venerdì 28 novembre 2008

Le furbate di Al Tappino



Dal ministro anti-fannulloni 600 euro mensili d'aumento per la casta dei suoi dirigenti e consulenze milionarie per l'Authority del merito. A tutti gli altri dipendenti pubblici solo 70 . Un «lusso» rispetto ai 40 della social card che il governo elargisce ai poveri


 




LA GRANDE CRISI


Maxi aumenti ai Brunetta boys


Il campione anti-fannulloni regala 600 euro al mese ai dipendenti del proprio ministero e della presidenza del consiglio: a fronte di 2 ore in più a settimana. Consulenze milionarie nella nuova «Authority del merito». E intanto dà solo 70 euro agli altri statali e licenza migliaia di precari


Antonio Sciotto


 


Il ministro Brunetta passerà pure per «mitico» grazie alla lotta ai cosiddetti fannulloni, ma per compiacere il proprio staff e quello del presidente del consiglio Berlusconi non guarda in faccia a nessun criterio di merito: è appena stato firmato un accordo sindacale che aumenta stabilmente di ben 600 euro medi al mese lo stipendio dei 3 mila dipendenti della presidenza del consiglio (tra i quali sono inclusi anche quelli del ministero della Funzione pubblica, quello guidato dallo stesso Brunetta, che in realtà è un semplice dipartimento dell'ufficio del premier). E a fronte della generosissima erogazione - tantopiù in tempi di crisi, e di licenziamenti di centinaia di migliaia di precari - cosa chiede l'uomo simbolo della produttività? Un enorme aumento di efficienza, ben due ore di lavoro in più a settimana: arrivare a 38 ore rispetto alle precedenti 36.

I 600 euro esistevano già, ma non erano per tutti: rappresentavano la «indennità di specificità organizzativa», un'erogazione accessoria per particolari funzioni, e sono la media tra un minimo di 350 e un massimo di 900 euro. Il ministro Brunetta adesso quel salario accessorio lo ha «stabilizzato», facendolo passare dall'integrativo al contratto nazionale (speciale per la presidenza del consiglio). E lo ha generalizzato a tutti i 3 mila dipendenti, con l'unica condizione che accettino di fare 2 ore in più a settimana. Nella direttiva che con solerzia ha inviato all'Aran per perfezionare la contrattazione, spiega che c'è anche la possibilità di rimanere a 36 ore: ma francamente sarà difficile trovare qualcuno che non si «sforzi» di farne 38.

Insomma, c'è chi a fronte di otto ore in più al mese, arriverà a prendere anche 900 euro aggiuntivi (pari allo stipendio di un precario); ma anche se ricevesse soltanto il minimo di 350 euro non gli andrebbe proprio male. Il principale firmatario del contratto è la Snaprecom (sindacato autonomo della presidenza del consiglio), mentre la Cgil non è rappresentata al tavolo contrattuale, e dunque non ha partecipato a definire il profilo della nuova «casta» di filiazione brunettiana.


Indennità tornello

C'è già chi la chiama «indennità tornello». Proprio Brunetta aveva scelto di propagandare l'istallazione dei tornelli a Palazzo Chigi, facendosi fotografare mentre passava il badge con una mano e con l'altra faceva sorridente la «v» di vittoria. Mentre Berlusconi, dal canto suo, annunciava che tutti i bar vicini sarebbero falliti, dato che sarebbe stato più difficile concedersi la classica pausa caffè da «fannullone» impenitente: «Avranno pensato di introdurre l''indennità tornello' - commenta sarcastico il segretario Fp Cgil Carlo Podda - A parte gli scherzi, aumenti così possono pure andare bene, ma se andassero ugualmente a tutti i lavoratori del Paese, e non solo a 3 mila. Tutti gli altri devono accontentarsi dei 70 euro lordi - pari a poco più di 40 netti mensili - erogati dal recente Protocollo Brunetta. Mi verrebbe da dire a Cisl e Uil: rivendichiamo insieme quei 600 euro per tutti».


Due milioni al merito


Passando a un altro scandalo, nel disegno di legge Brunetta in discussione al Senato, si stanziano ben 1,2 milioni di euro per la retribuzione annua dei quattro membri dell'«Authority del merito», quella che dovrebbe stilare le «pagelline» di produttività dei vari uffici pubblici. Ben 300 mila euro di stipendio all'anno cadauno; o 25 mila euro al mese, che poi sono il lordo annuale di un normale dipendente pubblico. E non basta: Brunetta si è fatto riservare ulteriori 500 mila euro per il generico capitolo «consulenze». Altri privilegiati, per ora ignoti, con contratti a più zeri. «Il ministro, se tiene alla trasparenza come dice, pubblichi l'elenco di queste consulenze - conclude Podda - Secondo noi è assurdo centralizzare la valutazione del merito: piuttosto, si dovrebbe affidare agli utenti dei servizi».


il manifesto (27 novembre 2008)




 




martedì 25 novembre 2008

Il fatturato di sangue








Napoli, esterno giorno. L’ora che precede il pranzo.


Maria Concetta si deve affrettare a tornare a casa, ma il caldo sole di mezzogiorno consiglia di prolungare la passeggiata, evitando di passare dal supermercato e concedendosi il piccolo lusso di curiosare davanti alle vetrine dei negozi. I marciapiedi, oltre che essere affollati di persone, sono colorati dalle bancarelle di frutta e verdura che richiamano l’attenzione con la loro molteplicità di offerte. Maria Concetta si sofferma a guardare, passando in rassegna l’esposizione delle cassette e, ancor più, dei prezzi come sempre invitanti. Già, “perché” – si chiede – “qui c’è merce bella che costa poco?”. Ma mentre lo pensa viene scossa dal richiamo del fruttivendolo che occupa, con le sue cassette, buona parte di quello che generalmente è suolo pubblico. “Dite, dite signora cosa vi serve?” “Un cavolfiore, alcuni pomodori, tre melanzane e tre zucchine, insalata, quattro banane, pere, e mele” “Ecco signora, tenete qua. Pagamento alla cassa”. Maria Concetta si guarda per qualche istante attorno e poi si dirige, incerta, verso un ombrellone sotto cui distende la sua stazza enorme un tipo a colloquio con un amico. “Devo pagare questo – dice mostrando la busta. “Mettete là, nella cassa” e l’omone indica una cassettina di cartone già piena di banconote e monete. L’atteggiamento dell’uomo, il suo sguardo e la perentorietà del gesto dissolvono immediatamente la timida obiezione di Maria Concetta che, però, tornando a casa, ha trovato la risposta al suo interrogativo. Mettendo assieme la qualità della merce, il prezzo basso, la tranquilla occupazione del suolo pubblico, la cassa aperta – per così dire - e l’assenza di qualunque scontrino, si arriva ad una sola e indiscutibile conclusione. Quel fruttivendolo lì, al pari dei suoi colleghi, è così tranquillo perché sa di poterlo essere. Quel posto è garantito dalle "istituzioni locali" che a Napoli, come a Bari, a Palermo come a Catania, a Foggia come a Casal di Principe, determinano il bello e il cattivo tempo di ogni giornata.


Il piccolo quadretto, assai verosimile, mi è venuto in mente leggendo il recente  rapporto “Sos impresa” della Confesercenti.


Florida, efficiente, diversificata. La prima azienda italiana si chiama 'Mafia spa' e ha un fatturato annuo di circa 130 miliardi di euro, con un utile che sfiora i 70 miliardi al netto degli investimenti e degli accantonamenti. E, aggiungo, delle spese di gestione che, come ogni impresa, anche la Mafia deve sostenere (vedi alla voce “tariffa ai killer”, per esempio).


Il solo ramo commerciale della criminalità, mafiosa e non, ha ampiamente superato i 92 miliardi di euro, una cifra intorno al 6% del prodotto interno lordo. Ogni giorno passano dalle tasche dei commercianti e degli imprenditori a quelle dei mafiosi qualcosa come 250 milioni di euro, 10 milioni l'ora, 160mila euro al minuto, si legge nel rapporto.


Cresce, inoltre, il settore dell'usura, che colpisce circa 180mila commercianti. E cresce il peso economico della contraffazione, del gioco clandestino, delle scommesse e dell'abusivismo (il cui giro di affari è attorno ai 10 miliardi annui). Ma le mafie si infiltrano in importanti segmenti di mercato: dalla macellazione ai mercati ittici, dalla ristorazione ai forni abusivi e panifici illegali, dal settore turistico ai locali notturni, fino al "racket del caro estinto", che colpisce il settore dei funerali.


"Vogliamo evidenziare - si legge nel rapporto - il diffondersi, tra alcuni imprenditori, di una doppia morale, per la quale ci si mostra ligi alle regole dello Stato e del mercato quando si opera al centro-nord Italia, e con molto disinvoltura ci si adegua alle regole mafiose se si hanno interessi nel sud Italia. Un comportamento censurabile che rappresenta un riconoscimento della sovranità territoriale alle organizzazioni mafiose, a danno dei principi di leale concorrenza e di libertà di impresa".


Mafia SpA controlla i traffici illegali detenendo quote di maggioranza nelle "famiglie", nei "clan" e nelle "'ndrine" che trafficano in droga, esseri umani, armi e rifiuti, nonché nel racket delle estorsioni e, in parte, nell'usura. Le sue aziende, quasi sempre a conduzione familiare, ma con stringenti logiche aziendali, intervengono anche nell'economia legale, ora direttamente assumendo il controllo maggioritario, ora in compartecipazione con negozi, locali notturni, imprese edili o della grande distribuzione. Quattro le grandi holding company nelle quale è suddivisa: Cosa nostra, 'Ndrangheta, Camorra e Sacra corona unita. Ciascuna di esse, a loro volta, è suddivisa in società piccole e medie, autonome l'una dall'altra, ma con uno stesso modello gerarchico.


Nel napoletano si contano 1.300 forni abusivi (nel solo comune di Afragola vi sono 17 panifici legali e 100 illegali) dove si usa qualsiasi tipo di combustibile. E 2.500 panifici illegali. Il prezzo del prodotto finale si aggira su 2.00-2.50 euro al chilo, a fronte di 1.80-2.00 euro di quello legale, eppure è il più venduto: la domenica mattina le file sono interminabili. Si calcola che il business si aggiri sui 500 milioni di euro. Chi acquista queste pagnotte non solo le paga più del prezzo corrente, ma corre anche seri rischi per la salute. Nei forni abusivi, infatti, viene bruciato di tutto: dal legno laccato agli scarti di falegnameria, infissi, mobili e, in alcuni casi, il legno delle bare, dopo la riesumazione dei cadaveri. E se questi sono i combustibili, figuriamoci le farine usate.


Per questo è stato così importante che Roberto Saviano ci abbia fatto conoscere, raccontandoli magistralmente, gli intrecci che regolano non un fenomeno, ma la realtà quotidiana di quel cancro che sta metastatizzando ogni spazio vivibile e di cui, anche inconsapevolmente, si è fiancheggiatori e complici, attraverso gesti banali come, per tornare a Maria Concetta, fare la spesa ogni giorno. Credo che sia la maledizione peggiore per ogni cittadino onesto.

mercoledì 19 novembre 2008

Il misirizzi







Intabarrato in uno sciarpone legato stretto stretto attorno al collo, perché se si srotola ci  inciampa, il prode Renatino Brunetta ha stabilito che i “fannulloni spesso stanno a sinistra”. Un raglio emesso senza naturalmente alcuna prova, ma aggiunto alla stordente canea del caravanserraglio di “popolani della libertà di fare ciò che c. ci pare”. Furbetto anche lui, come gli altri della sua razza, con seri problemi di crescita pure al cervello. E ipocrita come i tanti bulli della sua specie. Perché quei soliti rompi (e fannulloni anche loro?) dei giornalisti dell’Espresso hanno proprio confezionato una bella inchiesta, servendolo di barba e capelli.


Riporto solo la prima parte dell’ottimo lavoro (come sempre) di Emiliano Fittipaldi e Marco Lillo; la versione integrale è possibile leggerla qui.


 


Che furbetto quel Brunetta


di Emiliano Fittipaldi e Marco Lillo


La trasferta a Teramo per diventare professore. La casa con sconto dall'ente. Il rudere che si muta in villa. Le assenze in Europa e al Comune. Ecco la vera storia del ministro anti-fannulloni


La prima immagine di Renato Brunetta impressa nella memoria di un suo collega è quella di un giovane docente inginocchiato tra i cespugli del giardino dell'università a fare razzia di lumache. Lì per lì i professori non ci fecero caso, ma quella sera, invitati a cena a casa sua, quando Brunetta servì la zuppa, saltarono sulla sedia riconoscendo i molluschi a bagnomaria. Che serata. La vera sorpresa doveva ancora arrivare. Sul più bello lo chef si alzò in piedi e, senza un minimo di ironia, annunciò solennemente: "Entro dieci anni vinco il Nobel. Male che vada, sarò ministro". Eravamo a metà dei ruggenti anni '80, Brunetta era solo un professore associato e un consulente del ministro Gianni De Michelis. Ci ha messo 13 anni in più, ma alla fine l'ex venditore ambulante di gondolette di plastica è stato di parola. In soli sette mesi di governo è diventato la star più splendente dell'esecutivo Berlusconi. La guerra ai fannulloni conquista da mesi i titoli dei telegiornali. I sondaggi lo incoronano - parole sue - 'Lorella Cuccarini' del governo, il più amato dagli italiani. Brunetta nella caccia alle streghe contro i dipendenti pubblici non conosce pietà. Ha ristretto il regime dei permessi per i parenti dei disabili, sogna i tornelli per controllare i magistrati nullafacenti e ha falciato i contratti a termine. Dagli altri pretende rigore, meritocrazia e stakanovismo, odia i furbi e gli sprechi di denaro pubblico, ma il suo curriculum non sempre brilla per coerenza. A 'L'espresso' risulta che i dati sulle presenze e le sue attività al Parlamento europeo non ne fanno un deputato modello. Anche la carriera accademica non è certo all'altezza di un Nobel. Ma c'è un settore nel quale l'ex consigliere di Bettino Craxi e Giuliano Amato ha dimostrato di essere davvero un guru dell'economia: la ricerca di immobili a basso costo, dove ha messo a segno affari impossibili per i comuni mortali. (…)


In un due tabelle pubblicate qui e qui a corredo dell’inchiesta, emerge poi l’aspetto singolare di questo “hobbit” de’ noantri: si comporta esattamente come il bue che dice all’asino cornuto. Nella sua prima legislatura al Parlamento europeo le presenze furono di poco superiori alla metà (53,7%), mentre nella seconda legislatura salirono un pochino: 63,8%. Non esattamente quello che una volta si sarebbe definito: “stacanovista”. E fece pure storie perché all’aeroporto non c’era un auto blu per lui.


Tra i tanti lati nascosti dell'attività di Renato Brunetta a Strasburgo, c'è anche l'abitudine a massimizzare i guadagni volando low cost. Il meccanismo è noto: l'Europarlamento rimborsa forfettariamente il costo del volo (circa 800 euro) senza controllare quale sia la spesa effettivamente sostenuta per raggiungere la sede di lavoro dei deputati europei. Il risparmio finisce così nelle tasche degli eletti. Un meccanismo praticato da tanti che è stato criticato nel 2001 dalla tv tedesca Rtl. Brunetta volava spesso con Ryanair e atterrava all'aeroporto di Baden in Germania, a 60 chilometri da Strasburgo. Il castigafannulloni a quel punto pretendeva di trovare un servizio efficiente di navetta che lo aiutasse a raggiungere rapidamente il lavoro. E lo ha messo nero su bianco in una lettera di protesta. Gli rispondeva a stretto giro il segretario generale Julian Priestley.


LEGGI LA LETTERA


Prima gli ricordava che "il servizio degli autisti dell'europarlamento non è autorizzato a effettuare corse dall'aeroporto di Baden con le auto di servizio" e poi, dopo essersi mostrato dispiaciuto per "il grave inconveniente che ha perturbato il suo arrivo all'europarlamento il 15 febbraio 2006, così come quello dei colleghi Musumeci, Bonino e Rizzo", prometteva di interessarsi presso il Comune di Strasburgo, responsabile per i trasporti. Se avesse preso il taxi da Baden, come facevano molti, Brunetta avrebbe dovuto pagare la differenza tra il rimborso forfettario e il costo effettivo”. (…)


 L’espresso (20 novembre 2008)


Ma il furioso Renatino cade in casa, anzi crolla completamente nel consiglio comunale di Venezia dove, dal 2000 al 2005, si fa notare per la sua assenza (ma forse era anche arduo individuarlo quand’era presente tra gli alti banchi). Nel primo anno le presenze sono di tutto rispetto: 75%. Però alla fine della legislatura arriva stremato (bisogna capirlo, faceva doppio lavoro) Nel 2004 partecipa ad appena il 15% delle sedute, per poi svanire l’anno dopo (11,1%). Ci fossero stati, allora, quei tornelli che tanto ama, perché ci passa sotto… (Vauro dixit).


È tutta da gustare l’inchiesta dell’Espresso, ma qui voglio aggiungere una testimonianza autentica, che mi è stata girata con la cortesia di omettere riferimenti. Si tratta di una dipendente del pubblico impiego che affronta un aspetto, forse meno spettacolare, certo poco dibattuto, ma assai concreto e reale di un decreto criminoso per le ricadute che avrà.


“Questo è il mio trentesimo anno di servizio nella scuola e in tutta la mia carriera non ho mai chiesto al medico un certificato tanto per stare un po’ a casa, come da “presunta fannullona” avrei dovuto fare. Anzi da molti anni, ormai, mi sottopongo a file interminabili, per la vaccinazione antinfluenzale, in modo da non ammalarmi durante l’inverno.


La scorsa settimana ho dovuto chiedere al mio Dirigente scolastico un giorno di permesso retribuito (sono soltanto tre in tutto l’anno) per una visita di controllo al reparto di endocrinologia presso l’ospedale della mia città. Avrei potuto ottenerlo per motivi di salute, ma ho preferito evitare per non vedere sul mio statino paga di ottobre la trattenuta di euro 9.90. Non per la cifra, ovviamente, ma per una questione di principio.


Fino all’avvento del ministro Brunetta potevo usufruire di un giorno di assenza per visita specialistica e non mi vedevo decurtare un centesimo dallo stipendio. Eppure dovrebbe saperlo, il ministro, che la prevenzione è importante e che noi donne abbiamo la necessità di eseguire accertamenti e controlli periodici per evitare l’insorgenza di: tumori al seno, tumori al collo dell’utero, tumori alla tiroide, malattie degenerative alle ossa dopo la menopausa e così via.


Vorrei sapere dal dottor Brunetta: come mi dovrò organizzare, durante i mesi a venire, visto che avrei altri 4 o 5 controlli prenotati da tempo? E come fare per sottopormi a terapia logopedistica (sono in lista di attesa da febbraio) per un problema alle mie corde vocali, poiché dopo 30 anni d’insegnamento rischio di perdere l’uso della voce? Non credo che la terapia possa personalizzarmela a seconda del mio orario di servizio, né ho intenzione di pagare le strutture private che, per tre sedute, mi hanno chiesto 70 euro. Anche perché, con tre sedute, non risolvo il problema.


Grazie Brunetta”.

lunedì 17 novembre 2008

La familiarità smarrita








La coerenza non abita dalle parti del Vaticano, laddove sono sconosciute pure la pietà, la comprensione e  il dialogo. Arroccati nelle loro certezze gli alti prelati pontificano, minacciano il fuoco eterno degli inferi, mantengono così il controllo – nel terrore – sul gregge sempre meno numeroso di anno in anno.


È interessante quanto scritto da Alessandro Robecchi nella sua rubrica domenicale su “il manifesto” di ieri, naturalmente condivisibile dalla prima all’ultima riga. E poi quella notizia della legge abolita, guarda caso sempre in quella Finanziaria 2009, quella votata in un battito di ciglia, che nascondeva la trappola dei tagli alla scuola pubblica, proiettava in un miserabile bianco e nero, Maria star Gelmini, avvalendosi del silenzio (complice o estivo?) dell’opposizione virtuale che agisce (agisce?) nella terra dei cachi.


Questi esseri non umani, in quanto replicanti del loro capo e padrone, spregevoli ascari che infieriscono sul popolo bue incantato da un pagliaccio e dalla sua claque, stanno devastando un Paese che possedeva risorse, cervelli e capacità, che era capace di indignarsi, di reagire, di opporsi e dire “no”. Tanti servi, vassalli, maggiordomi che vivono con un solo scopo: compiacere l’omino B., tessera P2 n° 1816.


 


VOI SIETE QUI


Pro-family e anti-family in un solo governo


Alessandro Robecchi


 


 


Vi ricordate il family day? Che bellezza! Tutte quei pretini e suorine senza famiglia che lottavano per la famiglia! Tutti quei leader politici cattolicissimi con due o tre famiglie che si battevano per la famiglia! Tutte quelle belle iniziative per la famiglia volte all’alto e benedetto compito di impedire alle coppie omosessuali di farsi una famiglia!


Giornata entusiasmante. Sul palco, a chiedere politiche per la famiglia, stava tra gli altri la signora Eugenia Roccella, oggi sottosegretario del governo che ha di fatto reintrodotto la pratica delle dimissioni in bianco per i lavoratori. Proprio così: lo sconsiderato e laicissimo (ah! ah!) governo Prodi contro cui si muoveva massiccio il Family Day aveva fatto una legge (la 188 del 17 ottobre 2007) che impediva le dimissioni in bianco dei lavoratori. Una pratica padronale schifosa: all’assunzione mi firmi una lettera di dimissioni, e poi prova a rimanere incinta e a mantenere il posto di lavoro, se sei capace! Piccola ma civile: una leggina pro-family che semplicemente garantiva alle lavoratrici di poter far figli senza rischiare il licenziamento. Il governo di destra, animato dalle più limpide voci del Family Day ha semplicemente abolito quella legge (decreto legge 112 del 25 giugno 2008, collegato alla finanziaria 2009): la pratica delle dimissioni in bianco torna in auge. Risultato: fare un figlio è più difficile, con buona pace degli atei devoti, che nell’occasione si dimenticano di abbaiare (sapete com’è, se non c’è sangue, colpa, espiazione non si divertono). C’è di più. La consigliera nazionale di parità Fausta Guarriello, che per dovere istituzionale vigila contro le discriminazioni di genere, avanza qualche riserva e viene cacciata dal ministro del lavoro Sacconi per: “radicale dissenso delle iniziative legislative adottate dal Governo”. Così impara ad essere pro-family. Ve lo dico sul serio: che aspettate a fare un bel Family Day? Signora Roccella, che aspetta a manifestare fieramente contro il suo governo? Non avrà mica firmato dimissioni in bianco, per caso!


il manifesto (16 novembre 2008)

domenica 16 novembre 2008

Il volo della libertà




Ritrovo questo pezzo di Concita De Gregorio, in risposta ad una lettera pubblicata in prima pagina su “l’Unità” del 28 settembre scorso. “La realtà è un chilometro oltre l’orizzonte delle parole a vuoto”, scrive la direttrice del quotidiano romano e mi pare un’affermazione che scolpisce bene e in modo incisivo la realtà odierna, dopo la decisione della Cassazione sulla sorte di Eluana Englaro. Finalmente libera!



Dolce morte grande ipocrisia


Concita De Gregorio


Sono un cattolico che crede che sul tema della fine della vita si ascoltino molto i monsignori e poco i cittadini. Mi hanno colpito le parole di Mina Welby: «Bisogna arrivare a una legge sul testamento biologico che raccolga le dichiarazioni di fine vita non solo per rifiutare alcune cure, ma anche per chiederle». Penso che la libertà di chiedere cure faccia il paio con la scelta drammatica di lasciarsi morire. E ci si lascia morire in tanti modi: smettendo di lavarsi, di cibarsi, di interessarsi a ciò che ci circonda. Una legge può aiutare solo se ci sa mettere al riparo dalle ideologie, dalle demagogie. Una legge che non tuteli gli interessi di chi la fa ma quelli dei malati. Delle persone che vivono coi malati. Di noi.


Al riparo dalla demagogia. Che meraviglia sarebbe, no?, se per una volta, per questa volta almeno la discussione si concentrasse sull’oggetto – chi sta morendo, chi vive senza vivere - e non sul soggetto, sulla tronfia presunzione di chi pontifica, sul narcisismo di chi vuole un palcoscenico nuovo per dire gonfiando il petto qualcosa di clamoroso e di insolito, i riflettori ancora su di sé e qualche voto, qualche copia di giornale in più. Il dibattito sul testamento biologico è il festival nazionale delle parole a vuoto. Ipocrita fin dalla scelta dei termini: eutanasia non si può dire, non sta bene. Ipocrita alla radice, la più grande delle ipocrisie. L’eutanasia, in Italia, esiste già. Lo sanno bene tutti: i medici e i pazienti, le famiglie a cui è toccato e tocca il dolore di star vicino a chi se ne sta andando o se ne è andato già ma non può morire davvero. Esiste e funziona così: quando un malato terminale non reagisce più, quando la sua vita è solo un calvario di cateteri e di sonde c’è sempre qualcuno, tra i meravigliosi medici che lavorano al confine con la morte, che avvicina le mogli, i figli, i genitori e spiega loro, chiede, prova a capire. Nessuno domanda: volete voi che. No, non è così. Sono pochi, pochissimi quelli che riuscirebbero a rispondere. È enorme il peso della decisione, insopportabile. Allora succede questo. C’è un momento di non ritorno, i medici lo conoscono. Inutile declinarlo qui: quando il drenaggio delle urine rallenta, cose indicibili così. Quando i familiari smettono di parlare tra loro. Ecco, quello è il momento in cui arrivano, una mattina, gli infermieri (persone che hanno scelto di lavorare in hospice, angeli a volte rudi, ma angeli) e dicono con la voce squillante al malato in coma «buongiorno, come va stamattina?». Lo chiamano per nome. Gli raccontano cosa succede fuori e intanto lo spogliano nudo, lo lavano, aprono la finestra e meglio ancora se è gennaio, fanno cambiare aria, raccontano una storia, insaponano, fa freddo, l’acqua sul corpo corre, che buon profumo il sapone, no?, che bello sentirsi puliti. Loro lo sanno bene. Sanno cosa stanno facendo. Cantano, a volte. Non ci si sveglia più da quell’ultimo bagno. Era l’ultima aria quella entrata dalla finestra aperta. Poi la sera, poi la notte, poi basta. Basta andare negli hospice, basta vivere la vita per sapere che è così. Chi maneggia il dolore lo sa. Il Paese è più avanti – sempre - di chi dibatte sulle sue sorti. La realtà è un chilometro oltre l’orizzonte delle parole a vuoto. La vita vera è questa, la morte – succede - un sollievo. Chi la frequenta lo sa. E ora torniamo pure al dibattito: prego monsignore, dica pure onorevole.


l’Unità (28 settembre 2008)

lunedì 10 novembre 2008

L’ultimo battito del cuore




Apro il giornale e leggo che… Produce uno strano effetto questo articolo sul concerto di Miriam Makeba, apparso sull’Unità di oggi e notato, sfogliando il giornale, poco dopo aver appreso la notizia dell’improvviso decesso della cantante sudafricana. Ma gli artisti, quelli veri, sognano proprio di morire sul palco, davanti al loro pubblico, dopo l’acclamata esibizione. Appoggiamoci a questo luogo comune per assorbire il contraccolpo della scomparsa, con il cuore stretto dopo aver letto le sue ultime parole, nobilissime ed emozionanti, prima del concerto di Castel Volturno, a favore di Roberto Saviano e contro il razzismo. Addio Mamma Africa, questa volta il sipario è calato per sempre.



Il concerto è un omaggio alle vittime dell’ultima strage di camorra. Con lei anche Bennato e Sepe.

La signora del soul canta e dice: Saviano è coraggioso, non lasciamo che venga zittito



Miriam Makeba a Castel Volturno contro camorra e razzismo Prima del concerto sulla Domiziana, la regina del jazz è andata al centro Fernandes. Il ricordo di Jerry Maslo. L’incontro caldo con i bambini. E il sostegno a chi lotta contro razzismo e camorra, qui nel mirino.

EDUARDO DI BLASI INVIATO A CASTEL VOLTURNO ediblasi@unita.it

Contro il razzismo e contro la camorra. I simboli sanno scegliersi le proprie battaglie. E Miriam Makeba, Mamma Africa, la donna che con la musica della sua voce e con la forza delle proprie idee ha combattuto l’apartheid nel proprio Paese, quella che adesso avanza su una sedia a rotelle nel viale d’ingresso del centro Fernandes a Castel Volturno, è uno di quei simboli. E arrivata sulla Domiziana per una data «speciale» di un tour che non tocca l’Italia, spinta dall’idea che razzismo e camorra si possano combattere restando tutti uniti. Lo dice anche qui, in questa sala intitolata a Giovanni Paolo II, davanti a tante famiglie africane con tanti bambini italiani d’Africa: «Lo dico sempre: non bisogna camminare da soli, bisogna camminare insieme».

Quando è arrivata l’hanno circondata con gioia. Alcuni avevano vecchi quadernoni per l’autografo. Altri cellulari e macchine fotografiche per immortalare l’evento. Come ricorda Jean Renè Bilongo, uno degli operatori del centro: «Prima di lei sono venuti a trovarci Enzo Avitabile, Livia Turco e Paolo Ferrero». Personalità importanti, ma certo non sono un pezzo della storia d’Africa come questa donna a cui è appena scappata una lacrima coperta dagli occhiali da sole Dolce e Gabbana.

La sera parteciperà al concerto conclusivo degli Stati Generali della Scuola, assieme a Eugenio Bennato, Daniele Sepe, Maria Nazionale, 24 Grana, Max Puglia e Sonia Aimy: un omaggio anche a quei ragazzi africani caduti sotto i colpi della camorra nell’ultimo anniversario di San Gennaro. Sotto la saracinesca della «Ob. Ob. Fashions», luogo dell’eccidio, ci sono ancora le foto attaccate con lo scotch e i fiori. Il concerto, che si terrà proprio alle spalle del luogo dove fu ucciso nel maggio scorso l’imprenditore Domenico Noviello, a Baia Verde, e che, come ricorda l’assessore campano Corrado Gabriele, è anche stato oggetto di una richiesta di «pizzo» mentre veniva costruito il palco sulla piazza, è dedicato anche a Roberto Saviano.

«Saviano è un giovane scrittore coraggioso - dice lei - ma, come succede in ogni grande causa in ogni parte del mondo, chi parla rischia di essere zittito con la forza». Ecco perché bisogna reagire: «La musica ha un grande ruolo in tutto ciò, un enorme valore. Così come la scuola, è giusto parlare ai bambini, raccontargli di valori universali affrontando le questioni del Paese in cui vivono».

Quando Miriam Makeba finisce di parlare tutti immaginano che andrà via presto. Invece la sua voce si fa forte e invade la stanza al piano terra con un My wonderful mama che rende lucidi gli occhi degli africani presenti e sorridenti le loro bocche. È una scena di grande intensità che culmina in un applauso in piedi. Mentre ancora battono le mani, Mamma Africa inizia una canzone più veloce, accompagnata dal battito ritmato delle mani di tutti. Poi abbraccia bimbi, parla con tutti, si mette in posa perle fotografie. Anche Idris Sanneh, volto noto della tv italiana tra i presentatori del concerto serale, si ferma per fare una foto con il cellulare. Renato Natale, presidente dell’associazione Jerry Maslo, le si avvicina e le racconta la storia di quel sudafricano come lei, ammazzato 20 anni fa a Villa Literno e dell’associazione che nel suo nome porta avanti la propria battaglia contro il razzismo. Lei lo guarda e gli dice: «Thank You». E lui, di solito burbero: «Ma grazie a te».

Probabilmente ha ragione Antonio Casale, direttore del Centro Fernandes, quando, nel presentarla, dice che in queste terre c’è bisogno di una mamma. Di un sentimento che metta pace tra le persone. Qui non c’è pace. E non è colpa dei soldati appostati sulla Domiziana mitra in mano. La tensione resta alta e la politica locale ha le idee confuse. L’altro giorno è sfilato un corteo «antirazzista» e «contro la camorra» che aveva nel volantino di partecipazione la richiesta dell’espulsione degli immigrati irregolari.

All’interno del centro Fernandes, la «mamma», ha fatto il suo miracolo. Al piano di sopra, l’imam della moschea di San Marcellino, Nasser Hidouri, ha preparato un’ enorme quantità di cous cous. Mentre la signora Makeba torna in albergo, Idris rimane a giocare con il piccolo Josè. «Josè dici forza Juve!». «No». I bambini di Castel Volturno sono tutti interisti e milanisti.

l’Unità (10 novembre 2008)


domenica 9 novembre 2008

Bye bye







I numeri sono impietosi e da qualunque prospettiva vengano letti sono implacabilmente portatori di una realtà che solo gli sciocchi non riescono ad ammettere. Per capire la portata dell’evento, questo sì lo è davvero, di Barack Obama, 44° presidente degli Stati Uniti d’America, servirà qualche anno. Per adesso siamo storditi dal fragore mediatico, anche se è già il tempo di cominciare a capire. E sperare che il mondo possa finalmente cambiare, proprio sotto la spinta di un uomo che non è il messia, ma incarna le aspettative di molti. Gli auguri che rivolgiamo a mr. President sono, per questo, anche gli auspici che facciamo a noi stessi, in una contingenza estremamente delicata.


Ma dicevo della chiave di lettura interpretativa offerta dai numeri, più precisamente dai 25 indicatori economici analizzati dal CEPR  (Centre for Economic Policy Research) e pubblicati da “Il Sole 24 Ore” di mercoledì 5 novembre 2008. I dati, citati in parte da Marco Travaglio durante la trasmissione “AnnoZero” del 6 novembre, sono contenuti nella tabella sottostante e dimostrano, senza il benché ragionevole dubbio, il tracollo completo dell’amministrazione Bush e il suo ruolo negativo e pericoloso (con due guerre in corso) sullo scacchiere mondiale. Oddio, non è che fossero necessari dati economici per rafforzare la convinzione del fallimento del grande amico di B., tessera P2 n° 1816, secondo il quale sarà la storia (con la minuscola) a rivalutarlo, tuttavia servono per avere sotto gli occhi la disastrosa condizione in cui sono precipitati gli Usa, in buona parte per il “merito storico” di George Bush.


 








Come è cambiata l’economia















Tutti i numeri dell’amministrazione Bush




































































































































































                                                              



2000



2008



LAVORO



 



 



Tasso di disoccupazione (in %)



4,0



6,1



Tasso di occupazione (in % della popolazione)



64,4



62,6



Tasso di occupazione uomini (in %)



71,9



69,1



Tasso di occupazione donne (in %)



57,5



56,5



Crescita esclusa l’agricoltura (in %)*



21,4



4,3



Crescita nelle imprese private (in %) *



23,6



3,6



Crescita nel settore manifatturiero (in %) *



2,9



—22,2



WELFARE



 



 



Popolazione sotto la soglia di povertà (in %)



11,3



12,5



Milioni di americani sotto la soglia di povertà



31,6



37,3



Popolazione senza assicurazione sanitaria (in %)



14,0



15,3



Milioni di americani senza assicurazione sanitaria



38,7



45,7



PREZZI E BILANCIO DELLE FAMIGLIE



 



 



Tasso di inflazione (in %)



3,3



5,4



Università privata, retta annuale in dollari



19.337



23.712



Università pubblica, retta annuale in dollari



4.221



6.185



Benzina, dollari al gallone (attualizzati al 2008)



2,03



4,09



Reddito della famiglia (media in $ del 2007)



61.083



61.355



Crescita (in %) del reddito delle famiglie *



14,7



0,4



Risparmi privati (in % del reddito disponibile)



2,3



0,6



Crescita reale dei salari (in %) *



8,2



1,8



Salario orario minimo (in dollari del 2008)



6,58



6,55



MACROECONOMIA



 



 



Crescita del Pil (in %) *                                      



34,2



19,6



Crescita della produttività (in %) *



15,9



21,9



Saldo della bilancia commerciale (in % del Pil)



—3,9



—5,1



Debito federale (in %del Pil)



57,3



65,5



Debito netto con l’estero (in % del Pil)



13,6



17,9



 




(*) Negli 8 anni precedenti