Maurizio Gasparri ha la fissazione di Zapatero. Se parla di immigrazione, sostiene che Zapatero ha ordinato di sparare sui clandestini, se parla di crisi economica, ecco che Zapatero ha portato la Spagna sul baratro e ora chiede il sangue dei lavoratori. Insomma, Zapatero, coi suoi occhioni blu, chissà perché è l’orco della nostra destra. E infatti, dopo che Gasparri a “Otto e mezzo” aveva appena finito di straparlare del premier spagnolo, anche Lupi (Pdl) a “Ballarò” ha tirato in ballo il povero Zapatero, attribuendogli la colpa di ogni disgrazia iberica. Cosicché l’economista Boldrin, che è un tipo fumantino e forse pure filospagnolo, si è incaricato di smentire le palle della destra. Anzitutto ha spiegato che la Spagna ha sì più disoccupati dell’Italia, ma ha anche più occupati. E poi ha detto che il capo del governo spagnolo guadagna solo 90mila euro: una cifra di sicuro inferiore a quanto guadagnano sia Gasparri che Lupi, che sono infinitamente più dannosi e molesti.
La televisione unica dei vari Scodinzolini, per risparmiarci dispiaceri ci nasconde le notizie più gravi, truccandole. Fa paura la coerenza di questo governo: mentre il ministro della giustizia ad personam è impegnato allo spasimo per impedire che i magistrati operino e il popolo italiano conosca le notizie, il ministro della pubblica istruzione fa del suo peggio perché anche i bambini sappiano il meno possibile. Continua infatti la demolizione, pezzo per pezzo e mese per mese, della scuola e della conoscenza in genere. A tutti, ci pare, poteva venire in mente di accorciare l’anno scolastico, tranne che al ministro della pubblica istruzione, che ha arbitrariamente usurpato le funzioni della collega Brambilla, e perfino di Tremonti, per proporre inesistenti vantaggi per l’economia turistica a scapito degli scolari. Perciò, altro che scuse: ha fatto bene Bersani a dire che la Gelmini rompe i coglioni agli insegnanti. Non basta: li rompe anche ai bambini.
Ai lettori che vivono con preoccupazione la crisi economica vorremmo segnalare un dramma nel dramma. Quello di Elisabetta Gregoraci, moglie di Flavio Briatore e mamma del di lui erede, Falco Nathan. «Al mio piccolo manca lo yacht», è il grido di dolore che la donna ha affidato a un settimanale. «Da quando siamo stati costretti ad abbandonare la barca, il bambino piange spesso, non è più sereno come prima». Segue un racconto dettagliato e crudele: dopo la nascita del pargolo, la famiglia Briatore è costretta ad accamparsi su uno yacht con 12 persone di equipaggio e 63 metri di parquet. Una sistemazione di fortuna, in attesa che finiscano i lavori della nuova abitazione, che sorgerà in località defilata: Montecarlo. Ma ecco sopraggiungere i finanzieri a sirene spiegate, con l’accusa di contrabbando e frode fiscale. I profughi dello yacht devono scendere a terra e riparare in un attico di Londra, dove il clima è meno mite e il pavimento neanche ondeggia. Siamo sicuri che milioni di donne si immedesimeranno nell’incubo della signora Briatore. È tale il terrore che i loro figli possano soffrire il trauma della perdita dello yacht che hanno preferito abituarli fin da subito a condizioni di vita meno precarie: una culla ricavata nella stanzetta della nonna. Da parte nostra - oltre a offrire al piccolo Falco Nathan la più incondizionata solidarietà per i decenni a venire - ci domandiamo se la sua mamma abbia una minima percezione della realtà che la circonda. Ma forse sullo yacht si captava soltanto il Tg1.
Splinder (06/10/2007) Intervista a Gelli: "Guardo il Paese, leggo i giornali e dico: avevo già scritto tutto trent'anni fa""Giustizia, tv, ordine pubblico è finita proprio come dicevo io"dal nostro inviato CONCITA DE GREGORIOAREZZO - Son soddisfazioni, arrivare indenni a quell'età e godersi il copyright. "Ho una vecchiaia serena. Tutte le mattine parlo con le voci della miaLeggi ancora...
Testo integrale del "piano di rinascita democratica", della loggia P2, sequestrato a M. Grazia Gelli nel luglio 1982
PREMESSA 1) L' aggettivo democratico sta a significare che sono esclusi dal presente piano ogni movente od intenzione anche occulta di rovesciamento del sistema 2) il piano tende invece a rivitalizzare il sistema attraverso la sollecitazione di tutti gliLeggi ancora...
Quel bel volto di una donna determinata e dignitosa irrompe dal televisore mentre si è in tutt’altre faccende affaccendati. Le sue parole lacerano l’anima, le immagini devastano per la loro crudezza. Agghiacciante. Non riesco a capire bene cosa stia accadendo, si tratta di frammenti di quotidianità di una giornata all’epilogo. O forse capisco fin troppo bene, ma mi sembra tutto così inverosimile da rasentare l’allucinazione. E invece Mariarca Terracciano è vera, reale. Anzi era vera e reale. Il filmato il suo testamento. Quando i contorni si fanno più chiari la storia diventa pazzesca, soprattutto perché la tragedia avviene a Napoli, la città in cui la parte più oscurantista cade in deliquio alla vista del sangue (?) del santo Gennaro che si liquefa a intervalli regolari. E ne trarrebbe auspici di sventura laddove ciò non dovesse accadere. La superstizione ancora attecchisce, perché se il santo od uno qualsiasi esistessero il miracolo, quello vero, l’avrebbero fatto. Ormai solo un evento soprannaturale può salvare questo Paese che sta declinando ad una velocità impressionante e che deve contare un’altra vittima del lavoro, una donna, Mariarca (mi vien da pensare che il nome le sia stato attribuito per la devozione, dei genitori, verso la veneratissima Madonna dell’Arco, per la quale si allestisce un vero e proprio spettacolo di paganesimo puro. E anche materialista: si passa per elemosinare moneta sonante, perché si proclamerà pure che c’è la Divina Provvidenza, però meglio andare sul sicuro) che ha scelto di andare incontro alla morte dissanguandosi giorno per giorno. Probabilmente si stabilirà che non esiste correlazione tra il suo salasso, l’accredito tre giorni dopo dello stipendio, l’interruzione della clamorosa protesta e quindi il successivo malore che è stato fatale. Ma credo che sia assolutamente irrilevante, perché la responsabilità della sua morte deve gravare su coloro che hanno spolpato fino all’osso la bistecca della sanità napoletana e, più in generale, su una classe dirigente che ci sta espropriando di tutto con inesauribile voracità. Che con quei soldi siano dannati in eterno. Adriano Sofri ha scritto su “la Repubblica” di sabato scorso un ottimo commento, con molte considerazioni degne di interesse (e che condivido). Il quotidiano romano ha collocato la notizia in prima pagina, taglio medio, con la giusta rilevanza (la foto accompagna l’articolo che prosegue nelle pagine interne). Peccato però che sbagli, per due volte il cognome di Mariarca nelle didascalie sotto alle immagini tratte dal video, mentre nel resoconto viene scritto correttamente: Terracciano. Poi oggi, nell’edizione nazionale, non c’è più traccia, quasi a voler rimuovere un’immagine che sarà invece difficile dimenticare. Qui la pagina Facebook a lei dedicata.
Svenarsi per un diritto ADRIANO SOFRI
È successo a Napoli, dove il sangue fa miracoli. Ma non è una storia napoletana, non solo, almeno. Non è nemmeno una storia pazzesca. Vi sembrerà una pazzia se vi fermerete a titoli e sommari: «Si svena per il salario... Muore infermiera...». Poi però guardate quella registrazione su YouTube, e restate interdetti. Lei è così normale, le cose che dice e il tono con cui le dice sono così persuasive - e intanto quello che fa, attorniata da compagne e compagni di lavoro, è così insopportabile - che la domanda vera diventa questa: come siamo arrivati al punto in cui un atto pazzesco viene pensato e spiegato così ragionevolmente? La domanda era questa già prima che la morte della signora la togliesse dalle cronache locali e la rovesciasse sulle prime pagine. Ho letto, nei primi lanci di agenzia di ieri, che all´inizio della sua protesta Mariarca Terracciano aveva detto, mentre filmavano il suo salasso: «Lo stipendio è un diritto». Poi ho guardato il video. Aveva detto: «Secondo me, lo stipendio è un diritto della persona». Non è la stessa cosa. Certo, quel «secondo me» può essere stato del tutto gratuito, un intercalare come altri: però, riascoltato, vuol dire che un´ovvietà come «lo stipendio è un diritto» non è, o non è più, un´ovvietà, non è più un´enunciazione oggettiva, è diventata un´opinione. Secondo la signora Mariarca, 45 anni, infermiera alla ginecologia del San Paolo a Fuorigrotta, madre di due figli piccoli, lo stipendio è un diritto. Dunque secondo altri no. Anche togliersi ogni giorno 150 millilitri di sangue per rivendicare un diritto dovrebbe essere una pazzia, ovviamente, "oggettivamente". E lì invece c´era una lavoratrice che stava di fatto obiettando: Secondo me, buttare il sangue è un modo ragionevole di mostrare che c´è chi gioca con la pelle, con la vita di chi lavora. «Il sangue è vita», ha detto. Certo che si sente il colore di Napoli, l´Asl da diecimila dipendenti, la più numerosa d´Italia, le espressioni dialettali - «Buttare ‘o sangue, jettare ‘o sangue», che sono pressappoco sinonimi di lavorare - e proverbiali, «il lavoro fa buttare il sangue». E tuttavia il discorso di Mariarca T. non era dialettale. «Forse può sembrare quasi un atto di pazzia, però secondo me, è un atto che dimostri che stanno giocando sulla pelle e sulla salute di tutti quanti». (Vorrei sottolineare quel congiuntivo, «che dimostri»...). Non è dialettale, e - ripeto: prima e indipendentemente dalla commozione per la morte di questa signora, e la disputa incresciosa sulle sue cause cliniche - si lega a una sequela impressionante di eccessi di legittima difesa da parte di persone che le risorse tradizionali e nobili del mondo del lavoro non sanno più assicurare. «Sciopero», aveva chiamato con naturalezza i proprii salassi e il proprio digiuno l´infermiera. Non aveva certo messo in conto di morire - solo di dare il sangue. E intanto, da un capo all´altro dell´Italia, ci sono operai restati senza lavoro e salario e piccoli imprenditori non più in grado di far fronte alla responsabilità per i dipendenti e le famiglie, che si ammazzano, per disperazione, o per stanchezza, o magari, come tanto tempo fa, quando ci si vergognava della propria inadeguatezza e delle porcherie altrui, per vergogna. Operai e tecnici che si accampano sulle ciminiere e sui tetti hanno fatto parlare di "nuove forme di lotta", e magari c´è davvero qualcosa su cui fare affidamento, e non solo la corsa al rialzo per farsi vedere, per smettere di essere invisibili: anche Mariarca aveva girato il suo video per una televisione locale, e ora tutti lo guardano in rete, come si guarda un preannuncio, benché involontario, di morte. Ma queste lotte "estreme" sono più probabilmente una retrocessione che una promessa, e non a caso ricordano gesta di prigionieri sepolti vivi che si arrampicano sui tetti e sventolano lenzuoli e gridano al cielo. Operai provetti che vanno a stare nella galera dell´Asinara, l´isolamento in un´isola di punizione. Ieri su questo giornale due pagine raccontavano il Call Center di Incisa Valdarno - Toscana, dov´è bello vivere - in cui perfino un frustino serviva a galvanizzare la produttività dei lavoratori. «Lavoravo in nero - raccontava una ex-dipendente a Laura Montanari - per 600 euro e in certi casi anche 13 ore al giorno, mezz´ora di pausa e se chiedevi di andare in bagno a volte c´era da discutere. Eppure non mi è mai venuto in mente di andare al sindacato, di pensare che avevo dei diritti. Mi svegliavo la notte in preda all´ansia». Non le era venuto in mente che aveva dei diritti. Una frase terribile nella sua semplicità, che fa da complemento e da conferma all´altra di Mariarca: «Secondo me, lo stipendio è un diritto della persona». A lei era venuto in mente. (15 maggio 2010)
È la triste metafora dello sviluppo in salsa italiota: cemento, cemento e ancora cemento, come fosse manna nel deserto. Formidabile l’esempio di Domenico Finiguerra, eccellente sindaco di Cassinetta di Lugagnano che ha detto stop allo sfruttamento del suolo e di aree agricole, “altrimenti cosa ci mangeremo: le piastrelle?”, si chiedeva opportunamente sabato scorso intervenendo alla meritoria trasmissione di Rai Tre “Ambiente Italia”, massacrata dal palinsesto e anticipata adesso alle 12:50 del sabato. La colata di cemento, industria molto redditizia per le mafie, quella siciliana segnatamente, questa volta riguarda il Veneto, regione adesso governata dall’ex ministro per le Politiche agricole, uno dei meno peggio del bigoncio di Palazzo Chigi. Cosa sceglierà ora?
Asfalto e cemento tra Alpi e laguna di Ferruccio Sansa
Nella pianura tra Verona e Mantova non bastava l’idiozia della “new town” autostradale di VeMa, a desso ci si mette pure l’autodromo di Motorcity, manco fossimo all’epoca di Nuvolari ..
Chissà che cosa deciderà il Governatore “contadino”. Luca Zaia deve ancora mostrare la sua idea del nuovo Veneto, deve far capire se intende proseguire sulla strada del predecessore, che sarà pure ministro delle Politiche Agricole, ma ha cementificato la sua terra. Sulla scrivania di Zaia presto arriverà un progetto che cancellerà 460 ettari di campi e modificherà per sempre la campagna veronese: l’autodromo di Motorcity, un progetto lanciato anni fa dalle società di Chicco Gnutti e Gianpiero Fiorani… sì, proprio i furbetti del quartierino. L’autodromo sarà una delle più grandi opere del Veneto, insieme con il passante di Mestre e il Mose. Finora la Lega si è astenuta, ma adesso tocca a lei decidere. Siamo a Vigasio e Trevenzuolo, in provincia di Verona. A centocinquanta chilometri da Monza e Imola, due circuiti storici che in questo periodo non se la passano troppo bene. Già, l’industria automobilista è in crisi, la Formula 1 annaspa e punta sull’Asia dove girano soldi e fioriscono piste su isole artificiali. Ebbene, che cosa si fa in Veneto? Un autodromo lungo 5,2 chilometri per oltre un miliardo di investimento. Ma il punto è soprattutto un altro, andate a Vigasio per rendervene conto. A nord nelle giornate terse vedete le Alpi, a est il cielo sbianca verso la Laguna. Intorno è pianura a perdita d’occhio, quella terra spessa, scura che imbeve ogni cosa del suo colore. Siamo al confine tra Veneto e Lombardia, dove la Lega affonda le sue radici, rurali più che metropolitane. Ora, però, all’immagine che avete davanti sovrapponetene un’altra: quella del futuro autodromo elaborata nel “rendering” degli architetti (www.motorcityvr.it). Ecco, al posto della campagna comparirà il serpente d’asfalto della pista. Ma il grosso del progetto, e dell’affare, sta nel centro commerciale da 769 mila metri quadrati, nel parco tematico da 350 mila metri quadrati (il doppio della vicina Gardaland), nel polo tecnologico (268 mila metri quadrati), in alberghi, ristoranti e immancabili case. Poi caselli, strade e metropolitane. Insomma, cemento. “È un progetto colossale che rischia di stravolgere i nostri paesi, di Vigasio e Trevenzuolo, che saranno divorati da Motorcity, diventeranno un’appendice della pista”, sospira Cesare Nicolis. La sua storia racconta tante cose del Veneto di oggi che ha il record dei cantieri, ma anche dei comitati. Nicolis è un ex dirigente di banca, uno che sa maneggiare bilanci e che a 59 anni ha deciso di andare in pensione per dedicarsi alla sua terra. Nel suo archivio conserva migliaia di pagine con la strana vicenda Motorcity. Dall’inizio, quando si fece una gara tra i Comuni del Veneto per aggiudicare il progetto. Vinsero Vigasio e Trevenzuolo. È il luglio del 2004 quando Earchimede e Draco vengono indicate come società realizzatrici dell’opera. Dietro il progetto si intravvedono Emilio Gnutti, Hopa, la Popolare di Lodi guidata da Gianpiero Fiorani e Unipol, insomma, i protagonisti delle scalate dell’estate 2005. Il sogno di Gnutti, che divide il cuore tra finanza e motori, si realizza. Intanto, però, il progetto cambia faccia: intorno alla pista crescono i palazzi. Il resto della storia è scritto nelle visure camerali di Motorcity: i furbetti vanno a gambe all’aria e così l’autodromo passa in altre mani. Oggi a tenere le redini sono le cooperative. Ma della società fanno parte anche enti locali. Perfino la Regione Veneto. Amministrazioni che con una mano firmano gli atti societari e con l’altra le autorizzazioni a costruire. E il progetto va avanti, nonostante i dubbi. Lo stesso Giancarlo Galan, allora Governatore, disse: “Quel progetto non mi convince”. Ma intanto la Regione dà via libera. Nonostante le ombre delle valutazioni di impatto ambientale. Carte che forse gli abitanti di Vigasio e Trevenzuolo non conoscono. La società realizzatrice promette che a Motorcity arriveranno fino a 106.483 persone nei giorni feriali; nei giorni festivi si toccheranno 180.995 presenze. Molti visitatori, soldi, certo, ma anche inquinamento. E nel giugno 2008 l’Arpav mette nero su bianco le sue cautele: “La valutazione dell’impatto riguardo al Pm10 appare fortemente sottostimata. Dalle nostre stime l’aumento di traffico – anche realizzando sistemi di trasporto come la metropolitana – comporta un aumento delle emissioni di sei volte”. Parliamo di particolato, di polveri sottili, quegli inquinanti che se finiscono nei polmoni provocano tumori. Che minacciano soprattutto anziani e bambini. Il progetto, però, va avanti. A trainarlo è la promessa dei posti di lavoro. Motorcity, sono certi gli investitori, “darà occupazione a 15 mila persone”. Possibile. Difficile dire se il calcolo tenga conto dei posti di lavoro che si perderebbero nell’agricoltura, oppure a Monza, Imola o Gardaland. La popolazione di Vigasio è divisa. E anche la politica. Il centrodestra è favorevole (nella società siedono anche ex amministratori del Pdl), mentre il centrosinistra è contrario. Beppe Grillo e i suoi meet up si sono battuti contro la pista. Alle elezioni di Vigasio, a marzo, vince il Pdl (41,4%), viene riconfermato il sindaco Daniela Contri che non ha mai fatto mistero delle sue simpatie per Motorcity (che tra l’altro risanerà le casse pubbliche con gli oneri di urbanizzazione): “È una grossa opportunità per il Comune e i proprietari dei terreni. Oggi c’è una distesa di granoturco, di polenta… tiriamo via la polenta… l’agricoltura non ha grandi prospettive”. Maurizio Fontanili, presidente della Provincia di Mantova (Pd), contro Motorcity invece sta combattendo da anni: “Siamo una delle zone più fertili d’Italia, qui si alleva il 17 per cento dei suini, si produce il 23 per cento di Grana Padano. Vi rendete conto dell’impatto che avrebbero sulla nostra terra centomila persone al giorno?”. Mantova, però, è in Lombardia. A pochi passi da Motorcity, ma oltre la linea invisibile che divide le regioni. Insomma, rischia di dover subire le decisioni prese a Venezia. Ora tutto è appeso a un ricorso al Tar presentato da Mantova. Alla linea che prenderà Zaia. Cesare Nicolis intanto si guarda intorno, guarda il paesaggio o forse immagina il panorama futuro, con i campanili della campagna veneta affiancati dalle torri dell’autodromo. (8 maggio 2010)