO

di Francesco Gesualdi



CRACK ITALIANO


Manovra, locuste finanziarie e iene politiche



Grazie locuste. Grazie per averci dato la possibilità di realizzare le scelte che sogniamo da tempo, buttando la colpa su di voi. Il sogno di una società sempre più iniqua dove la ricchezza è concentrata nelle tasche di pochi, al riparo da qualsiasi ingerenza fiscale. Il sogno di una società sempre più barbara dove ognuno è lasciato solo con i propri bisogni e chi non può mandare i figli a scuola o pagarsi le medicine peggio per lui. Il sogno di una società sempre più individualista dove la proprietà è solo privata e quel poco che è rimasto di pubblico deve essere svenduto al più presto. Grazie locuste, vi saremo riconoscenti per sempre. Firmato Tremonti, Draghi, Bersani, Casini, Di Pietro, Pannella e una lunga lista di capitani d'impresa mescolati a qualche sindacalista. Tutti allineati e coperti per consegnare il paese nelle mani degli affaristi a cui tutto va bene purché sia fonte di guadagno: treni, acqua, borse, perfino le fogne. I politici non più guardiani dell'interesse collettivo, ma giocatori di prestigio che intrattengono il pubblico mentre i ladri scappano con la cassa comune. Non si tratta di fantapolitica, è realtà dei nostri giorni.

Lo scenario è noto. Potenti fondi speculativi, specializzati nell'arricchimento attraverso la variazione dei prezzi futuri, hanno deciso di guadagnare su un'operazione al ribasso dei titoli pubblici italiani. In altre parole offrono al prezzo di oggi titoli che si impegnano a dare fra una settimana, fra un mese, o altra data futura. L'aspetto inconcepibile per qualsiasi persona normale, è che i fondi non possiedono i titoli che offrono, ma proprio qui sta il trucco. La loro speranza è che nel frattempo il prezzo scenda e quando arriverà il tempo di consegnare i titoli li compreranno sul momento a prezzi ribassati. Nella differenza fra l'alto prezzo di vendita di oggi e il basso prezzo di acquisto di domani, sta il loro guadagno. Sempre che tutto vada bene.

Ma i fondi non si affidano al caso. Quando prendono una decisione sanno come fare per creare le condizioni favorevoli al loro obiettivo, hanno abbastanza denaro per indirizzare la storia. Se puntano su un'operazione al ribasso, in un primo momento si muovono con circospezione, cercano di piazzare le loro vendite senza dare nell'occhio. Poi quando stabiliscono che il prezzo deve crollare danno un'accelerazione all'offerta e il gioco è fatto. La massa di offerta insospettisce: se di una certa roba ce n'è troppa vuol dire che non vale niente, meglio starne alla larga. Ma proprio perché nessuno compra, il prezzo scende davvero e il timore si trasforma in realtà esattamente come volevano i burattinai.

Ovviamente questa è solo una semplificazione delle mille diavolerie che la finanza moderna si è invento per guadagnare sulla dabbenaggine della moltitudine di piccoli risparmiatori che si aggirano per le piazze finanziarie. Ma quello che conta è che nel disegno degli speculatori non c'è progetto politico, ma solo strategia finanziaria avendo sempre ben chiaro che la speculazione poggia sulla psicologia di massa. Ottimismo e pessimismo, fiducia e paura sono i grandi alleati dei burattinai della finanza e quando stabiliscono che a loro serve un sentimento o l'altro si attivano con i loro potenti mezzi per provocarlo. La speculazione al ribasso si nutre della paura ed ecco i titoli cubitali di questi giorni "I mercati non credono nel sistema Italia, prezzi in picchiata". Smettiamola di parlare di mercato: anche lì c'è una massa manovrata e una minoranza che manovra e né l'una né l'altra crede in qualcosa ad eccezione dei soldi. Ai fondi europei, americani, chissà forse cinesi, non importa niente di cosa succederà alla Grecia o all'Italia. Non si preoccupano neanche di cosa succederà all'economia mondo di cui anche loro fanno parte. La loro è una logica da pirateria: attaccano, rubano e scappano. Che poi la nave affondi o riprenda a navigare non è affar loro. Esattamente come fanno le locuste: arrivano, devastano e si trasferiscono altrove. Animali da distruggere, non da assecondare affinché si accontentino di distruggere mezzo campo invece del campo intero. E i politici potrebbero distruggere le locuste finanziarie, ma non vogliono farlo perché geneticamente parlando sono più vicini a loro che alla gente che li ha eletti. Il loro obiettivo è il potere e sanno che per mantenerlo non serve tanto la simpatia popolare, manovrabile a proprio piacimento, quanto l'appoggio degli altri poteri. Così la politica si è trasformata in affare che scambia favori, leggi e patrimonio pubblico per ricevere a sua volta sostegno e tutti insieme menare per il naso il popolino. Ed ecco la promessa di non tassare i redditi alti, quantunque sarebbe la misura più sensata per aumentare le entrate pubbliche. La promessa di ridurre il debito tagliando i servizi di base così fondamentali per tutti ad eccezione dei milionari. La promessa di privatizzare tutto il privatizzabile.

Grazie locuste. Saremo sempre dalla vostra parte, affinché anche voi siate sempre al nostro fianco.


(17 luglio 2011)



Tutti i pezzi sono tratti da "il manifesto".

Le prime pagine sono, rispettivamente: del 3 agosto, del 30 luglio e del 19 luglio 2011.


 


Nessun commento:

Posta un commento