venerdì 12 novembre 2010

Come quando fuori piove





E' un concentrato di buon senso questo memorabile pezzo di Michele Serra pubblicato sulla prima pagina de "l'Unità" l'8 maggio 1998, dopo l'alluvione di Sarno.







Ma basta cambiare  la data e resta attualissimo, dopo 12 anni, per commentare l'alluvione in Veneto e ancora nelle stesse zone della Campania. Come se Michele Serra l'avesse scritto ieri. Tristemente valido, mai in scadenza. Si usa dire, con rozza espressione, che i quotidiani vanno bene il giorno dopo per incartare il pesce e invece io sono dell'idea che certi articoli vadano conservati come memoria storica. Perchè in Italia non c'è nulla di più annunciato delle catastrofi ambientali, legate a un territorio ormai depredato e nonostante ciò vengono tutti colpiti alla  sprovvista, come se ogni volta si trattasse di una catastrofe biblica che si nutre magari del banalissimo luogo comune che vuole il governo, ogni governo, ladro, ma si rifiuta tenacemente di ritenerla determinata dalle sciagurate scelte umane.

Per ribadire questa cecità ottusa ho raccolto altri articoli che sembrano scritti ieri, mentre risalgono al 1994, all'alluvione in Piemonte questa volta. Le firme sono importanti: Antonio Cederna, storico ambientalista e Giorgio Bocca che patì, in quella circostanza, lo sconvolgimento di terre natie. Poi ci arriveremo in Veneto, ma nel successivo post.





Un’altra catastrofe annunciata

di Antonio Cederna

 



 

"HO SEMPRE sentito il peso terribile dell’espressione era imprevedibile, impiegata da uomini la cui ignoranza è imperdonabile, che cercano solo di coprire le proprie responsabilità: perché, se l’uomo non può impedire tutto, può prevedere molto: e ben pochi sono i disastri di fronte ai quali non resta che chinarsi a piangere i morti". Questo scriveva anni fa il grande geologo francese Marcel Roubault, e questo si adatta più che mai all’Italia.

Un’Italia vittima da quarant’anni, a intervalli regolari, di alluvioni frane straripamenti, per l’ignavia dei politici e l’arretratezza dei pubblici amministratori: ai ricorrenti sussulti dell’opinione pubblica ha fatto riscontro la quasi totale indifferenza del mondo della cultura. E di fronte a tante rovine e a tanti lutti, chi torna a riflettere e a scrivere su questa tragica costante dell’Italia moderna prova pena e imbarazzo. La tragedia di Piemonte, Liguria e Lombardia viene ad aggiungersi a un elenco infinito, che è stato mirabilmente descritto, qualche anno fa dal Servizio geologico nazionale, pubblicato nel volume "Il dissesto idrogeologico e geoambientale in Italia nel dopoguerra", che andrebbe diffuso nelle scuole. Sicilia e Calabria nel ‘51; Polesine, novembre dello stesso anno; Calabria nel ‘53; Salernitano nel ‘54; Vajont nel ‘63; un terzo dell’Italia sott’acqua nel ‘66; Val d’Ossola nel ‘78; Val di Stava nell’85; Valtellina, luglio ‘63 e luglio ‘87; Genova e provincia, ‘76, ‘86, ‘87. Eccetera, e sono solo gli eventi più disastrosi. In totale quasi 4.000 morti (quasi 7 al mese), un costo di 35.000 miliardi per lo Stato: impiegati per lo più in opere di regimazione cementizia dei fiumi (che saranno causa di nuove sciagure), e per rabberciare alla meglio e per un’infima parte del territorio, i guasti maggiori.

C’è un fatto emblematico che illustra la nostra incuria, ed è questo. Il Servizio geologico nazionale che dovrebbe provvedere alla sicurezza di suolo e sottosuolo, esercitare prevenzione e consulenza, è stato per decenni composto da una trentina di persone (venti volte meno che in Francia e Gran Bretagna), e solo da poco è passato alle dipendenze della Presidenza del Consiglio: il piano per il suo potenziamento rimane sulla carta, e per di più è ospitato, insieme ai suoi preziosi laboratori, in un edificio del centro di Roma che da anni rischia di franare. Quanto costerebbe assicurare un minimo di sicurezza fisica all’Italia? Nel 1970 la Commissione De Marchi stimava necessario investire 10.000 miliardi in trent’anni, cifra che oggi i geologi ritengono debba essere almeno decuplicata. Quanto all’attuale governo non è particolarmente interessato al problema. La legge finanziaria in discussione stanzia 330 miliardi (dal Tesoro alle Regioni), più 304 miliardi dai Lavori Pubblici (in gran parte per il magistrato del Po), più 150 milioni (sic) per informazione studi ricerche. In tutto 634 miliardi, l’equivalente del costo di una ventina di inutili autostrade: per le quali l’Anas (oggi Enas) dispone di migliaia di miliardi di residui, una parte dei quali, come giustamente verdi e progressisti propongono, deve ad ogni costo essere trasferita alla difesa del suolo. E la difesa del suolo, per i lavori che comporta, dalla capillare manutenzione al rimboschimento, dalla pulizia degli alvei al monitoraggio eccetera, è una straordinaria fonte di occupazione: migliaia di posti di lavoro che costano un terzo di quelli dell’industria.

Se la colpa dello stato comatoso del nostro suolo ricade su tutti i governi che si sono succeduti nei decenni, quello che fin qui ha fatto il governo Berlusconi ci prepara al peggio. Condono edilizio, con presumibile sanatoria anche di quanto è stato costruito sul greto dei fiumi e sui versanti instabili; depenalizzazione della legge Merli, condono a buon mercato per gli inquinatori, blande sanzioni penali solo ai criminali, quelli che scaricano nelle acque rifiuti tossici e persistenti; attacco ai parchi nazionali (si è distinto il ministro Matteoli) presidio della salute territoriale, a cominciare dal parco d’Abruzzo, che è un modello di buon funzionamento; sospensione della legge Merloni, nata per assicurare trasparenza agli appalti, dopo Tangentopoli; protrazione dei termini della legge per la difesa dell’ozono; riduzione dei controlli sulle aziende a rischio; blocco dell’"Agenzia nazionale per la protezione dell’ambiente", con paralisi dei controlli e della valutazione di impatto ambientale. E c’è anche il condono per le dighe abusive, che sono 700 (!).

Con questi orientamenti, continueremo nella strada senza ritorno. Proseguirà l’urbanizzazione selvaggia che ha sommerso sotto cemento e asfalto il venti per cento (6 milioni di ettari) dell’Italia, riducendo del trenta per cento la capacità di assorbimento delle piogge. Continueremo a trasformare i fiumi in canali e a costruire nelle aree golenali (e chi si oppone, dicono vaneggiando quelli di Forza Italia, è affetto da "demagogia ecologica"). E invece che gestione e manutenzione, avremo appalti truccati e ruspe. Come ha scritto ieri Giorgio Bocca, c’è davvero qualcosa che non funziona "in questo sviluppo senza limiti del capitalismo e del consumismo, incuranti del bene comune".

(9 novembre 1994)








I distruttori dell' Eden

                                                   di GIORGIO BOCCA

 

I carabinieri di Bra mi hanno ritrovato la figlia dopo quarantotto ore in cui sembrava scomparsa per sempre, non riuscivo a capire dove, in quella valle del Tanaro che mi era sempre sembrata come la valle dell' Eden, a destra le colline delle vigne e delle torri e sotto il fiume di casa, di poca acqua, che va tra i canneti e le ghiaie, le serre e i coltivi, una serpe azzurra o gialla, alla minima pioggia, il Tanaro che qui chiamano ' Tani' che appare e scompare fra le macchie degli alberi. E sabato scorso la fiumara gonfia, ribollente, travolgente che la televisione ha mostrato agli italiani; una nuova era anche questa, l'era in cui vediamo con i nostri occhi e non solo leggiamo i disastri del nostro disastrato paese. Quando i carabinieri me l'hanno ritrovata e finalmente l'ho sentita al telefono, l'angoscia di quel lungo silenzio, di quel nero sipario, si è riempita di paura e di orrore anche se continuavo a ripetermi: ma che importa, se lei è viva?

Il camion su cui viaggiava nella notte per portare il suo vino bloccato pochi minuti dopo il crollo di un ponte dalle parti di Cherasco, la ricerca di un altro passaggio verso le Langhe, e dovunque frane, strade allagate, poi una corsa fino a Ceva sperando che avesse retto il ponte dell'autostrada; e così era: sul ponte si passava, ma appena fuori erano venute giù colline intiere. Se deve imparare a fare la contadina questa mia figlia imparerà in fretta, fra grandinate e alluvioni, imparerà che i frutti della terra non si raccolgono stando coricati come nel paradiso delle Uri.

Tutti hanno detto e scritto che cose così un tempo non succedevano, che un fiume pigro come il Tanaro non si era mai trasformato in una fiumara rovinosa e travolgente, che mai dei fiumiciattoli di greto asciutto sei mesi l'anno erano diventati per due o tre giorni di pioggia delle clave del Dio adirato per la distruzione e la sofferenza degli uomini peccatori. Il mio amico Nuto Revelli, che conosce la valle del Cuneese e del Monregalese come le sue tasche, ha scritto libri sulla scomparsa del popolo alpino che costruiva i terrapieni, sorvegliava il sistema idrico, conosceva l'arte alterna di fermare o di lasciar correre le acque di piena. E molti, per non dire tutti, commentatori del disastro hanno detto e scritto ciò che Antonio Cederna dice e scrive da quaranta anni: i corsi d'acqua serrati senza respiro, senza sfogo nelle pareti cementate, il mare di asfalto su cui l' acqua scivola come su un vetro, i boschi tagliati, la montagna abbandonata, le case costruite a due palmi dal greto; tutte cose verissime. E tutti o quasi hanno ripreso la inevitabile canzone dei soccorsi tardivi che a me, nel caso, pare ingiusta perché quel che si poteva fare, anche ritrovar la figlia di un padre in ansia, è stato fatto. Con la solita un po' assurda pretesa che di fronte alle catastrofi un servizio dello Stato normalmente mediocre improvvisamente diventi perfetto. Ma forse questa volta dopo aver detto e scritto per l'ennesima volta che il governo è ladro e inetto e che le vittime delle catastrofi naturali sono gli onesti e buoni sudditi, cerchiamo di dirci le cose come stanno.

Nella valle del Tanaro strade di rapido scorrimento e superstrade sono di recente costruzione, grosso modo buona parte delle opere è stata fatta negli ultimi quindici anni. E allora perché questi ponti e soprapassaggi e murali a una o a due corsie sono stati spazzati via come fuscelli? Come mai i ponti delle autostrade Milano-Torino e Torino-Savona, per non parlare delle opere idriche di Genova, cadono come castelli di carta? Non sarà che anche qui come e dovunque si è rubato e mal costruito? Che al vecchio competente Genio civile si sono sostituiti gli appalti tangentari? E non sarà che questo mondo è diventato troppo stretto per i consumi e gli appetiti individuali e familiari di massa? Ora che salgo più di frequente in Langa per trovare questa mia figlia contadina mi è capitato di vedere la città di Alba un sabato mattino, giorno di mercato. Uno spettacolo allucinante. Il vecchio centro, la città delle torri, dei negozi, delle vie che profumano di tartufo, delle confetterie con i loro trionfi di cioccolati e di torroni, con le macellerie dei vitelli della coscia, questa Alba-Bengodi cui si arrivava dal contado in mille, in duemila con il calesse o con le rare automobili, oggi, il sabato, è praticamente inavvicinabile, circondata da una cintura metallica, diecimila, ventimila automobili che riempiono ogni spazio, che non ti lasciano passare. E dentro una ressa che non riesci a camminare, perché il prezzo del vino è aumentato di cinque, di dieci volte, e tutti hanno soldi da spendere, qui e in tutti gli altri borghi della valle dell' Eden che letteralmente scoppia e va riempiendosi di ville e villette orrende, costruite magari, come a Napoli, in terreni paludosi o alluvionali. E allora ti confermi nella idea che ci sia qualcosa in questa democrazia dove ogni permesso legale è una fatica improba ma dove tutti fanno il comodo loro, dove ogni amministrazione cancella le disposizioni della precedente per ricominciare a rubare, dove avanza irresistibile l'anarchia urbana che di condono in condono ha riempito di cemento l'universo mondo; che ci sia, dicevo, qualcosa che non funziona, qui e dappertutto nel mondo dello sviluppo senza limiti del capitalismo e del consumismo, incuranti del bene comune.

A ogni catastrofe naturale si dice, si scrive che è passata l'apocalisse, che si è al punto di non ritorno. Ma no, il ritorno c'è sempre, si fa presto a consolarsi. I coltivi di autunno possono essere salvati o sostituiti prima che arrivi la primavera, le case da ricostruire sono niente rispetto a quelle dei terremoti, un ponte, se si vuole, lo si rimette in piedi in fretta e questa è acqua di fiume non di mare, acqua che porta limo non sale. La ricostruzione sarà rapida e abbastanza onesta perché la gente di qui non ha perso le vecchie virtù piemontesi del lavoro e del giusto prezzo. Ma qui come altrove appare abbandonata ai suoi appetiti, alla sua ignoranza, al suo sviluppo anarcoide e senza limiti perché il voto di scambio è la regola sovrana, l'elettore non va mai contrariato, può lasciare nelle città asfittiche l'auto in terza e in quarta fila, può costruire come vuole e dove vuole. Qui, ma anche nel resto del mondo avanzato né si governa né si amministra, si fa solo fronte agli appetiti e alle emergenze in una infinita serie di cedimenti. Facciamo un gran parlare di questi tempi del neofascismo e dei pericoli autoritari. Ma il dubbio che questo sistema in generale, questa cultura o incultura di massa, possano durare in eterno ci sfiora durante le catastrofi, ma appena torna il sole si scioglie come una foschia. E si riprende con le palazzine moresche, le confraternite dei cavalieri del tartufo o degli amaretti di Chivasso, l'aria appestata da fiumi di automobili, le acque avvelenate. Anche nella valle dell' Eden dove un quieto fiume a intervalli sempre più stretti diventa una procella di un dio furibondo.

(8 novembre 1994)  










La lunga lista dei colpevoli

di GIORGIO BOCCA

 

Piove governo ladro! Nessun dubbio che i governi degli ultimi quaranta anni siano stati, in fatto di cura del territorio e di alluvioni, ladri e inetti. E che l'attuale, pur incolpevole della recente catastrofe, abbia nelle intenzioni e nei fatti seguito i precedenti, basti pensare al ministro dell'Ambiente che odia gli ambientalisti e mal sopporta i parchi. Ma sembra altrettanto chiaro che nella gran lagna televisiva e giornalistica contro il governo ladro ci sia qualcosa di taciuto, qualcosa di cui è l'ora di parlare: le irresponsabilità degli altri, delle amministrazioni locali, delle famiglie, dei singoli.

Per cominciare il popolo italiano e i suoi sindaci dovrebbero leggere gli avvisi di pericolo e non cestinarli come fastidiosi. Il prefetto di Cuneo aveva avvisato le amministrazioni locali quattro giorni prima della alluvione. Ora uno dei sindaci che hanno protestato per il mancato avviso riconosce che sì, lo aveva ricevuto, ma che non lo aveva preso sul serio. Il provveditorato al Po aveva mandato analogo avviso a tutte le amministrazioni sette giorni prima dell'alluvione, ma a quanto pare a nessuno era parso degno di attenzione. In tutta Italia è di gran voga il localismo e tutti parlano di federalismo. I leghisti hanno fatto dell’alluvione la loro campagna elettorale al grido "Roma ci ha lasciati soli". Forse sarebbe il caso che il localismo non si manifestasse solo in folklore e in voti e che ogni comune interessato ai rischi idrogeologici si dotasse di un minimo di organizzazione locale. C'è qualcosa che non va in questo localismo, in questo federalismo che oggigiorno gridano al malgoverno centrale e che poi se arriva la catastrofe si aspettano tutto da lui.

Si sono sentiti i sindaci di paesi completamente isolati per frane che avevano interrotto tutto, strade, ferrovie, telefoni, luce, acqua, lamentarsi con i primi arrivati in elicottero del ritardo dei soccorsi. Si sono sentiti abitanti e amministratori di Pavia lamentarsi perché mancavano le barche per soccorrere quelli di Borgo Ticino. Ma non passa, si può dire, anno che Borgo Ticino non venga alluvionato, possibile che chi ci abita non abbia mai pensato ad avere una dotazione di barche piatte o di gommoni per il quartiere? Si sono lamentati anche quelli di San Zenone Po, il paese di Gianni Brera nei cui libri si legge della millenaria paura di un paese costruito a pelo del grande fiume. Anche loro sorpresi. Si sono sentiti sindaci lamentarsi perché i soldati mandati in soccorso non sapevano usare le vanghe o le pale. Ma le vanghe e le pale sono strumenti di lavoro sempre più desueti e le responsabilità di un passaggio dalla civiltà contadina a quella industriale caotico e imprevidente non sono soltanto dei governi. Nella valle del Tanaro la civiltà contadina aveva costruito i suoi villaggi sulle colline, si andava da Asti a Alba senza incontrare un centro abitato. C'erano dei coltivi e dagli anni Cinquanta molte serre per gli ortaggi, ma non fabbriche, non paesi. Chi li ha messi nelle terre del fiume che ogni tanto impazzisce? I governi del voto di scambio li hanno permessi, ma gli onesti e virtuosi sudditi le hanno volute, anzi imposte a furor di popolo. Le hanno volute, le fabbriche, la gente ma anche gli imprenditori e "benefattori" come i Ferrero e i Miroglio. Ma possibile che nessuno abbia messo nel conto che queste aree andavano protette da una possibilissima inondazione?

Nuto Revelli va scrivendo da anni, nei suoi libri, sull'agonia e la sparizione della civiltà alpina, dei paesi abbandonati, di tutto il sistema idrogeologico lasciato a se stesso o sconvolto: dai boschi tagliati alle grandi strade asfaltate e alle piste per lo sci, dalle terrazze che crollano, ai canali di alta quota interrati. Ma come pensare che il popolo dei montanari sarebbe rimasto nei suoi villaggi con redditi agricoli inferiori cinque volte, dieci volte a quelli offerti dall' industria? Avrebbero dovuto pensarci i vari governi, ma sulla protezione della montagna c'era poco da rubare, pochi voti di scambio da raccogliere. Fa eccezione nel paesaggio alpino piemontese la Valle d'Aosta, ma perché il voto di scambio stava lì nella montagna, nell'elettorato alpino con cui l'Union Valdotaine controbilanciava i voti cittadini.

Il localismo sportivo folkloristico non conosce ostacoli, manda i suoi ragazzi alla maratona di New York, si gemella con tutti i comuni di Europa, celebra sagre e feste patronali in continuazione. E detesta Roma. Ma perché gli abitanti della val Tanaro e di altre zone alluvionate non si sono accorti che i ponti costruiti negli ultimi venti anni sui loro fiumi non potevano reggere al traffico pesante moltiplicatosi nel frattempo per dieci, per venti? E se se ne erano accorti perché hanno taciuto? La zona più industrializzata di Italia, il bacino del Lambro, è avvelenata e sta avvelenando tutta la pianura padana vicina al Po. È colpa di Roma? No, Roma, il governo, per opera del ministro all'Ambiente Ruffolo aveva trovato i soldi e il progetto per la bonifica. Chi lo ha sabotato? Le amministrazioni locali oggi magari autonomiste e leghiste che dovevano difendere gli interessi degli assessori e dei consiglieri e, via discendendo, degli industrialotti che continuavano a buttare i loro reflui tossici nei fiumi o nei campi sino a rendere imbevibile anche l'acqua dei pozzi. Questo governo a noi non piace, e lo scriviamo quasi ogni giorno. Ma se gli italiani non si decidono ad andare a scuola di civiltà industriale non c'è governo al mondo che possa fermarci sulla via del disastro.

(11 novembre 1994)   


 


1 commento:

  1. e con il cambio del clima questo è solo l'inizio, ahinoi

    RispondiElimina