sabato 27 marzo 2010

Coperti d'oro




Un po’ di numeri alla vigilia della competizione elettorale per il rinnovo di 13 regioni. Sono le cifre succose che riguardano le buonuscite e pensioni per coloro che, sconfitti sul campo, dovranno cedere la preziosa poltrona. Il sacrificio viene compensato da sostanziose gratificazioni che certo renderanno meno amaro il distacco.
Pubblicati su “Il Sole 24Ore” del 1 febbraio 2010, i dati sono stati tratti dall’ultima rilevazione, aggiornata al 2009, realizzata dalla conferenza dei presidenti delle attività legislative delle regioni. La remunerazione dei politici regionali comprende poi altre voci variabili – ad esempio – le indennità di presenza dei consiglieri e i rimborsi chilometrici per le missioni istituzionali – che non sono comprese in tabella.
 


PIEMONTE
 
Indennità di fine mandato
È pari al doppio dell’ultima mensilità lorda dell’indennità consiliare, moltiplicata per il numero di anni di mandato.
Vitalizio
Dal 65esimo anno di età i consiglieri con almeno 5 anni di contribuzione hanno diritto a un vitalizio che oscilla dal 30% all’80% dell’indennità a seconda degli anni di mandato

Presidente € 11.271 Assessore € 10.270 Presidente commissione € 9.603 Consigliere € 8.936
 
LIGURIA

Indennità di fine mandato
È pari a una mensilità lorda moltiplicata per il numero di anni di mandato per un massimo di 15.
Vitalizio
Dai 60 anni di età i consiglieri hanno diritto a un assegno vitalizio che va dal 20% al 60% a seconda degli anni di mandato. Per avere il diritto occorre aver versato i contributi per 60 mesi.
Presidente € 10.441 Assessore € 9.908 Presidente commissione € 9.035 Consigliere € 8.167
 
LOMBARDIA
 
Indennità di fine mandato
Un’indennità annuale lorda pari all’ultima indennità lorda percepita per ogni legislatura
Vitalizio
Dal 60esimo anno di età, per chi ha effettuato almeno una legislatura e versato 5 anni di contributi, è previsto un vitalizio dal 20% al 50% dell’indennità mensile a seconda della durata del mandato.
Presidente € 12.065 Assessore € 11.064 Presidente commissione € 10.632 Consigliere € 9.965
 

VENETO
 
Indennità di fine mandato
È pari all’ultima indennità di carica lorda moltiplicata per ogni anno di mandato
Vitalizio
Dal 65esimo anno di età, con almeno 30 mesi di mandato e cinque anni di contribuzione scatta il diritto a un assegno ch varia dal 35% al 70% dell’indennità, a seconda del mandato
Presidente € 10.339 Assessore € 9.339 Presidente commissione € 9.005 Consigliere € 8.004
 
EMILIA ROMAGNA
 
Indennità di fine mandato
È pari all’ultima indennità lorda moltiplicabile per ogni anno (o frazione superiore ai 6 mesi) di mandato, fino a un massimo di 10.
Vitalizio
Dal 60esimo anno di età e con una contribuzione di almeno 5 anni, si ha diritto a un assegno fra il 20% e il 50% dell’indennità lorda a seconda degli anni di carica
Presidente € 10.006 Assessore € 9.229 Presidente commissione € 8.545 Consigliere € 7.691
 
TOSCANA  
 
Indennità di fine mandato
Un mese dell’indennità di carica (senza calcolare la riduzione del 10% della finanziaria 2006) per ogni anno (o frazione superiore ai 6 mesi) di mandato.
Vitalizio
Dai 60 anni di età e 5 di contributi, l’assegno varia dal 20% a50% dell’indennità lorda a seconda della durata del mandato
Presidente € 7.498 Assessore € 6.645 Presidente commissione € 6.080 Consigliere € 5.288


MARCHE
 
Indennità di fine mandato
È pari all’ultima indennità lorda moltiplicabile per ogni anno (o frazione superiore ai 6 mesi) di mandato, fino a un massimo di 10
Vitalizio
Con 60 annidi età e 5 anni di contributi scatta il diritto a un assegno che oscilla dal 30% al 63% dell’indennità a seconda degli anni di mandato
Presidente € 7.788 Assessore € 7.149 Presidente commissione € 6.787 Consigliere € 6.120
 

UMBRIA
 
Indennità di fine mandato
Paria un’indennità lorda mensile (calcolata sulla media delle ultime 12) moltiplicata per gli anni di mandato fino a un massimo di 10
Vitalizio
Con 65 anni di età e 5 anni di contributi si ha diritto a un assegno dal 25% al 60% dell’indennità a seconda della durata del mandato.
Presidente € 7.103 Assessore € 6.502 Presidente commissione € 6.102 Consigliere € 6.102
 

LAZIO
 
Indennità di fine mandato
Ultima indennità di carica più la media delle indennità di funzione moltiplicato per gli anni di mandato
Vitalizio
Dal 55esimo annodi età, con almeno 5 annidi contributi, si ha diritto a un assegno che può variare dal30% al 65% dell’indennità a seconda della durata del mandato

Presidente € 8.545 Assessore € 5.738 Presidente commissione € 9.285  Consigliere € 8.471


CAMPANIA 
 
Indennità di finemandato
Pari a una mensilità lorda moltiplicata per ogni anno di mandato, fino a un massimo di 16
Vitalizio
Con 60 anni di età e almeno 5 di contributi si ottiene il diritto a un assegno vitalizio che può variare dal 30% al 63% delle indennità mensili complessive lorde
Presidente € 12.388 Assessore € 11.261 Presidente commissione € 11.720 Consigliere € 10.187
 

PUGLIA
 
Indennità di fine mandato
Pari all’ultima indennità annuale lorda moltiplicata per il numero di legislature (le frazioni di legislatura sono calcolate proporzionalmente)
Vitalizio
Dal 60esimo anno, con 5 di contributi, assegno tra il 40% al 90% dell’indennità mensile lorda
Presidente € 12.716 Assessore € 11.865 Presidente commissione € 11.238 Consigliere € 10.433


 
BASILICATA
 
Indennità di fine mandato
Pari all’ultima indennità mensile lorda moltiplicata per gli anni di mandato
Vitalizio
Dal 65esimo anno di età,e con 5 anni di contribuzione, scatta il diritto all’assegno vitalizio che può variare dal40% all’84% dell’indennità mensile lorda a seconda degli anni di mandato
Presidente € 9.018 Assessore € 7.530 Presidente commissione € 7.197 consigliere € 6.529
 
CALABRIA
 
Indennità di fine mandato
Un’indennità mensile lorda, pari all’ultima goduta, moltiplicata per gli anni di mandato (fino a 15)
Vitalizio
Dal 60esimo anno di età, e con 5 di contributi, si ha diritto a un vitalizio compreso fra il 40% e l’80% dell’ultima indennità lorda goduta

Presidente € 13.353 Assessore € 12.844 Presidente commissione € 12.539 Consigliere € 11.316
 


(1 febbraio 2010)
 
 
 

mercoledì 24 marzo 2010

Acqua e pane

Irritazione prima, doppia commozione poi si sono mescolate tra loro, quasi sorprendendomi per la  presenza e la persistenza. Sarà il periodo interlocutorio che corre tra la fine dell’inverno ed una primavera solo annunciata dal calendario e ancora latente, saranno piccoli o grandi episodi che si verificano o profilano, sta di fatto che non ricordavo precedenti analoghi. Solo scavando a ritroso nel tempo qualche reazione affine potrei riscontrarla.
Dunque succede che ieri l’Ansa lancia la notizia di bambini in mensa a pane e acqua
http://www.ansa.it/web/notizie/rubriche/cronaca/2010/03/23/visualizza_new.html_1735854451.html
La fonte primaria era stata questa
http://corrieredelveneto.corriere.it/notizie/cronaca/2010/23-marzo-2010/i-genitori-non-pagano-mensa-nove-bambini-pane-acqua-1602701893813.shtml
e oggi ci torna sopra l’edizione nazionale del Corriere della Sera.
http://www.corriere.it/cronache/10_marzo_24/Bambini-a-pane-e-acqua-Il-sindaco-sotto-accusa_7da6f82e-3715-11df-bfab-00144f02aabe.shtml
L’episodio, già in sé sconcertante e vergognoso, ha generato un sentimento, poco nobile lo so, ma la rabbia è montata con virulenza. Pensando poi a chi aveva partorito l’idea, ancora si accresceva il disgusto verso i fascisti verdi, quella Lega che dopo aver infettato il Nord dell’Italia sta facendo fuoriuscire il suo percolato verso il centro della penisola. Non erano forse legaioli coloro che distribuivano a Sansepolcro, nell’aretino, sapone da utilizzare per lavarsi le mani dopo aver toccato un migrante?
Posta sotto i riflettori, perché subito il TgTre di ieri, nell’edizione nazionale, ne aveva parlato, l’amministrazione di Montecchio Maggiore, in provincia di Vicenza, ha diffuso sul sito comunale questo comunicato.
http://www.comune.montecchio-maggiore.vi.it/content/view/934/1053/

Che nulla sottrae all’indecenza del gesto. Di seguito i link del sindaco http://www.comune.montecchio-maggiore.vi.it/content/view/1/2/  e dell’assessore ai Servizi sociali http://www.comune.montecchio-maggiore.vi.it/content/view/55/64/.
Due giovani donne a livello zero di sensibilità. A differenza di quella, elevatissima, di Concita De Gregorio, che ha scritto - credo d’impeto - il bellissimo editoriale pubblicato oggi sul giornale da lei ben diretto che è l’Unità.
Dunque: irritazione, commozione e per non farmi mancare nulla, cosa accade leggendo il consueto “Buongiorno” che Massimo Gramellini porge con garbo ogni mattina? Una piccola storia italiana, che credo rievocherà sabato prossimo nella trasmissione “Che tempo che fa”. Ora vuoi per il tocco delicato che ha adoperato, vuoi perché altri bambini dopo quelli vicentini erano coinvolti, ma anche qui si è formato un groppo in gola che con fatica sono riuscito a contrastare.
Basta poco, talvolta, per sentirsi partecipi, mentre nello stesso tempo mi chiedo anche, con preoccupazione, quante macerie ci saranno da raccogliere dopo la caduta dei mostri ?
Perché cadranno. E noi ci ritroveremo, temo, cambiati dopo un lunghissimo inverno. Aspettando primavera.







Pane e acqua



Qualche volta mi è capitato di dimenticare le rette scolastiche. La mensa, soprattutto. Quando i figli sono tutti piccoli, bollettini diversi scadenze diverse: le portano a casa negli zaini dicono mamma tieni, uno appoggia distratto il pezzo di carta sulla mensola, poi magari non si trova più, si perde in mezzo ad altre carte. Si paga in ritardo, con la penale, senza decreti ovviamente, e finisce lì. La prossima volta si sta più attenti. Non si pensa mai - e questo dipende dal fatto, credo, che siamo cresciuti, la mia generazione è cresciuta in un Paese dove la scuola pubblica specie quella elementare era fantastica, la cura dei bambini un bene superiore condiviso - che le colpe dei padri possano ricadere sui figli. C'entrano anche certi insegnamenti primari, certo, tipo questo. Perciò non succede niente, se un padre dimentica di pagare una retta di certo la scuola farà in modo che il bambino non sia neppure sfiorato da un pensiero che non saprebbe concepire. Se - più grave, più triste - i genitori non possono, invece, pagarla, la scuola - il comune, l'ente pubblico, lo Stato - si fa carico della debolezza dei grandi e protegge i piccoli. È ovvio che quando i bambini si siedono a tavola, a mensa, devono avere nei piatti tutti la stessa pasta al sugo. Non c'è nemmeno bisogno di spiegare perché. Perciò ci saranno cose più gravi ma mi dispiace, non riesco a pensare ad altro che a quei nove bambini che lunedì si sono seduti ai piccoli tavoli spostando le piccole sedie, hanno aspettato che arrivasse come ogni giorno la signora con carrello e hanno visto la pasta nei piatti degli altri, il pane nel loro. Scuola elementare di Montecchio Maggiore, provincia di Vicenza. Il comune (Lega, Pdl) aveva avvisato: questa la spiegazione. Sette bimbi stranieri, due italiani: pane e acqua. Riuscite a immaginarvi di avere sei anni, sedervi a tavola coi compagni, vedervi porgere un pezzo di pane, la pasta nei piatti degli altri e i loro sguardi su di voi? Sentire il compagno che chiede «perché tu mangi il pane», e non sapere cosa rispondere? Provate ad andare a ritroso negli anni, a mettervi in quelle scarpe e quei grembiuli: che cosa fareste? Piangereste, restereste in silenzio, mangereste il panino, dareste una spinta al compagno rovesciando il piatto? Ma che paese siamo diventati? Ma cosa ci è successo? Ma come è possibile che abbiamo smarrito persino l'istinto a tutelare l'innocenza, la cura dello sguardo di un bimbo, il suo valore? Cosa ci stiamo a fare, di cosa parliamo se non sappiamo sentire e insegnare questo? Da dove possiamo ripartire se non da qui?
Il resto, tutto il resto, ne consegue. Mille posti in meno alla Fiat, altre mille famiglie che presto non potranno pagare le rette. Andate a cercare la notizia nei giornali, nei tg. Cercate bene, poi fateci sapere. A qualcuno interessa se da domani ci saranno mille posti di lavoro in meno? Non tocca mai a noi, non è vero? Sono storie di poveri, una minoranza. E se nostro figlio è compagno di banco e di classe dei nove a pane e acqua alla fine sarà meglio cambiargli scuola, che magari poi fa domande a cui non sappiamo rispondere. È così imbarazzante sentire i bambini che domandano perché. Diamogli la play station, così stanno zitti.
(24 marzo 2010)





Appesi a un palloncino
Massimo Gramellini

Sento l’esigenza di una boccata d’aria pura. Perciò, a chi se la fosse persa, vorrei raccontare la piccola storia di assoluta meraviglia che è apparsa nei giorni scorsi su «Specchio dei tempi». Comincia col funerale di Claudio, custode di una scuola materna di Torino, amatissimo da bambini e genitori per la sua disponibilità. Un italiano di quelli che piacciono a noi, che con un gesto o una parola di buon senso riescono a stemperare i problemi e a colmare i vuoti della struttura in cui lavorano. I bambini riempiono fogli di messaggi e disegni per Claudio. Poi, con la serietà di cui solo loro sono capaci, decidono di recapitarglieli. Come? Ma che domanda stupida, scusate. Attaccandoli a un palloncino in grado di volare fino a lui.
Detto fatto: il palloncino carico di corrispondenza viene liberato nel cielo di Torino. Per un paio di settimane non se ne sa più nulla. Quand’ecco che alla scuola materna arriva una lettera. «Sono una nonna di 70 anni e abito a Parma. Anch’io ho dei nipotini che vanno all’asilo. Volevo dirvi che il palloncino del vostro amico Claudio è arrivato. Caduto su un prato verde appena scoperto dalla neve. Io ho ricordato il vostro amico nelle mie preghiere, ma sono certa che da lassù sarà lui a proteggere voi, che siete stati capaci di un gesto così gentile».
La prima volta che l’ho letta mi sono venuti i lacrimoni. E anche adesso, insomma. Sarà l’età che avanza. O forse la consapevolezza che fin quando ci saranno persone come Claudio, come la nonna di Parma e come quei bambini, non proprio tutto è perduto.
(24 marzo 2010)
 

 


domenica 21 marzo 2010

Il Paese degli Acchiappacitrulli




A sinistra, piazza San Giovanni l'ultimo Primo Maggio. A destra, ieri alle 17,35 mentre parlava Berlusconi. Dallo stesso balcone di via Emanuele Filiberto



 



Foto bacheca di Alessandro Gilioli
 





C’è davvero poco da aggiungere agli articoli che ho scelto. Perché riescono ad esprimere con disincanto e fermezza (Curzio Maltese) quello che è accaduto ieri a Roma, in una piazza che, lo testimonia eloquentemente la foto postata su Facebook da Alessandro Gilioli, ha fatto registrare un flop clamoroso. Mentre gli altri due pezzi commentano anche quella trasformazione catastrofica che ha subìto l’Italia dalla deleteria “discesa in campo” del papi. Sempre espressi con quel disincanto e fermezza (ancora Curzio Maltese) su “il Venerdì”, assieme ad un rigore analitico che ha pure il pregio della sintesi efficace (Piero Ignazi su “L’espresso” attualmente in edicola).
Personalmente più che da disincanto, fermezza, rigore analitico e sintesi, sono attraversato da incredulità (ha promesso di sconfiggere il cancro: papi-sciamano) e irritazione (eufemismo) di fronte alla dabbenaggine dei miei connazionali che, ancora ,non riescono a focalizzare che il re, l’imperatore, il sultano è nudo e il suo ammannire frottole ormai anacronistico e grottesco.
Emanava anche un fetore razzista da quel palco, una puzza nauseabonda, mentre nell’aretino legaioli xenofobi distribuivano sapone necessario per lavarsi le mani dopo aver toccato un migrante.




21 marzo 2010


 






COME UN SET TELEVISIVO
CURZIO MALTESE
 



Bisognava essere a Piazza San Giovanni per capire quanto Berlusconi sia ancora un mago nel trasformare tutto in televisione. Compreso il luogo più fisico della politica, la piazza. Dal vivo, la manifestazione di ieri è stata un fiasco. Almeno al confronto con quella davvero imponente del 2006, quando «in questa piazza è nato il Pdl». La piazza e il leader sono gli stessi. Ma sono entrambi molto invecchiati.
Qui ci saranno un centinaio di migliaia di persone, quasi tutti anziani, carichi di gadget come un pubblico di figuranti o una gita aziendale, con i cartelli prestampati dall’ufficio marketing, non uno slogan o un coro spontanei. Una folla che fatica a riempire una piazza recintata con astuzia, truccata come un set per tappare i buchi. Ma poi uno torna a casa, accende la scatola magica e tutto è perfetto. I pochi sembrano tanti, la selva di bandiere maschera i vuoti, il Berlusconi affaticato del retropalco pare un sessantenne in forma, come da manifesto annata 1994, gli stanchi «sì» e «no» esalati dalla piazza in risposta alle domande retoriche del leader suonano rombi di tuono. Sullo sfondo sfavilla, con un trucco di ripresa, lo slogan tolto di peso dai dialoghi di una telenovela brasiliana: «L’amore vince sempre sull’invidia e l’odio». Del resto, anche il (più) ricco piange, sul palco. Soltanto Umberto Bossi regala una nota stonata e quindi autentica al copione, inciampando sulla passerella e nelle frasi.
Lo show deve comunque andare avanti e il pomeriggio di piazza San Giovanni diventa una piccola metafora di quanto accade da quindici anni, l’uomo che trasforma tutto in televisione è riuscito a ridurre la politica e le istituzioni a talk show, i vertici internazionali in gare di barzellette, il governo in un festival, i vecchi problemi in un quiz, perfino i terremoti in un set. Oggi progetta di rendere l’elezione del presidente della Repubblica divertente come il Grande Fratello, magari grazie al televoto da casa. Ma intanto bisogna vedere quanto regge il trucco.
Nel retropalco di piazza San Giovanni, non andato in onda, le facce di ministri e candidati governatori erano meno sorridenti di quelle poi indossate davanti alle telecamere, in occasione di una specie di giuramento di valvassori. Si respira la paura dell’astensionismo di destra, di una brutta batosta alle regionali. Il premier cerca di rassicurare, sostiene come i bravi conduttori di show che comunque vada, sarà un successo. «Basterà prendere una regione in più di Lombardia e Veneto». Ma due mesi fa, sondaggi alla mano, il progetto era di ribaltare l’undici a due del 2005. In poche settimane la favola berlusconiana ha smarrito la trama, il super eroe Bertolaso ha perso i suoi super poteri, il «miracolo abruzzese» ha svelato la solita puzza di appalti truffa, gli uomini del fare si sono rivelati incapaci di compilare liste elettorali e per le strade di Napoli sta tornando a crescere la spazzatura. Più di tutto, la crisi economica, già sconfitta dal governo molte puntate fa, continua inspiegabilmente a occupare la scena della vita reale. Meno male che «non esiste», come «non esiste una nuova Tangentopoli». Meno male che «siamo un milione» a cantare «meno male che Silvio c’è» e stavolta i telegiornali non s’affrettano a decimare le cifre.
(21 marzo 2010)
 







 






Milioni di impuniti come l’impunito Milioni
Il fatto è che milioni d’italiani credono di essere Berlusconi, ma sono soltanto Milioni. Intesi anche come Alfredo Milioni, il presidente di circoscrizione romano che non ha presentato le liste del Pdl in tempo perché, dice, s’era fermato a mangiare un panino. Quindi ha presentato ricorso, ma ha sbagliato la data del ricorso. E allora è andato a piangere dai capi, che hanno convinto il governo a emanare un decreto, ma quelli hanno sbagliato pure il decreto. Ma non fa nulla, perché è comunque colpa dei giudici comunisti. Così, invece di cacciarlo a pedate dal partito, Berlusconi ha eletto Milioni a eroe della lotta al comunismo. Chissà, un giorno forse gli faranno anche una statua equestre in centro con lo sguardo verso l’orizzonte, una lista in mano e uno sfilatino sotto il braccio.
Il punto è proprio questo: perché Berlusconi esalta Milioni e non lo caccia? In realtà, aveva provato. Sulle prime, il premier aveva tratto dal pasticcio delle liste la conclusione più logica, la stessa tratta da Bossi e Fini. Ovvero che nel Pdl vi fossero troppi incapaci miracolati, arruffoni e arraffoni. Ma poi è arrivata la ribellione del popolo a questa semplice verità. I sondaggi hanno certificato un crollo dei consensi. Gli elettori di Berlusconi non vogliono spiegazioni sensate, vogliono il sangue, le teorie del complotto. E Berlusconi, che di questa Italia è il burattinaio ma ancor più il burattino, ha fatto una spettacolare giravolta.

La colpa è, come sempre, delle toghe rosse. Milioni di Milioni vogliono così. In concreto essi s’identificano assai più in Alfredo che in Silvio. Al padrone non chiedono autocritiche, argomenti seri, ma una protezione, uno scudo totale per la propria incapacità di essere cittadini, l’ignoranza delle regole, il pressapochismo furbastro, il disprezzo per la legalità, la voglia matta di rimanere impuniti. Impuniti se si presentano in ritardo, se non pagano le tasse, se costruiscono un abuso sull’abuso dell’anno precedente, se passano col rosso.
Milioni d’impuniti, come l’impunito Milioni. Tanto è colpa dei comunisti. E in ogni caso i comunisti ne hanno fatte di molto peggiori. Vuoi mettere i gulag con la sfiga di tirare sotto questo disgraziato mentre attraversava sulle strisce? Vogliamo paragonare le purghe di Stalin con questa mazzetta che mi sono ritrovato in tasca, chissà come, magari è un complotto? I Berlusconi passano. E questo magari passerà in fretta. Ma rimarranno milioni d’italiani incivili, allergici alla verità, arruffoni e arraffoni, eternamente fascisti.
(19 marzo 2010)
 





Il ministero dell'amore
Piero Ignazi

Odio e Amore. Bene e Male. Berlusconi agisce su potenti leve pre-politiche per ottenere consenso
 
Nell'universo concentrazionario immaginato da George Orwell in “1984”, vi era un’istituzione che più di ogni altra “incuteva un autentico terrore”: il ministero dell'Amore. Era l'unico privo di finestre perché nulla doveva trapelare all'esterno. Ai contatti con il mondo provvedeva il ministero della Verità, dove si cancellava la memoria delle notizie sgradite e se ne confezionavano di verosimilmente false. Solo il partito poteva decretare quando il vero era falso, e il falso vero.
Tutto questo suona familiare nel paese di Berluscandia. Non è vero il ritardo degli apparatniki pidiellini nel presentare le liste, non è vera la mancanza di timbri e bolli, non è vera la nonviolenza dei radicali (anzi, ecco un 'vero' scoop: sono i radicali i violenti, non i nostalgici del manganello). La realtà non esiste in sé: si materializza solo quando filtra dagli alambicchi comunicativi di Palazzo Chigi.
Così nasce e si impone il “ben pensare”: eliminando i fatti sgradevoli e diffondendo urbi et orbi la loro “giusta” versione. L'allucinante conferenza stampa del presidente del Consiglio che ribaltava su giudici e avversari politici la responsabilità dei pasticci commessi dai dirigenti del suo partito si attaglia perfettamente allo schema orwelliano. D'un colpo, appena annunciato, il benpensare berlusconiano diventa norma e i più diligenti dei suoi fidi si precipitano in tv a propagarlo, esaltando nordcoreanamente la nuova verità offerta dal capo ai poveri di spirito. E chi aveva dubitato, raddoppia l'impeto e l'entusiasmo. Per riconfermare la propria fedeltà. Perché il capo non sbaglia mai.
Ma il Grande Fratello non solo è l'unica fonte di verità: è anche e soprattutto fonte inesauribile d'amore, anzi è l'amore in sé e per sé. Infatti, come grondano d'amore le parole sue - e dei suoi seguaci - quando si rivolge agli avversari! Con quanta soavità e gentilezza li tratta! Questa continua inversione della realtà, questa continua manomissione dei fatti, costruisce uno scenario tanto fittizio quanto plausibile agli occhi di molti.
Perché? Perché agisce su potenti leve pre-politiche. Affinché lo scenario imposto dal Grande Fratello diventi credibile, va scatenata una gigantesca energia emotiva che diriga affettivamente l'attenzione, e poi l'adesione, alle parole del capo. Ogni richiamo a dati di fatto empiricamente verificabili, ogni ragionamento logico-razionale, ogni analisi critica, vengono travolti dalla potenza evocativa dei riferimenti mitico-simbolici al bene e al male. Tutto viene ridotto alla divisione del mondo tra chi ama e chi odia. Cioè alla massima semplificazione possibile delle categorie interpretative del reale, quelle che ogni persona, anche la meno articolata, utilizza per orientarsi nel mondo.
Adottando categorie dotate di valenze affettive così forti, che trascendono quelle cognitive-razionali, nel momento in cui vengono traslate in politica creano identificazioni e fedeltà solidissime. Staccarsene produce un trauma affettivo oltre ad uno spaesamento: se non sono più nel bene, vuol dire che sprofondo nel male?
La degradazione della politica italiana passa anche da questo riduzionismo etico-politico. La incanala lungo una strada di odio ideologico che pensavamo di aver lasciato alle spalle alla fine degli anni Settanta, quando esistevano i nemici del popolo o i nemici della nazione a seconda degli orientamenti politici.
Ci sono voluti i lunghi anni di piombo per riconoscere che il Sistema imperialistico delle multinazionali dei brigatisti era una ridicola stupidaggine, e che le cospirazioni comuniste contro la parte sana della nazione erano deliri di fanatici nostalgici. C'è voluto quel buissimo periodo per ritornare ad una politica magari noiosa e piatta, ma decentemente rispettosa delle posizioni degli altri, una politica dove nessuno si impossessava più del bene contro il male, dove nessuno brandiva più la spada dell'arcangelo Gabriele per schiacciare il drago impuro e maligno.
Ora, il ministero dell'Amore torna ad imporsi sulla scena. Come il Winston Smith di “1984”, anche noi che resistiamo al ”buon volere” del Grande Fratello, alla fine, dopo innumerevoli lavaggi del cervello minzoliniani, saremo costretti ad arrenderci?
(25 marzo 2010)













 


mercoledì 17 marzo 2010

L'oscuramento




Le lunghe ali del regime stanno oscurando, poco per volta, tutti gli spazi dove poter esercitare la libertà di parola. Accade così che, in piena campagna elettorale, l’informazione politica venga relegata solo negli spazi istituzionali (dell’emittente pubblica, ovvio) vale a dire i telegiornali, dove il controllo dei partiti, di quelli di maggioranza segnatamente, può esercitarsi con relativa facilità.
Grazie al divario digitale, ancora esistente, la censura potrà avere successo e buona parte di connazionali dispone già ora di notizie approssimative, superficiali e magari confezionate appositamente per le circostanze.
Peccato per gli apprendisti del Grande Fratello, quello orwelliano, che la Rete non sia controllabile, peccato perché lo sputtanamento è dietro l’angolo. Sempre. Peccato, però, che di questa opportunità non possa (o non voglia) giovarsene la Rai, o almeno quei settori che garantiscono un pensiero diverso. Peccato, perché a rovistare negli archivi, tra filmati e carta stampata, si riuscirebbe a trovare molto materiale interessante per la diffusione anche ad uso e consumo di quella maggioranza silenziosa, oscillante tra “Franza o Spagna purchè se magna”.
Provo a fornirne un esempio illuminante con questo post multiplo. Soltanto le date aiutano a distinguere e orientarsi, altrimenti gli articoli sembrerebbero essere di questo periodo. Anzi, in talune circostanze diventano quasi profetici. La forza delle immagini, poi.
Già il Bossi, nella breve clip audio-video, rappresenta una degna introduzione. Era il tempo in cui la Lega dava anche del mafioso al papi, senza preoccuparsi dell’opportunità politica. “La Padania” attaccava con virulenza l’attuale capo del Governo e Spatuzza era sconosciuto. Chi accusa “il Fatto Quotidiano” oggi di essere un megafono delle Procure (una bestialità che solo un Cicchitto con cappuccio d’ordinanza può partorire), evidentemente non ricorda il contenuto degli articoli che, nel 1998, giorno dopo giorno, l’organo leghista proponeva. Poi è sopraggiunta la normalizzazione, a tal punto perfezionata che, di quegli articoli, non esiste più traccia negli archivi. Apparentemente. Basta saper cercare.
Dunque torniamo indietro con gli anni, al 1994. Il disastro stava cominciando. Il papi era sceso in campo da un paio di mesi, aveva vinto le elezioni e non si era perso tempo a far prigionieri. Facilissimo con dirigenti Rai genuflessi da mesi che avevano subito intercettato il nuovo vento che spirava e si erano adeguati. A tal punto da anticipare i desideri del sovrano. È interessante notare come, nell’episodio raccontato da Concita De Gregorio, il papi neppure intervenne.
Un salto temporale di otto anni e nel 2002 accadde un episodio gravissimo e paradossale: il papi si autocensurò. Di stranezze dette e fatte quest’omino ci ha sommerso, ma l’autocensura costituì un capitolo nuovo e assolutamente inaspettato. Neppure il mai troppo rimpianto “settimanale di resistenza umana” Cuore avrebbe potuto confezionarci uno di quei titoli superlativi.
La realtà surclassa la satira e quando questo avviene significa che il regime si sta ormai infilando in ogni interstizio. Ci sarebbe stato già da allarmarsi, da reagire e invece…
Il commento di Curzio Maltese è eccellente, ma ugualmente interessanti sono i filmati che riproducono quel Blob così discusso, anzi censurato.
Peccato che si sia la Rete. Ancora.





LA RAI CENSURA BLOB. ”ATTACCA BERLUSCONI”.
 
ROMA- Pesante censura, sospensione - come a scuola - di Marco Giusti e Enrico Ghezzi, i soliti indisciplinati della rete Tre, i soliti provocatori di Blob che spesso esagerano e questa volta, allarga le braccia il direttore generale della Rai, hanno passato il limite e se la sono presa, accidenti, con Silvio Berlusconi. È per colpa di uno di quei montaggi audio-video che già fecero imbestialire il cronista all'epoca craxiano Onofrio Pirrotta ("ma che bella faccia di cazzo", commentava su un suo primo piano la voce di Gassman) e che nella versione Berlusconi fa quest'effetto: faccia di Berlusconi, voce fuori campo che in romanesco dice “Ah cencio, vedi d' annà affanculo...” . Per Pirrotta nessuno si mosse, per Berlusconi Locatelli ha aperto un'istruttoria durata due mesi.
Ghezzi e Giusti gli hanno spiegato che l'audio era uno spezzone dell' “Intervista'”di Fellini, è intervenuto a difenderli il direttore di rete Angelo Guglielmi, c'è stato ed è agli atti un carteggio ampio, polifonico, a tratti surreale. Argomenta in una delle lettere Locatelli: "Quel 'cencio' , per come è pronunciato e per il fatto di essere parola di due sillabe, si presta ad essere confuso con 'Silvio' ". Infine la decisione: sospesi dal lavoro per dieci giorni, con lettera firmata dal direttore generale e già protocollata. Ci sarà un ricorso dei puniti, ma intanto il segnale è forte e chiaro.
Attenti, composti, il direttore vigila e vi guarda. Non è tempo di scherzare. Più veloce della luce la Rai cambia - ha cambiato rotta. Prima ancora che "gli osservatori" inebetiti da anni di vicende fanfan-forlaniane capiscano e classifichino quel che succede in viale Mazzini ecco che già i professori sono come per incanto e per vitale istinto in sintonia, in cordiale accordo, in ottima intesa con il governo prossimo venturo. Complice a volte l'amicizia personale (di Locatelli con Berlusconi, di Demattè con Bossi) la tenaglia degli accordi si stringe, la nuova maggioranza di destra diventa interlocutore possibile. La Rai - per ora - resta. Con la benedizione di Carlo Scognamiglio, ex bocconiano che l'ex rettore della Bocconi Demattè può chiamare Carlino, e con il provvisorio assenso di Irene Pivetti la settimana Rai si chiude in scioltezza, e forse persino in allegria.
Claudio Demattè torna come ogni venerdì pomeriggio a Milano dopo aver incontrato i nuovi presidenti delle Camere. Gli uffici stampa li definiscono "incontri lunghi e molto cordiali". Non due parole freddine e formali, insomma. Scognamiglio gli ha assicurato (e ha poi ripetuto ai giornalisti) che questo consiglio Rai durerà fino alla riforma della legge sulla tv, "prima si cambia la legge poi si fa il nuovo consiglio", dunque sei mesi, anche un anno di quiete. La Pivetti non ha chiesto ancora le "dimissioni immediate" che pretendeva poche ore prima di essere eletta presidente della Camera, ed è già molto. In più si è mostrata molto interessata alla questione dei conti. Ottimi, riconoscono ora persino i dirigenti dell'Adrai spodestati dal nuovo cda: conti eccellenti, il risanamento funziona. "Sul piano economico la gestione Demattè è inattaccabile", ripete e accredita a ogni pie' sospinto l' ufficio stampa Rai, ed è questa la chiave della nuova linea.
Sul piano economico la Rai è inattaccabile, e sul piano politico? Lì bisognerà dare qualche bacchettata, qualche energica dimostrazione di un nuovo rigore. Eccessi di sinistrismo? Correggeremo. Con garbo, senza che si possa dire che c' è persecuzione o censura. Il caso Ghezzi-Giusti è esemplare anche perché sembra un intervento '”politico” e forse per il consiglio è bene che lo sembri, ma in effetti non lo è, è una vicenda nata due mesi fa quando le elezioni erano ancora lontane, sarebbe probabilmente morto come una faccenda di attacchi incrociati aziendali se non servisse, ora, usarlo come spot della ritrovata severità. "Non si poteva fare diversamente", dice un dirigente che ha avuto la pratica sul tavolo: "Del resto Blob era già stato richiamato molte volte, in tempi recentissimi per violazione delle regole è costato all'azienda due multe del Garante per l'editoria, una da 30 e una da 90 milioni".
Per la cronaca: il Blob censurato è del 10 febbraio, prima dei quaranta giorni di silenzio preelettorale imposti dalla legge. All'epoca Ghezzi era a Berlino, al Festival. Due buoni motivi (il momento precoce e l'assenza dell'inventore del programma) per considerare l'episodio peccato veniale, e archiviare. Non risulta, tra l'altro, che Berlusconi abbia protestato. Non c' è stato ricorso, insomma, la pratica è nata d'ufficio e d'ufficio poteva morire. Invece fra equivoci e scambi di lettere l'istruttoria va avanti e, guarda un po' , vien fuori ora: ora che il prossimo governo deve decidere che fare della Rai, se rinnovare o no il decreto che finanzia il risanamento e intanto copre il buco, se e come cambiare la legge sulle tv, se vendere regionalizzare trasformare in pay tv o cedere uno due, tutti i canali. Per i “professori” l'operazione di riallineamento a destra è concentrica e complessa, e non è detto che tutti la condividano.
Elvira Sellerio, per esempio, tentenna. Il piano funziona così. Primo pilastro sono i conti, il piano triennale "che porterà all'attivo nel '96", giurano in azienda, e sul quale nemmeno Ombretta Fumagalli Carulli, probabile ministro delle Poste, ha più niente da dire. La seconda colonna sono le garanzie politiche: trovare l'intesa con Lega e Forza Italia, che tanto Fini e Storace parlano ma i consiglieri della Rai sanno che è un gioco delle parti, i missini vanno avanti a urlare, gli alleati restano un passo indietro a tessere la tela. Poi i rapporti interni: con il sindacato dissidente dei Cento, quelli che contestavano l'Usigrai del "comunista Giulietti", e che Locatelli e Demattè prima ignoravano, oggi ricevono e ascoltano. Con i dirigenti già socialisti e democristiani emarginati agli esordi del nuovo corso e ora accomunati ai professori bonificatori dal comune pericolo di essere bonificati.
Infine qualche dettaglio e qualche segnale. Le bacchettate alla satira troppo a sinistra, il blocco dei contratti con i giornalisti “esterni” - quelli come Riotta, Deaglio, Vigorelli, Bonacina, forse anche Barbato - che ha già messo in moto qualche polemica "assenza per malattia" e che comunque significa divieto oggi e per sempre: divieto per chi ha beneficiato finora e per chi potrebbe beneficiare domani. E mentre riemergono dal passato i nomi di Sodano, Vespa, Selva, candidati via via a dirigere tutta la Rai una rete o un tg, si riaffaccia a dar pagelle anche Pasquarelli ex direttore di fede forlaniana che ha scritto un libro - "Rai, addio" - dove fra l'altro si scusa con Gianfranco Funari per non averlo riassunto, lo riconosce geniale e dice "oggi, se potessi, lo riprenderei subito in Rai". Corsi e ricorsi. Pirrotta, vittima socialista di Blob, si può trovare a RaiTre, rubriche culturali. Giusti e Ghezzi fanno intuire che, se la cosa non si risolvesse con tante scuse, potrebbero anche lasciare Blob e andarsene. Nessuno sa immaginare dove.
CONCITA DE GREGORIO

(23 aprile 1994)

 






Saccà blocca il Berlusconi-blob. Rutelli: censura gravissima
ROMA- Già lunedì notte, Agostino Saccà si era fatto sentire con Paolo Ruffini, direttore di RaiTre. Il secondo Blob consecutivo, tutto dedicato ai tic di Berlusconi, non era piaciuto al direttore generale della Rai, che martedì ha fatto anche di più. Con una lettera, ha bloccato il terzo Blob berlusconiano. Dice Ruffini: «Eseguo l'ordine di fermare la puntata, ma senza condividerlo. Saccà controlla la coerenza tra i programmi e la linea editoriale che il consiglio fissa per la Rai. Così dice la legge. Ma gli ho fatto presente, da subito, che mancavano i presupposti per un atto simile». Un atto di «inaudita gravità» commenta il leader della Margherita Rutelli, che traccia un bilancio «desolante» del vertice della Rai. «Tra errori gestionali e censure politiche, questo consiglio sta trascinando la tv di Stato nella crisi più grave da almeno 10 anni». Quindi Rutelli si appella ai presidenti di Camera e Senato e ai capi stessi del Polo: «Chi ha a cuore il futuro della Rai ora deve intervenire».
La tentazione ci sarebbe. Ampi settori del Polo cominciano a dubitare delle capacità di questo vertice. Proprio il clima di sfiducia, secondo Gentiloni della Margherita, spiega molte cose: «La censura che Saccà infligge a Blob è un indizio di debolezza. Gli attuali capi della Rai sono al capolinea e mostrano i muscoli, in un disperato istinto di sopravvivenza». Il problema è che troppi programmi cominciano a subire il «furore» dell'attacco polista, confuso e dunque «più pericoloso». Giulietti e Falomi dei Ds stilano l' elenco dei "caduti": «Prima Luttazzi, poi Biagi e Santoro, ora anche Blob». «Di tutto questo», annunciano i verdi Pecoraro Scanio e Paolo Cento, «il vertice della televisione di Stato dovrà riferire in Parlamento, davanti alla commissione di Vigilanza». Da Franco Giordano di Rifondazione arriva la solidarietà agli autori del programma, mentre Natale, segretario del principale sindacato dei giornalisti Rai, parla di «colpo all'originalità del palinsesto». Siamo alla «censura», secondo il consigliere Rai Donzelli».
«Censura», dice Agostino Saccà, «è una parola che non accetto. In una sola settimana RaiTre avrebbe messo in onda 40 minuti di satira a bersaglio unico: Berlusconi. Davvero troppo: questi attacchi, invece di colpire il premier, l'avrebbe avvantaggiato facendone una vittima. Mi accusano di vietare la satira? È un genere importante, certo. Chi governa, poi, deve pagare lo scotto della popolarità ed è più esposto. Ma la satira andrebbe fatta su tutto e tutti, non a senso unico». Il forzista Barelli ricorda che Blob aveva in calendario addirittura sei puntate contro il Cavaliere, «un’offesa alla maggioranza degli italiani che ha votato la Casa delle libertà. Non è stata fermata una trasmissione libera, ma un putricidio che offendeva il Paese».
ALDO FONTANAROSA
(10 ottobre 2002)  

 
 


 
La censura della Rai si abbatte anche su Blob
 
GLI ammiratori del Blob notturno dedicato a Silvio Berlusconi si domandavano da giorni non se ma quando sarebbe arrivata l'inevitabile censura al programma, sia pure di nicchia (alle 23,30 su RaiTre), da parte dei vertici berluscones della Rai. La risposta e la censura sono arrivate puntuali, alla vigilia della terza puntata, prevista per lunedì e mai andata in onda. In un breve e davvero satirico comunicato, il direttore generale di viale Mazzini, Agostino Saccà, ordina la sospensione del programma in quanto «satira di parte», senza par condicio.
Alla censura di ogni voce critica o soltanto indipendente nella Rai di Berlusconi siamo ormai abituati, dopo la soppressione di Enzo Biagi e Michele Santoro. Ma l'idea che Berlusconi, attraverso il fido Saccà, censuri addirittura se stesso è nuova. È curioso e significativo che lo stesso direttore generale della Rai consideri «satira», per offensiva oltre ogni limite, la semplice messa in fila di frasi celebri del presidente del Consiglio. L'operazione più eversiva dei due primi (e ultimi) Blob-Silvio è stata infatti la riproposizione integrale, senza tagli o commenti, del famoso «Contratto con gli italiani» firmato negli studi di Bruno Vespa. L'effetto era esilarante. Come fu esilarante, mesi fa la replica, durante il defunto Sciuscià di Santoro, di un'invettiva di Umberto Bossi contro il «mafioso di Arcore». E come sarebbe divertente, «satirico», riproporre il celeberrimo messaggio berlusconiano della «discesa in campo», grondante gratitudine e ammirazione per i magistrati di Mani Pulite che avevano liberato il Paese da una «classe dirigente corrotta e mediocre». Magari affiancato all'elogio della prima repubblica recitato dallo stesso premier in occasione dell'omaggio al cassiere socialista Moroni.
Sono operazioni che Blob fa spesso e, al contrario di quanto sostiene Saccà, «a 360 gradi». Pochi giorni prima aveva trasmesso, sempre senza commenti o accostamenti maliziosi, la visione di Massimo D'Alema sull'Ulivo. Quella del '96, s'intende. Poi ognuno trae le conclusioni che crede. Nell'Italia dei berluscones non soltanto è sgradita e bandita dagli spazi pubblici ogni forma di satira e di critica al governo, ma è censurato anche il semplice uso della memoria. Come nei veri regimi, che considerano la memoria collettiva il peggior nemico. Stalin faceva ritoccare le fotografie. Qui si limitano a oscurare l'archivio delle immagini. Il Berlusconi del 2002 può sopravvivere soltanto oscurando per sempre il Berlusconi del '94 e perfino del 2001. Il Bossi del 2002 interviene sulla sua rete per proibire la rievocazione del Bossi del '98.
Va da sé che nessuno, nella Rai di questi anni, ha mai osato riproporre un filmato di Fini in pellegrinaggio a Predappio, anche se parliamo degli anni Novanta e non del primo dopoguerra. In tempi più recenti, un giornalista Rai cui venisse in mente di mettere in fila un anno di dichiarazioni e previsioni dell'infallibile ministro Tremonti, verrebbe licenziato alla velocità della luce. Nell'Italia di oggi, l'esercizio della memoria è l'atto più sovversivo che si possa compiere. Questa censura infatti verrà dimenticata in fretta, come le precedenti. L'Italia considera sempre più «normale» chiudere un programma per ordine del premier e padrone dell'etere, si tratti di Luttazzi, Biagi, Santoro o Blob. In fondo, considera «normale» anche nominare senatore a vita Mike Bongiorno, nel giorno in cui il Nobel premia un altro scienziato costretto a scappare all'estero. Segno che oltre la discussa «fuga dei cervelli», siamo in presenza di una generalizzata fuga dal cervello.
Rutelli ieri ha protestato con forza, ma la reazione dell'opposizione è stata finora frenata dalla convinzione che in fondo «questi temi non interessano alla gente». È certo che invece il controllo dei media interessa sempre molto a Berlusconi, che oggi come nel '94 ne ha fatto, insieme alla giustizia, l'unica vera direttiva di governo. Grazie alle televisioni ha vinto, grazie alle televisioni pensa di continuare a governare, nonostante il disastro economico e la pessima qualità della nuova classe dirigente.
Il berlusconismo muove del resto dall'idea che, per dirla con l'Hobsbawn del "Secolo Breve", «è chiaro a tutti che alla fine del secolo i media sono una componente della vita pubblica più importante dei partiti e dei sistemi elettorali». Oddio, magari non a tutti. Per esempio non è chiaro all'opposizione italiana. E neppure ai tanti commentatori e sociologi che si domandano come mai la perdita di consenso della destra non si traduca in crescita di consenso per l'Ulivo, escogitando raffinate teorie. Senza mai prendere in considerazione il dato concreto e banale che negli ultimi due anni lo spazio dell'opposizione, sui media nazionali, tv e giornali, si è ridotto alla metà. Se Hobsbawn (e Berlusconi) hanno ragione, oggi un moderno regime non ha bisogno di chiudere con la forza le sezioni dei partiti. Per mantenere il potere basta chiudere gli spazi critici dei media. In Italia, siamo a buon punto.
CURZIO MALTESE
(10 ottobre 2002)    
 
 

 


domenica 14 marzo 2010

La storia non si prescrive













9 novembre 2002



































Su “il Fatto Quotidiano” di venerdì scorso, Marco Travaglio ha scritto un lungo e interessante pezzo, sulle “37 porcate” – come le ha definite – varate dal papi e dalla sua cricca in questi 16 anni. Ho estrapolato la ex Cirielli, in virtù della quale non si potrà realizzare il sogno che le persone oneste hanno nel cuore, vale a dire il papi a San Vittore, perché mi pare significativa per gli effetti devastanti che ha prodotto. E anche perché mi è capitato tra le mani, nei giorni scorsi, un articolo pubblicato su “l’Unità” il 27 dicembre 2005. Credo che esemplificare ciò che accade in concreto, nell’ambito più quotidiano, sia utile per capire l’ostinazione nel denunciare l’arroganza del principe, per il quale è legge ciò che gli aggrada.

Una curiosa coincidenza è stata, però, quella di trovare sotto al pezzo di Wanda Marra, un articolo di Marco Travaglio, nella rubrica “Bananas”, che sembra scritto ieri e invece risale alla fine del 2005.
Da quella data ci sono stati solo regressi.

Però, per non farci troppo male nella conclusione domenicale, ripropongo il link alla famosa intervista a Berlinguer sulla “questione morale” e poi, tornando ai giorni nostri, l’entusiasmante discorso che Nichi Vendola ha tenuto ieri a Roma durante la manifestazione a favore della giustizia e della legalità. E guarda un po’ come siamo ridotti se occorre mobilitarsi e scendere in piazza per affermare due concetti che dovrebbero essere ovvii. Ma i colpi di coda di un regime che sta sbriciolandosi sono i più velenosi e forse dovremo tenercela cara la piazza, bella piazza, perché qualcosa sta per accadere. L’onda.




12. Ex Cirielli (2005). Il 29 novembre 2005 la Cdl vara la legge ex Cirielli (misconosciuta dal suo stesso proponente), che riduce la prescrizione per gli incensurati e trasforma in arresti domiciliari la detenzione per gli ultrasettantenni (Previti ha appena compiuto 70 anni, Berlusconi sta per compierli). La legge porta i reati prescritti da 100 a 150 mila all’anno, decima i capi di imputazione del processo Mediaset (la frode fiscale passa da 15 a 7 anni e mezzo) e annienta il processo Mills (la corruzione anche giudiziaria si prescrive non più in 15, ma in 10 anni). Marco Travaglio. Da “il Fatto Quotidiano” del 12 marzo 2010.

 

Ex Cirielli, la prescrizione dimezzata ha iniziato a fare le sue vittime

Dalle cronache locali dei quotidiani emergono storie paradossali con l’applicazione della nuova legge. Vediamone alcune

di Wanda Marra / Roma



Commercialisti truffaldini, contrabbandieri, aggressori, ricettatori, taroccatori di auto di lusso, farmacisti, venditori di medicine pericolose: è passato meno di un mese dall’approvazione della ex Cirielli (datata al 30 novembre scorso) e la lista di coloro che ne hanno tratto giovamento è già lunga. E moltissimi lo faranno in futuro. Mentre c’è anche chi ne ha fatto le spese. Vediamo.

A. P., ha 70 anni, ed è malato. Secondo la storia che racconta il 12 dicembre la cronaca di Milano di Repubblica, fino al ‘97 aveva una latteria con la moglie, poi un tumore alla laringe lo costringe a lasciare l’attività. Dopo 4 anni, riceve cartelle esattoriali per 50 milioni di vecchie lire: tasse mai pagate, secondo l’erario, che datano dal ‘94 al ‘96. Allora A.P. recupera le copie degli assegni dal commercialista che gli aveva sempre detto che tutto era a posto. Ma i soldi, in realtà, se li era incassati lui. Scatta la denuncia: truffa e appropriazione indebita aggravata. Il pm fissa la citazione in giudizio per il 12 dicembre, ma nel frattempo viene approvata la Salva Previti. La prescrizione prima decorreva dopo 15 anni, adesso dopo 7 e mezzo e il caso viene archiviato. A.P. dovrà pagare altri 25mila euro, oltre a quelli già intascati dal suo commercialista.

Dal piccolo truffatore, si passa ai grandi contrabbandieri: e così un colpo di spugna ha cancellato un maxi processo con 15 imputati, accusati di aver contrabbandato circa 200 tonnellate di sigarette. Come racconta la cronaca di La Spezia della Nazione del 14 dicembre è intervenuta la prescrizione: i fatti risalgono al 94, e se prima della ex Cirielli, il reato veniva prescritto dopo 15 anni, adesso questo succede dopo 7 anni, in caso di incensurati e 10 in quello di recidivi.

Per «sopravvenuti termini di prescrizione», sono stati prosciolti dal Tribunale di Orbetello cinque imputati, che 6 anni fa a Manciano avevano picchiato una persona con «oggetti atti a offendere» (cronaca di Grosseto della Nazione del 15 dicembre): con la precedente legislazione, il reato era prescrivibile in 10 anni che potevano diventare 15, ora ne sono bastati 6.

Prescritti sono stati anche i componenti di una banda che “taroccava’ auto di lusso: secondo quanto raccontato dalla cronaca di Milano del 15 dicembre, 30 persone che rubavano Bmw e Mercedes e poi, dopo aver modificato le targhe, i documenti, e i libretti di circolazione, le rivendevano, nel 97. Prima, i tempi di prescrizione erano di 15 anni per il falso, e di 20 per riciclaggio.

Rischia di risolversi con colpo di spugna, invece, il processo al primario di Chirurgia A del Sant’Anna, finito a processo con l’accusa di 8 differenti omicidi colposi commessi, secondo la Procura di Como, tra il 30 aprile 1999 e il novembre 2001 (Corriere di Como, 13 dicembre).

I reati sono prescritti in 7 anni e meno, e le prime prescrizioni scatterebbero a partire dall’ottobre del prossimo anno. Dunque. Il 17 gennaio si apre il processo, quando manca meno di un anno alla prescrizione di 3 degli 8 omicidi colposi contestati al chirurgo.

Tutti gli altri andrebbero a estinguersi entro i due anni e mezzo successivi. Così, la possibilità che finisca in nulla l’intero processo è reale, visto che l’accusa potrebbe chiedere una nuova superperizia sulle otto morti sospette, con stop di almeno 4 mesi. Non è ancora stata prescritta – ma il rischio è forte –la vicenda risalente al 1990- che riguarda il farmacista di Robilante, Umberto Piccitto e il fratello Francesco. I due sono accusati di associazione per delinquere e lesioni personali per aver fabbricato e commercializzato prodotti farmaceutici per combattere l’obesità, che in molte donne avevano provocato preoccupanti effetti collaterali (La Stampa, cronaca di Cuneo, 15 dicembre): hanno indagato diverse procure, e le inchieste sono poi confluite a Cuneo, dove le pillole venivano confezionate. C’è stata una prima udienza il 2 marzo, una il 6 luglio, e una nuova udienza è fissata per il prossimo 11 gennaio, con ampie possibilità che la vicenda finisca prescritta.




27 dicembre 2005

 

 



 


martedì 9 marzo 2010

L'inferno di Haiti






 







Lascio da parte le miserie morali di questa Italia, ripetutamente stuprata, perché poi c’è sempre di peggio nel mondo (e anche di meglio, per fortuna). Il TgTre è tornato con una sua troupe ad Haiti, due mesi dopo il catastrofico terremoto, testimoniando una parvenza di ripresa della vita, peraltro molto precaria dove già era disagevole vivere prima.

Un’annotazione, anche visiva, mi ha colpito. Molti ragazzi continuano a scavare sotto le macerie, dove si trova ancora un numero incalcolabile di morti, perché sperano di trovare addosso ai cadaveri soldi e oggetti preziosi, d’oro soprattutto. Ne parlava con molta tranquillità un giovane della capitale. E non ho potuto fare a meno di considerare in quale stato di decomposizione si possano trovare quei cadaveri, con tutte le conseguenze relative.

Il degrado totale, che ha ridotto esseri umani ad una condizione primordiale, è anche crudamente raccontato in un reportage, pubblicato su “La Stampa” alcuni giorni fa, che riprende testimonianze dirette dall’area caraibica. All’interno del testo vari link che rimandano alle fonti originarie.

Ad Haiti, intanto, si avvicina la stagione delle piogge e degli uragani. Non c’è pace a Port-au-Prince





















Haiti: crescono le violenze sessuali contro le donne nelle tendopoli



TESTO ORIGINALE DI LISA PARAVISINI, TRADUZIONE DI GAIA RESTA



Le notizie più inquietanti delle ultime settimane, tra il caos e l’instabilità dilaganti ad Haiti dopo il terremoto del 12 gennaio, riguardano il significativo aumento di aggressioni contro donne e bambine all’interno dei rifugi temporanei che oggi affollano il Paese. Le denunce di violenze e stupri contro le donne, ormai all’ordine del giorno in tutto il territorio, giungono in un momento di totale assenza di sicurezza nella regione.

Secondo alcuni resoconti, le donne sono dovute ricorrere a misure drastiche per proteggersi dalla violenza nelle tendopoli sorte dopo il terremoto. Parliamo di madri sveglie tutta la notte, che non riescono nemmeno ad andare in bagno o a prendere l'acqua, per paura che gli uomini ne stuprino le figlie mentre dormono. Alle ragazze più giovani è stato detto di indossare i jeans sotto i vestiti, per essere ulteriormente protette durante la notte.

Gli uomini del luogo si sono organizzati in gruppi per proteggere le donne e le bambine dei loro campi, dotandosi di armi artigianali per allontanare gli aggressori. Tanta paura è dovuta anche alla presenza di molti criminali fuggiti dalle prigioni locali dopo il terremoto, e non ancora catturati. Tuttavia, anche prima del devastante sisma, il tasso delle violenze sessuali ad Haiti era tra i più alti del mondo, secondo un rapporto di Amnesty International del 2008.

La storia della violenza sessuale ad Haiti è lunga e oscura. Lo stupro è stato riconosciuto come reato dalla legge haitiana solo nel 2005 e, in generale, ha sempre goduto di una certa impunità (come ribadiva ancora Amnesty International nel 2006). Difatti lo stupro è comunemente percepito come qualcosa che può accadere solo a una ragazza molto giovane o vergine. La normativa haitiana lo considera un "reato d'onore", facendo gravare, di conseguenza, un grande senso di vergogna sulla vittima. Nel 2004 durante il periodo precedente la fuga del presidente Jean Bertrand Aristide dal Paese, un momento di grande caos e sconvolgimento politico, le violenze sessuali e gli stupri erano particolarmente frequenti. Gli aggressori rimanevano impuniti e raramente venivano arrestati, anche quando erano identificati dalle vittime. Una donna ha dichiarato di essere andata in lacrime dalla polizia per denunciare lo stupro e, non solo di essere stata trattata con falsa preoccupazione, ma addirittura di essere stata portata fuori solo per essere nuovamente violentata dal poliziotto.

Taina Bien-Aime, direttore esecutivo di Equality Now, ha parlato su MediaGlobal (testata indipendente basata all'ONU e centrata sul 'Sud globale') dell’attuale situazione ad Haiti: "La cosa più straziante e scandalosa è che un minuto dopo il sisma, abbiamo temuto e previsto che si sarebbero verificati stupri e violenze sessuali. Quasi ogni giorno, vengono pubblicate storie di violenza sessuale e stupri nelle tendopoli o di come le donne temano di essere assalite da potenziali stupratori... Dbbiamo imparare dagli errori del passato rispetto alla tutela delle donne e delle bambine nei periodi di guerra o calamità naturali. Alle donne haitiane viene spesso insegnato a soffrire in silenzio, ma la comunità internazionale non deve considerare inevitabile l’incontrollata violenza sessuale nell’Haiti del post-terremoto. Abbiamo fatto dei rapidi controlli nei campi in cui stiamo lavorando, e ci siamo imbattuti in denunce, molto simili fra loro, di bambine e donne che sono state vittime di violenza proprio in quanto donne. C'è un urgente bisogno di adottare misure appropriate per garantire loro protezione."

Molte organizzazioni per lo sviluppo attualmente impegnate sul campo ad Haiti, stanno facendo tutto il possibile per proteggere donne e bambine dalla violenza. Solveig Routier, specialista in emergenze e tutela dei minori per Plan, ente internazionale per lo sviluppo centrato sui bambini, ha dichiarato su MediaGlobal: "Negli spazi a misura di bambino che Plan sta allestendo nelle tendopoli, sarà in vigore un sistema di monitoraggio, in modo che ogni episodio di violenza sessuale contro le donne e le bambine potrà essere denunciato in un ambiente sicuro. Il personale qualificato valuterà e fornirà il livello di sostegno psico-sociale necessario ad ogni singolo caso e, quando si riterrà necessario un intervento più articolato, Plan indirizzerà queste persone ai più adeguati centri di salute mentale della zona."

Nello stesso intervento su MediaGlobal, Routier ha spiegato che organizzazioni quali Plan sanno bene di dover offrire supporto nei campi-profughi e i loro comitati di gestione stanno approntando ulteriori meccanismi per prevenire la violenza di genere. Nelle sue parole: "Ciò significa migliorare l'illuminazione, e fornire latrine e bagni separati per le donne. Di vitale importanza è l’impiego nei campi-profughi di pattuglie di sicurezza per proteggere le bambine e le donne, soprattutto di notte. Tutto ciò comporta ovviamente il rafforzamento della collaborazione con la polizia e i sistemi di giustizia, così come con il servizio sanitario."

È estremamente importante che le organizzazioni di soccorso lavorino insieme per proteggere le donne da queste aggressioni. A questo riguardo, Bien-Aime ha sollecitato le Nazioni Unite e le altre maggiori agenzie internazionali di soccorso al fine di garantire che "le misure di prevenzione siano messe in atto sistematicamente, e non in maniera casuale, per proteggere le donne e le bambine dalla violenza sessuale e dallo stupro."

Maggiori dettagli in questo articolo su MediaGlobal.

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Testo originale: Threat of rape grows in Haitian tent camps, di Lisa Paravisini. Ripreso da Repeating Islands: spazio collettivo al femminile di riflessioni e notizie su arte, letteratura, cultura e attualità dell'area caraibica.

 

Pubblicato il 3 marzo 2010.







La foto 1 è di Unicef-Svezia, le foto 2 e 3 sono

Unicef-Italia.